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Maria Elena Boschi, un anno rovinato sul finale

Diciamo che l’anno poteva anche chiudersi meglio per Maria Elena Boschi, anche se il tifo dei fan, impegnati a magnificare la sua difesa in aula e a rilanciare il video del suo intervento, che mischiava momenti emotional alla più saccente retorica boschiana, avranno allietato le pene della vicenda di Banca Etruria. Il superministro del governo Renzi ha incassato un voto blindatissimo, superando quello che non a torto è stato descritto come un autogol delle opposizioni, cinque stelle in testa. Stilisticamente impeccabile è stata l’arringa difensiva del ministro, che ricordiamo è avvocato civilista, tra il conteggio delle azioni paterne e il ritratto di una tipica famiglia operosa, di provincia.

Ha raccontato ai deputati, Maria Elena Boschi – e non si capisce bene cosa c’entrasse con le osservazioni delle opposizioni sul buco della banca di cui il padre è stato a lungo consigliere e poi vicepresidente ma tant’è – delle origini contadine del padre. E un suo ritratto, dunque, non può che cominciare così: «Io e i miei fratelli», racconta Boschi, «sappiamo quello che ha fatto mio padre per farci studiare, lui, figlio di contadini che per laurearsi faceva cinque chilometri al giorno a piedi, cinque all’andata e cinque al ritorno, e quaranta minuti di treno».

Ma come si arriva dalla campagna, dunque, a palazzo Chigi a soli 34 anni, giusto in tempo per dire compiaciuti «capisco di poter attirare invidie e maldicenze»? Ci si arriva con il treno di Matteo Renzi, partito dalla stazione Leopolda, sì, ma ci si arriva da più lontano, con un esordio a diciannove anni nel partito popolare. Poi serve molta buona stampa. I titoli giusti sui quotidiani e non solo. Una tosta, per dire, è il titolo della biografia che le hanno dedicato i giornalisti Alberto Ferrarese e Silvia Ognibene, per Giunti, già autori di «Matteo il conquistatore». Solo Bruno Vespa sa fare di più: Donne d’Italia. Da Cleopatra a Maria Elena Boschi storia del potere femminile, è il titolo dell’ultima fatica.

Renzi e Boschi si conoscono politicamente dopo un errore della nostra tosta potente che sostenne la candidatura, alle prime primarie fiorentine che videro in campo Matteo Renzi, del dalemiano Michele Ventura. Tutto si perdona però, e l’occasione per far pace pare fu una relazione preparata da Boschi, all’epoca collaboratrice nello studio dell’avvocato Umberto Tombari sulla privatizzazione dell’Ataf, una delle mosse amministrative più contestate a Renzi dalla sinistra fiorentina. Lo dicono Ferrarese e Ognibene, che raccontano come il rapporto tra i due così si cementò: «Ben impressionato dal lavoro della giovane avvocatessa, Renzi la insediò nel Cda di Publiacqua». Da lì Boschi si è dimessa il 4 giugno 2013 con l’elezione alla Camera dei deputati. In mezzo i rapporti tra famiglie amiche (i Boschi, i Renzi, i Lotti. E poi Serra) che abbiamo scoperto esserci in provincia e non solo nelle grandi e corrotte città, e le Leopolde organizzate che ormai sono sei, con questa che è stata la più difficile, rovinata dalle vicende di Banca Etruria.

E infatti dicevamo che poteva anche chiudersi meglio l’anno per il ministro Boschi. Poteva fermarsi alle voci che la incoronavano già successore del leader, che la immaginavano già in corsa per palazzo Chigi. Prima donna, con una rete di relazioni molto estesa e un alto consenso dentro lo stesso palazzo Chigi. E invece l’anno si chiude con il malocchio di Daniela Santanché, che avanza una previsione non così azzardata. Con Libero Santanché nota come Renzi «già non si faccia più fotografare con lei». «Alla Camera per la fiducia lui non è andato a mostrarle solidarietà anche se il voto favorevole era scontato», è la cronaca, «ma il colpo di scena sarà sulla legge elettorale. Boschi, stai serena, mi viene da dire. È ormai chiaro che l’Italicum è un autogol e che se Renzi andasse al ballottaggio, il Movimento Cinquestelle avrebbe serie possibilità di batterlo. Quindi, sei mesi prima delle elezioni, Renzi cambierà la legge, passando sopra la Boschi come uno schiacciasassi».

Non dimenticarsi gli anni da dimenticare

capodanno

Se dovessi farmi un augurio, pensare a che forma dovrebbe avere il prossimo anno che tra qualche ora viene, non potrei evitare di ricordarmi di mio nonno Cleto, alla sera, nei giorni che vengono appena prima di capodanno. Stava fermo per decine di minuti, in salotto, come potrebbe stare ore una statua di sabbia quando non c’è vento, e fissava un punto qualsiasi che, potevi scommetterci, non era mica intorno ma dentro. Sì, dentro: seduto in un angolo nel suo costato. Con quello sguardo lì.

Non aveva mai raccontato della guerra, della prigionia o di com’era bella quell’Italia povera ma fremente di speranza; riuscivamo a sapere qualcosa di lui se capitava uno di quei compiti a scuola per cui interroghi il nonno. Poca roba: dettagli minimi, le vicende generali e un racconto anestetizzato prima di essere detto. Eppure bastava un suo cenno e subito gli ritrovavi il capitolo scritto in qualche parte della faccia, in una ruga che diceva della paura o in un angolo della bocca che aveva scritto di tutto il freddo. Gente così, i nonni della mia generazione, con la voce come sottotitoli di tutto il resto che comunque scorre.

Quando si incastrava zitto, il nonno, nei giorni ultimi di dicembre, l’ho capito solo dopo, stava seduto nel suo costato per fare l’inventario di tutte le storie che conteneva. Dentro quel silenzio c’era l’operosità polverosa e compita di chi infila faldoni attaccandogli le etichette sui dorsi, c’era dentro tutto lo sforzo di un muscolo, quello della melmoria, che al contrario di tutti gli altri si allunga invecchiando, agile con gli anni mentre tutto intorno si sclerotizza.

Ecco, se dovessi pensare ad un buon proposito per l’anno che viene vorrei che davvero si possa non dimenticare. Non dimenticare nemmeno le ingiustizie minime o i propositi più lontani. Tenere tutto. Ricordarsi bene di non dimenticare soprattutto gli anni da dimenticare. Come questo che passa. Come nonno.

Ne parleremo nel 2016: Corbyn il laburista che piace ai giovani ma non ai suoi deputati

Vestito con una semplice giacca a vento, serio e preoccupato, si ferma a parlare con una signora che ha avuto l’appartamento allagato. Insieme con i vigili del fuoco, cammina tra i divani e i mobili spostati sulla strada ad asciugare. E promette: «Il partito laburista farà di tutto per garantire che la Gran Bretagna rispetti ed applichi  l’accordo sul clima siglato a Parigi». Jeremy Corbyn non si smentisce e l’immagine che ha dato dopo l’alluvione di Cockermouth e Carlisle in Cumbria qualche settimana fa ben rappresenta il personaggio. Perché il leader laburista che si definisce socialista  ama stare in mezzo alla gente.

Ma chi è Jeremy Bernard Corbyn? Ciclista convinto, pacifista, vegetariano da quasi cinquant’anni, tre mogli e tre figli,  il 66enne nato a Chippenham è la vera sorpresa della politica britannica del 2015. E forse, chissà, anche a livello europeo Corbyn può rappresentare una risposta alla politica dell’austerità. Owen Jones, l’editorialista del Guardian, ha ben evidenziato (su Left n.49) come Corbyn sia riuscito a intercettare «il malcontento di una generazione penalizzata dal debito, dall’instabilità lavorativa, dall’assenza di alloggi a prezzi accessibili e dalla distruzione del sistema di previdenza sociale».

«Assistenza sanitaria per tutti, salute mentale per tutti, educazione per tutti. E una politica per la casa che favorisca i giovani». A cento giorni dalla sua nomina a segretario del Labour, Corbyn non rinuncia alle idee che sono state le ragioni del suo successo. Quando il 12 settembre è diventato segretario del Labour Party con il 59 per cento delle preferenze – con moltissimi giovani inglesi che si sono iscritti al partito
proprio per votarlo – , schiacciando sonoramente quello che era il favorito, Andy Burnham, Corbyn vantava 32 anni di militanza nell’ombra del partito. Stupore, rabbia all’interno del Labour più consrevativo e soddisfazione da parte dei Tory che sperano in scivoloni futuri di Corbyn: questo il clima in cui è nata la sua vittoria.

Per contrastarlo, era sceso in campo lo stesso Tony Blair. Da che pulpito verrebbe da dire, visto che l’ex leader laburista, dopo un mese dall’elezione di Corbyn si è scusato pubblicamente per la guerra in Iraq. Comunque la lettera di Blair – che in Italia è stata pubblicata in un’intera pagina dal Corriere della Sera – non è riuscita a ostacolare l’ascesa di questo signore dalla bella barba bianca che parla un inglese semplice e usa spesso nei suoi interventi la parola “passione”. Il suo partito ha dovuto prendere atto dei cambiamenti: 500mila iscritti, sono una linfa vitale per il Labour. Rinazionalizzazione delle ferrovie e dei servizi pubblici, lotta alle diseguaglianze, pacifismo a oltranza: questi i punti di forza di una politica che si pone decisamente controcorrente rispetto a quella dei suoi predecessori.

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(La copertina di Left dedicata a quello che diventerà il leader laburista)

Sono intervenuti anche 41 economisti per sostenere la cosiddetta Corbynomics, cioè politiche statali in grado di favorire investimenti pubblici. Tra questi Marianna Mazzucato e David Blanchflowerm che è stato membro del Monetary Policy Commitee della Bank of England. Che cosa sostengono questi economisti e docenti universitari nella loro lettera diffusa prima della vittoria di Corbyn? «Tagliare gli investimenti pubblici in nome della prudenza è un errore poiché ciò limita la crescita, l’innovazione e gli incrementi di produttività, mentre invece la nostra economia avrebbe proprio bisogno di migliorare in tutti questi àmbiti». La politica estremista quindi non è quella di Corbyn, secondo questi economisti, ma del governo di Cameron che taglia la spesa sociale.

Ma fin da subito non sono state rose e fiori per Corbyn segretario del Labour. Se infatti i militanti stravedono per lui, lo stesso non si può dire per i parlamentari laburisti e per i membri storici del partito. Anzi. Lo si è visto al momento del voto sugli attacchi aerei in Siria dopo gli attentati terroristici di Parigi. Sono stati 67 su 232 i parlamentari del Labour che hanno votato secondo le direttive di Cameron. Netto invece il no di Corbyn all’intervento militare. Così come è stata chiara la denuncia del comportamento di Cameron che ha svuotato il dibattito chiamando «quelli che votano contro l’estensione degli attacchi aerei simpatizzanti dei terroristi».

Nel video qui sotto il dibattito, nel quale si notano un paio di interventi che prendono le distanze dal segretario del Labour

Come ha scritto Tariq Ali su Il Manifesto del 15 settembre, l’opera di Corbyn non sarà facile. «E’ fondamentale che ci sia un movimento potente fuori dal parlamento; è l’unico modo per assicurare che l’agenda di Corbyn possa essere pienamente onorata». Si tratta di avere pazienza, anche perché la realtà è che molti laburisti al Parlamento hanno approvato i provvedimenti di austerity. Del resto, Tony Blair e il blairismo hanno pesato tantissimo. Sarà vero che, come scrive Ali, «I morti viventi hanno perso e la politica inglese è tornata a vivere?». Dimostrare questo è la grande sfida che attende Corbyn nel 2016. E non sarà facile.

 

Ai Wei Wei fotografa e solidarizza con i rifugiati a Lesbos

Secondo l’Unhcr a Lesbos quest’anno sono sbarcate più di 400mila persone, ovvero la metà di tutti gli arrivi di rifugiati in Grecia. Molte per un’isola di 80mila abitanti. Lesbos è la Lampedusa greca ed è diventata un simbolo. E proprio per questo Ai Wei Wei ha scelto di andare a fotografare la situazione. Un modo di fare arte e di denunciarla, usando il proprio status di star mondiale dell’arte e della rete. Ai Wei Wei aveva già manifestato a Londra per i rifugiati assieme ad Anish Kapoor, altra superstar dell’arte contemporanea. Di seguito alcune delle foto scattate in questi giorni dall’artista cinese. Vale la pena di vederle tutte sul suo account InstagramNei giorni scorsi c’era stata anche Susan Sarandon, due tweet con alcune foto in fondo a quelle dell’artista cinese.

Una foto pubblicata da Ai Weiwei (@aiww) in data:

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Un video pubblicato da Ai Weiwei (@aiww) in data:

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Dai 600 anni di Piero a Pollock e Rodchenko. Le mostre del 2016

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L’anno dell’arte si apre il 29 gennaio con l’edizione 2016 di Arte Fiera a Bologna che, fino al primo febbraio, festeggia quarant’anni a Bologna Fiere con 221 espositori e 190 gallerie. Voltato l’angolo di gennaio, anche il 2016 si annuncia come un anno pieno di opportunità per gli appassionati d’arte. Ecco alcune mostre da appuntare in calendario

Piero della Francesca, Urbino
Piero della Francesca, Urbino

Piero della Francesca a Forlì
Nel 2016 saranno sei secoli dalla nascita del pittore de La città ideale. E Forlì si cimenta in una bella sfida: riunire nei Musei San Domenico (dal 13 febbraio al 26 giugno 2016) un discreto nucleo di opere di Piero della Francesca, “artista tanto sommo quanto raro”, orchestrando un confronto con altri maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano a Beato Angelico, da Paolo Uccello a Andrea del Castagno. Interessante sarà vedere anche i risultati della ricerca che il comitato scientifico guidato da Antonio Paolucci ha intrapreso per questa occasione, ovvero , raccontare l’influsso di Piero sulla generazione di artisti successiva e che annovera, fra gli altri, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì e soprattutto Giovanni Bellini e Antonello da Messina.

Ensor Masksdeath
Ensor Masksdeath

Simbolismo a Milano
Dal 3 febbraio al 5 giugno in Palazzo Reale a Milano si terrà una grande mostra dedicata al Simbolismo, quel filone che si sviluppò alla fine dell’Ottocento che cercava di indagare la psiche e “gli aspetti emotivi” della realtà, in letteratura, in poesia, a partire da, I fiori del male di Baudelaire, ma anche in pittura, in scultura, in musica, dominate da immagini oniriche e fantastiche. la mostra promossa da 24 Ore cultura  racconta il simbolismo attraverso opere di James Ensor, Moreau, Redon e Böcklin  i suoi protagonisti di quella stagione. In un percorso che squaderna circa150 opere tra dipinti, sculture e oggetti d’arte provenienti da musei italiani ed europei oltre che da collezioni private, “rievocando l’ideale aspirazione del Simbolismo a raggiungere un effetto unitario per creare un’arte totale”.

Rodchenko
Rodchenko

Aleksander Rodchenko a Lugano
Dal 27 febbraio all’8 maggio 2016 il Museo Masi di Lugano, in collaborazione con Skira, presenta una mostra monografica dedicata a un grande protagonista dell’avanguardia russa del Novecento,  Aleksandr Rodchenko (1891-1956). L’impronta creativa espressa dagli artisti di quegli anni rivoluzionari  ispira ancora oggi i movimenti artistici contemporanei e trova riflesso anche nelle più recenti forme del design e della grafica. La mostra, che raccoglie 316 opere, documenta la carriera di Rodchenko includendo anche le creazioni nate dalla collaborazione con altri artisti, primo fra tutti l’amico poeta Vladimir Majakovskij: dando spazio sia alle celebri affiche pubblicitarie che ai geniali fotomontaggi di propaganda politica, ma anche  alle fotografie in cui Rodchenko documenta la Mosca degli anni Venti, da punti di vista inediti, con arditi scorci architettonici entrati nell’immaginario visivo della modernità.

Giorgione La tempesta
Giorgione La tempesta

Aldo Manuzio, il Rinascimento a Venezia
Dopo la mostra dedicata agli incunabula a Milano, Venezia celebra il suo più celebre stampatore, Aldo Manuzio, che fece della città il più grande centro culturale europeo, con una grande mostra alle Gallerie dell’Accademia squadernando capolavori di Giorgione, Carpaccio, Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Tiziano, Lorenzo Lotto, Pietro Lombardo e molti altri. Dal 19 marzo al 19 giugno 2016, la mostra Aldo Manuzio. Il rinascimento di Venezia – curata da G. Beltramini, D. Gasparotto e G. Manieri Elia – racconta l’età d’oro di Venezia, città libera dal dominio papale che con i suoi 150mila abitanti nel XVI secolo fu una tra le più ricche e e fiorenti città, dove le arti e la cultura conobbero uno straordinario sviluppo.

Parmigianino, autoritrattoCorreggio e Parmigianino a Roma
Non ha ancora una data precisa di inaugurazione, ma si sa che si terrà in primavera a Roma la mostra dedicata a due maestri dell’arte della prima metà del Cinquecento, entrambi nati a Parma, che hanno saputo rappresentare, con stili diversi, l’universo femminile in modo sensibile e affascinante. Curata da David Ekserdjian la mostra mette a confronto nelle Scuderie del Quirinale l’arte di  Correggio (1489-1534) e quella di Parmigianino (1503-1540), presentando una selezione di capolavori che mostrano la carica emotiva e la gamma di sentimenti espressi dal Correggio pittore di immagini religiose e di soggetto mitologico, mentre, di Parmigianino – la cui  breve e folgorante carriera lo vide attivo a Roma e a Bologna – in primo piano ci sarà soprattutto il suo straordinario lavoro nell’ambito del ritratto e dell’autoritratto (qui sopra il suo celebre autoritratto allo specchio del 1524, conservato a Vienna).

Pollock
Pollock

Pollock e altri artisti del Guggenheim a Firenze

Sal 19 marzo al 24 luglio 2016 un centinaio di opere del Museo Guggenheim saranno in mostra a Palazzo Strozzi a Firenze. Si tratta di quadri delle avanguardie storiche realizzati fra gli anni Venti e gli anni Dessanta del Novecento, comprati in Europa e in America dai collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.
Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York il percorso è punteggiato di opere di Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità della Scuola di New York, da Jackson Pollock, a Marc Rothko,  per arrivare a Wilhelm de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Mirò a Milano
Mirò a Milano

Joan Mirò al Museo delle culture a Milano
“La forza della materia”, recita il sottotitolo della personale di Mirò che si aprirà  il 25 marzo per arrivare fino al 31 luglio 2016. Dopo la grande mostra dedicata a Gauguin, il Museo delle culture (Mudec) , sempre in collaborazione con 24 Ore Cultura continua il percorso dedicato agli artisti che hanno guardato al primitivismo delle culture. Questa monografica  dedicata a Miró è curata da Teresa Montaner Chief Curator della collezione Fundació Joan Miró di Barcellona e propone un centinaio di opere dalla collezione della Fundació Joan Miró di Barcellona e da quella della famiglia dell’artista.

Duchamp L.H.O.Q.
Duchamp L.H.O.Q.

Duchamp, Dada e new Dada ad Ascona.
Per i cento anni del movimento Dada, nato a Zurigo al Caffè Voltaire nel 1916 da artisti che cercavano di ribellarsi ai venti di guerra, il Museo comunale d’arte moderna di Ascona presenta dal 27 marzo al 26 giugno 2017 una mostra dedicata ai principali protagonisti del movimento e a Duchamp, che ne incarnò lo spirito irriverente e corrosivo in Francia, gettando le basi del Surrealismo. La mostra realizzata in collaborazione con lo Staatliches Museum di Schwerin (che per l’occasione presta una parte della propria collezione) accende i riflettori sulla critica che i dadaisti avanzarono con forza “ai falsi valori del progresso borghese, le certezze e i sistemi costituiti, rompendo con ogni schema razionale”. E in campo artistico abbattendo le barriere fra i generi e i canoni prestabiliti, convinti che una nuova arte potesse nascere solo facendo piazza pulita dell’accademismo e della tradizione.

Busto di donna National Museum

L‘Orlando furioso a Ferrara
Per i cinquecento anni del capolavoro di Ludovico Ariosto, dal 24 settembre 2016 all’8 gennaio 2017, Palazzo dei Diamanti dedicherà una grande esposizione al capolavoro della letteratura italiana del Cinquecento, l’Orlando furioso. Classico della letteratura cinquecentesca, scritto nella Ferrara estense, qui ebbe la prima edizione a stampa nel 1516. A ricreare le avventure cavalleresche, gli amori, gli incantesimi di questa seducente narrazione aristesca, nella mostra curata da Guido Beltramini e Adolfo Tura, sono le opere che a questo testo dedicarono i maggiori artisti dell’epoca da Giovanni Bellini a Andrea Mantegna, da Giorgione a Dosso Dossi, da Raffaello a Leonardo, da Michelangelo a Tiziano.

Ai Weiwei
Ai Weiwei

Ai Weiwei a Firenze
La città del Rinascimento si apre al contemporaneo con la mostra dell’artista Ai Weiwei. Già il 22 dicembre scorso lo scultore, performer e progettista cinese ha fatto un primo sopralluogo a Palazzo Strozzi, che sarà cornice di una sua personale. Da sempre impegnato nella lotta per i diritti umani, Ai Weiwei è stato tenuto prigioniero in isolamento e picchiato fin quasi alla morte nel suo Paese. Per ora sono note soltanto le date, dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017 e i luoghi della sua mostra che si dipanerà nel cortile e nel piano nobile dello storico palazzo fiorentino coinvolgendo anche il Centro di cultura contemporanea Strozzina.

 

Vincent van Gogh
Vincent van Gogh

Gli impressionisti a Treviso
Per i vent’anni di Linea d’ombra, il curatore Marco Goldin torna ad organizzare una grande mostra dedicata all’Impressionismo a Treviso, dedicandola ai protagonisti, da Monet a Degas, aprendo una importante finestra su artisti come Gauguin e Van Gogh che dal movimento francese presero alcuni spunti per poi svilupparli in modo del tutto originale. La mostra, che si terrà nel Museo di Santa Caterina dal 29 ottobre al 19 aprile 2016, indaga le radici dell’impressionismo nell’età di Ingres e di Géricault, come dialettica fra apollineo e dionisiaco in Francia per poi arrivare al Salon e alla scuola di Barbizon di Corot e Millet. A Cézanne “che spalanca le porte al Cubismo picassiano” è affidato il finale delle nove sezioni della mostra.

Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi, Jael

Artemisia Gentileschi a Roma
Dal 30 novembre all’8 maggio 2017, in Palazzo Braschi a Roma, si terrà una grande restrospettiva dedicata ad Artemisia Gentileschi, una delle più note pittrici del seicento italiano, che seppe farsi strada in un mondo di artisti uomini, avendo il coraggio di denunciare la violenza che aveva subito da un collega. Nella capitale, per iniziativa di Arthemisia group, si potranno vedere alcuni dei più importanti quadri firmati dall’artista romana che fece tesoro della lezione di Caravaggio, che, si ipotizza,  ebbe modo di conoscere anche personalmente.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/simonamaggiorel” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

Nel 2016 ne sentirete parlare: Fatele largo, arriva Cecilia

La scena l’ho immaginata così. Attori e comparse della nostra “infinita non-sinistra” che le fanno largo. Lasciatela passare, arriva Cecilia.

Cecilia Strada, figlia di Gino Strada e Teresa Sarti, fondatori di Emergency. Lei, Teresa, figlia di una casalinga e di un idraulico, si laurea in Lettere moderne e si dedica all’insegnamento; comincia in una scuola media, nel quartiere della Bicocca a Milano. Lui Gino Strada, chirurgo di guerra. I due si amano così:strada realizzando Emergency e Cecilia. Loro unica figlia. Nata a Milano nel marzo del 1979, Cecilia si è laureata in Sociologia con una tesi sulle donne afgane. È cresciuta dentro gli ospedali del padre nutrendosi delle idee di sua madre. Per quindici anni è stata volontaria di Emergency. Poi ha lavorato nell’ufficio Missioni estere dell’associazione. è stata in Afghanistan, Cambogia, Iraq, Sudan, Sierra Leone e Palestina.

Dal 21 dicembre del 2009 è presidente di Emergency. Pace, solidariètà e rispetto dei diritti umani. Il primo per cui si batte? Garantire a tutti il diritto a essere curati, sancito anche dalla nostra Costituzione (art. 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.»). Si batte da anni contro l’idea di una sanità a pagamento, costruendone al contrario una di alto livello e gratuita. Emergency lo fa dal 1994. E da associazione umanitaria italiana, è passata ad essere prima Organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus) e poi Organizzazione non governativa (Ong). Dal 2006 è partner ufficiale del Dipartimento dell’informazione pubblica delle Nazioni Unite.

A Cecilia Strada, il 30 maggio scorso, Left ha dedicato una copertina dal titolo Elogio della gentilezza e in una Left_Cover_N20_30Mag2015lunga intervista di Giulio Cavalli ci ha spiegato perché la Sinistra si debba riscoprire buona, anzi giusta. Anche nell’uso delle parole. Oggi ha un compagno, Maso Notarianni, giornalista, e da pochi mesi un bimbo.

Diciamo che lei la Sinistra la “fa”. La costruisce tutti i giorni e in quasi tutto il mondo. E poi la Sinistra la è. Perché fa “stare bene” le persone, le rende uguali qualunque sia la parte del mondo in cui si trovino o vogliano andare e perché della “non violenza” ha fatto la sua vita e la sua ricerca. Ricerca incessante di nuovi linguaggi e nuovi strumenti, come molte delle sue dichiarazioni rilasciate negli anni dimostrano: «La coazione a ripetere gli stessi errori oggi rischia di non conoscere ostacoli. Per questo sono convinta che dobbiamo cercare di elaborare nuovi linguaggi e nuovi strumenti, forse la nostra dialettica pacifista non è più sufficiente. Oltre alla motivazione etica per cui bisogna schierarsi contro la guerra dobbiamo spiegare perché la guerra non serve, perché è inutile. Per la prima volta, nelle nostre città, abbiamo conosciuto una tragedia simile a quella che si consuma in un ospedale bombardato, lo dico non per giustificare o cercare di capire, lo dico perché sia evidente l’oscenità della violenza che genera solo violenza».

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«La coazione a ripetere gli stessi errori oggi rischia di non conoscere ostacoli. Dobbiamo cercare di elaborare nuovi linguaggi e strumenti, forse la nostra dialettica pacifista non è più sufficiente. Oltre alla motivazione etica per cui bisogna schierarsi contro la guerra dobbiamo spiegare perché la guerra è inutile».

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Così dichiarava al quotidiano il Manifesto dopo i fatti di Parigi, e ancora «I profughi scappano e cercano di entrare in Europa proprio a causa del fallimento delle nostre politiche aggressive, non accoglierli oltre che profondamente ingiusto alimenterebbe la propaganda dell’Isis. Bisognerebbe poi interrogarsi anche su questi assassini di poco più di vent’anni nati nelle periferie di Bruxelles o Parigi, e domandarsi come mai non si sentono parte di questa Europa. Ho letto su Liberation un articolo sulla scuola e ho trovato una risposta interessante che non c’entra niente con la guerra e con le bombe: diceva che per sconfiggere il terrorismo forse bisogna pagare di più gli insegnanti». Medicina, diritti, non violenza, scuola, uguaglianza.

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Nel settembre del 2014 scrisse una lettera in occasione del festeggiamento dei 20 anni di Emergency in cui scriveva così:

«Cari amici, Emergency compie vent’anni. Se questi vent’anni fossero una scatola, sarebbe piena di ricordi dei sedici Paesi in cui abbiamo portato aiuto. Dentro ci sarebbe una punta di lancia. Viene dal Ruanda: 1994, il primo intervento di Emergency. Siamo entrati nell’ospedale di Kigali, che era stato abbandonato, abbiamo riaperto il reparto di ostetricia, dove 2.500 donne hanno ricevuto assistenza e fatto nascere i loro bambini, e quello di chirurgia d’urgenza, curando 600 feriti di guerra. La punta di lancia l’abbiamo trovata entrando nell’ospedale abbandonato. Era vicino a un paziente: era stato ucciso nel proprio letto. Questa è la guerra…

Dovrebbe essere una scatola molto grande, per poter contenere le migliaia di disegni che i nostri piccoli pazienti hanno colorato: magari stesi per terra nelle sale giochi degli ospedali, magari in giardino, il giorno delle dimissioni, per farci un regalo prima di tornare a casa. Sarebbe una scatola piena delle pulitissime divise del nostro personale, simbolo di lavoro, formazione, riscatto sociale… Un posto particolare nella scatola lo avrebbero le foto delle nostre colleghe: è un’altra cosa di cui possiamo andare fieri. Riusciamo a dare loro un’istruzione e a farle lavorare insieme agli uomini anche nei contesti più difficili per le donne.

Nella scatola ci sarebbe anche una tempesta di sabbia del deserto sudanese, dove il Centro Salam di cardiochirurgia ripara cuori di adulti e bambini che altrimenti non avrebbero possibilità, ci sarebbe la giungla cambogiana dove abbiamo curato troppi feriti da mina, ci sarebbero le arance che crescono nel nostro poliambulatorio a Palermo, il sole della Sierra Leone che batte sul Centro chirurgico e pediatrico, ci sarebbero i metri di neve che le nostre ostetriche e infermiere attraversano, in mezzo a una montagna dove non ci sono strade, per dare un’opportunità di cura alle donne incinte e ai neonati che vivono lì.

Se questi vent’anni fossero una scatola, sicuramente ci sarebbe dentro una maglietta con il logo rosso: una per tutte le magliette di Emergency …, ma c’è anche un’idea che cammina: l’idea che i diritti umani debbano essere, semplicemente, garantiti a tutti. Che cosa metteremo dentro la scatola, nei prossimi vent’anni? Continueremo a riempirla, insieme, di medicina e diritti. Grazie: per i vent’anni passati, e per i prossimi che costruiremo».

Allora la scena l’ho immaginata così. Che arriva Cecilia, che attori e attorucoli della nostra non-sinistra le fanno largo, anzi si danno un gran da fare perché capiscono che è ora di riempire la grande scatola. Quella rimasta vuota della Sinistra.

La trasparenza secondo Expo? Senza numeri

Forse è un’installazione artistica e non ho le papille gustative per potermene accorgere ma nel turbomoderno sito di Expo (quello in rete, mica quello cementizio) c’è una sezione che mi assilla ormai da settimane: sotto la dicitura Amministrazione Trasparente (con questa strana abitudine di metterci ad ogni parola una lettera maiuscola come se tutto fosse l’acronimo di un «senso più grande» che non sono in grado di cogliere) c’è un elenco di nomi e cognomi, dati e buoni sentimenti ma manca qualcosa, forse.

Innanzitutto ci tengo a sottolineare la propulsione del Grande Proposito d’Apertura della Sezione (come lo scriverebbero loro) che dice a chiare lettere:

La Trasparenza ha una portata valoriale universale, in special modo perché correlata a un Evento che coinvolge milioni di persone e affronterà tematiche che hanno una forte rilevanza per tutti gli esseri umani, come quello di assicurare un’alimentazione sufficiente, sana e sostenibile al maggior numero di persone. Il valore della trasparenza va quindi ben oltre il mero adeguamento alle disposizioni legislative di riferimento e rappresenta il filo rosso che percorre tutte le sezioni del sito in una logica di apertura e condivisione con gli utenti.

Una frasona da volare via per l’impegno e la prospettiva anche solo a leggerla sottovoce. Con un ghostwriter del genere è anche normale che l’ex Grande Capo Giuseppe Sala ambisca (almeno) alla poltrona di sindaco milanese. Ma poiché il genio (e spesso anche il male) si nasconde nei particolari è importante leggere appena più sotto quella

“sezione in corso di aggiornamento”

buttata lì senza maiuscole, senza punteggiatura come se fosse caduta dalla tasca dell’ultimo che se n’è uscito di corsa e ha chiuso la porta. E manca, nella “sezione in corso di aggiornamento”, un piccolo particolare: i numeri. Non c’è traccia di un numero ufficiale di visitatori e di conseguenza non c’è traccia di incasso o conto economico.

Strano modo di intendere la trasparenza, tutta luccicante sui propositi e gli ideali e subito dopo claudicante sui risultati. Perché, al di là dell’opinione di ognuno, forse sarebbe il caso di vederli i numeri di Expo anche solo per farsi un’idea del reale “prestigio operativo” che il candidato alle (sue) primarie Beppe Sala potrebbe portarsi in dote. Nessuno di noi dubita del fatto che quei numeri avranno sicuramente un bella faccia (a forza di pittare capannoni, stilare un grafico emozionalmente in attivo è un gioco da ragazzi) ma tutto questo tempo in sala trucco non è una gran bella figura. E Grillo l’avrebbe espulso per molto meno. Eh.

Nel 2016 ne sentirete parlare: Black Lives Matter, che vuole finirla con la discriminazione razziale

Sono passati più di 50 anni dal movimento per i diritti civili che portò Lyndon Johnson a firmare il Civil Rights Act, le conquiste sono state enormi e diverse, ma il 2015 è innegabilmente stato l’anno in cui il tema delle relazioni razziali, della discriminazione nei confronti dei neri, è tornato prepotentemente sulla scena. L’ultimo episodio è quello capitato a Chicago a natale, quando la polizia ha ucciso due persone, una delle quali per caso, solo pochi giorni dopo le dimissioni del capo della polizia per un episodio simile – e insabbiato. Oppure c’è la decisione del Gran Jury di Cleveland, che nega il rinvio a giudizio per il poliziotto che ha ucciso il 12enne Tamir Rice mentre giocava con una pistola giocattolo. La metropoli dove Obama ha mosso i primi passi in politica è la più segregata d’America, le sparatorie sono all’ordine del giorno e il divario dei redditi tra bianchi e neri è aumentato in maniera costante (cfr. sotto).

La centralità del tema della discriminazione è figlia dei comportamenti della polizia statali e merito di un movimento nato per caso nel 2013, dopo che George Zimmerman, l’uomo che ha ucciso il giovane disarmato e innocente Trayvon Martin perché aveva deciso che era un soggetto pericoloso, veniva prosciolto dalle accuse di omicidio. Quel giorno, il 13 luglio, Alicia Garza scriveva sul suo profilo di Facebook, «Neri, vi amo, ci amo, le nostre vite contano». Una sua amica Patrisse Cullors, che come lei è una attivista per i diritti dei lavoratori sotto-pagati, rilanciò la frase aggiungendo l’hashtag. Che si propagò per tornare prepotentemente in voga dopo che la polizia aveva ucciso Michael Brown e che il mondo aveva visto le immagini di quella morte gratuita. L’ennesima.

I dati: quanti uccisi dalla polizia in un anno?

L’immagine qui sotto ci dice che quest’anno sono morte più di mille persone per mano della polizia e che la percentuale di morti tra i neri è più che doppia rispetto a quella dei bianchi 2,84% per milione di bianchi contro il 6,87% dei neri). In 120 occasioni le persone uccise non erano armate. Lo Stato con più morti pro-capite è il New Mexico, seguono Oklahoma e Washington DC. California, Texas e Florida sono quelli con più morti in assoluto.

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(guardian.com e washingtonpost.com)

Lo slogan prese vita in rete, crebbe, BLM chiamò una marcia su Ferguson e decine tra artisti ed esponenti del mondo della cultura scrissero, disegnarono, fotografarono per contribuire all’idea della campagna. Dopo Ferguson non c’è stata una pausa. E se abbiamo sentito parlare di molti altri morti afroamericani a lungo è proprio per questo – e per la nuova attenzione che i media e la politica hanno riservato al tema.

Ferguson divenne l’epicentro di un nuovo movimento: da tutti gli Usa arrivarono attivisti, ci furono giorni di violenze e grandi inviti alla calma. A differenza di altri riots nei ghetti, quello di Ferguson prese presto una forma politica, con rivendicazioni e forme di partecipazione e non solo – ma anche – rottura di vetrine e sassi (o spari) contro la polizia. E Black Lives Matter (assieme ad altri slogan come “Hands up, don’t shoot”, “ho le mani alzate, non sparate”) divenne la parola d’ordine. Non è un caso se proprio quelle tre parole siano lo slogan più diffuso e adottato. Le vite dei neri contano è infatti un riferimento immediato all’importanza delle vite umane, alla necessità di giustizia e controllo, ma dice anche che quelle vite contano quando studiano, lavorano, vivono. Quello slogan, insomma, è una rivendicazione generale.


Ferguson divenne l’epicentro di un nuovo movimento: da tutti gli Usa arrivarono attivisti, nonostante giorni di violenze la situazione è rimasta sotto controllo, rafforzando l’immagine di #BlackLivesMatter


Sono passati degli anni e Black Lives Matter è ancora vivo e vegeto. Sia nel senso di una capacità di mobilitazione pulviscolare e spontanea che non conosce soste, sia nel senso di organizzazione. Gli ultimi episodi sono quelli alla vigilia di Natale: aeroporti e centri commerciali attraversati da manifestazioni nel giorno in cui tutti comprano e viaggiano per tornare a casa. Nelle settimane precedenti c’era stato il presidio permanente davanti a un commissariato di Minneapolis dove lavorano i poliziotti che hanno ucciso un altro nero disarmato. Come per Occupy Wall Street, questo novello movimento radicale per i diritti civili, ha avuto la capacità di dire una cosa che tutti sapevano, far tornare di attualità la discussione su statistiche che tutti davano per scontate, cambiare alcune cose.

I dati: carcere e reati connessi all’uso di droga (ovvero il disastro della War on drugs)

Tra il 1980 e il 2008 (anno record) il tasso di incarcerazione negli Usa è quadruplicato, dopo è leggermente sceso. Afroamericani e ispanici rappresentavano nel 2008 un quarto della popolazione e il 58% delle persone in carcere, nel 2011 il 38% dei detenuti era nero, il 35% bianco, il 21% ispanico. Nel 2013 un maschio nero su 13 è stato in carcere. Un maschio nero ha il 32% di possibilità di finire in carcere, un bianco il 5%.

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14 milioni di bianchi e 2,6 milioni di neri usano droghe vietate. I neri che finiscono in carcere per reati connessi all’uso di droghe sono in percentuale 10 volte superiore ai bianchi. Le pene comminate ai neri per reati legati all’uso di droghe sono in media 58 mesi, si tratta di pene simili alla media di quelle comminate per reati violenti (61 mesi).

(Naaccp, Sentencing Project, Pew Research Center)

Non è affatto detto che Black Lives Matter riesca a dare una svolta a una situazione incancrenita e fatta di discriminazione, politiche vecchie e sbagliate città e sobborghi cresciuti separando le comunità e creando quartieri monocolore. Le città, la segregazione geografica prodotta da decenni di politiche pubbliche sbagliate, le scuole cattive, un mercato del lavoro spesso respingente o piatto e anche una cultura del ghetto che non aiuta i giovani neri a emanciparsi non cambiano dalla sera alla mattina. Ma BLM ha qualche chance di cambiare le cose. E comunque, come per OWS, quel che è cambiato è che si parla di nuovo di discriminazione e segregazione, così come dal 2008 in poi, si parla di banche e della necessità di regolarne il funzionamento. Prima non si faceva se non in ristrette cerchie di radicali di sinistra.

I dati: Chicago, la metropoli più segregata

Chicago è un buon esempio di segregazione che peggiora. Le grafiche qui sotto mostrano l’aumentare della forbice tra ricchezza dei bianchi e neri in città e quella relativa all’aspettativa di vita nei quartieri bianchi e neri. Chicago è anche il luogo in cui è più facile morire ammazzati, 500 persone nel 2015, 80% afroamericani (che sono il 70% di chi spara). Un intreccio tra politica corrotta e disponibilità di armi da fuoco e una cultura del ghetto radicata e tragica.
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(Brookings Institution, Center for Society and Healthheyjackass.com)

Oggi BLM conta una serie di gruppi in giro per l’America, almeno 30, coordinati tra loro ma senza una leadership vera e propria, alcuni più radicali, altri molto locali, alcuni più affini all’idea di partecipare in qualche forma alla campagna elettorale, altri concentrati sui comportamenti della polizia e su come cambiarli – e fare in modo che le inchieste sulle morti dei neri non finiscano tutte con dei “non luogo a procedere”. Sotto alla stessa denominazione stanno reti di organizzazioni nere che esistevano e lavoravano già prima e gruppi spontanei, ci sono quelli che a Ferguson si scontravano con la polizia e quelli che alzavano le mani facendosi portare via. Chi organizza le cose, le nostre due attiviste della California e la newyorchese Opal Tometi, che era una community organizer di immigrati, mantiene un sito, lancia campagne e petizioni, raccoglie appuntamenti e chiede che per usare il nome slogan si sottoscriva una carta di principi. Tra questi ce ne sono un paio che si rivolgono anche alla cultura machista e un po’ violenta di certo attivismo afroamericano: se le donne e la comunità LGBT nera non è in prima fila, dicono le attiviste, il razzismo lo pratichiamo noi.


Oggi Black Lives Matter conta sparsi per l’America almeno 30 gruppi coordinati tra loro ma senza una leadership vera e propria


Rispetto al movimento degli anni 60, BLM ha due caratteristiche nuove tutto sommato connesse tra loro: l’assenza di leader carismatici e l’uso della comunicazione orizzontale garantito dalla rete e dai social network. Il movimento è senza testa perché non ne ha bisogno proprio grazie all’uso della rete: le persone possono coordinarsi tra loro a distanza, far sapere quel che succede in una città o durante una manifestazione in tempo reale, lanciare petizioni e campagne e parlare con milioni di persone senza bisogno di un sermone della montagna. E poi anche lanciare allarmi, postare video di violenze e renderli virali in poiche ore o coordinare i gruppi a distanza, attraverso le cloud e le chat. Si tratta di strumenti nuovi che rendono il movimento capace di ritrovarsi senza bisogno di fare incontri nazionali ed eleggere grupi dirigenti. Questi si formano man mano nelle città dove succedono le cose o lo diventano grazie a un lavoro ossessivo online.
La presenza in rete e l’abilità di parlare con i media e comunicare in mille forme ha determinato anche l’inizio dei cambiamento nella percezione generalizzata delle segregazione. Da un lato i rapporti tra razze sono tornati a essere centrali nella testa degli americani, sono considerati un problema da affrontare – naturalmente chi è molto conservatore si preoccupa del protagonismo dei neri – dall’altro i media e i centri di ricerca tornano ad occuparsene. Si costruisce così un nuovo senso comune che potrebbe portare a dare una nuova spinta a politiche che cambino le cose.

Già, la politica: averci o non averci a che fare? Naturalmente c’è chi pensa che con i democratici non si debba avere niente a che fare e chi invece vuole fare pressione sui candidati. Come quando un gruppo ha interrotto un comizio di Hillary Clinton, che alla fine dell’evento ha incontrato una delegazione. Gli attivisti non hanno inscenato proteste ma neppure si sono prestati a uno spot elettorale. Hanno parlato di carcere, segregazione e comportamenti della polizia. Pochi giorni dopo Hillary faceva un discorso sul sistema penale proponendo telecamere sulle divise dei poliziotti e un nuovo New Deal per le comunità afroamericane. Sebbene enunciate in forme meno conflittuali con le istituzioni, le idee di Clinton sono quelle avanzate dalla delegazione incontrata. La stessa Hillary decise di smettere di accettare donazioni dalle compagnie che gestiscono le carceri private – un finanziamento che era stato alla base della prima protesta di quelli di BLM a un suo comizio.

I dati: Chicago non è un caso isolato

Un studio della Century Foundation ha individuato una serie di indicatori che rappresentano in maniera plastica una fase negativa per i diritti dei neri nella storia americana.

Il numero di persone che vivono in ghetti e barrios ad alta concentrazione di povertà è quasi raddoppiato dal 2000, passando da 7.2 a 13.8 milioni.

La povertà è più concentrata: più di un nero povero su quattro e quasi un ispanico su sei vive in quartieri ad alta concentrazione di povertà. I bianchi che vivono in situazioni simili sono uno su tredici. 

 unnamed-2(The Century Foundation, Economic policy institute)

Anche con Bernie Sanders, che aveva detto “si le vite dei neri contano ma tutte le vite contano”, c’è stata tensione. Dopo un paio di irruzioni e contestazioni ai suoi comizi, il candidato socialista ha partecipato ad alcune loro iniziative e, anche lui, ha presentato il suo elenco di proposte. Alcuni donatori democratici importanti stanno pensando di finanziare Black Lives Matter perché di certi temi si parli in campaga elettorale e perché il loro attivismo contribuirebbe in maniera decisiva a far andare i neri a votare, questione vitale per vincere in alcuni Stati e niente affatto scontata ora che il candidato alla Casa Bianca non si chiamerà più Barack Obama. Persino alcuni candidati repubblicani hanno avuto parole moderate – se si considera quanto sono di destra e che toni hanno usato in altri contesti – per parlare della prima ondata di proteste dopo Ferguson e dopo Baltimora dove la polizia ha ucciso Freddie Gray, 25enne nero. Poi hanno preso le distanze da se stessi quando il movimento si è rivelato tale.
La mobilitazione è stata costante e un po’ ovunque: da Minneapolis, dove un presidio ha stazionato per giorni davanti alla sede di un distretto di polizia, all’università del Missouri dove uno sciopero della fame degli atleti neri ha costretto alle dimissioni il rettore, dopo una serie di atti di discriminazione.

Continuerà questa attenzione fino alle elezioni e dopo? I repubblicani stanno già parlando della paura della polizia ad affrontare il crimine, parlando di “effetto Ferguson”. La conseguenza sarebbe l’aumento della criminalità e dell’impunità dei reati. Si tratta di un falso: secondo uno studio del Brennan Center nel 2015 il tasso di criminalità è leggermente diminuito, gli omicidi sono aumentati in 14 città dell11% e diminuiti in 11. I repubblicani vanno forte quando la gente ha paura e accusano i democratici di essere dei mollaccioni. O almeno così era in passato. Oggi la composizione dell’elettorato è cambiata, i bianchi sono diminuiti e i giovani delle grandi città non si bevono questo tipo di retorica. Se Black Lives Matter continuerà ad essere capace di dare una spinta positiva alla questione, a mobilitare, parlare, proporre e a contenere i riots – che sono la cosa che scatena politiche securitarie e il terrore dei bianchi che li guardano in Tv – il movimento nato da un post di Facebook potrebbe contribuire a determinare il risultato elettorale e, poi, a premere sulla politica locale e nazionale affinché adotti delle politiche capaci di cominciare a cambiare le cose. Sarebbe una rivoluzione. L’alternativa sono città date alle fiamme, rabbia e repressione.

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Renzi contro gufi (e giornalisti) anche a Capodanno

Italian Prime Minister Matteo Renzi during his "end of the year" press conference in Rome, 29 December 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

Una conferenza stampa di fine anno con le slide è già cosa nuova. Con le slide con i gufi disegnati sopra è nuova e un po’ triste, converrete. Ma è la propaganda del premier, che viene ripetuta uguale anche a Capodanno. Lo aveva fatto nell’ultima e-news, lo fa davanti ai giornalisti parlamentari: «Dall’articolo 18 alla legge elettorale, dalla tassa sulla prima casa all’Expo, dalla flessibilità al bicameralismo paritario, ci sono alcuni argomenti di cui i politici prima di noi hanno parlato per anni senza realizzare granché». Lui le cose le ha invece fatte, alla faccia dei gufi. Detta anche un titolo ai giornalisti, il premier: «Se dovessi fare un titolo», dice, «direi: politica batte populismo 4 a 0».

Italian Prime Minister Matteo Renzi during his "end of the year" press conference in Rome, 29 December 2015. ANSA/CLAUDIO PERIMatteo Renzi si presenta con le slide, dunque, per riassumere i risultati dell’anno 2015. Risultati che ci sono, è innegabile, e fuori dai piani, tra l’abolizione dell’articolo 18 e una legge elettorale super maggioritaria, è rimasta solo la riforma costituzionale che avrà il suo ultimo voto a gennaio (e il referendum, è l’annuncio di giornata, a ottobre 2016), e la
legge sulle unioni civili. Su questa il premier dice di volersi impegnare e però non esclude di poter cedere alle pressioni degli alfaniani, stralciando quindi la stepchild adoption dal provvedimento: «La stepchild», dice, «è una proposta che nasce alla Leopolda, ma ovviamente su questo e su altro ci sono posizioni diverse».

Il premier ha rivendicato la legge di stabilità appena approvata, ovviamente. «Non è vero cheItalian Prime Minister Matteo Renzi during his "end of the year" press conference in Rome, 29 December 2015. ANSA/CLAUDIO PERIdichiaro guerra all’Europa, non lo scrivete più», ha detto, «ma mi chiedo perché c’è chi può avere un disavanzo commerciale di otto punti». Ha rivendicato i bonus ai diciottenni per i consumi culturali, gli 80 euro ai militari, e altre novità. L’abolizione della tassa sulla prima casa, non poteva mancare, quella indifferenziata per tipologia e per reddito (rimane solo per i castelli, come noto). Tra i vari vanti si segnala lo scontro con Tito Boeri sul versante pensioni (su cui Renzi lascia intendere che non ci saranno contro riforme, rispetto agli scatti della legge Fornero). Sono così confermati – con un passaggio sulle pensioni d’oro – gli attriti tra il presidente del Consiglio e quello dell’Inps, che ha più volte sollecitato il rispetto di quella che era una promessa del renzismo delle origini: «Una cosa son le pensioni d’oro, altro sono le pensioni sopra i duemila euro. Io una pensione da tremila euro netti non la considero d’oro», ha detto però il premier.

La conferenza stampa è durata più di due ore e mezza. Si è parlato perfino dei botti diItalian Prime Minister Matteo Renzi during his "end of the year" press conference in Rome, 29 December 2015. ANSA/CLAUDIO PERIcapodanno. Una certa tensione è stata sempre presente tra il premier e il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. E non perché Renzi abbia ricordato la sua storia posizione sull’abolizione dell’Ordine. Renzi e Iacopino si sono attaccati sulla situazione del giornalismo in Italia. Renzi, a differenza del rappresentante dei giornalisti, non vede «né piaggeria», soprattutto verso il governo (!), «né sfruttamento» nei giornali italiani. Iacopino aveva invece denunciato aprendo la conferenza stampa le retribuzioni bassissime che troppo spesso gli editori corrispondono ai colleghi. 1, 2, 3 euro ad articolo. O anche niente, che si fa prima. Il premier ha però preso le parti degli editori: «Siamo più sereni», ha replicato stizzito Iacopino evocando l’equo compenso difeso dal governo, «ora che sappiamo che si può vivere con 4920 euro l’anno».

Editoria indipendente, uniti si vince

L’acquisizione di Rizzoli da parte di Mondadori ha determinato la nascita di un colosso editoriale che non ha pari in Europa. In Gran Bretagna Penguin più Random House controllano il 25 per cento del mercato. Mondazzoli arriva a toccare quote che si avvicinano pericolosamente al 50 per cento in alcuni importanti segmenti. Il marchio, in un settore strategico per il Paese come l’editoria scolastica, andrebbe a coprire il 25 per cento, tanto per fare un esempio. Com’è noto, la nascita di questo colosso, su cui si dovrà a breve pronunciare l’Antitrust, nel frattempo ha già determinato alcuni importanti cambiamenti. Massimo Vita Zelman ha ricomprato le sue quote in Skira e Roberto Calasso quelle di Adelphi, tornata così a essere indipendente. Mentre una parte consistente degli autori Bompiani ha scelto di seguire Elisabetta Sgarbi che si è dimessa da direttore editoriale per fondare insieme a Eco, Nesi ed altri la nuova casa editrice La Nave di Teseo, che pubblicherà, per esempio, un autore importante del catalogo Bompiani come Hanif Kureishi, l’autore di Intimacy e de Il budda delle periferie.
E se – come abbiamo raccontato nei mesi scorsi – il mondo della piccola e media editoria denuncia un possibile abuso di posizione dominante, come vive questa novità il gruppo Mauri Spagnol (Gems) che riunisce in confederazione una dozzina di marchi, fra i quali Guanda, Longanesi, Chiarelettere, Garzanti? Lo abbiamo chiesto a Stefano Mauri, presidente del gruppo Gems che, ad oggi, copre il 10,2 per cento del mercato. «Io penso che l’Antitrust dovrebbe aprire l’istruttoria. Perché non ci sono in Europa situazioni confrontabili con questa. E non ci sono, non perché nessun gruppo ci abbia provato, ma perché quando ci hanno provato l’Antitrust lo ha impedito».
Gems è il primo gruppo editoriale indipendente in Italia, che significa per lei questa parola?
Come tanti altri gruppi internazionali, oltre all’attività editoriale, il nostro ha una propria distribuzione, che offre anche a editori terzi. Ma è un gruppo indipendente perché l’azionariato è impegnato nell’editoria e i suoi interessi coincidono solo con interessi editoriali. Non facciamo automobili, non abbiamo un ruolo nella politica, non abbiamo una tv, non facciamo scarpe. Questa è una attitudine molto importante. Significa che i nostri autori sono liberi di esercitare il diritto di critica su tutto ciò che vogliono.
Ogni marchio fa le proprie scelte?
Sì assolutamente. Io sono responsabile del gruppo editoriale Mauri Spagnol, che al suo interno ha numerosi editori, che oltre a svolgere il loro lavoro sono dentro la proprietà. Ogni marchio ha il suo direttore editoriale ed editore. Mai e poi mai io ho detto a Luigi Brioschi di Guanda a Lorenzo Fazio di Chiarelettere o a Luigi Spagnol per Salani e Vallardi cosa pubblicare o meno. E questo proprio perché siamo indipendenti e non abbiamo altri interessi da tutelare. Non c’è una linea unica, ma ci sono tante linee quanti sono i direttori editoriali e gli editori.
In un pamphlet edito da Guanda, Alessandro Banda dice che la letteratura in Italia è diventata un lusso e che non riesce a entrare neanche più nelle scuole: «Siamo dei carbonari della letteratura anche in quanto insegnanti». Cosa ne pensa?
Pubblichiamo molti titoli letterari, a differenza di quello che si dice. Non dobbiamo confondere la domanda con l’offerta. Tutti gli editori che conosco vogliono trovare sia il libro che venderà tanto sia il libro di cui essere orgogliosi, che possa dare un contributo all’avanzamento nella divulgazione scientifica, nella letteratura o in altri ambiti. Se in classifica vanno certi titoli non è certo colpa degli editori ma dei lettori che li scelgono. In realtà, i libri colti, anche in perdita, li pubblicano quasi tutti gli editori perché sanno che quell’autore che magari non riceve grande attenzione oggi, domani potrebbe passare alla storia. L’editoria è così.
Tenere vivo il catalogo è importante?
Prima che i libri abbiano successo può capitare di dover aspettare dieci anni. Gli editori veri pazientano anni e anni per un libro importante. Il lavoro dell’editore è su un registro di lungo periodo e credo che mosse isteriche dovute alla crisi, cambi repentini anche nel management, abbiano fatto solo danni.
Quanto conta la collaborazione fra marchi strutturati come confederazione?
Quando, negli anni Ottanta, io e Luigi Spagnol siamo entrati in Longanesi, erano stati appena acquistati i marchi Salani e Guanda. Quindi Longanesi era una casa editrice media che fatturava meno di quello che fattura oggi Sellerio o Il Castoro. Noi abbiamo avuto il privilegio di crescere con la nostra casa editrice, abbiamo cercato nel tempo di cogliere i vantaggi delle maggiori dimensioni, ma lasciando l’attività editoriale con differenti direzioni, con unità creative non troppo numerose, analoghe a quelle dei piccoli editori. Abbiamo cercato di cogliere il meglio delle varie realtà. Abbiamo mantenuto una cura artigianale nel fare libri. Avendo però vantaggi dal punto di vista dello scouting internazionale, sul lato commerciale e sui costi industriali per via delle dimensioni date dalla somma di tutte queste case editrici. Così usciamo da questi quattro anni di crisi con un bilancio in perfetto equilibrio finanziario, avendo anche guadagnato in termini di quota di mercato.
E ora, progetti futuri?
Vediamo come cambia il paesaggio con questa concentrazione, e se l’Antitrust la concede e con quali vincoli. I nostri progetti alla fine sono quelli dei nostri autori. E se poi si presenta una buona possibilità di acquistare una casa editrice o un buon catalogo noi non ci tiriamo mai indietro. I contabili sono fissati sulla programmazione, per alimentare improbabili piani triennali. Io penso che dobbiamo soprattutto farci trovare pronti.

Left_50_coverQuesta intervista compare sul numero 50 di Left, in edicola fino al 31 dicembre 2015

CHI E’ Stefano Mauri è presidente del gruppo Gems e vicepresidente di Messaggerie italiane.  Ha ideato e fortemente voluto il festival Bookcity.  Suo padre, Luciano Mauri, nel 1983 ha fondato la Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri. Il seminario 2016 si terrà dal 26 al 29 gennaio a Venezia, presso la Fondazione Giorgio Cini nell’Isola di San Giorgio Maggiore. La giornata del 29 gennaio, in particolare, sarà dedicata al tema “La civiltà del libro”, con interventi, fra gli altri di Giovanni Peresson (Aie),  diAntonio Prudenzano (Il Libraio), della scrittrice ed editrice Nottetempo Ginevra Bompiani. A seguire la tavola rotonda “Librai straordinari” moderata da Stefano Mauri e Giovanna Zucconi. E molto altro. (Qui il programma completo:www.scuolalibraiuem.it).

 

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