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Viaggio nelle librerie che ci piacciono

È il valore dell’essere luogo con tanta costanza. Non un posto a caso in uno spazio libero e nemmeno un’attività commerciale: dentro una libreria indipendente c’è l’odore di quelli che osano, che sentono un libro per le storie che ci sono dentro, come un buon meccanico che ascolta il rumore sotto la carrozzeria per sentire la carrozzeria.

A Lucca, a pochi passi dalla stazione e appena fuori dalle mura della città c’è LuccaLibri, la rinascita di una libreria storica che stava in centro città e oggi si è fatta (più) grande in viale regina Margherita. L’idea di trasformare la libreria del padre in un luogo di accoglienza, studio e cibo è stata di Talitha Ciancarella e il binomio “libri e cibo” si è fatto stanza con i piatti casalinghi che seguono i percorsi dei romanzi.

Il menù? Presentazioni, percorsi letterari (e gastronomici) e l’esperto libraio pronto a consigliare un titolo nascosto. Già, i titoli nascosti: essere libreria indipendenti, oggi, significa aggiungere un quid che è sostanzialmente il libraio capace di essere libraio, ovvero in grado di allestire una vetrina (senza seguire pedissequamente i flyer di una comunicazione centralizzata), proporre quel libro perché è giusto per quel cliente in quel suo momento e soprattutto fregarsene delle classifiche, stilandone ogni giorno una personalizzata in base alla città, al tempo, al luogo e alle occasioni: un  lettore appassionato in grado di scrivere storie con i libri. Anche perché, a differenza di un falso credo popolare, il libraio spesso sogna di fare il libraio, come i professionisti puliti che hanno la fortuna e il coraggio di professare i propri valori nel proprio mestiere.


 

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Che fine ha fatto il Giubileo?

Pope Francis delivers his Sunday Angelus prayer in Saint Peter's Square. Vatican City, 13 December 2015. ANSA/ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING

Un gruppo di turisti cinesi segue diligentemente la guida che agita un foulard verde. Hanno appena varcato Porta Angelica, a destra c’è il colonnato di piazza S. Pietro. Ma tirano dritto e imboccano nel mini centro commerciale dall’altro lato della strada. «Sono qui per il Giubileo?», chiedo alla guida. «No», risponde nervosamente. «Semplici turisti in giro per Roma». In effetti vedo che non ha il badge dell’Opera romana pellegrinaggi (Orp), l’organo della Santa Sede diretto del cardinale vicario del papa, Agostino Vallini, che gestisce e controlla i pellegrinaggi verso tutte le principali mete della cristianità. Una sorta di agenzia turistica di Stato. Non faccio in tempo a chiedere altro. «Mi scusi – dice la donna allontanandosi – devo controllare che non si avvicini qualche borseggiatore. I cinesi usano solo contante, sono le loro vittime preferite».
Nella piazza assolata c’è un silenzio insolito, almeno per chi vive a Roma. Colpisce la calma. È quasi irreale, considerando la tensione e gli allarmi cresciuti progressivamente dopo la strage di Parigi, fino all’inaugurazione del Giubileo straordinario indetto da papa Francesco. L’udienza generale del mercoledì è finita da non più di 20 minuti. Se l’8 dicembre, al via dell’evento, c’erano 50mila persone (stima generosa della Questura di Roma), oggi, otto giorni dopo, non erano più di 10mila, di cui almeno un terzo ecclesiastici. La gigantesca piazza ora è praticamente vuota. Le forze dell’ordine e i soldati sistemati lungo le transenne che delimitano l’ingresso alla piazza si notano più che mai. C’è solo un piccolo assembramento davanti all’ingresso della “porta santa”. Saranno 20-30 persone, comprese suore e sacerdoti. Sotto le colonne vicino a un metal detector antiterrorismo ce ne sono altrettante. Il gruppo, compatto, aspetta di passare il varco di controllo. «In questo momento – mi chiedo – sono vulnerabili?».


 

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Anno nuovo, vita nuova. Buon 2016 di lotta

«Siete proprio trasgressivi!», così mi ha detto un amico questa mattina. Gli dicevo che quest’anno Left non faceva alcuna interruzione per Natale e avevo bisogno del suo scritto anche quella settimana. «Anzi siamo in edicola prima, giovedì 24», lo avvertivo, così la sera puoi già leggerci. Avevo capito che mi dicesse “aggressivi”, invece il mio amico mi aveva detto “trasgressivi”. Siamo diventati trasgressivi? Sì. Ha ragione. Quest’anno è stato diverso da tutti gli altri. «Abbiamo cercato un oltre?». Siamo “andati oltre”? Sempre, ogni settimana. Senza sosta. È stata la nostra certezza. E lo facciamo anche questa, l’ultima di questo 2015.
“È il pensiero che conta”, abbiamo titolato. Un gioco sciocco su un’espressione vecchia come il cucco per dirvi quello che ci rende “trasgressivi”, che ci fa superare – ogni volta – i limiti di regole, leggi e culture che non pensiamo per raccontarvi invece quello che pensiamo davvero. È il pensiero che conta, sono le idee che cambiano il mondo. E in questo mondo, per il momento, regolato da tutto fuorché da grandi idee, abbiamo provato in quest’anno “diverso” a proporvi ogni settimana più “trasgressione”. Una storia, anche solo la scintilla di una storia.
Un’idea, una vita, un’immagine, un volto. Un lettore ci ha scritto – lo troverete nella pagina delle lettere – «Non sempre sono d’accordo con cosa scrivete, ma succede, quindi non è un dramma. Left rimane interessante, e quindi lo leggo tutte le settimane e almeno una cosa che valga l’acquisto la trovo sempre», e io non so perché mi sia sembrata una cosa meravigliosa. Ma lo è. Vuol dire che ci siamo riusciti, che vi abbiamo fatto discutere, arrabbiare, a volte anche annoiare o deludere, ma ci siete stati. Avete trovato un motivo, ogni settimana, per andarci a cercare. Ogni nostra storia, ogni nostra ricerca o riflessione è fatta pensando a voi. A quanto possiamo raccontarvi, a quanto ci sentite, a quanto vi sentiamo noi. Ogni pagina, ogni copia. Tutto ci preoccupa e ci occupa di voi. La carta, i titoli, le foto, i contenuti e poi tutto insieme. Il movimento. Ogni settimana una scommessa. Avervi o perdervi. Onestamente. Sempre. Questa settimana siamo i piccoli editori che vi parlano, siamo l’uomo sulla barca con le braccia in aria che apre il nostro Portfolio 2015, siamo la bimba che passa sotto il muro di filo spinato del mese di agosto. L’anno che verrà sarà diverso ancora. Arriveremo come questa donna sul treno. Ogni settimana da voi. Perché, come scrive Maria Pia Pizzolante, «anno nuovo? Vita nuova, perché la vita non aspetta. Buon 2016 di lotta».

Questo editoriale lo trovi nel numero 50 di Left in edicola dal 24 dicembre

 

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Diritti, biografie jazz, romanzi e racconti: fine anno in compagnia di 10 scrittrici

Mona Elthahawy

Perché ci odianoMona Eltahawy, Perché ci odiano (Einaudi), traduzione di Alessandra Montrucchio. Quando era adolescente la famiglia di Mona si trasferì in Arabia Saudita e, per lei, che era cresciuta in Inghilterra ( benché la sua famiglia fosse di origini egiziane), fu un drastico cambiamento di vita, si sentiva “piombata d’un tratto nel medioevo”.  Perché in quel Paese le donne non avevano nessuna libertà, nemmeno quella di guidare l’auto e men che meno di partecipare alla vita pubblica. Poi Mona Elthawy è diventata una giornalista conosciuta e in vista. Affiancando al lavoro, l’impegno democratico e per i diritti delle donne.  Anche tornando in Egitto per conoscere più da vicino il movimento di liberazione partito da piazza Tahrir.  Quando ha partecipato alla rivolta al Cairo è stata picchiata dalla polizia che le rotto un braccio e la mano destra,subendo anche molestie sessuali.  Con un coraggioso  articolo in cui denunciava le violenze e la mancanza di parità patita dalle donne  in molta parte del mondo arabo è nata la sua ricerca sulle ragioni storiche e politiche di questa drammatica realtà. Quell’articolo apparso su Foreign policy, dal titolo Perché ci odiano suscitò un acceso dibattito in rete, da cui poi ha preso le mosse questo libro che è diventato un punto di riferimento che collega migliaia di  donne musulmane decise a cambiare questo stato di cose.

 

Cover_Notte-di-silvia-piatto-409x600Stefania Parmeggiani, La notte di Silvia, Castelvecchi. E’ poco più di una ragazzina quando viene trovata morta al casello dell’autostrada. Parte dalla sua drammtica fine la storia di Silvia immigrata albanese che ha cercato di uscire dal gorgo ricattatorio del traffico di droga e della prostituzione innamorandosi di un ragazzo, immaginando di potersi rifare un’altra vita in Italia. E sarà proprio lui a tradire la sua fiducia, a farla quasi impazzire di gelosia cancellandola d’un tratto, mettendosi con una ragazza “normale” . Sarà lui, luicidamente, ad ucciderla, dopo averla annullata dentro si sé. Nasce da una storia realmente accaduta questo potente romanzo di esordio di Stefania Parmeggiani, che riesce a fondere storia ( quella dell’immigrazione albanese in Italia), attualità ( la realtà giudiziaria e carceraria in Italia) e profondo scavo dei personaggi. Un noir psicologico,  scritto con una lingua letteraria icastica e incisiva, costruito sulla lettura degli atti giudiziari e delle perizie, che scava nella pazzia di chi arriva a uccidere la propria compagna, diventata improvvisamente “un ingombro”, avvertita in modo delirante come un ostacolo a un proprio progetto di felicità.

il_silenzio_del_lottatoreRossella Milone, Il silenzio del lottatore, Minimum Fax. Allieva ideale di Alice Munro e di Elizabeth Strout, Rossella Milone è autrice di racconti poetici, visionari, potenti. Come ha dimostrato ne La memoria dei vivi (Einaudi, 2008) ma anche nel recente volume  collettivo L’età della febbre. In questa raccolta Il silenzio del lottatore la scrittrice napoletana realizza  la sua opera più matura nel distillare in forma di racconto storie di donne alla ricerca della propria identità più profonda, con coraggio, mettendo in gioco se stesse, con generosità.

EmmaNon sapevamo giocare a niente (Sur),traduzione di Violetta Colonnelli. “Non sempre devi voler essere scrittore per diventarlo. Né devi scrivere molti libri… Emma Reyes (1919-2003)  non pensava di diventare scrittrice e di libri ne ha scritto solo uno”,  osserva Tiziana Lo Porto nella prefazione a questo intenso lavoro dell’artista colombiana Emma Reyes, che in questo libro di memorie d’infanzia riesce a regalarcene le emozioni forti, gli incanti, la viva spontaneità, la fantasia. Quella che riuscì a conservare anche da grande, diventando artista dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili, di povertà, di abbandono e di reclusione con la sorella in un convento da cui riuscì a scappare. Emma era rimasta analfabeta fino a diciott’anni, ma la capacità di immaginare, la  fantasia, non hanno bisogno di un linguaggio ultra colto per potersi dispiegare. Poi avrebbbe bruciato le tappe viaggiando per il Sudamerica (in autostop) fino ad arrivare in Argentina e poi in Uruguay e Paraguay. Con una borsa di studio  riuscì ad andare a Parigi dove entrò in contatto con il mondo intellettuale degli anni ’50 e ’60 frequentando Moravia, Sartre, Prampolini, Elsa Morante e tanti altri.

Selma Selma Lagerlöf,  La notte di Natale, Iperborea.  Traduzione di Maria Swendsen- Bianchi. Il sottotitolo di questo libro della scrittrice svedese che fu la prima donna a ricevere il Nobel per la letteratura (nel 1909) è “le leggende di Gesù”. Raccoglie una serie di racconti ispirati ai Vangeli apocrifi e ai racconti mitologici che  questa intraprendente maestra elementare aveva conosciuto viaggiando in Italia e in Oriente. Come il precendente suo romanzo breve, La leggenda della rosa di Natale (Iperborea), si tratta di un libro immaginifico, pieno di racconti fantastici, che oltre ad affascinare il lettore spingono a riflettere sulle radici mitologiche delle storie di Cristo e della Bibbia. Così ecco la storia della vecchia Sibilla che dal Campidoglio vede nascere in Palestina un bambino che salverà il mondo, ma anche quella che ci porta nell’antico Yemen dove visse la regina di Saba che, diversamente da come ha tramandato la tradizione cristiana, non aveva zampe caprine ( sic), ma secondo fonti arabe fu donna di grande bellezza  che seppe governare con una visione saggia e lungimirante.

trombettista-lightDorothy Baker La leggenda del trombettista bianco (Fazi editore), traduzione di Stefano Tummolini. Nei  locali nottorni, pieni di fumo della New York degli anni Venti e nella Chicago del proibizionismo. E’ qui  che il leggendario Leon Bix Beiderbecke muove i primi passi nel mondo del jazz, sulle orme dei musicisti neri, in particolare il leggendario Art Hazard. Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1938 il libro di Dorothy Baker non è solo una avvincente romanzo ispirato alla vita del trombettista e pianista americano Leon Bix Beiderbecke,uno dei più importanti solisti jazz che era nato Davenport, in Iowa, nel 1903 e aveva  imparato a suonare il piano a tre anni e poi a orecchio la cornetta, ma è anche uno strardinario affresco di un’epoca d’oro del jazz.

 

Picasso Antonina VallentinAntonina Vallentin, Picasso, (Castelvecchi), traduzione di Renzo Federici.  Picasso  e la sua arte raccontate da vicino. Dalla scrittrice,  critica d’arte e pittrice  di origini polacche che si era trasferita a Parigi dove, insieme al marito lo scrittore Julien Luchaire, diventò un punto di riferimento per gli intellettuali esuli dalla Germania a cominciare da Stefan Zweig e da Thomas Mann. Amica di Picasso Antonina Vallentin (1893-1957) ebbe modo di seguire la svolta cubista di Picasso e in questo libro racconta la genesi delle Demoiselles d’Avignon in pagine straordinarie, in cui coglie pienamente il significato di rottura che ebbe quel quadro nella storia dell’arte occidentale, un lavoro “anti-grazioso” in cui il pittore spagnolo, incurante del canone della bellezza classica, recuperava suggestioni dalle sculture africane, ricreando uno stile primitivo quanto forte e incisivo. Diversamente da molti contemporanei, anche artisti di primo piano, che criticarono duramente l’opera e si chiusero di fronte alle novità picassiane, Vallentin ne seppe cogliere appieno l’emozionante portata di ricerca di un’immagine irrazionale, come creazione dell’artista e non come calco naturalistico della realtà oggettiva.

 

WITH MY BODY (PR)

 Nikki Gmmell, Con il mio corpo (Guanda) . Traduzione di Stefania De Franco.  Uno stile rapido, incisivo, senza infingimenti. il coraggio di guardare in faccia la realtà, dopo anni di matrimonio. Che vuol dire una vita normale? Cosa si cela dietro questa parola? Una vita in apparenza felice, un bravo marito, che ti dà sicurezze e non ti delude, tre figli piccoli da seguire per cui è stato ovvio, naturale, a un certo punto, rinunciare alla carriera di avvocato.  Ma la scrittura del diario corre veloce in cerca di una via d’uscita. Senza sapere. finché riaffiorano memorie vaghe, radiose, di quell’estate in cui varcando  la soglia di una casa di campagna ha conosciuto un uomo solitario e misterioso, una storia di passione, che  non ha bisogno di parole. Dall’autrice de La sposa nuda,  la vicenda di una donna che ritrova il corpo e il sentire nell’incontro con un uomo affascinante e sconosciuto.

etica-dellacquario-ilaria-gaspari-voland Ilaria Gaspari. Etica dell’acquario, Voland.  La protagonista di questo romanzo di esordio della ex normalista e dottoranda in filosofia a Parigi Ilaria Gaspari è una studentessa della Normale molto bella e fragile, che avverte come fuoco sulla pelle ogni giudizio degli altri nei suoi riguardi e che cerca di schivare i colpi adattandosi a ciò che gli altri vogliono da lei. Ma non è arresa. E’ alla ricerca di una propria identità in un mondo come quello del collegio- dormitorio  fatto di rapporti sotteraneamente violenti, dove vige una competizione sfrenata, dove la goliardia diventa sadismo, dove bellezza e gioventù paradossalmente sono un disvalore, perché in questa fucina delle elitè  intellettuali di domani la corsa è a mimare l’autorevolezza di chi ha passato molti anni piegato sui libri. In questo corrosivo Bildungsroman ambientato in una città (Pisa, tratteggiata come fosse essa stessa un personaggio) dove il tempo sembra essersi fermato, dove la Normale è ulteriormente un mondo a parte, emergono in filigrana tutte le contraddizioni di una scuola di eccellenza che drammaticamente non accetta la diversità, la femminilità e il coraggio di guardare alla verità che si cela dietro rapporti all’apparenza normali, fra “bravi ragazzi”.  Il coraggio di dire che crescono pesci mostruosi in quell’mmobile acquario che la protagonista ha davanti ai propri occhi e che campeggia nel titolo del romanzo.

LUCE DELLA SERA def_Layout 1Edna O’Brian La luce della sera, Elliot, traduzione di Cosetta Cavallotti.  Ci porta nella New York dei primi migranti irlandesi questo romanzo di Edna O’Brian scritto come un dialogo a distanza fra madre e figlia.  Romanziera, drammaturga e poetessa irlandese, è nata a Tuamgraney nel 1930 in una famiglia cattolica,  O’Brian con la sua autobiografia Country girl e  con molti suoi romanzi ci ha regalato straordinarie storie di ragazze che, come lei, sono riuscite a trovare una propria identità e libertà rifiutando l’oppressiva educazione cattolica che le coartava in ogni aspetto della vita, a cominciare dalla sessualità e dalla possibilità di avere una propria  identità sociale,  al di là di essere madri e mogli.  In questo romanzo Dilly Macready aspetta di rivedere sua figlia Eleanora, che si è trasferita a Londra dall’Irlanda, e nell’attesa riemergono in lei memorie di quando raggiunse Ellis Island, come tante ragazze che andavano in cerca di lavoro in America come collaboratrice domestica; racconta il sogno di un Paese lontano che già all’approdo rivela tutti i suoi pregiudizi. “Allora – ricorda Dilly – non potevo scrivere a casa e raccontare quanto fosse falso e strano questo Paese, chiamato America”.

@simonamaggiorel

 

Voto storico in Grecia: si alle unioni omosessuali. Indovinate chi manca?

E chi rimane indietro nella legalizzazione dell’uguaglianza? Ma l’Italia naturalmente. Mentre il nostro premier si maschera da militare, Alexis Tsipras si occupa di diritti. Il Parlamento greco ha approvato a larghissima maggioranza (193 si e i soli 56 no delle opposizioni radicali), le unioni civili. D’ora in poi, le coppie omosessuali potranno vedersi riconosciuti gli stessi diritti delle coppie etero.

Con una legge che consente di risolvere tutti gli ostacoli e ineguaglianze di natura legale (eredità, assistenza medica, reversibilità pensionistica), la Grecia – che solo due anni fa era stata condannata dalla Corte europea per i diritti umani per discriminazione contro i gay – fa un salto in avanti notevole. Non solo dal punto di vista civile, ma anche dal punto di vista pratico: in un momento storico in cui la crisi sta mietendo intere fasce sociali assieme alle loro prospettive future, lo Stato ellenico provvede alla tutela di tutti i cittadini.

Nel 2008 il governo greco aveva già introdotto le unioni civili come alternativa al matrimonio, ma la legge poteva essere applicata solo alle coppie eterosessuali. Di qui la sanzione della Corte del 2013, che vedeva discriminato il godimento dei diritti riguardanti la propria vita privata di una parte della popolazione per motivi di orientamento sessuale (violazione degli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

Nel marzo del 2015, Amnesty International aveva incontrato il ministro della Giustizia greco, Nikos Paraskevopoulos esortandolo a combattere la discriminazione nei confronti delle persone Lgbt. Tra le proposte, l’introduzione di piena uguaglianza nel matrimonio e il riconoscimento del genere legale delle persone transgender.
E così è stato. Mancano ancora alcuni passaggi, come la possibilità di adozione da parte delle coppie gay. Le disposizioni sono state ritirate prima del voto, ma saranno tuttavia oggetto di una successiva riformulazione dell’intero diritto di famiglia (ricordiamo che in Grecia è possibile l’adozione anche ai single e quindi nulla sembra vietare la possibilità di adottare il figlio del proprio partner). Ma certamente questa legge è molto più che un “segnale”: un «voto storico», per Amnesty.

Tutto questo in un Paese che sta combattendo su diversi fronti, e soprattutto nel quale l’influenza della Chiesa ortodossa non è certo minore a quella del Vaticano sulla linea etica e civile della nostra politica.

«Questo è un giorno importante per i diritti umani», ha dichiarato Tsipras, affermando che questa legge «mette la parola fine a un periodo di arretratezza e vergogna per lo Stato».

Niente, manchiamo solo noi.

Il padre di Aylan Kurdi: «Aprite le porte, pensate a padri, madri e figli in fuga dalla guerra»

Aylan Kurdi è morto a settembre su una spiaggia di Bodrum, in Turchia. E oggi suo padre Abdullah Kurdi manda un messaggio di fine anno parlando con Channel 4.

«Il mio messaggio è che vorrei che il mondo intero aprisse le sue porte ai siriani. Se una persona ti sbatte la porta in faccia è difficile», dice Abdullah Kurdi, a cui sono morti nello stesso naufragio la moglie e il figlio Galeb, di 4 anni.  «In questo periodo dell’anno vorrei chiedere a tutti voi di pensare al dolore dei padri, delle madri e dei bambini che cercano pace e sicurezza (…) Chiediamo solo un po’ di compassione da parte vostra», dice Kurdi che ora vive a Erbil in Iraq.

«Quando a una persona in fuga si aprono le porte, questa non si sente più umiliata» dice ancora Kurdi, secondo quanto dice la trascrizione del messaggio che verrà mandato in onda domani da Channel 4.


 

Secono l’Unhcr metà del milione di persone giunte in Europa nel 2015 fuggono dalla guerra in Siria 

Mercoledì, una barca è affondata nei pressi dell’isola greca di Farmakonissi, sono morte dieci persone, tra cui diversi bambini. Ci sono diversi dispersi. Martedì la guardia costiera italiana ha tratto in salvo circa 800 persone.

I migranti morti o scomparsi in mare nel corso dell’anno sono 3.692 migranti morti.


 

Dopo mesi di vertici, l’Europa ha deciso di adottare un piano di ricollocamento dei richiedenti asilo che stenta a decollare. E deciso di pagare la Turchia perché non li faccia uscire dalle proprie frontiere. Amnesty e altre organizzazioni per i diritti umani hanno condannato l’accordo Turco-europeo: Ankara ha un pessimo record per quanto riguarda i diritti umani e in queste settimane le denunce di episodi di violazioni nei confronti delle persone in fuga dalla guerra si sono moltiplicate.

 

Libri sotto l’albero. La lega anti Natale, La prigione della fede e altri spunti

Che cosa hanno in comune una donna in carriera, un disoccupato irlandese, un ex dirigente che sta per partire per l’Africa che si danno appuntamento a Londra? «Un odio profondo e sincero per il Natale. Li unisce un piano di sabotaggio per liberarsi una buona volta, e per tutte, della festa delle feste». Così lo scrittore Michael Curtin ci presenta i protagonisti de La lega anti Natale Marcos y Marcos, un classico delle letteratura comica perfetto per tutti gli allergici al presepe. Con una vena graffiante e una comicità alla Flann O’Brien, Curtin ha scritto uno dei romanzi più spassosi contro la retorica natalizia. Può essere un’ottima lettura propedeutica alle feste. E contagiosa. Lo è stata anche per noi.
Così ecco qualche altra idea per i regali e per le letture di Natale, dedicata a chi voglia godersi la festa senza smettere di pensare. Restando nell’ambito della narrativa, cominciamo da Ex voto di Marcello Fois, voce affermata del panorama letterario, che in questo nuovo romanzo edito da Minimum Fax affresca una potente storia di emigrazione. Religione e superstizione concorrono qui nel determinare la condanna di una giovane donna, bella e troppo forte agli occhi degli uomini, che finisce per essere additata come strega. È un vitale e travolgente Bildungsroman, invece, Gli ipocriti (Chiarelettere) di Eleonora Mazzoni che racconta la storia di una ragazzina cresciuta in una famiglia ultra cattolica che d’un tratto scopre che il padre, dirigente di Comunione e liberazione, non è esattamente quello stinco di santo che pretende di essere. Ma soprattutto apre gli occhi sul vuoto su cui si regge la vita in famiglia, sulla violenza invisibile che la fa stare male, a casa come dentro «il Movimento». Come lo chiama la protagonista che ha quattordici anni ma, come le ha detto crudelmente una compagna di scuola, sembra «una suorina di ottant’anni». Ma ben presto Manu – questo il nomignolo della protagonista – comincerà a rendersi conto che tra casa e chiesa non c’è scampo, cominciando una propria ricerca.
Scavo psicologico dei personaggi, capacità di utilizzare accenti dialettali e slang (da quello icastico dei ragazzi a quello manierato del prete) fanno di questo romanzo un libro avvincente che spinge a farsi una messe di domande. Sui meccanismi di cooptazione usati da movimenti religiosi, che sono delle vere e proprie sette, il premio Pulitzer Lawrence Wright ha scritto un libro inchiesta davvero importante. Si tratta de La prigione della fede (Adelphi) e ricostruisce la nascita e il funzionamento di Scientology a Hollywood. Una setta che, dopo molti scandali e denunce (ampiamente documentate nel libro), «a 25 anni dalla morte del suo chimerico leader L.Ron Hubbard continua a restare a galla».


 

L’articolo completo nel numero 50 di Left in edicola dal 24 dicembre

 

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Amnesty denuncia la Russia: ci sono prove di almeno 200 civili uccisi

Qualche giorno fa un eroico giornalista che vive ad Aleppo, Rami Jarrah, ha fatto una diretta web con un gruppo di sostegno umanitario alla Siria, la Syria campaign, e ha raccontato di una bomba russa caduta in pieno centro. Jarrah per mesi aveva denunciato gli abusi da parte di soldati di Assad e delle milizie (fa il giornalista, racconta quel che vede). Da qualche mese racconta anche la distruzione delle bombe che piovono dal cielo sulla città distrutta dalla guerra. Qui sotto il video di un attacco del 15 dicembre scorso, che, come spesso accade, ha colpito un’area dove non c’era traccia delle falangi dell’ISIS.

Oggi, con un rapporto dettagliato arricchito da testimonianze e foto satellitari è Amnesty International a raccontare come i raid erei russi abbiano già fatto almeno 200 morti civili. O meglio, l’organizzazione per i diritti umani fornisce dati sulla morte di 200 civili, perché di quelli ha le prove.

Gli attacchi aerei russi in Siria hanno ucciso centinaia di civili e ha causato distruzione massiccia in zone residenziali, colpito case, una moschea e un affollato mercato, così come strutture mediche. Si trata di un modello di attacchi che viola il diritto internazionale umanitario.

Così, se la Russia sostiene che «Beni di carattere civile non sono stati danneggiati»: Amnesty produce prove per sostenere il contrario. Il rapporto si concentra su sei attacchi a Homs, Idleb e Aleppo che tra settembre e novembre 2015, hanno colpito una dozzina di combattenti e duecento civili. Il briefing comprende prove che suggeriscono come le autorità russe abbiano anche mentito per coprire i danni civili a una moschea e a un ospedale da campo. I documenti sono anche la conferma dell’uso da parte russa di bombe a grappolo vietate a livello internazionale e di bombe non guidate cadute su aree residenziali densamente popolate.

Qui sotto il racconto delle bombe cadute sul mercato di Ariha e la testimonianza di un medico (uno dei testimoni sentiti per internet e telefono, assieme a foto e operatori umanitari).

La mattina del 29 novembre 2015 il mercato nel centro di Ariha, nel governatorato di Idlib, brulicava di persone quando è stato colpito con tre missili. Quarantanove civili sono stati uccisi e molti altri feriti. Un testimone ha raccontato ad Amnesty International che ha parlato con una donna che piangeva accanto a un linea di cadaveri. Il marito e tre bambini erano stati appena uccisi e le parti del corpo dei suoi figli erano chiuse in sacchi. Secondo un’ulteriore testimonianza e materiale audiovisivo, nonché come sostengono diversi gruppi umanitari, nell’area non erano presenti gruppi o persone armate.

 

Ho assistito l’attacco alla scuola secondaria mista, a pochi metri di distanza dal ospedale. Non c’erano studenti. Due i raid, distanti circa otto minuti l’uno dall’altro. Ho sentito e visto due aerei da guerra ma erano a una quota insolitamente alta in modo non essere identificati. Uno ha lanciato un missile. L’ho visto cadere nel cortile della scuola. Ho visto tre persone leggermente ferite. La gente ha iniziato a raccogliersi. Un altro missile ha colpito l’ingresso della scuola, a 20 metri dall’ospedale. (…) L’esplosione è stata insolitamente forte. Il secondo colpo ha ucciso 11 civili. Ho visto il corpo di un infermiere, Hassan Taj al-Din, quello di una guardia dell’ospedale e altri nove corpi, tra cui un ragazzo di 14 anni. Non c’erano combattenti tra le vittime. Abbiamo trasferito circa 30 persone in altri ospedali da campo. Il muro di chirurgia era crollato e la camera per i raggi X distrutta. Non ci sono veicoli militari o basi nel centro di Sermin, solo nelle zone circostanti. La linea del fronte più vicina si trova a circa 50 chilometri di distanza.

Il sorriso di Bruno Caccia

bruno caccia

Il «monologo di carta» pubblicato su Left:

Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.

Questa storia è una storia che inizia con la fine il 26 giugno, di domenica a Torino. Se fosse in bianco e nero il 26 giugno 1983 sarebbe grigio come la menta che è appassita, una domenica che ti suda addosso come una doccia fatta troppo di fredda. È la passeggiata aggrappata al marciapiede di un uomo, un guinzaglio e il cane. E che interesse può accendere una camminata dopo cena in bianco e nero con un cane? Per questo siamo dovuti andare a riprenderla nel cestino del corridoio.

Lui cammina mentre slappa il sapore fresco del caffè tra il palato e la lingua, il cane annusa la sua passeggiata che gli insegna che è sera e forse questo asfalto che cerca di scollarsi ci dice che è fine giugno. Le passeggiate dopo cena sono sempre un fruscio degno, un vento tra le orecchie e il cuore anche se non c’è vento, una sigaretta per assaggiare il retrogusto di anche oggi cos’è stato, una pausa con la parrucca della sigla di coda. Se fosse in bianco e nero quella passeggiata sarebbe un battere di palpebre.

Chissà cosa pensava, Bruno Caccia, quella sera, sempre così sacerdote delle giornate bianco o nero, mentre si sedeva con gli occhi sull’altalena del guinzaglio e della coda; se pensava al gusto stringente di chi ha deciso che è domenica, e la domenica sera con il cane appoggiando per un secondo sul comodino la scorta dovrebbe essere un diritto anche delle solitudini più malinconiche, o se pensava a come fosse a dormire comodo questo nord di Mafiopoli che succhia l’osso dell’immunità narcotizzato dalla sua stessa presunzione. Come un coccodrillo sdentato che si prende il sole. Chissà se aveva ancora voglia di pensarci, a quell’ora che si mette sul cuscino perché è poco prima della notte, a quei vermi liquidi che zampettavano sulle gambe e sulla schiena del Piemonte addormentato, sdentato e fiero che tra il bianco e il nero aveva scelto la cuccia e la catena.

A Mafiopoli ci insegnano sempre che è di cattivo gusto fare i nomi. Caro Bruno, hanno cercato di consigliartela spesso la buona educazione di Mafiopoli. Non fare i nomi. E allora facciamo finta che non ci siano intorno a questa storia che è passata come un brodino con un dado artificiale, facciamo finta che non ci siano a sapere e ascoltare i mastri della ‘Ndrangheta che si attaccano seccati alla suola delle scarpe di una regione a forma di coccodrillo, facciamo finta che non siano né gli Agresta, né i Belcastro, o Bonavota, Bruzzaniti, D’Agostino, Ilacqua, Macrì, Mancuso, Megna, Morabito, Marando, Napoli, Palamara, Polifrone, Romanello, Trimboli, Ursino, Varacolli, Vrenna. In ordine alfabetico, messi in fila per matricola: come lo scarico dei capi al mercato dei suini secondo la marca pinzata all’orecchio. E lasciando fuori, per adesso, i Belfiore, che in questa storia di marciapiede, bianco o nero, sono il concime.

Chissà se ci pensava Bruno Caccia a quanto marciapiede avrebbe dovuto mangiare per svegliare il coccodrillo e urlargli dentro i buchi delle orecchie che era tempo di cominciare a grattarsi, a farle scivolare queste zecche marce che succhiano e si nascondono tra i peli. Chissà se ci pensava il magistrato Caccia, mentre sul marciapiede seguiva il passo soffice del cane e del suo collare, a com’è impudicamente nuda una città con un palazzo di giustizia che è un arcobaleno acido di caffè, mani strette e corna pericolose. Lì dove uno dei capi dei vermi, quel Domenico Belfiore che nella storia è un tumore che appassisce, chiacchericcia con il procuratore Luigi Moschella. Un bacio umido con la lingua al sugo tra ‘Ndrangheta e magistratura. Chissà se non gli si chiudeva lo stomaco a Bruno Caccia, sempre così fiero del bianco o del nero.

Siamo al primo lampione, cane e padrone, sotto quella luce di vetro che solo Torino sa riflettere così grigia.

Se ci fosse la colonna sonora da destra a sinistra sarebbe: il cuscinettìo delle zampe del cane, lo spelazzo della coda, il cotone della solitudine intesta alla sera di lui e più dietro, quasi fuori quinta, una 128 che cigola marinaia come tutte le fiat il 26 giugno del 1983.

Chissà che pensieri evaporavano dentro i sedili di plastica di quel marrone secco della 128. Chissà se erano fieri a sganciare la leva del cambio anoressica e zincata, per questa missione da bracconieri della dignità. Chissà come brillava la faccia a Domenico Belfiore mentre ordinava quella 128 e la polvere da sparo come si ordina una frittura per secondo, chissà come si erano sniffati la potenza di avere ammaestrato i catanesi alla ‘ndrina, di avere preso anche Cosa Nostra come cameriera, chissà come avevano riso pensando che proprio loro, con Gianfranco Gonnella, alzavano la saracinesca del caffè sotto il tribunale, in una colazione che serviva a mischiare rapporti per l’interesse di stare sempre nel grigio, vendendosi il crimine e la giustizia e mischiare tutto con il cucchiaino.

Mi dico che forse Bruno Caccia non riusciva a fumarseli nemmeno nella passeggiata di coscienza alla sera quei nomi che aveva deciso di tenersi bene a mente, come succede per un titolo che rimane anni incastrato nel portafoglio perché prima o poi ci può servire. Ecco, forse, mi viene da pensare, Bruno Caccia è un magistrato con la schiena dritta ma soprattutto un uomo di memoria, ma la memoria attiva quella vera che ormai qui a Mafiopoli è andata fuori produzione. Quella che serve per leggere le storie mentre succedono e se hai un po’ di fortuna immaginare di prevedere anche la mattina di domani. Mica quelle memorie in confezioni da 6 da accendere come le candeline in quelle storie che si cominciano a raccontare partendo dalla fine. Una memoria in camicia e con un cane sotto il secondo lampione.

Chissà se avranno pensato di spararci anche al cane, quei manovali disonorati nel costume mai credibile degli uomini d’onore mentre si avvicinavano a Bruno Caccia, il suo cane e per stasera niente scorta, chissà come schizzava olio quel soffritto nel cervello per sentirsi capaci di meritarsi anche stasera un pacca dal boss, quella 128 farcita di codardi che 25 anni dopo non sono ancora stati pescati. Chissà se pensano di essere impuniti dimenticando di avere prenotato in una sera il posto riservato nell’inferno dei picciotto e degli omuncoli.

14 colpi ad ascoltarli di seguito in una sera di 26 Giugno in via Sommacampagna a Torino sono una fanfara della codardia che tossisce. 14 volte di sforzi dallo stomaco di un rigurgito a pezzettoni. La risata di potenza di Mimmo Belfiore e suo cognato Palcido Barresi  che apre lo sfintere. 14 spari in una serata d’estate suonano come una canzone d’amore suonata con le pietre. Chissà cosa avrà pensato il cane, nel vedere quegli uomini a forma di stracci  mentre scendono per finire con tre colpi Bruno Caccia, il suo padrone, e ripartire veloci a prendersi gli applausi della grande famiglia di vomito e merda. Chissà a che punto era arrivato il magistrato a passeggio a pensare a tutti i fili dei nei di una regione che dormiva.

Tutto proprio sotto al secondo lampione. Dicono che Torino ogni tanto sia funebre: quella sera era a forma di cuore schiacciato da una ruota all’incrocio.

Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.

Che il magistrato Bruno Caccia sia stato ucciso il 26 Giugno 1983 da ignobili ignoti è rportato in qualche foglio tarmato scritto probabilmente con una stampante ad aghi. Ma gli avvoltoi tra le macerie della memoria si sono subito messi in tasca i soprammobili di quella storia con questa fine così cinematografica da non farsi scappare. E ti hanno regalato la memoria, caro Bruno, quella memoria di polistirolo buona per le sfilate per appiccicarci un nome al cartello bianco con sfondo bianco di una via. In questa Mafiopoli dove tutto va al contrario e bisogna prendersi la responsabilità di sperare in una fine certificata perché almeno si mettano a cercare cosa era successo prima.

Mi chiedo Mimmo Belfiore, cosa starai pensando adesso. Se un po’ non ti disturba che quella memoria che pensavi di avere rapinato tutta oggi è diventata una preghiera laica e quotidiana ogni mattina. Proprio qui, proprio dentro casa tua, nella tua cascina senza porcilaie ma che è stata piena di porci. Mi chiedo se ti brucia, mentre in carcere recitavi la parte dell’invincibile avere detto a Miano che Caccia l’avevi fatto ammazzare tu. Chissà come ci sei rimasto male, tradito da un infame e da un infermiere che il coraggio lo praticano per amore e non per una puttana a forma di maestà. Chissà quando te lo raccontano che a casa tua piano piano i guardiani del faro stanno strofinando via l’odore della tua famiglia e della vergogna. Chissà che magari, come tutti i tuoi compari non preghi di essere messo nelle mani di Dio e lui non ti aspetti sotto un lampione su una 128. Chissà se un giorno a voi mafiosi per un allineamento degli astri non vi succeda che riusciate ad avere un sussulto per vedervi allo specchio così anoressici d’indignità. Chissà se ci hai creduto davvero che tuo fratello Sasà riuscisse a continuare impunito mentre faceva girare in 4 anni 11 quintali di cocaina.  Dal Brasile poi in Spagna fino a Genova e Torino nell’ennesimo giro del mondo dei soldi in polvere. E chissà se non ti dispiace che tuo fratello Beppe invece non sia proprio all’altezza, lui che si è buttato sul gioco d’azzardo e alla fine si è azzardato troppo anche se aveva le spalle coperte dalla ‘ndrina Crea. Chissà come ti suona stonato sentire suonare una memoria libera proprio qui nel tuo cortile dove travestito da boss del presepe ti compravi la benevolenza con le ricotte. Chissà se un po’ non hai sorriso sapendo che alcuni tuoi compaesani di San Sebastiano Po temevano i disagiati per la “sicurezza pubblica”, impauriti dai disagiati del gruppo Abele dopo che ti avevano lasciato pascolare e sporcare per tutti questi anni. Vorrei chiederti, caro Mimmo, se non stai pensando che si avvicini la data di scadenza del tuo onore.

Bruno Caccia e il suo cane sono quei due sotto al secondo lampione.

A Mafiopoli le storie si cominciano a raccontare dalla fine. Bruno Caccia doveva finire il 26 giugno, che dico, per uno scherzo del destino il 26 giugno io ci sono pure nato. Oggi c’è un cortile, un cortile scippato ai Belfiore, un cortile che è stato rapinato al rapinatore, un cortile che vuole diventare da grande un giardino e una memoria che con le unghie sta rompendo il guscio. E il magistrato severo, sono sicuro, non riuscirebbe a trattenere un sorriso.

 

Sotto l’albero il nuovo numero di Left in edicola dal 24 dicembre

left 24 dicembre

Un numero speciale di Left quello in uscita giovedì 24 dicembre. Con le immagini e i fatti salienti dell’anno che sta per finire riunite in un portfolio che ci porta in giro per il mondo e la copertina dedicata alla vivacità e alle prospettive della piccola e media editoria. «È il pensiero che conta, sono le idee che cambiano il mondo», scrive Ilaria Bonaccorsi nel suo editoriale. Il pensiero è quello libero e “altro” che deriva anche dalla vitalità di un’editoria indipendente che ora si trova a far fronte al gigante che prende il nome di Mondazzoli.
La storia di copertina di questa settimana racconta, tra l’altro, di un mercato che registra una tendenza positiva e premia i piccoli editori grazie anche alla narrativa per ragazzi e ai lettori forti, che sono sempre più donne. L’alternativa al colosso editoriale che vede uniti Mondadori e Rizzoli la racconta Stefano Mauri, presidente del gruppo Gems una “confederazione” che raggruppa una dozzina di marchi e copre il 10 per cento del mercato. «Penso che l’Antitrust dovrebbe aprire un’istruttoria, perché non ci sono in Europa situazioni confrontabili con questa», dice Mauri. Il mondo dell’editoria indipendente è ben diverso da quello delle concentrazioni editoriali: «Non facciamo auto, non abbiamo un ruolo nella politica, non abbiamo una tv, non facciamo scarpe. Questa è un’attitudine molto importante, significa che i nostri autori sono liberi di esercitare il diritto di critica su tutto ciò che vogliono». Poi ci sono le librerie indipendenti, realizzate dai coraggiosi “biblioattivisti” che Left ha scovato nei quattro angoli del Paese: non solo luoghi di resistenza nelle periferie delle grandi città, ma anche vere e proprie sperimentazioni “viaggianti”. Infine il racconto dell’editore “per caso” Domenico Procacci e della sua Fandango.
Tanti altri i temi in sommario sul numero in edicola il 24 dicembre. La cooperazione allo sviluppo nei Paesi poveri dovrebbe essere un obbligo secondo quanto stabilisce l’Onu. Ma l’Italia spende poco e male, frammentando i fondi in centinaia di ong e interventi. Dove sono i pellegrini al Vaticano? Un reportage racconta il flop del Giubileo. Infine, un libro a cura degli economisti Di Maio e Marani mette a nudo i luoghi comuni dell’informazione economica.
Negli esteri, un reportage da Sana’a racconta la pace impossibile per le guerre nello Yemen, e un’analisi sul “mondo sottosopra” traccia una panoramica della situazione internazionale tra Stati falliti, milioni di persone in fuga e territori in macerie.
In Cultura Left racconta il successo del cinema italiano contemporaneo cui il Moma di New York dedica un’ampia retrospettiva, una guida controcorrente alle letture sotto le feste e il punto sulle serie tv che hanno colpito l’immaginario collettivo. Per la scienza, la ricerca dell’algoritmo che permetterà di leggere negli occhi e quindi aiutare le persone disabili.