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Le foto a colori di quando gli immigrati eravamo noi

Le abbiamo viste tante volte le fotografie scattate nei primi anni del ‘900 agli emigranti (più di 12 milioni persone fra il 1892 e il 1954) arrivati dall’Europa ad Ellis Island, tappa obbligata per chi voleva iniziare una nuova vita negli Stati Uniti d’America.

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1906 – “Donna rutena.” Storicamente i ruteni abitavano il regno della Rus che ora è diviso in varie parti appartenenti ai moderni stati di lingua slava. La donna indossa un esempio di abito tradizionale ruteno che consisteva in una camicia e sottogonna di lino ricamata con motivi floreali tradizionali. La giacca senza maniche è invece realizzata con pelli di pecora cucite fra loro.

Questa volta però abbiamo l’opportunità di vedere gli scatti realizzati da Augustus Francis Sherman, impiegato a capo del registro immigrazione e appassionato fotografo, non più in bianco e nero ma a colori grazie al lavoro accurato di Jordan Lloyd di Dynamichrome. Per riuscire a rendere nella maniera più fedele possibile quello che doveva essere l’effettivo aspetto di queste persone Lloyd ha effettuato una serie di ricerche storiche che lo hanno portato ad approfondire i costumi tipici e le mode nazionali di ognuno di questi migranti.

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circa 1910 – “uomo bavarese”. Indossa l’abito tradizionale tedesco conosciuto come “trachten”, che presenta poi una serie di varianti a seconda della provenienza regionale. Nelle regioni alpine della Germania come la Baviera, vengono per esempio indossati, soprattutto nelle campagne, dei calzoni di pelle conosciuti come Lederhosen. La giacca grigia, conosciuta come un trachtenjanker, è realizzata in lana cotta (una lavorazione tipica delle zone alpine di lingua tedesca)  e decorata con bottoni in corno, spesso utilizzati dai cacciatori nella regione.

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circa 1910 – “Soldato albanese”

L’effetto è suggestivo ed ogni immagine risulta carica come non mai di dettagli e particolari che regalano ancora più intensità alle foto, vero e proprio documento storico per raccontare un fenomeno che ha segnato un’epoca. Ad Ellis Island, tra la fine dell’ 1800 e l’inizio del ‘900, sbarcavano circa 5000 immigrati ogni giorno.

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1911 – “donna della Guadalupa” Il copricapo scozzese elaborato indossato da questa donna della Guadalupa si può far risalire al Medioevo, periodo in cui la città delle indie orientali di Madras era famosa per la sua produzione di cotone. A strisce e poi con i modelli sempre più elaborati, il tessuto di Madras è stato esportato e utilizzato come copricapo per poi essere influenzato nelle sue fantasie dagli scozzesi di stanza nell’India coloniale. La donna in foto infatti indossa un tartan Madras noto come “Madrasi checks”, che diventò di moda anche fra i francesi quando occuparono i Caraibi. Come molti dei costumi tradizionali provenienti da tutto il mondo, la decorazione del copricapo in molti casi è indicativa dello stato coniugale di chi lo indossa.

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1906 – “Ragazza dell’ Alsazia-Lorena.” Questa ragazza proviene dalla regione di lingua germanica dell’Alsazia, attualmente parte della Francia. Il grande fiocco, noto come schlupfkàpp, veniva indossato dalle donne non sposate, e indicava la religione di chi lo indossava: i protestanti indossavano nero, mentre i cattolici lo preferivano di colori vivaci.

Gli uomini e le donne ritratte spesso indossano i loro vestiti più belli, i costumi tradizionali del giorno di festa, stipati con cura fra i pochi oggetti personali che avevano portato con loro nelle valige di cartone che li avevano accompagnati attraverso l’Atlantico dalla loro patria alla terra promessa americana.

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1909 – “L’uomo danese”. Dal 1750, la moda danese preferiva abbigliamenti semplici, con più decorazioni solo nel caso di occasioni speciali come matrimoni o la funzione in chiesa la domenica. I vestiti di solito erano realizzati in lana e lino da tessitrici danesi, questi materiali venivano scelti perché caldi e relativamente facili da acquisire. Tagli e modelli dipendevano in gran parte dalle regioni di provenienza, con una tavolozza limitata di colori che derivavano da procedimenti di tintura vegetale. Gli uomini spesso indossavano diverse camicie sotto la giacca, l’aggiunta di bottoni d’argento sulla giacca e di altri dettagli decorativi indicava la ricchezza e lo stato sociale di una persona.

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circa 1910 – “Pifferaio rumeno.” Indossa il cojoc, un cappotto di montonecon maniche ricamate, che è molto più semplice rispetto alla versione utilizzata dai pastori, e che lo rende più pratico e adatto al lavoro, anche il cappello senza decorazione e di paglia ci suggerisce che l’uomo appartiene alla classe operaia. Il gilet, conosciuto come un pieptar, è indossato sia da uomini che da donne, i gilet più piccoli venivano fatti dalla pelle di agnello invece che da quella di pecora.

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circa 1910 “Uomo algerino”

Gli scatti di Sherman furono apprezzati già all’epoca per il loro valore estetico e informativo tanto che già nel 1907 il National Geographic scelse di pubblicarli. Soprattutto costituiscono un documento antropologico di inestimabile valore se si considera che oggi più di un terzo dei cittadini statunitensi può vantare degli antenati che giunsero in America proprio passando da Ellis Island.

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circa 1910 – Donna Lappone. Indossa il Gákti il costume tradizionale della popolazione Sami che abita le regioni dell’Artico e del nord della Norvegia.

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circa 1910 – Donna tedesca.

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circa 1910 – donna italiana con costume tradizionale

In totale si tratta di circa 130 scatti che verranno inseriti all’interno del libro The Paper Time Machine, un progetto fotografico che sta raccogliendo finanziamenti in crowdfunding per dare alle stampe un volume capace di riportarci con le sue immagini nel passato proprio come se avessimo accesso a una macchina del tempo. Potete donare qualcosa e accaparravi il volume qui

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1906 – Pastore rumeno

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1911 – “ragazzo Hindoo”

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circa 1910 – uomo cosacco

Le immagini fanno tutte parte della collezione della New York Public Library
© AUGUSTUS FRANCIS SHERMAN/NEW YORK PUBLIC LIBRARY & JORDAN LLOYD/DYNAMICHROME

Il Coisp contro i NoTav: «Fermate il loro film al Senato»

Una immagine della marcia No Tav, partita dalla piazza del cimitero di Susa, organizzata in occasione del decennale della 'battaglia di Venaus' del 2005, quando gli attivisti impedirono l'insediamento del cantiere del tunnel geognostico della linea Torino-Lione, Valle di Susa, 8 dicembre 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

«Il partito dell’antipolizia entra in Senato, e sotto la guida dell’instancabile Manconi»: Franco Maccari, segretario del Coisp, piccolo sindacato di polizia, stavolta tuona contro la proiezione in Senato, annunciata per il prossimo 20 ottobre, di “Archiviato, l’obbligatorietà dell’azione penale in Val Susa”, un film che documenta come gli illeciti commessi da agenti e funzionari di pubblica sicurezza ai danni di manifestanti o fermati, ampiamente documentati dai media, non determinino, specialmente a Torino, i medesimi esiti giudiziari di quelli commessi dai manifestanti. «Centinaia di denunce e procedimenti penali avviati nei confronti di attivisti e simpatizzanti del Movimento NoTav, anche e soprattutto per reati bagatellari, trovano immancabile sbocco in processi e sentenze, mentre le decine di querele, denunce ed esposti per gli abusi compiuti dalle forze dell’ordine, anche gravemente lesivi dei diritti e dell’incolumità dei manifestanti, non sono mai giunti al vaglio di un processo», fanno sapere i promotori dell’iniziativa. Ma per Maccari è solo «cineforum di propaganda diffamatoria contro le Forze dell’Ordine» e su loro «presunti reati».

Infastidisce Maccari la presenza tra gli altri dell’ex magistrato torinese Livio Pepino, «noto per le sue posizioni di vicinanza ai manifestanti» e del senatore Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani di Palazzo Madama, «per gettare fango su coloro che rischiano la propria incolumità per difendere la legalità e tutelare la sicurezza dei cittadini. L’accanimento di Manconi in tal senso è ormai patetico: siamo davvero curiosi di sapere se da piccolo sia per caso stato malmenato da qualche bambino vestito da poliziotto ad una festa di carnevale».
Per questo si chiede al Presidente del Senato di non consentire che, «in così importanti sale istituzionali, si consumi l’ennesimo vergognoso insulto a chi serve il Paese vestendo una Divisa. Da parte nostra percorreremo ogni via legale per tutelare l’onorabilità delle Forze dell’Ordine dalla propaganda falsa e gravemente diffamatoria, come quella a cui punta questo presunto documentario».

Già, l’onorabilità. Chi è il partito dell’antipolizia, quello che ne denuncia le storture in nome della Costituzione o chi ne rivendica gli abusi? Maccari è un personaggio balzato agli onori delle cronache per gli attacchi ai familiari delle vittime di “malapolizia”, da Haidi e Giuliano Giuliani (in particolare Maccari si ostina a non sapere che Carlo raccolse l’estintore solo dopo aver visto la pistola di Placanica puntata ad altezza d’uomo. Ogni anno prova a organizzare una contromanifestazione in Piazza Alimonda) fino ai genitori di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, ai parenti di Giuseppe Uva e Michele Ferrulli. Al punto che a Patrizia Moretti, la mamma dell’Aldro, è apparso come un vero e proprio stalker, «un vero torturatore morale». Maccari la querelò, assieme a decine di parenti di vittime e anche giornalisti che avevano osato stigmatizzare lo stile Coisp. Ovviamente il procedimento venne archiviato. L’episodio più clamoroso fu la manifestazione di solidarietà in Piazza Savonarola, a Ferrara con i quattro autori dell’omicidio Aldrovandi, nel marzo del 2013, quasi sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia, dipendente del Comune di Ferrara. La donna fu costretta a scendere e srotolare la gigantografia della foto di suo figlio dopo l’uccisione. Con Maccari e gli attivisti Coisp, c’era anche un senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni. Solo tre giorni fa, in una nota, Maccari è tornato all’attacco contro gli «inaccettabili accostamenti fra la morte di Giulio Regeni e quella di altre persone decedute in Italia in ben altre circostanze, come certamente è il caso di Federico Aldrovandi, che sono di gravità inaudita e, subdolamente, trasmettono il chiaro messaggio che le Forze dell’Ordine italiane torturano ed uccidono i cittadini». È successo il giorno dopo la partecipazione dei genitori di Giulio Regeni al Festival di Internazionale, con Manconi.

Lo scorso anno la mamma di Aldrovandi ha scelto di ritirare le denunce contro Maccari perché «convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che, da quanto capisco, costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore. Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo. Non sarà una sentenza a fare la differenza nel loro atteggiamento. Rifiuto di mantenere questo livello basato su loro bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro, credo di capire, è un mestiere». Maccari, però, ha chiesto la sua citazione in tribunale per comparire come testimone (succederà il 12 ottobre). Una strategia processuale che trova lo sdegno dell’avvocato di Patrizia Moretti, Fabio Anselmo, secondo il quale il fatto «si commenta da solo, perchè questa è la prova che non è certamente Patrizia che va cercando polemiche o rivalse. Nonostante la madre di Federico abbia voluto rimettere le querele nei confronti di tutti, Maccari vuole a tutti i costi questo processo, pur sapendo benissimo di poterlo fermare in qualunque momento: dovesse mettersi male per lui può accettare successivamente la remissione di querela». Facile, no?

Per il ministero del turismo siriano Aleppo è come Game of Thrones

Viali alberati, piazze e sobborghi suggestivi, moschee e monumenti storici, parchi e in sottofondo la sigla (riarrangiata per darle il giusto tocco orientale) di Game Of Thrones, serie cult di Hbo. Questa è Aleppo secondo il ministero del turismo che continua grottescamente, vista la guerra che imperversa nelle strade, a promuovere il turismo nella città siriana (ci aveva già provato con un video sulle spiagge che potete vedere qui). L’effetto è ancora più grottesco poi se si conosce la trama della serie Hbo, famosa per essere cruenta e sanguinosissima oltre che incentrata su una serie di guerre civili devastanti che imperversano nei 7 regni del continente di Westeros.

Ma non finisce qui, lo spot promozionale del Governo ovviamente sceglie volutamente di non mostrare la parte orientale di Aleppo, attualmente assediata dall’esercito siriano e controllata dalle milizie ribelli, che solo la scorsa settimana è stato colpito da circa 2000 bombe sganciate dall’areonautica di Assad e russa. Il video è stato inoltre rilasciato proprio poco dopo che uno dei principali ospedali di Aleppo che si trova nel quartiere orientale di Sakhour, è stato gravemente danneggiato dagli attacchi aerei del governo.
Qui un video realizzato da Aj+ nel quale si mostra quanto sia grave l’emergenza umanitaria in Siria e soprattutto come il governo di Assad stia deliberatamente violando le regole del diritto internazionale bombardando anche gli ospedali. Interpellato sul tema da un cronista internazionale, il rappresentante siriano alle Nazioni Unite ha risposto con una risata:

Le persone costrette a convivere ogni giorno sotto costanti attacchi aerei sono circa 250.000. Tra le testimonianze che stanno raccontando la quotidianità di questa guerra c’è anche Bana Al-Abed, una bambina di soli 7 anni che insieme alla madre ogni giorno descrive quello che sta accadendo ad Aleppo.

Un racconto che è molto più significativo e veritiero dello spot del ministero del turismo. Secondo le Nazioni Unite da quando il governo di Assad ha annunciato il 22 settembre la sua offensiva contro i ribelli i civili uccisi dai bombardamenti sono stati almeno 320.
A rifare il punto sulla situazione per riportare alla verità dei fatti il video del governo di Assad un servizio di France 24 che mostra il vero lato di
Aleppo:

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“Cartoline” da Aleppo. Le foto e il video che mostrano la città prima e dopo la guerra in Siria


La battaglia per Mosul è imminente. Ma sul fronte umanitario non siamo ancora pronti

Mentre i peshmerga curdi-iracheni si apprestano a combattere la battaglia per la presa di Mosul che segnerebbe la fine del Califfato di al-Baghdadi e del sedicente Stato Islamico, le Ong internazionali impegnate sul fronte umanitario lanciano l’allarme: la battaglia per strappare la città nord irachena dalle mani di Isis costringerà molte persone ad abbandonare le proprie case e riversarsi nei territori circostanti o intraprendere il rischioso viaggio verso l’Europa.
Secondo le Nazioni Unite l’offensiva per riconquistare Mosul potrebbe avere inizio entro meno di un mese. Le strutture per accogliere chi fugge dalla guerra però scarseggiano. I campi profughi nel nord Iraq sono pieni. Il campo di Debaga, circa a 60km sud-est di Mosul, nel cuore dell’Iraq curdo, è stato costruito anni fa per ospitare circa 700 famiglie, oggi ospita dieci volte il numero di persone per cui era stato realizzato. Mancano beni di prima necessità, medicine, perfino il latte per i bambini e sono oltre 1100 le famiglie che stanno aspettando, accampate, nelle zone limitrofe al campo o nelle strutture comuni come l’ingresso della moschea, che gli venga assegnato un posto dove stare.

epaselect epa05483799 Peshmerga forces take cover as they take part in an operation to liberate several villages currently under the control of the Islamic State southeast of Mosul, north Iraq, 14 August 2016. The operation aims to recapture 11 villages, according to sources thus far six were successfully retaken with the help of US-led air support. The liberation of the villages from Islamic State forces serves as a buffer zone to protect Kurdish held-cities from IS attacks and is a stepping stone to eventually recapture the city of Mosul itself. EPA/ANDREA DICENZO
EPA/ANDREA DICENZO

Le Nazioni Unite stimano che entro la fine di quest’anno con l’inizio della battaglia per la presa di Mosul, a queste persone già costrette a condizioni di vita critiche, si aggiungeranno circa 1,5 milioni di sfollati. Se quindi attualmente il numero di rifugiati si attesta attorno ai 3,3 milioni si potrebbe salire fino a 4,8 milioni, a questi numeri ovviamente si aggiunge quello enorme dei profughi costretti a fuggire dalla vicina Siria devastata dalla guerra civile.
«È umiliante» racconta al Washington Post Nahla Mohammed, una ragazza di 23 anni, fuggita dalle bombe che hanno colpito la sua fattoria nelle campagne attorno a Mosul, e ora costretta a dormire all’aperto assieme al marito e ai suoi tre figli, senza riuscire a trovare nemmeno un bicchiere di latte per la figlia di un anno e mezzo. «Lì eravamo spaventati e vivevamo nel terrore, ma qui pur essendo al sicuro siamo affamati e non riceviamo nulla di quello che ci è necessario per sopravvivere. Non saremmo mai voluti dover venire qui, ma siamo stati costretti dall’evolversi della guerra». E con l’inizio della fase finale dell’offensiva contro le milizie dello Stato Islamico, la situazione è destinata a peggiorare. Con la crisi petrolifera che ha fatto cadere il prezzo del petrolio e la necessità di affrontare uno sforzo militare per sottrarre i propri territori dal controllo di Isis, il governo iracheno ha poche capacità di provvedere e trovare una soluzione efficace a una crisi umanitaria di queste dimensioni. L’Onu ha stanziato con un provvedimento di emergenza già 285milioni di dollari per cercare di andare incontro ai bisogni primari dei rifugiati, e sta affrontando un deficit di $165.000.000 per fornire risposta di emergenza più elementari.
«Quasi ogni vittoria è accompagnata da una crisi umanitaria che si sviluppa simultaneamente alle offensive», ha detto Lise Grande, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq.

epa05438164 Iraqi displaced people who fled from areas near Mosul wait in the queue to get aid at Dibaga camp, ouskirts of Mosul, southwest of Erbil, the capital of Kurdistan region, north of Iraq, 23 July 2016. According to local official, at least Ten thousand people arrived to Dibaga camp during the last three days due to the fighting between the Iraqi forces and Islamic State (IS) terror militia near Mosul city, which hosted around two million people before it fell to Islamic state group (IS) in June 2014. More than three million people have been forced to flee their homes in Iraq since January 2014, according to the United Nations. EPA/AHMED JALIL
EPA/AHMED JALIL

Le Nazioni Unite si stanno adoperando per costruire campi standard come quello di Debaga. Ma se i numeri dovessero superare le previsioni più elevate, la situazione rischia di diventare ancora più critica visto che si potrà gestire e provvedere ai bisogni solo di una frazione dei civili in fuga. «Quattro campi standard (con la capacità di 70.000 persone come quello di Debaga), dovrebbero essere completati nel mese di ottobre», assicura Peter Hawkins, rappresentante di Unicef in Iraq, ma i numeri degli sfollati potrebbero essere molto maggiori.

A Mosul, prima che la città finisse sotto il controllo dello Stato Islamico, vivevano 2 milioni di persone, non è dato sapere quanti civili siano rimasti, secondo le stime fornite dall’Onu si tratterebbe di una cifra che varia tra l’1,2 milioni e l’1,5 milioni di persone, ma secondo i funzionari dell’esercito iracheno il numero è più altro perché molte persone in questo ultimo anno si potrebbero essere trasferite in città per sfuggire alle offensive dell’esercito iracheno a sud.
Chi non troverà spazio nei nuovi campi si riverserà nei campi di emergenza dell’Onu – dove però l’assistenza è ancora più fondamentale e limitata. Altri invece tenteranno di fuggire attraverso il deserto, verso il confine siriano, rendendo ancora più difficile per le agenzie umanitarie rintracciarli e fornire loro aiuti. «La campagna militare sta per iniziare presto, ma sul lato umanitario, non siamo ancora pronti», ha concluso Grande.


Bruno Geddo, capo missione dell’Unchr in Iraq, ci parla dei problemi che affronta chi fugge dalla guerra e di come l’agenzia Onu per i rifugiati si stia organizzando per la liberazione di Mosul

Spavaldi anche nei numeri (e il vestito del re)

Le previsioni sono sbagliate. Lo dice Bankitalia e lo dice la Corte dei Conti, mica il salumiere grillino sotto casa. E quando sbagli i conti di un governo non succede mica come con noi persone normale che ti dici che questo mese conviene magari evitare di uscire a prendersi la pizza in compagnia: quando sballano i dati di previsione di un governo tocca rimettere mano alla manovra, rivedere le politiche sociali e imprenditoriali, ricalcolare entrate e uscite, correggere il tiro.

Eppure è lo stesso Renzi che il primo marzo pontificava su Facebook: «Per me i numeri non sono importanti. Ma i numeri dimostrano che l’Italia è tornata. Non lasceremo l’Italia in mano ai catastrofisti.» È lo stesso Renzi che il primo settembre che scriveva nella sua newsletter che la crescita del 2016 “è dell’1%” parlando (testuale) di “realtà dei fatti e dei numeri”.

Ma se sbagliare è umano perseverare è diabolico e ciò che colpisce è la reazione del premier che proprio ieri dichiarava ai suoi “per noi non cambia niente noi andiamo avanti così”. E, scommetto, tutto intorno i suoi renzini avranno fatto sì con la testa, gli avranno detto che ha ragione, avranno appoggiato la sua tesi del complotto per mano dei gufi. Tutti insieme si sono convinti che la loro è la manovra finanziaria più bella del mondo.

Come quella favola del vestito del re. Nudo.

Predire l’instabilità geopolitica di uno Stato con Wikipedia

Un gruppo di scienziati esperti in strutture molecolari e specializzati nello studio delle interazioni genetiche fra le componenti del DNA ha deciso di applicare il proprio metodo di analisi delle reti a Wikipedia. Ed in particolare di farlo per scopi geopolitici. È nato così il Wikipedia Dispute Index, ovvero un indice della quantità di pagine collegate a un Paese che vengono contestate dai lettori e collaboratori di Wikipedia in quanto «non neutrali o poco attendibili».
Il numero fornirebbe un dato interessante perché, secondo gli scienziati, ad un maggiore numero di contestazioni corrisponde una minore stabilità politica del Paese in questione.
L’indice, spiega Rob Russell, professore esperto di evoluzione di reti cellulari e proteiche e specialista in biologia computazionale all’Università di Heidelberg, si basa sul “principio di associazione”, un concetto che comunemente usato anche in biologia. In sostanza se la pagina dedicata a uno Stato è connessa a molte pagine wikipedia contestate, è probabile, secondo Russell, che lo stato sia instabile e incapace di dare una rappresentazione pubblica coerente di quello che sta avvenendo all’interno dei suoi confini.
«Inizialmente non sapevamo veramente cosa stessimo misurando», commenta Russell «forse una cosa come “quanti collaboratori di Wikipedia erano insoddisfatti o arrabbiati per quello che altri collaboratori avevano scritto a proposito della struttura politica di un determinato Paese”». Questo di per sé non è certo un fattore che può indicare con certezza l’instabilità di una Nazione, ma sicuramente segnala che in quel determinato paese, sia in corso nella sfera pubblica un’accesa discussione su temi che hanno a che fare strettamente con la stabilità delle istituzioni statali. A supportare la tesi dei “biologi geopolitici” c’è anche uno studio del 2011 pubblicato dagli stessi ricercatori che sembra confermare la correlazione tra l’indice di contestazione e la stabilità di un Paese. Non è un caso che per esempio nel 2008, il punteggio della Georgia sia salito alle stelle proprio mentre questo stato era impegnato in un conflitto con la Russia.
Ora il sogno del professor Russell è quello di ottenere ulteriori finanziamenti per poter testare lo stesso metodo di analisi anche su altri linguaggi e mettere a punto un sistema predittivo sempre più efficace. E gli interessati potrebbero essere parecchi se si pensa che, già nel lontano 1994, la C.I.A. aveva commissionato alla Pitf (Political Instability Task Force) lo sviluppo di metodologie e sistemi più accurati per tracciare e predire l’instabilità politica nei vari Paesi del mondo. Facendo due conti economici inoltre, se il lavoro della Task Force della C.I.A all’epoca costò svariati milioni di dollari senza produrre un metodo davvero efficace e scientifico, il Wikipedia Dispute Index testato da Russell sembra invece richiedere molti meno fondi per essere perfezionato ed avere ottime possibilità di diventare estremamente accurato.
D’altronde applicare la scienza delle reti ad internet e sviluppare algoritmi di analisi è ormai una tecnica collaudata ed efficace, basta pensare a come funzionano le raccomandazioni di Amazon che, grazie ad un algoritmo ben sviluppato, arrivano ad essere estremamente precise. E la cosa interessante, inoltre, è che più aumentano le informazioni da mettere in rete, più i risultati che si ricavano sono dettagliati. Fortunatamente per Russell, Wikipedia con i suoi oltre 40.323.058 di pagine è una fonte quasi inesauribile di informazioni.

3 ottobre 2013. Lampedusa non dimentica. E i superstiti abbracciano chi li ha salvati

Lampedusa non dimentica. Tre anni dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 che costò la vita a 368 migranti, alle prime ore dell’alba davanti all’Isola dei Conigli, il clima che si respira nell’isola è pieno di aspettative. Un corteo di studenti provenienti dall’Italia e dall’Europa, dietro gli striscioni “Proteggere le persone non i confini” insieme ad alcuni dei superstiti del naufragio provenienti dalla Svezia, in compagnia di molti lampedusani ha attraversato il centro, è sceso al molo vecchio e poi, dopo la piccola salita è arrivato  alla scogliera dove sorge la Porta d’Europa di Mimmo Paladino, l’opera che rappresenta l’accoglienza nei confronti di chi fugge dalla guerra e dalla carestia. L’ha sempre detto la sindaca Giusi Nicolini, «Lampedusa deve essere l’avamposto dell’Europa», un laboratorio umanitario.

Gli studenti provenienti dall'Italia e dall'Europa che sfilano nelle vie di Lampedusa (foto Mauro Pagnano etiket comunicazione)
Gli studenti provenienti dall’Italia e dall’Europa che sfilano nelle vie di Lampedusa (foto Mauro Pagnano etiket comunicazione)

Quel 3 ottobre 2013 l’isola si svegliò nell’angoscia. Con le imbarcazioni della Guardia Costiera che sbarcavano corpi avvolti nei teli di plastica e le testimonianze dei superstiti su quel naufragio a poche decine di metri dalla riva. Il numero di corpi recuperati nei giorni seguenti cresceva sempre di più, al tempo stesso cresceva anche quello dei politici che arrivavano in processione nell’isola a testimoniare un’assenza palese, evidente, delle istituzioni italiane ed europee, soprattutto, che preferivano trincerarsi dietro la salvaguardia delle frontiere.

Un fermo immagine da un video della Guardia Costiera sulle attività delle motovedette in soccorso dei superstiti del naufragio, Lampedusa, 3 ottobre 2013. ANSA / US GUARDIA COSTIERA ++NO SALES EDITORIAL USE ONLY++
Un fermo immagine da un video della Guardia Costiera sulle attività delle motovedette in soccorso dei superstiti del naufragio, Lampedusa, 3 ottobre 2013. ANSA / US GUARDIA COSTIERA

«Noi oggi abbiamo ribaltato lo slogan di Frontex, vogliamo proteggere le persone, non i confini», dice Imma Carpiniello, una ragazza napoletana che fa parte del Comitato 3 ottobre che ha promosso insieme al Ministero dell’Istruzione L’Europa inizia a Lampedusa, tre giorni di workshop e di incontri sul tema dell’immigrazione e dei diritti dei rifugiati. «Ma noi vogliamo andare oltre l’accoglienza perché il nostro obiettivo è lottare per tenere aperte strade sicure di accesso per i migranti», continua Imma mentre marcia verso la Porta d’Europa.

In questi giorni Lampedusa è stata al centro dell’attenzione pubblica. Il Prix Italia e quindi lo sbarco di artisti e dirigenti Rai, la proiezione di documentari, come quella di ieri sera di Fuocammare di Gianfranco Rosi (stasera su Rai Tre). Per molti lampedusani era la prima volta e l’emozione è stata grande. Il documentario che ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino e che è candidato agli Oscar, racconta il dramma dei migranti anche dal punto di vista degli isolani. Indimenticabili le figure di Pietro Bartolo, il medico che ha curato migliaia di migranti e che adesso ha scritto un libro (Lacrime di sale con Linda Tilotta, Mondadori) e di Samuele il bambino che, intervistato dalla Rai, ha detto sicuro di sé : «Voglio rimanere nell’isola, io non andrò mai via da Lampedusa».

La cultura ha contribuito a creare un’atmosfera di scambio e di partecipazione. Molto importante la mostra che ha inaugurato il 3 giugno il Museo della Fiducia e per il dialogo nel Mediterraneo: un viaggio attraverso opere che vanno dall’amorino dormiente del Caravaggio – come il piccolo Aylan sulla spiaggia di Bodrun – alle opere provenienti dal museo del Bardo di Tunisi, del Paul Getty Museum di Malibù, dal Mucem di Marsiglia e poi le fotografie di Federico Patellani e gli scatti sociali di Mauro Pagnano e i disegni dei piccoli naufraghi Adal e Sherazade. Mauro Pagnano ha partecipato in questi giorni anche all’esposizione Destinazioni negate (con Roberto Salomone, Giuseppe Carotenuto, Mauro Buccarello, Francesco Malavolta) portando un suo lavoro sul Messico.

«Un’altra visione altrettanto drammatica di chi attraversa il centroamerica per arrivare negli Stati Uniti», dice Pagnano mentre anche lui partecipa alla Giornata della Memoria. «C’è un bel clima oggi nell’isola. Ci sono tanti lampedusani che in quei giorni del 2013 accolsero nelle loro abitazioni i migranti superstiti, è bellissimo vedere il legame che è rimasto tra di loro». E sono proprio gli abitanti delle terre dove approdano i migranti il soggetto del suo prossimo lavoro «invertendo il punto di vista», dice il fotografo.

Ma mentre si celebra a Lampedusa la Giornata della Memoria delle vittime di immigrazione, a nemmeno un chilometro dalla Porta d’Europa l’hot spot – ex centro di prima accoglienza – è ancora affollato di migranti. Là, in Contrada Imbriacola, la vita prosegue nell’estenuante attesa di una risposta che segnerà per sempre la vita di chi ha attraversato il mare rischiando di morire. Una condizione che pesa come un macigno.

Il Psoe defenestra Sánchez aprendo le porte alle larghe intese con Rajoy

epa05565792 Socialist Party (PSOE) leader, Pedro Sanchez, speaks during a press conference after he resigned after the PSOE leadership voted against his proposal to hold a primary election and an extraordinary congress, in Madrid, Spain, 01 October 2016. EPA/FERNANDO VILLAR

Il «no es no» di Pedro Sánchez al governo di larghe intese con Mariano Rajoy non è piaciuto ai dirigenti del Psoe. Quando, sabato 1 ottobre, il segretario si è presentato al comitato federale del suo partito è stato accolto tra grida, spintoni e insulti. Per 12 lunghe ore. Finché, alle 20,20, i membri del comitato hanno votato a mano alzata la proposta del segretario di celebrare le primarie per l’elezione del segretario generale. Il 23 ottobre, e cioè prima di tornare in Parlamento per tentare di formare un nuovo governo. I socialisti non hanno dato fiducia al segretario, negando così la possibilità di lavorare a un governo del cambiamento con Unidos Podemos e Ciudadanos: in 132 gli hanno votato contro, solo in 107 a favore. Così, a due anni e tre mesi dalla sua elezione a capo del Psoe, Pedro Sánchez si è dimesso da segretario generale.

E adesso? Il partito viene affidato alla gestora, in pratica un commissario collettivo composto da dieci membri che gestiranno il Psoe fino al prossimo congresso (la prima riunione si è tenuta proprio oggi). A presiederla, ci sarà Javier Fernández, presidente della regione Asturias e segretario della federazione del Principado. E i presidenti delle federazioni autonome, fatta eccezione per la presidente delle Baleares, erano tutti critici nei confronti di Sánchez. La frattura tra l’ormai ex leader socialista e quelli che in Spagna vengono chiamati “barones” – su Left in edicola questa settimana vi raccontiamo di loro – è, evidentemente, insanabile. E, fatto fuori Sánchez, nonostante sia Fernández il commissario, è a Susana Díaz che si aprono le porte del Psoe. Con la presidente andalusa si aprono pure le porte a Mariano Rajoy. Ché c’è un pezzo di Psoe che non impallidisce e non arrossisce nel sostenere l’investitura di Mariano Rajoy. Anzi, questo pezzo è la maggioranza, almeno tra i suoi organi dirigenti. Non resta che aspettare il voto della base, come le primarie per esempio, che Sanchez ha continuato a invocare per il 23 ottobre (quindi prima del voto parlamentare,che si terrà entro il 31 ottobre), ma i barones prevedono che il congresso all’inizio del 2017, quindi dopo il voto parlamentare.

 

Il governo del cambiamento che Sanchez avrebbe voluto costruire con Podemos e Ciudadanos, oramai, è un’ipotesi impossibile. Adesso, il bivio per i socialisti è tra l’investitura al “nemico di sempre” Rajoy e un ritorno al voto entro l’anno. E, a questo punto, non è difficile immaginare cosa deciderà il Psoe senza Sánchez. I commissari già fanno sapere che cercheranno in ogni modo di evitare le terze elezioni, coscienti della «gravità istituzionale» che avrebbe un terzo ritorno alle urne in un anno. A sinistra, e lo sa bene Unidos Podemos, adesso si apre una prateria. Una prateria molto simile a quella che in Grecia il Pasok lasciò alla Syriza di Alexis Tsipras. Una prateria che, di questo passo, potrebbe cambiare i connotati della socialdemocrazia europea.

La guerra di Sánchez ai barones spagnoli su Left in edicola dall’ 1 ottobre

 

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#Czarny protest, le donne in nero polacche contro la legge anti-aborto

Polonia, la Czarny protest per il diritto all'aborto
People attend the anti-government, pro-abortion demonstration in front of Polish Pariament in Warsaw, Poland, Saturday, Oct. 1, 2016. (AP Photo/Czarek Sokolowski)

Oggi le donne polacche scioperano contro il loro governo e contro un disegno di legge, attualmente in fase di revisione da parte delle commissioni parlamentari, che quasi cancella il loro già limitato diritto all’aborto visto che è permesso solo per salvare la vita di una madre. Insomma, la legge attuale è una tra le più restrittive in Europa, ma così diventa peggiore. L’uso dei medici di una “clausola di coscienza” per scegliere di eseguire un aborto ha già escluso molte donne polacche. La proposta di legge eliminerebbe l’accesso all’interruzione di gravidanza anche per le vittime di stupro o incesto. E minaccia addirittura di punire  le donne che vogliono abortire con una pena detentiva. Questa disposizione è anche probabile che serva a spaventare i pochi medici ancora disposti a praticare aborti.

Ma la proposta di legge è anche una minaccia alle donne che hanno un aborto spontaneo: potrebbero infatti venire indagate perché possibilmente sospette di aver causato la morte di un “bambino concepito”, reato punibile con il carcere. La legge insomma, farà in modo di ridurre ulteriormente il numero di medici non obiettori. Il testo di legge è il frutto di una petizione firmata da 450mila persone promossa dall’organizzazione Ordo Iuris e sostenuta dalla chiesa cattolica locale. L’unica ragione tollerata dalla legge per consentire l’aborto è il grave pericolo per la vita della donna.

Il logo della manifestazione su twitter
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Per protestare contro una legge che i sondaggi dicono essere impopolare (il 42% è per lasciare le cose come stanno, il 25% per liberalizzare) sabato e domenica in migliaia hanno manifestato, vestite di nero, davanti al Parlamento di Varsavia. Oggi si misurerà la forza dell’opposizione alla legge durante uno sciopero, la #CzarnyProtest, la protesta in nero. Piccole proteste anche da diverse comunità emigrate: su twitter abbiamo trovato foto dall’Europa e dagli Stati Uniti. Anche diverse eurodeputate sono partite per la Polonia e davanti all’Europarlamento c’è stata una piccola manifestazione. Mercoledì in aula se ne discuterà.

 

Immagini delle manifestazioni di oggi

Le donne che si oppongono alla nuova legge spiegano, tra l’altro, che il numero di aborti non è affatto diminuito come si dice, ma che, come è sempre successo, le donne ricorrono a pratiche clandestine, costose o pericolose.

La Polonia è già sotto la lente delle autorità europee per una serie di leggi che limitano la libertà di stampa e rendono politiche le nomine della corte costituzionale. Per questo il governo di Legge e Giustizia ha annunciato che proporrà una legge meno restrittiva che introduce comunque nuovi limiti. Il tema, come molti altri sui quali il partito di destra nazionalista ha deciso di perseguire la propria strada, è di quelli che ha poco a che vedere con i problemi del Paese dove ad esempio quasi non ci sono rifugiati. La scelta è quella in voga in diversi paesi dell’est europeo in questi anni, quella populista estrema: rilanciare di continuo parole d’ordine, crociate, battaglie epocali nazionali. Ha funzionato piuttosto bene, nonostante la sconfitta di misura del premier ungherese Orban al referendum sulle quote di rifugiati. La speranza è che la battaglia intrapresa dalle donne polacche contribuisca a cambiare il clima asfittico che si respira in Polonia.