Ha fatto notizia il forfait alle olimpiadi del campione mondiale di golf Rory McIlroy, per paura del contagio da zika, seguito poi da Dustin Johnson vincitore degli Us Open e da Jordan Spieth. Ma al di là del glamour, c’è un timore serio, dicono le organizzazionni sanitarie, che riguarda soprattutto le donne in gravidanza. L’infezione di zika durante la gestazione può causare danni al cervello del feto (benché ancora in formazione e deconesso) e ora gli esperti aggiungono, anche deformità articolari nel neonato. Lo segnalano in particolare ricercatori brasiliani da Recife, la città al centro dell’epidemia. Ma il virus è diffuso in gran parte del continente americano. Per le donne in stato interessante sarebbe meglio evitare viaggi in quelle aree geografiche e per chi è già lì il consiglio è di proteggersi dalle punture delle zanzare che portano e diffondono la malattia.
Riguardo alle donne in gravidanza il virus può attraversare la placenta dalla madre e raggiungere il feto. Ora il medico specialista Vanessa van der Linden e il suo team in Brasile segnalanp anche gravi problemi articolari nei neonati che potrebbero essere causati da Zika. I sette bambini con sospetta infezione Zika, al momento sotto osservazione in ospedale, hanno problemi all’anca, al ginocchio, alla caviglia, al gomito, al polso e alle dita che in teoria potrebbero anche corrispondere a un diagnosi di artrogriposi. Nei casi studiati, le deformità e le articolazioni storte sono causate da muscoli o troppo contratti o all’opposto troppo flaccidi che predispongono il bambino a posizioni innaturali. Il team guidato dalla dottoressa Linden sostiene che il virus di zika attacchi i centri nervosi che trasmettono i “comandi”ai muscoli intorno alle articolazioni, piuttosto che attaccare le articolazioni stesse. Le scansioni del cervello dei neonati sembrano avvalorare questa ipotesi. Tutti i sette bambini esaminati sono risultati negativi per altre infezioni congenite (pre-parto), come la rosolia e HIV, che avrebbe potuto essere una possibile causa di loro deformità. Anche luninari in questo ambito, come Jimmy Whitworth, della London School of Hygiene e Tropical Medicine, sostengono che Zika potrebbe essere la causa. La microcefalia è il segno macroscopico di infezione congenita da Zika, ma sta diventando chiaro che è solo una parte di un ampio spettro di problemi medici. La sfida ora è bloccare la diffusione dell’infezione e mettere a punto cure per chi potrà essere interessato a lungo, così come a breve termine. L’attuale epidemia potrebbe andare avanti per tre o quattro anni, secondo il professor Whitworth.”Pensiamo che potrebbero esserci decine di migliaia di bambini infettati da Zika, dare una risposta medica adeguata sarà la sfida dei prossimi anni”,ha detto il medico interpellato dalla Bbc.
Zika, tutti i rischi del contagio. Che fa paura anche gli olimpici

Ripartiamo dai ribelli, da quelli che pensano diversamente
Ribellione, reazione. Capacità di reagire. Sinonimi, si potrebbe dire. Per questo ripartiamo dai ribelli. Da quelli che “pensano diversamente” e pensano per gli altri, perché non riescono a non pensare agli altri. Da quelli che non gliene frega niente dei privilegi e si cibano di uguaglianza. Questo numero lo dedichiamo a loro e a noi. Al loro e al nostro modo di reagire. E alla qualità della reazione.
Perché la cosa che abbiamo imparato in questi anni è quanto sia importante la qualità della reazione. E della ribellione. La qualità dei No e dei Sì che si danno. Il ribelle è un altruista, dice Gunter Pauli. Sì per noi è così, non potrebbe non esserlo. Vive per e vive con. Non accetta un No per un No e reagisce. Il ribelle per sé non è davvero un ribelle.
Rinnovare l’azione rinnovando il pensiero, costruire il mondo nuovo con un metodo coerente all’obiettivo, farlo insieme agli altri ed esercitando costantemente la ricerca, per ripartire, liberi.
Come raccontano un detenuto, un medico, delle giornaliste messicane, un giovane sindaco, un giovane migrante. Ribellioni di qualità. Dove il pensiero è protagonista. E costruisce futuro. “Cos’è la Sinistra?”, ci si chiedeva qualche tempo a un dibattito contro questa riforma costituzionale… Questo. Dovrebbe essere questo. La capacità di reagire e la qualità di quella reazione. La qualità della ribellione.
Ai ribelli abbiamo dedicato il numero di Left in edicola dal 13 agosto
La Rio che spara. L’altra faccia delle Olimpiadi
Ogni anno in Brasile sono 30.000 i giovani uccisi. E solo nel 2012 gli assassini da parte delle forze dell’ordine sono stati 56.337, un dato che rivela come questa mattanza abbia ormai assunto le proporzioni di una vera e propria guerra. Una guerra che nel 77% dei casi amma giovani neri, nel 93% dei casi uomini. L’età media delle vittime si colloca fra i 15 e i 29 anni. Nonostante le denunce fatte dalle ong per esempio proprio nel 2014 quando il Brasile ha ospitato i mondiali di calcio, il massacro di giovani brasiliani di colore non si arresta. Anzi negli ultimi tempi, in seguito dalla crisi politica che ha investito il Paese, la situazione è addirittura peggiorata. Soprattutto dopo la sospensione del presidente Dilma Rousseff e la nomina al vertice del Ministero della Giustizia di Alexandre de Moraes, già capo della polizia nello stato di San Paolo e principale responsabile della repressione delle proteste studentesche e sociali.
Per questo Amnesty International ha scelto di sfruttare l’attenzione mediatica portata sul Paese dalle Olimpiadi e chiedere che le violenze non vengano perpertrate oltre. «È sconvolgente vedere quanto a Rio e in altre città brasiliane gli omicidi ad opera della polizia continuino a ritmo quotidiano» ha commentato Atila Roque, direttore di Amnesty International Brasile.

Quando Rio de Janeiro ha presentato la sua candidatura per ospitare le Olimpiadi del 2016, sono stati presi una serie di impegni come parte dell’eredità dei Giochi, uno dei quali era creare migliori condizioni di sicurezza per tutte le persone della città, dello stato e del paese.
Tuttavia, vari casi emblematici documentati da Amnesty International e da altre organizzazioni per i diritti umani, insieme alle statistiche ufficiali disponibili riguardanti le violazioni commesse da forze dell’ordine, mostrano un quadro diverso. Gli organizzatori non hanno mantenuto le condizioni promesse, e si stanno ancora verificando violazioni dei diritti umani nell’ambito di operazioni di sicurezza pubblica. È elevato il rischio che aumentino i casi di violazioni commesse come effetto diretto dello svolgimento delle Olimpiadi. Gli ultimi dati diffusi da Amnesty sono allarmanti: si è realizzato infatti un aumento del 103% nel tasso di omicidi a opera della polizia a Rio de Janeiro tra aprile e giugno del 2016 rispetto al 2015. Secondo l’Istituto di sicurezza pubblica dello Stato di Rio de Janeiro, la polizia della città ha ucciso 49 persone nel giugno 2016, 40 a maggio e 35 ad aprile – più di una al giorno.
Guardando le statistiche emerge infatti che dal 2009, quando Rio ha vinto la gara per ospitare i Giochi Olimpici, la polizia ha ucciso più di 2.600 persone in città.
Secondo i membri delle ong impegnati in Brasile: «La mancanza di protocolli chiari per controllare l’uso della forza letale e un approccio di sicurezza pubblica totalmente errato stanno facendo ripetere in Brasile i fallimenti dei Mondiali di calcio del 2014. Inoltre gli omicidi della polizia sono aumentati del 40% nel solo stato di Rio de Janeiro e le autorità hanno fatto ben poco per invertire la rotta. La responsabilità deve essere condivisa con l’ufficio del pubblico ministero, che ha il compito di controllare l’attività della polizia e presentare accuse sui casi di omicidi commessi dalla polizia». Una resposabilità che viene individuata e punita solo nell’8% dei casi, in tutti gli altri gli assassini in genere rimangono impuniti, liberi di esercitare nuovamente il loro ruolo istituzionale con la medesima brutalità.
La petizione e raccolta firme lanciata da Amnesty per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema ha già raccolto oltre 120mila firme, ma ancora molto resta da fare perché non si ripetano più storie come quelle di Roberto, Wesley, Wilton, Raphael e tanti altri.
111 spari per 5 ragazzi che cercavano un posto in cui cenare
La notte del 28 novembre 2015, cinque giovani neri di età tra i 16 e 25 anni stanno viaggiando a bordo della loro auto cercando un posto dove cenare dopo aver passato la giornata insieme come fanno gli amici in ogni parte del mondo. Quando la macchina passa di fronte agli agenti del 41o Battaglione di Polizia Militare nella periferia di Costa Barros, a Rio de Janeiro, Roberto de Souza Penha, di 16 anni, Wesley Castro Rodrigues, di 25, Wilton Esteves Domingos Junior, di 20, Cleiton Corrêa de Souza, di 18 e Carlos Eduardo da Silva Sousa, di 16, vengono colpiti da una raffica di 111 colpi di pistola. 111 colpi, 5 ragazzi morti. Mentre cercavano solo un posto dove cenare.
Morire a 5 anni
Il 2 aprile, un bambino di cinque anni viene ucciso durante un intervento della Polizia Militare a Magé, municipio dell’area metropolitana di Rio, e altre due persone vengono ferite. Nelle prime settimane di aprile 2016, sono almeno 11 le persone che perdono la vita nelle periferie di Rio. Colpevoli di nulla.

Le operazioni di sicurezza pubblica a Rio de Janeiro sono operazioni di polizia eccessivamente repressive che si giustificano con la logica dello scontro nella cosiddetta “guerra contro la droga” e causano un elevato numero di perdite umane, agenti di polizia compresi. Tra il 2006 e 2015, 228 agenti di polizia civile e militare sono stati uccisi in servizio nello stato di Rio de Janeiro. Nel 2015 c’è stato un aumento del 66,6% rispetto al 2014. La situazione è sfuggita di mano a tal punto alle autorità che però può accadere di essere arrestati perché in possesso di detersivo.
Raphael trafficante di detersivo
Rafael Braga, un giovane di 27 anni, all’epoca senza tetto, viene arrestato dopo una manifestazione che si svolge a Rio de Janeiro il 20 luglio del 2013. Con sé ha due bottiglie di un prodotto utilizzato per le pulizie. La polizia lo ferma e lo mette in carcere, l’accusa con cui viene portato davanti al tribunale è “possesso di ordigno esplosivo o incendiario non autorizzato”. Il verdetto arriva nel dicembre del 2013, Rafael è dichiarato colpevole e condannato a 5 anni di carcere. Nel frattempo il rapporto giudiziario redatto per il caso arrivò alla conclusione che le sostanze chimiche in suo possesso non sarebbero mai potute essere utilizzate per fabbricare esplosivi, ma il tribunale per emettere la sentenza preferisce non tenere conto della perizia. Uscito dal carcere anni dopo Rafael viene nuovamente arrestato, nel gennaio del 2016 con la falsa accusa di essere un trafficante di droga. L’unica prova presentata in tribunale contro di lui è la dichiarazione di un agente di polizia militare. La parola di un uomo contro la parola di un altro uomo. Rafael Braga al momento è ancora in carcere in attesa di giudizio.

Il deserto della Libia, una trappola per l’Italia
In questi giorni con la cacciata degli uomini di Daesh da Sirte e la diffusione di un documento classificato come “segreto” redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali) dove si ammette ufficialmente lo stanziamento di forze speciali italiane in Libia, si ritorna a parlare di un possibile intervento italiano nel Paese precipitato nella guerra civile dopo la caduta di Gheddafi e minacciato dall’avanzata del terrorismo islamico.
Ripubblichiamo un articolo di Alessandro De Pascale comparso a Marzo ( quando Huffington Post riprendendo il Corriere della Sera titolava: «Libia, Italia pronta a prendere la guida della missione in 7 giorni» ndr ) sul Left n. 11 che aiuta ad avere un quadro più chiaro della situazione.
La situazione sul terreno libico è in continua evoluzione. Ora anche il governo di Tripoli, il più islamista dei due, va a caccia dei jihadisti del Daesh e senza andare troppo per il sottile. Persino i due nostri connazionali uccisi in circostanze non ancora chiare, Fausto Piana e Salvatore Failla, sarebbero stati inizialmente esposti in pubblico dalle forze di sicurezza libiche della Tripolitania. La loro carnagione era troppo chiara persino per dei siriani e quindi hanno pensato si trattasse di combattenti dell’autoproclamato Califfo, essendo in viaggio su un loro convoglio.
Il mutato atteggiamento dell’esecutivo di Tripoli, quello delle milizie islamiste legate alla Fratellanza musulmana che controlla la Tripolitania a nord-ovest andrebbe ricondotto proprio al voler evitare l’intervento militare internazionale su larga scala. Nella loro area si trova anche la città di Sabrata, luogo di prigionia dei quattro italiani rapiti (gli altri si sarebbero liberati da soli, il giorno dopo la morte dei loro compagni). Il secondo governo, quello di Tobruk guidato da Abdullah Al Thinni, può contare a est (in Cirenaica) sulle forze della rinnovata “operation Dignity” di Khalifa Belqasim Haftar, un ex generale di Gheddafi, con un passato negli Stati Uniti, vicino all’Egitto e quindi da tempo contro il Daesh. Ora che entrambi i governi sono ufficialmente in campo contro i jihadisti, sarà più difficile che una volta riuniti – se mai avverrà – chiedano un intervento straniero.
La posizione ufficiale dell’Italia è sempre stata quella di voler favorire una mediazione tra i diversi gruppi e un accordo politico tra le parti per la formazione di un governo di unità nazionale, come pre-condizione per un’azione sul terreno. Il tutto in una Libia ormai divisa in due, se non addirittura di più, nel pieno della seconda guerra civile dopo quella che nel 2011 ha portato alla caduta del colonnello Muhammad Gheddafi. Una situazione aggravata, anche se potrà sembrare paradossale, da tre elezioni avvenute in un breve arco temporale che hanno contribuito a dividere un Paese formato da 140 tribù. Non per niente già la cosiddetta “rivoluzione libica”, una rivolta armata (peraltro appoggiata dall’esterno con i raid aerei occidentali), fin dall’inizio sembrava anche un regolamento di conti. Gli interessi in gioco, del resto sono tanti. Stiamo sempre parlando di una nazione molto ricca, che galleggia sull’acqua e soprattutto sul petrolio, le cui riserve sono tra le più importanti di tutta l’Afri- ca se non anche dell’Asia.
Prima della guerra «i libici stavano bene, avevano un reddito pro capite che si avvicinava a quello degli europei, che era 4-5 volte più importante addirittura del reddito sudafricano. Era un Paese felice, ricco e naturalmente importante», ha ricordato lo storico Angelo Del Boca, primo studioso italiano a denunciare documenti alla mano le atrocità compiute dalle truppe italiane in Libia e in Etiopia durante il fascismo. La Tavola per la pace, alla quale aderiscono centinaia di associazioni, organismi laici e religiosi, enti locali di tutte le regioni italiane, si è rivolta a lui per dire senza giri di parole che «un’altra guerra in Libia non risolverà i problemi».
A Udine ha inoltre presentato un dossier realizzato da un gruppo di ricercatori, studiosi e giornalisti con una lunga esperienza in Libia, che alla luce degli ultimi avvenimenti afferma che «non ci sono le condizioni, politiche e militari, per un intervento dagli obiettivi confusi» e che, come dice anche lo stesso Del Boca, questo richiederebbe l’impegno di «almeno 300mila soldati». A suo dire «l’unica cosa che può fare oggi l’Italia in Libia è aiutare a creare un esercito nazionale e una polizia nazionale, perché la guerra, se la devono fare, la devono fare i libici, non gli italiani o gli stranieri». I piani militari sono ormai pronti da tempo. Un militare dei paracadutisti della Folgore, di stanza a Livorno, ci rivela che l’allerta è già arrivata.
L’addestramento Nato svoltosi in Spagna nei mesi di ottobre e novembre 2015, il più imponente dopo la Guerra fredda, con oltre 30.000 soldati provenienti da 30 Paesi, sarebbe inoltre stato finalizzato anche ad un eventuale intervento in Libia. Infine, il Genio guastatori sarebbe già in campo per preparare il terreno. Fonti libiche confermano da settimane la presenza di italiani nel Paese.
Il già citato documento della Tavola della Pace analizza tre punti chiave. Il primo è lo scenario. Se l’obiettivo dichiarato è stabilizzare la Libia per mettere in sicurezza le aree petrolifere e controlla- re il flusso dei migranti, serve un governo in grado unire le varie fazioni, che per ora esiste solo sulla carta.
A questo si aggiunge il problema del consenso dell’opinione pubblica locale in caso di intervento esterno. Questo potrebbe poi scatenare dinamiche politico-militari anche nei Paesi limitrofi alle prese col terrorismo insurrezionale (come Tunisia, Egitto e Algeria) e favorire una unione delle milizie libiche ma solo contro lo straniero. Mentre il Daesh, per lo stesso motivo, continuerebbe invece a proliferare arruolando nuovi jihadisti. Il secondo punto è che non sono chiari il ruolo e il coinvolgimento dei Paesi partner (in termini di uomini e catena di comando) e delle organizzazioni internazionali e regionali, oltre a tempi e costi – anche in termini di vittime – di un’operazione che rischia di essere di medio-lungo periodo.
Paesi questi ultimi, ricorda inoltre il dossier, peraltro dentro la filiera del commercio delle armi. Infine, un altro interrogativo riguarda le alleanze internazionali, fluttuanti, con obiettivi differenti e un diverso rapporto con la Libia. Il governo di Matteo Renzi riuscirà a dare risposte a questi dubbi? Dopo la morte di Failla e Piano, il premier assi- cura che non ci porterà in guerra senza una decisione esplicita del Parlamento e critica l’ambasciatore americano che aveva parlato di 5mila soldati italiani già pronti a partire per la Libia. Il presidente del Consiglio dovrebbe tuttavia chiarire perché la ministra della difesa Pinotti, con numerose interviste e fluttuanti allusioni, era sembrata prima negare e poi autorizzare la stampa a dare per scontata la nostra partecipazione all’impresa libica, con 5mila soldati che si sarebbero dovuti muovere sotto l’egida dei servizi di sicurezza e in base a un decreto (il cui testo è segreto) emesso dal governo “in attuazione” del Parlamento sul finanziamento delle missioni all’estero. Non si scherza con la guerra.
Squalifica annunciata e nuove ombre. Si ferma la marcia di Alex Schwazer

Gioco, partita, incontro, si direbbe in altre discipline. Ma quella di Alex Schwazer è stata una lunga marcia in cui dopo la caduta non gli è stato concesso di rialzarsi. 8 anni di squalifica per la positività a testosterone in un campione di urina raccolto il giorno di capodanno, analizzato in Germania qualche giorno dopo, rianalizzato in seconda battuta oltre tre mesi dopo l’esame che inizialmente aveva dato esito negativo. I risultati di quelle “controanalisi” sono stati resi noti soltanto a giugno, dopo che l’8 maggio il marciatore è tornato a vincere qualificandosi per Rio 2016 con ottimi tempi. Proprio a Rio, dove Alex – nonostante una condizione psicologica evidentemente difficile – era volato con un sottilissimo filo di speranza di avere l’ok dal Tribunale sportivo e di correre la 20 Km di domani, venerdì 12, e soprattutto la 50 Km del 19 per dimostrare che si può tornare puliti e vincenti.
Il Tas ha chiuso la partita e l’incontro, dicevamo. Quello del 31enne Schwazer con l’agonismo probabilmente. Otto anni sono tanti. Aveva provato, in udienza, a giocare tutte le sue carte: documenti, testimoni, presentazioni video e soprattutto i risultati di tutte le altre analisi a sorpresa di questo 18 mesi di preparazione, quelle “ufficiali” e quelle parallele effettuate dall’equipe del San Giovanni di Roma. Non gli resta che crollare, ora, e dopo questa sentenza annunciata dire: «Sono distrutto». Aggiunge che quelle 10 ore di udienza davanti ai giudici sportivi, con il suo allenatore Sandro Donati a lottare con lui spiegando dettagli tecnici e questioni politiche, gli avevano lasciato addosso uno scampolo di fiducia, svanito il quale resta ora «solo una grande amarezza». E aggiunge Alex: «Non conosco ancora le motivazioni ma mi pare si siano limitati ad una semplice cosa tecnica. Credevo di poter partecipare alle Olimpiadi di Rio, è da oltre un anno che lavoro e facendo parecchi sacrifici, soprattutto economici».
Un’udienza, quella di Rio, che ha rivelato nuovi particolari su quel famigerato controllo di capodanno 2016: gli ispettori sapevano da 15 giorni prima di doverlo effettuare e questo avrebbe da un lato potuto comprometterne la riservatezza e dare a qualche malintenzionato il tempo di produrre in molti modi la positività, dall’altro riapre la disputa sulla scelta di un giorno festivo per fare il controllo, con le analisi che non si potevano così effettuare subito e quindi – ancora una volta – esponevano il campione a rischio di alterazioni successive.
Le ombre su questa vicenda si amplificano, dunque, e Sandro Donati dal canto suo continua a mettere a disposizione di tutti le prove che Schwazer è pulito e ad affermare che avrebbe vinto a man bassa a Rio. Non vuole parlare di sé, della fatica di questi mesi e del suo lungo impegno contro il doping e la corruzione nello sport che già in passato gli è costato ripicche e ritorsioni. E conferma ciò che aveva confidato a Left alla vigilia dei giochi: «Di riffa o di raffa dovevano eliminare Schwazer». L’oro olimpico deve andare ad altri e i tempi del marciatore altoatesino, frutto delle sue doti e di un allenamento curato nei minimi dettagli, sono spaventosi. «Stamattina – dice mister Donati – ha marciato per una quarantina di km a una velocità che tolti uno o due marciatori nessuno saprebbe tenere nemmeno in gara» dice, aggiungendo che la cosa più dolorosa è il fatto che all’atleta questa condanna ha «stroncato la vita».
Giungendo peraltro al culmine di una serie di accuse infamanti, attacchi immotivati, o interessati. «Avete visto con quale tecnica, anche medici interessati da procedimenti giudiziario, si siano affrettati a definirlo persino “bipolare”. Alex è lineare, coerente, semplice, affidabile. Ha sbagliato una volta, con sua quota di responsabilità coinvolgendo anche la Kostner in una cosa in cui non entrava niente» dice Donati. Che aggiunge: «C’è stata un’opera di delegittimazione di Schwazer appena ha iniziato a lavorare con me, con foto mandate in giro. Ex miracolati di Conconi (medico in passato accusato per doping, ndr). Alex marcia alla grande, non gli è mai stato alzato un cartellino rosso. Si è pagato tutto di tasca sua, e lo hanno accusato di fare marketing».
Ora resta da gestire il dopo e la speranza che Schwazer smaltisca l’amarezza e ritrovi presto un suo equilibrio. Dopo Rio, dove è arrivato con un grande sforzo anche economico, avrebbe comunque lasciato. Ora a Giochi – olimpici e non – ormai chiusi, ci sarà la serie di ricorsi fino alla Corte federale svizzera, alla giustizia ordinaria e all’esame del Dna, finora non preteso con insistenza per non allungare i tempi e compromettere la partecipazione alle Olimpiadi. Ma la marcia olimpica la vincerà qualcun altro. E potrebbe essere qualcuno che ha legami con settori dello sport in conflitto d’interessi, troppo presi da altri affari per concedere la seconda possibilità a un atleta che ha sbagliato una volta.
Lettera al ministro Lorenzin: tuteli il diritto alla salute
I nuovi livelli essenziali di assistenza (Lea) sono fondamentali per chi ha malattie invalidanti e ha bisogno di apparechiature non di rado costosissime. Ma l’aggiornamento dei presidi sanitari forniti dalla sanità pubblica è fermo dal 2001. Per quanto riguarda il nomeclatore tariffario addirittura dal 1999. Ma ora la situazione potrebbe sbloccarsi finalmente. Le Regioni hanno dato il via libera al ministro beatrice Lorenzin sul Decreto del presidente del Consiglio dei ministri ( Dcpm) a sul finanziamento delle nuove prestazioni ci sarà una verifica entro novembre. Ma il dubbio è che gli 80 milioni stanziati non bastino. Ma non solo.
In una lettera indirizzata al ministro della Salute dall’Associazione Luca Coscioni firmata da Filomena Gallo, Marco Gentili, Maria Teresa Agati e Marcello Crivellini) si evidenziano ancora altri aspetti ancora irrisolti. Dai documenti e dalle informazioni finora notizie circolate emerge che la risposta a chi ha necessità di protesi potrebbe essere del tutto inaduegata, dal momento che sarebbero previsti ausili di serie che rendono difficile al medico fare una prescrizione ad hoc, la più utile di volta in volta per il paziente. In pratica riceverebbero strumentazioni standard anche quelle persone che con il progredire della malattia sviluppano bisogni più complessi e coloro che si trovano in situazioni particolarmente delicate sul piano riabilitativo.
Un altro punto fondamentale è il controllo. Bisogna essere certi che l’accesso a questi ausili medici sia davvero garantito a tutti e su tutto il territorio nazionale . Questo deve diventare un impegno prioritario per il ministero della Salute, il Governo, il Parlamento e le stesse Regioni che dovranno applicare in nuovi Lea, sostiene Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale dei Collegi degli infermieri Ipasvi. Nonostante tutte le difficoltà di un servizio sanitario a cui lo stesso Governo ha imposto pesanti tagli economici. Il punto cruciale dunque è garantire ovunque il diritto costituzionale di tutela della salute. E non a macchia di leopardo, come purtroppo già accade per tutta una serie di patologie e richieste di intevento medico .
Ad aspettarsi delle risposte dal ministro della Salute su tutti questi punti, insieme ai malati sono gli operatori sanitari, che ora si aspettano che Beatrice Lorenzin passi dalla parola ai fatti, ribadisce Mangiacavalli, “riguardo all’ operatività dei nuovi Lea, con la legge di stabilità, lo sblocco del turnover, la stabilizzazione dei precari, rinnovo del contratto”.
La mia stella cadente è Giulio Regeni

San Lorenzo. Notte di stelle cadenti da cogliere al volo per bisbigliare un desiderio. Stelle cadenti. Per tutto l’anno sono i miti abbattuti e solo per una notte all’anno diventano occasioni da pescare: basta poco per trasformare il declino in poesia. Basta crederci.
La stella cadente di quest’anno ha la faccia appuntita di Giulio Regeni, ha la forza misurata dei suoi genitori capaci di essere disperati con un equilibrio saggio, capaci di volere la verità senza cedere all’odio. Io no, io davvero devo ammettere che il silenzio su Regeni mi fa impazzire, strappare le unghie, mi fa venire voglia di morsicare i cervelli di quelli che dovrebbero muoversi, mi spreme il cuore in un dolore liquido e lento.
La mia stella cadente, il mio desiderio è che finisca la farsa intorno a Giulio. Che si rimettano almeno, per amore della verità (o per l’amor di dio per quelli per cui conta), in ordine i fatti, i pesi, le misure e i personaggi. Che si smetta di soffiare nell’iperbole di Regeni come spia pur di non sentirsi colpevoli, che si dica una volta per tutte che ci fa schifo l’Egitto se l’Egitto è quel Paese in cui si muore con una motivazione falsa, poi subito dopo con cento cause diverse e poi alla fine in nessun modo credibile.
Vorrei che i membri del governo tutti pancia a terra per la riforma della Costituzione avessero la stessa frenesia per vederci chiaro. Vorrei che i telegiornali considerassero la mancata verità ogni giorno una notizia degna d’esser data.
Mi piacerebbe ascoltare i politici, ad esempio, essere d’accordo nello sforzo comune di provare ad avere uno straccio di storia da raccontare alla famiglia. Vorrei che chi insinua venisse messo alla prova e se dice il falso che venga punito come meritano i necrofili per convenienza.
La stella cadente che m’aspetto è un’eruzione: un oggetto dimenticato, un depistaggio sbagliato o un testimone mai ascoltato che spazzi via la nebbia su una morte travestita da farsa. La verità è un bene prezioso: forse per questo qualcuno vorrebbe risparmiarla.
Buon giovedì.
(se vi capita, su twitter, seguite @giuliosiamonoi)
Arrestato il blogger iraniano Mehdi Khosravi. Rischia la pena di morte
Lui si difende, attraverso il suo avvocato: dietro le accuse nei suoi confronti ci sarebbe una campagna antidemocratica da parte dell’Iran. Il blogger iraniano Yashar Parsa, al secolo Mehdi Khosravi, è stato arrestato a Dorio, provincia di Lecco, il 7 agosto. Perché il tribunale di Teheran ha emesso contro di lui un mandato di cattura internazionale per corruzione, e adesso ne chiede l’estradizione. Al governo italiano la scelta.
Sul Lago di Como in vacanza, Mehdi Khosravi è stato segnalato dalla reception dell’albergo alla Questura di Lecco, secondo la prassi prevista in caso di allarme terrorismo. E il database dell’Interpol ha segnalato il mandato di cattura internazionale emesso nel 2009 dalla Repubblica islamica dell’Iran: in quell’anno Khosravi era ricercato ed era finito in carcere in Iran dopo i moti studenteschi. Fuggito dalla teocrazia iraniana ha continuato all’estero, come rifugiato, la sua attività contro il regime. Attraverso il suo blog e la sua pagina facebook, sotto il nome di Yashar Parsa, denuncia le atrocità commesse dall’Isis, criticando le scelte del governo iraniano di aver ridotto in miseria il popolo iraniano.
«Chiediamo con urgenza il suo intervento, in favore del Signor Khosravi […] Il Signor Khosravi è un attivista per la democrazia e la tutela dei diritti umani, nato in Iran, ma residente nel regno Unito in qualità di rifugiato politico, perché costretto ad abbandonare l’Iran dopo le dimostrazioni del 2009. Inoltre, il Signor Khosravi è stato negli ultimi tre anni Amministratore esecutivo del Consiglio nazionale iraniano per le libere elezioni». Le proteste che diedero vita al cosiddetto Movimento verde, nato dopo la rielezione dell’uscente Mahmoud Ahmadinejad nel 2009. Duro l’allarme lanciato dal legale del blogger, Sahand Saber: «Mehdi scrive articoli sulla democrazia e la necessità di una separazione dei poteri in Iran», il suo arresto potrebbe «rappresentare un tentativo da parte di alcuni funzionari del governo italiano di ingraziarsi gli iraniani dopo l’accordo sul nucleare della scorsa estate» e, ancora, «il governo italiano vuole lavorare economicamente con il regime. Può darsi che al governo italiano sia stato chiesto di fare ciò».

Le accuse sono pesanti, ma il precedente c’è: ricordate il caso Shalabayeva? La moglie del dissidente kazako rispedita in Kazakistan dall’Italia insieme alla figlia Alua, pur conoscendo le intenzioni del regime asiatico. Quell’espulsione è stata dichiarata illegittima dalla Cassazione.
Bene, anche in Iran c’è la pena di morte. E se l’attivista venisse estradato, sarebbe «incarcerato, torturato e condannato a morte, in qualità di oppositore del regime», ha avvertito Reza Pahlavi nella lettera a Renzi.
«Il consorzio di giornalisti investigativi Icij ha denunciato che l’Iran abusa dell’Interpol per dare la caccia a oppositori politici: nel 2006 l’attivista Rasoul Mazrae, fuggito attraverso la Siria, fu riconsegnato a Teheran malgrado l’Onu lo riconoscesse come rifugiato; fu torturato e condannato a morte», scrive il Corriere della Sera. E secondo il report annuale redatto da Iran Human Rights, nel 2015, 969 persone sono state giustiziate. Stando ai dati raccolti l’anno scorso, nel Paese si è verificato un aumento di condanne a morte del 29 per cento rispetto al 2014. Non solo, proprio il 2015, l’anno in cui l’accordo sul nucleare sembrava aver inaugurato una nuova fase della storia iraniana, improntata alla distensione, è stato quello in cui si è verificato il maggior numero di esecuzioni dal 1990. Da quando Iran Rights Watch stila il suo rapporto annuale (2008) il numero di esecuzioni è cresciuto del 300 per cento.













