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Don DeLillo, Oliver Stone, l’America anti Trump alla Festa del cinema

Festa del cinema

Poetico e realistico,  racconta la vita di un ragazzino di colore che cresce in un quartiere degradato, il film Miami, Moonlight di Barry Jenkins che apre l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, (dal 13 al 23 ottobre, all’Auditorium Parco della Musica, al MAXXI e alla Casa del Cinema). Un film che parla di razzismo, di appartenenza, di lotta per per trovare un proprio posto nel mondo. È il secondo lungometraggio  di Jenkins, dopo Medicine for Melancholy, che ha ricevuto tre nomination per l’ Indipendent Spirit Awards. Cercherà di raccontare l’America oggi da differenti punti di visti la seconda edizione della Festa delcinema diretta da Antonio Monda, pensando alle prossime elezioni e al duello Hillary Clinton- Donald Trump, a cui molti degli autori  americani invitati al festival romano sono radicalmente contrari.

A cominciare da Oliver Stone che alla Festa del cinema presenta il film Snowden e incontra il pubblico per parlare di quel che sta accadendo nella politica Usa. A cui è dedicata anche una delle retrospettive curate da Mario Sesti, con quindici film che hanno fatto la storia del cinema americano, da John Ford e Frank Capra a Steven Spielberg.  La festa del cinema cercherà di leggere il presente indagandone le radici nel passato, anche presentando inedite accoppiate.  Per esempio, Birth of a Nation di Nate Parker sarà affiancato dal film omonimo di Griffith del 1915 (che Parker evoca fin dalla scelta del titolo).

Oltre alla corsa per le presidenziali gli altri temi che percorrono il programma della Festa del cinema 2016 sono la rivoluzione tecnologica con il nuovo, graffiante, docufilm di Werner Herzog,  Lo and Behold. Internet: il futuro è oggi, in cui il regista di Fitzcarraldo e dell’Enigma di Kaspar Hauser,che racconta gli arbori del web e   la precarietà del posto di lavoro, «argomento che domina i tre film italiani proposti nella selezione ufficiale», sottolinea Monda.  Molta attenzione quest’anno anche al cinema messicano e a quello rumeno che sta attraversando un periodo particolarmente vivo, sperimentando con generi e linguaggi differenti.  Molto spazio nel programma è dedicato anche al mondo della musica e dell’arte contemporanea. Quest’anno Antonio Monda ha avoluto dedicare uno spazio a film che parlano di arte e ai suoi protagonisti, a cominciare da Gilbert&George che hanno segnato con le loro bizzarrie pop la stagione anni Settanta della Brit Art.

Alla Festa del cinema si parlerà anche di architettura, grazie all’ incontro con Daniel Libeskind che ha ideato il Jüdisches Museum di Berlino e, fra molto altro, firma la ricostruzione  del World Trade Center di New York. Molto ricca quest’anno è la sezione “incontri ravvicinati”, in cui il direttore artistico del festival dialoga con attori, registi, scrittori,  in gran parte statunintensi. Per tutta la durata della rassegna il salotto letterario che Monda anima tutto l’anno a New York si trasferisce a Roma ospitando – fra molti altri – gli attori Meryl StreepTom Hanks e Viggo Mortensen,  il volto di Aragorn nella trilogia de Il signore degli Anelli e candidato all’Oscar per La promessa dell’assassino di David Cronenberg. Ma soprattutto sono da non perdere gli incontri il drammaturgo e  premio Pulitzer David Mamet e soprattutto con lo scrittore Don DeLillo. Nato nel Bronx da una famiglia di origine italiana, con libri come Rumore bianco ha raccontato la fine del sogno americano e l’agghiacciante vuoto che si nasconde in una società in cui la felicità è basata sul consumo, sul controllo ossessivo attraverso telecamere, sulla proprietà privata e l’esclusione. Amante del cinema di Michelangelo Antonioni e da sempre attento a quel  che si muove nel mondo dell’arte contemporanea, DeLillo parlerà delle sue passioni incontrando il pubblico della Festa. Autore schivo,  che non ama le interviste,  non capita spesso di incontrarlo a festival e rassegne. Occasione imperdibile, dunque per chi ama la sua letteratura, considerata dai critici un emblema del postmoderno, ma che del postmoderno offre una visione critica e disincantata.  Su questa linea si muove anche il suo ultimo romanzo Zero K,  pubblicato ad inizio ottobre in Italia  da Einaudi e che racconta di un’azienda  di ricerche biomediche che, con nuove tecnologie informatiche, riesce a conservare i corpi e le coscienze fino al giorno in cui la medicina potrà guarire ogni malattia.

 «Non esiste pellicola mediocre redenta dal glamour del red carpet» scrive Monda, promettando un’edizione della Festa del cinema che  guarda alla qualità e che oltre alla  selezione ufficiale, alle retrospettive, agli omaggi presenta quest’anno un convegno dedicato alla critica cinematografica e la sezione ” tutti ne parlano” con «alcuni tra i migliori film presentati in altri Festival che non sono stati ancora distribuiti in Italia». La Festa 2016 presenta 45 tra film e documentari, provenienti da 26 paesi diversi.  Fra i film più attesi Foster Jenkins di Stephen Frears, Manchester by the sea di Kenneth Lonergan e Moonlight di Barry Jenkins. Riguardo al cinema italiano, molto atteso è il film Sole cuore amore di Daniele Vicari, ma ci sarnno anche 7 minuti di Michele Placido e Naples ’44 di Francesco e Maria per Roma dell’esordiente Karen Di Porto.

E per cercare la qualità, Antonio Monda guarda al passato del cinema italiano con retrospettive dedicate a Valerio Zurlini e a Luigi Comencini,  nel centesimo anniversario della nascita, riprendendo un cult come Pinocchio. Mentre altre proposte di giovani autori s’incontrano nella rassegna dedicata al pubblico più giovane,  Alice nelle città, quasi un festival nel festival. In questo ambito sarà presentato In Bici senza Sella, opera prima di sette giovani registi esordienti. Il film, che ha già vinto il Toronto Independent Film Award come Miglior Film, uscirà nelle sale il 3 novembre distribuito da Zenit distribution. (qui l’intervista ad Alessandro Giuggioli, ideatore del progetto). il programma completo di Alice nelle città,  all’Auditorium e al Cinema Admiral, è pubblicato qui : www.alicenellecitta.com

Ora la Camera ha il problema di dire sì al Def ottimista di Renzi

Renzi e Padoan presentano il Def a palazzo Chigi
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (s) e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (d) durante conferenza stampa al termine della riunione Consiglio dei Ministri che ha dato il via libera alla nota di aggiornamento del Def. Roma, 27 settembre 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Le polemiche sul Def, dalle pagine dei giornali sono arrivate in commissione bilancio, alla Camera, dove il documento economico del governo ha iniziato il suo iter parlamentare. Licenziato da palazzo Chigi il 27 settembre, dopo le audizioni con il ministro dell’Economia, la commissione ha però rallentato il ritmo, con le opposizioni, da Forza Italia, a Sinistra Italiana e 5 stelle che hanno chiesto più carte, più numeri a sostegno dei dati del governo. Una richiesta simile a quella avanzata anche dal presidente della commissione Francesco Boccia, dem.

E così l’esame dell’aula slitta almeno di un giorno, da martedì prossimo a mercoledì. Serve un giorno in più alla commissione, dunque, che vuole alcune integrazioni del governo sulla nota di aggiornamento al Def. Note che permettano ai deputati, e poi ai senatori, di capire grazie a quali misure l’esecutivo ritiene di poter portare la crescita del Pil del 2017 all’1%. Una stima che i più hanno definito ottimistica. «Vedremo chi ha ragione», ha detto Renzi. Ma sul Def sarebbe meglio non fare scommesse. Secondo quanto è stato deciso nell’ufficio di presidenza della commissione Bilancio, infatti, l’esame del documento di economia e finanza non si concluderà «fino a quando il governo non abbia resi noti, sia alla commissione che all’ufficio parlamentare di bilancio, le misure dettagliate che saranno previste nel ddl di bilancio e l’impatto che tali misure potranno avere sul tasso di crescita».

Il problema è dunque stabilire il confine tra una manovra correttiva che punti deliberatamente a aumentare il deficit per finanziare investimenti o altre politiche, e una manovra giudicata invece semplicemente «furba». Perché il governo ha sì corretto al ribasso le stime largamente ottimistiche fatte all’inizio dell’anno, ma si è mantenuto comunque alto. Il governo ha abbassato le stime, infatti, dall’1,2% previsto ad aprile allo 0,8% per il 2016 e dall’1,4% all’1% per il 2017. Ma il Fondo Monetario Internazionale ha stimato invece uno 0,8% per il 2016 e uno 0,9 per il 2017. L’Ocse dice 0,8% all’anno, Confindustria, 0,8% e 0,7. E sono comunque dati più alti di quelli su cui scommettono le banche d’affari

Ribelliamoci a questi Vip del Grande Fratello che non sanno stare in tv

Ilary Blasi e Alfonso Signorini in occasione della presentazione del Grande Fratello Vip, Roma, 16 settembre 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

A pensar male si sa si fa peccato, ma sul caso Russo-Bettarini, colti in flagrante dalle telecamere del Grande Fratello Vip mentre si esibivano in un tradizionale rituale di machismo da quante me ne sono scopate, lasciateci pensare male. E non si pensa male solo per le frasi sessiste del pugile («la dovevi lasciare lì morta sul letto») e del calciatore conosciuto, più che per le sue prodezze sportive, per essere stato sposato con Simona Ventura, all’epoca in cui era la donna più famosa della televisione italiana. Ma perché lo spettacolo raccapricciante al quale abbiamo assistito per vie più o meno dirette ci restituisce un ritratto piuttosto calzante del nostro Paese.
Partiamo dall’inizio: siamo su canale 5 e questo è il Grande Fratello VIP. Vip che sta per very important person, espressione discutibile, ma che in sostanza indica, in questa accezione, che sei famoso, che in tv ci sei stato, ne conosci le regole, i trucchi, i retroscena. Insomma se sei Vip, nell’accezione per cui Bettarini è un vip, con la televisione hai un rapporto smaliziato e confidenziale. Ecco, mi chiedo: è possibile che un personaggio famoso, cresciuto anche a ospitate tv e party nel mondo del jet set, si dimentichi che c’è un microfono accesso, un pubblico che guarda, una telecamera che riprende? Forse possiamo credere alla tesi per cui Stefano Bettarini in fondo abbia «fatto una cazzata» come ha detto lui stesso o «si sia dimenticato lì dentro, chiuso ne “La Casa”, di essere di fronte ad un pubblico».
Se sei un habitué della televisione non puoi giustificarti dicendo che non ti eri ricordato di essere in televisione. Meglio, non puoi non avere chiaro in testa cosa si può dire o meno di fronte a una platea televisiva di un programma generalista che verrà visto da circa 4 milioni di italiani.
Se non sei in grado di comunicare, senza offendere, istigare all’odio o alla discriminazione, in tv non ci dovresti stare. E qui sorge il problema: spesso, quello che funziona in tv è proprio questo le “scene madri”, i litigi, le offese piacciono e piacciono ancora di più quando il format è un reality come il Grande Fratello nato proprio per far rivivere al pubblico, protetto dallo schermo, la rassicurante posizione di essere una comunità moralizzante e giudicante, riproponendo dinamiche tipiche dei piccoli paesi di provincia dove tutti sanno tutto di tutti e le voci girano in fretta. Quello se ne è scopate mille, quell’altro è gay, ma guarda come è effemminato, quell’altra ancora è una svergognata: ecco a voi l’Italia più bassa e piccola, quella per cui chiamare “ricchione” (o “friarello” per essere precisi e citare l’insulto detto sempre Clemente Russo a Bosco Cobos) qualcuno è uno scherzo. Goliardia. Ridiamo. Ridiamo con lo stesso spirito con cui i bambini ridono dicendo cacca e pipì, che sono cose sporche e se le dici fa ridere. Ecco, chiamare un concorrente gay dichiarato non fa ridere, perché essere gay non è una cosa sporca. Chiamare una donna zoccola, o dire che andrebbe lasciata lì morta, non fa ridere e non dovrebbe nemmeno venire in mente.
A tutto questo si aggiunge il brivido della diretta. Sì, ma diretta di cosa, se il regista ha la possibilità di avere a disposizione decine di camere e inquadrature fra le quali scegliere cosa mandare in onda e con è cui è possibile censurare le idiozie dei concorrenti?
E allora perché scatenare la bufera se si poteva evitare? Perché il format vive di questo, del pettegolezzo e dell’errore da moralizzare. E infatti in diretta arrivano puntuali Ilary Blasi e Alfonso Signorini a bacchettare i due ragazzoni, li fanno quasi piangere. Signorini, direttore di Chi (altro medium moralizzante e pettegolo), spiega a Bettarini che “no, non si fa, non si dice perché non è un atteggiamento da padre di famiglia”. Ecco no. Non è un atteggiamento in generale da essere umano. Non c’entra nulla se sei un padre di famiglia o un single scapestrato che fa strage di cuori. Non è ammissibile che si dicano certe cose. Non è ammissibile soprattutto in una trasmissione che teoricamente è Vip, ovvero popolata da dei professionisti della scena pubblica.
Clemente Russo, per le sue affermazioni, rischia di passare dei grossi guai essendo parte del corpo di polizia penitenziaria e quindi sottoposto ad un preciso codice di comportamento etico. E gli altri? Perché non c’è un codice di comportamento etico per chi lavora in Tv? Perché prima di mandare in onda certa roba, non ci si fanno due domande che hanno a che fare con le conseguenze sul Paese reale di quello che viene proposto come modello valoriale in tv? Vi risponderanno che è colpa del pubblico, che il pubblico vuole vedere quella roba lì. Ecco, vi prego, voi io, noi che insieme siamo pubblico: ribelliamoci. E se è il pubblico che comanda, tanto per riutilizzare una frase pop, allora: “andiamo a comandare”. Con la testa però.

Brexit: i Tories propongono la gogna per i lavoratori stranieri e chi li impiega

Amber Rudd Home secretary britannica
epa05423539 Amber Rudd, Secretary of State for Energy and Climate Change in the former cabinet of resigned Prime Minister David Cameron, arrives at Downing Street after being summoned by new British Prime Minister Theresa May in London, Britain, 13 July 2016. Theresa May has become Britain's Prime Minister after a meeting with the Queen and has begun building a new cabinet. EPA/ANDY RAIN

«Sono qui ad avvertire coloro che si oppongono alla riduzione del numero netto di immigrati: questo governo non rinuncerà al suo impegno di occuparsi prima dei britannici» (“british people first”, è la frase, applausi della sala).

Amber Rudd, la Home Secretary, il ministro degli Interni britannico ha parlato alla conferenza annuale del suo partito, quello conservatore, a Birmingham. Il centro del suo discorso è forse la frase qui sopra, accompagnata da alcune proposte: espulsione facilitata dei piccoli criminali anche cittadini europei e divieto di ritorno in Gran Bretagna, cambiamento del sistema di visti per gli studenti universitari in maniera che arrivino solo quelli migliori, incoraggiando le imprese ad assumere prima i sudditi di Sua Maestà. E poi incoraggiare le imprese a rendere pubblica la quota di lavoratori stranieri che impiegano.

Questa è la proposta che ha fatto più rumore e che ha fatto infuriare cittadini stranieri, che spesso lavorano in posizioni di alto livello, magari alla City e anche la Confindustria locale. L‘idea di far pubblicare le quote è un modo per umiliare in qualche modo quelli che impiegano troppi stranieri. Ma è potenzialmente un danno grave. La verità è infatti che c’è un problema di lavori che le persone non vogliono più fare – perché degradanti, pagati male o perché il mercato è in parti del Paese dove bisogna guadagnare molto per avere una casa dignitosa, cfr Londra – ma, specie in alcuni segmenti del mercato del lavoro britannico, c’è una classe dirigente mondiale al lavoro in centri ricerca, università, società finanziarie, servizi di alta qualità che rendono l’economia britannica internazionale e competitiva. O che, come ha dichiarato Anna Soubry, deputata conservatrice che si era schierata contro la Brexit, «tornano a casa conoscendo il modo in cui funzioniamo, grati al nostro Paese e fortificano le relazioni tra noi e i luoghi con cui commerciamo».

La verità è che i Tories, come ha fatto anche capire la premier Theresa May, si preparano a una Brexit molto più dura del previsto, che l’obbiettivo è quello – cinico – di incassare il risultato del referendum e riprendersi i voti in uscita verso l’Ukip. Anni di retorica sull’immigrazione, mentre i numeri non calavano – nonostante all’Home Office ci fosse l’attuale premier – non sono bastati e oggi il partito di Cameron, dimenticato in fretta dal suo partito, assente persino nella galleria fotografica di primi ministri a Birmingham, svolta a destra.

L’elettorato conservatore ha votato per l’uscita ed ha nostalgia di un Paese che non c’è più. Stesso discorso per gli elettori che scelgono la formazione già guidata da Nigel Farage (che probabilmente tornerà alla guida del “suo” partito). In questo contesto non è la proiezione internazionale della City che conta e neppure l’eccellenza delle università – che ci guadagnano ad avere scienziati di prim’ordine, anche quando questi non parlino correntemente inglese. Il fatto che il Labour sia tanto indietro nei sondaggi e che a guidarlo sia rimasto Jeremy Corbyn viene considerato da May e compagni un lasciapassare per politiche di destra e anche anti-globalizzazione: non sarà il Labour a correre in soccorso della City. Nel suo discorso, la stessa May ha corteggiato la working class (bianca) e attaccato la finanza. Intanto la sterlina è ai minimi storici, chissà se la cosa preoccupa il 10 di Downing Street oppure se May ritiene che si possa vivere come ai bei tempi in cui la Gran Bretagna viveva beatamente isolata.

Aleppo, gli Usa ragionano su bombardamenti contro Assad

FILE -- In This April 21, 2014, file photo, provided by the anti-government activist group Aleppo Media Center (AMC), which has been authenticated based on its contents and other AP reporting, shows a Syrian man holding a girl as he stands on the rubble of houses that were destroyed by Syrian government forces air strikes in Aleppo, Syria. Nearly 100 children were killed in a single week in Aleppo as Syrian and Russian warplanes sought to bombard into submission the rebel eastern districts of the city that have held out against Syrian government forces for five years. Without hope for the future, no regular schooling and little access to nutritious food, the children of Aleppo and their parents struggle to survive and fear the threat an imminent ground offensive. (AP Photo/Aleppo Media Center AMC, File)

I mezzi corazzati di Bashar al Assad hanno passato la linea del fronte di Aleppo, entrando per la prima volta in quattro anni nella parte della città controllata dai ribelli. La battaglia per la città siriana, insomma, è in una fase nella quale l’esercito regolare siriano, assieme alle milizie libanesi e iraniane, tenta la spallata finale. Il sostegno aereo russo continua e ieri, secondo le notizie che giungono dalla città, dovrebbe aver fatto 16 morti e circa 30 feriti. I ribelli sostengono di aver fermato l’avanzata e distrutto diversi mezzi blindati siriani. Intanto Mosca ha spedito in Siria dei sistemi di difesa anti-missile.

Tra bombe e accerchiamento, l’idea russa e siriana sembra essere quella di ridurre alla fame e alla sete i civili e i combattenti e annichilirli con una potenza di fuoco mai usata fino a oggi, nemmeno sulle devastate città siriane. I morti sono circa 300 da quando il cessate il fuoco è saltato. Poi c’è la sofferenza dei civili.

All’Onu, Francia e Spagna stanno mettendo assieme una risoluzione di condanna del regime che non andrà da nessuna parte a causa del già annunciato veto russo.

È in questo contesto di stallo diplomatico e relativa umiliazione, che gli Stati Uniti starebbero ragionando, scrive il Washington Post,  sulla possibilità di colpire le infrastrutture militari della Siria di Assad. Oggi si riunisce un comitato di alto livello e nel weekend ci dovrebbe essere una riunione con Obama. Allo studio diverse opzioni: il tentativo di imporre una no fly zone sopra Aleppo, la possibilità di distruggere l’infrastruttura aerea del regime siriano. La volontà americana sarebbe quella di fermare l’avanzata su Aleppo, far pagare un costo ad Assad per le violazioni di ogni codice di guerra e costringerlo a tornare a un tavolo negoziale. La difficoltà di non avere un mandato Onu potrebbe venire aggirata conducendo raid – o sparando missili dalle navi – in maniera coperta. Anche questa è una ipotesi in discussione. Il sistema di difesa anti missile arrivato dalla RUssia serve anche a questo.

La verità è che, in una Washington presa dalla campagna elettorale, l’amministrazione ha paura a fare qualsiasi passo. Ma certo la situazione è grave e relativamente umiliante per gli Usa. La partita di immagine – se la vogliamo chiamare così – la sta stravincendo Putin e per i leader del mondo libero, come gli Usa chiamano definirsi, quella siriana è una macchia – come dovrebbe esserlo anche per l’Europa, a prescindere dalla prosopopea americana di pensarsi centro del mondo.

Nei giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un audio del Segretario di Stato John Kerry che, parlando con i membri dell’opposizione siriana, si lamenta del fatto di aver chiesto di bombardare e di aver «perso la partita». Kerry aggiunge che la situazione ad Aleppo potrebbe cambiare le cose. L’audio di Kerry, che si lamenta dei russi «che non credono alle regole internazionali» e che sostiene che Assad non si fermi di fronte a nulla, segnala lo scontro interno all’amministrazione. Obama è il meno propenso ad agire, Kerry, che oggi continua a voler dialogare con Mosca, sta in mezzo e all’estremo opposto ci sono pezzi di Pentagono e Samantha Power, ambasciatore americano all’Onu, storica confidente del presidente in politica estera e teorica dell’intervento umanitario che nei giorni scorsi all’Onu ha alzato i toni contro Mosca ha scritto cose importanti sul genocidio ruandese del 1994, sostenendo che in situazioni simili è giusto intervenire. I dissidi interni, la volontà di Kerry di proseguire a trattare con Mosca nella convinzione che i russi si rendano conto dei pericoli di un impegno a lungo termine nella regione, la difficoltà nell’avere a che fare con un’opposizione siriana divisa e a tratti qaedista, rendono complicata ogni ipotesi. E il rischio è quello del proseguimento dello stallo da parte occidentale. L’unica certezza sono i morti civili di Aleppo.

Aleppo, bambini fanno il bagno in una pozza
(Aleppo Media Center via AP, File)

 

 

 

I nostri negri hanno la faccia di Stefano Cucchi

"Uno striscione con su scritto 'Il sangue di Cucchi, la vostra vergogna' e litri di vernice rossa gettati a terra - a simboleggiare il sangue di Stefano Cucchi, A piazzale Clodio, Roma, 6 novembre 2014. ANSA/UFFICIO STAMPA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Negli USA ormai la caccia al negro da parte delle forze dell’ordine è all’ordine del giorno. Il colore della pelle è il più significativo indizio per meritarsi un’esecuzione sommaria in mezzo alla strada: pallottole in corpo e al massimo qualche moglie o fidanzata che si strappa i capelli urlando l’innocenza e l’esagerazione del gesto. Loro, i poliziotti, a volte succede che addirittura sorridano confidando in una giustizia indulgente verso chiunque indossi una divisa. Quando un poliziotto americano ammazza un negro noi, qui in Italia, fingiamo un briciolo di disagio per qualche minuto e poi basta. Del resto siamo in pochi ad avere negri in casa.

Qui da noi invece siamo più evoluti: i negri sono tutti coloro che non hanno (o mostrano di non avere) la possibilità di alzare la voce. Tossici, piccoli spacciatori, disoccupati incazzati e “zecche” di sinistra sono negri al di là del loro colore. Le forze dell’ordine troppo spesso sono state spericolate e vigliacche: se sanno di avere formalmente tutte le carte a posto sfogano sui manganelli un odio sociale covato da anni di ignoranza, umiliazioni (subite mica dai negri ma dalla politica e dalla catena di comando) e patetico spirito di vendetta. Anche loro in fondo sanno che la giustizia deve riuscire a gare giri lunghi e tortuosi per toccare un uomo in divisa. Così anche loro ridono, lavorano, fingono.

I nostri negri hanno la faccia di Stefano Cucchi: vittime rase al suolo da chi (da appartenente alle forze dell’ordine) sa che la Ragion di Stato e una condanna giusta sono lontane a venire qui da noi. Qui però non ci sono manifestazioni. No.

Buon mercoledì.

 

Ilaria Cucchi: «Avremo un processo per l’omicidio di Stefano»

Ilaria Cucchi durante la trasmissione "In 1/2h" condotta da Lucia Annunziata, Roma, 10 gennaio 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

«Le lesioni riportate da Stefano Cucchi dopo il 15 ottobre 2009 non possono essere considerate correlabili causalmente o concausalmente, direttamente o indirettamente anche in modo non esclusivo, con l’evento morte». Ma Cucchi potrebbe essere morto per epilessia oppure per le conseguenza della «recente frattura traumatica di S4 (una vertebra sacrale, ndr) associata a lesione delle radici posteriori del nervo sacrale».

«Ci sarà un processo per omicidio», commenta subito Ilaria, la sorella della vittima di fronte alle conclusioni ambigue del collegio peritale nominato dal gip dell’inchiesta bis che coinvolge i carabinieri che la sera dell’arresto ebbero in consegna Stefano Cucchi. A capo del collegio, il professor Introna del Policlinico di Bari, considerato dai familiari vicino politicamente a quel La Russa che, da ministro degli Interni di Berlusconi, si spicciò ad “assolvere” i carabinieri. «Queste sono le conclusioni della Perizia Introna – scrive IlariaCucchi sul profilo fb – il perito Introna tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello.

Riconosce “bontà sua” la frattura di L3 da noi per sette anni sostenuta e riconosciuta dai PM, poi alza una cortina di fumo dicendo che è impossibile determinare con certezza una causa di morte di Stefano. Il collegio peritale poi si avventura a formulare due ipotesi di morte. La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce “priva di riscontri oggettivi”». «La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture.

A pagina 195 descrive compiutamente «un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale», che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte. Il perito Introna infatti poi fa il giurista e dice in buona sostanza che coloro che lo hanno violentemente pestato rompendogli la schiena in più punti non sono responsabili della sua morte per il fatto che il terribile globo vescicale che ha fermato il suo cuore non si sarebbe formato se non ci fosse stata la responsabilità degli infermieri. È questa la causa di morte da noi sempre sostenuta in questi anni, che a differenza dell’epilessia ha elementi oggettivi e riscontrati dagli stessi periti. Raffreddo gli entusiasmi di coloro che si fanno forza di una presunta morte per epilessia facendo notare che i periti non sono nemmeno d’accordo con loro stessi sull’effettiva assunzione della terapia anti epilettica da parte di Stefano, che sarebbe l’elemento centrale per arrivare, a dir loro, a quella causa di morte. Infatti, mentre a pagina 196 della perizia sostengono che “non è verosimile che Cucchi abbia assunto una terapia anti epilettica”‘, a pagina 186 invece avevano scritto che aveva preso le medicine. Faccio comunque notare che non è il giurista Introna a definire il nesso causale ma saranno i magistrati della procura ed i giudici». «È evidente che se Stefano fosse morto di epilessia, come ipotizzato nella perizia, secondo quanto dicono gli stessi periti ciò sarebbe stato possibile in funzione delle condizioni fortemente debilitate dalla sua magrezza e dalle lesioni subite nel pestaggio – continua Ilaria – gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore. Con una perizia così ora sappiamo che finalmente abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale. Con buona pace dei medici e degli infermieri che vengono continuamente assolti».

Il geometra romano morì il 22 ottobre del 2009 una settimana dopo il suo arresto per droga seguito da un calvario tra guardine di carabinieri, Regina Coeli, i sotterranei di Piazzale Clodio e il repartino penitenziario di Regina Coeli. La morte di Stefano Cucchi avvenne, secondo la perizia «in maniera improvvisa e inaspettata a causa dell’epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti-epilettici». Al collegio peritale che ha formulato questa ipotesi fu affidato l’incarico di accertare attraverso l’esame tecnico-scientifico la natura, l’entità e l’effettiva portata delle lesioni patite da Stefano Cucchi perchè dotata di maggiore forza e attendibilità.

In un documento di 250 pagine i periti hanno raccolto quanto emerso dalla loro indagine. I dati raccolti non consentirebbero di formulare con certezza quali siano le cause della morte, ma due sarebbero le ipotesi da prendere in considerazione: una con riferimento all’epilessia e l’altra alla frattura della vertebra sacrale. Più attendibile, in ogni caso, come causa della morte è quella rappresentata da un decesso improvviso d inaspettato per epilessia, secondo gli esperti, che, in altro punto, poi sottolineano: «Le lesioni riportate da Stefano Cucchi dopo il 15 ottobre 2009 non possono essere considerate correlabili causalmente o concausalmente, direttamente o indirettamente anche in modo non esclusivo, con l’evento morte». Scrivono ancora i periti nel documento: «La tossicodipendenza di vecchia data può aver svolto un ruolo causale favorente per le interferenze con gli stessi farmaci antiepilettici alterandone l’efficacia e abbassando la soglia epilettogena. Analogamente concausa favorente può essere considerata la condizione di severa inanizione sofferta da Cucchi».

La seconda ipotesi «è correlata con la recente frattura traumatica di S4 associata a lesione delle radici posteriori del nervo sacrale». Entrambe le ipotesi sarebbero, secondo i periti, «possibili ma la prima a nostro avviso è dotata di maggior forza ed attendibilità nei confronti della seconda».
L’indagine bis vede iscritti nel registro degli indagati cinque carabinieri di Roma si tratta di Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco (è stato ipotizzato per loro il reato di lesioni personali aggravate da pubblica autorità), nonché Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini, indagati invece per falsa testimonianza e Nicolardi anche per false informazioni al pm.

Scrittori sotto falso nome da Omero al caso Elena Ferrante

“Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura.”, avverte l’autrice Elena Ferrante nel suo “Frantumaglie”, citando quello che Italo Calvino rispose alle insistenti richieste di informazioni personali da parte di una studiosa. Il libro che avrebbe dovuto essere la biografia-confessione dell’autrice più ricercata d’Italia, secondo chi se ne intende, sarebbe pieno di incongruenze, soltanto un’altra storia inventata delle sue. E così la pensa anche Claudio Gatti, il giornalista de Il Sole 24 Ore che ha svolto su di lei un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo, mettendosi sulle tracce dei conti personali dell’autrice in un’inchiesta finanziaria stile “follow the money”. Secondo il giornalista, la situazione finanziaria, immobiliare e personale della traduttrice napoletana Anita Raja non lasciano più dubbi.

Anita Raja, 63 anni, lavora da decenni come traduttrice dal tedesco nella stessa casa editrice di Elena Ferrante, la E/O, è coniugata con lo scrittore Domenico Starnone, che, secondo Gatti, nella quadrilogia “L’amica geniale” sarebbe Nino, il protagonista maschile; il nome della protagonista Elena Greco sarebbe un richiamo affettuoso alla sorella del padre; il riferimento alla Normale di Pisa riguarderebbe gli studi della figlia, Viola Starnone, mentre alcuni passaggi dei suoi romanzi confermerebbero la sua non celata passione per la scrittrice Christa Wolf che più volte ha tradotto.

Oltre alle motivazioni biografiche, Gatti propone una lettura critica della situazione finanziaria dei Raja-Starnone, che migliora di pari passo con gli introiti che la casa editrice E/O fa grazie alle pubblicazioni di Elena Ferrante: secondo i dati di Gatti, – solo per citare i più eclatanti – ultimamente Raja e Starnone hanno acquistato tre proprietà a Roma e una in Toscana per un valore di oltre due milioni di euro in seguito al successo della quadrilogia, senza poter giustificare tali risorse economiche con le attività di traduttrice e di scrittore.

Per ora né l’autrice né la sua casa editrice hanno smentito tale ipotesi, salvo criticare Gatti di violazione della privacy, cui il giornalista ha risposto tirando in ballo il diritto che i lettori hanno di sapere la verità e le responsabilità di un personaggio pubblico verso il suo pubblico.

Ma il caso nostrano di nom de plume, che tiene sulle spine milioni di lettori di tutto il mondo, non è una novità nell’universo letterario, soprattutto in tempi in cui superare le selezioni degli editori non era facile, specialmente per le donne.  

Uno dei casi più eclatanti e duraturi di pseudonimia riguarda Louisa May Alcott, l’autrice di “Piccole Donne”, che ha tenuto nascosta per tutta la sua vita la pubblicazione di quattro romanzi dell’orrore con lo pseudonimo maschile di A.M. Barnard.

Meno misteriosi, invece, sono rimasti i nomi scelti dalle sorelle Brontë per la pubblicazione dei loro primi libri: Charlotte, l’autrice di “Jane Eyre”, ha scelto Currer Bell, Emily di “Cime tempestose” ha scelto Ellis Bell e la più giovane Anne, di “Agnes Grey”, Acton Bell. Il segreto è durato poco più di un anno, perché le sorelle hanno dovuto, dopo poco, convincere l’editore di essere persone diverse.

Una vera e propria lezione, invece, è arrivata dal premio Nobel per la letteratura Doris Lessing, che ha pubblicato – con grande difficoltà e dopo il rifiuto netto del suo editore abituale – due romanzi sotto falso nome (“Il diario di Jane Sommers” e “Se gioventù sapesse”), per dimostrare le difficoltà dei giovani autori esordienti.

Agatha Christie, invece, ormai celebre giallista, per non deludere il suo pubblico, si è firmata Mary Westmacott nei suoi romanzi rosa, mentre sembra che Jane Austin, la famosissima autrice di “Orgoglio e pregiudizio”, dal 1811 in poi – e cioè per la pubblicazione dei suoi romanzi più famosi – si sia firmata “A lady” per mantenere un sobrio anonimato.

Forse per vezzo, forse per un atto di prudenza, Amantine Aurore Lucile Dupin, una delle più interessanti autrici dell’Ottocento, femminista, socialista e anti-clericale, legata a de Musset e a Chopin, si è celata per tutta la vita dietro il celebre nome di George Sand.

Più recente è stata, invece, la scoperta delle vere generalità  – tenute nascoste per 40 anni- dell’autrice del romanzo erotico che ha scandalizzato l’Europa “Histoire d’O”, pubblicato nel 1954 e scritto dalla giornalista e traduttrice Anne Cécile Desclos sotto le spoglie di Pauline Réage.

Il caso più contemporaneo, oltre a quello di Elena Ferrante, è quello di J.K. Rowling, l’autrice del best seller “Harry Potter”, che ha firmato con il nome di Robert Galbraith il giallo “Il richiamo del cuculo”, nel 2013, nome che ha mantenuto per quel libro anche dopo essere uscita allo scoperto. 

Anche tra gli autori di genere maschile si sono verificati casi di pseudonimia, per ragioni legate al divertimento, alla creatività, alla privacy, a esigenze commerciali.

Stephen King, per esempio, alla fine degli anni ‘70 ha pubblicato sei romanzi come Richard Bachman, perché la sua casa editrice non voleva appesantire il lettore con più di un suo libro all’anno. Roman Kacew, lituano, invece, ha scelto ben due nomi diversi per partecipare al premio francese Goncourt, che ha vinto, con due romanzi “Le radici del cielo” e “La vita davanti a sé” come Romain Gary ed Emile Ajar, sfidando il regolamento che vietava di premiare nomi fittizi. La sua vera identità è stata svelata soltanto in seguito al suo suicidio.

Le vicende legate al nome spesso raccontano il desiderio di avere un nome d’arte perché quello di battesimo è ritenuto troppo indelicato e poco nobile: è il caso di Alberto Moravia, all’anagrafe Pincherle, di Italo Svevo, nato come Aron Hector Schmitz, di Umberto Saba, il cui vero cognome era Poli o di Carlo Collodi che di cognome faceva Lorenzini, di Curzio Malaparte, battezzato Kurt Erichsuckert e di Sibilla Aleramo, che per tutti era “Rina”, il diminutivo di Marta Felicia Faccio.

E poi c’è chi del nome ha fatto una forma d’arte, come Fernando Pessoa, che ha coniato almeno quattro eteronimi di se stesso (Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares e Alvaro de Campos) che ha dotato di personalità poetiche e biografiche proprie e indipendenti da sé, veri e propri autori di molti dei suoi romanzi. 

Insolubili resteranno, invece, i casi letterari più celebri della storia, legati al nome e all’identità: Omero e William Shakespeare, entrambi ritenuti incapaci di concepire da soli opere di tale grandezza e sofisticatezza ed entrambi sconosciuti. E per ora resta ignota anche l’identità di Banksy, il più celebre street artist del momento, che protegge la sua identità per motivi politici e di sicurezza personale.

Al di là delle pretese di verità e di trasparenza, il gioco delle identità ha sempre fatto parte della storia della letteratura e dell’espressione artistica, dall’essere uno schermo contro il pregiudizio per le donne, un espediente commerciale  all’essere una licenza creativa per gli uomini, l’espressione di identità plurime, una strategia editoriale, una protezione.

“Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga scoperto”, ha scritto Italo Calvino, in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, come se in fondo volesse dire che il disvelamento dell’identità sfugge al controllo dell’autore e fa parte della scrittura, che lo si voglia o no. 

Stati Uniti, è la volta del duello Tv tra Kaine e Pence, tra i vice più noiosi di sempre

Le preparazioni della sala per il dibattito tra Pence e Kaine
An official stands on stage during preparations for the vice-presidential debate between Republican vice-presidential nominee Gov. Mike Pence and Democratic vice-presidential nominee Sen. Tim Kaine in at Longwood University in Farmville, Va., Monday, Oct. 3, 2016.(AP Photo/AP Photo/Patrick Semansky)

Stanotte alle tre ora italiana, la campagna elettorale vive uno dei momenti meno attesi: il dibattito tra vicepresidenti. Alzi la mano chi si ricorda i loro nomi senza leggere il titolo qui sopra. Se negli anni passati, grazie a Sarah Palin, Paul Ryan e Joe Biden ci sono stati momenti di un qualche divertimento, stavolta sembra davvero difficile. Palin era una campionessa populista, Ryan una figura emergente del partito repubblicano e Biden uno che ha la battuta pronta e a volte si lascia andare. Non è il caso del vice di Hillary, Tim Kaine, e nemmeno del governatore dell’Indiana Mike Pence, il vice scelto da Trump per rassicurare l’ala conservatrice del partito.

Il dibattito arriva però alla fine di un periodo pessimo per Trump, messo sotto accusa per non aver presumibilmente pagato le tasse per 18 anni, in polemica con la ex miss Universo (e le donne in genere), criticato per aver voluto preparare il dibattito Tv perso malamente con Hillary Clinton. E con i sondaggi, nazionali e statali, che hanno ripreso una brutta piega per le speranze repubblicane. Una super performance di Pence, potrebbe dunque aiutare un pochino le sorti del ticket repubblicano. Ma credere a una super performance di un politico tendenzialmente anonimo e noioso sembra difficile. Certo è che, a differenza del suo capo, il vicepresidente candidato si è preparato in maniera ossessiva. Studiando carte, politiche, interviste dell’avversario.

Non che Tim Kaine sia granché più esaltante. Non è un oratore brillante, non fa ridere e non è telegenico. Ma è preparato ed esperto. Suo compito, come quello di Pence, è quello di rassicurare, non di esaltare e di continuare la serie di attacchi alla figura di Donald Trump, costringere Pence a difendere le figuracce del candidato alla Casa Bianca. In fondo Kaine è un uomo bianco di una certa età, con origini umili e la capacità, in teoria, di parlare a quel gruppo sociale che meno di tutti sembra essere attratto dall’idea di una presidenza Clinton. Sarà capace?

Da ieri i repubblicani lo attaccano con uno spot Tv nel quale lo si accusa di aver difeso – da avvocato- due stupratori e di aver perdonato – non mandato a morte – un assassino. L’idea sembra quella di corteggiare ulteriormente l’elettorato già convinto che i democratici siano pericolosi perché troppo attenti ai bisogni e alle preoccupazioni delle minoranze. Funziona, ma solo con l’elettorato che è già convinto di votare per Trump.

Lo spot Tv anti Kaine del partito repubblicano

Tra i temi che potrebbero emergere che il New York Times nota come assenti dalla campagna, c’è quello della religione. Pence è un ex cattolico divenuto evangelico, mentre Kaine è un irlandese cattolico con un’esperienza di missione in Honduras (dove ha imparato perfettamente lo spagnolo, un asset non indifferente). Se con Bush la religione fu strumento per vincere alcuni Stati – l’Ohio fu cruciale in questo senso nel 2004 – oggi, con un candidato tanto poco vendibile ai religiosi, sono i repubblicani ad aver bisogno dell’evangelico conservatore. ma saprà Pence tradurre le domande che gli verranno poste in temi capaci di portare degli evangelici scontenti della candidatura Trump alle urne? Il suo compito è fondamentalmente questo: rassicurare l’elettore di destra ma preoccupato, che una presidenza Trump non sarà una corsa sulle montagne russe. Ci dovesse riuscire, domenica prossima ci penserà il miliardario americano, nel secondo dibattito Tv, a far ricredere quelli convinti dal devoto evangelico e metodico Pence.