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Dall’Algeria a Cuba. Riscopriamo Saverio Tutino, giornalista lungo le vie della rivoluzione

Giornalista di fama internazionale e “diarista” da sempre, totalmente immerso negli avvenimenti della sua epoca, Saverio Tutino (1923-2011) è stato uomo controcorrente, inquieto, forse l’unico giornalista europeo che con le sue corrispondenze e pubblicazioni abbia scandagliato dall’interno le specificità e i limiti sia della rivoluzione castrista sia delle guerriglie latinoamericane. Sono gli anni in cui la rivoluzione cubana pone il problema della conquista del potere per la costruzione del socialismo come compito irrinunciabile delle sinistre latinoamericane, ma sono anche gli anni della rivoluzione al potere. Non è un caso che Tutino si leghi così tanto prima alla lotta di liberazione algerina e poi alle vicende sudamericane di quel periodo, seguendo quella prospettiva rivoluzionaria che lo aveva segnato sin da giovane, convinto della necessità del cambiamento rivoluzionario, per dirla con le parole di Ernesto Che Guevara. Tutino guarda «all’aspetto enigmatico della rivoluzione al potere», a lui interessa «il presente e in esso il futuribile del socialismo», perché è convinto che il Socialismo sia «la sola speranza di un mondo migliore», ovvero l’«oro introvabile».

È sempre alla costante ricerca di un modus vivendi “altro”, di una condizione personale diversa, rispetto a quella raggiunta; contagiato da quella che l’antropologo e suo amico Pietro Clemente ha definito la “frenesia del vivere”, che Tutino incoraggia incessantemente laddove intravede orizzonti rivoluzionari. Attraversa gli anni della guerra fredda, un’epoca soggetta «a una specie di terremoto sempre latente», e che gli crea un «disequilibrio permanente». Il Tutino “latinoamericanista” è un’anima inquieta, un rivoluzionario alla ricerca della “propria” rivoluzione. Come ha efficacemente tratteggiato Oliviero Beha, Tutino intendeva la politica «sempre e comunque come il tentativo di ridisegnare meridiani e paralleli di un mondo da rifare».

Sin dal 1950, l’anno del viaggio nella Cina di Mao Tse-tung insieme a una delegazione giovanile del Pci, per Tutino diviene un compito morale iniziare a raccontare i popoli dei Paesi emarginati. Il suo raggio di azione spazia su quasi tutto il continente sudamericano. In quell’America Latina a cui si lega profondamente e che descrive come il villaggio di Macondo: «tutto è dieci volte più misero e più ricco; più disgraziato e più violento, più innamorato della libertà e più schiavista che in Europa».
“L’altrove” di Tutino è ad Algeri, a L’Avana, a Città del Messico, a Santiago del Cile, a Bogotà, a Managua, a Buenos Aires, a El Salvador, a Lisbona, a Mogadiscio.
È tra i primi giornalisti europei a raccontare l’orrore della repressione del regime di Augusto Pinochet e a svelare il volto repressivo della dittatura argentina parlando delle liste di condannati a morte predisposte dai militari. Segue le guerriglie latinoamericane, i movimenti di liberazione africani e la rivoluzione “dolce” dei portoghesi.

Figura eclettica, Tutino è personaggio – inconsapevole – da spy story. Commissario politico della 76ma Brigata Garibaldi durante la Resistenza, poi iscritto al Partito comunista italiano, legato alla rivoluzione cubana e interlocutore riconosciuto da Fidel Castro. Comunista inquieto, curioso, indisciplinato, antidogmatico. Mai ideologo pedante o teorico astratto.
Nei primi anni Sessanta trait d’union tra il Pci e il governo rivoluzionario cubano, frequenta gli intellettuali del suo tempo. Amico di noti guerriglieri rivoluzionari latinoamericani e di dissidenti, viene sorvegliato dai servizi cubani, così come da quelli italiani per i suoi legami con Giangiacomo Feltrinelli e con esponenti delle forze extraparlamentari di estrema sinistra.

Tutino fa parte di quella schiera di giornalisti – intellettuali – militanti che a partire dagli anni Sessanta e Settanta hanno fatto scoprire e raccontato al Vecchio continente le viscere profonde dell’America Latina. Mi riferisco, in particolar modo, a Sergio De Santis, Aldo Garzia, Gianni Minà, Italo Moretti, Alessandra Riccio, Livio Zanotti. Penne, cuori e teste che hanno attraversato in lungo e in largo il subcontinente, vivendolo intensamente e trasmettendo quella costruttiva curiosità per l’America Latina che generazioni di studiosi ancora coltivano. Spesso le loro vite si sono incrociate, come nel caso di Gianni Minà, che ha raccontato come nel 1986 Tutino lo aiutò «a mettere giù tutte le domande possibili che un giornalista onesto avrebbe voluto avere a disposizione il giorno che avesse potuto avere davanti Fidel Castro», che all’epoca riceveva duemila richieste di interviste all’anno. Castro poi accettò di essere intervistato da Minà e ne venne un’intervista fiume di sedici ore, raccolta nel volume Un encuentro con Fidel (La Habana, 1987). L’amicizia tra i due giornalisti è confermata nei ringraziamenti di Minà, dove si legge «a un collega e amico come Saverio Tutino che mi ha illustrato e chiarito alcuni aspetti dell’universo cubano, aiutandomi a preparare, per quanto possibile, un’intervista non superficiale».

D’altronde l’unico metodo che Tutino da giornalista e da uomo politico conosce per raccontare gli eventi è «stare dentro alle cose, scoprirle dall’interno, senza mai accettare le versioni ufficiali, quelle di comodo», come ha sottolineato la voce storica di Radio3, Guido Barbieri, nel podcast Il testimone, a lui dedicato in occasione del centenario della nascita. È proprio questa capacità “immersiva” che lo fa diventare il più popolare inviato del quotidiano La Repubblica, ricorderà il suo amico e collega Giorgio Frasca Polara. Sempre in eterno movimento, spinto da una insaziabile curiosità. Anche Aldo Garzia ha sottolineato che in Italia, citare Tutino significava parlare di Cuba. E quando si parlava di Cuba erano immancabili i riferimenti alle sue riflessioni e anche alle sue critiche: «Sì, lo ammetto, io sono stato forse il maggiore responsabile della creazione del mito cubano in Italia, il mito di una società giusta ed egualitaria. Mi sono sbagliato e ho pagato quello sbaglio. Il mito nasce quando un uomo politico lo crea intorno a sé. E tra tanti difetti, bisogna riconoscere a Castro di essere un politico di notevole calibro. Ha capito che la politica si fa con i miti e non con i decreti».

Sia chiaro che Tutino rimarrà sempre legato, specificherà «attaccato», alla Cuba che amava, quella che aveva dato la “scalata al cielo”. Il suo giudizio rappresenta sì una cesura, ma frutto di una bruciante delusione umana e politica per un socialismo «di vetrina» finanziato dall’Unione Sovietica che mai divenne Socialismo, che ai suoi occhi rappresentava «la sola speranza di un mondo migliore». L’analisi tutiniana eccettua dalla crisi mondiale del comunismo, ma si focalizza sulla peculiare esperienza cubana, che ha vissuto in prima persona sulla propria pelle, e che descriverà come «il ricordo più bello della mia vita».

Il libro di Andrea Mulas e il Premio Pieve Saverio Tutino

Andrea Mulas, storico e saggista, ha scritto L’oro introvabile. Saverio Tutino e le vie della rivoluzione (Il Mulino, in libreria dal 20 settembre). Il libro viene presentato nell’ambito della quarantesima edizione del Premio Pieve Saverio Tutino il 14 settembre alle ore 17 a Pieve Santo Stefano (Piazza Plinio Pellegrini).  Coordina l’incontro Guido Barbieri, letture di Donatella Allegro e Andrea Biagiotti. Il Premio nasce nell’ambito dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano che dal 1984 conserva i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani e ha raccolto fino ad oggi circa 9mila storie di vita. Ideato e fondato da Saverio Tutino, l’Archivio è non solo un centro per la raccolta di testi della scrittura popolare, ma anche e soprattutto un luogo di riflessione sulla memoria e sulla storia del nostro Paese. Quarant’anni dopo è il titolo della rassegna del 2024 che vuole celebrare il patrimonio dell’Archivio tra presentazioni di libri, mostre, spettacoli, letture. Il Premio Pieve Saverio Tutino sarà assegnato il 15 settembre. Sono otto i finalisti: storie di guerra, di lavoro, di violenza e sopraffazione sulle donne, attraversano tre diari, tre memorie, due autobiografie tra i quali sarà nominato il vincitore, offrendo uno spaccato della società italiana del passato ma sempre attuale. Nell’ambito dell’Archivio diaristico è stato istituito anche il Premio Tutino giornalista che quest’anno è dedicato  a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La cerimonia di premiazione è il 13 settembre (ore 15) alla quale partecipano Hassan Ahamed, Francesco Cavalli,  Maurizio Mannoni, Alessandro Triulzi e Walter Verini (si può seguire in diretta streaming sui canali social dell’Archivio quiqui).

Nella foto: Saverio Tutino, frame di una intervista del 1987

 

Buio Fitto

La politica è un esercizio semplice nei suoi fondamentali. Nell’atto di composizione di un governo i voti marcano una linea tra chi accetta le regole di ingaggio e decide di appoggiarne la guida, evidentemente condividendo linee e contenuti. Dall’altra parte ci sono coloro che legittimamente ritengono che la proposta sia irricevibile e decidono quindi di stare all’opposizione in attesa di risultare più convincenti con la loro proposta.

Il governo italiano, rappresentato dalla sua presidente del Consiglio, ha deciso che il programma proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non meritasse l’appoggio. Il partito di riferimento di Fratelli d’Itala in Europa (Ecr) si è seduto dalla parte dell’opposizione. I Sovranisti europei a cui fa riferimento la Lega di Matteo Salvini (altro partito di governo italiano) ha iniziato la sua opera di mostrificazione dell’Unione europea e di von der Leyen un secondo dopo la chiusura delle urne. Il terzo partito della maggioranza italiana, Forza Italia, con il Ppe invece ha scelto di stare in maggioranza. 

L’esercizio semplice della politica ci dice che è piuttosto curioso che la premier che votò contro von der Leyen pretenda per l’Italia un posto di peso nella Commissione a cui si oppone, tanto più per un membro del suo stesso partito, il ministro Fitto. Rifugiarsi dietro la “rilevanza dell’Italia” è un patetico tentativo di deresponsabilizzare le proprie scelte politiche. Un paese è credibile per quanto è credibile il suo governo e per come votano i suoi leader.

Questo stanno facendo notare a Meloni. Solo questo. 

Buon giovedì.

Nella foto: Raffaele Fitto, Parlamento europeo, 3 luglio 2019

L’assedio fantasma: le ossessioni di Palazzo Chigi

«Occhio ai nani e alle ballerine», avrebbe detto ieri il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia alla sua truppa parlamentare – lo scrive anche Repubblica – in una giornata che ha denudato il re.

Giorgia Meloni e i suoi in sole ventiquattro ore hanno fabbricato una sfilza di ossessioni di complotti che non sarebbe credibile nemmeno in un telefilm di quart’ordine. 

Sono nemici i poliziotti – di questo s’è detto – che rassicurano la premier solo con la loro assenza. Ma sono nemici anche i figli di Berlusconi, Marina e Pier Silvio, che secondo Palazzo Chigi starebbero tutto il giorno a brigare sugli affari mutandeschi dell’ex fidanzatino di Meloni e delle ipotetiche fidanzate dei suoi ministri.

Sono nemici i leader europei che non si sono bevuti la favola del ministro Fitto come autorevole commissario quando ne hanno visto la denominazione d’origine del governo più a destra tra i paesi che contano in Europa. Sono nemici , ça va sans dire, quelli dell’opposizione perché sono traditori e nemici della patria. 

Sono nemici gli alleati di Forza Italia perché si impuntano sui diritti civili e sono nemici gli alleati della Lega perché vogliono rosicchiare i voti a destra. Sono nemici perfino i commessi e gli uscieri di Palazzo Chigi, immaginari come gole profonde al servizio dei poteri forti. 

Sono nemici perfino i giornalisti amici come Sallusti che si arrogano il diritto di vedere complotti ovunque come una sorella Meloni qualsiasi. Sono nemici i giornalisti, quasi tutti nonostante i camerieri. 

Ha ragione Foti, mancano solo i nani e le ballerine. 

Buon mercoledì. 

In foto: La presidente del Consiglio Meloni con la pugile Angela Carini che gridò al complotto dopo essere stata sconfitta da Imane Khelif

In Cisgiordania viene ucciso un bambino palestinese ogni due giorni

Un recente rapporto di Defence for Children International (Dcip) dipinge un quadro cupo e drammatico della Cisgiordania occupata, dove l’infanzia è stata travolta dalla mano implacabile dell’occupazione, con oltre 140 bambini palestinesi uccisi dalle forze israeliane e dai coloni tra il 7 ottobre 2023 e il 31 luglio 2024. Il rapporto è il risultato di un lavoro meticoloso basato su testimonianze oculari, referti medici e filmati di sorveglianza raccolti nei territori sotto controllo militare. I dati illustrano una realtà agghiacciante: in media, un bambino palestinese è stato ucciso ogni due giorni durante questo periodo, un ritmo spaventoso che mette in luce la vulnerabilità estrema a cui sono esposti i minori palestinesi nelle zone di conflitto e dominio forzato.

Le forze israeliane, secondo quanto documentato nel rapporto, hanno spesso utilizzato munizioni vere per colpire i bambini, mirandoli in particolar modo alla testa e al torace. Il ricorso alla forza letale contro bambini innocenti, incapaci di incarnare una minaccia, ha generato interrogativi profondi sull’operato dell’esercito israeliano, accusato di perpetrare violazioni sistematiche contro i principi universali di giustizia e dignità umana. Ogni vita interrotta diventa uno squarcio sulla coscienza collettiva, purtroppo inutile a ricordare il diritto di ogni bambino a crescere e sognare in pace.

In particolare, il rapporto sottolinea che 18 dei bambini uccisi sono stati colpiti alle spalle, suggerendo chiaramente che non erano rivolti verso i loro aggressori e che, quindi, non stavano cercando di “attaccare” o opporre resistenza. Un dettaglio che amplifica la crudeltà e l’inaccettabilità di questi atti criminali.

Uno degli aspetti più inquietanti rivelati dal rapporto è il fatto che, in molte occasioni, i bambini palestinesi siano stati presi di mira dai cecchini israeliani, impiegati regolarmente durante le incursioni militari nelle comunità palestinesi della Cisgiordania. Tiratori scelti che sembrano specialisti nello scivolare in una crudeltà tanto distaccata quanto spietata. I minori, in questa perversa sceneggiatura di violenza, diventano bersagli di un gioco macabro, un esercizio di disumanità che non conosce pietà, esibito come una manifestazione di potere su esseri fragili e soprattutto innocenti. In molti casi, le vittime non si trovavano in situazioni di scontro diretto o di conflitto armato, ma semplicemente svolgevano le loro normali attività quotidiane. Questo rende la situazione ancora più grave, poiché dimostra una sistematica disumanizzazione delle vittime.

Un esempio emblematico citato nel rapporto è quello di Mahmoud Amjad Ismail Hamadneh, un ragazzino di 15 anni che è stato colpito alla testa, al torace e agli arti mentre tornava a casa in bicicletta da scuola nella città di Jenin. Ciò mostra come anche semplici azioni quotidiane come andare e tornare da scuola siano pericolose e potenzialmente letali per i bambini palestinesi.

Oltre agli attacchi diretti contro i bambini e adolescenti, il rapporto denuncia un’altra dimensione profondamente inaccettabile delle azioni delle forze israeliane. In ben il 60% dei casi documentati, è stato impedito l’accesso ai soccorsi per i minori feriti. La negazione dei soccorsi rappresenta una violazione flagrante delle norme internazionali umanitarie e acuisce il dramma umano che colpisce la popolazione palestinese. In particolare, le giovani vite, già messe a dura prova dalla violenza dell’occupazione illegale, vengono ulteriormente sacrificate in un quadro di indifferenza e disumanità, come se fossero offerte in un rituale di crudeltà che ignora la sacralità e la dignità intrinseca di ogni esistenza.

L’uccisione deliberata di bambini e l’impedimento dei soccorsi oltre a violare i diritti umani fondamentali, sono anche una palese infrazione dei principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine. Secondo questi principi, l’uso di munizioni vere dovrebbe essere limitato a situazioni di estrema necessità, quando tutte le altre misure si sono rivelate inefficaci. Tuttavia, il rapporto del Dcip sostiene che le forze israeliane hanno dimostrato un costante disprezzo per tali linee guida, impiegando armi letali contro bambini in situazioni non giustificate e senza che vi fossero minacce concrete o immediate alla loro sicurezza.

Nonostante le prove evidenti accumulate nel corso degli anni, nessun soldato israeliano è stato ritenuto responsabile di queste uccisioni. Questo senso di impunità non è solo una lacuna volontaria nella giustizia israeliana, ma un seme che accresce la violenza, contribuisce alla diffusione di una cultura che disprezza il diritto internazionale e la preziosità dei diritti umani, promuovendo un ciclo di indifferenza verso la sofferenza palestinese. In questo modo, l’assenza di responsabilità diventa un atto di disprezzo verso la dignità umana, un perpetuo tradimento dei principi di giustizia e rispetto che dovrebbero guidare l’intera umanità. È per questo motivo che, le azioni descritte nel rapporto sono configurate come crimini di guerra secondo la Corte penale internazionale (Cpi), in quanto si tratterebbe di omicidi volontari di civili, in violazione del diritto umanitario internazionale.

A tal proposito, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha recentemente richiamato l’attenzione sul parere della Corte internazionale di giustizia (Icj), che ha definito l’occupazione israeliana una forma illegale di apartheid, sottolineando l’urgenza di porre fine all’occupazione e di far rispettare le norme internazionali. La mancanza di responsabilità da parte delle autorità israeliane nel trattare queste violazioni, in particolare quelle che coinvolgono bambini, rappresenta un nodo cruciale nel dibattito internazionale sui diritti umani in Palestina. Una carenza di giustizia così grave non è solo una questione di responsabilità legale, ma un riflesso di una più ampia crisi etica. Essa solleva interrogativi fondamentali sulla nostra capacità di proteggere i più indifesi e di mantenere la nostra integrità morale come comunità globale.

La situazione si complica ulteriormente alla luce delle accuse di genocidio che incombono su Israele presso la Corte internazionale di giustizia, in relazione alle sue azioni durante la guerra nella Striscia di Gaza. Secondo il ministero della Salute di Gaza e le agenzie delle Nazioni Unite, l’offensiva israeliana ha causato la morte, la mutilazione o la scomparsa di almeno 145.000 palestinesi, con oltre 17.000 bambini tra le vittime. La devastazione ha lasciato una cicatrice profonda nella vita della popolazione di Gaza, con conseguenze che trascendono la dimensione immediata per radicarsi profondamente nella trama della società. Le ferite fisiche e psicologiche non colpiscono solo i singoli individui, ma travolgono intere famiglie e collettività, segnando il benessere e la speranza delle generazioni a venire. Questo dolore e queste perdite sollecitano una riflessione profonda sulla nostra capacità di rispondere con umanità e compassione. Ogni vita danneggiata, ogni sogno infranto, rappresenta un appello urgente a garantire che la nostra risposta sia guidata dal desiderio di guarire e di restituire dignità, affinché il futuro dei giovani palestinesi possa essere costruito su basi di giustizia e speranza per tutti.

L’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce

A boy looking at an Israeli soldier in front of the West Bank barrierBy Picture taken by Justin McIntosh – Originally uploaded at a different location, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1157033

Emergency a Gaza, mentre l’Onu arretra

illustrazione di Fabio Magnasciutti

Il Festival di Emergency è una possibile risposta all’inerzia delle coscienze. l’Ong, fondata nel 1994 da Gino Strada, che tanto ci manca, offre cure medico-chirurgiche alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.

L’appuntamento, che dal 2021 ha esordito e rinnova le sue edizioni a Reggio Emilia, si propone proprio come contro canto alla rassegnazione, mostrando, attraverso gli interventi di tantissimi ospiti, che la prassi di ciascuno di noi fa davvero la differenza, se non per cambiare il mondo, almeno come disse Italo Calvino, per sottrarre all’inferno ciò che inferno non è.

Nel programma del festival largo spazio è stato dedicato all’inaccettabile tragedia in corso in Palestina. Di particolare rilevanza è che, da pochi giorni, dopo alcuni mesi di attesa per ottenere il permesso umanitario, Emergency è entrata a Gaza per offrire assistenza sanitaria di base alla popolazione martoriata dalla guerra (E questo mentre L’Onu si ritirava).

Stefano Sozza, capo missione dell’organizzazione nella Striscia, che è intervenuto al festival con un videomessaggio, ha detto che l’entrata di aiuti umanitari è stata oltremodo difficoltosa. Negli scorsi mesi, in attesa dell’autorizzazione definitiva all’ingresso nella Striscia, Emergency ha lavorato per definire il progetto e attivare un coordinamento con le agenzie delle Nazioni Unite e altri partner presenti sul territorio. 

«La possibilità di portare aiuti nella Striscia – ha esordito Sozza – deve fare i conti con grandi limitazioni nell’accesso delle organizzazioni umanitarie, con le difficili condizioni di sicurezza e con uno spazio umanitario garantito che è andato restringendosi sempre di più da novembre ad oggi. Oggi circa 305 chilometri quadrati, ovvero quasi l’84% della Striscia di Gaza, sono stati posti sotto ordine di evacuazione».

A partire dal 12 agosto, l’area umanitaria dichiarata da Israele ad al-Mawasi si è ridotta dai 58,9 chilometri quadrati di inizio 2024 ai circa 46 chilometri quadrati attuali. Secondo l’aggiornamento di OCHA della scorsa settimana, nella prima metà di agosto sono state negate dalle autorità israeliane sessantotto missioni umanitarie, circa un terzo delle missioni programmate a inizio mese. Nel video il suo volto appare stanco, ma deciso. «Ora che siamo riusciti a entrare a Gaza, stiamo cercando un’area dove costruire e aprire una clinica per fornire assistenza di base alla popolazione. I bisogni sanitari sono enormi e gli ospedali locali che ancora sono operativi non riescono a gestirli tutti: oltre a non avere lo staff e i farmaci necessari, spesso sono sovraffollati perché, in mancanza di altre strutture, i malati si rivolgono agli ospedali anche per necessità che potrebbero essere trattate ambulatorialmente. La situazione nella Striscia è critica e la popolazione è allo stremo: oltre alla mancanza di servizi sanitari, pesano soprattutto la scarsità di acqua, di cibo e di abitazioni. Le persone sono sottoposte a continui ordini di evacuazione».

La clinica offrirà primo soccorso, stabilizzazione di emergenze medico-chirurgiche e trasferimento presso strutture ospedaliere, assistenza medico-chirurgica di base per adulti e bambini, attività ambulatoriali di salute riproduttiva e follow up infermieristico post-operatorio. Al contempo Emergency avrà una base logistica in Giordania, a supporto del team operativo sul territorio palestinese.

«Le condizioni della popolazione sono insostenibili – denuncia Sozza -. Serve un cessate il fuoco immediato, anche per permettere l’ingresso di aiuti umanitari. La popolazione di Gaza non può continuare a vivere in queste condizioni disumane». Ci saluta il capomissione e ci ringrazia, dallo schermo del sontuoso Teatro Valli, lasciando trasparire un impegno urgente, che tuttavia deve ancora poter esser dispiegato in tutto il suo potenziale e che ha bisogno del sostegno costante di un’opinione pubblica pienamente coinvolta.

Il suo intervento fa venire in mente quell’immagine evocata dal grande intellettuale palestinese Edward Said quando descrive il palestinese come colui che deve scolpirsi un cammino nell’esistenza, che non è mai una realtà stabile, poiché il suo passato si è spezzato proprio un attimo prima di generare frutti. Ecco, l’intervento umanitario cerca di mantenere un filo concreto, seppur esile, con un diritto alla permanenza sulla propria terra, garantendo quelle cure urgenti, senza le quali resta solo la barbarie del massacro o, come ha raccontato Stefano, il silenzio dei cumuli di macerie e tutti gli esseri umani sopravvissuti, schiacciati nel 15%del territorio. Il Silenzio…

Il Festival si è arricchito anche del contributo di due testimoni importanti, due giornalisti gazawi, scappati dai bombardamenti: Youmna el Sayed, pluripremiata corrispondente di Al Jazeera English dalla striscia di Gaza e Sami Alajrami, collaboratore dell’Ansa e corrispondente della Repubblica.

«Ho perso la mia “anima”», cosi esordisce la giovane professionista. «Non sono più sotto la minaccia delle bombe, ho messo in salvo i miei figli, ma ho perso me stessa, venendo via da Gaza e lasciando la mia terra e i miei affetti» .

Sayed mette in rilievo come tutti i diritti di base fossero già stati negati alla popolazione da un assedio pluridecennale. Non ci si può curare dal cancro; non vi è un presidio medico oncologico per i bambini; le famiglie non possono più incontrarsi con i parenti della Cisgiordania; i genitori con meno di 60anni non possono accompagnare i figli negli ospedali della Cisgiordania. Questi elencati sono solo alcuni aspetti di un regime di odio e discriminazione, che opprime quella che lo storico israeliano Ilan Pappè definisce appunto una prigione a cielo aperto. «Ad una cosa è servita la guerra di Israele nella striscia» prosegue Youmna «a squarciare la maschera di ipocrisia e menzogna dell’Occidente, con quel doppio standard morale che nega in maniera ormai esplicita l’universalità della condizione umana a chi non è bianco e cristiano. Gli obiettivi dell’esercito israeliano sono a tutti gli effetti le persone comuni e in particolare i soli giornalisti presenti che sono tutti locali. Ciò è evidente a tutti, ma non interessa a nessuno». Ho chiesto alla giornalista di rispondere a due domande. In primis: Ci può essere una possibile evoluzione risolutiva del conflitto? «È molto complicato ma penso che il primo passo dovrebbe essere la fine della guerra, Non basta un cessate il fuoco temporaneo come propongono gli Usa», mi ha risposto. «Perché non è immaginabile che dopo undici mesi di genocidio, di massacri, di uccisione di civili, di pulizia etnica, si abbia solo qualche settimana di cessate il fuoco, fintanto che gli ostaggi israeliani vengano rilasciati, per poi tornare a combattere. La guerra deve finire e, come gli ostaggi israeliani devono essere liberati da Gaza, i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche loro devono essere liberati, perché sono civili, sia quelli nella West Bank, che quelli della striscia di Gaza». «E poi – aggiunge con vigore – una soluzione definitiva dovrebbe essere, dopo la fine della guerra, una soluzione che non offra ad Israele la possibilità di rioccupare la striscia di Gaza».In che modo le mobilitazioni contro la guerra possono contribuire ad una soluzione? le chiedo ancora. Youmna non ha nemmeno un istante di esitazione: «La gente in tutto il mondo, che siano in Europa, America o altrove, è la maggioranza e nel momento in cui capirà che si può davvero contribuire a un cambiamento, sarà allora che il cambiamento ci sarà davvero».

L’analisi contro fattuale è spesso un metodo accattivante per ridefinire il senso di un processo temporale. Secondo Gavriel Rosenfeld sono due gli argomenti peculiari che determinano ipotesi ed alternative storiche: il giudizio morale nell’interpretazione dell’evento e la scelta sempre aperta di fronte all’inevitabilità. Alla base di tali meccanismi permane la curiosità umana su come le nostre vite sarebbero potute mutare in base alla differente evoluzione degli eventi e ciò incide sull’esigenza di riflettere criticamente sul modo in cui rielaboriamo il passato e ne codifichiamo il ricordo.

Un approccio simile può condurci al raffronto tra Nakba e Shoah, senza voler per forza ridurre ad un minimo comun denominatore fenomeni complessi e diversi, ma solo per suggerire dei raccordi necessari a superare arroccamenti identitari, nella comune convinzione della tragedia che il dolore è sempre egualmente umano.

A tal proposito, un’analogia che emerge dal racconto di Sayed, così come anche da quello di Alarajami, è quella di una vera e propria sindrome del sopravvissuto; un’ossessione di colpa per il privilegio di essere scampati ad una violenza che ha spazzato via migliaia di altre vite. La condizione umana descritta ne I sommersi e i salvati e che perseguiterà Primo Levi.

«I morti censiti sono molti di più dei 40mila», ci ricorda il corrispondente della Repubblica. «E cii sono migliaia di persone sotto le macerie, di cui non abbiamo la carta d’identità. Ma tanto, di tutte le vittime palestinesi gli organi d’informazione non ci restituiscono mai i nomi o i volti. La disumanizzazione dei morti è la disumanizzazione dei vivi. Bisogna uccidere il numero di palestinesi più alto possibile. È questo l’obiettivo del governo israeliano. Non c’è bisogno di un grande dispiegamento di forze per controllare Gaza. Gli Usa e Israele vogliono l’espulsione della popolazione. Si sopravvive senza luce, senza comunicazioni, né acqua né cibo, intrappolati, schiacciati. Ed io ho tradito la mia gente quando li ho abbandonati in quelle condizioni per mettermi in salvo. Ma io sono morto e so che non c’è più speranza, se chi è rimasto è costretto a lottare col fratello per un goccio d’acqua».

Prende una breve pausa dal dolore, riferendosi alla bellezza dei luoghi che ospitano il Festival, ma poi subito il pensiero torna a Gaza:«Stanno abituando le persone a vivere nell’orrore. Vorrei poter dire al mio popolo che vi sono tanti luoghi belli nel mondo».

Poi il suo intervento diventa una vera e propria requisitoria contro l’Occidente «Gli aiuti umanitari sono bloccati all’esterno e nessuno fa pressione per poterli distribuire. Come diceva Tagore, l’unico valore occidentale è il denaro. Quanto accade a Gaza è la negazione di ogni valore universale e l’Europa e gli Usa non sono attori credibili di una possibile mediazione se si ostinano a negare i propri stessi valori enunciati, in nome di interessi nascosti. Come fanno a costruire una pace se il presupposto è che ogni vita non è più uguale alle altre?». Una domanda che ci lascia tutti inermi, in attesa di trovare nella nostra stessa carne se non una risposta, almeno una decisa obiezione.

Post scritptum

Emanuel Carrère nel suo ultimo libro (Ucronia, Adelphi, ndr) definisce come un intento scandaloso, affidare il cambiamento alla narrazione ucronica, rispetto a ciò che è avvenuto nel corso storico. Nell’epoca del tracollo delle utopie, come spazi a cui affidare un progetto radicalmente divergente dall’ordine disciplinante, essa appare come l’unico esercizio praticabile per quell’immaginazione politica che si voglia sottrarre all’attitudine conformista della rassegnazione, perché apre a una distanza, in cui il contrappunto si oppone alla normalizzazione del regolare flusso temporale, all’assenza di futuro.

In apertura una illustrazione realizzata da Fabio Magnasciutti per il festival di Emergency 2024 di cui è stato uno dei protagonisti

L’autore: Marco Cosentina è un insegnante

  

Bugie, bugie, sempre bugie

Il palcoscenico di Cernobbio con la solita esibizione, con Giorgia Meloni nel ruolo di Pinocchio in tailleur, jongleur di numeri e mezze verità. Un’esibizione degna del miglior illusionista, ma che non regge alla prova dei fatti.

La premier ci racconta che “l’Italia è la prima nazione per realizzazione del suo Pnrr”. Falso: abbiamo raggiunto solo il 37% dei nostri obiettivi, con cinque Paesi davanti a noi. La Francia ha ricevuto il 60% delle sue rate, noi il 50%. Ci narra la “vergogna tutta italiana” di musei chiusi nei festivi, dimenticando che Louvre, Prado e Tate Modern fanno lo stesso. Una svista geografica o un’amnesia selettiva?

Meloni millanta un “Pil che cresce più della media europea”. Bugia: come spiega Pagella politica cresciamo dello 0,2%, esattamente come la media Ue e la Francia. La Spagna ci surclassa con lo 0,8%. Si vanta che siamo “la quarta nazione esportatrice al mondo”, quando in realtà siamo sesti con una quota del 2,8% sul totale mondiale, percentuale già raggiunta in passato.

La perla? “Abbiamo messo altri 3 miliardi sull’assegno unico”. Falso: sono 2,9 miliardi spalmati su tre anni. E quando dice che l’occupazione femminile è al massimo storico con il 53,6%, dimentica di dire che il trend è iniziato prima del suo governo ( e che sono per lo più lavori precari e part time ndr).

Meloni si vanta del “tasso di disoccupazione più basso dal 2008”, con il 6,5% a luglio. Vero, ma omette che il calo è iniziato ben prima del suo insediamento. Stessa storia per i contratti stabili: in aumento, ma la tendenza era già in atto.

Insomma, la presidente del Consiglio sembra aver scambiato Cernobbio per un’agenzia di propaganda nordcoreana, dove i numeri si inventano e la realtà si piega a piacimento.

Buon martedì.

La crisi dell’industria dell’auto europea. E i rischi che corriamo

L’industria dell’auto europea non è messa esattamente bene. Lo testimoniano due annunci arrivati alla fine della scorsa settimana, rispettivamente, da Volkswagen e Volvo Cars.
Cominciamo da quest’ultima. Il 4 settembre il gruppo svedese ha rilasciato un comunicato stampa dal titolo “Volvo Cars modifica le proprie ambizioni di elettrificazione, rimanendo impegnata in un futuro completamente elettrico”. Il testo spiega che «con cinque auto elettriche (EV) già sul mercato e altri cinque modelli in fase di sviluppo, l’elettrificazione completa rimane un pilastro chiave della strategia di prodotto di Volvo Cars.

Il suo obiettivo a lungo termine rimane quello di diventare un’azienda automobilistica completamente elettrica e mira anche a raggiungere emissioni zero di gas serra entro il 2040». Ma: «sebbene Volvo Cars manterrà la sua posizione di leader del settore nell’elettrificazione, ha ora deciso di adeguare le sue ambizioni di elettrificazione a causa delle mutevoli condizioni di mercato e delle esigenze dei clienti».
Spiega poi, Volvo, che una percentuale che potrà raggiungere il 10% dei modelli in vendita potrà essere composta di modelli «mild hybrid», quelli cioè dotati di un motore elettrico e una batteria di dimensioni contenute, sistema nel quale il motore elettrico funge da starter, avviando il motore principale e fornisce assistenza a partenze e accelerazioni.
«Questo – spiega il comunicato – sostituisce la precedente ambizione dell’azienda di avere una gamma completamente elettrica entro il 2030».
Infine, Volvo «entro il 2025, si aspetta che la percentuale di prodotti elettrificati si attesti tra il 50 e il 60%. Ben prima della fine di questo decennio, Volvo Cars avrà a disposizione una gamma completa di auto completamente elettriche. Ciò consentirà a Volvo Cars di passare all’elettrificazione completa quando le condizioni di mercato saranno adatte». Sottolineiamolo: «quando le condizioni di mercato saranno adatte».

Il mercato dell’auto elettrica non è precisamente fiorente. Ciò, nonostante, o in contrasto, con il divieto previsto per il 2035 dall’Unione europea della vendita di auto e furgoni con motori a combustione interna. Infatti, il mercato delle auto elettriche è in una critica fase di rallentamento. C’è, sì, una crescita globale delle vendite. Ma al momento inferiore in modo significativo rispetto agli anni precedenti. I consumatori non aderiscono al processo di elettrificazione nel modo auspicato da istituzioni e produttori. In parole povere, le auto elettriche costano troppo per molti consumatori e restano accessibili a chi ha disponibilità economiche superiori alla media.
Le difficoltà non riguardano solo Volvo. Così il 5 settembre anche Volkswagen ha fatto un annuncio ancor più inusitato di quello della casa svedese: l’ipotesi, in via di valutazione, di chiudere due impianti in Germania. Una cosa mai vista negli ottantasette anni di vita della casa di Wolksburg, oggi parte del Gruppo Porsche Automobil Holding SE.

Siamo in Germania. La “locomotiva d’Europa”. Il Paese dell’economia sociale di mercato. Nel quale i rappresentanti dei lavoratori ricoprono metà dei posti nel Consiglio di Sorveglianza e il Land della Bassa Sassonia detiene il 20 per cento delle azioni. Insomma: un annuncio, l’ipotesi di chiusura di stabilimenti, pesantissimo per quel Paese e gravido di conflitti. Ma VW ha grossi guai per i costi di processo e del lavoro e i suoi margini operativi sono calati pericolosamente nell’ultimo anno.

Nel frattempo, per eludere i dazi imposti dall’Unione, i produttori cinesi, dominatori del mercato dell’elettrico, cominciano ad aprire stabilimenti in Europa.
In Italia, le strategie di Stellantis sono avvolte da una impalpabile nebbia, mentre dal governo non arriva alcun segnale preciso relativo a una qualche forma di politica industriale nel settore. E della Gigafactory di batterie prevista a Termoli non si hanno notizie da un po’.
Insomma, la famosa transizione energetica rischia semplicemente di essere brutalmente ridimensionata se non di fallire. Trascinando con sé imprese e lavoratori. È quanto mai urgente che la politica in Italia come in Europa metta mano a una seria valutazione della realtà, delle scelte e delle misure da adottare per far fronte al rischio di un tracollo dell’auto, cuore del tessuto produttivo industriale.

L’autore:  Sindacalista e già ministro del lavoro Cesare Damiano è presidente di Lavoro & Welfare

Vangelo secondo Mussolini: quando la parrocchia “dimentica” l’antifascismo

“Purtroppo si è venuti a sapere troppo tardi chi fossero i richiedenti, i quali avevano inizialmente chiesto gli spazi, parlando di una semplice festa”, spazi che per “prassi consolidata” sono concessi “per feste di compleanno o per iniziative di natura benefica e, comunque, mai per iniziative politiche di qualsiasi orientamento”. Ha risposto così la parrocchia di San Giuseppe Lavoratore, a Pontenuovo di Magenta quando si è saputo che nel fine settimana i neo fascisti del gruppo Lealtà e azione hanno organizzato una bella adunata all’interno delle stanze di un oratorio. 

C’è voluta l’Anpi per ricordare che il gruppo “è una formazione politica che si ispira ad un passato che la storia, la lotta partigiana e antifascista ha sconfitto e condannato con la Liberazione avvenuta il 25 aprile 1945. A questo giudizio politico – ha aggiunto l’Anpi milanese – si aggiunge il fatto che sono guidati da pluricondannati per pestaggi e violenze di vario genere avvenute nel mondo degli ultras di calcio”. 

Quando il caso ha cominciato a fare rumore il parroco e l’ex parroco si sono affrettati a dire che “non erano a conoscenza della reale natura dell’evento”. Non male come scusa per chi  si propone come “guida spirituale” di una comunità. Non hanno avuto sospetti nemmeno quando hanno letto che il programma prevedeva un incontro su “arte e fascismo” con Vittorio Sgarbi e il vicedirettore de La Verità Francesco Borgonovo.

La Comunità pastorale con molto imbarazzo ha dovuto vergare un comunicato con cui si dissocia dagli eventi. Quindi si dissociano da sé stessi. “Abbiamo la consapevolezza che sia stata una leggerezza imperdonabile”, dicono. C’è da sperare che sia solo una leggerezza. 

Buon lunedì. 

Nella foto: frame del video della conferenza di Vittorio Sgarbi su arte e fascismo all’incontro di Lealtà e azione

Boccia Gate. E l’egemonia di destra da b-movie

Gennaro Sangiuliano, foto di Marioluca Bariona

Mercoledì 4 settembre i fan di Temptation Island devono aver pensato che il loro
programma preferito avesse traslocato dalle reti Mediaset addirittura al Tg1, sulla
principale rete della Tv pubblica italiana.
Alle 20:30, infatti, iniziavano ben 17 minuti di intervista del direttore del Tg1 al ministro
della Cultura Gennaro Sangiuliano (già direttore del Tg2, carica ricoperta fino alle elezioni politiche del 2022 in quota ultradestra) che confessava tra le lacrime – forse vere, forse fake – di aver avuto una relazione extraconiugale con Maria Rosaria Boccia, la donna che il 26 agosto aveva affermato sui social di aver ricevuto dal ministro l’incarico di «consigliere per i Grandi Eventi».
È quindi con un semplice post social che scoppia il gossip dell’estate. Alle 13:33 del 26 agosto Maria Rosaria Boccia è ancora un’illustre sconosciuta. Le cose stanno per cambiare. È a quell’ora che su Facebook e Instagram scrive: «Grazie al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano per la nomina a consigliere per i Grandi Eventi».
Un’ora prima, si scoprirà poi (il documento è stato mostrato durante l’intervista al Tg1), il
ministro Sangiuliano aveva inviato una mail a un suo collaboratore. Sono le 12:31 del 26
agosto: «In merito alla nomina a consigliere a titolo gratuito della dottoressa Maria Rosaria
Boccia accogliendo le perplessità circa potenziali situazioni di conflitto di interesse ti prego
di non procedere al riguardo e di non perfezionare gli atti. Dunque, la nomina non esiste».
Il sito di gossip Dagospia alle 18:20 pubblica un post intitolato: «Chi è e soprattutto chi si
crede di essere la bombastica 41enne nativa di Pompei che annuncia su Instagram la sua
nomina a consigliere». Lo stesso sito riporta che il portavoce del ministro Sangiuliano
avrebbe smentito: «Notizia falsa…, mai stata nominata consigliere del ministro».
«Quella nomina non esiste, la dottoressa Boccia cerca di accreditarsi senza averne
motivo», fanno poi sapere dallo staffa del ministro.

La smentita, come sa chiunque faccia giornalismo, è una doppia notizia.
Così Maria Rosaria Boccia diviene repentinamente un personaggio pubblico, un nome
che circola sulle bocche di giornalisti, addetti ai lavori e, sempre più rapidamente, su
quelle di comuni cittadini. Le ricerche sul suo conto si moltiplicano. Si scorrono i suoi profili
social, i media cominciano a pubblicare le numerosissime foto scattare in occasione di
incontri pubblici presenziati insieme al ministro Sangiuliano.
È scoppiato il Boccia-Gate. Veniamo così a sapere che per tutta l’estate Sangiuliano ha fatto il giro d’Italia accompagnato da Maria Rosaria Boccia. Non c’era appuntamento cui lei mancasse: festival, musei, cerimonie, ma anche pranzi e ombrelloni al mare. Occasioni ufficiali, riunioni di lavoro ma anche momenti di svago e relax. Sanremo, Taormina, Polignano, Rimini, Milano. E poi Pompei. La sua città. Quella che, peraltro, dovrebbe ospitare alcuni passaggi dell’imminente G7 Cultura. Cominciano ad affiorare le prime domande. In virtù di quale incarico Boccia ha accompagnato il ministro? Sono stati spesi soldi pubblici per lei in assenza di incarichi ufficiali? È stata messa a parte di informazioni
riservate e/o sensibili? Sangiuliano giura e spergiura – per ultimo nell’intervista al Tg1 – che non è stato speso denaro dei cittadini: «Mai pagato nemmeno un caffè a Boccia». Lei, però, risponde: «Mai pagato nulla, mi è sempre stato detto che il MiC rimborsava le spese» (nell’intervista al Tg1 Sangiuliano affermerà poi di aver provveduto con la propria carta di credito personale a pagare le spese sostenute da Boccia). È lo schema che caratterizza fin dall’inizio l’intera vicenda: il ministro parla, spiega, soprattutto nega; Boccia risponde sul suo instagram smentendo la versione di Sangiuliano. Più Sangiuliano cerca di prendere le distanze, di minimizzare il ruolo svolto da Boccia negli ultimi mesi, più lei pubblica sul suo Instagram. Centellina foto che hanno l’obiettivo di dimostrare la sua organicità al ministero e la sua vicinanza al ministro. Insinuando il dubbio in chi le guarda, che ce ne possano essere molte altre, anche più imbarazzanti per il ministro. E il sito di gossip Dagospia fa il suo lavoro, cioè fa gossip. Mostra che quando Sangiuliano è in compagnia di Boccia non indossa la fede nuziale.

La storia assume i contorni di una commedia all’italiana. Presto, però, si passa a un altro genere e l’intrigo diventa una sorta di spy-story. Al confine, però, con la farsa. L’attenzione si sposta dalla “relazione affettiva” extraconiugale di Sangiuliano alla possibilità che il ministro abbia permesso a Boccia di venire al corrente di informazioni
riservate. Al centro dell’attenzione è soprattutto il prossimo G7 Cultura, che si terrà dal 18 settembre tra Napoli e Pompei (a questo punto è in forse). Sangiuliano afferma che Boccia non ha avuto accesso a documenti riservati. Lei replica. È lunedì 2 settembre. Mentre sulla TV berlusconiana Rete 4 (rete chiave per comprendere l’ascesa dell’ultradestra in Italia) va in onda un’intervista a Giorgia Meloni che ripete le rassicurazioni ricevute da Sangiuliano, Boccia invia a un altro programma Televisivo – In Onda, sul La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore anche del principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera – la notizia che a breve avrebbe pubblicato sul suo account informazioni interessanti. Sul suo profilo Instagram compaiono due fogli sui quali si distingue l’intestazione del G7.
Boccia però non si ferma qui. Anzi, in un crescendo degno di miglior thriller, diffonde una
mail ricevuta il 10 luglio dal ministero della Cultura in cui si legge della sua “nomina” a
“Consigliere del Ministro per i grandi Eventi”. Ancora: l’audio di una telefonata intercorsa
col funzionario del Gabinetto di Sangiuliano.
Dunque Boccia registrava le telefonate.
Non solo. Ci sono infatti video all’interno del Parlamento italiano che Boccia sostiene di
aver registrato con una telecamera nascosta negli occhiali. Illegale o meno che fosse – dal
2002 è fatto divieto di realizzare video all’interno del Parlamento senza previa
autorizzazione – il mistero della spy story si infittisce. Boccia è forse in possesso di video di conversazioni politiche compromettenti per il ministro Sangiuliano?
Nell’intervista al Tg1 Sangiuliano afferma “non sono ricattabile”. Sarà vero? A Meloni non
resta che sperarlo. Ma chi può dirsi sicuro di quest’affermazione?
1. Quello che però emerge è che difficilmente qualcuno metterebbe onestamente la mano
sul fuoco sull’affermazione del Ministro. Perché ciò che è in crisi, al di là del suo ruolo, è la
sua stessa credibilità. In politica la credibilità è una delle risorse chiave. Difficile da costruire, facilissima da bruciare e quasi impossibile da ricostruire. Sangiuliano è oggi
poco credibile non perché abbia avuto un’amante quanto perché nella sostanza ha
mentito. Ha provato a negare, a nascondere, a minimizzare. Solo perché messo alle
strette dalla situazione che si è creata, ha “confessato” nel corso dell’intervista al Tg1 (con
domande presumibilmente concordate col direttore meloniano Chiocci).
2. Non è un caso che l’intervista al Tg1 abbia spostato l’attenzione dal piano delle
questioni più politiche richiamate sopra al gossip alla Temptation Island: moglie, amore,
tradimento, amante. Sangiuliano andava mostrato nella sua fragilità di essere umano
“normale”, con le “normali” debolezze di tutte e tutti noi. Lo scopo era creare, se non
un’identificazione, quanto meno una disponibilità al perdono di fronte alle lacrime versate
quando ha nominato la persona più importante, una persona “eccezionale”, la moglie.
3. Proprio sull’intervista del Tg1 le opposizioni giustamente incalzano. Perché la
grammatica istituzionale vorrebbe che un ministro riferisse in Parlamento e non in TV –
per di più non davanti a un direttore di telegiornale politicamente vicino all’ultradestra, da
cui è stato nominato per quell’incarico. È TeleMeloni all’ennesima potenza. La TV pubblica
piegata nuovamente agli interessi privati. Non tanto e non solo di Sangiuliano, quanto di
tutta la sua parte politica, che è quella che oggi gestisce la RAI. Altrettanto vero, però, che
le regole della comunicazione della società in cui viviamo prevedono la rapidità. Il Boccia-
Gate è scoppiato il 26 agosto, l’intervista del TG1 è del 4 settembre; 8 giorni possono
essere un’eternità, figuriamoci i tempi istituzionali, necessariamente più lenti. Si può
protestare perché sta cambiando (è già cambiato) l’equilibrio di poteri, ma è un po’ come
un abbaiare alla luna.
4. La reazione di una parte dell’opposizione, politica e non solo, evidenzia – se ancora ce
ne fosse bisogno – un’attitudine che dire snob è dir poco. In particolare dall’area
dell’estremo centro liberista, si contrappone l’estrema attenzione che sta ricevendo il
Boccia-Gate con quella relativamente scarsa di cui è oggetto il rapporto sulla competitività
stilato da Draghi su incarico della Commissione Europea di Ursula von der Leyen.

Che il potere mediatico pratichi la distrazione, indirizzando attenzione e interesse per temi
comodi al potere politico ed economico non è affatto una novità. Ogni giorno ci sono 4
morti ammazzati sul lavoro, per dirne una, e mai è notizia da prima pagina. La costruzione
dell’agenda del Paese è uno dei poteri più significativi dei media. Ma l’estremo centro
liberista palesa il suo disprezzo per il “popolo bue” (quello che va da parrucchieri ed
estetiste, come qualcuno ha scritto su X) e invoca il potere di presunte élite politico-
intellettuali. Che, guarda caso, sono quelle che loro identificano con la modernità:
europeiste, atlantiste, belliciste, liberiste.
C’è stato poi l’ex direttore del Corriere della Sera e attuale membro dell’Aspen Institute
Italia, Paolo Mieli, che ha definito Maria Rosaria Boccia, una “pompeiana esperta”.
Utilizzando la provenienza di Boccia (Pompei) e l’illazione secondo cui avrebbe praticato
l’arte della fellatio (in italiano si usa il termine “pompino”, “pompinara”), Mieli si è prodotto
in un gioco di parole che ben esprime il sessismo e il machismo dell’élite culturale del
Paese.
5. Se oggi tra i ministri del governo Meloni Sangiuliano è quello più vicino alle dimissioni (o
a essere dimissionato) è perché il Boccia-Gate tocca nervi scoperti nell’ultradestra di
governo. Quando il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida affermò che non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica  come un qualsiasi suprematista e/o cospirazionista, non ci sono stati particolari imbarazzi. Perché, al di là dell’espressione utilizzata, il concetto esprime posizioni tutt’altro che lontane dalle linee politiche dell’ultradestra. Quando i dipendenti della Visibilia Editore e della Visibilia Concessionaria, società all’epoca riconducibili all’attuale Ministra del Turismo Santanché, hanno testimoniato di aver continuato a lavorare in smart working all’epoca del Covid malgrado le aziende
stessero usufruendo dei soldi pubblici previsti da un ammortizzatore sociale (la Cassa
Integrazione Covid a zero ore) per usufruire del quale, invece, avrebbero dovuto essere a casa per lavora c’è stato qualche tentennamento e poco più.
L’ultradestra di governo è espressione di una cultura in cui l’imprenditore è un eroe
vessato dai lacci e lacciuoli dello Stato, nonché dal sindacato. Se quindi infrange qualche
legge, in fondo lo fa per difendersi ed è sempre giustificato. È la stessa cultura che ha
portato Meloni a parlare delle tasse come “pizzo di Stato”.
Cos’è che rende invece più precaria la posizione di Sangiuliano? Se è vero che la
“famiglia tradizionale” fondata sulla relazione esclusiva e indissolubile tra uomo e donna,
sancita dal matrimonio, invocata di continuo è un riferimento quasi mitologico e sicuramnte
astratto – perché non c’è nulla di più tradizionale di una famiglia in cui giochi un ruolo
anche l’amante, purché non emerga alla luce del sole – è altrettanto vero questo
comportamento ormai pubblico di Sangiuliano può cozzare con l’universo culturale e
valoriale di settori sociali che sostengono l’ultradestra.
6. Per il momento Giorgia Meloni ha rifiutato le dimissioni offerte da Sangiuliano e l’ha
invitato ad andare avanti. Dalle opposizioni sostengono sia per timore di un rimpasto di
governo che sarebbe il via libera agli appetiti di Lega e Forza Italia. Potrebbe però esserci
un altro motivo. Meloni ha sempre dimostrato di proteggere il ristretto gruppo di persone di
cui si circonda. Una sorta di cerchio magico da difendere a ogni costo, perché il suo
sgretolamento equivarrebbe a uno sgretolamento della base dell’organizzazione del
potere istituzionale dell’ultradestra.
Meloni sa bene che in tempi di comunicazione istantanea spesso assistiamo a tempeste in
un bicchier d’acqua, che passano rapidamente senza lasciare particolari strascichi.
Almeno è la sua speranza.

L’autore: Giuliano Granato è portavoce di Potere al popolo, questo articolo è stato pubblicato in collaborazione con Canal red diretto da Pablo Iglesias

In foto il ministro Gennaro Sangiuliano. Foto di Marioluca Bariona

Francesca Pirani: «Storia di Vakhim e di affetti tra due mondi lontani»

Viene presentato il 6 settembre alle Notti Veneziane, sezione collaterale delle Giornate degli Autori, in collaborazione con Isola Edipo, Vakhim di Francesca Pirani. Prodotto da Luca Criscenti per Land Comunicazioni, in collaborazione con Valeria Adilardi, il documentario con musiche di Tony Carnevale, è stato anche tra i 20 progetti selezionati (tra i 150 candidati) a partecipare al Pitching Forum, nell’ambito dell’undicesima edizione di Bio to B – Industry Days 2024, che si è tenuto a Bologna lo scorso giugno.
Abbiamo incontrato, per l’occasione, la regista, e le abbiamo chiesto di raccontarci la nascita e lo sviluppo di questo progetto che parte da lontano, dalla prima immagine di Vakhim, «un bambino dalla maglietta gialla stretto al collo di uno dei ragazzi più grandi dell’Istituto dei bambini poveri di Phnon Penh» in Cambogia. Era novembre 2008, e Vakhim aveva quattro anni.

Francesca, come nasce l’idea del film?
Il film nasce dalla straordinaria quantità di girato a disposizione, e dalle richieste di amici e di addetti ai lavori che, conoscendo il materiale e la storia di Vakhim, mi hanno sollecitata a farne un film. Il girato, la cui finalità non era quella di realizzare un film su mio figlio – tra l’altro non nasco documentarista -, ha rappresentato sia la possibilità di comporre una memoria dei momenti più importanti della vita di Vakhim, sia l’esigenza che restasse una traccia della sua lingua madre, ossia lo khmer, che sapevo sarebbe svanita nel giro di pochi mesi. A differenza delle emozioni fortissime dei primi mesi, dei primi anni di vita che, invece, permangono. L’amore di Vakhim per la madre, il proprio nome legato al suono della sua voce, a lei che per prima glielo ha sussurrato, fondendolo per sempre alle prime carezze, al primo latte. Salvare una parte della storia di Vakhim è stato essenziale, e ritrovare i suoi fratelli ha significato anche impedire che tutto fosse perduto, che la propria memoria – e con essa i suoi affetti -, potesse essere distrutta. Mi piaceva anche l’idea che, da grande, mio figlio avrebbe potuto fare una ricerca sulla sua storia attraverso quelle immagini e quella lingua.

Francesca Pirani, regista e sceneggiatrice

Qual è stato il fattore determinante che ha sollecitato l’atto creativo, la scrittura, e che ti ha permesso di trasformare il vissuto in racconto cinematografico?
Una ulteriore spinta alla realizzazione del film è arrivata da un’amica scrittrice e sceneggiatrice, Silvia Cossu, che mi esortava a partecipare al Premio Solinas: era il 2019 e io mi stavo occupando di tutt’altro, stavo scrivendo dei testi per il teatro. Poi, di getto, a maggio 2019, ho scritto la storia di quello che sarebbe poi diventato il film e, incredibilmente, mi hanno selezionata per la sezione documentari. A settembre di quello stesso anno, a La Maddalena, ero tra i cinque finalisti. Il progetto non vinse, di fatto non era ancora del tutto delineata la fase di un processo compiuto che andasse oltre l’idea che avevo candidato al Premio. Ma è iniziato tutto da lì. In seguito, durante il periodo del lockdown, ho scritto la sceneggiatura, cercando di pensare, di comporre, non senza difficoltà, il seguito di questa storia.

Cosa ti premeva raccontare, in particolare, di questa storia?
Cosa mi premeva raccontare era abbastanza chiaro, fin dall’inizio, e, soprattutto, sapevo cosa non volevo fare. Non volevo realizzare interviste, non volevo raccontare la storia della famiglia e tutto il resto in maniera realistica, anche perché non è un registro che mi appartiene. L’idea era quindi quella di lavorare sulle immagini che avevo, che erano moltissime, e di poterle fondere con nuove riprese. Sono nati, così, dei primi tentativi, realizzati mediante l’utilizzo di alcune immagini di repertorio prese in rete evocative della Cambogia, che ho integrato con il materiale personale che avevo a disposizione, per farlo visionare ai produttori. Questa composizione di immagini aveva la capacità di creare un’emozione, raccontando la storia di Vakhim, i primi mesi in Italia, e al tempo stesso i suoi ricordi. Ho, dunque, cercato di costruire un doppio livello temporale, e di lavorare in una direzione ben precisa che mi permettesse di realizzare un racconto che non sembrasse ricostruito, finto.

Una immagine del docufilm “Vakhim”

In una scena del film, durante il viaggio dalla Cambogia verso l’Italia, la voce narrante, la tua, racconta di questa particolare sensazione che accompagna solitamente il rientro a casa dopo una vacanza estiva. E, invece, per Vakhim era il punto di non ritorno…
Il tema che volevo venisse fuori dal film non era solo la storia privata di Vakhim, ma volevo anche raccontare qualcosa che portasse dietro di sé un’eco un po’ più ampia, ponendo in risalto la questione delle madri cambogiane reclutate per le adozioni e, soprattutto, il tema della separazione. Che cosa accade a un essere umano che perde tutto il suo mondo? Cosa significava, da un giorno all’altro, perdere la propria madre, il proprio villaggio, la propria lingua, i fratelli, e tutti i sapori e gli odori di quei luoghi? È possibile ricominciare da quel ‘punto di non ritorno’? Dopo circa sei, sette mesi, siamo riusciti a ritrovare la sorellina maggiore Maklin, – che viveva a Riccione con un’altra famiglia adottiva -, e al telefono parlavano già l’italiano. Avviene, cioè, una cosa incredibile: se aderisci a questo mondo, sparisce l’altro. Fare della separazione il tema centrale è stato sempre il nucleo fondante la storia, poiché rappresentava il tema più universale. Le persone che arrivano con i barconi e si lasciano alle spalle la loro terra, la loro storia, ma anche le grandi separazioni nelle grandi storie d’amore, i lutti: ogni volta, sembra avvenire qualcosa di irreversibile.

La tematica, fondante, della separazione ha ispirato anche la tua opera prima, L’appartamento?
L’appartamento è un film d’esordio che non nasceva da un mio soggetto e che trattava il tema, allora assolutamente nuovo, dell’immigrazione in Italia. I protagonisti erano un ragazzo egiziano e una ragazza fuggita da Mostar, dagli orrori della guerra. Il taglio del film non era sociale, ma affrontava il tema con uno sguardo rivolto al modo diverso di separarsi dal proprio mondo: il ragazzo, padre di una bambina di pochi mesi, nonostante le difficoltà, era riuscito a conservare un rapporto affettivo con il suo Paese e il suo passato, mentre la giovane bosniaca aveva cancellato tutto dalla propria memoria, diventando depressa e raggelata. Il loro incontro produce una crisi nella ragazza e un’apertura inattesa che prelude alla possibilità di una sua rinascita. Infatti nel finale del film il ragazzo, costretto dagli eventi, affida la propria bambina a quella ragazza appena conosciuta, la quale si trova a farsene carico, ad ‘adottarla’. Mi rendo conto solo adesso che il tema di come si possono affrontare le separazioni è un elemento ricorrente nelle mie storie, e che incredibilmente è passato dal cinema alla realtà della mia vita. Sono trascorsi dieci anni tra quel film e la decisione di adottare un bambino in un Paese lontano e poi ancora altri dieci prima di pensare di raccontare la storia di Vakhim. Tornando al presente posso dire di non aver mai avuto paura del passato di mio figlio, ma l’idea che Vakhim potesse rimanere impigliato fra due mondi mi ha spinta, fin da subito, a cercare di rimanere aperta ai segnali che inviava. E ne inviava tanti, ma avrei potuto ignorarli: il nome che ripeteva, ‘Mali’ rivelatosi poi quello di sua sorella Maklin, i disegni, i sogni, e poi quei momenti in cui accennava la sensazione che gli mancasse ‘qualcosa nella testa’ o la paura che col tempo non avrebbe più saputo riconoscere sua madre.

Una immagine del docufilm “Vakhim”

Cosa ha significato, per te, intrecciare arte e vita?
Ho dedicato a questo progetto tutto il mio tempo, dal momento in cui ho deciso di realizzarlo. Ho visto moltissimi documentari di una scuola di filmmakers fondata dal regista cambogiano Rithy Panh. Sono tantissimi piccoli documentari – le cui storie si svolgono tutte nelle campagne -, realizzati da questi giovani studenti che sono stati poi messi in rete. È stato potente accedere a quel mondo da cui proveniva Vakhim.
All’inizio l’idea del film includeva molte scene di vita, ma poi ho immaginato, in fase di sceneggiatura, anche come poter realizzare delle immagini basate sulle memorie, sui ricordi di Vakhim e di sua sorella Maklin. Tuttavia, rimandavo questo momento perché aveva a che fare sempre con il vissuto. In seguito, dopo varie vicissitudini produttive, per me è stata importante la certezza che non fosse un documentario canonico.
Fin dall’inizio, è stata una grande avventura. Non avevo ancora la piena consapevolezza della compiutezza del progetto che, come diceva la mia amica che mi aveva esortata a candidarlo al Premio Solinas, avevo già dentro. Anche quando siamo in Cambogia e c’è questo piccolo ‘giallo’ sulla ricerca della madre, niente è stato costruito a tavolino, giorno dopo giorno scoprivamo dettagli in più e filmavamo le nostre scoperte.
L’idea è stata quella di raccontare il primo anno insieme, e solo successivamente, dopo l’arrivo delle lettere della madre di Vakhim, che non lo aveva mai dimenticato e chiedeva sue notizie, ho deciso di raccontare quell’evento sopraggiunto proprio alla soglia dell’adolescenza di mio figlio. Poi, cinque anni dopo, la partenza per la Cambogia. Qui, durante le riprese, abbiamo voluto evitare di raccontare il set per non inserire all’interno del racconto un ulteriore piano narrativo, perché ci sembrava un elemento di metalinguaggio che avrebbe raffreddato il tutto. Volevamo rimanere nella storia, nel racconto, senza che nulla divenisse esplicativo o didascalico, ma scoprendo le cose a poco a poco attraverso le immagini e la voce narrante.

Quando è avvenuto il ritorno in Cambogia, dopo il primo incontro con Vakhim, dopo questa prima evocativa immagine di lui, a quattro anni, che apre il film?
Siamo andati in Cambogia con un mio amico e collega, Stefano Viali, per i sopralluoghi e il casting, a febbraio dello scorso anno, quando abbiamo individuato la famiglia di contadini che si è poi prestata a far parte del film per rappresentare alcuni momenti dell’infanzia di Vakhim e i suoi fratelli. Le riprese sono poi state realizzate ad agosto dello stesso anno.

Com’è stata concepita la composizione del film, nel fondere le immagini di archivio con quelle girate in Cambogia?
L’intento è stato quello di introdurre sin da subito questo linguaggio, mescolando le immagini di archivio con quelle ricostruite. Riuscire, così, in qualche modo, a rappresentare le immagini che Vakhim aveva dentro di sé. E poi, andando in Cambogia, è stato possibile ampliare questo linguaggio, raccontare di Vakhim, ma anche di tutti gli altri bambini e bambine che hanno condiviso con lui una medesima storia.
Abbiamo voluto creare un linguaggio in cui si passasse senza soluzione di continuità dal presente al passato, dalla realtà del momento all’incursione di un ricordo. I bambini cambogiani che interpretavano Vakhim e Maklin piccoli giocavano con i veri protagonisti della storia, per poi farsi da parte e lasciare spazio alla rappresentazione. Ad esempio quando viene evocato il ricordo di Maklin del parto di sua madre e della nascita del fratellino, lei entra improvvisamente in campo e alla fine della scena socchiude gli occhi, come a suggerire che le immagini viste siano una sua rievocazione. Non concepite come delle immagini separate, ma come immagini che si nutrono della stessa storia. Vediamo, ad esempio, il ricordo del campo di farfalle, delle sanguisughe, di Vakhim che porta al pascolo la mucca. Tante piccole ricostruzioni che vengono mescolate con il repertorio.
La storia intima, privatissima, di Vakhim e dell’incontro con lui, viene intrecciata anche alla storia internazionale delle adozioni. C’era l’idea che comunque non si potesse tacere questa storia delle adozioni internazionali. Quando cominciano ad arrivare queste lettere da parte della madre – era il 2017 e Vakhim aveva tredici anni -, abbiamo iniziato a scoprire lo scandalo delle adozioni in Cambogia, diventato in poco tempo un caso internazionale. Madri analfabete costrette a sottoscrivere documenti di formalizzazione dell’abbandono dei propri figli, di cui pensavano avrebbero sempre potuto ricevere notizie.
Oltre al livello privato, ce n’è un altro, quello sociale, gravissimo, drammatico, che è il rapporto che lega l’Occidente con i Paesi cosiddetti del Terzo mondo. Una questione che merita anche un ulteriore tipo di approfondimento. Pur non raccontando tutti i particolari di queste storie, l’intento è comunque quello di restituire una verità più profonda del dramma sociale, cosa significa essere strappati alla propria storia.

Una immagine del docufilm “Vakhim”

Quando hai scelto di essere anche la voce narrante del film?
Subito, perché questo mi permetteva di rimanere il più possibile fuori dal campo visivo. La voce narrante è un personaggio del film, rappresenta sia il mio sguardo che la storia di una madre che vive la storia di suo figlio. Per il Premio Solinas la voce narrante era stata pensata in prima persona, rivolta a Vakhim, come fosse una lettera indirizzata a lui. Poi alla fine, con Nicola Moruzzi il montatore del film, che è anche un regista, l’abbiamo ripensata in terza persona, come fosse un diario. E volevamo che non avesse una funzione anticipatrice degli eventi (nella seconda parte del film ciò non sarebbe stato comunque possibile perché vediamo e scopriamo le cose mentre accadono). Tuttavia, anche nella prima parte si è cercato di procedere insieme con lo spettatore in questa scoperta, per porsi nelle condizioni di ripercorrere quei momenti per come te li stavi vivendo lì, e quindi nell’inconsapevolezza. Questo ha permesso di andare fino in fondo alla storia e all’intento che ci si era prefissati.

Quando Vakhim è stato presentato al Premio Solinas, il titolo del progetto era La lingua salvata. Ci racconti perché?
Mi piaceva questo titolo, che è il titolo di un libro di Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza. Allo stesso tempo, mi riecheggiava questa storia della lingua madre, l’idea che nel primo anno di vita ci sia questa fusione tra il linguaggio e lo sviluppo. Poi, durante un incontro casuale a una festa di compleanno, lo psichiatra Massimo Fagioli disse a me e Simone, il mio compagno, dell’importanza che Vakhim, che era arrivato da pochi mesi in Italia, non perdesse la lingua madre. Purtroppo da noi non esiste un’ambasciata cambogiana né vi sono università che insegnano lo khmer.
Tuttavia, questa necessità di non perdere la lingua madre è diventata motivo di ricerca. Come si può non perdere la lingua madre? Come è possibile ‘ricrearla’? Trovare la sorella di Vakhim, farli rincontrare è stato fondamentale per questa ricerca. È stata una vera e propria conquista, anche perché Maklin, essendo la sorella maggiore, ha più ricordi della loro primissima infanzia, ed è sempre stata molto brava a tenere il filo del rapporto. Sono rimasti insieme, nell’Istituto dove la loro madre li aveva portati, per dieci mesi, fino a settembre quando lei è andata via. Il nostro incontro con Vakhim, invece, è avvenuto a dicembre. Oggi, Maklin ha deciso di venire a studiare a Roma, dove vive suo fratello Vakhim, mantenendo saldo e costante questo loro importantissimo rapporto.