Nino Di Matteo ha rifiutato l’offerta del Consiglio superiore della magistratura di un trasferimento lontano da Palermo per motivi di sicurezza. Non andrà alla Direziona Nazionale Antimafia che gli è stata proposta per facilitare (secondo la discutibile decisione del Csm) la sua protezione.
«Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio – ha detto il magistrato -. Accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare».
Eppure Di Matteo aveva dalla sua parte parecchi buoni (e utili) motivi per accettare: la Direzione Nazionale Antimafia è il ruolo che ha cercato a lungo (una volta è stato bocciato e poi la sua domanda è stata respinta per un vizio di forma), il processo sulla trattativa continua a essere l’obiettivo degli strali di una parte politica folta e trasversale, i mascariatori professionisti lo accusano sottovoce di rischiare poco poiché non è ancora morto e la mafia si gode l’isolamento del magistrato che la rincorre.
Qui da noi funzioni solo se fai antimafia con le figurine dei boss da dare in pasto ai giornali e alla gente. Se solo provi a toccare la complessità di un fenomeno che (citando Gratteri) riesce a entrare nella politica con la stessa facilità di una lama nel burro allora diventi subito troppo intraprendente, antipatico, visionario o fissato. Chissà che ne dicono Falcone e Borsellino guardando un Paese che commemora senza memoria.
Lui, Di Matteo, invece ha deciso ancora di prendere la strada più tortuosa. Si resta, per lottare. È la frase che ho ascoltato decine di volte dai testimoni di giustizia che chiedono di non scomparire per legge ma di vivere in un Paese in scompaiano i mafiosi; è la stessa frase che disse Borsellino con gli occhi umidi parlando della sua Palermo. E chissà come l’ha spiegato alla famiglia, Di Matteo, chissà come ha sorriso quando si è accorto che ogni tanto le situazioni si incastrano perfettamente per rendere inoffensiva una testa scomoda facendogli credere che gli si stia facendo un piacere. Stiamoci anche noi, magari.
«Ma perché ci salvate, se non ci volete? Perché ci salvate se pensate che la nostra vita non vale quanto la vostra?», scrive su facebook Myriam El Menyar dalla pagina di Baobab experience. Sotto la pioggia battente di queste ore, questa mattina, 70 migranti sono stati identificati, prelevati dalle forze dell’ordine e condotti all’ufficio stranieri di Via Patini. Tutti loro sono già in attesa di protezione internazionale e relocation europea.
«Non aiuteremo le forze dell’ordine e l’AMA a smantellare l’accampamento di fortuna», hanno continuato a ripetere i volontari, mentre sotto i litro occhi si preparava lo sgombero. «Non smonteremo le tende donate dai cittadini, già riparo insufficiente alle violente precipitazioni di questi giorni. Resisteremo, in modo pacifico ma fermo. Dalla parte giusta».
Intanto, più di cento migranti in transito dalla Capitale, restano per le strade di Roma, in cerca di riparo dalla pioggia battente di queste ore. Buonanotte Italia.
Cosa c’era prima del mondo? E com’era il mondo prima che ci fosse qualcosa?
«All’inizio non c’era nulla. Tutto era blu, di una certa “bluezza” diciamo, se solo il blu fosse esistito perché non c’era nulla. Forse era tutto viola, non proprio viola però perché nemmeno il viola esisteva visto che ancora non c’era nulla». A raccontarcelo è Nicole Beutler con3: The Garden, ultimo appuntamento con Olandiamo, la sezione del Romaeuropa Festival dedicata alla danza contemporanea olandese, andato in scena ieri sera a Roma al Teatro India. Con questo spettacolo la coreografa dà letteralmente vita a una sua suggestiva cosmogonia, estrapola parole e immagini da testi mitici, filosofici e sacri e li umanizza sulla scena con danze ipnotiche e sensuali. Assoluto protagonista di questo surreale giardino dell’Eden è il corpo. Volendo trovare una definizione per il lavoro della Beutler lo si potrebbe descrivere come una psichedelica riflessione sul rapporto tra natura e cultura.
Trittico del giardino delle delizie
Sul palcoscenico la coreografa tedesca inventa un mondo visivo e simbolico che attinge e trae spunto dalle opere dei filosofi naturalistici pre-socratici, al Trittico del Giardino delle delizie di Bosch, passando per gli studi rinascimentali sulla simmetria e senza dimenticare di strizzare l’occhio all’estetica New Age e al Kitsch.
Uno dei momenti dello spettacolo
Immagine da Tumblr
L’effetto, ipnotico e a tratti travolgente, è enfatizzato dalla stessa fisicità dei ballerini in scena e dalle musiche composte ad hoc dal dj Gary Shepherd e dalla band anti-pop Einstürzende Neubauten. È così che, infrangendo ogni dogma e stereotipo, dal Paradiso biblico di Adamo ed Eva si passa ben presto a quello che sembra essere più un raduno hippy inneggiante all’amore libero.
Altro punto cardine della cosmogonia di Beutler è l’utopia del mondo naturale. Nello spettacolo rivive infatti il mito del ritorno al paradiso perduto, quello di John Milton, ma anche quello del buon selvaggio di Rosseau. «Credo che il sogno di un ritorno alla natura non abbia tempo. La natura rappresenta per noi ciò che è puro, intatto, in contrasto con ciò che ha subito il passaggio dell’uomo, che è stato modificato dalla cultura, che è stato civilizzato per diventare ordinato quindi artificioso» spiega Nicole e si domanda: «Abbiamo bisogno di creare un nuovo tipo di umanità per dare forma a una società migliore? E la strada da percorrere è quella di un ritorno alla natura?». Il dibattito, a pochi giorni dall’entrata in vigore degli accordi di Parigi sul clima, è sicuramente più aperto che mai.
Chi è Nicole Beutler
Nata a Monaco ma residente ad Amsterdam dove attualmente lavora, Nicole Beutler ha costruito tutta la sua carriera tentando una costante fuga dalle inevitabili categorizzazioni all’interno di generi artistici. 3: The Garden è un ulteriore attacco a ogni stereotipo e forma d’ideologia.
Democratic presidential candidate Hillary Clinton applauds on stage as artist Katy Perry arrives with a cape that reads "I'm with Madam President" during a Get Out the Vote concert at the Mann Center for the Performing Arts in Philadelphia, Saturday, Nov. 5, 2016. (AP Photo/Andrew Harnik)
Dove si vince? Nei Battleground States (o Swing states o Purple States). Di colore viola, né rosso repubblicano né blu democratico
Le elezioni non si decidono a New York. E nemmeno in California o Texas. Tutte, sempre, si combattono in una manciata di Stati che tendono a cambiare colore o ad assegnare la vittoria a un partito per pochi voti. Qui si concentra la campagna elettorale, qui si spendono i soldi, qui si corteggia ogni singolo gruppo, ogni singolo voto. I più swing di tutti sono Florida e Ohio. Dal 2008 in poi il numero di swing states è aumentato: i nuovi entrati sono Virginia, North Carolina, Colorado dove l’afflusso di giovani bianchi e le minoranze storiche hanno cambiato la demografia e gli orientamenti elettorali. Quest’anno ballano anche Pennsylvania, Nevada, New Hampshire e Iowa. Seguire quelli, saprete chi vince.
Come si vince? Ottenendo 272 collegi elettorali
Collegi elettorali. Un sistema astruso che non garantisce che chi prende più voti vinca le elezioni. Sono le delegazioni degli Stati che eleggono il presidente. Il voto popolare, infatti, elegge dei superdelegati di ciascuno Stato in numero pari alla delegazione di eletti in Congresso (2 senatori per ogni Stato e un numero di rappresentanti calibrato sulla popolazione) che a loro volta esprimono il voto per il presidente. I componenti del collegio non hanno vincolo di mandato, ma alcuni Stati puniscono l’eventualità in cui il grande elettore decide di non seguire le indicazioni degli elettori. Per vincere servono 270 voti. Nel 2012 Obama ne ottenne 265, nel 1984 Reagan 525. Come forse sapete, nel 2000 Al Gore prese più voti di Bush, ma perse le elezioni.
Cleveland, Le Bron James per Hillary Clinton (AP Photo/Andrew Harnik)
A che ora sapremo chi ha vinto? Presto. Forse
Qui sotto l’orario di chiusura dei seggi Stato per Stato. Se si escludono Nevada e Iowa tutti sono sulla costa est a sei ore di differenza dall’orario italiano. Quindi dopo l’una di notte (Florida e Ohio chiudono alle una italiana) ci si renderà conto di cosa succede. Poi, il presidente esce solo dopo che anche in Califronia si sono chiusi i seggi e il conto può essere ufficiale. Ciò detto, se alcuni Stati fossero “too close to call”, se il risultato fosse sul filo di pochi voti, tutto cambia.
Chi controllerà il Congresso?
Guardando gli Usa soprattutto dal punto di vista della politica estera, abbiamo la percezione che il presidente abbia un potere assoluto. Il braccio di ferro continuo tra presidente e maggioranza negli anni di Obama è li a dimostrare il contrario. Nel 2008 i democratici ottennero maggioranze nei due rami del Congresso. Perse malamente dal 2010 in poi. Oggi sperano di riconquistare il Senato, servono 5 seggi: hanno buone probabilità. Controllare Wisconsin, New Hampshire, Indiana, Michigan, North Carolina. Alla Camera i repubblicani hanno 247 voti su 435, ribaltare la maggioranza significherebbe un terremoto.
Bernie Sanders comizia per Clinton in Arizona
Quanti senatori si eleggono?
Un terzo dei 100. È un paradosso del sistema Usa: i senatori restano in carica sei anni, quindi quelli che si eleggeranno quest’anno decadranno alle elezioni di mezzo termine del 2022. I rappresentanti invece si eleggono tutti ogni due anni: alle presidenziali e al midterm. Praticamente vivono in campagna elettorale.
Ma perché si vota di martedì?
Dagli anni quaranta dell’Ottocento il suffragio è universale maschile. E l’America era un Paese di contadini. Gli elettori dovevano spesso fare viaggi lunghi per recarsi ai seggi nella città più vicina. La domenica era esclusa, che c’è la messa e non si lavora. Il mercoledì era il giorno di mercato. Martedì consentiva a chi veniva da lontano di muoversi il lunedì e tornare al mercato. Che la cosa non sia cambiata è uno dei paradossi americani. Oggi, il martedì non favorisce la partecipazione al voto.
Donald Trump a Minneapolis
Dove saranno i due candidati
Di solito i candidati sono vicini ai loro quartier generali. Obama era a Chicago, McCain in Arizona e così via. Stavolta, cosa eccezionale, sono tutti e due a New York. Città che non esprimeva un candidato da molto, molto tempo. Uno all’Hilton e l’altra in una specie di fiera, il Jarvis centre. Troppi giornalisti hanno chiesto l’accredito, quasi tutti gli stranieri se lo sono visto rifiutare. Anche nomi importanti.
Donne. Come voteranno?
Quanto influenzerà il voto la possibilità di una prima volta alla Casa Bianca? E quanto le disastrose (per lui) rivelazioni sulle molestie, le battute sessiste di Donald Trump? Nel 2012 le donne votarono Obama al 14% in più di Romney, gli uomini scelsero il repubblicano all’8% in più. È il gap tra voto maschile e femminile più ampio della storia. Aumenterà ancora?
Sostenitori di Trump a Minneapolis (AP Photo/ Evan Vucci)
Quanti ispanici voteranno?
Donald Trump ha vinto le primarie repubblicane grazie alla retorica sul muro lungo la frontiera messicana e la promessa di deportare gli 11 milioni di irregolari. Il che non ha fatto piacere ai 27 milioni di ispanici cittadini americani che hanno diritto di voto. Come non gli ha fatto piacere essere chiamati “bad hombres”, uomini cattivi durante l’ultimo dibattito Tv. Nel 2012 hanno votato 11,9 milioni e sono determinanti in Arizona, Nevada, Florida. Metà vota a New York, California e Texas, dove in teoria non c’è storia. Rispetto alle scorse elezioni, 3,2 milioni di ispanici hanno raggiunto l’età del voto. Hanno votato in numeri alti nel voto anticipato. È un segnale?
Marijuana legale?
Tra i referendum statali a cui gli elettori dovranno rispondere ci sono quelli sulla legalizzazione della marijuana in 9 Stati. California, Arizona, Massachusetts, Maine, e Nevada votano per la piena legalizzazione. Florida, Montana, Nord Dakota e Arkansas per quella medica. Ovunque è in vantaggio il Sì. Altri referendum importanti riguardano il controllo delle armi.
Sostenitori di Trump cantano l’inno in Iowa (AP Photo/ Evan Vucci)
As goes Ohio, so goes the nation
È un detto elettorale che significa più o meno, chi vince in Ohio vince le elezioni. Non nel senso che lo Stato è l’ago della bilancia, ma piuttosto perché dal 1962 a oggi chi ha vinto le elezioni ha anche vinto nel Buckeye State. L’Ohio ha una demografia e una struttura sociale che riflette abbastanza quella del Paese. Il 2016 potrebbe rappresentare una eccezione: tra gli swing states, l’Ohio è quello dove Hillary Clinton è più in difficoltà.
Barack Obama a Kissimmee, Florida. (AP Photo/John Raoux)
Il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, durate l'incontro in Aula con la presidente della Camera, Laura Boldrini, Roma
Un fragoroso applauso dedicato ai sindaci dei paesi dell’Italia centrale. Si è aperta così la sessione organizzata dalla Camera dei Deputati e dall’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) sul terremoto. È a loro che il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini ha rivolto “un abbraccio” e ha detto: «La messa in sicurezza del nostro territorio è una priorità», e ha assicurato: «Non vi lasceremo soli e faremo di tutto per tenere viva l’attenzione generale».
A loro e alle popolazioni che attualmente si trovano esposte alla pioggia e alle forti raffiche di vento, che da ieri si stanno accanendo sul Centro Italia. A Cascia, le tende allestite per la mensa degli sfollati (nelle quali vengono distribuiti 1.500 pasti al giorno) sono state spazzate via. Mentre nella notte l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha registrato circa 90 le scosse (di magnitudo non inferiore a 2) tra Marche, Umbria e Lazio. Due le più significative, di magnitudo 3.1 all’1:18 e alle 4:13 con epicentro vicino Ussita. Per fortuna, non ci sono stati ulteriori crolli.
Ma la paura più grande, è proprio quella di essere lasciati soli dalle istituzioni. A lanciare l’allarme è stato Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice, il paese che insieme ad Accumuli ha subito maggiori danni in seguito alle scosse del 24 agosto: «Ho la sensazione che qualcuno ci stia abbandonando, e se fosse così sarebbe grave perché noi non vogliamo essere solo un borgo da cartolina», ha dichiarato il primo cittadino. «Tornerò ad indossare la fascia con lo stemma di Amatrice, quando avrò la certezza che nessuno ci abbandona». E rivolgendosi ai seicento sindaci presenti in Aula ha concluso: «Ma sono sicuro che nessuno abbandonerà nessuno, perché dimostreremo che non siamo bravi solo in 10 giorni ma in 365».
Il sindaco di Acquasanta (Ascoli Piceno) ha, invece, portato l’attenzione sulle misure da prendere in futuro per riportare il suo Comune alla normalità: «Avevamo già grossi problemi con la scossa del 24 agosto ora abbiamo molti sfollati, con circa 700 persone al mare; a questo punto dobbiamo capire quanti sono disposti a tornare nel nostro territorio per cercare di mantenere il tessuto sociale del territorio, visto che è già stato colpito nel recente passato da un forte spopolamento».
«Ora siamo tutti impegnati nel quotidiano, ma in termini generali – ha aggiunto il sindaco marchigiano – bisogna capire se ha senso o meno ricostruire. In questo ambito il primo decreto ci ha dato una mano, ora vedremo cosa conterrà il secondo. L’importante – ha concluso – è accelerare sugli iter burocratici».
Le voci degli amministratori raccontano una realtà in emergenza, ma anche i pericoli di un sistema che a ogni nuovo cataclisma si rinnova: ovvero l’isolamento di paesi e amministrazioni più sperdute, dei luoghi più periferici del sistema nazionale. Voci che non a caso, il presidente dell’Anci Antonio De Caro, ha definito – citando le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – il «terminale più esposto e sensibile della Repubblica», e dunque «la prima frontiera della solidarietà comune», cui devono essere destinati gli strumenti necessari ad affrontare l’emergenza. Facendo riferimento all’esame della nuova legge di Bilancio in corso oggi a Montecitorio, De Caro si augura che la nuova legge rappresenti il nuovo capitolo della collaborazione tra Stato ed enti locali, e chiede lo stanziamento di 3 miliardi di euro destinati alle Regioni e ai Comuni.
Parliamo di quei Comuni che formano l’“Italia dei paesi” – montana, isolata e lontana dai grandi centri urbani -, come l’ha definita il Presidente del Consiglio Nazionale dell’Anci, Enzo Bianco. «Questa è la vera emergenza italiana», ha sottolineato. Per affrontare la quale, occorre partire da quattro punti fondamentali: il controllo dell’esodo dai piccoli Comuni, la legislazione irrazionale, la consueta diffamazione dei sindaci e la sicurezza urbana.
Italian premier Matteo Renzi speaks with his supporter at Leopolda hall in Florence, 06 November 2016.
ANSA/Maurizio Degl' Innocenti
Un tempo (brevemente) laboratorio di idee, pur funzionale alla scalata del partito, la Leopolda è sempre più solo il palcoscenico di Renzi. Di Renzi e del suo governo. È naturale che sia così, per la kermesse di una corrente che si è presto scoperta gruppo di potere – detto senza che nessuno si debba offendere.
Ai tavoli di discussione un tempo sedevano ricercatori, avvocati, rampanti consiglieri comunali. Oggi ci stanno manager di partecipate, ministri, sottosegretari. È normale che la fabbrica delle idee finisca per essere il luogo in cui si cercano, al massimo, argomenti per sostenere ciò che si sta mettendo in pratica. Basterebbe non spacciarla per altro e sarebbe anche giusto, oltre che normale. Come lo è che il comizio del leader, un tempo sindaco e oggi presidente del consiglio e insieme segretario del partito, sia la riedizione di uno dei tanti, un comizio tra gli altri. Che anche la Leopolda – anzi, che soprattutto la Leopolda – sia il luogo da cui attaccare nemici, difendere le proprie riforme, tornare sullo scontro interno al Pd.
A #Leopolda7 parliamo di contrasto alla violenza di genere. In tante e tanti, perché i diritti delle donne sono anche “cose” da uomini pic.twitter.com/uWQ4uKi3B0
Non stupisce nessuno, infatti, che da Firenze sia arrivato un attacco alla minoranza dem. Lo scontro dipinto da Renzi è «tra passato e futuro, tra rabbia e proposta, tra nostalgia e domani, tra i Gattopardi e gli innovatori», non tra «due Italie», ma tra «due gruppi dirigenti, quello del Sì, che ha un’idea chiara, e quello del No: personaggi che, se li chiudi tutti dentro una stanza chiedendogli di mettersi d’accordo su una cosa, non ne escono più». Non stupisce neanche Bersani che pure dice che il coro “fuori-fuori” che ha accolto l’invettiva è «una pagliacciata che dimostra che in quel posto non c’è cultura politica».
Non stupisce Oscar Farinetti, che pure allerta “Matteo” sul rischio antipatia. Come spiegano tutti gli esperti di comunicazione e i politologi, Renzi su quella che Farinetti chiama antipatia ha costruito anzi la sua fortuna. Ha bisogno e ricerca continuamente un nemico, Renzi: «qualcuno a cui stare antipatico», come ci dice il professore Michele Prospero.
Non stupisce, dunque, che questo sia la Leopolda. Come scrive Massimo Giannini: «Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa». «Ma c’è del metodo», aggiunge Giannini, «in questa scelta renziana».
Il metodo c’è ed è lo stesso di sempre. Con la sola novità della paura. La paura di non farcela, che spinge a preparare il piano B. A dire che dopo di lui, se vince il No, nessuno sogni un «governicchio» (scenario di cui scriveremo sul prossimo numero di Left in edicola): lui, segretario del Pd, non lo permetterebbe. Salvo non esser sicuro – si immagina – di fargli fare la fine del governo Letta. Picconandolo, sempre brillante, giovane, simpatico almeno per i suoi. Che sono quelli che contano.
MONTEVIDEO, URUGUAY - MAY 1: Former Uruguayan President Jose Mujica (R) poses for a selfie with a woman as he takes part in a rally to mark May Day, International Workers' Day in Montevideo on May 1, 2016. Carlos Lebrato / Anadolu Agency
Sabato siamo stati ad ascoltare l’ex presidente dell’Uruguay al teatro Palladium di Roma. Ottantuno anni, Pepe Mujica è in Italia per una serie di conferenze e per promuovere Una pecora nera al potere, il libro di Andrés Danza e Ernesto Tulbovitz. Appena arrivato ha esordito così: «Perché non fate entrare la gente che è fuori? Perché non volete la gente?». Ecco alcune delle perle di saggezza che ci ha regalato durante il suo intervento.
«La militanza sociale e politica non è un mestiere. È passione. Chi vive sulle spalle della politica non può essere un buon politico».
«Non possiamo farci rubare il tempo».
«La vita non è solo lavoro. Bisogna avere tempo di vivere. Le cose materiali non producono affetto. L’affetto lo producono le cose vive. Il tempo libero dedicato agli affetti. Dedicato all’amore».
«Trovo molto bello che le macchine lavorino al posto delle persone. Il problema è che le macchine non lavorano per le persone. Ma per i padroni delle macchine».
«Vivere non è vincere. Vivere è imparare ogni volta qualcosa. È un continuo ricominciare».
«Le vittime della guerra non sono quelli che decidono di farla. La lotta per la pace è la cosa più progressista in qualunque conflitto».
«È scientificamente meraviglioso che le macchine lavorino per l’uomo, ma in realtà in questo momento lavorano per le grandi imprese».
Su Left in edicola sabato 12 novembre, il racconto completo del nostro incontro con Mujica e un’intervista esclusiva all’ex presidente uruguaiano.
A Bruxelles è di nuovo tempo di Eurogruppo. Oggi pomeriggio, i ministri delle finanze dei Paesi della Zona euro torneranno a parlare di Unione bancaria, occupazione, ma anche – e soprattutto – di Grecia. Nello specifico, si attende un aggiornamento riguardo allo stato di avanzamento della “second review” (“seconda verifica”) del programma di riforme previste dal bailout. La fase preliminare della “second review” è iniziata il 21 ottobre scorso. All’alba del meeting, in Germania si mette già l’accento sui crescenti contrasti all’interno del fronte dei creditori del Paese ellenico. Su Handelsblatt, Jan Hildebrand sostiene che la partita tra creditori europei – Germania in primis, e Fondo monetario internazionale (Fmi) – si giochi intorno alla definizione di tecnica di cosa voglia di dire “obiettivo di riduzione del deficit di medio periodo”.
Come spiega Hildebrand, nel quadro degli accordi attuali, è previsto che, dal 2018 in poi, lo Stato greco realizzi “nel medio periodo” un avanzo di bilancio del 3,5 per cento. Il punto è capire cosa voglia dire esattamente “medio periodo” e se il 3,5 per cento sia un obiettivo realistico, date le condizioni di salute economica della Grecia.
Secondo l’Fmi l’obiettivo non è realistico. Christine Lagarde spinge per una riduzione all’1,5 per cento. Obiezioni a tale modifica arrivano da Wolfgang Schäuble. Ma perché è importante la valutazione di questo obiettivo di deficit?
In estrema sintesi, più si riduce l’obiettivo di surplus, prima diventa urgente un intervento sul monte debito. L’Fmi vorrebbe un alleggerimento immediato delle condizioni di credito con conseguente effetto diretto sulle risorse finanziarie già messe a disposizione ad Atene, mentre Schäuble non ne vuole sapere di interventi prima dell’estate del 2018. Ma per Atene questa sarebbe una data fuori dal tempo. La settimana scorsa in Grecia c’è stato l’ennesimo rimpasto governativo per far passare le riforme nel quadro della “seconda verifica”. È veramente difficile che Tsipras possa sopravvivere politicamente oltre il 2017 senza un intervento sul debito. E questo Schäuble dovrebbe saperlo.
Members of the audience dress as Republican presidential candidate Donald Trump and Hillary Clinton at a Trump campaign rally in Sterling Heights, Mich., Sunday, Nov. 6, 2016. (AP Photo/Paul Sancya)
Guerra totale fine di mondo all’interno del partito repubblicano. Il governtore dell’Ohio, il moderato John Kasich, che corre per la rielezione ed è un nemico giurato di Trump, ha diffuso questo video per prendere le distanze dal candidato del suo partito.
Nel video un prigioniero di guerra del Vietnam dice più o meno: «Trump ha detto che deporterà i messicani, ve ne siete infischiati, che bandirà i musulmani, ve ne siete infischiati, ha fatto aggredire persone di colore ai suoi comizi, ve ne siete infischiati. Se continua così e diventa presidente però, sarà bene che quando viene per voi ci sia qualcuno a difendervi». Più duro di così è difficile.
Kasich ha buone chance di essere rieletto ma sa che gli servono i voti indipendenti. I fedeli di Trump, infatti, potrebbero non votarlo. I due si sono scambiati insulti pesanti durante le primarie e poi su twitter. Bene, dopo la diffusione del video, alcuni alleati e portavoce Tv del candidato repubblicano si sono lasciati andare a reazioni furiose. «Ti devi vergognare, John, tu, McCain e Bush» ha detto Rick Santorum, che qualcuno ricorderà come il campione della destra religiosa alle primarie del 2012. Più duro Rudy Giuliani il 2 novembre, dopo che Kasich aveva annunciato che non avrebbe votato per Trump. Il tweet qui sotto recita: «Kasich e McCain si accodano ai codardi Bush nel rifiutare Trump. Non ce ne dimenticheremo».
Kasich and McCain join cowards George HW Bush and George W Bush (along w/ many Reagan/Bush officials) in rejecting Trump. We won't forget!
Ora, che vinca o che perda, Trump ha scassato il partito repubblicano e dopo le elezioni comincerà una guerra interna furiosa. Che partito ne uscirà e che effetto avrà tutto questo sulla possibilità di governare del prossimo presidente, è tutto da vedere. Ieri intanto, a un comizio del candidato miliardario ha suonato Ted Nugent, chitarrista hard che è quasi nazi.