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Macron e il ritornello del “meno peggio”

Emanuel Macron, qui da noi ritenuto da alcuni un luminare della politica, ha dimostrato in un sol colpo la naturale propensione di certi liberali, anche nostrani: fingere di voler sconfiggere la destra per mangiarsi voti a sinistra e infine governare con la destra con i voti incauti di chi ha creduto di concorrere all’altra parte della barricata.

Il fronte popolare che il presidente francese aveva evocato per arginare Marine Le Pen e il suo Rassemblemente National ha partorito Michel Barnier, esponente politico di destra di lungo corso, ex ministro degli Esteri ed ex Alto commissario europeo. 

Il più anziano primo ministro nella storia della quinta repubblica francese (Barnier ha 73 anni) prende il timone in nome di “un governo di unificazione al servizio del Paese e dei francesi”, perifrasi che rimanda quasi sempre ad alchimie politiciste. 

Il Nuovo fronte popolare, la coalizione di sinistra che aveva ottenuto il maggior numero di seggi alle ultime elezioni (pur restando molto lontana dalla maggioranza assoluta), rimane fuori dai giochi e promette battaglia. I macroniani di Renaissance (forti del loro misero risultato) accusano i socialisti di avere aperto la strada alla destra non appoggiando Bernard Cazeneuve. I liberali che accusano il centrosinistra di avere aperto la strada alla destra abbracciata dal loro leader è un antipatico vizio anche al di là delle Alpi. 

Chissà che ne pensano i commentatori italiani che si sono sbellicati applaudendo il “capolavoro politico” del presidente francese che – a detta loro – avrebbe dovuto disinnescare Le Pen. Ora diranno che la soluzione è la “meno peggio”. E il meno peggio è il viatico migliore per il peggio, sempre. 

Buon venerdì. 

In foto il manifesto lanciato dalla France Insoumise che invoca le dimissioni di Macron

L’invasione delle graffette e altri miti

Come accadde per la legge europea per la protezione dei dati personali, il Digital market act, approvato dal Parlamento europeo nel marzo scorso, sta generando attriti tra la Commissione europea e le imprese del settore. La Apple, infatti, ha annunciato che al momento, a causa di quelle norme, alcune funzioni non potranno essere disponibili per gli europei, che ne verranno penalizzati. Il conflitto è in corso e sembra destinato ad accentuarsi: da un lato vi sono minacce e pressioni per una diffusione più accelerata di queste tecnologie, dall’altro, da tempo, vi sono profonde preoccupazioni sui rischi sociali che esse possono generare. Un filosofo molto ascoltato negli ambienti della Silicon Valley, Nick Bostrom, ha addirittura ipotizzato che un algoritmo programmato per massimizzare la produzione di graffette potrebbe ricoprire l’intero pianeta di graffette, conducendo all’estinzione della nostra specie. Tesi insostenibile, certo, che però coglie un punto: affidare scelte economiche e sociali alle macchine può essere disastroso.
Purtroppo una macchina programmata per sfruttare ogni opportunità offerta dal mondo circostante, priva di remore morali e di rispetto della vita umana, è già qui e condiziona ogni aspetto della nostra vita. È la società per azioni. Ciò che è pericoloso, pertanto, non è la tecnica, ma una tecnica potentissima posta al servizio di grandi corporations che hanno come obiettivo non certo la massima produzione di graffette, ma il massimo profitto.
Un po’ di storia è sempre utile per focalizzare l’enormità della posta in gioco. Il punto di partenza per ricostruire come tale macchina sia stata costruita può essere individuato nel principio della responsabilità limitata, che tanti dibattiti ha suscitato nell’Ottocento. Con esso proprietari e azionisti che formano una società a responsabilità limitata sono responsabili solo con il capitale investito, lasciando i costi di un eventuale fallimento sulle spalle dei creditori. Al tempo quello che è ormai un principio giuridico consolidato trovò molti oppositori: essi sottolineavano che il principio basilare della responsabilità personale nella condotta degli affari non poteva essere abbandonato; i suoi sostenitori ritenevano invece che l’investitore non dovesse rispondere col suo patrimonio per la condotta di un’impresa di cui possedeva solo una parte. Prevalse l’idea che il benessere collettivo fosse favorito se si facilitavano gli investimenti, e il principio della responsabilità limitata è divenuto il cardine di ogni ordinamento.
Nel secolo successivo si pose il problema se una società dovesse o meno operare nell’esclusivo interesse degli azionisti. Nel 1914 Henry Ford decise di portare da 2,89 a 5 dollari l’ora il salario dei suoi operai. In seguito, piuttosto che distribuire dividendi straordinari, stabilì una riduzione dei prezzi del Modello T e un aumento degli investimenti. La sua idea era che i benefici dell’industrializzazione dovessero diffondersi nella società e non solo portare all’aumento dei già ingenti profitti degli azionisti. Egli fu citato in giudizio dagli azionisti di minoranza, e nel 1919, con una decisione che fece storia, il tribunale stabilì che il dovere di ogni società è di operare nell’interesse degli azionisti, escludendo ogni altra motivazione. La macchina disumana era pronta: con la responsabilità limitata gli azionisti sono responsabili solo per la quota investita nell’impresa; col principio della massimizzazione del valore per gli azionisti, conta solo l’interesse dei proprietari.

Antonello Pasini: «Il clima riguarda tutti, i politici ascoltino gli scienziati»

Come cambia il clima e come dobbiamo cambiare noi? Sono gli interrogativi cruciali di questi nostri tempi ed è anche il tema della conferenza che Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr e docente di Fisica del clima all’università Roma Tre, tiene al festival Con-vivere a Carrara il 7 settembre. Pasini è molto impegnato nella divulgazione scientifica ed è autore di saggi sulla crisi climatica, tra cui L’equazione dei disastri: cambiamenti climatici su territori fragili (Codice edizioni). Lo abbiamo intervistato.

Antonello Pasini

Professor Pasini, nel libro lei evidenzia che una delle cause del negazionismo climatico e dell’atteggiamento di chi minimizza in buona fede l’impatto dei cambiamenti climatici è la scarsa cultura scientifica in Italia e in primis un equivoco alla base tra i concetti di clima e meteo. Ci può spiegare meglio?
Molte persone tendono a interpretare cosa succede senza nessuna cultura scientifica, si tende a generalizzare e a far coincidere le proprie esperienze particolari con una tendenza generale di lungo periodo, incappando così in un forte bias cognitivo. Questo non va bene. Il clima ha una sua variabilità naturale, per cui ci può essere un anno più caldo o un anno più freddo, un’estate più calda o una più fredda. Ma quello che bisogna andare a vedere è la tendenza di lungo periodo, perché è su questa variabile che si misura il cambiamento climatico.
Quindi una volta gli eventi estremi erano meno frequenti?
Anche decenni fa c’erano i forti temporali, le burrasche, le ondate di calore e altri fenomeni climatici estremi, ma quanto erano più forti e quanto erano più frequenti lo si vede soltanto andando a vedere i dati. Ed è questo che facciamo noi scienziati: analizziamo il passato e riscontriamo, per esempio, che questo riscaldamento globale recente non ha precedenti storici. E questo dà un’idea di quello che sta succedendo, della gravità della situazione. Poi, certamente, ci sono quelli che dicono “Annibale ha passato le Alpi con gli elefanti”, “la Groenlandia è chiamata terra verde, allora vuol dire che una volta faceva caldo”. Ma le nostre analisi di dati in serie riscontrano come quei riscaldamenti abbiano colpito solo singole regioni del globo e siano compatibili con una variabilità naturale del clima. Il riscaldamento globale attuale colpisce il 98% della superficie terrestre nello stesso momento, è ubiquitario e sincrono. Questo vuol dire che ci dev’essere qualche elemento esterno che spinge tutto il sistema a cambiare e che contribuisce ad aumentare le temperature globali. E noi sappiamo benissimo quale sia questo elemento.

I beni culturali alla fiera delle riforme

Dal 1998 ai primi mesi del 2024 il ministero dei Beni culturali ha conosciuto 15 riforme. Mediamente una ogni anno e sei mesi. Una strabiliante e instancabile vocazione innovativa o un terribile stress? Si è trattato, in realtà, prevalentemente di faccende relative alla denominazione – ora infatti il ministero è intitolato alla Cultura e non più ai Beni culturali – oppure di questioni riguardanti gli assetti interni, dalla struttura di vertice fino alle diramazioni territoriali, cioè i musei e le soprintendenze. E dunque l’uso del termine riforma appare un po’ sproporzionato. Infatti con esso si è talvolta designato l’accorpamento di beni culturali e turismo o, al contrario, la loro separazione. È stata poi adottata la parola riforma quando si è introdotto il segretariato generale, come punto apicale della piramide, e anche quando il segretariato generale è stato abolito.
Qualcuno, tempo fa, ha parlato di “sciame normativo”, paragonando a un fenomeno sismico quel che accadeva al fragile edificio della tutela pubblica in Italia, con l’avvertenza che non di attività naturale si trattava, ma degli effetti tellurici di decisioni politiche. Qualcosa di molto simile a una riforma è accaduto però nel 2014, quando l’allora ministro Dario Franceschini, governo presieduto da Matteo Renzi, ha deciso che alcuni fra i più grandi musei e siti archeologici – gli Uffizi, Capodimonte, Brera, poi anche il Colosseo… – diventassero autonomi, si sganciassero cioè dalle soprintendenze, alle quali erano fino ad allora collegati, e acquistassero una loro personalità giuridica e istituzionale. I primi effetti si sono visti a partire dal 2015 e hanno interessato venti, quindi quaranta e infine, diventato ministro Gennaro Sangiuliano, sessanta istituti. (…)
Contemporaneamente all’istituzione dei musei autonomi un’altra riforma modifica gli assetti interni del ministero incidendo sulla struttura delle soprintendenze, alcune delle quali avevano già conosciuto modifiche riguardo alle competenze territoriali, con intere province che, facenti capo a un ufficio, si trovavano di colpo assegnate a un altro. La svolta avviene però quando si decide che in ogni regione ci sarà un’unica soprintendenza che accorpa quelle per il paesaggio, i beni architettonici, quelli storico-artistici e successivamente anche quelli archeologici (in alcune regioni, però, ci saranno anche più soprintendenze uniche). È una semplificazione? Così l’allora ministro Franceschini la promuove nelle interviste che rilascia. (…)

Alice Pasquini: «Un volto di donna per le città»

«Io spero che un giorno si arrivi alla parità, nel senso che le donne non avranno più bisogno di dimostrare nulla», dice Alice Pasquini, un’artista le cui opere figurano sulle superfici urbane, nei musei e nelle gallerie in tutto il mondo. Sono lavori che mettono al centro l’immagine femminile, perché «manca una narrazione delle donne», come dice in questa intervista in cui parla della sua formazione, delle sue idee sull’arte urbana e sul rapporto con la realtà in cui opera. Come il paese di Civitacampomarano (Campobasso) dove Alice Pasquini è la direttrice artistica del Civita CVTà Street Fest, che a giugno ha chiamato a raccolta artisti italiani e internazionali.
Alice Pasquini, com’è nata in te la scelta di diventare una street artist?
Prima del termine “street art”, che nasce attorno al 2009-2010, i lavori si chiamavano graffiti, erano “brutti e cattivi” e basta. Quanto a me, la passione per l’arte nasce molto presto, da bambina, ero convinta che fare arte, essere un pittore, fosse un lavoro. Era l’idea di società di una bambina… Però la passione è nata anni dopo in Accademia, nel senso che dopo aver fatto tutto il percorso funzionale, in teoria, per poter entrare nel mondo dell’arte, in un contesto molto più “antico” di quanto non sia adesso, la reazione al mio professore che mi diceva tutti i giorni: “l’arte è morta con Duchamp, finirete tutti a via Margutta, non troverete lavoro” mi ha portato a entrare in contatto con un’arte che per me era più vera. Quella che avevo conosciuto negli anni del liceo, quando la cultura hip-hop è arrivata in Italia, in ritardo rispetto all’America, ma che ha cambiato per noi, forse per una generazione, anche il modo di vivere la città.
In che senso?
Voleva dire, per esempio, che passavamo i nostri pomeriggi in strada, in piazza, mentre c’era chi faceva la break-dance su un pezzo di cartone con un altro che sapeva fare il suono della batteria con la voce; non c’era bisogno di andare nella migliore scuola di musica, o di danza, anzi, più eri originale, più inventavi una cosa tua, più eri tu a fare scuola per gli altri. In strada ho imparato a usare gli spray, uno strumento che nessuno mi avrebbe mai insegnato; così ho scoperto un nuovo modo di imparare l’arte, attraverso il contatto con la realtà, con il mondo. Un’arte comunque effimera, che quindi non pretendeva neanche di rimanere, ma allora per me era qualcosa di più entusiasmante, da un punto di vista artistico e personale.
Nelle sue ultime manifestazioni e tendenze la street art si è probabilmente sganciata dalla subcultura giovanile urbana, appunto, hip hop, break dance, rap, diventando una forma d’arte indipendente, a sé stante. Credi che ciò abbia giovato alla street art?
Intanto va detto che non si sa quanto la street art fosse una espressione artistica di rottura agli inizi, quando si andava a dipingere in strada senza nessuna idea da parte dei cittadini di cosa si stesse facendo. Sostanzialmente dovevi avere fegato. Oppure nel mio caso, visto che ho deciso di fare arte figurativa – perché quello era il mio background – il gap era: faccio un’arte classica in un luogo dove le persone portano i cani a spasso? Era questo il gap: la scelta dei luoghi che la città lascia abbandonati. Oggi, per i bambini, gli adolescenti – me ne rendo conto con mio nipote – è normale che ci siano dei disegni sui muri. Perché? Cos’è successo?

Lo sguardo di Nora

Ho conosciuto l’artista visiva e architetta Nora Lefa nel 2017 nell’antica capitale reale del Montenegro. Eravamo entrambi tutors all’interno di un progetto europeo Erasmus Plus rivolto a giovani provenienti da fasce deboli e svantaggiate. Fra loro vi erano soprattutto ragazze minorenni con alle spalle storie drammatiche fatte di migrazioni forzate, prostituzione, violenze, rapine, carcere. I Paesi coinvolti erano l’Italia, la Germania e, appunto, il Montenegro.
Il progetto, che sarebbe durato un anno, consisteva nel condurre un viaggio in questi Paesi, dove insieme ai partecipanti avremmo tentato di immaginare un percorso e cercato perfino di rappresentarlo attraverso il racconto, il video, la danza e il teatro.
La tappa più bella di questo viaggio avvenne in Montenegro, dove per quindici giorni, insieme al direttore del dipartimento dell’Accademia di arte drammatica di Cetinjie Edin Jasarovic, i ragazzi provenienti dai tre Paesi si incontravano, provavano, scrivevano, sotto il nostro occhio elettronico.
Nora svolgeva con loro un lavoro seducente e appassionante fatto di movimento, danza e arti sceniche. La serietà e la profondità del suo lavoro la si poteva misurare nella risposta dei ragazzi, tutti pronti a seguirla nelle sue articolazioni che puntavano a cercare una connessione profonda e personale con gli studenti, nel tentativo di liberare il potenziale di ciascuno, aiutandoli a comprendere la vera essenza di ciò che costituisce il vissuto interiore e provare a rappresentarlo attraverso gli strumenti dell’arte.
Quella scintilla, quella urgenza, quella corsa contro la perdita per far vivere i sogni profondi e le memorie più autentiche, sono l’essenza del percorso artistico di Nora Lefa, che si lega strettamente a quello umano e personale.
Dopo Cetinjie le nostre vite si sono rincontrate a Sarajevo, città in cui Nora è cresciuta – e in cui io avevo da poco finito di girare Bosnia Express -, dove ha conosciuto e gridato il suo primo amore, e da cui è fuggita allo scoppio della guerra del 1992-95, esule per lunghissimi anni prima a Creta e poi ad Atene. Riuscirà a rivedere la città bosniaca solo nel 2013.
Sarajevo è restato e resterà il suo palcoscenico reale e immaginario. Lo si vede percorrendo le sue opere, che scandiscono come episodi di un poema o atti di un dramma, la sua avventura artistica. Sarajevo è diventata per Nora, nel tempo, il luogo della memoria, della fantasia, ma allo stesso tempo il luogo reale. L’arte di Nora non si esaurisce in una galleria o in uno spazio chiuso rivolto alla contemplazione dei cultori d’arte, ma invade le strade, i muri dei palazzi martoriati dalla guerra, le piazze, i marciapiedi e perfino gli storici tram di Sarajevo.

Azar Nafisi: Cosa hanno in comune Trump e l’ayatollah…

L’arte è la più potente arma contro l’oppressione. Non a caso è il principale nemico di dittature e teocrazie. Un filo forte del pensiero lega il nuovo libro di Azar Nafisi, Leggere pericolosamente (Adelphi), ai lavori precedenti della scrittrice iraniana che da tanti anni vive esule negli Stati Uniti. Questo appassionante saggio, di cui parlerà il 23 settembre al Festival delle idee a Mestre (dopo aver ricevuto un premio a Pordenonelegge), forma una tetralogia intellettualmente sovversiva con altre sue opere come Quell’altro mondo, Leggere Lolita a Teheran e La repubblica dell’immaginazione.
«I dittatori e i tiranni odiano le idee e l’immaginazione. Le idee e l’immaginazione si oppongono alle dittature e alla tirannia perché sono conoscenze che mettono in collegamento le cose e permettono il cambiamento della realtà», risponde Nafisi a Left. «I tiranni e i dittatori odiano i cambiamenti e la libertà. Non solo: dittature e tirannidi si basano su falsità e menzogne. Ogni vera narrazione si basa su una polifonia di voci in dialogo tra di loro. Niente di più lontano da quello che succede in dittature e regimi».

Con Leggere Lolita a Teheran lei piazzò una vitale bomba intellettuale nel cuore del regime di Khomeini e fu espulsa dall’università di Teheran dove insegnava, anche perché si rifiutava di indossare il velo. Cosa pensa oggi di quella esperienza?
Con il mio Leggere Lolita ho cercato di creare uno spazio di libertà in cui si potessero leggere i libri e usare gli insegnamenti di scrittori e intellettuali senza paure di censure, punizioni, gabbie e prigionie. La consapevolezza che ne ho ricavato è che la letteratura è esattamente questo: libertà. Così come mi è capitato di conoscere l’Italia prima di venirci per la prima volta attraverso Collodi, Calvino, e ancora attraverso Antonioni, Rossellini e De Sica, così i miei allievi imparavano il mondo senza essere mai usciti dall’Iran.

Kamala Harris, “Yes, she can”

CHICAGO – «She did good», ci dice una ragazza afroamericana sui trent’anni mentre si sistema la borsa sulla spalla e se ne va dalla curva del Soldier Field, lo stadio del football di Chicago, dove l’associazione GoChiLife ha allestito un megaschermo per seguire in diretta il discorso di Kamala Harris alla Convention democratica. «È stata brava», ed è realmente soddisfatta di quello che ha visto.
In pochissime settimane, Harris è riuscita a riportare entusiasmo e gioia tra gli elettori dem, tutto quello che era mancato finché il presidente Biden era il candidato del partito. Una situazione che avrebbe potuto compromettere seriamente l’esito del voto del 5 novembre. E pensare che fino al ritiro di Joe Biden, la vicepresidente Kamala Harris era considerata l’anello debole di questa amministrazione, con indici di gradimento inferiori ai già bassi consensi del presidente.
Se è vero che c’è stato tanto entusiasmo, dentro e fuori la Convention, c’è anche chi ha contestato sia la candidatura di Harris, sia l’amministrazione dell’attuale presidente Joe Biden. Ci sono state diverse manifestazioni in concomitanza dell’evento politico più importante del Partito democratico, la più grande organizzata il giorno dell’apertura. Il tema erano la Palestina libera e la fine della guerra a Gaza. C’erano anche alcuni ragazzi delle proteste nelle università, tra cui una ragazza di Chicago (Illinois) e una di Denver (Colorado), che ci hanno raccontato come nei loro atenei la repressione della protesta sia stata abbastanza leggera, a differenza di Stati repubblicani come la Florida, dove ci hanno detto essere stati molto più severi con gli studenti che occupavano i campus. I manifestanti di lunedì 19 agosto non solo non sono entusiasti, ma probabilmente si asterranno completamente dal voto. I loro slogan sono «genocide Joe» e «killer Kamala», ma sono critici anche nei confronti di Trump. A un certo punto qualcuno sfonda le prime transenne che circondano il perimetro dello United Center, il palazzetto del basket che ospita la Convention, e la polizia lo blocca senza arrivare alla violenza. Il giorno prima c’era stata un’altra manifestazione, stavolta a tema diritti riproduttivi e aborto, e lì il clima era leggermente più fiducioso. Eppure, anche tra loro c’è chi non fa conto più di tanto sulla politica. È il caso di Jessica, per esempio, una giovane attivista afro-americana dell’associazione Plan C che sull’accesso all’interruzione di gravidanza ci dice che secondo lei è qualcosa che deve essere gestito dalle persone, dalla comunità, perché sul governo non si può fare affidamento.

Mayki Gorosito: Non c’è futuro senza memoria dei desaparecidos

BUENOS AIRES – Non erano solo minacce elettorali per solleticare il ventre molle della società argentina. La volontà da parte del presidente Javier Milei e del suo governo insediato a gennaio di quest’anno, di interrompere il processo di ricostruzione della verità e di giustizia per le vittime della dittatura civico-militare degli anni Settanta, più volte manifestata a parole arrivando a negare addirittura i 30mila desaparecidos, si è materializzata a metà di agosto scorso quando un decreto presidenziale ha stabilito lo smantellamento della Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi). Stiamo parlando di un ente pubblico che, attraverso la sua Unità investigativa speciale, indagava per restituire ai rispettivi familiari i corpi delle vittime non ancora ritrovati e i figli rubati a prigioniere incinte che dopo il parto furono fatte scomparire con i famigerati voli della morte.
Conadi dunque non ha solo contribuito in maniera determinante alle condanne dei repressori e alla ricerca che le Abuelas di Plaza de Mayo portano avanti da 47 anni in Sud America, in Europa e in Italia in particolare. È anche uno dei pilastri del Nunca más (Mai più, ndr), cioè della difesa della memoria di quanto accadde tra il 1976 e il 1983 in Argentina, insieme alle Abuelas, alle Madri di Plaza de Mayo e ad altre associazioni ed enti per i diritti umani. Tra questi spicca il Museo sitio de la memoria Esma (MsmE) che si trova a Buenos Aires all’interno della ex Scuola per ufficiali di marina dell’esercito (Esma), tristemente nota per essere stata diretta dall’ammiraglio Massera, numero due della giunta di Videla e iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, e il luogo da cui tra il 1976 e il 1978 scomparvero almeno 5mila persone. Per cercare di raccontare nel modo migliore cosa sta accadendo in Argentina abbiamo incontrato la direttrice del Museo, Mayki Gorosito e le abbiamo rivolto alcune domande.

Mayki Gorosito

Dottoressa Gorosito, sappiamo che i prigionieri del regime di Videla erano detenuti illegalmente e clandestinamente proprio nell’angusto sottotetto della palazzina in cui è stato realizzato il Museo, il cui contenuto si basa principalmente sulle testimonianze rese dai sopravvissuti durante i processi ai militari della giunta del 1985 e a quelli sulle violazioni dei diritti umani dal 2004 in poi. Motivo per cui è un punto di riferimento storico ma da un anno esatto è anche Patrimonio Unesco. Cosa rappresenta quindi non solo per gli argentini ma per l’intera umanità il Museo sitio de la memoria?
Queste mura sono state un centro di detenzione clandestina, tortura e sterminio. Il riconoscimento da parte dei Paesi membri dell’Unesco implica una maggiore visibilità a livello nazionale e internazionale di ciò che il sito museale simboleggia e testimonia. Vale a dire da un lato la denuncia del terrorismo di Stato basato sulla sparizione forzata di persone e dall’altro il valore del consenso sociale come mezzo per raggiungere la giustizia e perseguire il Nunca más. Ma essere Patrimonio Unesco implica anche una maggiore protezione di tutto questo, oltre quella già garantita dal fatto di godere dello status di prova giudiziaria, di monumento storico nazionale e di bene culturale del Mercosur (il mercato comune dell’America meridionale, ndr). Difatti lo Stato argentino è obbligato a preservare e conservare non solo l’edificio e le sue istituzioni e professionalità, ma anche a fornire le risorse necessarie per la gestione e l’adempimento delle funzioni in conformità con il decreto di realizzazione del Museo.

Le idee di Lombardi, così vitali per la sinistra

Sono passati quarant’anni dalla scomparsa di Riccardo Lombardi avvenuta a Roma il 18 settembre 1984; era nato a Regalbuto, in provincia di Enna, il 16 agosto 1901. Lombardi è stato una figura di primo piano della politica italiana, dall’impegno nella lotta al fascismo, alla vicenda del socialismo italiano – passando per il Partito d’Azione di cui fu uno dei leader di maggior livello – e la sua figura, il suo pensiero, ci consegnano una riflessione ampia su una questione centrale dei nostri tempi: sul socialismo e sul fatto che la crisi mondiale ne rilanci la necessità senza, peraltro, che se ne prenda atto così come la realtà ci dice si dovrebbe.
Nel nostro Paese, poi, la questione dovrebbe essere più che altrove all’ordine del giorno vista la svolta a destra del quadro politico; di una destra che “discende per li rami” direttamente dal fascismo repubblichino di Salò.
Riflettere su Lombardi significa farlo avendo presente l’assenza di una sinistra organizzata. Chi sostiene non esservi oggi lo spazio per un soggetto simile mentisce sapendo di mentire, poiché in politica lo spazio si conquista non regalandolo nessuno. Lo si conquista mettendosi seriamente in gioco come movimento di popolo portando una visione precisa del mondo e di cosa si vuole cambiare, di chi si vuole rappresentare; in nome di quali idee, del futuro concreto che si propone; insomma, di un “pensiero compiuto”.
In un’epoca in cui lo stesso “pensiero” è anch’esso in crisi, non è facile, ma non esiste un’altra strada. Alla metà degli anni Trenta il liberalismo entrò in crisi; oggi registriamo la crisi della democrazia le cui ragioni risiedono in quelle stesse della politica tout court poiché, quando essa cessa di essere la regola dei sistemi liberi, essi divengono subalterni al mercato senza regole e al capitalismo finanziario con la conseguenza che il meccanismo di relazione si rompe e le quotazioni borsistiche prevalgono sulle scelte politiche condizionandole pesantemente. La progressiva frammentazione sociale riaccende i nazionalismi, si smarrisce il senso stesso della convivenza tra i popoli e si riaffacciano prepotenti i nazionalismi e le ambizioni imperialistiche.