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Vallo a capire cosa vuol dire essere ribelle

Poi questi di Left lo domandano proprio a me che con questa parola devo fare molta attenzione, perché è concetto così prossimo alla rabbia che spesso nella mia (e non solo) storia le due parole si sono confuse, la rabbia si è mangiata la ribellione e non fu un bel vedere. Che poi non si sa cosa preferire se un mondo piatto e putrefatto uguale al mondo di padri e nonni o un mondo di figli completamente distrutto dal furore, insomma la questione è scomoda.
Ribelle a me fa pensare a donne belle una seconda e tante volte, ri-belle. Sarebbe la ribellione più interessante, forse la chiave di volta per sconfiggere la rabbia, ma io per ora volo basso e friggo. Mi limito a cercar ribellioni nelle cose di cui mi occupo, che sono campagne e tavole calde, beninteso non nel senso di rosticcerie, ma di tavole che riscaldano il cuore. Per ora questo so fare e di questo parlo, che mi pare cosa più onesta.
Ecco la prima caratteristica del ribelle, l’onestà. Non puoi essere disonesto e ribelle al contempo, perché la ribellione passa attraverso un profondo rifiuto allo stato delle cose, un rifiuto interno e radicale. Il disonesto viceversa la realtà la vuole così com’è, perché è lì che può fare soldi a manetta. Che per esser disonesti bisogna conoscere bene le cose, studiarle, essere ossessivamente precisi per poi poter esser strategici, calcolatori, razionali, in fondo.
Razionale, dunque, è il disonesto, che vuol che tutto sia come è sempre stato. Di conseguenza, per esser onesti si ha da esser irrazionali, per vedere le cose brutte, reagire di pancia e ribellarsi per far sì che quelle cose non ci siano più, perché altre più belle possano apparire come per incanto.
Ricominciamo da capo. Come una ribellione potrà mai esser bella, se la storia intera è costellata di nefaste rivolte e rivoluzioni che partivano proprio dal concetto di irrazionale rifiuto allo stato delle cose? Dipende da chi la fa? Da come la fa? Che ne so, come stava Robespierre prima e dopo la rivoluzione francese? Come Fidel Castro a Cuba e Lenin in Russia? Tanto per prendere degli esempi eclatanti di ribellioni riuscite male. E se erano stronzi loro? Come stavano viceversa i partigiani che davanti alle ingiustizie più inumane presero le armi per la sola ragione di dire no, costi quel che costi? Non mi pare avessero altra scelta se non il ribellarsi e bene fecero a farlo.
Allora deve avere a che fare con sta cosa della mancanza di bellezza dentro di sé l’esser rabbiosi e non ribelli, o viceversa l’esser belli perché ribelli? Dove andarla a trovare la ribellione è un altro paio di maniche. Adesso che mi metto a raccontare?
Da qualche anno mi occupo della cucina popolare italiana. Ho iniziato a farlo dopo aver osservato il mutamento della semantica nella gastronomia, che in parole povere voleva dire che mi accorgevo che nessuno parlava più come mangiava, che magari in alcuni contesti puoi anche permettertelo, ma se parli di cibo, mi pare deontologicamente corretto parlare come si mangia.
Per uno abituato a fritture, gesti di generosità a tavola, soffritti belli unti e sughi profumati, quando ascoltavo la gente parlare di sushi, julienne, riduzioni, impiattamenti come se fossero parole di vitale importanza, li prendevo tutti per matti. Ma state tutti fuori di testa? Una melanzana è una melanzana, per dio. Ma puoi riempirti la bocca a parlare di Pistacchio di Bronte? Ma sti gran cazzi, francamente, con tutti i problemi che ci stanno di sti tempi. Ecco, mi voltai verso il mondo e il mondo lo vidi brutto nel suo essere falso, superficiale, stupido, instupidito.
Ma visto che stupidi non si nasce, volevo capire chi fosse la causa di questa stupidità. Soprattutto mi interessava sapere se ci fosse qualcuno che a questa stupidità violenta si ribellasse. Capire se erano ribelli recalcitranti o se fossero incazzati. E che ne facevano di questa ribellione, nella loro quotidianità.
Provo a spiegarmi meglio, facciamo che io sia cresciuto vicino al mare e che so che per fare un buon sugo vado a cercare dei buoni pomodori dal contadino. Poi faccio sbollentare i pomodori, li lascio scolare, infine un soffrittino, una cottura rapida, una foglia di basilico ed ecco a voi il paradiso. Pasta a mano con sugo di pomodori freschi. Cosa la modernità mi propone in cambio, sentiamo? Cose meno buone, scatolette di cartone con dentro un pomodoro acido, raccolto da gente schiavizzata, trasportato dalla mafia e venduto in catene commerciali complici della mafia stessa. Oppure cose buonissime, fatte con pomodori biologici, raccolti uno a uno, fatto diventar presidio, per dirlo ai quattro venti che sei buono e caro e fai la filiera corta e i presidi e il chilometro zero. Che quindi un sugo buono costa 5 euro la bottiglia.
Signore e signori, questa è la modernità. Un luogo in cui i poveri mangeranno merda al supermercato e i ricchi mangeranno bene, benissimo. Un mondo in cui se non sei persona avveduta ti diranno che i pomodori del contadino non esistono più, non devono esistere, di fondo non sono mai esistiti.
Sapete che ho scoperto in questi anni allora? Che nei fatti ciò che sta succedendo è che si sta operando un’alienazione marxiana ai danni di chi sapeva mangiare. Tipo il serpente Ka che prova a stordire Mowgli. Fanno credere alla gente che il mangiare, il cucinare non sia un atto intimo, radicato, di conoscenza, intelligenza, non sia atto deduttivo che domanda una prassi quotidiana basata sull’intuito, che è la forma più alta di intelligenza. Loro ti diranno che il sapere è una accumulazione razionale di nozioni, che una ricetta è codificata per sempre, che devi guardare le dosi e la preparazione e le foto e i tutorial. Ma io a mia nonna non ho mai potuto domandare niente. Ho osservato, dedotto dai colori, dai tempi, dalla pazienza, ho tratto conclusioni che valessero per me e solo per me, benché quei gesti fossero figli di una intelligenza millenaria di uomini e donne che vivono in un luogo.
Allora smisi di esser Donpasta per diventar rovistatore. Così iniziò un viaggio che non so quando finirò. Iniziato ahimé con una parmigiana di melanzane e chissà, magari finirà con un dolce che offrirò alla mia bella. Ma non è roba facile da spiegare. Sono andato per campi, porti, da pastori, nonnine, poi nelle periferie distrutte per capire se esistesse ancora la cucina italiana, quella che io avevo in corpo in ogni mio gesto. Per dimostrare che a cancellar cose non funziona mai, si creano mostri, che ciò che era sfuggito era linguaggio, pratica, cuore, memoria della gente. Avevo ragione io, lo sapevo, me lo sentivo. Ho incontrato gente che poteva raccontarti per filo e per segno del perché la modernità avesse perso in partenza. Perché la modernità andava per selezione, filtrava fino a perdere l’essenza delle cose.

Questo racconto continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

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Giornaliste a piedi per le strade violente del Messico

MEXICO CITY, MEXICO - FEBRUARY 1 : Journalists attend a protest outside the Veracruz state representation office in Mexico, Mexico City on February 11, 2016. Mexican journalist Anabel Flores Salazar, 32, was found dead in Puebla on February 9, 2016 a day after she was abducted. Manuel Velasquez / Anadolu Agency

Che sia chiaro: il Messico non è il Paese turistico della pubblicità, ne quello decritto nei discorsi ufficiali. Qualche esempio, fra i piú recenti: i 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, gli omicidi di civili commessi dai militari in Tlatlaya, gli abusi contro i migranti che arrivano dall’America centrale per raggiungere gli Usa, il ritrovamento di fosse comuni in tutto il Paese. Tutte storie del Messico di oggi che per essere raccontate hanno bisogno di giornalisti, ma questi giornalisti sono in pericolo». Elia Baltazar è una delle migliori croniste messicane. Se vuoi conoscere le vene aperte di Città del Messico, devi attraversarla con lei. Non a caso è tra le fondatrici del gruppo Periodistas de a pié, giornaliste a piedi.
Quando sei dentro una guerra civile non dichiarata e rischi di ritenerla normale, devi inventarti nuovi strumenti per non soccombere. «Nel 2006 inizia ad aumentare la violenza. Al principio non riuscivamo a capire cosa stesse succedendo, ma intuivamo che tutto cambiava e rapidamente», ci racconta Elia. Il 2006 è l’anno in cui viene lanciato il Plan México, un programma di 400 milioni di dollari tra Usa e Messico, una dichiarazione di guerra al narcotraffico che ha prodotto piú di 22mila desaparecidos e 70mila morti, tutti civili, tra 2006 e 2012. In una lista a parte vanno registrati i giornalisti uccisi o fatti scomparire. Solo nel 2015 sono state 326 le aggressioni , una ogni 26,7 ore.
In questo scenario di cambiamento «la prima cosa che abbiamo deciso di fare come giornaliste è stato un esercizio di autocritica, domandandoci se stavamo facendo bene il nostro lavoro nei giornali in cui ognuna di noi lavorava per portare in primo piano i temi emergenti». Elia Baltazar si è posta queste domande insieme ad altre colleghe che vivono e lavorano a Città del Messico: Marcela Turati, Margarita Torres, Daniela Pastrana, Daniela Rea, Verónica García de León, Tere Juárez, Mónica González, Celia Guerrero. Ognuna di loro, dal proprio giornale-frontiera, scrive ma non parla delle vittime, lascia che siano le vittime a parlare. In una guerra civile non dichiarata la loro realtá deve essere filtrata, manipolata, diluita. Las periodistas de a pié rompono il gioco retorico e mettono le parole delle vittime in primo piano. Ma le storie non bastano. Analizzano dati e cercano di produrre quelli che non ci sono, perché «i dati – dicono – sono un arma politica». Investigano laddove è più difficile guardare: scomparse, femminicidi, torture, aggressioni. Producono prove e raccontano per non cancellare

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Quando Rosa Parks rifiutò il posto riservato ai neri

Il mondo, la cultura, la conoscenza, le relazioni sociali non cambiano prevalentemente tramite piccoli spostamenti, miglioramenti incrementali, piccoli aggiustamenti al margine. Occorre che qualcuno faccia un salto di lato, o fuori, che rovesci il tavolo, cambi la prospettiva e/o le regole del gioco. Per quanto favorita dai mutamenti incrementali, nei loro successi e anche (soprattutto) nei loro fallimenti, si tratta sempre di una cesura. Nelle scienze questo atto di rottura si chiama mutamento di paradigma, come quando dal sistema tolemaico si è passati a quello copernicano, passaggio non a caso definito rivoluzione copernicana. Senza questi atti di rottura non ci sarebbe stato progresso scientifico e conoscitivo, anche se incontrano per lo più forti resistenze più o meno interessate e in buona fede.

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Basti pensare, per rimanere a un esempio più vicino a noi, alla difficoltà con cui l’establishment accademico e politico prende atto del fallimento della teoria secondo cui l’austerity nel medio-lungo periodo genera ripresa e benessere, una teoria che, nella forma del Washington consensus a suo tempo imposto ai Paesi in via di sviluppo, era già stata falsificata (con esiti drammatici per le popolazioni coinvolte), ma che continua ad essere proposta e imposta, nonostante le severe critiche di cui è oggetto ormai anche dall’interno degli stessi organismi che la avevano fatta propria (Ocse e Fmi). La necessità di azioni di rottura, di ribellione, per produrre un cambiamento riguarda anche le relazioni sociali.

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Se Rosa Parks un giorno non avesse rifiutato di sedersi nella parte dell’autobus riservata ai neri e se molti altri e altre non l’avessero seguita nonostante tutti i rischi che ciò comportava, se alcune coraggiose ragazze e ragazzi neri non avessero sfidato le regole iscrivendosi alle università fino ad allora riservate ai bianchi, la questione razziale sarebbe oggi negli Usa ancora quella in cui i neri erano visti e definiti come meno umani e dalla cui contaminazione occorreva difendersi. Certo, il razzismo continua ad esistere negli Usa e i ragazzi neri continuano a essere esposti al rischio di morte violenta in una percentuale infinitamente superiore ai loro coetanei bianchi. Ma quella ribellione ha aperto la strada a che potessero rivendicare pari diritti e dignità. Se Franca Viola, una giovane donna siciliana, non avesse rifiutato di sposare chi l’aveva rapita e violentata, in Italia avremmo dovuto aspettare ancora a lungo che venisse abolito quel monstrum morale e giuridico che era il matrimonio riparatore, e con esso anche l’altra mostruosità del delitto d’onore.

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C’è voluta la forza dirompente – ribelle – del movimento delle donne e delle analisi femministe per mostrare quanto di rigido e oppressivo ci fosse nei modelli di genere prevalenti, spesso incorporati anche nella legislazione, oltre che nell’organizzazione della famiglia. Ancora, se le persone omosessuali non avessero rivendicato pubblicamente la propria normalità, le leggi e i libri di medicina continuerebbero a definirli devianti e/o malati. Ribellione necessaria, positiva, per me è quella che apre il cervello, aiuta a cambiare prospettiva, a ridefinire i termini delle questioni. Tutto il contrario non solo delle rottamazioni fini a se stesse, ma anche delle ribellioni identitarie: che si consegnano mani e piedi (a volte letteralmente, fino alla consegna della propria vita) a visioni e poteri sì alternativi a quelli contro cui ci si ribella, ma altrettanto e spesso più chiusi e dogmatici.

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Crescita zero,governo in panne.Caffè del 13 agosto 2016

L’Italia non cresce,allarme PIL, debito record, crescita zero. Nell’ordine, ecco i titoli di Stampa, Repubblica, Corriere e Sole24Ore. I dati sono presto detti. Nel secondo trimestre l’Italia ha totalizzato il risultato peggiore in Europa insieme alla Francia: crescita zero. Ma in Francia hanno pesato gli scioperi contro il jobs act e la crescita tendenziale nell’anno resta dell’1,4% il doppio che in Italia, dove non supererà lo 0,7%. La Germania è cresciuta dello 0,4 nel trimestre e dell’1,7% nell’anno. Lo stesso l’Euro zona, o,4 e 1,8%. Inoltre in Italia ristagnano i consumi e il debito pubblico è cresciuto in un solo mese di ben 7 miliardi toccando i 2.248,8 miliardi di euro, una cifra che spaventerà i rigoristi europei rendendo improbabile (o molto salata, in termini di condizionamenti politici) la concessione di nuovi trattamenti di favore al nostro governo, pur di mantenerlo in sella. E Renzi che fa? Invece di riconoscere che jobs act, taglio dell’IMU e incentivi a pioggia alle imprese si sono rivelati una medicina poco efficace, accusa chi lo contesta rendere il paese meno stabile e promette sfracelli in Europa, la quale dovrà concedere “più flessibilità”.

La narrazione s’è rotta, più nessun gli crede. Per Repubblica, Francesco Manacorda parla di “Riforme che mancano” e Stefano Folli, descrive un premier preoccupato solo di non perdere il referendum, intento a nascondere la cenere (dell’economia) sotto il tappeto, facendo così aggrovigliare i nodi del nostro ritardo senza provare a scioglierli. Guido Gentili, sul Sole24Ore, cita Krugman e spiega come la nostra palla al piede sia la più bassa produttività. Mario Deraglio, per la Stampa, disvela il cortocircuito finanziario che potrebbe scatenare la tempesta perfetta: il debito che cresce dovranno finanziarlo le banche, ma alcune banche hanno bisogno di finanziamenti pubblici. Dario Di Vico, per il Corriere, avverte che il peggio potrebbe ancora arrivare: solo un quarto delle nostra industria ha superato il check della crisi, un quarto è defunto, la restante metà rischia di perire o scappare all’estero.

Piove, governo ladro? No, il governo forse non ruba, ma se continua a negare che fuori piove inevitabilmente si troverà la casa allagata. Da anni s’è rotto, ovunque nel mondo, il meccanismo che autorizzava a sperare nell’arrivo dopo ogni crisi di una crescita sostenuta. L’economia cinese rallenta, quella di paesi emergenti come il Brasile è nelle peste per il crollo del prezzo delle materie prime, le disuguaglianze crescenti negli Stati Uniti e il concentrarsi della ricchezza in pochissime mani alimentano la speculazione finanziaria (con bolle che scoppiano sempre più di frequente) e scoraggiano investimenti e consumi. L’Italia sta peggio perché mafie, corruzione ed evasione continuano a succhiare risorse, perché è governata alla giornata e dunque male -si pensi alla rete WiFi, penosamente inadeguata-, perché la metà della sua industria produce per il mercato interno e, in assenza di una crescita sostenuta della domanda, ha bisogno per sopravvivere di continue dose di metadone; sotto forma di sgravi governativi con cui far cassa o di tangenti da pagare per accaparrarsi commesse.

Quello che servirebbe, amici miei, è una politica di sinistra. Un piano di investimenti pubblici (che in parte ne trascinerebbero di privati) per riconvertire l’industria. Solo dopo aver individuato precisi orientamenti di politica industriale. Puntare sui consumi collettivi, sullo sharing, cioè sul solo modo di consumare che si offre ai nostri figli, i quali sono più poveri dei genitori, e lo sono in Italia ancor più che nel resto dell’occidente. Una lotta severissima all’evasione fiscale, all’intermediazione mafiosa, alla corruzione (che resta il lubrificante abituale del rapporto politica impresa). Non meno tasse, ma trasparenza delle tasse come della spesa: in modo che si sappia dove finisce ogni euro, in quale servizio sanitario, per aiutare (e come) i ragazzi a trovar lavoro, per sostenere quali poveri e in che modo. È realizzabile una tale politica “di sinistra”? È difficile, perché l’Europa a trazione tedesca non ragiona in codesto modo. Ma non impossibile, finche Mario Draghi, stampando euro e comprando titoli del debito, renderà meno insopportabile il peso del debito italiano.

Coraggio, visione del futuro, capacità di autocritica. Questo serve. Matteo Renzi cercherà, invece, di prender tempo. Proverà a vincere il referendum, comprandosi pezzi di ceto politico -la minoranza a cui ora vuole concedere l’elezione dei consiglieri senatori- e usando la parola magica “riforma” – meglio una riforma così così che nessuna riforma- esattamente come i conquistadores usavano vetri colorati e pajiettes per gabbare gli indios. Poi – magari con un nuovo patto del Nazareno- modificherà la legge elettorale, lasciandone l’impianto (proporzionale con premio di maggioranza) che tradisce il principio della rappresentanza, ma rinunciando al ballottaggio, che ormai -si sa- favorirebbe i 5 Stelle. È una politica questa? Sì, è la politica dello struzzo. Commenta un Altan: “Dice il Renzi che ha fatto un errore, forse”. Risponde l’altro Altan: “Allora è di sinistra, forse”. Giannelli titola “Viaggiare informati” e disegna una fila di macchine in autostrada: “Rallentamenti sull’autosole” dice la radio su una vettura. “Altro che rallentamenti, siamo completamente fermi” si ribatte da un’altro auto. “È la tecnica dell’informazione sul PIL”, è il commento finale. A questo punto si illumina di luce nuova la vignetta di Mannelli sulla Boschi. “Lo stato delle cosce”, aveva detto. Molto meglio, per questo governo, parlar di cosce che di cose.

La fantasia di Colombo. Il talento di Marco Polo e Ibn Battuta. Storie di grandi viaggiatori

«Il viaggio è fatale per il pregiudizio, la bigotteria e la ristrettezza mentale» scriveva Mark Twain. E nella storia sono stati tanti i grandi viaggiatori, alcuni figure anche leggendarie, che hanno lasciato libri e testimonianze di grande fascino e apertura mentale. Pensiamo per esempio a Marco Polo e al suo immaginifico Milione oppure a un coltissimo viaggiatore arabo come Ibn Batuta. Grandi viaggiatori sono stati i mercanti, ma anche gli avventurieri e i pirati. Viaggiatori sono stati, soprattutto nel Settecento e nell’Ottocento, gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti. Anche se erano una ristretta elite. Ha raccontato queste e tante altre tipologie di viaggiatori il docente di letteratura anglo-americano Attilio Brilli, fra i massimi esperti di letteratura di viaggio. A cui ha dedicato numerosi saggi. Fra i quali Viaggio in Oriente, Il grande racconto del del Grand Tour  e più di recente  Mercanti e avventurieri (Il Mulino), che sarà a centro della sua conferenza al festival Con-vivere a Carrara, l’8 settembre mentre il 4 settembre a Sarzana  al Festival della mente parlerà del viaggio fra spazi reali e immaginari.

Professor Brilli i mercanti che si mettevano in viaggio nel medioevo e nei secoli successivi erano anche un po’ degli avventurieri?

Lo era un personaggio come il fiorentino Francesco Carletti (1573 – 1636), che fece un viaggio intorno al mondo stupefacente, viveva mercanteggiando, senza scrupoli. Iniziò portando i neri nel nuovo mondo. Durante il viaggio in momenti di bonaccia, quando mancavano i viveri e l’acqua scarseggiava, buttano gli schiavi fuori bordo – purtroppo quel che succede ancora oggi in viaggio fra la Libia e l’italia – . Carletti, raccontando quei momenti, scrive:”mi veniva male nel veder buttar via la roba mia”.  Per lui quelle persone erano “roba” , mercanzia, niente altro. Questo è per dire della mentalità del tempo. Quando Francesco Carletti arrivò in America  si domandava chi erano in realtà  i conquistadores. Erano ribelli spagnoli, senza arte né parte, per un verso. Per  un altro verso era gente che si dava all’avventura pur di scoprire qualcosa di nuovo,  si imbarcavano per l’ignoto e diventano poi conquistadores in Spagna. Curiosamente dice la stessa cosa Filippo Sassetti (Firenze, 1540 – Goa, 1588) che invece viaggia in senso opposto, va verso Oriente e vive e commercia con le colonie portoghesi, a Goa: i portoghesi erano dei veri e propri avventurieri, gente che si dava alla ventura, che andava alla scoperta del nuovo mondo, nuovi modi di vivere e così via. Sia Carletti che Sassetti sono già degli avventurieri. Gli inglesi definicono questi personaggi merchant adventurier, mercanti avventurieri dove avventurieri non ha il senso negativo che gli diamo noi, indica colui che si dà all’avventura, che scopre nuove terre, nuovi canali di mercanzia, luoghi  dove poter imbastire nuovi scambi e commerci con le spezie, con le pietre preziose e altro.

Per partire verso l’ignoto ci vuole una dimensione interna di fantasia. Fu importante per Colombo che andò alla ricerca di nuovi orizzonti, di cui non aveva esperienza, ma che “intuiva” possibili?

Sì, nel  modo più assoluto.  Colombo è l’esempio più affascinante in questo senso. Basta leggere una testimonianza del figlio Fernando; dice una cosa stupefacente: “mio padre aveva  due  libri nella biblioteca di bordo,  uno dei due era Il Milione di Marco Polo”. Tutti i navigatori avevano una piccola biblioteca a bordo. Erano meno sprovveduti di quel che si pensa. Il secondo libro che Colombo portava con sé era un un testo John of Mandeville, i cui viaggi erano totalmente immaginari, non si mosse mai da Oxford, non uscì dalla biblioteca e lì  stilò una sorta di regesto di tutti i libri dell’antichità, da Erodoto in poi, i grandi enciclopedisti medievali, Isidoro di Siviglia eccetera. Colombo aveva questo libro di viaggi immaginari o antichi, del mondo calssico. Se si fosse basato su di esso  figuriamoci se sarebbe arrivato! Marco Polo va via terra in Oriente, Colombo va per mare verso Occidente, ma Colombo vi leggeva il grande impulso a confrontarsi con l’ignoto; cercava di sfondare il muro d’ombra di ciò che  sconosciuto.

Yahyâ_ibn_Mahmûd_al-Wâsitî_005Lei ha scritto un libro sui viaggi in Oriente che erano connotati di forte esotismo nell’Ottocento. Poco si sa invece dei viaggiatori arabi. Fra questi però ci sono figure molto affascinanti come Ibn Battuta. A spingerlo ad esplorare il mondo era il desiderio di conoscenza?

Quello di Ibn Battuta è un caso  molto  interessante. Il suo viaggiare ha tre dimensioni che si completano; tipiche della mentalità araba. Viaggiò per  quasi tutto il mondo conosciuto allora,  diceva di voler andare  nelle molte  madrasse e scuole coraniche che sono sparse per il mondo. I suoi erano viaggi di studio, certo, ma anche lui mercantaggiava. Lo facevano anche per sopravvivere, per finanziarsi il viaggio. E poi si muoveva come uomo di cultura, divenne uomo di corte, molto ricercato, alle Maldive. Lì diventò un grande personaggio politico, portando un sapere che a loro era ignoto, per esempio nell’amministrare. Non a caso Ibn Battuta viene visto come il Marco Polo arabo. Anche per il mercante e viaggiatore veneziano la grande fortuna fu che divenne una sorta di confidente del Kublai Khan, un  supervisore delle sue terre. Nel Milione dice che Kublai aveva grande stima di lui  perché gli indicava i problemi reali, dove c’erano amministrazioni che non funzionavano. Tutti gli altri suoi collaboratori invece tendevano sempre a rassicurarlo a dirgli che andava tutto bene, anche se non era così.  Ibn Battuta ( autore de I viaggi, Einaudi ndr) era un intellettuale, un mercante, ma soprattutto un uomo dotato di un desiderio di conoscenza molto grande.

Parlando di viaggi fatti per conoscere,  l’Italia è stata per secoli meta del Grand tour , una moda che durata fino alle epoche napoleoniche?

Il Grand tour è stato molto importante. A volte lo si vede superficialmente, ma fu una spia di un modo nuovo di rapportarsi al mondo. Nasceva dall’empirismo di Francis Bacon. Il quale consigliava di  non prendere niente per vero che tu non possa dimostrare e sperimentare nella realtà dei fatti. Il Grand tour diventò un modo per scoprire tutto ciò che di  interessante c’era da scoprire nel mondo. Venire in Italia per vedere la grande tradizione pittorica, la scultura da Michelangelo a Canova per esempio. Ma si dimentica che molti viaggi erano di carattere scientifico, per esempio John Ray mette nell’indice del suo libro una specie di rassegna botanica.  Linneo in fondo si basò sugli studi del Grand tour, su ciò che gli riportavano di volta in volta i viaggiatori. Nel Settecento finisce per sistematizzare le informazioni raccolte. I primi viaggiatori in Oriente, in Yemen che veniva chiamato Arabia felix, portarono a Linneo un albero che lui non conosceva, l’albero del balsamo della Mecca. In qualche modo il Grand tour insegnava a non ignorare niente poi l’interesse si restringe alla tradizione artistica, ma era partito con un approccio universalistico, tutto ti deve interessare dalle piante, alle forme politiche e così via. Insomma il viaggio è stata una grande matrice di conoscenza.

Oggi il viaggiare si è democratizzato, ma dall’altra parte  assistiamo ai viaggi dei migranti e dei rifugiati, che sono costretti a spostarsi.

Il dramma dei migranti oggi è un tema importantissimo .Quello che posso dire riguardo al passato è che  dalla tarda latinità in poi, si è parlato di migrazioni di popoli.  Uno studente italiano oggi sui libri di  storia trova capitoli dedicati  al tramonto del mondo romano e alle invasioni barbariche. Se fosse uno studente tedesco  il suo manuale  tratterebbe quella stessa materia come migrazioni di popoli.

Dall’altra parte si assiste al turismo di massa,  è diventato una forma di consumismo  per il viaggiatore che viene da Paesi ricchi?

E’ un fenomeno ormai molto diffuso.  Quello che manca è la chiave è sapere come fare un viaggio, il gusto della preparazione che permettere di capire più in profondità il luogo  che visitiamo.  I viaggiatori del Novecento mi hanno insegnato molto in questo senso. Tenevano presente chi li aveva preceduti. Non è una forma di nostalgia. Chi c’è stato prima di me mi dà le chiavi di lettura e mi permette di vedere le differenze.  Nelle Città invisibili Calvino immagina che chi voglia andare a visitare una determinata città debba  portarsi una mazzetto di cartoline per vedere come era trenta o cinquant’anni  prima. Ecco, io direi,  se non c’è questo doppio sguardo, meglio restare a casa.

 

La lettera di Davide a Left: «Sono anni che tentano di distruggermi sotto il profilo identitario e psicologico»

Una premessa che non costituisce mero sfondo retorico, utile per aprire l’argomentazione che segue sul sistema penitenziario e sulle modalità di espiazione delle pene è che, ovunque, anche in queste sedi ove trova costante nutrimento la più becera forma di cameratismo, a volte leggibile anche come “omertà delle divise”, ci sono operatori, forse troppo soli, che ritengono che esista un limite oltre il quale eseguire un ordine o schierarsi, poco conta la differenza, non sia più un dovere ma un’aberrazione del dovere stesso di essere, anzitutto, esseri umani che, con altri esseri umani, sono tenuti ad un’interazione positiva. È questo, indubbiamente, il caso ammirevole di chi mi ha invitato a scriverle la presente; un assistente di polizia penitenziaria che “gioca” dalla parte del diritto e secondo i principi costituzionali di tutela e sviluppo della persona.

Ergo il sistema penitenziario italiano, di cui purtroppo il carcere di Bologna, e segnatamente il reparto penale, “penale tout court”, rappresenta un chiaro quanto devastante esempio, allo stato attuale, ma da lungo tempo e sempre più, è la cristallizzazione del fallimento neoliberista della soluzione dei conflitti sociali. È, così come abbandonato a se stesso attraverso l’assordante silenzio delle istituzioni e di coloro che all’interno dovrebbero occuparsi di progressioni rieducative, come inutilmente sancito dall’art. 27, co. 3 della Costituzione repubblicana, null’altro che la perenne università del crimine che si autoalimenta attraverso la costante produzione di recidiva e di amplificazione delle attitudini e delle capacità criminali della maggior parte dei detenuti, quelli che senza sostegno non riflettono sulla possibilità di cambiare e di riconciliarsi con la società in un’ottica di integrazione etica e non conflittuale.

Eppure l’argomento è annoso e arricchito da fiumi di parole scritte che, tuttavia, dopo la loro icastica presentazione in pompa magna, cadono nel nulla della più totale e sciocca indifferenza. I detenuti e il carcere, attraverso lo svolgersi malato delle attività dinamiche è, soprattutto, un business immenso capace di soffocare ogni possibile richiamo al rispetto dei diritti umani e sociali. Poco conta, poi, sei i mancati processi rieducativi sono causa ed effetto dei principi, tanto dibattuti e posti al centro del populismo della “sicurezza a tutti i costi”, di prevenzione generale e speciale che costituiscono il presupposto imprescindibile per l’abbattimento della recidiva e l’abbassamento della soglia di criminalità nel sistema sociale. Ecco come la demagogia della certezza della pena, letta unicamente in chiave retributiva ed interpretata attraverso il paradigma più classico quanto becero del neoliberismo, distrugge ogni possibilità di recupero sociale e racconta ad un popolo poco informato la menzogna della sicurezza che, in questi termini, troverebbe certezza nell’applicazione della pena detentiva come unica cura dei problemi sociali.

Un chiaro esempio dell’insignificanza normativa sul rispetto dei diritti umani e della tutela dei singoli e della società, è pacificamente riscontrabile nel fallimento fattuale del codice di condotta che deve informare l’agire dei soggetti responsabili dell’applicazione delle leggi e dell’ottemperanza verso le stesse di cui alla Risoluzione Onu n. 35/169 del 17 dicembre 1979 che prevede, in particolare all’art. 5, che gli stessi non possono infliggere, suscitare o tollerare atti di tortura fisica e psicologica ovvero qualunque altra forma di pena o trattamento disumano o degradante (…) invocando, poi, all’uopo di mera discolpa, alcuna condizione o giustificazione.
Seguendo la via delle grandi dichiarazioni che prima di cadere nel nulla vengono poste a sostegno delle grandi strategie di esplicitazione dell’autoreferenzialità, tanto utile quanto irrinunciabile per le istituzioni totali, si noti come, in particolare, è fatto assoluto divieto di tortura e di ogni altra forma di trattamento crudele, disumano e degradante dall’art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dall’art. 7 del Patto internazionale sui Diritti civili e politici adottato nella Convenzione di New York del 16 e 19 dicembre 1966, ratificata dall’Italia e resa esecutiva con la Legge 25 ottobre 1077, n. 881, dall’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, ratificata dall’Italia e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, nonché dal nostro inascoltato art. 27, co. 3 della Costituzione. E nemmeno pare importare, atteso il contenuto delle cosiddette leggi e leggine “svuotacarceri” che, oltre ad essere del tutto scarno, nemmeno trova applicazione presso la magistratura di sorveglianza, come il neo introdotto art. 35 ter L. 355/75 e succ. mod cd. Ordinamento Penitenziario che dovrebbe prevedere un risibile sconto di pena, un giorno su dieci espiati, per coloro che si sono trovati, anche per tempi lunghissimi, ad affrontare condizioni di sovraffollamento e promiscuità che integrano, secondo quanto sancito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, palese violazione dell’art. 3 Cedu, ovvero tortura che gli arresti giurisprudenziali, pur nella forma della c.d. sentenza pilota, appunto della stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, definiscano il trattamento degradante, di cui all’art. 3 Cedu, come «un trattamento tale da ingenerare nelle vittime sentimenti di paura, angoscia e inferiorità, in grado di umiliare ed eventualmente rompere la loro resistenza fisica e morale». Anzi, non solo non importa; tale tipo di trattamento, qui a Bologna come nella maggior parte delle carceri italiane, assume il valore di vero e proprio architrave del sistema sanzionatorio penale: «il carcerato deve soffrire».

E si noti inoltre, onde sottolineare anche l’aspetto relativo alle violazioni vere e proprie delle norme comunitarie, costituzionali e penali, che, in ossequio a quanto disposto dagli artt. 10 e 117 della nostra Costituzione, le norme della Convenzione europea devono trovare immediata applicazione – c.d. principio di self executive – nella loro incidenza sul più ampio complesso normativo che si è venuto a determinare in conseguenza del del loro inserimento nell’Ordinamento giudiziario italiano (…) «In virtù della Convenzione europea, in Italia, il Giudice nazionale non è oggi solamente chiamato (e con lo stesso, in ogni caso, tutti gli operatori del diritto anche in sede amministrativa) a verificare – nel momento astratto della sua valutazione e formulazione – la conformità costituzionale del sistema normativo da applicare, ma deve valutare, alla luce dei principi sanciti dalla citata Convenzione, tale sistema nel momento operativo della sua concreta ed effettiva valutazione, per evitare che lo stesso, distortamente interpretato, possa risolversi nella violazione dei diritti fondamentali della persona, da essa riconosciuti e tutelati (Cassazione sez. I 12 maggio, 19 luglio 1993)». Un chiaro esempio, questo, di fantascienza giuridica, vieppiù laddove tale sacrosanto principio venga visto in un’ottica di comparazione tra lo stesso e la consueta attività del giudice penale nazionale, cui è parte integrantre la magistratura di sorveglianza, che, a Bologna come in altre amare realtà, altro non esprime che una manifesta abiura per le progressioni rieducative extramurarie attraverso una visione parossisticamente restrittiva sulla concessione di benefici penitenziari che, peraltro, oltre ad essere manifestazioni di umanità espresse dal legislatore penitenziario, assurgono ad imprescindibile strumento di abbattimento della recidiva, come chiaramente dimostrano le statistiche fornite dallo stesso Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Oltracciò, e Bologna fa scuola, a ulteriore fondamento logico di quanto qui esposto, peraltro in via di mera sintesi laddove si consideri, in concreto, il novero sterminato di problematiche, è corretto e opportuno sottolineare il nesso fisiologico che vincola, in negativo assoluto sotto il profilo del dato teleologico, i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge – art. 3 Cost. – che che devono caratterizzare l’esecuzione della pena conservandone il principio di legalità e certezza del diritto – art. 25, co. 2 Cost, ovvero quelli di divieto di tortura e trattamenti contrari al senso di umanità di cui all’art. 3 Cedu e al diritto pattizio e convenzionale precedentemente richiamato, con una prassi illeggittima che sottopone costantemente i soggetti qui detenuti a trattamenti disumani, degradanti, di privazione della dignità (prassi che si manifesta nei modi più disparati possibili: perquisizioni continue, provocazioni, istigazioni, dispetti, silenzi, etc.), ovvero di assoggettamento ad una pena di fatto ben più grave e pesante di quella in concreto irrogatagli in nome del popolo italiano e, attenzione, in uno Stato di Diritto, in quanto espiata in uno stato di costante e reiterata violazione dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi.

Sarebbe dunque il caso di rammentare anche ai più sordi che un differente e previsto orientamento risocializzativo, rispondendo a un’esigenza di rispetto della dignità umana, riflette una precisa opzione per cui l’efficacia dell’Ordinamento penale non risponde solo al criterio di esercizio del potere coercitivo dello Stato ma all’ambizione, semplicemente di buon senso, che il valore delle norme e della loro dimensione precettiva possa essere liberamente fatto proprio da tutti i cittadini, anche da parte di coloro che dette norme hanno violato. Ciò significherebbe far sì che l’impatto del sistema penale punitivo non si debba configurare mai come impedimento o sbarramento di ogni prospettiva esistenziale dell’individuo considerato come essere sociale, ma come occasione percorribile al fine del recupero di un rapporto proattivo e costruttivo con il tessuto sociale. L’orientamento alla risocializzazione non dovrebbe implicare una pena, un trattamento che, più o meno, “terapeuticamente” risocializzi, quanto che l’intervento punitivo comporti il minor possibile sacrificio dei diritti fondamentali dell’individuo e, dall’altra, assuma evidenze significative sotto il profilo della produzione di valori di solidarietà sociale e, per dirla con Gherardo Colombo, di perdono responsabile.

Tutto ciò allude alla rottura dell’impermeabilità ed extraterritorialità del carcere. La sperimentazione, già ampiamente adottata in altri Stati europei con esiti assolutamente positivi, di forme aperte di carcere contribuisce a ricondurre il diritto entro il suo alveo naturale, a rimettere in primo piano i soggetti, le loro storie e realtà, anziché le fattispecie penali che omologano gli individui nell’unicità ed irrevocabilità della pena. Solo la socializzazione di dinamiche istituzionali aperte ha come presupposto la promozione e la valorizzazione di quelle libertà che sono in grado, a un tempo, di permettere trasformazioni individuali in un costante divenire sociale.

La conclusione è un semplice auspicio che riguarda direttamente la comprensione e l’azione di tutti coloro che, in diversa misura, gestiscono, in piena titolarità, il potere di decidere sia legiferando che amministrando e giudicando. È l’auspicio che si finisca, una volta per tutte, di lanciare inutili proclami e, contestualmente, si aprano gli occhi su questa realtà, comprendendo che chiusura, stigmatizzazione e sofferenza non aiutano ma distruggono una società sempre più vuota di principi e idee.

Che c’avete in testa quando tirate in ballo il Che?

Il deputato M5s Alessandro Di Battista, prima della partenza per il suo tour di 4000 km in scooter per l'Italia #iodicono, per dire no al referendum Costituzionale, in Piazza Montecitorio a Roma, 7 agosto 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

«Scusi, della “Che Guevara” c’avete anche i borselli?». Quella di Checco Zalone in Sole a catinelle forse è la considerazione politica più sensata degli ultimi tempi. L’Italia chi è Che Guevara se l’è proprio scordato, se a tirarlo per la giacchetta sono politici di ogni sorta.

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Di Battista fa il suo tour in bicicletta, si fa fotografare mentre legge a letto e dice di avere Guevara nel suo pantheon, ma è alla guida – non da solo, certo, ci mancherebbe – del Movimento 5 stelle. No, le due cose non possono coesistere. Il noeuropeismo sul filo della xenofobia del M5s si scontra con l’internazionalismo e il terzomondismo del Che, mi spiace.

Sala GuevaraAncora: 5 febbraio 2016. Giuseppe Sala, candidato alle primarie del centrosinistra di Milano, alla vigilia del voto, caccia fuori una maglia rossa con l’effige del Che: «Ora la metto nel cassetto, con la lavanda. Ma spero di poterla tirare fuori quando, a giugno, sarò sindaco della città». Sala ha vinto, adesso è sindaco di Milano, se lo abbia fatto davvero non è dato saperlo. Quello che forse è certo è che Guevara non avrebbe gradito essere riposto in un cassetto in compagnia della lavanda.

Prima di lui, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino: «Siamo realisti, vogliamo l’impossibile», dice il guerrigliero Ignazio, intendendo come “impossibile” continuare ad amministrare Roma. Vabbè, meglio non infierire, ma non confondiamo marziano con marxiano.

Il fatto è, abbiate pazienza, che oltre a una motocicletta e a un discreto numero di aforismi (veri o falsi che siano, sulla rete non importa) Ernesto Guevara è pure portatore di un pensiero. Anzi, di una teoria politica. Si chiama guevarismo.

Sarà che è diventato una specie di rockstar, della quale non si conosce nemmeno una canzone. Sarà che la parte politica che dovrebbe stargli più vicina ha smesso di occuparsene tanto tempo fa. E non nel celebrarlo, s’intende. Perché se Guevara è stato – come è stato – un guerrigliero sì, ma anche un politico e un pensatore; allora “stare dalla sua parte” dovrebbe voler dire quantomeno riflettere su quel pensiero. Ma, a sinistra, discutere del Che, ricordarlo o anche solo citarlo è “anacronistico” se non “ridicolo”, è una roba da ragazzi… alla stregua di chi indossa la kefiah basco in testa e sigaro in bocca. Così, tanto per giocare, per scimmiottare quel fico di un guerrigliero.

Casa Pound

 

Intanto la destra, quella estrema, come abbiamo visto, lo usa e lo abusa. Tipo Casa Pound, sì Casa Pound. Anno 2009, i fascisti del terzo millennio svolgono un’iniziativa dal titolo: “Aprendimos a quererte” (hanno imparato ad amarlo… loro) per rendere omaggio a Che Guevara (si legge nel loro invito): «CasaPound si appresta a celebrare la figura del Che e, con esso, la memoria della destra rivoluzionaria. In confronto aperto con la sinistra radicale».

Che in Italia il Che e il guevarismo tornino al loro posto – che non è certo CasaPound, e nemmeno una maglietta – non è e non deve essere una speranza. Ma una responsabilità della sinistra. Serve onestà, conoscenza, l’abbandono dell’idolo usa e getta. Il Che non è mai stato un pacifista, inutile indossare la sua maglia impugnando una bandiera della pace. Si può anche non essere d’accordo con Guevara, non è necessario modificarne i contenuti (purché siano di nostro gradimento, o utilità).
Perché in questo sì ha ragione Guevara: per un mondo nuovo è indispensabile un Uomo nuovo. Altrimenti non se ne esce. Ma in questo chissà perché non lo cita mai nessuno.

Meglio sauditi che russi? Caffè del 12 agosto 2016

La guerra di Aleppo e Sirte. Repubblica ha scoperto la doppia guerra (per procura) cui avevo dedicato il caffè del 10. La rappresentazione che ne offre è fondata, nella cronaca dei fatti, ma è, secondo il mio parere, assai discutibile. “Tra i fantasmi di Aleppo”. Fantasmi sono i civili sotto assedio delle truppe di Assad e sotto le bombe russe, i medici e i paramedici legati ai “ribelli” e per questo privi di diritti internazionali, dunque presi di mira. L’assedio – scrive Repubblica- è stato rotto in un punto “con la sola arma di cui disponeva la rivolta: i kamikaze”. Vero? Tutto vero. “Sirte liberata”, ecco l’altro titolo. Per contrapposizione ai “fantasmi di Aleppo” suona come un respiro di sollievo. Il pericolo scampato, gli ultimi cecchini scappati verso il mare dal bunker di Ouagadougou (per questo l’allarme nei nostri porti?). Il buon Serraj, grazie all’appoggio americano, un po’ più forte nei confronti dell’infido Haftar, che sbarra la strada dell’unificazione del paese. Vero, anche questo. Ma la verità (della cronaca) si può discutere, anzi si deve confrontarla con quel che è successo prima e chiedersi quali scenari si apriranno dopo. È il lavoro dell’informazione, per impedire che i fatti siano mobili “qual piuma al vento”, e che la storia si faccia alla fine come vuole il più forte, il più determinato, che non è per forza sempre il più giusto.
L’ottimismo per la liberazione di Sirte va temperato. Per la Casa Bianca è, certo, un successo: la vittoria toglie un argomento a Trump contro Clinton (ritenuta “responsabile” della morte dell’ambasciatore americano nell’assalto del consolato a Bengasi).E il Pentagono segnala ad Haftar di essere in partita più dei suoi protettori egiziani e francesi. Per noi invece, che siamo a un tiro di schioppo dalla Libia, il problema è spuntare una parziale pacificazione del paese. Quel che basta per lasciar lavorare l’Eni, per non farci dirottare tutti i migranti, e non veder prosperare basi terroriste accanto a casa. Insomma, potremmo cantare vittoria solo quando si fosse raggiunto un accordo plausibile tra le fazioni libiche sotto il controllo (diretto, sul campo di un organismo internazionale. Condizioni che non si vedono, mentre è assai probabile che sia gli USA sia Serraj ci chiederanno di inviare più uomini in Libia.
Il macellaio Assad è tornato il nemico. Viva! Se l’Europa avesse appoggiato le primavere arabe, forse non sarebbe più al suo posto. Ma c’è. Se gli Stati Uniti avessero mostrato ai sauditi e agli emirati la faccia feroce – più con l’arma dell’economia, della politica e dei diritti che con la forza delle armi- forse Putin non sarebbe divenuto deus ex machina della crisi mediorientale. Ma lo è diventato. E allora noi? Gioiamo perché l’assedio di Aleppo è stato (parzialmente) rotto “con la sola arma di cui disponeva la rivolta: i kamikaze”? Mi chiedo se non sia la stessa arma usata contro i ragazzi del Bataclan. Nel nobile intento di salvare i bambini di Aleppo dall’agonia della fame e della sete e dalla paura delle bombe, ci alleniamo con salafiti e wahhabiti, che predicano la morte e aborriscono la (nostra) vita? Ah, ma c’è un fantasma che ritorna: “Aleppo come Sarajevo?” titola il Corriere. Anche nei Balcani abbiamo ignorato l’evidenza che la disgregazione dell’ex Jugoslavia (favorita dalla Germania e da Giovanni Paolo II) avrebbe provocato conflitti terribili e disastri umanitari. Poi, infine,abbiamo deciso si aprire gli occhi, di combattere il nemico serbo, amico dell’arcinemico russo, accettando la jihad come alleato. Sapete quanti miliziani neri partono dal Kosovo? Per salvare i bambini di Aleppo, proverei ad usare le 3 ore di tregua al giorno (concesse dai russi) per paracadutare medicine, acqua, viveri. Non mi alleerei con Al Nusra.
Ma forse il vento sta cambiando. Forse c’è un senso nell’apparente incongruenza delle notizie che incontriamo sui giornali e che ci bombardano dalla televisione. “Mosca riapre il caso Crimea”, scrive la La Stampa. Ora -aggiunge- vuole “punire i sabotatori ucraini”. Kiev, da parte sua, chiede aiuto alla Nato, dice di temere l’invasione e di essere pronta alla guerra. “Bombe su Raqqa e Aleppo, così il Cremlino guida la partita”, scrive ancora la Stampa. Ecco dunque la soluzione: torniamo a fare la voce grossa con la Russia in Ucraina, facciamo intendere a Erdogan che gli daremo quel che vuole (mai uno stato curdo, Gülen estradato dall’America e un paio di “colonnelli golpisti” dall’Italia), ma a condizione che non salti il fosso alleandosi con Mosca, facciamo intendere all’Arabia Saudita che sopporteremo il suo Islam wahhabita oscurantista se proverà a dirottare i kamikaze contro gli sciiti, gli yazidi, i curdi, facendocene per il momento grazia. Se faremo questo per salvare il salvabile, io dico che perderemo di nuovo l’anima. Subiremo nuovi attentati, scivoleremo ancora  dalla parte del torto e, forse, finiremo in guerra.

Quel 12 agosto 1944 quando i nazisti uccisero 560 persone: bambini, anziani e donne

Il 12 agosto del 1944 i nazisti uccisero più di 560 persone a Sant’Anna di Stazzema in provincia di Lucca. Fra loro anche 107 bambini. Fu un eccidio a freddo, senza neanche motivazioni di guerra, perché si accanirono con crudeltà su vecchi, donne e minori. Con bombe, mitragliatrici e poi dando fuoco ai corpi. Quella strage efferata ha lasciato ferite aperte nella memoria, che hanno continuato a sanguinare anche perché non c’era stata alcuna giustizia per quei morti. Fino al 2014 quando finalmente la corte federale di Karlsruhe ha annullato la decisione della procura generale di Stoccarda che aveva negato la riapertura delle indagini per la strage nazista di Sant’Anna di Stazzema.

L’ex SS Gherard Sommer era già stato condannato all’ergastolo in Italia, insieme ad altri dieci ex militari tedeschi ma le condanne, confermate dalla Cassazione, non erano mai state eseguite. Nell’ottobre del 2012 la procura di Stoccarda decise di non chiedere l’imputazione a causa dell’impossibilità di provare le responsabilità individuali e l’aggravante della premeditazione ma i familiari delle vittime della strage fecero ricorso e hanno vinto. Ed è stato un passo importante non solo per i sopravvissuti alla strage riuniti nell’associazione dei Martiri di Sant’Anna di cui è stato al lungo presidente Enrico Pieri (scomparso nel dicembre 2021).

C’è un libro, profondo e toccante, che permette di capire – più di tanti saggi di storia – cosa sia stato davvero quell’eccidio, il più orrendo, fra i tanti compiuti in Italia dai nazisti. S’intitola Era un giorno qualsiasi (Terre di mezzo) e l’ha scritto il giornalista Lorenzo Guadagnucci dando voce alle memorie del padre Alberto Pancioli Guadagnucci che perse sua madre in quella strage. Quel giorno lui si salvò perché, invece di andare in paese, era andato in giro con un amico e il nonno Pasquale. Più di settanta anni dopo era ancora viva nella sua memoria l’immagine di sua madre stesa per terra, ancora cosciente, sotto un albero. «I capelli le erano diventati tutti bianchi». La ferita era troppo profonda e non fecero in tempo a soccorrerla. Rimasto solo Alberto fu adottato – per un destino crudele – da un ex fascista, da cui prese il cognome Pancioli, mentre Guadagnucci era il nome della madre che coraggiosamente, sfidando il moralismo dell’epoca, aveva cresciuto da sola questo bambino avuto da un uomo già sposato e che non l’aveva riconosciuto. Lorenzo, giornalista e scrittore, autore di molti libri fra i quali anche un importante libro-testimonianza, Eclisse di democrazia, sui fatti della Diaz durante il G8 di Genova vissuti sulla propria pelle, ne porta oggi il cognome.

Bambini uccisi a Sant'Anna di Stazzema

Attentato in Thailandia dopo il varo della costituzione voluta dalla giunta militare

Una serie di attentati hanno colpito ieri la Thailandia. Undici bombe sono esplose in diferenti zone della provincia thailandese. Mentre due bombe hanno colpito un resort a Hua Hin, a sud di Bangkok. Le esplosioni hanno causato quattro morti e ventidue feriti (fra i quali anche due italiani). La polizia non esclude nessuna pista, ma appare sempre più probabile che possano essere azioni legate alla tensione crescente nela Paese dopo l’approvazione della nuova Costituzione voluta dalla giunta militare che è al potere a Bangkok. La situazione politica in Thailandia sta assumendo un volto sempre meno democratico. Attualmente il senato è nominato solo dai militari. E sono i 250 senatori selezionati dalla giunta, il Consiglio nazionale per la pace e l’ordine, a eleggere il primo ministro insieme ai cinquecento membri della Camera dei rappresentanti. I due principali partiti politici del Paese avevano preso posizione contro questa nuova costituzione. Il prossimo anno ci sarano le elezioni legislative ma rischia di essere una farsa perché i militari avranno l’ultima parola sulla composizione del governo, in ogni caso. Tutto questo segna un enorme passo indietro rispetto alla Costituzione del 1997, (che è stata modificata poi nel 2007) che era la più avanzata e democratica fra la ventina di versioni della Carta nazionale thailandese che sono state scritte e poi stracciate dal 1932 a oggi. Da allora ad oggi ci sono stati 19 colpi di Stato.
La settimana scorsa quando la popolazione è stata chiamata alle urne per il referendum che ha approvato la costituzione militare si sono registrati alcuni episodi di tensione che raccontano della mancanza di democrazia che sta vivendo questo apparentemente pacifico e accogliente Paese. Quando un ragazzo ha strappato la scheda elettorale pronunciando slogan contro la dittatura militare è stato immeditamente arrestato.
In esilio volonario per sfuggire a una condanna per corruzione l’ex premier Thaksin Shinawatra ha definito la nuova Costituzione, “una pazzia”. Tornando così a far sentire la propria voce per la prima volta dopo il golpe contro sua sorella Yingluck nel maggio 2014. Il magnate, che ha contro la ristretta e ricca borghesia di Bangkok, è ancora molto ascoltato nel nord-est rurale, che è risucito a conqusiatare con politiche demagogiche miste ad elementi di reale politica economica redistributiva. Ma c’è anche chi lo accusa di compravendita di voti fra l elettorato più povero ed ignorante. Di fatto è già aperta la corsa verso problematiche elezioni in cui i cittadini thailandesi difficilmente riusciraano a far sentire davvero la propria voce.