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Daisuke Yokota è il giovane fotografo vincitore del Foam Paul Huf Award 2016

Ha 33 anni ed uno stile inconfondibile il giovane fotografo giapponese che ha vinto la decima edizione del Foam Paul Huf Award 2016, il premio annuale che Foam assegna a un fotografo sotto i 35 anni e che quest’anno ha visto partecipare quasi 100 autori provenienti da 29 Paesi.

Daisuke Yokota è uno dei giovani fotografi più innovativi e sperimentali che lavorano nel mondo della fotografia di oggi.” Ha dichiarato Simon Baker presidente della giuria che all’unanimità ha riconosciuto a Yokota un linguaggio visivo inconfondibile e non convenzionale che esprime attraverso “una pratica complessa e sofisticata”. Dalle stampe, ai libri d’artista, dalle installazioni alle prestazioni di collaborazione, dal colore al bianco e nero, Yokota fonde, nei differenti strati della manipolazione dell’immagine, memoria, tempo, presente, passato.

Immagine in evidenza: From the series Taratine, Untitled 2015 © Daisuke Yokota courtesy G/P Gallery

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(Gallery a cura di Monica Di Brigida)

Tra Podemos e governare c’è di mezzo Ciudadanos. Intervista a Jorge Moruno

Manca un mese al fatidico 2 maggio, ultimo giorno utile per il socialista Pedro Sánchez. Entro quella data dovrà tornare davanti al parlamento spagnolo per chiedere la fiducia al suo governo. Ma le trattative sono ancora in alto mare, o almeno lo sono quelle con Podemos. Le cose si son messe male dopo l’intesa raggiunta tra il Psoe e i populisti di Ciudadanos – «L’accordo tra Sanchez e Rivera non è compatibile con noi», aveva avvertito Podemos ber bocca di Íñigo Errejón. E adesso Sánchez può contare solo sul suo partito (il Psoe) e Ciudadanos: in tutto 131 deputati. Ma ne servono 176. E con la fine del regno popolare di Mariano Rajoy – e il suo governo di cinque anni proBruxelles – in Spagna si è aperta la possibilità di un governo del cambiamento. Un’ipotesi molto attesa in Europa – dopo le vittorie dei dissidenti Alexis Tsipras in Grecia e Antonio Costa in Portogallo – ma niente affatto facile, ci ha spiegato Jorge Moruno, sociologo di 33 anni e spin doctor di Podemos. «Sanchez non potrà contare su di noi se stringe un accordo con Ciudadanos, perché quell’accordo è come se includesse il Partito popolare», dice a Left il braccio destro di Pablo Iglesias: «Gli accordi si fanno sulla base dei contenuti non possiamo chiudere un accordo con le destre».

Tra voi e il governo del cambiamento in Spagna, quindi, c’è di mezzo Ciudadanos?
Sai che il signor Sánchez durante la campagna elettorale ripeteva che Ciudadanos era la nuova generazione del Partito popolare? E adesso dice che non è così. L’accordo con Rivera non mette in discussione le politiche che ci hanno portati fin qui. Sánchez dice di voler combattere il Partito popolare però “cammina” sulle stesse politiche; per esempio, sulla politica fiscale continua a fare riferimento ai think thank del Partito popolare. Se non contestiamo queste politiche, che hanno impoverito la società e la democrazia spagnole, non cambieremo niente. Possiamo andare al governo, persino trovare un modo per cambiare la legge elettorale, ma non avremo ottenuto nulla. Ecco perché è difficile trovare un accordo con loro, perché hanno una politica totalmente opposta alla nostra.

È una posizione unitaria o c’è una spaccatura in Podemos?
Molti mezzi di comunicazione semplificano e banalizzano quanto accade dentro Podemos. Raccontano che in Podemos ci sono i radicali e i moderati, che i moderati vogliono stringere l’accordo con i socialisti mentre i radicali no. Ma non è così, dentro Podemos non vi è alcuna divisione di questo tipo, non ci sono correnti moderate né radicali. Semplicemente, c’è un dibattito democratico com’è normale che sia all’interno di un partito. Ma tutti pensiamo che ci sia bisogno di un governo del cambiamento, che cominci a democratizzare la società.

Per qualcuno con il vostro No date ai Popolari l’occasione di riorganizzarsi.
Il Partito popolare è molto chiuso. Sicuramente, anche al loro interno, ci sono divergenze però, a differenza nostra, non sono pubbliche. Qualcuno chiede la testa di Rajoy, ma credo che Rajoy tenga duro. Non so se si stia preparando un’operazione Monti… ma se crediamo che il problema sia Rajoy sbagliamo, il problema sono le politiche adottate da Rajoy che passano da Bruxelles.


 

Questo articolo continua sul n. 14 di Left in edicola dal 2 aprile

 

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Il potere logora

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi in posa per un selfie con gli studenti della Harvard University, Cambridge (Massachusetts), 31 Marzo 2016. ANSA/ US/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

Mi sembra molto lontano il tempo in cui Giulio Andreotti,con aria sorniona, diceva “Il potere logora chi non ce l’ha”. Oggi logora, e come se logora! Mi è capitato di vedere da vicino candidati alla candidatura presidenziale negli Stati Uniti ormai stravolti, con il sorriso immobile sul viso, essiccati, che rispondevano alle domande come il cane di Pavlov.

Credo che non debba essere meno dura per il nostro premier, impegnato da 30 mesi in una ininterrotta campagna elettorale, con un avversario da spianare per settimana, circondato da adulatori interessati, collaboratori improvvisati e da postulanti d’ogni sorta. Penso che sia bravissimo, Renzi. Ammiro la sua tenuta. La reazione d’istinto, con cui ha scaricato la Guidi, mostra ancora buoni riflessi.

Però temo il logoramento stia calando inesorabile anche su di lui. Oggi lo scrivevano, sia pure in modo cauto e forbito, i principali commentatori, Franco, Folli, Magri. Quanto a me ormai da settimane lo vedo che cerca l’applauso, che vuol piacere e non ci riesce e perciò ripete la solita battuta consunta, “Roma risorgerà più bella che pria!”, Petrolini.

Così oggi ha ripetuto ancora: “Per l’Italia Marchionne ha fatto più di certi sindacalisti”. Nessuno che gli chieda cosa mai abbia fatto Marchionne per l’Italia. Si sa che ha trasformato un’azienda che si chiamava Fabbrica Italiana Automobili nella FCA, ente di diritto olandese con domicilio fiscale nel Regno Unito e il cuore produttivo a Detroit.E poi?

Mi pare che Renzi, come il vecchio Calvero, non senta più il suo pubblico.
Stava a far jogging a Chicago e gli han detto che la disoccupazione è risalita sia pur di poco. Si preparava a incontrare Obama e gli hanno detto che il suo governo era coinvolto in un affare di petrolio. E che gli racconto io, deve aver pensato? Che è meglio Marchionne di Landini, che le trivelle fanno bene all’ecosistema, al turismo e valorizzano pure il patrimonio archeologico. Lo capisco, un premier super logorato, non può che ripetere le sue ossessioni: per Berlusconi erano “i comunisti e i magistrati” per Renzi “i gufi e i sindacalisti”.

Ma così rischia di arrivare bolso e stonato al giudizio di Dio, che ha costruito con il secondo turno dell’Italicum. A meno che non arrivi la Terry di Calvero, a dargli un momento di gioia vera non quella che il potere ti stampa sul viso ma strappa dal cuore.

Terrorismo a Bruxelles e Lahore e feste a Cuba: la settimana per immagini

A Palestinian child walks through the home of Ehab Maswada that was demolished by the Israeli army in the West Bank city of Hebron, Thursday, March 31, 2016. Maswada fatally stabbed an Israeli civilian in the West Bank city of Hebron late last year. Israel says home demolitions are an effective tool to deter attacks, but critics say the tactic amounts to collective punishment. (AP Photo/ Nasser Shiyoukhi).

Immagine in evidenza: Un bambino palestinese cammina attraverso la casa di Ehab Maswada che è stata demolita dall’esercito israeliano nella città di Hebron.

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(Gallery a cura di Monica Di Brigida)

Alzheimer, sotto accusa una proteina

La rivista medica americana The New England Journal of Medicine non aveva fatto in tempo, all’inizio dello scorso febbraio, a darci un bel po’ di speranza – l’incidenza della demenza senile, Alzheimer compreso, sta diminuendo al ritmo del 20 per cento per decade – che più o meno negli stessi giorni la rivista scientifica inglese Nature ha rilanciato una notizia inquietante: l’Alzheimer potrebbe essere una malattia (anche) trasmissibile, a causa di un agente infettivo, la proteina beta amiloide, che può passare, in certe circostanze, da uomo a uomo.

I due annunci non sono correlati tra loro. Ma sono entrambi importanti, perché in ogni caso, avverte l’Organizzazione mondale di sanità (Oms), i malati di demenza senile, Alzheimer compreso, passeranno dagli attuali 47,5 milioni sparsi per il pianeta (9,4 milioni nelle Americhe; 10,5 in Europa; 22,9 in Asia e 4,0 milioni in Africa) a 75,6 milioni nel 2030 e a 135,5 milioni nel 2050. Con costi umani incalcolabili, per i malati e per le loro famiglie. Ma anche con costi economici altissimi: si calcola che fra dieci anni nel mondo si spenderanno almeno 2.000 miliardi per gestire i malati di demenza senile.

Iniziamo, dunque, dalla cattiva notizia. Un gruppo di medici svizzeri e austriaci ha effettuato un’autopsia sui cadaveri di sette persone morte a causa della sindrome di Creutzfeldt-Jakob (Cjd), una malattia rara ma divenuta improvvisamente nota quando ha colpito anche i bovini causando l’epidemia della “mucca pazza”. La malattia è causata dai prioni, una proteina con una certa struttura tridimensionale anomala, in ambiente cerebrale almeno, capace di indurre le sue sorelle con struttura adeguata a trasformarsi a loro volta. In questo modo i prioni producono dei “buchi” nel cervello che, alla lunga, producono la Creutzfeldt-Jakob (Cjd). Il fatto è che in cinque dei sette cadaveri studiati i medici svizzeri e austriaci hanno rilevato tracce non equivoche anche di Alzheimer…


 

Questo articolo continua sul n. 14 di Left in edicola dal 2 aprile

 

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Guidi, il caso non è chiuso

Il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi alla Camera durante il question time, Roma, 17 Febbraio 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Renzi ora chi sbaglia va a casa, titolo del Corriere della Sera. Dall’America il premier ha cercato di minimizzare il danno. In primo luogo ha ridotto il caso a una semplice “telefonata inopportuna”, poi ha ricordato che per un’altra “telefonata inopportuna” la ministra Cancellieri – il premier era Letta- non si dimise, mentre la ministra Guidi, con Renzi a Palazzo Chigi, ha dovuto farlo. Però è diverso dire “chi sbaglia paga” o che si è trattato solo di una telefonata “inopportuna”. Un’ambiguità che rivela un uso sapiente e spregiudicato sia del potere che dell’informazione: da un lato si mostra comprensione e si finge di offrire protezione (alla Guidi) dall’altra la si lascia fare a pezzi dalla stampa. Ma ecco che Federica Guidi scrive al Corriere. Nella lettera definisce Gianluca Gemelli “mio marito” facendo a pezzi la favola -avallata dalla Boschi- che al governo non sapessero, che lei, Guidi,avesse tenuta segreta quella relazione imbarazzante. In secondo luogo racconta di non aver detto al telefono niente che non fosse già noto. E questo è vero. Se l’emendamento in favore di Tempa Rossa (Total) fosse stato non solo lecito ma anche necessario, come sostengono Guidi, Boschi e Renzi, in cosa consisterebbe allora la colpa? Infine dice : “non ho favorito mio marito” perché l’emendamento Tempa Rossa non era direttamente legato ai suoi subappalti. Come dire: anche altri sapevano nel governo. Non olet pecunia.
I PM vogliono sentire Boschi. Lei si difende: rifarei tutto. Titolo in prima pagina sulla Stampa. L’altra dama investita dalla bufera è Maria Elena Boschi, la quale si difende non solo cercando di scaricare la Guidi (“non ci aveva detto del fidanzato”) ma con una dichiarazione a due colpi, simile a quella usata da Renzi con la Guidi. Primo colpo: “rifarei tutto”, cioè imporrei di nuovo quell’emendamento. Secondo colpo: “il mio lavoro è portare in aula tutti gli emendamenti del governo”. Insomma, se qualcuno ha le mani nel petrolio questo qualcuno non è il ministro per le riforme: cercate a Palazzo Chigi. Siccome le indagini si stanno allargando e si ventila di una convocazione di Boschi -oltre che di Guidi- come “persona informata dei fatti”, ecco la linea difensiva: non sono io che scelgo la linea, io la porto in Parlamento. Simula stabunt simula cadenti. Nessuno pensi di scaricarmi.
Petrolio: indagato il capo della Marina. Secondo Repubblica “si allarga lo scandalo. Con il fidanzato della Guidi, indagato il capo della marina”, ammiraglio e figlio di ammiraglio, molto legato a Palazzo Chigi, che per non lasciarlo andare in pensione avrebbe pensato persino di metterlo a capo della protezione civile. Inoltre Repubblica racconta come questo marito.fidanzato, Gianluca Gemelli, facesse i migliori affari con Confindustria Sicilia, con Antonello Montante, campione dell’antimafia di facciata ma anche indagato per concorso esterno con la mafia, confermato dalla Guidi al vertice Camera di Commercio di Caltanissetta, provincia inopinatamente definita “mafia free”. Dunque c’è un filone siciliano dell’inchiesta. E mi chiedo quali intuizioni ci siano dietro l’intervento che ho sentito ieri a Palermo di Leoluca Orlando -ero accanto a lui come relatore a Palazzo delle Aquile in un convegno No Triv- il quale ha detto “Oggi la Mafia in Sicilia fa affari solo in tre campi: rifiuti, acqua e petrolio”. E c’è un altro filone d’inchiesta in Basilicata che coinvolgerebbe il sistema di potere del Pd locale, fino al governatore Pittella, fratello dell’euro deputato Pittella,molto vicino al premier.“Governo d’affari al servizio della super lobby da 2 miliardi”; Il Fatto.
I commenti. Ugo Magri sulla Stampa parla di una “magistratura che fa paura alla politica” ed esprime , in punta di penna, il timore che si ritorni al tempo di Berlusconi, anche se finora -scrive Magri- Renzi ha evitato di pronunciare la fatidica frase “giustizia ad orologeria”. Stefano Folli, Repubblica, paventa “il rischio del logoramento”. “C’è una crescente sfasatura -scrive- fra il racconto pubblico renziano, intriso di ottimismo e volto giustamente a sollecitare le migliori energie del paese, e la realtà in cui vivono la maggior parte dei cittadini elettori. È quella che si può definire inerzia. L’inerzia di chi non ha saputo o voluto cambiare passo in questi due anni e ha continuato a usare le stesse formule comunicative ignorando che lo scenario intorno stava cambiando: non necessariamente in meglio”. Massimo Franco, per il corriere: “Gli avversari incalzano” e individuano l’anello debole nella Boschi. “C’è un evidente tasso di strumentalità -scrive Franco- negli attacchi al ministro delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento. C’è anche da chiedersi, però, se i pretesti offerti dall’esecutivo ai suoi nemici non stiano diventando un po’ troppo frequenti. La telefonata della Guidi al fidanzato inquisito è del 2014. E diventa inevitabile chiedersi se da allora ce ne possano essere state altre, da un qualunque ministero”. Insomma il caso non è chiuso. Non ancora

L’Europa che ci casca in testa e l’Eutopia che vorremmo

Ormai è chiaro che contro questi terroristi islamici – per niente invincibili – polizie e servizi segreti belgi e francesi hanno combinato più disastri di quanto non si potesse mai immaginare.
È chiaro – lo dice a Left il leader del Partito democratico curdo Demirtas – che l’accordo voluto dalla Merkel con la Turchia di Erdogan è un “baratto” e un “tradimento” dell’idea di una Europa fondata sui diritti e sulle libertà. Né riuscirà ad alleviare l’emergenza migranti, i quali troveranno altre strade, magari quelle che passano per l’Italia.

Ormai in molti, dotti e potenti, ammettono sia pure a mezza voce che nemmeno la cura da cavallo decisa da Draghi e dalla Bce riuscirà a dar tono all’aumento dei prezzi, sconfiggendo il fantasma della deflazione. Mentre è un luogo comune – quanto all’analisi, perché non si prova a porvi rimedio – che le politiche del rigore tedesco, dei compiti a casa imposti ai Paesi che hanno un debito elevato o una crisi ancora così grave da dover ricorrere a deficit di bilancio, non riusciranno a smuovere gli indicatori di una ripresa che resta balbettante e instabile.

È chiaro altresì – e lo conferma oltre Oceano anche la tenuta di Sanders (con il passerotto che si ferma sul suo leggio) di fronte al panzer Clinton – che il ceto medio non crede più che il sogno degli anni 60 si possa ripetere solo affidandosi alle leggi del mercato. La middle class si sente vittima della crescente sperequazione sociale e teme l’arrivo di forza lavoro – i migranti – disposta a lavorare quasi sempre e per quasi niente. Hollande e Renzi promettono la ripresona, ma in troppi cominciano a dubitare che arrivi.

Ed è purtroppo ormai chiaro che affidarci a decisori, tecnici o politici super realisti, delegargli ogni cosa perché tutto decidano, sta mettendo in crisi quella bella idea democratica, che ra nata ad Atene, scritta nel Manifesto di Ventotene e avrebbe dovuto – ma non lo ha fatto – ispirare la Costituzione reale dell’Unione Europea.

Dunque è tempo di fare un passo indietro, di sottrarci un momento prima che le rovine e i detriti d’Europa ci caschino addosso? No, dicono a Left Luciana Castellina e Luigi De Magistris. Non si risponde alla mondializzazione, che con la sua velocità travolge le pratiche lente della democrazia, ritornando agli Stati nazione.
Ai confini d’Europa, poi, in Turchia come nel campo profughi di Idomeni o nella Lampedusa di Fuocoammare, si chiede non meno Europa ma un’Europa che provi a essere quello che diceva avrebbe dovuto essere. Eutopia, dice la nostra Iaccarino. La terra, ricorda Castellina, dove la storia ha condensato più diritti, libertà, cultura.

Di quei diritti, di quelle libertà, della cultura, antica e moderna, dell’Europa, il mondo oggi ha bisogno. Dal Brasile che si confronta con corruzione e recessione alla Cina costretta a rallentare i ritmi della sua crescita per non esplodere. Dall’Iran che non vuole chiudersi nel velo nero imposto dagli Hajatollah all’Africa che sa di poter essere il continente del futuro, ma ha bisogno che qualcuno creda nel futuro.

Prendiamo l’emergenza numero uno. Il terrorismo kamikaze. Farhad Khosrokovar spiega chi sono, Franco Cardini i loro legame col Califfo, l’uno e l’altro ci invitano a non rinunciare a un solo diritto, a una libertà, né tantomeno all’idea di Europa, se davvero vogliamo batterli.
E allora? Eutopia sia. La fondazione di Asimov, contro l’impero del male. Proviamoci.

Questo editoriale lo trovi sul n. 14 di Left in edicola dal 2 aprile

 

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Le gambe corte e il naso lungo del governo Renzi

Ecco la linea Maginot di Matteo Renzi, la trincea dietro cui proteggere Maria Elena Boschi e il suo stesso futuro politico. “Guidi si è dimessa, Cancellieri no. Federica non ha commesso nessun reato, ha fatto solo una telefonata inopportuna. Quando ero sindaco di Firenze chiesi le dimissioni della Cancellieri per una telefonata inopportuna. Le dimissioni non arrivarono. Il governo di allora decise diversamente. L’Italia non è più quella di una volta. Ora per una telefonata inopportuna ci si dimette”.

Gambe corte! È davvero tutto qui? Perché il ministro per i rapporti con il parlamento ha imposto la reintroduzione nella legge di stabilità di un emendamento pro Total, forzando la volontà del senato? Perché la riforma Boschi della costituzione trasferisce le competenze energetiche dalle regioni al governo?

Naso lungo! “È finito il tempo in cui si facevano regali agli amici degli amici”. Se non regali -da provare, noi siamo garantisti- nomine! La Guidi, figlia di industriale, ella stessa ex presidente dei giovani industriali, è stata fatta ministra. Con l’incarico -guarda un po’- delle attività produttive, ovvero una  imprenditrice-ministra delegata agli affari imprenditoriali. Emma Macegaglia, invece, già presidente di Confindustria, è stata nominata presidente dell’Eni, il colosso italiano del Petrolio, a cui Renzi affida – lo ha detto in televisione- niente meno che “l’intelligence”, che vuol dire anche parte -penso alla Libia- della nostra politica estera.

Mi sa che il conflitto d’interessi è davvero enorme. Come ha scritto Mentana: con l’affaire Guidi è finalmente iniziata la campagna referendaria per il 17 aprile. Motivo in più per votare Sì.

Quando Henri Cartier Bresson incontrò Picasso e Matisse

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«Il nome Cartier-Bresson è praticamente sinonimo di fotografia, ma l’uomo in sé è inafferabile. È stato definito maestro della fotografia di reportage ma di se stesso diceva “non sono un reporter”». Così scrive Jiulet Hacking nel volume I grandi fotografi (Einaudi), cogliendo un aspetto particolare della personalità di Henri Cartier- Bresson che è stato il fotografo dell’immediatezza, dell’attimo fuggente, dell’importanza dell’istante che fugge, perdendosi fra la folla, rendendosi invisibile.

Anche per questo è inedita e interessante la restrospettiva Henri Cartier-Bresson dedicata al grande fotografo francese dalla Fondazione Pierre Gianadda a Biella. Perché in 226 stampe ai sali d’argento lo racconta da un lato meno conosciuto e più intimo. La mostra curata da Jean-Henry Papilloud e Sophia Cantinotti negli spazi di Palazzo Gromo Losa mette al centro l’amicizia fra Cartier-Bresson e Sam Szafran che fu suo maestro di disegno. I due si erano incontrati a Parigi, in occasione di una mostra.

Quello fu l’inizio di un dialogo importante sul piano umano e dell’arte. Un rapporto punteggiato da continui e fertili scambi. Spesso Henri Cartier-Bresson attingeva dai suoi archivi delle stampe originali le mandava all’amico con una dedica personale, una riflessione oppure dei versi poetici. Ma non solo.
Quelle foto personali raccontano i viaggi di Cartier-Bresson e i suoi incontri con artisti come Picasso, Giacometti e Matisse che nel 1952 disegnò la copertina del suo primo libro di fotografie. E poi ecco le foto che raccontano l’incontro con Edith Piaf e con l’attrice Jeanne Moreau, accanto ad immagini di gioventù, di vita vissuta e di tutti i giorni. Dopo la morte del fotografo i coniugi Szafran affidarono quelle preziose immagini a Léonard Gianadda, svizzero di origini biellesi. La sua fondazione collabora con la Fondazione cassa di Risparmio di Biella, che fino al 18 maggio ospita la mostra nella spettacolare sede di Palazzo Gromo Losa, un palazzo medievale da poco restaurato e circondato da giardini all’italiana.

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Immagine in evidenza: Epire (Ipiros), Grèce, 1961. © Henri Cartier-Bresson, Fondation Pierre Gianadda-Coll. Sam Szafran

«E Boschi che fa?». Dopo le banche, Guidi. Renzi difende ancora una volta la prediletta super ministro a cui tutto si perdona

«Si è dimessa Federica Guidi. Ministro dello Sviluppo economico del suo fidanzato». La battuta è di Altan, nella vignetta su Repubblica. Federica Guidi si è dimessa e la speranza di palazzo Chigi è che la crisi sia così arginata. Le opposizioni però paiono non volersi accontentare del passo indietro – peraltro senza infamia ma avvenuto con uno scambio di lettere piene di stima con il premier. Contano i voti sulla mozione di sfiducia all’intero governo (tra i sì annunciati c’è anche Sinistra Italiana) e puntano il mirino su Maria Elena Boschi, come fa soprattutto il Movimento 5 stelle.

Anche Giuseppe Civati dice che «bisogna fare luce sul coinvolgimento del governo e del ministro Boschi». E Renato Brunetta non si fa sfuggire l’occasione per gridare contro il governo Renzi, lui che in Forza Italia è quello che mai ha avuto la tentazione di collaborare con palazzo Chigi. «La notizia», è la lettura di Brunetta, «non sono le dimissioni di Federica Guidi, la notizia è che non si sia dimessa la ministra Boschi, perché ricordo a me stesso e ricordo a tutti che i maxi emendamenti alla legge di Stabilità li firma il ministro per i Rapporti con il Parlamento, e cioè il ministro Boschi».

E così palazzo Chigi e il Pd renziano devono organizzare una compatta difesa – che punta sul minimizzare non solo il ruolo di Boschi ma anche la gravità dello stesso emendamento, che Renzi anzi rivendica in quanto dava al governo la possibilità di ignorare i vincoli posti dalle amministrazioni locali su opere di particolare rilievo. Devono avviare la controffensiva, i renziani, anche perché il caso Guidi è carburante buono per la minoranza dem: «La direzione Pd di lunedì prossimo», dice ad esempio Federico Fornaro, «deve dare risposte chiare ai nostri elettori che giustamente pretendendo che certi comportamenti non abbiano cittadinanza in governi di centro-sinistra: su onestà e trasparenza non vi possono essere zone grigie».

Sulla difesa di Boschi, in particolare, però, è Gianfranco Rotondi, vecchia volpe del Parlamento, che ben sintetizza il punto. «C’è chi può, e chi non può», scrive. E la «Guidi non può». Spieghiamo il ragionamento. Federica Guidi era una potente, sì, ma una potente figurina, buona nell’album del cambiamento di Renzi, che voleva una donna, giovane e imprenditrice (e nulla cambia se ereditiera, come nel caso specifico) per dare un aspetto moderno al paludato palazzo del ministero dello Sviluppo economico, a metà di via Veneto. Renzi con Guidi ha fatto esattamente quello che ha notato, critico, Enrico Rossi («Ha replicato quella che è ormai un’abitudine, strana, per un partito di sinistra: appaltare agli imprenditori il governo dell’economia») ma lo ha fatto anche per ragioni di immagine, non solo per fede marchionniana. Se l’immagine a un certo punto ne risente, Guidi può andare via e trasformarsi così nell’occasione per dimostrare che lui, chi sbaglia lo manda via. Manda via Lupi, manda via Guidi. Boschi invece no, perché Boschi può. Boschi ha sempre più in mano l’organizzazione del renzismo, ha in mano tanto per capirci i comitati referendari, che il suo gabinetto sta facendo nascere.