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Pizzarotti lascia il Movimento. «Faccio un favore a Grillo»

Pizzarotti in conferenza stampa lascia il Movimento 5 stelle
Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti durante una conferenza stampa a Parma, 23 maggio 2016. ANSA/UFFICIO STAMPA COMUNE DI PARMA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Federico Pizzarotti lascia il Movimento, e verrebbe da dire “finalmente”, perché il tira e molla è durato tantissimo e perché “finalmente”, soprattutto, è quello che pensano dalle parti della Casaleggio associati, dell’ex direttorio, quello che pensa Beppe Grillo. L’ex comico ora ufficialmente capo politico che viene ringraziato dal sindaco di Parma, figurarsi: «Senza Beppe Grillo io non mi sarei alzato dal divano», dice Pizzarotti prima di aggiungere un «Però…». Una serie di però.

«Da uomo libero non posso che uscire da questo movimento 5 stelle», dice dunque Pizzarotti, che ora immagina una ricandidatura alla testa di una coalizione di liste più o meno civiche, guardando a sinistra. Parla di mutazione, Pizzarotti, dice: «Eravamo persone libere, critiche, volevamo le telecamere nei consigli comunali. Adesso invece siamo quelli dei direttori, praticamente nominati, ratificati dalla rete». «Noi non avevamo un capo ma un megafono, si diceva», continua, «e ora ci ritroviamo con un capo politico e tutti che dicono “benissimo aspettavamo da tempo un capo”». Siamo quelli delle gogne, poi, perché «posso immaginare», aggiunge Pizzarotti, «il simpatico trattamento che riceverò questo pomeriggio».

Il sindaco di Parma ne ha per tutti. Per Di Maio («Son diventati di moda i lobbisti e gli incontri bilaterali», è la stoccata, «al posto degli streaming») e gli altri volti nazionali: «Persone che non hanno idea di cosa significa governare», dice spiegando che il Movimento 5 stelle dovrebbe rompere il tabù delle alleanze, almeno con forze civiche: «Quando noi pensiamo a un governo 5 stelle e poi parliamo di non dialogare con nessuno, diciamo una cosa che non ha senso. Perché bisogna includere, dialogare, allargare, un po’ come facevano le prime liste civiche 5 stelle».

E ne ha per Virginia Raggi, che per lui è un po’ il paradigma di come si siano usati più pesi e più misure per giudicare gli eletti del Movimento. «Siamo diventati quelli delle stanze chiuse», dice, pensando a come è stata nominata (più volte) la giunta romana o a come si è arrivati al No alle Olimpiadi. E lui, dunque, è stato sospeso solo perché scomodo, solo perché «io penso le cose e le dico, non come certi parlamentari, e lo faccio proprio per far crescere il Movimento». Solo perché lui non ha pensato alla sua carriera, non è uno di quelli «partiti dall’essere cittadini con l’elmetto e finiti a farsi dei selfie per andare in televisione», non è uno «dei tanti consiglieri comunali che non si sono ricandidati per il secondo mandata, in giro per l’Italia, in attesa del 2018». Lui, assicura, continuerà a dedicarsi a Parma, «dove abbiamo la maggioranza», e però dice «dobbiamo ancora decidere se ricandidarci», ma è un modo per prender tempo, scansare le accuse di chi prevede un futuro con il Pd, e lasciare tempo al suo gruppo consiliare, «perché il sospeso sono io».

Left su Instagram racconta la Libertà con gli scatti di giovani talenti fotografici

Questa settimana a gestire l’account Instagram di @LeftAvvenimenti è la giovane fotografa Tay Calenda che si presenta così:

Ciao a tutti!
Sono Tay Calenda fotografa romana che vive a Parigi da ormai 7 anni. Per sette giorni le mie foto verranno pubblicate sull’account Instagram di @leftavvenimenti.
Mi è stato chiesto di esplorare con i miei scatti il concetto di libertà, spero che il mio lavoro vi piaccia!

«Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaître
Pour te nommer
Liberté. »

Paul Eluard

Nell’attesa di imparare a conoscerla meglio ecco qualcuno degli scatti di Tay:

Riflessi e riflessioni

Una foto pubblicata da Tay Calenda (@tay_calenda) in data:

Dinner is served

Una foto pubblicata da Tay Calenda (@tay_calenda) in data:

Pretty flower

Una foto pubblicata da Tay Calenda (@tay_calenda) in data:

Window with a view

Una foto pubblicata da Tay Calenda (@tay_calenda) in data:

Work, work and more work…. For nothing! Young man protesting #loielkhomri in #Paris

Una foto pubblicata da Tay Calenda (@tay_calenda) in data:

Hard work.

Una foto pubblicata da Tay Calenda (@tay_calenda) in data:

Potete seguire i giovani talenti fotografici selezionati da Left sul nostro account Instagram qui. Se volete sapere di più sul progetto invece potete leggere come funziona qui

Progetto a cura di Francesca Fago

Colombia, vince il No alla pace. Farc e Santos verso nuovi negoziati

Colombia, sostenitori del Sì alla pace con le farc
Supporters of the peace accord signed between the Colombian government and rebels of the Revolutionary Armed Forces of Colombia, FARC, follow on a giant screen the results of a referendum to decide whether or not to support the deal in Bogota, Colombia, Sunday, Oct. 2, 2016. Colombia's peace deal with leftist rebels was on the verge of collapsing in a national referendum Sunday, with those opposing the deal leading by a razor-thin margin with almost all votes counted.(AP Photo/Ariana Cubillos)

Non tutto è perduto e le figure chiave responsabili dell’accordo di pace dicono di voler andare avanti, ma certo, la bocciatura dell’accordo di pace tra governo colombiano e Farc da parte degli elettori è un drammatico passaggio a vuoto. I colombiani hanno votato per il No alla ratifica al 50,2% contro 48,8% di Sì, 63mila voti su 13 milioni di schede. Molto bassa l’affluenza, attorno al 40%, segno che qualcuno era convinto che il Sì vincesse o che in ceerte aree del Paese dove si è sentita meno la guerra, l’importanza della cessazione delle ostilità non era avvertita.

 

 

Sia il presidente Santos che il leader del gruppo ribelle hanno dichiarato che intendono riprendere i negoziati e tentare una nuova strada e che il cessate il fuoco a tempo indeterminato resta in vigore. Non c’è dunque il pericolo di un ritorno immediato alle armi, ma resta molto difficile capire in che cornice legale si potrà definire un nuovo accordo. Santos era convinto della vittoria e non sembra avere in mente un’alternativa. In teoria le Farc avrebbero dovuto cominciare a deporre le armi e avviare la transizione verso una partecipazione alal vita politica del Paese come partito. Il leader Rodrigo Londono (Timoshenko) ha fatto sapere di voler proseguire su quella strada: «Ribadiamo di voler perseguire il cambiamento con le parole e non con le armi». Le parti torneranno a vedersi a Cuba.

Persino l’ex presidente Uribe, che è il leader del fronte che si oppone all’accordo ed è il vincitore politico di questa partita, ha detto che una strada va cercata, aggiungendo «Vogliamo avere una parte nel negoziato». Lui, come coloro che si sono dichiarati contrari al “trattato di pace” di quasi trecento pagine negoziato a Cuba, lo criticavano perché troppo generoso nei confronti delle Farc. Ora vuole un posto al tavolo delle trattative, se bastasse questo – restituire a un politico sconfitto nell’urna visibilità – andrebbe anche bene.

I punti critici sono l’amnistia per chi dichiara di aver ucciso in cambio di lavoro sociale come la partecipazione allo sminamento o altre attività e un salario di ingresso per un periodo di tempo per reintegrare le migliaia di guerriglieri nella società colombiana. Chi ha votato No ritiene che amnistia e soldi siano una concessione eccessiva a un gruppo tutto sommato in grande difficoltà. Gli accordi di pace, del resto, sono sempre così: si cedono cose in cambio della fine della violenza e si inventano stratagemmi legali – l’amnistia in cambio del lavoro – per evitare il ritorno alla violenza di chi cede le armi.

 

Brio c’è

Non c’è il quorum ma c’è Orbàn

il premier ungherese Viktor Orban
Hungarian Premier Viktor Orban looks at supporters before delivering a speech in Budapest, Hungary, Sunday, Oct. 2, 2016. Hungarians overwhelmingly supported the government in a referendum on Sunday called to oppose any future, mandatory European Union quotas for accepting relocated asylum seekers but nearly complete official results showed the ballot was invalid due to low voter turnout. (AP Photo/Vadim Ghirda)

1300. Milletrecento rifugiati sono lo scoglio politico su cui Orbàn sta costruendo la proprio credibilità politica come nazionalista à la page in un’Europa che mette i brividi tutti i giorni, anche solo sfogliando i giornali. Milletrecento, per intendersi, è un numero infinitamente inferiore ad esempio agli ungheresi criminali ancora impuniti, agli evasori fiscali, ai colpevoli di omicidio o ai truffatori, agli evasori fiscali, ai ladri, ai pedofili o agli stupratori. Su una popolazione totale di quasi dieci milioni di ungheresi milletrecento persone sono l’assembramento fuori da un supermercato per qualche offerta promozionale.

Eppure su quello sparuto numero (di bisognosi) un mediocre politico come Orbàn è riuscito a fare leva per essere su tutti i giornali del mondo. Gli è bastato poco: se soffi sulla paura alla fine si perdono le dimensioni e anche gli stronzi si notano a pelo d’acqua. Così Orbàn, ne siamo certi, alla fine sarà ben fiero di avere convinto il 43,23% degli aventi diritto a prendersi la briga di votare per accreditare il suo delirio e il 95% dei votanti addirittura per dargli ragione.

Orbàn ha perso il referendum, è vero, ma del referendum se ne strafotte. A quei livelli di manipolazione della paura e di prostituzione intellettuale non ci si ferma di fronte a una consultazione andata male (per altro così poco male) e i votanti sono comunque un ottimo volano per continuare. Anche l’Ungheria entra di gran lena nel mazzo dei Paesi che rovistano nella spazzatura degli istinti umani. Questo è il punto vero. E, ancora una volta, l’Europa appare come una maestrina sciatta che non è più credibile nemmeno per gli alunni più tranquilli seduti in prima fila.

Non c’è il quorum ma c’è Orbàn. E siamo pieni di Orbàn perché la politica europea ha l’empatia di un bollo obbligatorio sulle spese del nostro conto corrente. Il solito discorso del dito e della luna solo che qui anche la luna non sembra messa molto bene.

Buon lunedì.

Il robot farmacista e gli altri “dottori” meccanici

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ApotecaChemo è grande come un armadio ed è un robot “farmacista”. Creato dalla azienda Loccioni serve per preparare medicine su misura per i malati di tumore. In questo modo la terapia è velocizzata e più sicura. E al tempo stesso si risparmia su i costi.

La tecnologia, e con essa il futuro, entrano sempre di pi?? in sala operatoria. E' stato presentato alla Clinica Santa Caterina da Siena di Torino il nuovo sistema "Da Vinci", fiore all'occhiello della chirurgia robotica, 26 maggio 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Il Sistema Da Vinci è un robot “chirurgo”. Prodotto dalla americana Intuitive Surgical viene utilizzato negli ospedali di tutto il mondo. È costituto da quattro bracci robotici che servono per effettuare operazioni all’addome e al torace.

Presto gli effetti dell'ictus si potranno curare anche da casa grazie a un robot portatile, collegato via web con il fisioterapista, che permetterà al paziente di fare progressi. Il prototipo, pronto per la commercializzazione sui mercati internazionali, è stato sviluppato in Italia da Humanware, azienda pisana, spin off della Scuola Superiore Sant'Anna, in collaborazione con il Laboratorio di robotica percettiva dell'istituto Tecip (Tecnologie della Comunicazione, dell'Informazione, della Percezione) dell'ateneo. Pisa, 16 febbraio 2015. ANSA/UFFICIO STAMPA HUMANWARE
Il robot “fisioterapista” sviluppato da Humanware, azienda pisana spin off della scuola superiore Sant’Anna di Pisa, è uno dei prodotti studiati dall’istituto di Biorobotica. Dove si studiano robot per la chirurgia endoscopica, arti artificiali e robot indomabili (esoscheletri).

Per saperne di più c’è Left in edicola dall’ 1 ottobre

 

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Il comandante peshmerga a Kirkuk: «Truppe italiane sul terreno in Iraq»

Soldati dell'esercito iracheno nei pressi di Kirkuk
epa05552990 A picture made available on 23 September 2016 shows An Iraqi soldier inspecting the site of a suicide car bomb attack inside the recently recaptured city of Shirqat, northern Iraq, 22 September 2016. Iraqi security forces gained full control over the key city of Shirqat, north of the capital province of Salahdin, after days of clashes with Islamic state group, a military source said. EPA/BARAA KANAAN

Il generale Rasul Omar Latif è il comandante generale dei peshmerga curdi al fronte a sud di Kirkuk, nell’Iraq centrale. Quando lo incontriamo nella base K1 (che sta per Kirkuk 1), all’intervista presenzia anche un suo omologo del ricostituito esercito regolare iracheno. Segno della nuova unità pretesa dall’Occidente col comando unificato, ma forse anche della mai sopita diffidenza reciproca. «Qui con noi ci sono anche le forze speciali italiane – rivela non appena gli viene spiegata la nostra nazionalità – in totale una quindicina di uomini che coordinano le operazioni al fronte».

Stando a questa dichiarazione, a differenza di quanto sostenuto ufficialmente dal nostro governo, il nostro Paese qui in Iraq non si occuperebbe soltanto dei bombardamenti e dell’addestramento ma sarebbe impegnata anche direttamente sul terreno. Una conferma indiretta della presenza di militatri italiani al fronte, ma persino oltre le linee nemiche, viene da una nuova missione che vedrà impegnata l’Italia a seguito di una specifica richiesta degli Stati Uniti. «Nell’aeroporto di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, il nostro contingente sta per sostituire gli americani nella Recovery Personnel, che serve proprio a recuperare il personale rimasto isolato sul terreno anche in aree potenzialmente ostili», ci rivela un militare italiano che chiede l’anonimato. In totale, si tratta di circa 130 militari dotati di 8 elicotteri: 4 NH90 da trasporto e altrettanti elicotteri A 129 Mangusta, le cosiddette cannoniere volanti, adoperati come scorta per quelli da evacuazione. Ma a cosa servirebbe una missione del genere se la coalizione non fosse impegnata direttamente sul campo?

Tornando al generale Latif, sotto il suo comando ci sono ben 23.000 peshmerga, ormai diventati le forze armate della Regione autonoma del Kurdistan iracheno.
La linea del fronte dista appena 20 minuti dal centro di Kirkuk, lungo la strada che porta a Tikrit, altro centro da poco liberato, nonché città natale di Saddam Hussein. Ora è assestata una manciata di chilometri dopo un canale artificiale le cui sponde hanno a lungo segnato in quest’area il confine tra Daesh e il resto dell’Iraq. Anche qui, negli ultimi mesi, i peshmerga sostenuti dalla coalizione internazionale – ma addirittura da diverse altre milizie o gruppi paramilitari (c’è chi dice addirittura quelle sciite e il Pkk) – sono riusciti a far avanzare la linea del fronte. Tanto da essere l’unico in questi giorni davvero attivo: da qui col binocolo vedi sventolare la bandiera nera del Califfato.

Il reportage dall’Iraq Left in edicola dall’ 1 ottobre

 

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Tutte le bufale del “si salvi chi può” se vince il NO

London, UK - October 29, 2013: Corporate branding on the headquarter buildings of JP Morgan at day in London.

Crollo delle Borse, un terremoto peggiore della Brexit; ecatombe di posti di lavoro, aumento della povertà e dei poveri, fuga degli investitori e poi il bail-in e l’incubo dello spread. Davvero se il 4 dicembre dovesse vincere il No al referendum costituzionale ci capiterà tutto questo? E una domanda su tutte: ma è proprio colpa della Carta del 1948 se ci troviamo in mezzo alla più difficile crisi economica dall’unità d’Italia? «No, guardi, la Costituzione non c’entra niente. Non fosse perché non si sono mai sognati di attuarla!», taglia corto Marco Bertorello, studioso genovese, autore di testi su debito, euro, movimento sindacale. 

Un’ansiogena copertina dell’Economist (un pullman con la fiancata tricolore, in bilico sul ciglio di un burrone), alcuni articoli sui quotidiani statunitensi, una serie di allarmi lanciati da Goldman Sachs e Morgan Stanley, infine le cifre fornite dal centro studi di Confindustria hanno aperto una danza di titoloni allarmistici, uno storytelling traumatico che entra a gamba tesa nella campagna referendaria.

Secondo Viale dell’Astronomia, il Pil calerebbe di 1,7 punti (0,7 nel 2017, -1,2 nel 2018, risalendo soltanto dello 0,2 nel 2019), con una ricaduta di 589 euro pro-capite contro una crescita prevista del 2,3%. Sparirebbero gli investimenti (-1,6 nel 2017, -7 nel 2018 e -3,9% nel 2019), con 258mila nuovi posti di lavoro in meno contro i 319mila previsti; 430mila i nuovi poveri e altri 600mila posti di lavoro persi. «Confindustria teme che si blocchino le riforme strutturali ma è proprio una bufala: se qualcuno riesce a dimostrarmi che l’abolizione del Cnel fa riprendere l’economia parto domani, e a piedi, per Compostela», dice Vladimiro Giacchè, autore tra l’altro di Costituzione italiana contro Trattati europei (Imprimatur 2015). «Sono proprio curioso di capire  – continua – quali modelli econometrici siano stati adoperati per fornire quelle cifre: quelle di Confindustria ricordano le previsioni catastrofiche usate per la Brexit e che si sono dimostrate un boomerang per chi le sosteneva. Nessuno è riuscito a dare un argomento in positivo per il “Remain” ma solo allarmismo. Così, dopo il voto britannico s’è scoperto che tutti gli scenari horror sono stati smentiti come la recessione del 5% il primo anno. Addirittura ci sarebbe in corso una sorta di mini boom. Siamo davanti a ragionamenti non scientifici ma legati a interessi specifici».

Insomma, si fa molto terrorismo confondendo discorsi diversi, avvertono tutti gli interlocutori di Left. E tutti ricordano quella lettera di JpMorgan, banca d’affari sotto processo per i disastri del 2008, che esortava tre anni fa i governi del Sud Europa a liberarsi dalle Costituzioni nate dalla resistenza antifascista, troppo influenzate dalle idee socialiste: “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori (…) e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Continua su Left in edicola dall’ 1 ottobre

 

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Quando i poteri forti bocciarono l’idea di Keynes

Un sacco di dollari

Henry Ford una volta affermò che se la gente capisse la natura del nostro sistema finanziario e creditizio scoppierebbe una rivoluzione domani mattina. In effetti, uno dei principali meccanismi di controllo della società e dei sistemi economici risiede nella generazione della moneta. Da tempo, infatti, la moneta ha perso ogni valore intrinseco: è solo carta, anzi la stessa carta è ormai sostituita da informazioni sui debiti e crediti trasmessi tramite computer. Essa viene generata nel momento in cui un ente o un’istituzioni effettua una richiesta di credito. Se, ad esempio, un governo ha bisogno di finanziare una spesa, potrebbe stampare un titolo del debito pubblico, venderlo alla Banca centrale e ottenere danaro per coprire il debito stesso. La moneta nasce dunque da uno scambio di carta (il titolo) con carta (la moneta), a cui segue la spesa governativa.

Se un’impresa industriale o una famiglia ha bisogno di un prestito per un’investimento, o per acquistare una casa, cede alla banca una garanzia – eventualmente sull’immobile stesso – e la banca attiva sul suo conto una certa somma che può essere spesa per l’investimento in questione. La banca può anche girare questa o altre garanzie alla Banca centrale e ottenere del contante per la propria clientela. Il sistema finanziario nel suo complesso pertanto non ha limiti materiali nell’ammontare delle proprie operazioni. Il vincolo, infatti, è costituito solo dall’opportunità di concedere o meno il credito al soggetto che richiede. In questo contesto, pertanto, la moneta tende ad essere facilmente disponibile per chi è già ricco – le garanzie che i ricchi possono offrire riducono il rischio di perdite per chi concede il credito – e scarsa per chi è povero.

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Se Grillo ruberà alla Sinistra anche la forza del dire No

Beppe Grillo alla festa del M5S a Palermo, in una immagine tratta da suo profilo Facebook, 24 settembre 2016. ANSA/FACEBOOK BEPPE GRILLO +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

«9.369 parole, 480 periodi. E in ogni periodo non più di 20 parole. Così l’avevano pensata e poi scritta la nostra Carta i costituzionalisti di allora. Perché la capissero tutti. Anche quelli che avevano la terza media». Oggi questa Riforma è incomprensibile e, per provarlo, sabato scorso dal palco di Palermo, Grillo ha citato la modifica all’art. 70. Solo una delle tante cose contro cui ha gridato da quel palco. Sui quotidiani è arrivato ben poco. Al solito. Il suo intervento, più o meno, è stato riassunto dai media in due passaggi: 1. Grillo ha detto che torna a fare il capo. 2. Grillo ha detto che il nostro premier è un “menomato morale”. Il piombo restante era per le beghe reali o presunte della “classe dirigente” grillina. Una veloce ricerca su youtube e 27 minuti di tempo. Io il video dell’intervento l’ho visto. E ci sono cose che, in qualche modo, ritengo indimenticabili. Quasi un avvertimento per chi sta a sinistra. Un sussulto. Il leader risorto “dal lato” – racconta – non riesce a stare a lato. La notte non dorme, ha la gastrite, sente l’obbligo impellente di immaginare un altro mondo: «Voi che avete la mia età – apostrofa il pubblico che lo ascolta – ve lo ricordate quel sentimento del vaffanculo? Ve la ricordate quella ribellione? Ecco noi dobbiamo cercare di trasmetterlo a questa generazione che non lo conosce». La capacità di ribellarsi, di rifiutare questa politica e ricominciare «a fare le cose per gli altri». Ha detto così. E ha aggiunto: «Quello che dicono e poi scrivono di noi è una proiezione di quello che sono loro. Loro non percepiscono più le emozioni degli altri, perché non hanno emozioni». E poi «siamo nati dalla rabbia buona, e la abbiamo portata dentro le istituzioni perché è una rabbia non violenta». «Voi, noi, siamo dei disadattati, siamo “costretti” a immaginare un altro mondo». Cita Joseph Stiglitz, Muhammad Yunus, padre del microcredito moderno, la Blue Economy, racconta di come aveva previsto il crack della Parmalat già due anni prima e solo leggendo un bilancio. Perché lui è «un ragioniere» precisa. Perde la calma parlando di Jobs act e di flessibilità: «Flessibile vuol dire che si flette ma poi torna allo stato di prima, questa è una presa per il culo invece». E chiede il reddito di cittadinanza, per iniziare, e poi quello universale. Perché prima devi avere un reddito e poi ti vai a cercare un lavoro. E perché quella che dobbiamo costruire è «l’economia della conoscenza e della solidarietà, nessuno deve rimanere indietro e non si tratta di essere passionevoli ma di avere i coglioni. Perché la povertà è un bellissimo concetto filosofico ma oggi è miseria e la miseria è una cosa seria». E urla sempre, e perde la voce. È sboccato Grillo non c’è dubbio.
Stesso giochino con Virginia Raggi. Le uniche cose che avete letto sui giornali sono un balletto, indecente per i nobili colleghi giornalisti, e un termine detto e ridetto “bello, bellissimo”. Ma anche qui, per onestà, se avete tempo e voglia, ascoltate i 14 minuti di intervento del sindaco di Roma che, dopo aver ripetuto più volte “bello e bellissimo”, ha – con altre parole – espresso tre concetti: 1. dobbiamo ricominciare a «fare ciò che serve. Per gli altri». 2. «il futuro è nelle nostre mani. Mani libere». 3. «il No alle Olimpiadi ha messo paura al potere. E il No al Referendum li seppellirà», facendo riferimento alla classe di governo. Parole semplici. Già immagino le critiche: volgare, demagogico, populista, un movimento pericoloso, la politica è altra cosa, la democrazia poi, figuriamoci. Sì certo, la politica è altra cosa, la democrazia pure. Io però la mattina del lunedì dopo Palermo, in uno studio televisivo, accanto a me avevo Italo Bocchino che mi spiegava quanto fosse fondamentale tornare al proporzionale per permettere a Renzi di governare con Berlusconi: Pd+Pdl, «l’unica soluzione possibile». Anzi, Bocchino si è preso la briga di spiegarmi la riforma all’Italicum su cui già si lavora, in accordo tra le parti: se la sera delle elezioni nessuno raggiunge il 40%, si passa al sistema proporzionale, che permette alleanze. E sarà possibile governare. Ancora. Insomma, le truppe – le solite – si riorganizzano. Chiaro?
E io ho avuto un sussulto. Per chi sta a sinistra, se questa è l’alternativa, alternativa non c’è. Rimane Grillo e quella rabbia buona. Perché la Sinistra – al momento – non perviene o non produce sussulti. Non fa le cose per gli altri. Ci ruberà anche il No Grillo, ho pensato. Persino quell’indomabile senso di ribellione che “obbliga” a “immaginare un altro mondo”. Perché la sinistra che viviamo si è persa nei giochini. Non ha forza, neanche quella di dire No. Produce No parziali o si perde a distinguere un No dall’altro, in un’infinito gioco al ribasso o al rialzo che uccide tutto. Ve la ricordate invece – dice Grillo – «quella roba di quando avevate 20 anni»? Quel sentimento, la reazione a fior di pelle, la ribellione? Io sì.

Ne parliamo su Left in edicola dall’ 1 ottobre

 

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