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Licenziato per le «cicciottelle». Ma quando il Carlino insultava Aldrovandi non è successo niente

Questa storia potremmo titolarla “Tre sovrappesi e due misure”. Dunque, un titolo su tre arciere «cicciottelle» è costato il posto da direttore del Quotidiano sportivo a un giornalista del gruppo Riffeser Monti, editore del Qn, il Quotidiano nazionale (dorso che contiene tre testate storiche come Nazione, Giorno e Resto del Carlino più, appunto, il Quotidiano sportivo).

A prima vista sembra una buona notizia. E in parte lo è in un Paese dove troppa gente crede che le sole colpe di Berlusconi siano la sua statura e il parrucchino, che l’unica dote di Mara Carfagna o di Laura Boldrini siano le misure e che di Andreotti si ricorda solo la gobba. È l’ossessione per il corpo delle donne che accomuna fondamentalisti di ogni religione e consumisti compulsivi. Però, i difetti fisici, ammesso che siano tali, come pure i pregi, sono le uniche cose che non dipendono da chi se li trascina dietro.

Nessuno, tuttavia, immagina che si tratti di un sussulto progressita per una testata che non ne ha mai avuti nella sua lunga storia. Uno sguardo più lungo si accorge che quello inciampato sulle «cicciottelle» è lo stesso giornale che il 9 luglio, solo un mese prima del titolo canaglia, scriveva in un editoriale: «È stata solo una rissa. Una rissa finita male. Una rissa innescata da una battuta idiota, come quasi tutte le risse. Se ne consumano a centinaia ogni giorno. Nelle discoteche, quando un approccio giudicato troppo diretto o volgare viene sanato a pugni da un maschio orgoglioso che nel difendere la “propria” ragazza in realtà difende narcisisticamente la propria, incerta, virilità». Si tratta del commento di Andrea Cangini, direttore di QN-il Resto del Carlino, a proposito dell’omicidio a sfondo razzista di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo.

Ma quel direttore è saldamente al suo posto sebbene il Coordinamento dei Cdr di tutte le testate del Qn abbia preso pubblicamente le distanze dall’editoriale: «Ci dispiace, ma noi pensiamo che il razzismo sia la sovrastruttura per eccellenza e che il ruolo di un quotidiano che si definisce Nazionale debba essere di indirizzo, di educazione, di aiuto alla conoscenza vera dei problemi e di ferma, immediata, condanna di ogni forma di razzismo. Questo editoriale non l’ha fatto».

Qual è la differenza tra le due vicende? Nessuna. In entrambi i casi l’editore ha inseguito il senso comune più becero, ha parlato alla pancia (come si usa dire) di un Paese ossessionato dal corpo delle donne così come è preda di ossessioni securitarie. Nelle ore successive al titolo infelice, il brand del Resto del Carlino è precipitato nelle recensioni dei lettori su facebook. Non succede altrettanto quando costruisce “castelli di scabbia” e le voglie di ronde contro i migranti, i profughi, i rifugiati, gli stranieri; quando consente di dire a un leghista marchigiano (Roberto Zaffini, consigliere regionale e parlamentare) che «personalmente manderei in galera un napoletano su due»; quando regala titoloni a sei colonne al leader di quel sindacato di poliziotti che tributò una standing ovation ai quatto uccisori di Federico Aldrovandi.

Il papà di Federico Aldrovandi ha curato per anni una corposissima rassegna stampa in cui spicca il Qn quasi come organo ufficiale del “partito del malore” la cui tesi fondante era che i quattro agenti s’erano avvicinati al diciottenne per aiutarlo. Il 15 gennaio, dopo che Liberazione, allora quotidiano di Rifondazione, aveva contribuito a scoperchiare il caso, un corsivo in prima pagina si scagliava contro quel giornalista venuto da Roma: «Non crediamo in ogni caso di poter prendere lezioni da coloro che parlando delle forze dell’ordine distinguono tra “polizia democratica” e non, usando un linguaggio (e il linguaggio conta) da anni Sessanta». Forse volevano dire da anni 70 (chi osa dubitare della polizia dev’essere sicuramente un mezzo terrorista) ma non conta.

Senza risalire per forza all’11 ottobre del 1944, quando il Carlino negava fosse avvenuta la strage di Marzabotto («una nuova manovra dei soliti incoscienti destinata a cadere nel ridicolo»), un rapido giro del web (ad esempio tra le “Cronache di ordinario razzismo” di Lunaria o l’attentissimo sito occhioaimedia.org visto che l’archivio del Qn non è di facilissimo accesso) rivela, invece, uno strato di articoli e titoli (soprattutto) considerati dagli osservatori sui diritti civili come sessisti, xenofobi, omofobi e contro ogni forma di espressione di progressismo, dalle rivendicazioni studentesche a quelle antifasciste o per i beni comuni al punto da far dire a un collettivo di studenti bolognesi, già nel 2009, che quel giornale è «ansioso solo di aizzare i benpensanti contro ogni forma di protesta sociale mentre i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri: un giornale che va, da sempre, dove tira il vento. E in questo Paese tira un brutto vento, un vento autoritario, razzista e sessista».

Guardate le stelle cadenti, o meglio le Perseidi, e sognate un po’

epa04351598 A shooting star shines bright in the nightly sky above Sieversdorf, Germany, late 12 August 2014. Around 170 shooting stars appeared in the sky, also known as the Perseids meteor shower, which are the leftover dust particles of a comet tail associated with comet Swift-Tuttle. EPA/PATRICK PLEUL

Spegnete la luce stasera e guardate le stelle. Fatevi illuminare da un pensiero, un sogno, un orizzonte nuovo, un’aspirazione. Un desiderio? Ma sì anche un desiderio, anche se come dice Ligabue «per un desiderio che esprimi te ne rimangono fuori altri cento». Una notte lontano dalla realtà “normale” a guardare il cielo in cui arrivano, a frotte, le Perseidi. Dicono gli esperti che questa annata è una di quelle “buone”. Si calcola che di stelle cadenti ne circoleranno il doppio tra stanotte, fino al 15 agosto circa. Vengono chiamate “stelle cadenti” e se ci pensate queste parole sembrano pronunciate da un uomo primitivo, che guardando la volta celeste rimaneva impressionato da quelle “cose” luminose che apparivano con le loro scie improvvise e poi, sparivano, inghiottite dal buio, mentre le altre stelle stavano impassibili a guardare.

La religione cristiana naturalmente ci ha voluto mettere lo zampino per “colonizzare” un fenomeno naturale come quello dello sciame di meteoriti e le ha chiamate “lacrime di San Lorenzo”, dal nome del santo martirizzato. Ma ci siamo abituati, è stato riciclato tutto nei secoli, dal culto del dio Mitra che è diventato il Natale, o dai riti della primavera e della rinascita della natura che hanno portato alla Resurrezione. Per i romani, le stelle cadenti stavano a rappresentare una pioggia di sperma del dio Priapo che così fecondava i campi.

Ma ecco il fenomeno naturale, che poi, la fantasia dell’uomo può vivere come vuole. Natura e poesia, senza tanto spirito….è vita.

Albert Camus ha scritto:

A volte, di notte, dormivo con gli occhi aperti sotto un cielo gocciolante di stelle. Vivevo, allora.

Le Perseidi sono i resti della cometa Swit-Tuttle che in questo periodo dell’anno si trova a passare vicino all’orbita terrestre. Corpi costituiti da elio e idrogeno che a contatto con l’atmosfera terrestre prendono fuoco. L’ultima volta che è passata al perielio è stato nel 1992, la prossima volta sarà nel 2126. Il nome Perseidi deriva dal fatto che il radiante, cioè il punto da dove provengono le scie, è all’interno della costellazione di Perseo. Per l’osservazione, quindi, è meglio concentrarsi su una porzione di cielo, per la precisione di cielo, un’area a Nord est, in corrispondenza della costellazione di Perseo, fra Andromedea e Cassiopea e il pentagono dell’Auriga.

Concludiamo con Margherita Hack:

Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle, tutti gli elementi dall’idrogeno all’uranio sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernove, cioè queste stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio il risultano di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente figli delle stelle.

Suonare la suite di Bach per violoncello in cima a una montagna

Andante non è solo una notazione musicale su come suonare un pezzo, ma è anche il progetto della violoncellista Ruth Boden che ha scelto di eseguire la suite di Bach al violoncello in cima a una montagna in Oregon dopo averla scalata con in spalla il proprio strumento.

«Nessun conteggio di quanti biglietti sono stati venduti, di un’esperienza così resta solo il ricordo»

Il Brasile maschio e bianco da Temer. Il golpe è dietro l’angolo

epa05456909 Brazilian interim President Michel Temer arrives for the Opening Ceremony of the Rio 2016 Olympic Games at the Maracana Stadium in Rio de Janeiro, Brazil, 05 August 2016. EPA/TATYANA ZENKOVICH

Dopo il voto del Senato brasiliano di oggi – che, 59 a 21, si è detto favorevole al prosieguo del processo di impeachment contro Dilma Rousseff – si fa sempre più vicina l’ipotesi che le redini del Paese possano andare nelle mani di Michel Temer: attuale presidente ad interim, nonché principale fautore della cacciata di Dilma, ovvero l’uomo che, durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Rio, è stato ricoperto di fischi al ritmo di «golpista, golpista».

«Lei non ha rubato nulla, ma sta per essere giudicata da una banda di ladri», aveva scritto il New York Times il 15 aprile. Da allora, Dilma è stata sospesa con il voto del 12 maggio dalle sue funzioni, e adesso viene ufficialmente considerata responsabile delle accuse di pratiche contabili illegali. L’accusa è quella di aver manipolato i conti pubblici. Anche se il giudice federale ha archiviato la denuncia perché un tale reato non è sufficiente, secondo la Costituzione e la legge brasiliana. Intanto si levano in solidarietà a Dilma da ogni parte del mondo, l’ultimo in rodine cronologico è l’anomalo yankee, Bernie Sanders.

Il via libera, arrivato dopo 15 ore di discussione, da l’inizio al conto alla rovescia: il voto finale del Parlamento è previsto tra il 25 e il 26 agosto, appena dopo la fine dei Giochi Olimpici. Due settimane di tempo per decidere se rimuovere definitivamente Rousseff e aprire strada a nuove elezioni. E l’ex presidente Lula si è già detto ronto per questa ennesima battaglia, annunciando di fatto la sua candidatura al quotidiano francese Libération.

Perché Schwazer sarà squalificato. E perché non è soltanto lo sport ad essere marcio

ITALY, Rome: Italian Alex Schwazer celebrates after winning the 50KM Race Walk at IAAF Race Walking Team Championship Rome 2016, on May 8, 2016 in Rome, Italy.

Lo hanno fatto partire per Rio, dove il Tribunale arbitrale sportivo di Losanna si è trasferito armi e bagagli e ora dovrà emettere il verdetto sulla sua positività al testosterone. Dunque Alex Schwazer è li che attende quel verdetto come un condannato a morte attende l’esecuzione, in pubblica piazza olimpica.

Un’accusa di positività che il marciatore già squalificato per doping nel 2012 respinge nettamente assieme al suo allenatore, Sandro Donati. Sono tante le ragioni per cui la vicenda del nuovo caso doping di Schwazer non quadra, molte di natura tecnica e molte altre di natura politica, addirittura geopolitica si potrebbe dire: Left ha provato a riassumerle un un recente servizio di copertina sui “Giochi sporchi”.

Ma c’è una ragione di fondo per cui non possiamo non stare dalla parte di Schwazer e Donati e ha molto a che fare con l’abbrutimento di questi tempi, con la riduzione di alcuni principi etici e costituzionali a corollari di cui si ci si può dimenticare davanti all’esigenza di “sicurezza”, al nostro perbenismo per cui chi ha sbagliato sbaglierà ancora, chi delinque è condannato non soltanto alla giusta pena ma ad essere per sempre delinquente.

Vogliamo certezze che ci rassicurino, quindi con Schwazer come col presunto terrorista e col ladro di galline la ricetta è la stessa: buttiamo la chiave. Lo vediamo nella nostra piccola Italia come nei fischi del pubblico di Rio e nelle parole d’odio che campioni indiscussi come Phelps rivolgono a Yulia Efimova, nuotatrice russa riammessa in extremis ai Giochi olimpici dopo un ricorso al Tas.

Yulia come Alex non possono e non devono avere una seconda possibilità. Game over: il loro primo errore non dà loro seconde possibilità. Meglio prevenire i rischi di “recidiva” (ma si prevengono davvero?) espellendo per sempre chi sbaglia al primo colpo che trovarsi ad affrontare un’eventuale ricaduta. Eppure, quanti di noi, viene da chiedersi, guardando al loro passato si accorgono di dover rendere grazie alla seconda possibilità che gli è stata concessa.

Ma ancora una volta la nostra memoria – collettiva e individuale – corta e sempre più “delegata a supporti esterni” ci tradisce. Poi ci chiediamo perché siamo così tiepidi con Erdogan che soffia sulla propaganda rimettendo sul piatto la pena di morte. O perché da noi i Salvini di turno riscuotano tanto successo. Abbiamo barattato la giustizia con il giustizialismo. E alla lunga le pene che oggi vogliamo far scontare ad altri saremo noi a pagarle. Care.

Leggi il servizio di copertina su Left del 30 luglio

 

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Contro Daesh a Sirte,alleati ad Aleppo? Caffè del 10 agosto 2016

Aiutateci adesso! Il Corriere brucia Repubblica e intervista il premier libico Serraj. Non vuole soldati in prima linea -non sarebbero in grado di combattere la guerriglia urbana che si dispiega a Sirte- ma “armi sofisticate”, “ospedali da campo”, “istruttori”, insomma un intervento, armato, nelle immediate retrovie. E naturalmente appoggio ai raid americani: “vediamo con favore la vostra scelta di concedere Sigonella”. Intanto Washington Post informa che un piccolo gruppo di militare americani è già impegnato sul campo con i britannici a dar man forte ai libici.
Tregua umanitaria per salvare Aleppo. Repubblica apre con la Libia come il Corriere, ma la contro apertura la dedica alla Siria, al dramma di 300mila persone intrappolate nei quartieri martoriati di Aleppo, senza acqua, né frutta e verdura, costrette ad aggirarsi tra le bombe russe e il fumo delle gomme d’auto bruciate per celare possibili obiettivi. Intervista un avvocato rimasto là, poi un volontario anti Assad, ma non islamista. La situazione ad Aleppo è presto detta: l’esercito di Assad, grazie all’aiuto russo, aveva accerchiato le milizie islamiche, ideologicamente prossime e alleate di Daesh. Ma grazie all’aiuto saudita, a ingenti carichi d’armi che arrivano dalla Turchia, e al soccorso dei “salafiti” di Al Nusra -gruppo terrorista che, per l’occasione, dice di essersi allontanato da Al Qaeda- , i ribelli sono riusciti a rompere l’assedio. E noi? Siamo con loro, contro il “macellaio” Assad e il russo cattivo? Dai reportage (anche il Corriere segue) si stenta a capirlo. Penso che sarebbe stato giusto dire apertis verbis a turchi e sauditi (e far sapere ai poveri civili intrappolati ad Aleppo) che nessuna alleanza l’occidente avrebbe mai più tollerato con guerriglieri wahhabiti e sauditi: abbiamo avuto già troppi morti per siffatte alleanze. Avremmo dovuto dirlo, non l’abbiamo fatto, ora versiamo lacrime di coccodrillo sui bambini di Aleppo.
L’Arabia saudita ha aiutato i terroristi dell’11 settembre? La risposta della commissione d’inchiesta del congresso americano è che mancano  prove certe. Ma “alcuni dei terroristi potrebbero aver avuto contatti con due agenti segreti sauditi; uno dei finanziatori dei terroristi avrebbe ricevuto denaro da un membro della famiglia reale saudita; un leader di Al Qaida sarebbe stato in possesso di un nu- mero riservato della Società incaricata di garantire la sicurezza della residenza dell’ambasciatore saudita in Colorado. Risulterebbe inoltre un passaggio di denaro tra la moglie di uno dei finanziatori dell’11 settembre e quella dell’ambasciatore saudita. Inoltre vi sarebbero stati contatti tra la fondazione saudita Al Haramain e i gruppi terroristici. Vi sono sospetti anche sull’allora ministro dell’interno saudita”. Da un’analisi di Luís Bassets (El Pais-Repubblica) sulle carte recentemente dissecretate.
Il patto di Pietroburgo tra Erdogan e Putin. Gas dalla Russia, frutta e verdura dalla Turchia e un messaggio chiarissimo alla Nato: può nascere un’intesa tra Russia, Turchia e anche lIran (ne ha detto Putin). “Un paese Nato non può stringere alleanza con la Russia”, dice alla Stampa il politologo neo-con David Frum. Ma la Turchia lo fa, o almeno minaccia di farlo. La domanda semmai è: come si metteranno d’accordo Erdogan e Putin sulla Siria? Infatti non si sono messi (per ora) d’accordo su tutto. Il russo ritiene che Assad debba lasciare ma “per via democratica”, dopo la fine della guerra con Daesh e libere elezioni. La Turchia, come abbiamo già detto, arma invece le truppe islamiste che combattono ad Aleppo. Divergenza importante, ma l’essenziale -scrive Roberto Toscano- è altro: Erdogan vuole che la Siria resti “unita” in modo da non dare spazio a uno stato curdo, Putin vuole contare e favorire una tregua in Medio Oriente tra Iran, Turchia e persino Arabia Saudita.
E di che si occupa oggi il rignanese? Poveretto, ha fatto pubblicare un manifesto per la festa dell’Unità con su scritto l’Italia del Sì e una bella croce su quel sì. Ammette con Mentana -che lo intervista in piazza- di aver “sbagliato a personalizzare il referendum”, promette che le riforme libereranno “500 milioni per poveri”, cerca di salvarsi dalle proprie intemperanze e dall’incauta promessa di lasciare la politica qualora avessero vinto i no. Boschi, di rincalzo, dice: chi è per il No non  “rispetta il Parlamento”. E allora perché avete raccolto le firme per il referendum? Solo per incassare il finanziamento pubblico. No, miei cari lettori, irrispettoso nei confronti del parlamento e dei cittadini è chi ha imposto le riforme a colpi di “canguro”, di scambi di favori con Alfano e Verdini, di ricatti alla minoranza Pd, di espulsioni -la mia dalla commissione Affari Costituzionali, per esempio- di chi non accettava il diktat di Palazzo Chigi, diktat di per sé  incostituzionale quando si tratta di imporre al Parlamento modifiche a ben 47 articoli della carta fondamentale.
Democrazia plebiscitaria del futuro. Tra i commenti di Repubblica troverete due interessanti articoli di Pieo Ignazi e Roberto Toscano. Il primo distrugge l’impianto dell’italicum: “dai capilista iper-ubiqui che si possono presentare in 10 collegi contemporaneamente, alla reintroduzione delle preferenze, fino al bonus per il vincitore, un vero vulnus al principio di rappresentanza”. “Giustamente -scrive Ignazi-, la nuova legge elettorale è stata equiparata ad una versione riveduta e (s)corretta del famigerato Porcel- lum”. Alla fine “aggrava il problema invece di risolverlo perché annulla ogni rapporto diretto tra elettori ed eletti”. Ma chi se ne frega? L’idea di democrazia che sta dietro le riforme costituzionali ed elettorali del presente governo è, purtroppo caro Ignazi, modernissima. Scrive Roberto Toscano: “La democrazia come “branding” è oggi imbattibile, ma sotto il suo logo vengono spacciati prodotti politici che con la democrazia non hanno niente a che fare. Ci sono le elezioni, magari anche autentiche, ma poi chi vince governa senza rispetto per la divisione dei poteri, i diritti delle minoranze e la libertà di stampa: la democrazia senza lo stato di diritto. Non si tratta soltanto di una tecnica della gestione del potere, dato che questa formula politica poggia necessariamente su una forte e coerente proposta ideologica. È un’ideologia che spesso combina una promessa di modernizzazione economica con una visio- ne culturalmente regressiva a base di nazionalismo — e spesso anche di religione”. Roberto Toscano parla delle democrazie russe e turche. Renzi non ha la grinta né la tenuta né di Erdogan né di Putin, ma le idee?

Australia, violenze sessuali sui bambini nel centro profughi di Nauru

epa05189740 Refugee activists protest outside the electoral office of Australian Immigration Minister Peter Dutton in Brisbane, Australia, 02 March 2016. Last month, Dutton has agreed to allow a refugee baby girl, known as Asha, to remain in Australia under community detention after she was treated in Brisbane for injuries sustained while in detention on Nauru. According to reports, the Australian government remains committed to its offshore processing policy. As of 30 December 2015, there were 1,459 asylum seekers in offshore detention facilities in Nauru and Papua New Guinea, according to the Australian immigration and border protection department. EPA/DAN PELED AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT

La denuncia era già arrivata da Human Right Watch e Amnesty International nei giorni scorsi. Oggi la conferma nei documenti riservati pubblicati dal britannico Guardian: i rifugiati detenuti nel campo profughi di Nauru, centro di detenzione (uno dei due attivati dall’Australia) su un’isola nel mezzo del Pacifico, hanno subito violenze di ogni tipo.

Le ottomila pagine dei 2.116 report – risalenti al periodo tra maggio 2013 a ottobre 2015 – trapelati dal campo per richiedenti asilo descrivono aggressioni, abusi sessuali, tentativi di autolesionismo, definendo un quadro di ordinaria crudeltà soprattutto ai danni di minori, le cui vicende sono descritte in ben 1.086 documenti, oltre la metà di quelli analizzati, pur essendo i bambini soltanto il 18% sul totale dei detenuti di Nauru.

I file contengono diverse storie: dalle minacce di morte rivolte a un ragazzo da parte di una guardia carceraria alle percosse. Nel settembre 2014 un insegnante ha riferito che a un giovane che aveva chiesto di fare una doccia di durata doppia – 4 minuti al posto di 2 – erano stati chiesti in cambio favori sessuali. Numerosi gli episodi che entrano nei dettagli di abusi e violenza sessuale, così come quelli di ragazzi che si cuciono le labbra e compiono altri atti di autolesionismo.

Dopo le prime notizie trapelate nei giorni scorsi il premier australiano ha annunciato un’inchiesta, ma è lo stesso governo ad essere sotto accusa per aver sempre descritto una situazione in costante miglioramento e per aver sottovalutato le segnalazioni giunte da più parti, in particolare dalle persone impiegate a vario titolo nel centro di detenzione di Nauru: assistenti sociali, guardie, insegnanti e personale medico.

A fine di giugno, si contavano 442 persone detenute sull’isola: 338 uomini, 55 donne e 49 bambini. Con i suoi 10mila abitanti, Nauru è lo Stato isola più piccolo al mondo e fornisce all’Australia questo “servizio” in cambio di aiuti. L’altro centro in mare aperto, sull’isola di Manus in Papua Nuova Guinea, ospita 854 persone, tutti gli uomini. Entrambi i centri, riporta il Guardian, costano ai contribuenti 1,2 miliardi di dollari l’anno, e gli australiani hanno diritto di sapere cosa accade lì dentro e quali sono le conseguenze delle loro politiche migratorie iper-restrittive e spesso noncuranti dei diritti umani.

Hillary ha 1021 possibilità di essere il prossimo presidente degli Stati Uniti. Trump 2

Non si tratta di un modo di dire, ma di numeri reali che arrivano direttamente dall’ultimo report del New York Times sulla corsa alla Casa Bianca. Stando ai dati riportati infatti dalla testata statunitense Hillary Clinton ha ben 1021 possibilità di essere la prossimo presidente degli Stati Uniti. Trump, della cui adeguatezza a ricoprire il ruolo non sono convinti nemmeno molti esponenti dello stesso partito repubblicano, ne avrebbe solo 2.

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Controllando il risultato dei 10 stati più competitivi e assegnando a tavolino la vittoria ai candidati negli stati dove sono già dati per favoriti, il team del New York Times ha messo a punto questo diagramma dove si nota chiaramente quanto sia cruciale lo stato della Florida per Trump. Senza questo Stato arrivare alla Casa Bianca per il milionario è quasi impossibile.

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Nytimes quindi rassicura: «Una vittoria di Donald Trump è poco probabile: le possibilità che la Clinton perda sono più o meno le stesse che un calciatore di football sbagli un goal a porta vuota». In termini meno sportivi Hillary è data come prossimo presidente nell 86% dei casi, Trump solo nel 14%.

 

I colpi di sole di Matteo e Maria Elena

Maria Elena Boschi, sempre peggio. Ieri ha dichiarato che chi voterà no al prossimo referendum sulla riforma della costituzione (che porta il suo stesso nome) “non ha rispetto per il Parlamento”. Si sono rizzate le orecchie di (quasi) tutti, “ma davvero ha potuto fare un’affermazione del genere?“ si sono chiesti i presenti e lei ha puntualizzato: si riferiva, ha spiegato, al lavoro fatto in Parlamento per approvare questa riforma e al lavoro che si dovrebbe fare di nuovo nel caso in cui passasse il no al referendum. In pratica il disaccordo è un ostacolo alla democrazia secondo la ministra e il Parlamento è la salvietta umidificata della banda di paninari che governa questo bistrattato Paese.

Lui, Matteo, è andato alla Festa dell’Unità, che se ci pensate quest’anno suona ancora più grottesca del solito la parola “unità” applicata a un partito che è composto dalla banda di servetti e poi un rivolo di mille bande blande. Poi Renzi, al solito coerente solo con l’amore per se stesso, ha dichiarato di avere sbagliato a personalizzare troppo il referendum fingendo di dimenticare di essere incapace di interpretare in qualsiasi altro modo la politica. E cosa si è inventato il fantasioso Matteo per spersonalizzare? L’ha affiliato a una altro. Giuro. Il mandante di questa pessima riforma (non l’ha detto così ma il sottotesto è questo) sarebbe Giorgio Napolitano. Napolitano, il Presidente: quello che avrebbe dovuto essere una garanzia e invece è stato uno sfacelo. Il comunista più destrorso del west. Prima di avere la sventura dell’arrivo di Renzi, ovviamente.

Quindi la geniale operazione simpatia del PD prevede di affibbiare la riforma Boschi non più a Renzi ma direttamente a Napolitano. Senza personalizzare, eh. Solo un po’ di cognomizzazione, al massimo.

Intanto in Rai si respira quella bella aria per cui anche se si dimettesse l’omino che ricarica la macchina del caffè diventerebbe immediatamente un idolo delle folle e dello sdegno. Buon segno: c’è tanto affetto per i governanti, evidentemente. Avanti così.

Buon mercoledì.

Ori, Olimpiadi e sessismo

Sessismo: la tendenza a valutare la capacità o l’attività delle persone in base al sesso ovvero ad attuare una discriminazione sessuale. Scrive così il dizionario e noi, presi come eravamo dall’estate, dalle vacanze, dalle gare delle Olimpiadi di Rio alla tv, pensavamo di aver lasciato quella vecchia e polverosa parola a casa. E invece no, ce la siamo portata dietro anche questa volta, perché proprio alle Olimpiadi, quelle che ci vogliono tutti uguali e che hanno addirittura formato un team di rifugiati per far capire che insomma siamo proprio tutti uguali, ecco, anche in quelle Olimpiadi e dopo soli quattro giorni dall’inizio dei giochi, non sono mancate le discriminazioni nei confronti di molte atlete in gara. Atlete ricordate dai media perché “sì ha vinto, ma guardate che culo perfetto che ha”, “brava, ha conquistato il podio, però è un po’ cicciottella”, “nuota più veloce di tutte, ma non è bella ed aggraziata”.

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Per Libero, Rossella Fiamingo non fa parte della categoria “sport” o “olimpiadi”, ma di quella “meraviglie” come vuole la tradizione del bravo maschio macho italiano.

Per le donne è così anche a Rio, obbligatoriamente impegnate in una doppia sfida: vincere e non tradire l’immagine stereotipata della donna che buona parte del pubblico a casa ha di loro. O meglio: che i giornalisti credono il pubblico abbia, perché a quanto pare chi è seduto a casa sul divano e sente imbarazzanti telecronache sessiste si arrabbia e si fa sentire sui social.

Il primo caso è stato quello scatenato dal commento di Dan Hicks della Nbc. Quando Katinka Hosszù, nuotatrice ungherese ha vinto la medaglia d’oro e battuto il record del mondo nei 400 metri misti, la telecamera ha ripreso il marito-allenatore che stava guardando la gare e Hicks non ha perso l’occasione per commentare così: «Ed ecco qui l’uomo responsabile di questa vittoria». Non Katinka con le sue gambe, le sue braccia, la testa, la fatica, l’impegno, i sacrifici, ma il marito-allenatore, ovvio no? Quale donna potrebbe fare qualcosa se non per merito di un uomo. Sui social allora si è scatenata una vera e propria tempesta di tweet e status contro Hicks, che si è scusato — troppo tardi — per una frase che «vorrebbe aver detto diversamente».

 

In ogni caso, per fortuna che ci sono gli uomini a spiegare alle altlete donne come si fa a vincere una gara. Ecco un caso di uomo comune dell’Internet che #laspiega a un’atleta olimpica…ops volevo dire “ragazzina inesperta”.

A proposito di parole sbagliate al momento sbagliato. Probabilmente, con il senno di poi, avrebbe voluto titolare diversamente anche il direttore del QS quotidiano sportivo, Giuseppe Tassi, che sul suo Resto del Carlino ha invece scelto di celebrare l’ottima prova della squadra femminile italiana di tiro con l’arco e il podio sfumato per pochissimo così:

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«Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo», se erano magre vincevano? Chi può dirlo. Possiamo dire invece cosa ha scatenato quel titolo: l’indignazione generale di molti dei lettori sui social e una lettera da parte del presidente della FITARCO Mario Scarzella indirizzata a Tassi direttore de Il Resto del Carlino

Caro Direttore,

questa mattina da Rio de Janeiro siamo rimasti basiti nel leggere su Il Resto del Carlino il titolo che recitava “Il trio delle ciocciottelle…” — a nostro avviso a dir poco irriguardoso — rivolto alle nostre atlete Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia.

Se Il Resto del Carlino fosse una rivista scandalistica non avremmo nulla da dire, ma focalizzare l’attenzione sull’aspetto fisico di queste ragazze su un quotidiano, che scandalistico non dovrebbe essere considerata la sua lunga e prestigiosa storia, è stato davvero di cattivo gusto.

Ci chiediamo in effetti se si possa definire giornalismo serio un titolo come questo, soprattutto in un giorno difficilissimo per delle giovani ragazze all’esordio Olimpico, che hanno lavorato per quattro anni nel silenzio dei media per vivere una delle delusioni più cocenti della loro vita, sia personale che sportiva.

Alla lettera la risposta che è arrivata immediatamente è stata quella dell’editore della testata Andrea Riffeser Monti: scuse e sollevamento dall’incarico, con effetto immediato, del direttore del QS Giuseppe Tassi.

Altro caso interessante è quello di Katie Ledecky che addirittura ci dà la possibilità di mettere a confronto la discriminazione sessista in salsa anglosassone con quella del Belpaese. Dopo che Ledecky aveva conquistato la medaglia d’oro per i 400 metri stile libero il Daily Mail ha commentato la vittoria con le uniche parole che potevano giustificare il trionfo di una donna, la somiglianza con un grande uomo e così, è presto detto: Katie Ledecky è la Michael Phelps femminile (il titolo è stato corretto ma nell’articolo rimane traccia dell’affermazione, scorrette molto verso il basso, dopo una degna celebrazione del campione maschio, troverete citata anche lei, la Ledecky nata dalla costola di Phelps secondo i giornalisti del Daily Mail).

 

Anche Rainews però ha voluto dire la sua sulla vittoria della Ledecky. La nuotatrice appena diciottenne ha fatto una gara straordinaria e battuto il record mondiale e i giornalisti di Rainews sembrano essere colpiti dall’impresa, ma soprattutto stupiti dal fatto che sia stata compiuta da «una ragazzona che non brilla certo per grazia o bellezza». Che quella si sa nel nuoto è fondamentale.

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Più sei figa più hai la possibilità che le acque della piscina olimpionica facciano come quelle del Mar Rosso al passaggio di Mosè.

In realtà Ledecky non è solo una nuotatrice eccezionale, ma in passate occasioni dove le è capitato di essere discriminata per il semplice fatto di essere una donna ha dato una risposta, la risposta, che vale un po’ per tutti questi episodi. Intervistata da un giornalista ad aprile era stata apostrofata, per il fatto di nuotare così velocemente, come una che «spacca in due gli uomini». Ledecky non ha battuto ciglio e in una successiva intervista rilasciata questa volta al New York Times ha semplicemente spiegato di non essersi lasciata coinvolgere perché: «probabilmente ero solo concentrata nel fare il mio lavoro al meglio». Chapeau Katie.

Se pensate che questi siano solo dei casi isolati a smentirvi arriva un recente studio della Cambridge University Press che ha analizzato il modo in cui tendiamo a parlare degli uomini e delle donne che praticano sport. Mentre gli atleti maschi sono generalmente descritti come forti, grandi, i migliori o i più veloci, le donne nel mondo dello sport vengono invece definite come: ormai vecchie, incinta o sposate. E non finisce qui, da un’analisi condotta su oltre 160 milioni di parole provenienti da blog, articoli di giornale, tweet, e paper accademici, risulta che gli atleti uomini vengano menzionati in media il triplo delle volte rispetto alle colleghe donne. Soprattutto quando vengono menzionate lo sono per la loro età o per il loro aspetto fisico.

Il mondo dello sport si rivela in sostanza un perfetto specchio delle diseguaglianze di genere che ancora permangono nella società. Più difficile invece è capire se il linguaggio che le persone comuni usano per parlare delle donne sia il riflesso di quello letto sui media oppure se siano i giornalisti a puntare su un certo tipo di linguaggio proprio perché diffuso fra il pubblico. Rio 2016 riesce però a fornirci spunti anche su questo: atleta o giornalista se sei una donna, con il sessismo ci devi fare i conti. Come nel caso della giornalista sportiva della Bbc Helen Skelton redarguita sui social dal pubblico perché a bordo piscina e con i 30 gradi di Rio commentava le gare di nuoto con un vestito troppo corto.

Una foto pubblicata da Helen Skelton (@helenskelton) in data:

 

Per onore di cronaca: esistono anche donne che pensano di risolvere il problema, utilizzando lo stesso atteggiamento maschile. Ecco a voi i peni che meritano l’oro, sì il sottotitolo dell’articolo è proprio questo.

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