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Salviamo la ricerca italiana: una petizione si rivolge all’Europa. Visto che il governo è sordo

«Ormai da 5-6 anni quando vado all’estero mi chiedono cosa stia succedendo in Italia. Qualcuno vi sta bombardando, dicono, perché arrivano un sacco di profughi». Giorgio Parisi docente della Facoltà di Fisica della Sapienza di Roma, intervistato da Radio Radicale qui, ha usato una immagine molto efficace per descrivere il disastro della ricerca italiana. “Bombardamenti” che iniziano dalla famigerata legge n.133  Gelmini-Tremonti che a giugno 2008, a poche settimane dal’insediamento del governo Berlusconi calò la mannaia sul mondo dell’istruzione e della ricerca italiana. Da allora, il Ffo, il fondo di finanziamento ordinario per l’università ha subito un taglio di 1 miliardo e mezzo, la ricerca è stata penalizzata di 450 milioni all’anno, sostiene Parisi dai microfoni di Radio Radicale.
Il professor Parisi ha lanciato una petizione su Change.org che in pochissimi giorni ha raggiunto 39mila firme. Non solo. Il docente romano ha lanciato anche un appello video (qui) in cui spiega perché un Paese che non investe in cultura, ricerca e scienza non ha futuro.

Salviamo la ricerca italiana, questo il titolo, è indirizzata alla Commissione europea e al governo italiano e parte da un ragionamento molto semplice. La Commissione europea fa pressione sull’Italia perché rientri nei parametri stabiliti sul bilancio? Perché allora non esercita la stessa pressione e influenza per far rispettare al nostro governo il trattato di Lisbona del 2000 e il Consiglio europeo di Barcellona del 2002 che fissavano il limite minimo di finanziamento per la ricerca al 3 per cento del Pil? «Noi richiediamo che il governo implementi con la massima urgenza un piano pluriennale per portare la spesa in Ricerca e sviluppo dall’attuale 1% fino al 3% del Pil e che lo rispetti nel futuro raggiungendo, sia pure in grande ritardo, l’obiettivo di Barcellona», si legge nella petizione.
I dati, come al solito parlano chiaro. L’Italia è ultima tra i Paesi Ocse per finanziamenti alla ricerca e sviluppo, oltre ad essere ultima in Europa per numero di laureati. Per sollevare il problema 69 scienziati italiani hanno scritto una lettera pubblicata su Nature il 4 febbraio 2016. Si chiede all’Unione europea «di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello supeirore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei – e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandiavi – di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020», si legge nella lettera. Che mette in evidenza come ormai da anni i vari governi succedutisi abbiano trascurato il finanziamento della ricerca di base che è quella fondamentale, perché permette l’avvio di produzioni. Nella lettera si legge che i fondi di quest’anno, i Prin (progetti di interesse nazionale) ammontano a 92 milioni, ma sono troppo pochi per coprire tutte le aree di ricerca. Solo per fare un confronto, in Francia per lo stesso settore si spende un miliardo di euro all’anno. E poi ci si lamenta o che i ricercatori fuggano all’estero o che, come nel caso dei vincitori dei bandi Erc, preferiscano (17 su 30) rimanere nei Paesi dove lavorano. Per esempio la ricercatrice Roberta D’Alessandro (protagonista di una “dialettica” vivace con il ministro Giannini, v. qui) che ha vinto un finanziamento di 2 milioni di euro in 5 anni, se tornasse in Italia probabilmente farebbe fatica ad andare avanti nel suo lavoro perché in Italia manca il sostegno continuo alla ricerca di base. Quindi ha preferito rimanere in Olanda. Nella lettera gli scienziati segnalano anche una incongruenza: «Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo “Programma quadro europeo per la ricerca” per un ammontare di 900 milioni di euro l’anno, con un ritorno di 600 milioni». E questo perché il Governo italiano non ha creato il tessuto attorno alla ricerca di base,  quindi la commissione europea dirotta i fondi là dove invece questo tessuto è vivo. «Le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire una ripartizione equilibrata delle risorse», denunciano ancora gli scienziati.

Da noi accade che i ricercatori sono in fuga all’estero e quelli che rimangono sono precari, perché tra l’altro con il blocco del turn over è difficile poter entrare negli enti pubblici di ricerca. Così suona davvero fuori luogo il giubilo del presidente del consiglio Renzi di fronte al successo degli scienziati di Cascina e dell’Infn (istituto nazionale di fisica nucleare) che hanno catturato le onde gravitazionali previste da Einstein un secolo fa ma mai osservate. Successo della ricerca italiana, sì, ma senza risorse. Qualcuno si chiederà mai che se ci fossero maggiori finanziamenti alla ricerca di base, ne potrebbe trarre benefici anche la produttività delle imprese che quanto a innovazione sono molto, molto indietro?

Life Framer, libero spazio all’ispirazione. La mostra fotografica a Roma

Dopo Los Angeles, Londra, Parigi e Bienne, arriva per la prima volta in Italia, a Roma, Officine fotografiche, la mostra di LIFE FRAMER, il premio dedicato ai fotografi professionisti, emergenti e dilettanti.
Nato nel cuore di Londra, nell’ottobre del duemilaquattordici il progetto ha dato il via alla sua seconda edizione. Ogni mese LIFE FRAMER ha aperto un contest con un tema legato prima di tutto alla vita, chiamando a rapporto fotografi di ogni parte del mondo.
L’obiettivo è quello di dare libero spazio all’ispirazione e incoraggiare la creatività, per questo ogni tema è legato alla quotidianità, al mondo e alla visione che ognuno di noi ne ha. A giudicare i lavori, ogni mese interviene un ospite d’onore legato al mondo della fotografia, dalla fotografa Robin Schwartz a Katherine Oktober Matthews photoeditor della rivista Gup Magazine.
Il premio messo in palio: denaro, interviste e un’esposizione che gira il mondo al termine dei dodici mesi di contest.
La mostra presenterà gli scatti dei finalisti e degli ospiti che hanno partecipato al concorso, con l’intento di raccontare il panorama della fotografia contemporanea in questi anni di “spiccato fermento”.

L’evento è in collaborazione con la rivista DUDE MAG, un manuale di sopravvivenza per gentildonne e gentiluomini. Un atlante per navigare le ombre della moderna mondanità alla ricerca di gemme preziose. Una lente di ingrandimento sul meglio dell’arte, del cinema, della musica, della letteratura, dell’attualità e dello sport.

Da venerdì 19 febbraio 2016 alle ore 19 Officine Fotografiche Roma inaugura la mostra Life Framer. La mostra sarà visitabile fino al 26 febbraio 2016

immagine in evidenza: CONTINENTS theme – courtesy of Turi Calafato

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#monicadibrigida

Agrigento, nuovo naufragio di migranti. Ogni giorno muoiono due bambini rifugiati

L'arrivo al porto di Palermo della nave "Sfinge", 7 Giugno 2014. A bordo dell'unita' della Marina Militare 367 migranti soccorsi ieri nel canale di Sicilia. Tra loro vi sono 52 donne, di cui una incinta e 45 minori. Ad attenderli la task-force organizzata dalla prefettura, il personale dell'Asp e del 118, polizia, carabinieri e assistenti sociali. ANSA/MIKE PALAZZOTTO

Acque di Agrigento, altro gommone, altri corpi in mare. Su forse 30, i migranti provenienti dalle coste del Maghreb, due i morti. “Solo due”. Quasi una non notizia, “troppo pochi”.
E allora basta ascoltare l’allarme lanciato congiuntamente da Oim, Unhcr e Unicef: due come i bambini che ogni giorno, da settembre a oggi, hanno perso la vita nelle acque del Mare nostrum. Due bambini al giorno, 60 al mese, 338 da settembre a oggi. Trecentoquaranta domani.
Centinaia di piccoli Aylan e neonati senza nome, in questo flusso continuo che si accascia sulle nostre coste. Uno dopo l’altro come le onde.
Il numero in realtà, potrebbe essere anche maggiore, considerato il numero dei dispersi.
Ammesso e non concesso che non si possa far fronte a ciò che spinge a partire queste, famiglie, le ong fanno appello al buon senso: «Gli Stati possono e devono cooperare nello sforzo di rendere questi pericolosi viaggi più sicuri. Nessuno metterebbe un bambino su una barca se fosse disponibile un’alternativa più sicura», ha detto Anthony Lake, direttore esecutivo dell’Unicef. «Non possiamo voltarci dall’altra parte davanti alla tragedia della perdita di così tante vite innocenti o fallire nel fornire risposte adeguate rispetto ai pericoli che molti altri bambini stanno affrontando».

Dall’inizio dell’anno (sei settimane, 42 giorni, 84 bambini), delle 95mila persone che hanno attraversato il Mediterraneo nel solo 2016, ne sono annegate 410. Con un aumento del 35% di morti rispetto all’anno scorso, anno costato la vita a quasi 4000 persone (per 1.015,078 arrivi dal mare, 6.589 dei quali sulle coste italiane).
Il 34% di questi migranti, è un bambino. E «le probabilità che anneghino nel Mar Egeo nella traversata dalla Turchia alla Grecia è aumentata proporzionalmente», spiegano le associazioni umanitarie.

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«Questo non è un problema solo del Mediterraneo, né solo dell’Europa. Quella che sta avvenendo è una catastrofe umanitaria che chiede l’impegno di tutto il mondo», ha dichiarato il direttore generale dell’Oim, William Lacy Swing, paragonando la tragedia al terremoto di Haiti del 2010 o allo tsunami in Asia del 2004. «In risposta a quei disastri ci fu un’enorme manifestazione di azione umanitaria. La stessa è necessaria in questo caso. Contare le perdite non è sufficiente».
Il 30 marzo a Ginevra, Ban Ki-moon ha convocato una riunione ad alto livello per affrontare a livello globale il tema della responsabilità condivisa.

Toscana patrimonio svendesi. A rischio ville medicee e l’ex ospediale di Mario Tobino

C’era una volta il Costituto di Siena che, nel lontano 1309-10, aveva messo la tutela e la bellezza della città fra i valori da difendere,  per preservare il bene comune di tutti i cittadini e poter accogliere con orgoglio gli stranieri. Valori che hanno accompagnato lo sviluppo  della cultura urbana anche nel medioevo in Toscana. Ma la Regione che può vantare  una così lunga e alta tradizione si appresta a svendere i suoi gioielli. Ad aprire al noleggio di beni pubblici di pregio fu l’allora sindaco Matteo Renzi affittando il ponte vecchio alla Ferrari, poi l’esposizione dell’Italia al rischio di nuove colate di cemento ha raggiunto l’acme con lo Sblocca Italia promosso dal suo governo.  Folgorato sulla via di Damasco del renzismo  il presidente della Regione Enrico Rossi , dopo aver normalizzato il piano paesaggistico messo a punto da Anna Marson, ora annuncia la svendita di una significativa parte del patrimonio pubblico, storico e artistico.

Il governatore lo aveva già dichiarato a gennaio senza mezzi termini: «E’ nostra intenzione procedere ad una chiamata per verificare se c’è interesse ad acquistare l’ampio patrimonio immobiliare inutilizzato di cui disponiamo. Stiamo parlando di un valore di 500 milioni di euro per la parte sanitaria e di 150 milioni per quella di proprietà della Regione” . E poi offrendo una giustificazione peggiore del male aveva aggiunto:  «Non ci guida l’esigenza di ripianare un bilancio che è in pareggio, ma il buon senso del buon padre di famiglia che decide di alienare i beni inutilizzati e in qualche caso degradati. Utilizzeremo l’eventuale ricavato per investire nella sanità, nell’assetto idrogeologico, in opere pubbliche, in cultura».

Già, ma quale tipo di cultura si potrà mai  promuovere, ci domandiamo, svendendo, cartolarizzando, mettendo all’asta il patrimonio pubblico come ai tempi della finanza creativa di Tremonti e Berlusconi?  Sperando ancora  che arrivi  una risposta sensata , se nonda parte del governo della  democratica Toscana almeno dai singoli Comuni, intanto,  per farsi un’idea più precisa di quale potrebbe essere l’entità del danno provocato da questa “alienazione”, si può consultare la mappa della svendita.

Si scoprirà così che  la Regione Toscana è pronta  a cedere la trecentesca Villa Fabbricotti , (dove morì Paolina Bonaparte), trasformata in una sontuosa villa all’epoca in cui Firenze era capitale d’Italia e che può vantare un parco  sulla collina di Montughi, pieno di alberi secolari,  ma anche una dimora medicea come Villa La Quiete sulle colline di Careggi. Fra i beni in venduta c’è parte del  parco di San Salvi, l’ex manicomio da dove il poeta Dino Campana scriveva le sue lettere a Sibilla Aleramo, ma soprattutto, polmone verde di Firenze dove gruppi teatrali come Chille de la Balanza  hanno svolto un lavoro ventennale facendone un luogo vivo,  in cantiere delle arti  che non chiudeva mai i battenti neanche a ferragosto. In questo modo si porterebbe a compimento un processo avviato nel 2012 dalla Giunta comunale di Firenze (allora l’attuale sindaco Nardella era vicesindaco)  che aveva approvato il protocollo per la variante urbanistica a destinazione residenziale privata di due terzi dell’area dell’Asl di San Salvi.  Facendo calare il sipario su ogni progetto di recupero, valorizzazione e salvataggio della memoria, dei luoghi storici e del verde Inoltre potrebbero presto finire all’incanto l’ex ospedale Meyer, Palazzo Bastogi vicinissimo a piazza Duomo, le Poste Nuove di un maestro dell’architettura come Giovanni Michelucci, autore anche della stazione di Santa Maria Novella. E poi l’ospedale  antico di Fiesole e gli ex sanatori con vista su Monte Morello. Nella lucchesia a rischio è anche l’ex Ospedale psichiatrico di Maggiano, quello delle Libere donne di Magliano di Mario Tobino, oggi sede della Fondazione intitolata allo scrittore. Questi sono solo alcuni esempi.

E se la Regione toscana pensa a disfarsi del beni immobili di pregio che gli appartengono figurasi se vorrà  salvare su quelli messi all’asta da privati e che invece meriteribbero un investimento da parte del governo locale e dello Stato nell’interesse di tutti. Pensiamo per esempio alla  villa nel Chianti, ( nota come torrino di Michelangelo) a metà strada fra Firenze e Siena, che Michelangelo Buonarroti comprò nel 1549  e che oggi è in vendita per 7,451,715 euro o a quel gioiello di archittura in stile moresco che è il Castello di Sammezzano che a marzo tornerà a l’asta a prezzo ribassato.

@simonamaggiorel

Le 100 foto del World Press che non potete non vedere

Migrants crossing the border from Serbia into Hungary.

Immagine in evidenza: Warren Richardson, Australia, 2015, Hope for a New Life © Warren Richardson.

World Press Photo 2016: La foto vincitrice

“Speranza di una nuova vita” (Hope for a New Life) del fotografo australiano Warren Richardson è la foto vincitrice della 59esima edizione del più importante premio di fotogiornalismo. La fotografia, scattata il 28 agosto 2015 a Röszke in Ungheria al confine con la Serbia, ritrae un uomo che passa un bambino attraverso la recinzione di filo spinato che seprara i due Paesi. Warren Richardson, fotografo freelance, ha scattato di notte con una Canon EOS 5D Mark II, ad alta sensibilità e con un tempo lento senza uso del flash che avrebbe rivelato la presenza di donne bambini e anziani che tentavano di passare la recizione. La giuria di Amsterdam, presieduta quest’anno da Francis Kohn, caporedattore del dipartimento di fotografia dell’agenzia Afp, ha dovuto selezionare più di  8omila foto arrivate da tutto il mondo da circa 5mila fotografi ed ha scelto un’immagine che potesse rappresentare un simbolo della drammatica situazione dei migranti che nel 2015 ha coinvolto migliaia di persone. Khon ha dichiarato che quest’anno, dopo le polemiche degli scorsi anni sulla manipolazione delle immagini, i fotografi hanno dovuto fornire i file originali pena la squalifica dal premio.

Di seguito alcune delle immagini vincitrici suddivise secondo le varie categorie:

Primo, secondo e terzo premio categoria General News, foto singole

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Primo, secondo e terzo premio categoria General News, storie

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Primo, secondo e terzo premio categoria Spot News, foto singole

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Primo, secondo e terzo premio categoria Spot News, storie

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Primo, secondo e terzo premio categoria Sports, foto singole e primo, secondo e terzo premio categoria Sports, storie

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Primo premio categoria Contemporary Issues, foto singole

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Primo e secondo premio categoria Contemporary Issues, storie

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Primo e terzo premio categoria Daily Life, foto singole e primo, secondo e terzo premio categoria Daily Life storie

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Primo e secondo premio della Categoria People,foto singola e primo, secondo e terzo premio della Categoria People, storie

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Primo, secondo e terzo premio della Categoria Nature, foto singola e primo, secondo e terzo premio della Categoria Nature, storie

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Primo, secondo e terzo premio Categoria Long Term Projects,

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fotogallery a cura di Monica Di Brigida

Quando Ginsberg scriveva versi per la repubblica socialista del Vermont governata da Sanders

Bernie Sanders e Allen Gingsberg (Philipp Segura)

Ripubblichiamo il raccoto di un divertente aneddoto che riguarda Bernie Sanders e Allen Ginsberg. Il testo è di Arnaldo Testi, professore di Storia americana a Pisa,  ed è stato pubblicato sul suo prezioso blog ShorcutsAmerica

Esattamente trent’anni fa, il 21 febbraio 1986, Allen Ginsberg scrisse alcuni versi sulla “neve socialista” e su tutte le cose socialiste di Burlington, la città del Vermont di cui era allora sindaco Bernie Sanders. Sanders non è nominato ma chiaramente è dalla sua politica che viene la suggestione (Burlington era nota ai connoisseurs come la “repubblica popolare di Burlington”). I versi sono un po’ così, non oso tradurli – ma insomma, non è che siano di difficile lettura.

(Noi invece, li traduciamo malamente e in sintesi: neve socialista sulle strade, socialisti in libreria, bambini socialisti con lecca-lecca socialisti, poesia socialista – e non anche uccelli congelati e socialisti? (…) E il cielo socialista non è forse proprietà del sole socialista? (..) E questa poesia non è forse socialista? Ecco, dunque non mi appartiene più)

Burlington snow

Socialist snow on the streets
Socialist talk in the Maverick Bookstore
Socialist kids sucking socialist lollipops
Socialist poetry in socialist mouths
—aren’t the birds frozen socialists?
Aren’t the snowclouds blocking the airfield
Social Democratic Appearances?
Isn’t the socialist sky owned by
the socialist sun?
Earth itself socialist, forests, rivers, lakes
furry mountains, socialist salt
in oceans?
Isn’t this poem socialist? It doesn’t
belong to me anymore.

Maverick Bookstore 5:30 pm February 21, 1986 Allen Ginsberg

La poesia, scritta a mano su un foglietto datato e firmato dallo stesso Ginsberg, è rimasta inedita fino al giugno dell’anno scorso. Quando è stata ritrovata e pubblicata da un cronista del Guardian, il primo che è andato a frugare nelle carte municipali conservate nella biblioteca della University of Vermont.

ginsberg sanders

Non si sa se Ginsberg e Sanders si siano incontrati in quell’occasione. Esiste una fotografia di un loro precedente incontro nel 1983. In ogni caso il poeta della Beat Generation teneva d’occhio il più giovane politico radicale, contribuendo a manifestazioni di sostegno alla sua causa di sindaco e poi di congressman. Nel 1992 tenne per lui e con lui un fundraiser in un ristorante di Manhattan. (Può contare qualcosa il fatto che entrambi fossero cresciuti, in tempi diversi, negli ambienti ebraici socialisti dell’area metropolitana newyorchese – Allen a Newark, in New Jersey, e Bernie a Brooklyn?)

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copertina-mediumIl numero di Left in edicola è dedicato all’America di Sanders, qui il sommario


Qui le illustrazioni di Antonio Pronostico da scaricare

Ogni paese ha il suo piccolo Trump

È forte papa Bergoglio: nella stessa intervista, con un intervallo di una decina di secondi, riesce a censurare  Donald Trump e a dichiarare di non voler “immischiarsi nella politica”. Come quelle offerte che da dieci anni in televisione sono “solo per oggi”. E così anche Papa Francesco si inserisce a pieno titolo nella schiera degli opinionisti “a porta vuota” a cui basta appoggiare il pallone in rete.

Il fatto è che se davvero il pontefice è convinto che il “Papa non si debba immischiare” in politica (usando questo verbo che puzza di peccato come un adolescente beccato dalla mamma in bagno con i pantaloni abbassati) dovrebbe magari ricordarsi di dare un colpo di telefono al suo cardinale Bagnasco e agli amichetti della CEI che si sono autonominati capigruppo del partito delle “persone giuste” sia alla Camera che al Senato e hanno dispensato “benpensare” a piene mani.

Perché se è vero (ed è vero) che Donald Trump è il manifesto della becera politica che lucra sulla pelle degli altri è altresì vero che il Trumpismo sta in ogni paese del mondo e ha i connotati della xenofobia, della violenza verbale e del filofascismo. Trump è un Salvini ricco sfondato, una Marine Le Pen con il toupet, un Giovanardi sessualmente liberato: Trump è l’arrabbiato quotidiano che incrociamo al bar, il pregiudizio da teleshow pomeridiano. Insomma: ognuno ha il suo piccolo Trump.

E allora il politico Papa (che si atteggia ad apolitico) potrebbe fare uno scatto in più e dirci quali ingredienti di Trump lo allontanano dalla fede cristiana. Un passo in più. E poi, per quel gioco dei “gradi di separazione”, ci metterebbe pochissimo per arrivare da Donald all’europa, poi qui in Italia e poi a riconoscere i nostri piccoli Trump che sono gli agnelli preferiti della CEI, i crociati in Parlamento. E così non si occuperebbe di politica ma di Chiesa. Ad esempio.

Piano B contro l’austerità. Oggi inizia la conferenza europea a Madrid

Un primo piano di Mario Draghi, comincia così lo spot che annuncia la conferenza europea “Un Piano B per l’Europa”. «Questa Europa? Al servizio del potere finanziario. Non solidale. Xenofoba. Austera», prosegue lo spot. E l’altra? Democratica, solidale e internazionalista. Per costruirla, l’appuntamento è a Madrid, questo week end.

La premessa del manifesto che verrà discusso nei tre giorni di Madrid – 19, 20 e 21 febbraio – è senz’altro la crisi greca e il braccio di ferro a cui abbiamo assistito nel 2015 (e tuttora presente) tra il governo di Alexis Tsipras e l’Unione europea. «A luglio 2015 abbiamo assisitito a un colpo di Stato finanziario da parte dell’Unione europea e delle sue istituzioni contro il governo greco», si legge nel manifesto. In mezzo al duello tra la disubbidiente Grecia e l’inflessibile Troika sono arrivate le dimissioni di Yanis Varoufakis da ministro delle Finanze. Adesso Varou chiama a raccolta gli europei anti austerità di tutta Europa per aprire un dibattito sul potere delle istituzioni europee, sull’ incompatibilità dei provvedimenti di Bruxelles con la democrazia e il suo ruolo di garante dei diritti fondamentali dei cittadini europei. Lo scopo è, come scrivono ancora i firmatari dell’appello per un Piano B, «unire gli sforzi di tutti gli Stati membri e in tutte le sfere: politica, intellettuale e società civile».

Gal_MataderoMadrid_11

I tre giorni
La cornice sarà il Matadero, l’ex mattatoio della città, situato a Madrid Río. I 165.415 mq dell’antico edificio comunale di Arganzuela è uno degli stabilimenti dell’architettura industriale più singolari del XX secolo. Realizzato tra il 1910 e il 1925, durante le due guerre mondiali è stato un magazzino di stoccaggio alimentare. La struttura via via abbandonata, e un po’ per volta riqualificata e oggi è un ampio complesso culturale. Al suo interno si svolgeranno: una plenaria di presentazione il venerdì pomeriggio, un giorno intero di lavori e workshop – il sabato – e un’altra plenaria la domenica mattina, in cui, con ogni probabilità, Varoufakis detterà la linea e i prossimi appuntamenti.

Yanis+Varoufakis+Launches+Democracy+Europe+WPWNKazBaaAl

Chi ci sarà
Al centro della conferenza, senza dubbio, c’è l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, dalla Grecia arriverà pure Zoé Konstantopoulou, la ex presidente della Camera, tra i primi dissidenti di Syriza. E saranno presenti anche l’ex ministro delle Finanze tedesco Oskar Lafontaine, il portavoce del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo (Cadtm) Eric Toussaint. Poi, sabato, è prevista anche una videochiamata con Julian Assange, fondatore di Wikileaks. Infine, la sociologa statunitense Susan George e l’economista colombiano Daniel Munevar.

E dall’Italia, tra gli altri, Eleonora Forenza, eurodeputato per L’Altra Europa con Tsipras e Francesco Piobbichi, dell’Osservatorio sulla migrazione di Lampedusa. Molti i partecipanti spagnoli, ovviamente: Nacho Álvarez, docente di Economia e responsabile economico di Podemos, il deputato di Iu-Unidad Popular Alberto Garzón e gli eurodeputati di Podemos Lola Sánchez e Miguel Urbán. Grande assente il sindaco di Barcellona, Ada Colau, nonostante il suo nome sia tra i primissimi firmatari del Piano B. Al suo posto ci sarà il suo vice Gerardo Pisarello. Altri vistosi assenti, pur essendo tra i promotori, sono Ken Loach e Noam Chomsky.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Per Salvini e gli ex fascisti romani Bertolaso non è abbastanza di destra pensa tu

Cerca di puntare i piedi Silvio Berlusconi senza troppo successo: «Fi-Lega Nord-Fdi», ha scritto in una nota ufficiale emanata dalle stanze di palazzo Grazioli, «hanno indicato Bertolaso come loro candidato a sindaco e sono convinto che sia l’unico professionista in circolazione capace di rimettere in sesto la Capitale». Deve fronteggiare, Berlusconi, l’ultima giravolta di Matteo Salvini che, dopo aver effettivamente approvato la candidatura dell’ex capo della protezione civile a Roma, dice oggi di doverci ancora riflettere, e anzi di dover chiedere ai romani.

Povero Bertolaso, verrebbe quasi da dire, finito così in mezzo ai giochi nel centrodestra dove Salvini (hanno ragione i forzisti romani che lo notano in queste ore) si sta giocando non solo una partita su Roma («ma che gli frega di Roma a Salvini, figurati!», dice a Left, con alcune ragioni, un deputato berlusconiano) ma anche una partita nazionale.

«Salvini pensa al dopo-Cav», dicono – come se fosse una novità – i ranghi di Forza Italia. Ma non è solo quello il punto. Salvini deve anche fare i conti (come successo in Fratelli d’Italia, con il tradimento di 21 dirigenti pronti a fare voto disgiunto, alla lista di Giorgia Meloni, ma a Francesco Storace come sindaco) con le sue pattuglie romane, fatte più da protagonisti della vecchia destra un po’ fascista che – ovviamente – da migrati bevitori di ampolle. Sì, deve differenziarsi da Giorgia Meloni sul palcoscenico nazionale (Meloni infatti si è arrabbiata moltissimo: «Sono allibita», ha detto prima di far saltare l’ultimo vertice a palazzo Grazioli), ma è anche una questione di pressioni locali. Per questo Salvini oscilla.

I suoi, che Gian Marco Centinaio cerca di tenere insieme, lo vorrebbero portare sul nome di Francesco Storace. Un usato sicuro che piace a Donna Assunta Almirante. Perché Bertolaso sarà anche il simbolo dei governi di cui anche la Lega era membro, ma alla destra che pensa ancora di essere la vecchia An se non l’msi, certo non basta. Troppo poco di destra, troppo di sinistra, Bertolaso.

L’altra metà dell’avanguardia. La body art da Marina Abramovic a Sophie Calle

Shirin Neshat

Da sempre le donne si esprimono attraverso il movimento del corpo, la danza, l’espressione del volto. Un linguaggio silenzioso che, spesso, dice più delle parole. Nella storia dell’arte c’è stato un momento negli anni Settanta, collegato ai movimenti di emancipazione delle donne, in cui le artiste hanno usato il proprio corpo al posto di tele e pennelli, per una libera espressione, ma anche come mezzo per  esprimere una protesta contro  i valori costituiti e conservatori. Arrivando ad estremi come quelli di Orlan che si sottoponeva a interventi di chirurgia plastica in opere di videoarte che assomigliavano piuttosto a documentari “sanitari”.

Negli anni Settanta artiste come Pina Pane, che costruiva le sue opere fotografando le ferite che si era procurata, e come Marina Abramovic, che mostrava il segno sanguinante della stella di David sulla pancia, diventarono protagoniste della scena artistica internazionale, ammirate ed emulate. I temi pacifisti, la lotta contro i pregiudizi millenari sulle donne alimentati dalla società patriarcale e dalla Chiesa si traducevano così in perfomance, fotografie, video che esprimevano un profondo malessere, in documenti brucianti, ma che non sempre riuscivano ad andare oltre il grido di denuncia.

La mostra Gestures- women in action, aperta fino al 10 aprile, a Merano Arte propone un viaggio nella body art, attraverso foto storiche, che ducumentano e permettono di conoscere questo fenomeno artistico e sociale.  Presentando quaranta opere  – fotografie, video, oggetti e collage –  firmate da Yoko Ono  (che con il movimento Fluxus anticipò l’estetica della body art intesa come performance), da  Marina Abramovic, Valie Export, Yayoi Kusama, Ana Mendieta, Carolee Schneemann, Charlotte Moorman, oltre alle già citate Gina Pane e Orlan, per arrivare poi alle esperienze più recenti di artiste come Sophie Calle, Jeanne Dunning, Regina José Galindo e Shirin Neshat.

L’artista iraniana è forse la personalità di maggiore spicco in questa mostra, insieme alla francese Sophie Calle. Lascita Teheran, Neshat si è trasferita negli Usa dove negli anni Novanta  ha sviluppato  una ricerca sul tema dell’identità femminile e sull’oppressione che la religione esercita in particolare proprio sulle donne. Un’estetica raffinata caratterizza le sue foto in bianco e nero in cui campeggiano donne velate con complesse calligrafie arabe tracciate sulla pelle. Nella parte della mostra più specificamente incentrata sugli  anni  Settanta s’incontrano foto e video che documentano alcune delle performance estreme di Marina Abramovic attraverso le quali ha esplorato i limiti della sopportazione fisica, le potenzialità della mente e della concentrazione. Ma soprattutto c’è lo storico video e alcune foto di Mario Carbone che testimoniano la performance Imponderabilia (1977)  che l’artista  serba realizzò con il compagno e artista Ulay e poi il video di Balkan epic presentato alla Biennale di Venezia e il video in particolare in cui Abramovic, seduta su un cumulo di ossa cercava di ripulirle dal sangue, evocando così i massacri nella ex Jugoslavia.

Nella sala attigua s’incontra invece Blood sign (1972) dell’artista cubana Ana Mendieta, ispirato ad antiche culture indigene, ma anche – su un versante più di protesta – il lavoro dell’artista austriaca Valie Export, che ha sostituito il cognome paterno e del marito con una scritta a caratteri cubitali che rimanda alla marca di sigarette austriache “Export Smart “. E ancora: ecco l’americana Carolee Schneemann, con la performance Ice naked skating (1972), oltre che un’opera parte della serie Eye Body (1963),e la star internazionale Sophie Calle, con Mon ami (1984), dal sapore voyeuristico, che esplora il tema dell’identità e intimità femminile, interrogandosi sul confine tra esperienza pubblica e privata. Da segnalare, nel percorso espositivo anche Il sale della terra (2006) della giovane fotografa italiana Silvia Camporesi, che «ha saputo creare un universo molto delicato e poetico, abitato da lei stessa in una chiave intimista e quasi teatrale», come scrive il curatore della mostra Valerio Dehò. «Più provocante la triestina Odinea Pamici che con Ballo per Yvonne (2005) gioca con gli stereotipi femminili, con i simboli del matrimonio e della cucina come spazio consacrato alla donna dalla tradizione».

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