Home Blog Pagina 1092

Orhan Pamuk e il venditore ambulante che scriveva lettere d’amore

Quando nel nuovo romanzo del premio Nobel Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa (Einaudi) un avvocato di Ankara chiede ad un tassista cosa pensa dei Curdi, lui ne dice il peggio possibile. Ma quando quell’avvocato dice di essere venuto ad Istanbul «per difendere coloro che sono stati torturati in prigione, che sono stati dati in pasto ai cani solo perché parlano curdo», il tassista si rimangia tutto. Di primo acchito aveva negato ciò che pensava davvero. «È un aneddoto che illustra bene quanto sia repressiva la cultura politica in Turchia» racconta Pamuk, accogliendoci nella sala da tè di uno storico Hotel degli artisti in centro a Roma.

«Mostra l’eterogenesi dei fini, pensare una cosa e farne un’altra. Desiderare una ragazza e sposarne un’altra, come accade al protagonista di questo libro, Mevlut. È un punto chiave estetico e filosofico del romanzo. Scusandomi con i lettori turchi che hanno sentito questa storia molte di volte ce l’ho ripresa proprio per questo».
Il leader degli avvocati curdi Tahir Elci è stato ucciso Diyarbakir. La bomba esplosa vicino alla metro ci fa capire che anche nella cosmopolita e libera Istanbul qualcosa sta cambiando drammaticamente.
È una città cosmopolita e lo sta diventando perfino di più. Se vai nella strada principale di Beyoğlu non c’è un turco, sono tutti turisti, specie in estate. Ma se per cosmopolita intendiamo dire tollerante, penso che oggi non lo sia affatto. C’è un forte nazionalismo che si sente ancor più in campagna, nelle regioni interne. Parlando di quanto è accaduto alla metro, purtroppo, come Mevlut, di bombe ne abbiamo viste tante. In particolare negli anni 70, da cui prende le mosse questa vicenda. Allora c’era una sorta di guerra fredda fra destra e sinistra. E in quel terribile contesto sparavano e la gente moriva per le strade di Istanbul.

Mevlut non esprime idee politiche, ma si rende conto che l’amico Ferhat, curdo e di sinistra, «con l’aumento dei voti dei partiti religiosi era sempre più irrequieto e spaventato».
Ferhat appartiene a una minoranza sotto un duplice aspetto: è un comunista curdo e alevita. Come il leader dell’opposizione curda. Sono posizioni diffuse in Turchia. È vero il suo miglior amico è un radical. Ma i suoi cugini sono nazionalisti di destra. Mevlut è l’uomo della strada, non esprime forti opinioni politiche anche perché è un venditore ambulante di boza. Se prendesse posizione, se lottasse per le sue idee, non potrebbe sopravvivere economicamente. Mevlut vuole essere più vicino a Ferhat umanamente ma – ironia della sorte – lui si mette con Samiha, la donna che Mevlut desiderava e che anni prima aveva rapito, scoprendo poi di essere fuggito con la sorella. Non solo. Per quanto Ferhat detesti i cugini filo-fascisti loro lo aiutano per tutto il tempo.

Il libro vive in una polifonia di voci da cui emerge un quadro politico assai complesso. Quanto pesa oggi la stretta anti democratica e la censura imposta da Erdogan?
La situazione dei giornali in Turchia è molto difficile. Il direttore di Cumhuriyet, il mio amico Can Dundar, è in prigione. È uno scandalo che un direttore di giornale, qualunque cosa abbia detto per dispiacere al governo, sia per questo in carcere. La libertà di parola viene tarpata. Non è un bene per il futuro della Turchia. I leader europei stringono la mano al nostro primo ministro perché gli permette di usare le basi contro l’Isis, bene. Ma dovrebbero prestare attenzione anche al venir meno della libertà di parola in Turchia.

Questo romanzo è anche sua riflessione letteraria sull’amore. Centrato su due immagini femminili, una reale, l’altra ideale. Ne il mio nome è rosso, il pittore di miniature si innamorava di una misteriosa immagine di donna, intravista ad una finestra, cercandola poi per tutta la vita. È un tema che torna nel Museo dell’innocenza. Una sorta di filo rosso?
La stranezza che ho nella testa, sì è un romanzo tratta d’amore. Ma ci sono due diversi aspetti. C’è l’amore romantico e ci sono i matrimoni combinati, che secondo statistiche sono più del 50 per cento in Turchia. Ma c’è, insopprimibile, l’esigenza di un rapporto che susciti forti emozioni, allora come fai? Fai come Mevlut, che ha visto per tre secondi una ragazza e passa tre anni a scrivere poesie d’amore. Siamo in piena poesia romantica. Vedi una ragazza da lontano e quell’immagine diventa fonte di versi come quelli di William Wordsworth, da che mi ha ispirato il titolo di questo romanzo. Nella società islamica in cui donne e uomini non hanno la possibilità di incontrarsi da soli, e tanto meno di fare l’amore prima del matrimonio, tutto questo immaginario cresce, si espande, ci si concentra sull’ideale. Tutta la poesia ottomana è centrata su un’immagine di donna ideale. Molti sono i componimentiin cui l’autore parla degli occhi dell’amata. Un gioco di immagini che nasce dalla realtà: gli occhi sono tutto ciò che vedi di una donna velata. Qui mi avvicino al tema quasi da antropologo, raccontando come si vive l’amore, ma nel romanzo non c’è solo questo. Anche se Mevlut non intendeva rapire Rayiha, ma Samiha, il loro matrimonio sarà piuttosto felice, fra loro si sviluppa una complicità quotidiana. Lui non lavora in fabbrica, ma vende cibo che lei cucina. L’ho ricavato dalle testimonianze che ho raccolto per sei anni a Istanbul.

Alla fine, però, Rayiha si suicida, cercando di abortire in modo clandestino.
Succede qui qualcosa di analogo a quanto accade alla giovane Füsun, ne Il museo dell’Innocenza. È suicidio oppure è un incidente? Rayiha si uccide o è vittima dell’ignoranza? Quello che voglio dire è che purtroppo è facile morire cercando di abortire in casa. Rayaha è una donna vitale, forse è vittima delle condizioni sociali. Preferisco lasciare al lettore e alla lettrice la decisione.
Di fatto Mevlut distrugge quell’immagine ideale che le aveva dato raccontando che quelle lettere erano per lei?
Mevlut avrebbe di ché difendersi da questa accusa! Qui emergono gli aspetti interiori, più nascosti, dei personaggi. Lui continua a sostenere in lei la convinzione che quelle lettere la riguardano. Ecco il gioco: continuare ad aprire nuove porte sulle motivazioni dei personaggi. Siamo venuti a parlare dei meccanismi interni del romanzo, sono contento. Mi piace discuterne con i miei studenti alla Columbia University. Sono felice quando i lettori si interrogano su ciò che muove questo o quel personaggio, anche dopo anni. Le scelte di vita, forse, hanno sempre più di una motivazione.

Sull’Indice dei libri l’editor Francesco Guglieri ricorda che lei voleva fare il pittore da giovane. La sua scrittura è fortemente pittorica Questa volta è come «se avesse messo il cavalletto al livello della Istanbul più popolare». Che rapporto c’è fra immagine e letteratura ?
È un tema importante. Su cui ho anche tenutof un corso, partendo da Aristotele per arrivare a Nabokov. Rileggendo il rapporto storico fra le “arti sorelle”. La pittura, in estrema sintesi, cristallizza il tempo, mentre la narrazione ci immette nel flusso del tempo, ma entrambe cercano di toccare il cuore delle persone. Accetto il fatto di essere uno scrittore molto visivo, mi corrisponde. Penso che scrivere sia creare immagini e e suscitarne nella mente del lettore.
Dipinge ancora?
Sì ho ripreso a farlo, da otto anni a questa parte. Avevo “ucciso” il pittore in me come ho raccontato in Istanbul. Ma questa parte di me non era del tutto perduta. Un giorno, in America, sono entrato in un negozio e sono uscito con pacchi di colori, anche se non entrato con quella intenzione. Davvero non mi aspettavo di tornare a dipingere, ma ora ne sono felice Quando questo aspetto era sopito ho creato il Museo dell’innocenza che, se vogliamo, è un modesto esempio di arte contemporanea

Lei vive in una città dal passato millenario, che è ponte fra Oriente e Occidente. È stata Bisanzio, ha conosciuto l’iconoclastia, poi è diventata Costantinopoli. In Hagia Sofia, per esempio, la figura di una Madonna convive con l’arte ani-conica musulmana. I fondamentalisti dell’Isis non accettano questa coesistenza?
Io sono un cittadino di Istanbul, per tutta la mia vita ho vissuto fra i resti di Bisanzio, vedendo l’incontro fra elementi culturali dell’est, del sud, del nord… I miei romanzi intrecciano in modo secolarizzato temi mutuati dalla tradizione islamica e da altre tradizioni, in forme sperimentali e, in questo romanzo, più classiche, addirittura ispirate a Balzac e a Stendhal. Le opere più profonde sono quelle che nascono da incontri e convergenze nascoste. Imporre un solo modo, una sola idea, un sistema ideologico, una sola lingua, una religione è una forma di autoritarismo, che soffoca la varietà e appiattisce tutto. Io rifiuto completamente questo tipo di atteggiamento, sia che venga da religiosi islamici o di altra religione, sia che venga da militaristi di governi solo apparentemente secolarizzati, ma di fatto uguali a quelli di tanti anni fa. I fanatici non fanno altro che distruggere la nostra cultura. Amo la complessità. Mi piace quando al primo sguardo rimango stupito e e mi chiedo cos’è questo? Quanto ai miliziani dell’Isis sono orribili terroristi. Che siano musulmani, cristiani indù o altro i terroristi sono sempre terroristi e dobbiamo rifiutare e opporci alla loro violenza.

Si è opposto alla distruzione del sito archeologico di Palmira Khaled al-Asaad, ucciso la scorsa estate dai fondamentalisti.Molti archeologi rischiamo la vita in Siria, in Iraq e in altri luoghi per difendere resti di civiltà passate. Che cosa ne pensa?
Quell’archeologo siriano mi ha fatto pensare a quel che accadde in Germania prima del 1944 e ai partigiani che hanno rischiato la vita per opere che sono patrimonio dell’umanità. Per lui non erano solo rovine del passato, erano la sua vita. Erano la sua lingua, memoria di civiltà antiche. Nel caso di Palmira, l’Isis non vuole solo distruggere, ma vendere i reperti ai musei occidentali per fare soldi. Rapiscono le persone anche per ottenere i soldi del riscatto. Quanto al ptrimonio d’arte alla fine mi viene quasi da pensare che sia un bene che i musei comprino quei reperti trafugati, almeno qualcosa si salva.

Istanbul è una città ricchissima di tracce vive del passato. Ne determinano fortemente l’atmosfera, ne esprimono il “genius loci”.
Sì Istanbul è un organismo vivo, anche grazie a quelle, vestigia. Ci vivo da 63 anni ma devo ammettere che i cambiamenti degli ultimi 13 anni sono molto più forti di quelli accaduti nel corso di 50 anni. Parlo di una trasformazione rapida e a tratti inafferrabile. Il mio libro autobiografico Istanbul finisce nel 1973. Questo romanzo inizia più o meno intorno a quella data. Qui non c’è l’aspetto sottilmente malinconico (huzün) della città, ma l’aspetto vitale, di crescita, che al tempo stesso distrugge il passato.
Quando lei,a Istanbul, ideò il Museo della memoria disse di non sapere esattamente cosa stava facendo. E oggi?
Per continuare quel “gioco” mi viene da dire che quando un Jiinn entra nella tua testa, come accade agli artisti, non sai bene cosa stai realizzando. Fai senza sapere. Allora dicevo a me stesso magari tra cinque anni ne parlerò con i miei studenti alla Colombia. Ma se provi a spiegare, i Jiinn scappano. I miei Jiinn sono irrazionali.

Intervista pubblicata su Left numero 48, 12 dicembre 2015

Solo il dèmos può battere l’austerity. L’intervista a Yanis Varoufakis

Lo inseguiamo per due giorni. Lo osserviamo. Seduto tra i tanti sul palco del PlanBEuro- pe di Madrid, interviene. Ascolta gli altri, si sente ospite, nessun cenno di protagonismo. Ma il protagonista è lui. Dà lezioni su democrazia e capitalismo persino nella saletta della colazione, tra lo sguardo basito di Alberto Garzón (Izquier- da Unida) che pende dalle sue labbra e di noi giornalisti che li guardiamo invidiosi. Vorremmo stare a quel tavolo, senza barriere, per ascoltare che pensa l’ex ministro delle Finanze greco, il primo ad essersi ribellato alla Troika per il suo dèmos. E per la democrazia, che, ripete, «non è un lusso». Ma a noi ci fa aspettare, ci vede dopo e tutti insieme. Le domande sono tantissime.

Perché la democrazia dovrebbe battere l’austerity?
La mancanza di democrazia è la causa degli scarsi risultati economici e gli scarsi risultati economici sono la causa della frammentazione dell’Europa, e la frammentazione dell’Europa è la causa dell’emergenza dei nazionalismi. Le istituzioni dell’Ue crollano, i cittadini europei di sinistra, come di destra e di centro, hanno perso la ducia in queste istituzioni. La Sinistra ha il dovere morale e storico di creare una coalizione ampia per la democrazia. Dobbiamo cercare di stabilizzare l’Europa e poi costruire quella del futuro, capire come liberarci dei muri che cau- sano incertezza, oscillazioni, autoritarismi, che a loro volta determinano risultati economici devastanti, oltre ad uccidere la ducia della nostra gente. Ecco perché siamo qui. La Spagna ha rifiutato il vecchio, ha rifiutato le menzogne sul successo economico degli scorsi cinque anni di Troika. E questo lo ha fatto il popolo spagnolo. Ora qui nascerà un nuovo governo e poi una nuova Europa. Noi, insieme, dobbiamo assicurarci che nasca.
Di che menzogne parla?
Il motivo per cui gli spagnoli hanno fatto cadere il governo Rajoy è perché non hanno bevuto la storia del successo economico. Se ci avessero creduto, adesso Rajoy sarebbe primo ministro con una maggioranza assoluta in Parlamento. Nessun successo grazie alle politiche di austerity né qui né in Grecia, purtroppo. Quindi, qualunque go- verno emerga anche in Spagna, le domande sono sempre tre: 1. Cosa si farà con il sistema banca- rio che in questi anni non è mai stato indagato in modo adeguato; 2. Abbiamo una nuova crisi economica globale alle porte, i mercati emergenti la stanno producendo, e arriverà in Europa. Il sistema bancario (anche spagnolo) è inadeguato e ancora una volta, le fasce più deboli della socie- tà saranno chiamate a pagare il debito; 3. Gli investimenti non sono mai stati così bassi, nell’at- tività produttiva non è stato mai investito così poco come oggi, quindi quello che, per esempio, il prossimo governo spagnolo dovrà mostrare è come farà a ripulire le banche e a produrre investimenti. Ovviamente la risposta dipende molto da Bruxelles, perché nessuno dei nostri governi ha gli strumenti per affrontare da solo questi problemi. Solo che tutto ciò che è stato fatto da Bruxelles negli ultimi 5-6 anni è fallito, quindi ab- biamo bisogno di un nuovo piano per l’Europa.
Teme che in Spagna possa accadere come in Grecia, che il processo democratico venga interrotto brutalmente?
Una delle tragedie degli ultimi 5 anni è che sebbene le differenze tra destra e sinistra siano evidenti, quando si arriva al governo, queste differenze vengono tenute fuori dal sistema. Noi di Syriza siamo stati eletti a gennaio dello scorso anno, proponendo un pacchetto di proposte politiche che ritengo fossero ragionevoli. Le abbiamo portate a Bruxelles e siamo stati schiacciati! Un vero colpo di Stato. Non hanno usato i carri armati, ma le banche. Il 13 luglio il mio primo ministro ha rmato un documento di resa, accettando di portare avanti la loro politica. E, adesso, abbiamo eletto un governo che sta portando avanti le stesse politiche che eravamo stati chiamati a combattere, che non potranno mai essere realizzate e che lo stesso Schäuble sa che non possono funzionare. Quindi qual è il motivo di avere un governo di sinistra che porta avanti politiche che non solo falliranno ma che tutti sanno che falliranno?
La questione, dunque, non è di avere un governo di sinistra al potere; neanche i governi di destra, o neoliberisti, portano avanti politiche neoliberiste. È un mito! L’idea di salvare le banche non è in linea con quanto sostenuto da Frederic Von Hayek e dai guru neoliberisti. L’idea che i contribuenti debbano essere strizzati e schiacciati per assicurarsi che le banche non perdano un euro non è affatto in linea con le politiche neoliberiste. La realtà è che abbiamo neoliberisti che non perseguono politiche neoliberiste e partiti di sinistra che non perseguono politiche di sinistra. Questo è il motivo per cui la nostra democrazia è stata completamente svuotata. Perché abbiamo invece un’autocrazia incompetente a Bruxelles che si preoccupa solo di una cosa: di non essere sfidata, di non dovere ammettere che le sue politiche hanno fallito. Per questo abbiamo bisogno di un governo progressista in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Francia. In realtà, abbiamo bisogno di un governo che dica la verità. Sia pure di destra o neoliberista, l’importante è che non applichi le solite vecchie ricette già fallite.
Si discute di debito e di rifugiati allo stesso modo in questa Europa. Si fanno calcoli su vite umane, considerate pezzi o quote…
La crisi dei rifugiati ci dice che come europei abbiamo “collettivamente” fallito. E che se non si cambia direzione, scriveremo una delle pagine più nere della nostra Storia. Io sono molto ero dei greci e di quello che stanno facendo. Sono persone che negli ultimi 5-6 anni hanno subito pressioni enormi, ci sono bambini nelle nostre scuole che soffrono di malnutrizione, ma la mia gente alle migliaia di rifugiati che stanno arrivando apre case e cuori. Mentre i leader europei chiedono ad Erdogan di aprire le frontiere per riprendersi i siriani e a noi greci ci sgridano perché invece quelle frontiere non le chiudiamo. Militarizziamo le frontiere, utilizziamo la Nato, blocchiamo i rifugiati, per fare cosa? Per riportarli dove? Indietro da dove scappano? L’unica cosa da fare è lasciarli entrare. Tutti. Quando qualcuno bussa alla vostra porta, nel bel mezzo della not- te, qualcuno a cui hanno sparato, che è bagnato, stanco, ha fame, ha dei bambini, non è possibi- le fare il calcolo costo-bene ci se aprire o meno quella porta. Quella porta si apre e basta! È il nostro dovere, insieme a quello delle Nazioni unite. L’Europa è abbastanza grande e abbastanza ricca per farli entrare. Poi, ci preoccuperemo di come fare. Ma prima li facciamo entrare, gli diamo da vestire, da mangiare, ci assicuriamo che non muoiano, che non anneghino e poi troveremo un modo per integrarli. E ancora un’ultima cosa, noi europei abbiamo una storia di migliaia di anni di colonializzazione del mondo. Abbiamo “esportato” milione di persone, abbiamo ucciso centinaia di migliaia di persone nelle Americhe, in Australia. Ci siamo impossessati delle loro terre, li abbiamo schiavizzati, abbiamo preso l’Europa e l’abbiamo ricreata a nostra immagine, strana immagine, in tutto il mondo. Sapete una cosa? I morti non sono cambiati, i dati demogra ci sono cambiati, ed ora il resto del mondo sta popolando l’Europa di nuovo. Sarà meglio per noi capire che è così, e trovare un modo umano di gestire il fenomeno, traendo vantaggio da esso.
Siamo in Spagna, inevitabile pensare agli Indignados. L’indignazione rimane uno strumento di lotta?
La maggior parte degli europei oggi non si da delle istituzioni dell’Ue. C’è tantissima indignazione in Europa. La domanda è che cosa farne di tutta questa indignazione? Le permettiamo di alimentare i nazionalismi? O il fascismo di quelli che ritengono che la soluzione al terrorismo in Francia sia ritirare la cittadinanza ai francesi che non sono esattamente francesi? Cadiamo nella trappola della disintegrazione per nire uno contro l’altro, come abbiamo fatto negli anni Trenta? Oppure incanaliamo questa indignazione per una ricerca democratica, in un movimento democratico che fermi le cause di questa indignazione? Questa è la cosa più importante.
Non le sembra troppo semplice dire che non bisogna “pagare il debito”?
Beh, noi di sinistra siamo stati accusati di essere degli utopisti. Ma io non riesco a pensare a nulla di più “utopico” di ciò che Miguel Urbán ha detto ieri, dell’idea che il debito pubblico e privato totale europeo verrà ripagato. Non sarà ripagato! Sarà ristrutturato in un modo o nell’altro. Un debito inesigibile non è ripagabile. Può essere ristruttu- rato. Una sola domanda: in Europa, quante volte la Germania ha dovuto ristrutturare il suo debito negli ultimi 100 anni? Molte volte! E la Gran Bretagna? In che modo è riuscita a diventare una po- tenza? Ristrutturando il debito, non pagandolo. Il pensiero che ogni euro di debito debba essere ripagato non è neanche un concetto neoliberista. Secondo la dottrina neoliberista, la bancarotta è necessaria, la bancarotta per il capitalismo è quello che l’inferno è per i cristiani, spiacevole ma essenziale. Altrimenti non funziona! Quindi il debito sarà ristrutturato, sarà ridotto, la domanda è come, visto che ci sono diversi modi per farlo. Per farvi un esempio, General Motors, la compagnia automobilistica americana, nel 2009 è fallita; oggi sta crescendo, perché nel 2009 il suo debito è stato tagliato per il 90%; il 90% di riduzione del debito della GM è stato poi ristrutturato. Ora, se avessero aspettato altri due anni, non ci sarebbe stata una ristrutturazione del debi- to, l’azienda sarebbe stata chiusa e il debito dimenticato. Quindi, la questione non è se tagliare il debito, ma come sarà ristrutturato. Per esempio, con un Green new deal, un nuovo progetto che prenda circa 3 trilioni di euro di giacenze in contanti, soldi privati fermi, e li converta in investimenti, in cose che servono alla società, come l’energia verde, al ne di creare posti di lavori che producano reddito e che per- mettano poi al nostro debito di essere estinto.
Non parla mai di Italia, cosa pensa di quello che sta facendo Renzi, della essibilità che sta chie- dendo in Europa? Crede sia troppo poco?
Ci sono state volte in cui Renzi ha s dato le regole dell’Eurozona, e mi sembrava stesse seguendo la strada giusta perché sono regole impossibili; il primo Paese a non rispettarle è stato la Germania, poi la Francia. Invece Renzi ha totalmente torto quando ritiene che la soluzione sia che Bruxelles “chiuda un occhio” di fronte alle violazioni delle regole da parte dell’Italia. No, non è accettabile. Quello che dovrebbe fare in qualità di primo mi- nistro di un grande Paese dell’Ue è andare a Bruxelles e dire: voglio una conferenza per ridiscute- re le regole! Perché se i cittadini tedeschi pensano che il primo ministro italiano o quello spagnolo o quello greco vogliono chiedere eccezioni per i loro Paesi, non capiscono. Se invece diciamo che queste regole non possono essere rispettate neanche dal loro governo, costruiamo un dialogo giusto. Possibile, pragmatico, solo così avremo la possibilità di unire l’Europa. Quindi Renzi dovrebbe seguire questa strada e non, come sta facendo ora, quella sbagliata.
Si rischiano due Europe? Sud contro Nord?
La Spagna è sempre stato un importante campo di battaglia per la democrazia, a partire dal 1936. Adesso il testimone è tornato a lei. Ma è importante non cader preda delle divisioni in corso, non è il Sud contro il Nord, la Spagna contro la Germania. La crisi colpisce tutti. Persino la Germania, dove gli operai fanno fatica ad arrivare a ne mese e i servizi, gli ospedali e le scuole stanno diminuendo. Il problema è che si sentono dire che è per colpa dei prestiti che il loro governo è costretto a farci. E questo ci mette gli uni contro gli altri. Questa disgregazione è da fermare.
Come pensa di costruire una nuova egemonia culturale, diversa dal liberalismo e che superi la sconfitta del marxismo? Che idea di uguaglianza possiamo perseguire oggi?
L’idea della democrazia. La democrazia è riportare il dèmos nella democrazia.
Ma lei lo sa, il dèmos la Storia ce lo ha sempre descritto “naturalmente” incline alla violenza, pericoloso. Da controllare…
No. Non è affatto vero. Il dèmos è dialogo. È dialettica. È democrazia.

(Prima che vada via, gli regalo uno dei miei libri preferiti, Le gambe della sinistra, di Elisabetta Amalfitano, e lo saluto a malincuore)


Questo articolo è stato pubblicato su Left n. 9 del 27 febbraio 2016

No, il referendum non si vince con l’istinto primordiale

Sono da mesi in viaggio permanente per l’Italia per sostenere le ragione del NO alla riforma costituzionale di questo governo. L’ho deciso fin dall’inizio per impegnarmi a viso aperto come succede a chi non ha ruolo politico ma sopporta di essere impolitico, peggio ancora apolitico. Sono principalmente contro questa riforma poiché l’occasione di superare il bicameralismo perfetto era troppo importante per svilirla con un Senato che si abolisce per finta e che si farcisce di politici che si votano tra loro, perché non sopporto che il senato diventi un dopolavoro per una categoria che al lavoro sembra proprio poco predisposta di natura; sono contrario alla riforma perché le competenze del (finto) Senato rimarranno moltissime e perché la riforma è scritta talmente male che sarà inevitabile avere una mole di procedure legislative che si bloccheranno troppo spesso per conflitti di attribuzione; viaggio per spiegare che questa brutta riforma a braccetto con quella brutta legge elettorale che è l’Italicum ci sarà una deformata idea di rappresentanza che non mi convince.

Studio, racconto e ascolto le diverse opinioni e ragioni. Mi capita anche (pensa te) di confrontarmi con sostenitori della riforma che si dimostrano preparati e in buona fede. So che sembra incredibile ma tant’è.

E non credo proprio che si possa pensare di girare l’Italia dicendo che questa riforma non va bene perché il nostro istinto primordiale non ama Renzi, la Boschi e le altre facce di questo governo. Attenzione: io non li amo proprio per niente, sia chiaro, ma una riforma costituzionale non merita di essere avversata nello stesso puerile modo in cui è stata proclamata. E quindi no, non sono d’accordo per niente con Grillo quando dice che “basta pensare a chi ha fatto questa riforma per capire che non va bene, anche senza capirla”.

Io temo piuttosto chi mi chiede di votare per inclinazione personale. Mi sembra tutto così impiastricciato, dilettantesco e poco serio: io non riesco a non essere d’accordo con qualcosa che non comprendo. Anzi, non sopporto chi ha paura dello sconosciuto, chi solletica le pance e nemmeno chi banalizza per non dover entrare nel merito. L’ha fatto il Presidente del Consiglio e davvero crediamo di essere credibili così?

La gara tra iperbolici anche no, grazie. Grazie no.

Buon martedì.

L’Italia allo specchio: 1995-2016. Caffè del 15 agosto 2016

51 anni fa il presidente del consiglio era Moro, il vice Nenni, Fanfani agli esteri e Saragat presidente della repubblica. Agnelli AD della Fiat, con ancora Valletta a fargli da tutore, e Carli governatore della banca d’Italia. Il 15 agosto 1965 il Corriere titolava “18 morti e centinaia di feriti per la furia negra a Los Angeles”. Le grandi città, Roma e Milano, erano deserte, perché il tempo della vacanza era allora più nettamente separato da quello del lavoro. E il non lavoro, legato all’uso dell’auto privata (e comprata a rate), all’acquisto del bikini, alla voglia di mangiare con amici e parenti in trattoria, di possedere o di affittare una casa al mare, sembrava la carta d’identità dell’uomo nuovo, non più contadino o impiegato o studente, ma consumatore. È in quel tempo lontano, favoloso per i nostri figli e per i nipoti, che affonda -io credo- l’anomalia italiana. La quale alla fine consiste nella incapacità dei governi di governare, dicendo con chiarezza quel che si vorrebbe fare e facendolo davvero.
Il 15 agosto del 1965 il centro sinistra discuteva di riforme importanti: da certe nazionalizzazioni, alla trasformazione della scuola e della sanità, dall’introduzione dei primi piani regolatori alla riforma del mercato del lavoro per correggere la sperequazione tra nord e sud e limitare morti bianche e infortuni. Il blocco venne da destra, con il rumore di sciabole che il generale De Lorenzo fece intendere ai socialisti, con la vecchia rendita, divenuta palazzina, che non tollerava controlli di legalità, con la persistente struttura fascista dell’apparato statale che aveva in odio qualsivoglia modernizzazione. Il Partito Comunista Italiano funzionava da limite esterno: indicava il punto oltre il quale il riformismo di Moro non poteva spingersi. D’altra parte era il tempo in cui gli Stati Uniti si infognavano nella crociata anti comunista del Vietnam, la Cia favoriva in Indonesia la cacciata di Sukarno (con un milione di morti, i comunisti e tutte le loro famiglie, fino ai cugini secondi), in Grecia si preparava il colpo di stato dei colonnelli. Ma l’Italia sembrava senza pensieri. I contadini mandavano i figli all’università, se non proprio per farne matematici o medici, almeno insegnanti o maestre (via magistrale e magistero). In piazza, nei paesi del sud, si teneva la chiama per la tradotta del lavoro, verso Torino o la Germania. Dopotutto poteva sembrare conveniente non far nulla e attendere. Così, da allora, i governi hanno imparato a non governare, ma a sopire, rinviare e barattare con chiunque, dall’ombra, avesse il potere di ricattarli : servizi segreti in ambito atlantico, Gladio, mafia, Boia chi molla, loggia P2. Fino a quando, con la trionfale vittoria dell’occidente capitalista sull’orso russo cattivo e comunista (1989-991), il ricatto è divenuto esplicito e perfettamente legale. Il vincolo che consiglia ai governi di non governare ora viene da poteri forti,dalla comunità internazionale, dal mercato.
Titolo per, commento contro. “L’Italia alla UE, serve flessibilità per 10 miliardi”. È il tutolo forte di Repubblica in prima pagina. Già a pagina 6 si scopre però che questi 10 miliardi serviranno appena a mantenere le promesse sull’iris e quelle sulle pensioni. Come ieri avevo anticipato, non ne resta per il taglio dell’Irpef né per la povertà. Ma il bello si scopre leggendo il commento di Alessando de Nicola, richiamo in prima e articolo a pagina 31. Dietro il titolo asettico “la non crescita e la cura espansiva”, De Nicola osserva che: 1) negli ultimi tre anni (2013, 2014,2015) la spesa pubblica non è diminuita, anzi è cresciuta, 2) il debito pubblico è cresciuto fino a toccare il 132,7% del PIL; 3) il combinato di questi due dati può “influenzare in senso negativo la percezione circa la sostenibilità del debito” , come ammette il MEF. ministero economia e finanze. Conclusioni di De Nicola: non abbiamo le carte per attribuire alle politiche di austerità i guasti della non crescita e rischiamo di peggiorare lo stato già precario della nostra economia. Il problema, dunque, è altrove. Dove? Nel non governo dell’economia. Renzi ha puntato sull’effetto psicologico di alcune sue scelte (o se volete, di certe sue parole), dagli 80 euro, all’abolizione dell’articolo 18, agli incentivi alle imprese, all’abolizione dell’Imu. Ma ha avuto torto. Perché, purtroppo, la ripresa non è più in occidente capace di creare ottimismo, voglia di spendere e assumere. Perché troppo forte è in Italia la rendita parassitaria (mafie, evasione, corruzione) e troppo grande la palude industriale (quasi metà delle imprese vive del mercato interno, di aiuti e appalti pubblici).
Cosa si dovrebbe fare di diverso? Il Fatto ha sentito 4 esperti. Mario Seminerio: invece di dare “mance” a destra e a manca, il governo Renzi avrebbe dovuto “ridurre ulteriormente l’Irap sulle imprese e abbassare di un punto l’Irpef, che nello scaglione tra 15mila e 28mila euro è una tassa depredatrice”. Emanuele Felice: “riforma della giustizia e della pubblica amministrazione -Renzi lascia le cose a metà- Lasciamo scattare l’aumento dell’Iva (clausola europea di salvaguardia), e destiniamo le risorse a investimenti e tagli delle tasse sulle imprese”. Vladimiro Giacchè: “c’è una crisi di fiducia legata alle banche”…nazionalizziamo quelle che vanno nazionalizzate, invece di “bruciare 50 miliardi di capitalizzazione in borsa”. Franco Mostacci: “ lotta a corruzione ed evasione: se manca quella la spesa pubblica si spreca. E ridurre le diseguaglianze di reddito: trovare i soldi da redistribuire ai poveri, che li spendono… In termini di tasse, incidere sui patrimoni più che sui redditi, se no si deprimono ulteriormente i consumi”. Non tutte le proposte mi convincono né mi paiono tutte realizzabili ma danno la dimensione della distanza tra le parole (che vorrebbero essere rassicuranti) del governo Renzi e la realtà dei dati e delle prospettive. Buon ferragosto.

Teranga è casa, dove ti amano e basta

Ci si presenta spesso con un nome, un’identità, una definizione. Nessuno, e dico bene, proprio nessuno, conta solo perché è. Sono un viaggiatore, e nei passi c’è un po’ di tutti coloro che ho incontrato nel mio cammino, perciò sono testimone vivo della realtà. Non si è senza gli Altri. E quando pensavo all’Europa a quei tempi, c’era una parola che mi piaceva dire e ripetere a me stesso, all’infinito: accoglienza.

Accoglienza. Come salvezza, forse, o semplicemente come inizio. Sono nato nel cuore dell’Africa, in una terra rossa e arida come il sangue, dove sopravvivere ha quasi del miracoloso. So trarre l’acqua dalle piante, ma non basta più. So zappare la terra per giorni e giorni, ma non piove più. E, nel frattempo, vedo aprirsi senza sosta strade nuove nella sterpaglia e tra i baobab, vedo i camion carichi di merci sfrecciare tutti i giorni sempre più numerosi, verso destinazioni sconosciute ma probabilmente migliori. A casa mia c’è poco, ma abbastanza. Il miglio è diventato raro, vale danaro e io non ne ho, non saprei nemmeno come fare per averne, ma è indispensabile. Per me, e per gli altri per cui sono vivo, è difficile. Ma vorrei vivere e, per farlo, devo andare. Alla paura di lasciare tutto si oppone la speranza dell’Accoglienza. Lì dove vanno le merci, l’oro delle miniere, il metallo, ci sarà posto anche per me. A costo di lavare i piedi dei bianchi, io andrò in Europa. Non per ambizione personale, non per rivalsa, ma semplicemente per esigenza. Poi, sicuramente, sarò accolto.

Il deserto e il mare ti ricordano la vita, per la morte. Vedevo cadere molti intorno a me, sapevo di essere vulnerabile, ma una chance, una sola, una piccola, è migliore di tutto quello che abbiamo lasciato. Sono arrivato nel Paese dei bianchi con tanta stanchezza. Ma c’è l’emozione dell’arrivo, quel brivido che ti svuota di tutte le forze sì, ma sai che ci sarà qualcuno ad accoglierti. C’era il governo. Firmare, firmare, firmare, sempre firmare. Io volevo lavorare, ma dovevo firmare. Ho firmato per mesi e mesi, costretto in strutture chiamate Cie e poi in albergo. Ho compreso che la disperazione e la fame non erano una ragione sufficiente per attraversare il mare. Ho compreso che il valore delle merci è superiore al valore degli umani, ma ho capito anche che non potevo tornare indietro. Qui piove tanto sì, ma non ho né zappa né terra, tutto appartiene ma non a tutti. Ho imparato a mangiare la pasta, il minestrone, a fare colazione col caffè e il latte e, poi, finalmente, è arrivato il permesso di soggiorno. In molti credono che tutti quelli che arrivano con le navi ne siano provvisti e vengano lasciati andare, ma non è esattamente così. Il permesso di soggiorno è la chiave di tutto, puoi scampare alla morte mille volte tra il deserto e il mare, ma senza il permesso di soggiorno è come se non fossi mai partito, perché non conti niente, in nessun modo. Non esisti e, se esisti, vieni rimpatriato.

Accoglienza. Era la mia speranza, eppure ho trovato amministrazione, numeri, preoccupazioni. E razzismo. Di ogni sorta, da chi ti insulta senza che tu gli abbia fatto niente, chiamandoti scimmia e invitandoti a tornartene a casa tua, al ragazzino che ti chiama “ragazzo” con tono di superiorità.

Accoglienza. Il contrario di quel dolore che rode il fegato di qualunque migrante. Conscio di essere, di produrre, di avere diritti, eppure frustrato per il credo di altri esseri umani. È difficile bruciare senza poter urlare. Un immigrato, vive questa condizione.

Accoglienza. Una bella cosa, che non per forza comporta il donare o il dare, a volte basta semplicemente essere per contare.

Accoglienza. E a me veniva in mente una sola parola: Teranga. Andavo nei bar, nelle piazze, in cerca di Teranga. Potevano essere occhi o braccia aperte, potevano essere sorrisi o parole, o anche ascolto. Ho trovato ciò che cercavo in un mosaico, ma in frantumi. Pezzi di sorrisi, frammenti di abbracci, sembianze di integrazione, è stato allora che oltre alla fame di chi era rimasto in Africa aspettandomi, si è aggiunta la mia. Contare e far contare. Teranga è una casa, non un paese, ha un senso non un motto, è una realtà non uno slogan. Doveva partire da me, poiché sapevo molto bene ciò che avrei desiderato trovare. Dovevo costruire una casa per tutti coloro che cercavano fratelli. Un bisogno personale. Sono stato schiacciato, volevo evitare che accadesse ad altri. Volevo arrivare in Europa ed essere accolto, adesso che ero in Europa avrei accolto chi aveva lo stesso sogno.

Ho incontrato Napoli un anno prima della fine del secondo millennio. Più di affascinare, Napoli mi ha rapito, in un dolo che dura da quasi vent’anni. Mi ha preso in ostaggio e mi ha regalato una figlia, compagna eterna del mio cuore e della mia anima. Ma l’amore, a un senso o a due, non basta, la mia vita è cambiata e con essa le mie aspettative. Ero arrivato per tornare, senza realmente mai voler star lontano dalla mia terra, e mi sono ritrovato a sognare casa ovunque essa fosse. Casa, un posto accogliente dove ti spogli di tutto per lasciare te stesso.
Napoli accoglie, e scaglia pietre di ignoranza grosse come la montagna che sovrasta il golfo, ma a casa nessuno si accorge che sei nero, nessuno ti tratta da straniero, nessuno ti compatisce. A casa ti amano e basta. Pensavo a mia figlia, al posto in cui avrei potuto portarla per farle vivere la sua diversità come normalità, volevo una casa in cui a fare da padri e da madri fossero le persone.
Perciò nasce Teranga. Una parola che proviene dal wolof, lingua nazionale del Senegal. Una parola che significa Accoglienza, ma nel senso più ampio del termine: se vieni a casa mia il mio pasto è tuo, il mio letto altrettanto. Ho scelto questo termine perché toglieva ogni barriera nell’accogliere, non esistono classifiche quando si hanno le braccia aperte. Così nasce Teranga, umilmente e senza mobili. In un vicoletto stretto tra le strade di Napoli. Nasce dunque, e presto si riempie di fratelli e sorelle. Portando avanti le regole per cui ogni essere si riflette nel suo simile, e preferendo al successo la fratellanza. Ci siamo aperti al mondo, togliendo ogni velleità d’odio e coltivando l’amore attraverso la semplicità, la cultura, la musica, l’ascolto. Dando assistenza, ma anche donando speranza, affiancando e accogliendo. Non per dare un esempio, ma perché sappiamo bene cosa avremmo voluto e, pertanto, vogliamo restituirlo a chi ne ha necessità.

Presto Teranga è divenuto ciò che si proponeva di essere: un punto di riferimento per chiunque.

Questo racconto continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

SOMMARIO ACQUISTA

«Militare e attivista». la verità scomoda di Chelsie

Celsea Elizabeth Manning, nata come Bradley Edward Manning, è una donna transgender militare e attivista, due categorie che sembrerebbero incompatibili ma che possono non esserlo. Diventi militare e attivista quando, come nel suo caso, entri nell’esercito seguendo l’ideale profondamente americano di difendere la costituzione da ogni nemico esterno e interno; poi quando vedi questo ideale calpestato e tradito, decidi di difenderlo mettendoti contro il governo e l’esercito degli Stati Uniti d’America, che riconosci come nemico interno.
In una lettera aperta a Obama, Chelsea Manning cita Howard Zinn, storico che ha raccontato l’America attraverso le voci dei poveri, degli schiavi neri, degli emarginati: «Non c’è una bandiera grande abbastanza per coprire la vergogna di uccidere persone innocenti». Nata in Oklahoma da madre gallese e padre americano, entrambi alcolizzati, cresce in un ambiente insano: ad accudirla è la sorella dodicenne, il padre, alcolizzato funzionale, è sempre in viaggio per lavoro, i bambini sono lasciati per lo più in balìa di loro stessi a giocare con i Lego o al computer. Dopo la separazione dei genitori, a 13 anni si trasferisce in Galles con la madre e la sorella, ma appena raggiunta la maggiore età torna negli States e, giovanissima, si arruola nell’esercito. Durante il servizio militare le viene diagnosticato il Gid, gender identity disorder, quell’insieme di stress, ansia e inquietudine derivati dal non sentirsi aderenti al genere a cui il proprio corpo appartiene.
Mentre Chelsea, all’epoca Bradley, sperimenta questo tipo di difficoltà, nel 2009, a 22 anni, viene mandata in servizio in Iraq, a est di Baghdad, per prestare servizio come analista di intelligence.
Per il suo lavoro il soldato Manning si imbatte in una serie di documenti confidenziali, tra cui il video Collateral Murder, in cui due elicotteri Apache americani attaccano e uccidono 12 civili disarmati. Questi documenti, insieme a centinaia di migliaia di altri file riguardanti le atrocità americane commesse in Afghanistan e in Iraq, vengono copiati su una SD card e Chelsea contatta il Washington Post e il New York Times per chiedere di renderli pubblici; il giornalista del Post non sembra interessato e il Times non risponde, così Manning decide di inviare i file a Wikileaks.
La pubblicazione provoca un terremoto in America e fuori. Nei mesi precedenti Chelsea aveva stretto amicizia tramite chat con l’hacker e informatico Adrian Lamo, a cui confida le scoperte e di averle trasmesse a Wikileaks. Non parla solo di quello, ma si confida come a un amico, in una delle loro conversazioni via chat scrive che a tormentarla «non è l’andare in prigione per il resto della vita, o essere condannata a morte, ma il doverlo fare con tutte le mie foto pubblicate come un maschio. Questa Cpu (processore, ndr) non è fatta per questa scheda madre».
A maggio 2010 Lamo la denuncia per aver fornito i file a Wikileaks e pochi giorni dopo Chelsea viene arrestata e tenuta in custodia in Kuwait per due mesi. A luglio viene trasferita nel carcere militare di Quantico, in Virginia, dove l’aspettano dieci mesi di isolamento e tortura. L’informatico e ricercatore David House riferisce le condizioni della detenzione di Manning: in isolamento, dorme con le luci accese, viene controllata ogni 5 minuti. Durante la notte viene svegliata dalle guardie se non è completamente visibile. L’unica forma di esercizio è camminare in circolo in una stanza per un’ora al giorno, e durante le rare visite viene incatenata. House riferisce che le sue condizioni di salute psicofisica peggiorano e che Manning è catatonica.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

SOMMARIO ACQUISTA

L’informazione salvata dai conservatori.Caffè del 14 agosto 2016

Il PIL fermo costa 6,5 miliardi. Si fanno i conti – in questo caso a farli è la Repubblica- e non sono pietosi con la narrazione ottimista in economia del premier e del governo. Delle promesse di Renzi, alla luce dei nuovi dati, risultano finanziate il taglio all’iris per le imprese, costo 3 miliardi, e per metà l’operazione sulle pensioni. La copertura per evitare le clausole di salvaguardia previste dall’Europa, e cioè il disastroso aumento dell’Iva, c’è solo per due terzi, 8-9 miliardi rispetto ai 15 che servono Niente per i migranti, niente bonus bebè, né per la povertà e le famiglie, né taglio del cuneo fiscale né tantomeno dell’Irpef. Gli editorialisti ci spiegano, però, che Francia e Germania vorrebbero tenere in sella Matteo Renzi perché temono che una crisi politica in Italia distrugga quel poco di Europa che rimane. Dunque gli concederanno di spendere per rafforzare la sua immagine a costo di sforare il deficit e aumentare ancora il debito? Può darsi., ma non sarà facile. Noto che già ieri El Pais parlava di nuovo dell’Italia come “il malato d’Europa”. Ancora conti: il Fatto somma tutto il denaro che il governo avrebbe “buttato per arrivare alla crescita zero. 30 miliardi”. Dagli 80 euro, al jobs act, a expo, al bonus fiscale, a Imu e Tasi. Giudizio impietoso di un giornale d’opposizione. Ma che la Renzeconomics non abbia funzionato è il meno che si possa dire.
Isis, caccia alla rete di Milano, titola il Corriere. Sbandati dopo la sconfitta, gli assassini neri di Sirte potrebbero cercare (questo volta davvero) la via del mare e dei barconi. Pur di non ripiegare mille e più chilometri nel deserto. Sono da tenere in conto, poi, le minacce all’Italia. E c’è almeno un “capo” jihad che conosce il nostro paese: il tunisino Moez Ben Abdelkader Fezzani alias «Abu Nassim», che era stato processato a Milano, assolto ed espulso nel 2012, se ne era andato in Libia e ora è uccel di bosco. Peccato che l’anno dopo questo gaglioffo sia stato condannato in appello, e in contumacia, a 6 anni di carcere per terrorismo. Lo racconta, sempre dalle pagine del Corriere, Luigi Ferrarella. Forse varrebbe la pena di fidarsi un po’ di più nel nostro sistema giudiziario e di integrarlo con misure di polizia e di intelligence, severe quanto opportune e che non violano, di per sé, lo stato di diritto. Insomma quell’uomo poteva essere tenuto sotto controllo, dopo il primo giudizio, e poi sbattuto in carcere dopo l’appello. Si poteva cercare di risalire alla sua rete, risalire ai contatti costruiti. Il terrorismo islamico è globale: la semplice espulsione non basta.
La donna col burka abbraccia la guerrigliera. Fotografia che il manifesto espone in prima pagina e il Corriere accompagna con altre immagini di donne tutte bardate di nero ma a volto scoperto, donne che fumano (e pare non fumassero) alla faccia del califfo e dei suoi ordini, dopo la caduta di Mambij in Siria. Posso solo aggiungere che quasi certamente la guerrigliera è un membro del PKK, partito curdo di Öcalan che Erdogan considera “terrorista”! Perché la vittoria a Mombij è stata, sì, favorita da bombardamenti americani e conquistata da una coalizione di curdi e di arabi (in forte minoranza), ma l’anima della coalizione, il nerbo militare dei vincitori, sono i curdi -e soprattutto le curde- del PKK. Penso anche che abbiamo accelerato la presa della città per contrastare tutto il battage pro ribelli islamisti (di Al Nusra) che si andava facendo intorno ad Aleppo assediata. I curdi sono là, in Siria, a due passi dal territorio turco -dove i loro villaggi sono sotto il tiro di Erdogan-, sono necessari agli americani per combattere Daesh, si propongono come alleati dei russi se i russi continueranno a volerli come alleate -ed è probabile che così sia- nonostante l’avvicinamento a Erdogan. È la guerra in Siria: non ci sono i buoni (a stelle e strisce) contro tutti i cattivi.
L’informazione salvata dai conservatori. Sergio Romano spiega , sul Corriere, perché sia così difficile aiutare i bambini assediati ad Aleppo. Osserva come per realizzare un ponte aereo umanitario, come quello di Berlino (dopo la costruzione del muro) serva l’accordo tra le parti. Ma i “ribelli” usano i kamikaze e non rispettano nulla che non gli convenga, Assad e Putin pensano di aver la vittoria in tasca e non sono disposti a far regali. Sono d’accordo. Penso infatti che non sia possibile fermare le stragi in Siria – né contenere il rischio Erdogan- senza trovare un accordo con Putin sul fronte dell’Ucraina. E a proposito di cattivi, vorrei proporvi (dal Corriere di ieri) una risposta di Madeleine Albright, grande sostenitrice, femminista di Hillary Clinton. Alla domanda “Sappiamo che in Iraq sono morti mezzo milione di bambini, più di quanti ne siano morti a Hiroshima, un prezzo altissimo da pagare. Come si giustifica?” l’ex segretario di stato aveva replicato: “so benissimo che si è trattato di una scelta difficilissima, ma noi siamo convinti che sia stata una scelta perfettamente legittima”. Se lo avesse detto Putin lo considereremmo inaccettabile. Lo ha detto Albright!

L’informazione salvata dai conservatori,2. Luca Ricolfi scrive sul Sole24Ore dell’origine e della natura dei “populismi”. Per dire alla fine una cosa semplice. Nel 2008, nonostante gli economisti di sinistra -cita Stiglitz- si affannassero a spiegare che la ripresa non avrebbe frenato l’arricchimento dei ricchissimi e la proletarizzazione del ceto medio, gli elettori americani fecero spallucce. Ora, arrabbiati e delusi, nonostante -dico io- le oneste ma non sufficienti politiche di Obama, sono persino disposti a votare Trump. Ecco il punto. Il nostro vero problema è la Clinton. Finché l’immagine della “sinistra” sarà quella di una signora coccolata dall’establishment, che ha guadagnato l’anno scorso 9 milioni di dollari e ha tenuto conferenze riservate e profumatamente pagate per le maggiori Corporation , sarà molto difficile fermare i “populismi”. Lo stesso discorso vale per l’Europa della terza via

La ribellione di Davide in carcere. Armato di codici e leggi

Il tratto è preciso, le parole tante ma nessuna di troppo. Dietro l’inchiostro blu c’è la penna di Davide Pagenstecher, 47 anni di cui gli ultimi 19 vissuti in detenzione. Per ribellarsi al concetto che «il carcerato deve soffrire», Davide ha impugnato un’arma che non ti aspetti da un detenuto: la legge. In regime di restrizione dal 27 febbraio 1998, dopo otto città e numerosi trasferimenti, adesso Davide si trova nella casa circondariale Dozza di Bologna, dal 26 febbraio 2001. Fine pena: 26 febbraio 2024. In una lunga lettera ci ha spiegato per filo e per segno perché sia necessario farla questa battaglia contro il trattamento disumano e degradante ai danni dei detenuti. Non deve trattarsi necessariamente di violenza fisica, spiega. E sottolinea che nessun detenuto deve mai rinunciare alla dignità umana, all’identità e alla propria personalità. «In altri istituti, in passato, sono stato massacrato di botte, i vecchi detenuti ci sono passati tutti. In questo istituto non ho mai subito violenze fisiche. Ma sono anni che tentano di distruggermi sotto il profilo identitario e psicologico. Non ci riusciranno e non mi fanno paura».

Una premessa che non costituisce mero sfondo retorico, utile per aprire l’argomentazione che segue sul sistema penitenziario e sulle modalità di espiazione delle pene è che, ovunque, anche in queste sedi ove trova costante nutrimento la più becera forma di cameratismo, a volte leggibile anche come “omertà delle divise”, ci sono operatori, forse troppo soli, che ritengono che esista un limite oltre il quale eseguire un ordine o schierarsi, poco conta la differenza, non sia più un dovere ma un’aberrazione del dovere stesso di essere, anzitutto, esseri umani che, con altri esseri umani, sono tenuti ad un’interazione positiva. È questo, indubbiamente, il caso ammirevole di chi mi ha invitato a scriverle la presente; un assistente di polizia penitenziaria che “gioca” dalla parte del diritto e secondo i principi costituzionali di tutela e sviluppo della persona.

LEGGI LA LETTERA
Quando in redazione riceviamo le dieci e più pagine scritte a penna da Davide non esitiamo, decidiamo di incontrarlo. Ha inizio la trafila burocratica – noiosa quanto il suono di queste due parole in fila. La richiesta di permesso per incontrarlo ci viene negata, la direttrice non ritiene che raccontare la sua storia sia opportuno. È gentile, non esita a invitarci comunque in visita nel carcere. Ma Davide no, meglio non incontrarlo. Insistiamo. Di lì a poco, nel mese di maggio, proprio alla Dozza si terrà CinEvasioni, il festival del cinema organizzato dal regista Filippo Vendemmiati. Cogliamo la palla al balzo ed entriamo alla Dozza. Davide è lì, nella saletta allestita a mo’ di sala cinematografica, in prima fila, da buon giurato. Avvolto in una giacca scura, saluta tutti e tutti salutano lui. L’aspetto è impeccabile, l’altezza media e gli occhi chiari, il tono della voce è basso, ma si alza non appena capisce che a salutarlo siamo noi, quelli di Left, che sono riusciti a entrare per incontrarlo. Prendiamo posto appena dietro la prima fila, tra il pubblico di detenuti e giornalisti, agenti e volontari del festival. Questo è il racconto degli incontri epistolari con Davide, ma anche di quelle ore trascorse tra le mura di un istituto penitenziario che, per quelle ore almeno, sono state mura come tutte le altre. Valicabili.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

SOMMARIO ACQUISTA

Lettera di un metalmeccanico indignato all’onorevole Sannicandro

Il segretario generale della Fiom-Cgil Maurizio Landini durante la manifestazione promossa in occasione dello sciopero di otto ore dei metalmeccanici, Napoli, 21 novembre 2014. ANSA/ CIRO FUSCO

Caro direttore, Le chiedo gentilmente di pubblicare la mia lettera aperta all’On Sannicandro.
La sua frase sui lavoratori metalmeccanici paragonati ad un parlamentare mi ha indignato moltissimo, e visto che lavoro in fabbrica come operaio da ben 22 anni, mi sono sentito in dovere di rispondergli, anche in virtù del fatto che l’On Sannicandro non si è mai sentito in dovere di chiedere scusa ai lavoratori per la sua frase indecorosa.
Cordiali saluti.
Marco Bazzoni

Ed ecco la lettera di Marco:

Egregio On. Sannicandro, chi Le scrive è un operaio metalmeccanico e rappresentante sindacale (sono iscritto alla Fiom Cgil dall’Aprile 2001).
Lavoro in fabbrica da quando avevo 20 anni, adesso ne ho 42.
Dopo aver ascoltato la frase del suo intervento alla Camera “Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici”, mi sono sentito in dovere di risponderLe.
Lei pensa di non aver offeso nessuno con la Sua frase, ma Le posso assicurare invece, che mi ha indignato e sconcertato molto, e come me ha indignato tantissimi lavoratori metalmeccanici (e non solo loro).
Il paragone che ha fatto lo trovo completamente fuoriluogo, visto e considerato che la paga media di un lavoratore metalmeccanico e lontana anni luce dallo paga di un deputato.
Molto spesso lo stipendio medio di un metalmeccanico non arriva neanche a 1000 euro netti, quando va bene (per i lavoratori con un anzianità contributiva maggiore) sfiora i 1400-1500 euro netti al mese.
Sul sito della Camera dei Deputati, al seguente link: http://leg16.camera.it/383?conoscerelacamera=4 è spiegato molto bene quanto è la paga di un deputato, che se ci sommiamo indennità parlamentare, diaria, rimborso delle spese (comprese anche le spese telefoniche), si arriva a circa 12 mila euro al mese.Quasi dimenticavo senza contare, il rimborso delle spese di trasporto e viaggio, se no si va anche oltre.
Mi pare che tra lo stipendio medio di un metalmeccanico e quello di un deputato ci sia una bella differenza On Sannicandro, anzi c’è una differenza anni luce tra il vostro e il nostro stipendio, ecco perchè sono profondamente indignato per le sue parole.
Inoltre, non solo Lei non si è scusato con i lavoratori metalmeccanici (anzi, è arrivato a dire che ” chi mi attacca fa demagogia”).
Inoltre, in un intervista al Fatto Quotidiano uscita stamani (13 Agosto), alla domanda del giornalista “Non chiede scusa ai metalmeccanici?”, Lei ha risposto: “Mica li ho offesi”.Infatti, “mica ci ha offeso, ci ha fatto solo un complimento”.Ma per favore On. Sannicandro, ma si rende conto della gravità della Sua frase?
Quando si fanno queste gaffe, bisognerebbe quanto meno chiedere scusa, ma Lei purtroppo non l’ha mai fatto, anzi ha perfino provato a dare delle spiegazioni sul perchè di quella frase, che sinceramente non mi ha convinto per nulla.
Una gaffè del genere non me la sarei mai aspettata da un partito come Sinistra Italiana, che Voglio ricordarLe Lei rappresenta!
E poi Vi chiedete ancora, come mai molti operai non Vi votano più!

Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza-Firenze

Nelle nostre resistenze popolari non s’incontra il ribelle ma il tenace

La differenza sommaria tra rivoluzionario e ribelle sta nelle circostanze storiche. Rivoluzionario è titolo che esige una comunità di intenti, dallo stile di vita al programma. Comporta l’appartenenza a un insieme e alla sua disciplina. Ribelle può sussistere anche da solo, risponde a se stesso e a singole occasioni di ribellione. S’intende che questa distinzione vale per me e per il mio vocabolario.
Il rivoluzionario è stata la principale figura politica del 1900, secolo specializzato in rivoluzioni. Attraverso di esse è cambiata la geografia del mondo, rovesciando secoli di dominio coloniale, facendo sorgere nuovi Stati in tutti i continenti. Sono nate repubbliche da regni, libertà da tirannie. Con il 1900 si esaurisce la figura politica del rivoluzionario. Gli anni correnti l’hanno messa al bando. Si ammettono con fatica all’albo le rivoluzioni arabe del Mediterraneo. Si esalta Nelson Mandela censurando il suo passato di combattente rivoluzionario, capo dell’African National Congress, organizzazione armata clandestina dichiarata terrorista fino al 2008. Scaduta la parola rivoluzionario, la si sostituisce con minore responsabilità politica con il termine ribelle, dotato di ampio margine di sfumature. Ribelle è un figlio verso i genitori, uno studente verso un professore, un cuoco verso una tradizione culinaria e perfino un ciuffo di capelli. Ribelle connota più un carattere che un impegno. Implica in vari casi anche il verbo sfogare: lo sfogo di una ribellione qualsiasi.
Gioventù ribelle: se si cerca in Rete, la prima risposta identifica il titolo di un infelice videogioco. Scrivo queste righe in risposta alla domanda cosa significhi essere ribelle oggi. Qualunque sia il risultato della ricerca, lo considero una diffamazione dell’impegno civile, la sua riduzione a fallo di reazione.
Nelle molte resistenze popolari dentro il nostro Paese, dalla Valle di Susa alle trivellazioni petrolifere in Adriatico, non s’incontra il ribelle ma il tenace, non l’improvvisato ma il consapevole. Ribelle è una categoria personale, ognuno può esserlo stato anche a sua insaputa. Il presidente del Consiglio in carica ha agito da ribelle nel suo partito prima di assumerne la segreteria.
Scaduto il termine rivoluzionario, escludo la supplenza del generico ribelle. Oggi conta l’impegno civile cocciuto e condiviso.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

SOMMARIO ACQUISTA