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Riforma Rai, la Maggioni non basta

monica maggiori presidente rai

La Rai, nel bene e nel male, è sempre un indice e un sintomo della vicenda politica italiana. Le ultime nomine dei vertici hanno dimostrato – con l’eccezione di Carlo Freccero – che la lottizzazione continua, essendo la cifra identitaria di un’azienda mai liberatasi dai vincoli esterni. E, per di più, la fisionomia del vertice è stata disegnata sulla base della vecchia e logora legge Gasparri del 2004, tuttora in vigore, pur essendo la traduzione normativa del predominio berlusconiano. Era lecito attendersi qualche novità dal governo “rottamatore”. O bastano Antonio Campo Dall’Orto e Monica Maggioni? Torniamo al disegno di legge. È stata confezionata una proposta che ci riporta indietro di quarant’anni. La (contro)riforma del governo (ddl n.1880) dimostra che vi è un’assoluta mancanza di strategia. Nonché di una visione. Purtroppo, infatti, il testo si limita ad intervenire sul meccanismo dei poteri, senza assegnare alcuna missione definita all’azienda. Come è stato sottolineato nello stesso dibattito parlamentare, fermo alla prima lettura, nonché in grande parte dei commenti, lo spostamento del baricentro dal parlamento all’esecutivo è sbagliato e pericoloso.

E pesano conclamati vizi di incostituzionalità, come ha messo in luce tra gli altri –nel corso dell’audizione presso la commissione parlamentare di vigilanza- Enzo Cheli. Il cuore dell’articolato ruota attorno all’introduzione della figura dell’amministratore delegato, dotato di funzioni assai superiori a quelle del tradizionale direttore generale. Una sorta di capo-azienda, fiduciario di palazzo Chigi. Tra l’altro, un emendamento del governo inserito all’ultimo minuto nell’aula del Senato garantisce al direttore generale di assumere le sembianze (nonché i poteri) dell’amministratore delegato, per chiudere il cerchio. Il consiglio di amministrazione (oggi di nove componenti, domani di sette) diviene un corollario. Anzi.

Il “sottotesto” del testo risulta chiaro. La Rai perde via via il carattere di un servizio pubblico ed è ridotta a mera azienda governativa. Probabilmente di metà classifica, visto che nei posti di testa stanno ormai Sky, Mediaset e new entry come Telecom-Netflix, per non dire gli OTT (Over the top), da Google ad Amazon. La prova provata è l’assenza di qualsiasi istruttoria adeguata, quanto meno per definire la nuova carta geografica del ruolo pubblico, in verità attualissimo. In misura persino maggiore di ieri. L’era digitale ha bisogno di un intelligente intervento dello stato, né assistenziale, né confinato ad una sorta di “libro-cuore” imperniato sul maestro Manzi. Lo stato-innovatore, nei termini moderni con cui ne ha scritto Mariana Mazzucato, è uno strumento essenziale. Dopo l’era pan-televisiva a baricentro berlusconiano, serve ora un’intelligente transizione verso le diverse piattaforme tecnologiche (onde hertziane, cavo, satellite), garantendo a tutti, senza discriminazioni, l’accesso free e la banda larga. Il compito del servizio pubblico passa da tale frontiera “a nordovest”, dove si giocano presente e futuro della cittadinanza digitale. Il rischio da evitare è il “divario televisivo”: il solco tra chi è in grado di entrare nell’universo crossmediale e chi si deve accontentare di una ripetitiva televisione generalista. Sarà un banco di prova per la democrazia italiana. Una sfida da non perdere.

«Non mi è mai interessata la fotografia», Olivo Barbieri al MAXXI

«Non mi è mai interessata la fotografia, ma le immagini. Credo che il mio lavoro inizi laddove finisce la fotografia» ha detto Olivo Barbieri, raccontando la propria poetica. La grande retrospettiva Olivo Barbieri. Immagini 1978-2014, che gli dedica il MAXXI di Roma concretizza questa sua dichiarazione, con centinaio di lavori dal forte effetto pittorico; immagini di città dalle atmosfere suggestive, evanescenti, oniriche oppure al contrario spaesati, incombenti, claustrofobiche. Come se di volta in volta Barbieri riuscisse a cogliere l’anima della città, l’atmosfera che vi si respira, al di là dei contorni oggettivi dei quartieri, di palazzi, delle strade. Spesso è un dettaglio che appare sfocato, un leggero svisamento, a mostrarci che la sua foto non è un calco, non riproduce la realtà, non documenta in maniera inerte, ma ci offre una visione inedita. Anche quando ritrae il Bel-paese che crediamo di conoscere.

Appaiono scorci mai visti, o almeno mai visti così, nella serie Viaggio in Italia 1980-1983, seguita da Images 1977-2007 con i suoi noti Flippers, giochi di icone sovrapposte alla realtà. Continuando la visita s’incontrano le foto che ricreano dipinti conservati nei musei, dal Louvre, a Capodimonte, agli Uffizi: Barbieri riesce a rendere immaginifico anche una iper razionale veduta di Venezia firmata da Canaletto.

Con Artificial Illuminations 1982-2014, e China 1989-2014, invece il fotografo emiliano ha saputo cogliere prima di altri l’impressionante trasformazione capitalistica delle grandi metropoli asiatiche. E ancora:Virtual Truths 1996-2002, in cui sperimenta la tecnica del fuoco selettivo, Site Specific 2003-2013, dedicato al rapporto con la natura e Parks 2006-2014, una spettacolare sequenza di foto realizzate volando a bassa quota con un elicottero, su quaranta città, da Roma a Shanghai. Ma forse ancor più affascinanti, in questa mostra curata da Francesca Fabiani e aperta fino al 15 novembre, sono le serie che indagano il silenzio, realtà sfuggenti, misteriose. Un effetto di incantamento magico potenziato dai nove video in loop su tre monitor e dalla pellicola colorata che riveste la grande vetrata del Museo.

 

GALLERY | Olivo Barbieri al MAXXI

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[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/simonamaggiorel” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

L’Era della Luce

Che abbia inizio l'era della Luce: l'era dominata dalla fotonica.

All’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, ne sono convinti: il 2015 passerà alla storia come l’anno d’inizio di una nuova era, la fotonica, che chiuderà la vecchia era dell’elettronica e consentirà una nuova fase di sviluppo tecnologico. I selfie, gli autoritratti che sciamano sui social network, realizzati con i sensori ccd delle fotocamere digitali compatte, non sono che la versione pop e ancora piuttosto rozza di questa nuova era che ha nei laser, nelle fibre ottiche o nei pannelli fotovoltaici le prime dimostrazioni delle sue enormi potenzialità.

Nell’era della fotonica, come suggerisce il nome, i fotoni sostituiranno gli elettroni come particelle fondamentali delle tecnologie più avanzate. E poiché i fotoni sono “atomi di luce”, ecco che l’Unesco ha eletto il 2015 “anno internazionale della luce”.

Il futuro, dunque, sarà una sorta di nuovo Rinascimento, dominato dalla luce e dall’applicazione (anche nelle arti?) delle leggi scientifiche dell’ottica. Salvo che quella geometrica, applicata da “scienziati artisti” come Piero della Francesca, darà sempre più spazio l’ottica quantistica, che ha tra i suoi “scienziati artisti” Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965. Ma che la luce sia ancora (sia più che mai) al centro dell’interesse della scienza di punta, lo dimostra il fatto che l’ultimo dei premi Nobel per la Fisica, quello del 2014, è stato vinto dagli scopritori della “luce blu” che consente la messa a punto dei Led che utilizziamo nei nostri smartphone e nei nostri tablet (peraltro vetuste tecnologie elettroniche) e che hanno mandato in pensione le vecchie lampadine a incandescenza.

Ma è fin dai suoi primi vagiti che la scienza è “scienza visuale”: scienza della luce. E, infatti, uno dei primi e dei più grandi scienziati di ogni tempo, Euclide, attivo ad Alessandria d’Egitto tra il IV e il III secolo a.C., con la “scienza della luce” inaugura la scienza tout court. E non solo quando scrive l’Ottica, il pri mo libro dedicato alle leggi che governano la trasmissione della luce. Ma anche quando re dige gli Elementi, considerato l’atto fondativo della geometria moderna.

E cos’è la geometria se non “matematica visuale”, studio delle forme e delle loro relazioni nello spazio? In realtà anche Aristotele, più grande di Euclide di quindici anni o poco più, si era interessato alle leggi fisiche e alla fisiologia della visione.

Sostenendo che per vedere un oggetto occorre che tra l’occhio e l’oggetto stesso sia presente un mezzo trasparente, come l’aria, “pieno di luce”, perché al buio l’occhio non vede. C’è in questa proposta del filosofo di Stagira una prima riflessione sulla “natura della luce”: non sostanza in sé, ma accidente delle sostanze trasparenti come l’aria o l’acqua. Già, ma cos’è la luce? È dalle risposte date a questa domanda nel corso della sua storia che la fisica ha determinato gran parte del suo stesso progresso. E dalle risposte che continuerà a dare dipenderà il suo futuro e quello delle tecnologie fotoniche.

Il primo a replicare ad Aristotele è proprio Euclide. La luce non è negli oggetti che vediamo, ma nell’occhio che vede.
È lui, l’occhio, che emana raggi di luce che raggiungono l’oggetto illuminato. La visione altro non è che il ri torno al nostro occhio dei raggi riflessi dagli oggetti che ne vengono colpiti. Poiché i raggi emanati e quelli riflessi si propagano in linea retta, ecco che noi possiamo elaborare leggi matematicamente rigorose dell’ottica. Euclide non è il solo nel mondo ellenista a occuparsi di luce. L’Ottica di Claudio Tolomeo, vissuto quasi mezzo millennio dopo Euclide, ha influenzato a lungo la cultura islamica e occidentale. Ma se lo studio pratico della trasmissione della luce ha coinvolto il mon do intero, è solo nel IX secolo che qualcuno è in grado di apportare novità sulla sua na tura. È alKindi il “primo filosofo islamico” che verifica per via sperimentale quale tra le teorie proposte dei due greci sia la migliore per spiegare i fatti noti. AlKindi, trova che la teoria di Aristotele è incapace di spiegare l’in fluenza tra percezione dell’oggetto e angolo di osservazione, mentre la teoria geometrica di Euclide spiega tutti i fatti noti e, dunque, deve essere considerata la migliore.

La luce, dunque, non è un accidente. Al Kindi, insieme a un altro scienziato islamico, Alhazen, può essere a giusta ragione conside rato uno dei padri nobili dell’ottica scientifi ca. Certo entrambi influenzano il pensiero e l’opera dei primi filosofi naturali apparsi in Europa nel Duecento. In particolare di quel gruppo di francescani, chiamati per l’appun to “i filosofi della luce”, che a Oxford danno vita a una lunga e proficua stagione di studi sull’ottica. Il primo è Roberto Grossatesta: la luce, sostiene, è una forma di materia purissima: «prima forma della materia prima cre ata» che si diffonde in maniera istantanea e sferica. La diffusione della luce può essere in dagata con i metodi, esatti, della geometria. Anzi, è possibile fondare l’intera descrizione fisica del mondo sull’ottica geometrica. Un suo discepolo, Ruggero Bacone, lo corregge in un dettaglio: la luce si muove a una veloci tà certo molto grande, ma finita.

Dopo la “grande crisi del Trecento”, il Rinascimento è segnato dal “ritorno della luce”. E non solo in senso metaforico. La ricerca scientifica riparte in Europa nel XV secolo con gli studi sulle leggi geometriche della prospettiva realizzati da Leon Battista Alberti, Luca Pacioli, Piero della Francesca e sulla loro concreta applicazione a opera di Brunelleschi, Donatello, Masaccio. Sono loro a dare inizio a quella fase della ricerca europea che è stata definita, non a caso, “scienza visuale”. Almeno due secoli all’insegna della luce che preludono alla rivoluzione scientifica del Sei cento, che molto deve al miglioramento, nel 1609, del telescopio da parte di Galileo. Una novità che consente di vedere nei cieli, lette ralmente, “cose mai viste prima”. Ed è accompagnata dall’invenzione del microscopio che, a sua volta, consente di vedere “cose mai viste prima” nel mondo microscopico. Queste sono innovazioni di tecnologia ottica che, per dirla con Ernst Cassirer, “dividono le epoche”. È anche in seguito a queste tecnologie che riprende la riflessione scientifica sulla natura ambigua della luce. La luce è fatta di onde, propone Christiaan Huygens nel 1678.

Niente affatto, risponde Isaac Newton, con la sua Ottica del 1704: la luce è costituita di minuscole particelle che si propagano in linea retta. Per nulla, ribattono a inizio Ottocento Thomas Young e AugustinJean Fresnel, che propongono una nuova teoria, ondulatoria, della luce. L’idea che la luce sia una forma di energia radiante emanata dalla materia viene codifi cata nella seconda parte del XIX secolo da Ja mes Maxwell, in quella sua famosa teoria che unifica ottica, elettricità e magnetismo. Sembra la parola tombale sull’antica questione: la luce è un’onda.

Ma passano pochi anni ed ecco che, nel 1905, Albert Einstein dimostra che tutti e nessuno hanno ragione: la luce ha una doppia e ambigua natura. Costituita com’è da “quanti di luce”, oggetti discreti ma privi di massa, che si comportano sia come onde che come corpuscoli. Più tardi i “quanti di luce” verranno chiamati fotoni. Einstein fonda la sua teoria della relatività ristretta su un postulato ottico: nulla può viaggiare a velocità superiore a quella della luce.

Dieci anni dopo, nel 1915, con la teoria della relatività generale, Einstein dimostra che i fotoni e gli oggetti materiali dotati di massa non si muovono nello spazio e nel tempo, ma con la loro presenza e la loro dinamica determinano la stessa geometria dello spaziotempo. La riflessione sulla natura ambigua della luce e sul suo comportamento ha generato una nuova e inattesa visione dell’universo.

E non è finita. Con gli sviluppi della fisica quantistica, a partire dagli anni 20, si scopro no le caratteristiche dell’entanglement: due fotoni possono restare legati anche a distanza e l’uno può “sapere” istantaneamente cosa fa l’altro infrangendo la legge che impedisce di trasmettere azioni e informazioni a velocità superiori a quelle della luce.

La luce che si fa beffe di se stessa.È il preludio di quel “teletrasporto” trasmissione istantanea a distanza considerato un assurdo ma dimostrato per via sperimentale prima da Alain Aspect (per di stanze di pochi centimetri) e poi su da Anton Zeilinger, per distanze di centinaia di metri a cavallo del Danubio. Di recente, nel 2012, la notizia di un nuovo successo: il “teletrasporto” degli stati di fotoni ha funzionato su una distanza di 143 chilometri, tra le isole di La Palma e Tenerife nell’arcipelago delle Canarie. Controllando la natura ambigua della luce i fisici hanno realizzato oggetti nuovi e già di largo impiego, come i laser e le fibre ottiche. Ma, forse, nella nuova era fotonica la nuova frontiera tecnologica sarà il controllo di un apparente assurdo: il “teletrasporto”, l’azione istantanea a distanza tra “quanti di luce”.

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Una bohème didascalica e inutilmente tecnologica

La terza opera di Puccini proposta quest’estate a Caracalla, La bohème (le altre erano Madama Butterfly e Turandot), torna alle Terme nell’allestimento dello scorso anno, firmato David Livermore. La vicenda è idealmente collocata all’interno dell’atelier del pittore Marcello, uno dei quattro della combriccola bohémienne, e la narrazione è accompagnata dai maggiori capolavori dell’impressionismo francese di fine ‘800, proiettati su otto tele/pannelli disposti sul fondale. Il problema degli allestimenti che oggi ricorrono alla tecnologia per proiezioni, animazioni, etc. è riuscire a trovare un connubio che, al di là del singolo effetto, assicuri almeno la gradevolezza complessiva. Sotto questo aspetto l’allestimento di Livermore non è esemplare: i toni accesi e gli ingrandimenti insistiti – il tutto animato – fanno sì che quello che dovrebbe essere uno sfondo diventi spesso protagonista, mentre le figure degli interpreti perdono risalto.

Non vengono poi risparmiate alcune piccole brutture, come il pattern neutro usato nei momenti di transizione. Livermore riesce invece nell’intento (dichiarato) di creare una buona aderenza tra movimenti scenici e partitura. Le scene nella soffitta del quartiere latino rendono la squattrinata spensieratezza dei giovani artisti (grazie anche agli interpreti, tra i quali spicca lo Schaunard di Alessio Arduini) e curatissimi appaiono anche i movimenti della folla, tra bambini e saltimbanchi, nel boulevard parigino. Purtroppo lo spettacolo rischia più volte di sconfinare nel musical (quando Rodolfo e Mimì attraversano la folla in volata verso il pubblico, mano nella mano, i volti estasiati), o nel kolossal, complici i microfoni, un equilibrio non perfetto tra voci e orchestra e la direzione dilatata di Paolo Arrivabeni, fin troppo didascalica nel sottolineare i momenti di maggiore intensità.

Dopo un secondo atto dominato dal bianco, con l’effetto della neve sulla platea nel quadro della Barrière d’Enfer, si arriva ad un finale un po’ maldestro: Rodolfo tira giù Mimì dal divano e la abbraccia a terra, spalle al pubblico, in una posa non elegante (che sarebbe perdonabile) ma neanche espressiva. Nel cast spiccano Cristina Pasaroiu (Mimì nel secondo cast, nel primo è Serena Farnocchia) e Rosa Feola nei panni di una Musetta sanguigna e bizzosa, a tratti bisbetica, più ingenua e ruspante che sexy e maliarda come è a volte rappresentata. Matteo Lippi è un Rodolfo un po’ scolastico (nel primo cast è Abdellah Lasri). Completano il cast Julian Kim (Marcello), Carlo Cigni (Colline), Roberto Accurso (Benoît).

Elezioni Usa, i primi spot Tv di Hillary e il primo dibattito tra repubblicani

La campagna per le primarie democratiche e repubblicane entra nel vivo. Hillary Clinton comincia a spendere soldi per spot televisivi e giovedì prossimo i repubblicani tengono il loro primo dibattito televisivo. Cominciamo dall’ex senatrice di New York e dalle scelte fatte per convincere gli elettori delle primarie di Iowa e New Hampshire, primi Stati in cui si vota. I video da un minuto sono due e parlano la stessa lingua, uno è più biografico sentimentale, l’altro dice le stesse cose in forma di presentazione. La frase finale del primo è quella cruciale: “Quando ha avuto bisogno di una guida, di un aiuto (champion in inglese), ha trovato qualcuno – dice Hillary guardando nell’obbiettivo e parlando di sua madre, che è stata abbandonata dai genitori e ha cominciato a lavorare a 14 anni – Penso a tutte le Dorothy d’America, che combattono per le loro famiglie senza mai mollare. E’ per loro che faccio tutto questo”. Il tentativo di entrambi gli spot è chiarissimo: parlare alle donne, convincerle dell’idea che l’ipotesi di una di loro alla Casa Bianca sarebbe un grande trionfo simbolico e anche politico. E poi umanizzare la ex first Lady ed ex senatore di New York, che il suo grande problema è proprio quello: gli elettori non si fidano della sua sincerità, del suo non essere solo un animale della politica assetato di potere.
I due spot da un minuto, destinati ai piccoli e determinanti mercati televisivi di Iowa e New Hampshire e sono il vero inizio della campagna elettorale: Clinton vuole evitare di trovarsi impantanata nel duello interno al partito. Se ad oggi Hillary ha scelto un profilo tutto programmatico, tenendo discorsi sulle condizioni di vita e il diritto di voto degli afroamericani – che è sotto attacco dopo una sentenza della Corte Suprema – su banche e finanza, sull’economia e sul riscaldamento globale, adesso è la volta di tornare alla persona, al candidato donna, figlia, nonna.

E così in un video si racconta delle umili origini per far dimenticare l’eccesso di successo a partire dagli anni 80 in poi e nell’altro si spiega come la storia della madre Dorothy sia la fonte di ispirazione delle grandi battaglie politiche della candidata presidente. Se nei discorsi e nelle uscite fatte fino a oggi Hillary aveva parlato molto alla base di Obama (minoranze, donne, Lgbt) con questi video ci si rivolge all’America media: Iowa e New Hampshire sono stati bianchi e sostanzialmente tradizionali (non conservatori) ed è bene parlare un linguaggio conosciuto. E tentare di rendere più simpatica la candidata antipatica per eccellenza, che nel secondo video ricorda come il suo spirito di servizio l’abbia spinta ad accettare l’incarico di Segretario di Stato nella prima amministrazione Obama dopo essere stata sconfitta alle primarie (non andò proprio così, ma questa è una pubblicità).

Nei sondaggi Hillary continua a distruggere qualsiasi concorrente democratico effettivo (Sanders, O’Malley, Webb) o potenziale, come il vicepresidente Biden, che sta attivamente ragionando su un’ipotesi di candidatura alle primarie. L’ipotesi di una candidatura del VP era considerata improbabile: l’ex senatore del Delaware non ha una base potenziale molto diversa da quella di Hillary, che tra l’altro conta tra i suoi collaboratori molte figure provenienti dallo staff di Biden. Certo è che in termini di raccolta fondi, visibilità e capacità di parlare in modo diretto e franco (a volte sopra le righe) il vicepresidente rappresenterebbe una sfide seria per Clinton. Meglio cominciare a lavorare da subito per connettersi con gli elettori dei primi Stati a votare: qui, soprattutto in New Hampshire gli ultimi sondaggi indicano Bernie Sanders, senatore di sinistra del Vermont a soli 10-15 punti di distanza. Molto, ma meglio non correre rischi, in caso di corsa di Biden i sondaggi sarebbero diversi, che Obama lo scelse proprio per raggiungere Stati e pezzi di società come quelli prevalenti in parti del New England o in regioni agricole come l’Iowa.

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(La media dei sondaggi sulle primarie democratiche secondo la pagina dedicata di Huffington Post)

Se la nomination democratica difficilmente regalerà sorprese, il discorso per il partito repubblicani è molto diverso. I sondaggi indicano da un mese la prevalenza di Donald Trump, magnate delle costruzioni e personaggio televisivo, capace di uscite scorrette su ogni tema, l’uomo dai capelli più ridicoli d’America raccoglie più consensi di quanto chiunque si aspettasse. Tutti sapevano che la sua candidatura avrebbe fatto rumore e che nelle prime settimane avrebbe funzionato – è l’effetto annuncio – ma la resistenza del candidato Trump non era prevedibile. Segno che alla pancia repubblicana il miliardario piace. E segnale preoccupante per tutti gli altri. Trump infatti non ha nessuna possibilità di riuscire a vincere le primarie e se i numeri dovessero continuare a essere dalla sua parte, tutti i poteri forti, l’establishment e i miliardari donatori si coalizzerebbero per trovare l’alternativa. In un campo con 17 candidati, con diversi conservatori che si fanno la guerra tra loro, un Jeb Bush che è il più forte e credibile ma non piace alla base e qualche candidato con potenzialità che ancora non ha bucato, Trump svetta sugli altri.

repubblicani

(La media dei sondaggi sulle primarie repubblicane secondo la pagina dedicata di Huffington Post)

 

Dietro Trump al momento c’è Scott Walker, governatore del Wisconsin e arci-nemico dei sindacati non ancora messo alla prova sulla scena nazionale. Poi Jeb Bush e, infine tutti gli altri. La forza di Bush e Trump sta nel loro portafogli, elemento determinante per chiunque voglia durare in una gara che potrebbe diventare una maratona: uno è straricco di suo e l’altro ha accumulato enormi contributi finanziari. Tutti gli altri, a meno che uno dei candidati non riesca a emergere e a coalizzare i conservatori, rischiano di non riuscire a essere competitivi in caso di guerra di trincea.
Giovedì prossimo su FoxNews il primo dibattito tra i candidati repubblicani sarà un primo filtro: qualcuno che in questo momento non emerge nei sondaggi riuscirà a farsi notare, altri verranno condannati all’oblio nel giro di poche settimane. Attenzione però, per dare un qualche ordine al dibattito, Fox ha deciso di limitare la partecipazione a dieci candidati basandosi sui consensi raccolti nei sondaggi. Qualcuno insomma rischia di rimanere fuori anche prima che si cominci a giocare la partita nazionale. Quanto a Trump, se venisse fatto fuori in malo modo potrebbe sempre decidere di correre da solo come terzo candidato. A quel punto, se i candidati dei due grandi partiti fossero Jeb Bush e Hillary Clinton, il 2016 sarebbe una riedizione del voto del 1992 quando il miliardario Ross Perot garantì la vittoria di Bill contro Bush senior, strappandogli una parte del voto di destra. Ma questa è fantapolitica estiva.

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Sull’Empire State Building le foto degli animali a rischio estinzione

Per una notte New York si è trasformata in una vera e propria giungla. Uccelli esotici, balene, tigri, leopardi, aquile hanno d’improvviso “invaso” lo skyline di Manhattan proiettati sulla facciata dell’Empire State Building. Lo spettacolo che ha lasciato a bocca aperta la Grande Mela è stato realizzato per promuovere il documentario “Racing Extinction” prodotto da Discovery Channel che verrà trasmesso dalla pay tv nel dicembre 2015.

VIDEO | Racing Extinction (trailer)

L’autore delle video proiezioni e degli scatti eccezionali è il fotografo e filmmaker Louie Psihoyos. Per Psihoyos la performance non è solo promozionale, ma anche un’ arma di “istruzione di massa”, l’obiettivo ultimo dell’artista infatti è  lanciare un allarme sulle specie animali in via d’estinzione e sensibilizzare la popolazione americana e mondiale sul tema. Tra gli animali proiettati sui 33 piani dell’Empire, anche il leone Cecil, recentemente ucciso da un dentista americano in Zimbabwe.

GALLERY | Manhattan è una giungla, le immagini sui social

 

Incredible night in NYC! Thanks to everyone who shared your #RacingExtinction photos. Together we can save these amazing creatures.

Una foto pubblicata da Discovery (@discoverychannel) in data:

 

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Demirtas: “Erdogan usa l’ISIS per riportare il caos in Turchia”

“Di fronte alla situazione politica che si è complicata, il presidente Erdogan e il suo partito hanno scelto di far precipitare la situazione del Paese nel caos”. Spiega così, Selahattin Demirtas (leader dell’Hdp, formazione di sinistra che presentatasi alle ultime elezioni ha superato la quota del 10% entrando in parlamento ottenendo un risultato storico) in un’intervista pubblicata da Der Spiegel, la scelta del governo turco di riaprire le ostilità contro il PKK (di cui avevamo parlato qui). La linea dell’Hdp è quella di riaprire i canali del dialogo e fare ogni sforzo per non far naufragare definitivamente il cessate-il-fuoco. Nel frattempo proseguono i bombardamenti degli aerei di Ankara sui campi del PKK sulle montagne turche e irachene e si contano i morti – anche civili – e gli attacchi del Pkk: un kamikaze ha ucciso due poliziotti. Il governo regionale curdo-iracheno ha chiesto al Pkk di trasferire i suoi armati lontano da zone abitate da civili per evitare morti innocenti. Qui sotto l’intervista al leader dell’Hdp pubblicata sul numero 29 di Left ancora in edicola e acquistabile in versione digitale qui.

C’è chi lo ha definito l’Obama turco. Di certo è l’uomo nuovo, l’astro in ascesa della politica di Ankara. Il vero “anti-Erdogan”. La Turchia laica, quella che rivendica diritti e libertà in ogni ambito della vita pubblica e privata, anche nella sfera della sessualità, si riconosce nel 40enne Selahattin Demirtas, che nelle elezioni dello scorso 6 giugno ha portato il suo partito – l’Hdp, nato nel 2014 – oltre la micidiale soglia di sbarramento del 10 per cento, conquistando il 13 e 79 deputati. I giovani sono stati i maggiori artefici di un successo elettorale senza precedenti. E tra quei giovani che hanno creduto in lui, c’erano anche le ragazze e i ragazzi massacrati a Suruc da un attentato kamikaze rivendicato dall’Isis.

Le parole di Demirtas s’intrecciano indissolubilmente con quei sentimenti condivisi dai tanti, non solo nella comunità curda in lutto, che piangono i ragazzi di Suruc: «Di fronte a quelle giovani vite spezzate in quel modo», racconta a Left Demirtas, «non montano solo la rabbia e un dolore infinito. Sopra ogni altra cosa deve esserci la volontà di fare piena luce su quel crimine, chiedendo giustizia e verità per quei martiri e le loro famiglie. Ci sono tanti lati oscuri in questa vicenda che vanno chiariti, a cominciare dalla responsabilità di un governo che ha mostrato una colpevole negligenza nel non predisporre le adeguate misure di sicurezza per quei ragazzi che volevano aiutare i loro coetanei di Kobane a ricostruire una città distrutta dai jihadisti dello Stato islamico».

Il mondo è rimasto scioccato di fronte alle immagini di quei giovani massacrati da un kamikaze dell’Isis. Lei ha usato parole molto severe nei confronti delle autorità turche.

Il primo pensiero va a quei ragazzi che si erano riuniti per ricostruire ciò che i criminali dell’Isis avevano distrutto. Non avevano armi con sé, erano animati solo da una straordinaria volontà di libertà e di pace. Quei 32 ragazzi uccisi intendevano portare aiuti e giocattoli alla popolazione di Kobane, costruire una biblioteca: il loro era un inno alla vita, non un messaggio di morte. Per questo vanno considerati e ricordati come degli eroi, e il modo migliore per onorarli è quello di non arrendersi di fronte ai loro massacratori e, al tempo stesso, esigere che sia fatta piena luce su i tanti lati oscuri di questa strage.

A cosa si riferisce in particolare?

Alla colpevole sottovalutazione delle autorità preposte alla sicurezza, sui pericoli che quei ragazzi correvano. Non è stata presa alcuna misura per garantire loro una adeguata protezione, eppure non si trattava di un raduno clandestino, le autorità erano a conoscenza da tempo di quell’iniziativa. Il minimo che si possa dire è che c’è stata una intollerabile negligenza della quale i responsabili, ad ogni livello, dovranno rendere conto. Anche perché non si tratta di un caso isolato. La storia recente dimostra che i responsabili di massacri in cui lo Stato ha giocato un ruolo, che sono stati condotti a termine con appoggi interni allo Stato, non sono mai stati presi. La storia di questi anni è piena di innumerevoli ncasi simili. Vorrei aggiungere che il dolore per quella strage è immenso. Ma sinceramente le dichiarazioni dopo l’attacco e le offese contro il nostro partito sono tanto dolorose quanto il massacro. Di certo, non lasceremo altri ragazzi in balìa di questi criminali. Adotteremo le misure necessarie per garantire la sicurezza, visto che chi è preposto a farlo viene meno al suo ruolo.

C’è chi parla apertamente di una connivenza fra le autorità di Ankara e l’Isis. Condivide questa accusa?

Più che di connivenza parlerei fin qui di tolleranza, e già questa è un’accusa pesante. Non è un mistero che molti jihadisti, i cosiddetti foreign fighters, in questi anni abbiano raggiunto la Siria e l’Iraq passando attraverso la frontiera turca, senza incontrare alcun impedimento. Non solo. Quando Kobane resisteva eroicamente agli attacchi dell’Isis, Erdogan aveva fatto schierare alla frontiera, a pochi chilometri da quella martoriata città, i carri armati. Ma non c’è stato alcun intervento, come se più che la minaccia dello Stato islamico, a Erdogan facesse più paura la resistenza curda. Ora però lo scenario sta cambiando: Erdogan ha dato il via libera ad azioni militari contro l’Isis in Siria. Il “Sultano” dichiara guerra al “Califfo”. Erdogan si è deciso ad agire solo dopo che l’Isis ha portato la morte sul suolo turco. Quel tacito patto di non belligeranza non ha retto e Erdogan ha deciso di tornare nell’alveo Nato e giocare le sue carte con gli Stati Uniti. Vuole mostrarsi un uomo forte e per farlo deve dare più spazio e più potere ai militari. Ciò che non può essere accettato è che tenti di utilizzare la guerra all’Isis per avere mano libera nella repressione sul fronte curdo.

Lei ha ridato orgoglio e identità politica alla comunità curda turca, ma al tempo stesso ha sempre sostenuto di voler andare oltre l’appartenenza etnica, per dare basi solide alla “nuova Turchia”.

È così. Il successo dell’Hdp nelle elezioni di giugno, non è solo merito di una comunità, quella curda, che pure ha compreso l’importanza dell’unità rispetto alle vecchie divisioni. Il merito di quel risultato è anche di quanti, elettori e attivisti, vedono nell’Hdp il partito di armeni, islamisti, aleviti, lavoratori, donne, ambientalisti, attivisti dei diritti umani, il suo voler essere rappresentativo di tutti i gruppi oppressi. Non so se riusciremo ad essere all’altezza di queste aspettative, quel che so è che vale la pena battersi per cercare di realizzarle.

Nelle presidenziali dello scorso anno, a suo fianco si è schierata anche la comunità omosessuale turca. La scelta elettorale del popolo lgbt, ribadita anche per le elezioni legislative del giugno scorso, deriva dal fatto che Demirtas, cito testualmente, «è l’unico candidato che ha espresso il suo impegno per i diritti dei gay». Non ritiene di essersi alienato i favori della parte più tradizionalista della società turca?

Se una democrazia non riconosce che la sfera delle libertà e dei diritti debba investire anche la sfera della sessualità, non è una democrazia compiuta, pienamente realizzata. Quando ho preso posizione in favore dei diritti dei gay non l’ho fatto per un calcolo elettorale ma perché sono profondamente convinto che quei diritti sono parte di quella Turchia libera, plurale, rispettosa dei diritti di tutte le minoranze che era anche nel cuore dei ragazzi massacrati a Soruc.

All’uomo che l’ha definito «intrattenitore da bar», lei ha risposto così nei comizi e nelle, rare, apparizioni televisive: «Abbiamo mol- te questioni da discutere, ma Signor Recep Tayyp Erdogan, fino a quando l’Hdp esisterà lei non diventerà mai presidente». Ora che Erdogan è diventato presidente, lei resta di questo avviso?

Il responso delle urne va rispettato: sul piano istituzionale Erdogan è il presidente della Turchia e come tale dovrebbe mostrarsi un leader che unisce invece di dividere. Ma sul piano politico, le distanze restano incolmabili. La sua visione della Turchia, la sua idea di società, sono opposte a quelle che come Hdp cerchiamo di portare avanti. Vede, Erdogan si fa vanto di aver modernizzato il Paese. Questo, forse, vale in economia, ma la “modernizzazione” deve investire anche altri campi, tra i quali quelli della libertà d’informazione, dei diritti delle minoranze, della giustizia sociale. In tutti questi campi Erdogan ha fallito.

In un’intervista di qualche tempo fa lei ha affermato: «Posso definirmi un candidato cresciuto in un momento cruciale della storia della Turchia, ovvero quello della lotta per la democrazia». Resta questa la sua priorità?

Assolutamente sì. Ed è una convinzione che ho maturato ancor prima di impegnarmi in politica, quando da volontario operavo come avvocato nel campo dei diritti umani. La democrazia non sono solo libere elezioni, ma un sistema più complesso di regole e di equilibri fra poteri che vanno difesi e rafforzati giorno per giorno. E in questa idea di democrazia, le diversità sono una ricchezza e non una minaccia. Ma anche su questo punto io e il presidente Erdogan siamo destinati a non andare d’accordo.

Lei parla di una “nuova Turchia”, laica, plurale, tollerante. Ma tra i suoi avversari c’è chi sostiene che come ogni curdo lei non ha mai smesso di sognare il Grande Kurdistan.

Se così fosse, mi sarei vergognato a chiedere i voti di quanti curdi non sono. Certo, mi sento orgoglioso di essere curdo, e penso che nei vari Stati in cui le nostre comunità vivono, esse hanno il diritto di rivendicare spazi di libertà. E questi spazi voglio che si realizzino nel Paese in cui sono nato, la Turchia. Il messaggio che abbiamo lanciato in tutta la campagna elettorale è di tolleranza, di inclusione. Il risultato ha premiato i nostri sforzi. Ma siamo ancora agli inizi. Il cammino della democrazia è ancora lungo e irto di ostacoli, ma questo non ci spaventa.

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Carceri, meno detenuti e più ergastolani. Il rapporto di Antigone

rapporto antigone sulle carceri

L’associazione Antigone ha presentato nei giorni scorsi un rapporto intermedio sulla condizione dei detenuti nelle carceri italiane e, con i dati, una serie di proposte per migliorare la qualità della detenzione. Qualcuno ricorderà che l’Italia è stata condannata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo e le azioni che ne sono seguite – il cosiddetto decreto “svuota-carceri “voluto dalla allora ministro Severino. Anche grazie alle azioni intraprese, la situazione disastrosa delle carceri italiane è leggermente migliorata: circa 16mila in meno rispetto al record del 2010. Nel rapporto di Antigone si legge infatti:

I detenuti al 30 giugno 2015 sono 52.754. Guardando sempre al mese di giugno i detenuti erano 31.053 nel 1991 (c’era stato da poco il provvedimento di amnistia, l’ultimo del dopo-guerra), sono cresciuti sino a 54.616 nel 1994 (dopo la riforma dell’ordinamento penitenziario e la preclusione all’accesso alle misure alternative per un gran numero di detenuti), 56.403 nel 2003 (all’indomani della legge Bossi-Fini sull’immigrazione), 63.630 nel 2009 (esito delle leggi sulle droghe e sulla recidiva), fino al triste record di 68.258 nel 2010 (che ci è valsa la condanna della Corte Europea nel 2013). Le riforme messe in campo a partire dal 2012 e consolidate di recente hanno prodotto finalmente una situazione di minore affollamento. Il Dap afferma che i posti letto regolamentari sarebbero 49.552 ma precisa anche che il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato. In ogni caso ci sono per certo 3.232 detenuti oltre la capienza massima. Gli ingressi dalla libertà nel primo semestre del 2015 sono stati 24.071, in netto calo rispetto al passato.

 

Diminuisce il numero di detenuti in custodia cautelare – ovvero persone non condannate e presunte innocenti  – che erano il 43,4% nel 2010 e oggi sono il 33,8% del totale della popolazione carceraria. Cala anche il numero di stranieri detenuti, che passa dal 36,5 al 32,6% in cinque anni. Aumenta, come si evince dal grafico qui sotto, il numero di persone che beneficiano delle misure alternative, ma, sostiene Antigone, si tratta di un numero ancora troppo basso.

misure alternative al carcere - Antigone

 

Sono in aumento gli ergastolani (1603) mentre i morti in carcere nei primi sei mesi di quest’anno sono 57, 24 i suicidi. Per migliorare la situazione Antigone presenta un elenco di 20 punti legati ai diritti dei minori, alla dignità dei detenuti, alle necessità diverse degli stranieri e delle donne e al diritto all’istruzione. Qui il documento con i 20 punti presentati da Antigone. Qui invece Inside carceri un bel web-doc prodotto da Antigone che racconta e raccoglie storie di carcere, dati e analisi.

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Epatite C, Guarigione a caro prezzo

cura epatite c prezzo

Finalmente anche in Italia si può guarire dal virus Hcv, il virus dell’epatite cronica. Centinaia di migliaia le persone affette, per le quali finalmente si apre il varco di una guarigione insperata. Solo un piccolo dettaglio frena gli entusiasmi: il prezzo della terapia. Un combinato di “farmaci miracolosi” per la loro efficacia (95% di possibilità di guarigione) con a capo il sofosbuvir (nome in commercio Sovaldi), dai prezzi talmente folli che lo Stato italiano, attraverso l’Aifa, ha stretto accordi che per ora potranno curare, un po’ alla volta, solo una parte dei pazienti più compromessi: 50.000 dei 250mila gravi.

Questi farmaci, potrebbero cambiare la vita di quasi un milione di persone in Italia e del sistema sanitario a loro connesso. Ma quali sono le ragioni che hanno determinato un prezzo del genere? Come mai un terapia così importante, che potrebbe salvare la vita a milioni di persone, è così inaccessibile? Chi ci perde e chi ci guadagna? E come mai in altri Paesi è possibile comprare il farmaco a prezzi stracciati, come in Egitto o in India, dove il costo è di un dollaro a pillola contro gli 800 euro nostrani?

Queste sono alcune delle domande dalle quali è partita la nostra indagine, questa settimana in edicola su Left.

L’epatite C è una malattia finora troppo poco conosciuta dal grande pubblico così come, spesso, dagli stessi ammalati, per una sua caratteristica subdola: la sua apparente asintomaticità. In realtà così non è, perché il fisico, più o meno lentamente a seconda dell’aggressività del virus e del comportamento individuale, si deperisce, si consuma. Debolezza, dolori articolari, prurito cutaneo, dolore muscolare, mal di stomaco e ittero accompagnano la persona per anni. E poi ancora neuropatie, crioglobulinemia e altre degenerazioni dovute all’infiammazione e al malfunzionamento del fegato. Più o meno silenziosamente, nel corso del tempo, l’epatite C può portare a problemi sempre più gravi, tra cui danni al fegato, cirrosi, insufficienza epatica o epatocarcinoma, tumore del fegato.

Proprio a causa della sua alta epidemiologia, è il primo motivo di trapianto di fegato nel nostro Paese. Più del 50% dei trapianti sono effettuati per conseguenza dell’epatite C.


 

Il testo è una breve sintesi di un articolo pubblicato su Left 29 in edicola. Potete comprarne una copia digitale qui

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La strage di Bologna 35 anni dopo

Sono le 10:25 del 2 agosto 1980, la sala d’attesa è affollata. Intorno il caos della stazione ferroviaria di Bologna: il caldo, la fretta di partire, le valige, una in particolare abbandonata su un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest. Un clic, poi l’esplosione. 23 kg di esplosivo che travolgono tutto e tutti, i detriti e l’onda d’urto arrivano addirittura a colpire il treno Ancona-Chiasso fermo al binario 1 in attesa di ripartire. Muoiono 85 persone, in 200 rimangono feriti. Inizia così una degli episodi più terribili che segnano la storia della democrazia italiana sulla quale ancora permangono ombre.

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(BOLOGNA) – 2 agosto 1980. Arrivano i primi soccorsi dopo l’esplosione.

 

La strategia della tensione. La strage compiuta alla stazione Bologna è uno dei momenti più cupi della storia del dopoguerra e l’ultimo e il più grave atto terroristico compiuto nel Paese negli ultimi 50 anni. L’attentato è indicato come uno degli ultimi atti della strategia della tensione, quel periodo politico e sociale tormentato iniziato con la strage di Piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969 con l’esplosione di una bomba piazzata nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, nel pieno centro di Milano.

Il processo. Sui reali colpevoli non è mai stata fatta piena chiarezza, nel novembre 1995 dopo tre gradi di processo, la Corte di Cassazione confermò la condanna, quali esecutori dell’attentato, di due esponenti dei Nar, i militanti neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che, pur avendo confessato decine di omicidi di stampo politico, si sono sempre dichiarati innocenti riguardo alla strage di Bologna. A questa sentenza si arrivò anche grazie alla spinta civile dell’associazione dei familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, ma con estrema lentezza e difficoltà a causa di una serie continua di depistaggi e una complicata e discussa vicenda politica e giudiziaria.

Il movente e i mandanti. La sentenza della Corte di Cassazione rileva che, se anche gli esecutori per la Legge sono accertati, non sono chiari invece i moventi e i mandanti. Svariate sono state le ricostruzioni che vanno dall’ipotesi che si trattasse di atti intimidatori dei gruppi armati neofascisti a causa dei processi relativi alle stragi dell’Italicus e di Piazza Fontana, altri ricollegano la strage alle azioni perpetrate dalla loggia P2 presieduta da Licio Gelli, altri ancora vedono la strage come un diversivo per distogliere l’attenzione dal crack della Banca Ambrosiana e dal caso Sindona, dall’affacciarsi di Cosa Nostra e della trattativa Stato-mafia. O addirittura un diversivo per una matrice “atlantica” dell’attentato che sarebbe servito a sviare l’attenzione dai fatti di Ustica.

La commemorazione e la petizione. Viste le ombre che ancora avvolgono i fatti le celebrazioni per l’anniversario della strage sono spesso accompagnati da tensioni e polemiche. Domani alle 10.25 è prevista la tradizionale sfilata in via Indipendenza, davanti alla stazione di Bologna, sul Palco per la commemorazione il presidente del Senato Pietro Grasso. Prenderà la parola anche l’onorevole Paolo Bolognesi, deputato Pd e presidente dell’associazione famigliari delle vittime. Proprio Bolognesi ha avuto parole dure nei confronti del governo Renzi e ha lanciato una petizione su avanza.org chiedendo di rispettare gli impegni sulla desecretazione degli atti, i risarcimenti e l’approvazione della legge che introduce il reato di depistaggio, per cui l’iter è stato avviato proprio ieri in commissione giustizia al Senato. Queste in particolare le parole con cui Bolognesi commenta la direttiva emanata dal governo Renzi sul segreto di Stato e sull’apertura degli archivi:

 

«Nell’aprile 2014 arriva la direttiva che apre gli archivi di ministeri e servizi segreti e li obbliga a depositare i documenti sulle stragi all’Archivio di Stato. Un’operazione di verità, si dice. Non avviene. L’intenzione politica è buona, ma il comportamento degli apparati no e per un anno – come associazioni – abbiamo ripetuto inutilmente al Governo che ci sono alcune correzioni da fare. In sostanza è come se si fosse detto al ladro di consegnare la refurtiva e sperato che lo facesse. Infatti, gli stessi apparati che fino ad oggi hanno tenuto ben chiuse le carte sulle stragi, sono gli stessi a cui la direttiva affida il compito di renderle pubbliche. Senza nessun controllo esterno, lasciando a ministeri e servizi segreti la possibilità di preselezionare gli atti e scegliere cosa versare. Senza che si conosca l’elenco dei documenti effettivamente presenti negli archivi. Non era questo l’obiettivo della direttiva e chiediamo che si migliori perché gli apparati non la svuotino del suo significato con la strategia del pacco vuoto».

 

All’appello ha aderito immediatamente anche Salvatore Borsellino che in merito ha dichiarato: «Questo governo dimostri con i fatti e non soltanto con le parole di volere la giustizia e la verita” per le innumerevoli stragi di Stato che hanno segnato da sempre la vita del nostro Paese»

Dopo 35 anni, la mente corre a quell’orologio della stazione. Fermo immobile, le lancette ostinate e fisse sulle 10.25 a ricordarci che siamo rimasti lì, senza risposte, senza possibilità di rimetterci in moto e conoscere la verità sui fatti. La domanda è: per quanto tempo ancora?

 

Su questo blog trovate molte testimonianze di quel che è successo: http://dueagosto.tumblr.com

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