Oggi dalle pagine dell’Unità il premier – e segretario del Pd – Matteo Renzi parla di sindacati e legge di rappresentanza: «Noi ci siamo. E spero che stavolta i Sindacati accettino la sfida: una buona legge sulla rappresentanza potrebbe aiutarli a vincere la crisi che sta fortemente minando la rappresentatività delle organizzazioni. Oggi anche nel Sindacato c’è troppa burocrazia. E girano più tessere che idee», risponde Renzi a un lettore.
Una legge di rappresentanza sindacale, però, l’Italia ancora non ce l’ha. Nonostante sia stata invocata anche dalla Corte Costituzionale nel 2013, quando tra i componenti della Consulta vi era anche il Presidente Mattarella.
Intanto, l’iniziativa del governo si sposta proprio sul tema sindacale e, come ha annunciato il ministro Delrio, il governo si dice pronto ad accelerare i lavori parlamentari per l’esame del ddl 1286 sulla revisione del diritto di sciopero, un disegno di legge bipartisan che porta le firme di Ichino e Sacconi.
Il sindacato è “sotto attacco”, denuncia Maurizio Landini dalle pagine di Left n. 29 in edicola: «Il governo sta tentando di far saltare tutte le organizzazioni intermedie di rappresentanza. Quando uno dice “io parlo direttamente col popolo, decido direttamente e faccio le leggi”, non siamo solo davanti al fatto che non vuole incontrare il sindacato, ma che qualsiasi organizzazione intermedia rischia di non avere nessuno spazio e nessun luogo per essere ascoltata».
Era il 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain, fragile leader dei Nirvana, volto e voce del Grunge che ha influenzato almeno due generazioni di adolescenti (la sua Smell like teen spirit è stato vero e proprio inno per milioni di ragazzi), si toglie la vita con un colpo di fucile. Da allora su Cobain si è scritto tanto nel tentativo di dissipare misteri e dubbi sulla sua morte o di capire anche solo qualcosa in più di quell’anima complicata. Sono stati pubblicati i suoi diari, addirittura è comparso un inedito ritrovato durante le riprese del documentario “Kurt Cobain: Montage of Heck” e aggiunto alla colonna sonora del film prodotto da Hbo.
Il mistero principale – perché ogni mito necessariamente richiama come corollario una serie indefinita di leggende metropolitane e teorie complottiste – rimane quello della morte del cantante. Ufficialmente infatti fu archiviato come suicidio, ma per anni c’è chi ha malignato che a uccidere il leader eroinomane fosse stata la moglie Curtney Love. A riaprire il giallo Cobain in questi giorni, forse proprio sull’onda del successo del documentario biografico e della frenesia dei fan per l’imminente uscita dell’album inedito, è stato il giornalista televisivo Richard Lee, che in una tv locale di Seattle ha mandato in onda il programma Now See It Person To Person: Kurt Cobain Was Murdered, durante il quale ha chiesto di riaprire il processo e rendere pubbliche una serie di fotografie che proverebbero l’assassinio del frontman dei Nirvana. Per ora lo scorso marzo sono già state rese pubbliche alcune foto del preseunto “luogo del delitto”, diffuse dalla polizia pochi giorni dopo il ventesimo anniversario della morte di Cobain. Quello che si può vedere negli scatti però decisamente non sembra provare nulla: solo qualche effetto personale, il kit da eroina, un berretto da aviatore, occhiali da sole e qualche dollaro. Proprio il detective che si è occupato recentemente di riesaminare il caso ha dichiarato che senza dubbio la morte di Kurt Cobain è dovuta a un suicidio.
GALLERY | Le foto rese pubbliche dalla polizia di Seattle
Eppure i dubbi di chi non vuole credere a questa fine rimangono, tanto che il giudice della Corte Suprema Theresa Doyle sta decidendo proprio in queste ore se far riaprire o meno il caso e fare chiarezza su elementi come questi:
• Come ha fatto Cobain a spararsi se il suo corpo era talmente pieno di eroina da non consentirgli di imbracciare un pesante fucile?
• Perché non ci sono le sue impronte digitali né sull’arma né sulla penna con cui ha scritto la sua lettera d’addio?
• Perché il messaggio sembra scritto da due mani diverse?
Le reazioni della famiglia sono state immediate e contrarie alla riapertura del “cold case” Cobain. Per Courtney Love, vedova del cantante: «La divulgazione pubblica delle foto riaprirebbe le mie vecchie ferite e mi procurerebbe nuove sofferenze. Sarebbe inoltre una madornale violazione della nostra privacy. Non riuscirei a cancellare quelle immagini dalla mente. Sarebbe un trauma enorme per me e per altri». Mentre la figlia Frances Bean, che all’epoca del suicidio di Cobain aveva solo 20 mesi, ha detto: «Ho dovuto affrontare molti problemi a causa della morte di mio padre. Fare ulteriore sensazionalismo con la pubblicazione di queste foto, sarebbe per me un dolore indescrivibile. Vengo continuamente molestata da fan ossessionati, e temo che la situazione possa peggiorare. Un fan ha fatto irruzione nella mia casa in California e ha aspettato per tre giorni il mio ritorno perché credeva che l’anima di mio padre fosse entrata nel mio corpo».
«Vengo da Mirafiori Sud», racconta Stefano Di Polito, regista quarantenne figlio di operai Fiat. Ha da poco finito di scrivere e dirigere Mirafiori luna park, un film realizzato per «recuperare l’identità culturale della fabbrica, della protesta, della lotta per un’uguaglianza sociale», racconta a Left. Una pellicola a metà tra un documentario – con tanto di immagini di repertorio dell’inaugurazione mussoliniana con i suoi 50mila operai – e una fiaba, il film, prodotto da Mimmo Calopresti ed Eileen Tasca per Alien Films, sarà nei cinema dal 27 agosto. In scena va quello che Di Polito definisce «il grande rischio, l’incubo che abbiamo tutti di perdere il nostro passato di fronte a un futuro che in questo momento ci trova veramente soli». Un rischio personale e collettivo che si specchia in Mirafiori, luogo simbolo del lavoro più duro alla catena di montaggio, ma anche delle grandi proteste e delle conquiste della classe operaia italiana degli anni 70. Oggi Mirafiori continua a essere lo specchio dell’Italia: «Il percorso è tracciato ed è un percorso di oblio di tutto ciò che la cultura operaia ha rappresentato a Mirafiori. Le fabbriche sono una parte da dimenticare, erano luoghi di lavoro duro, violento e anche insano molte volte. Da dimenticare per chi ci ha lavorato e per chi li sorvegliava, c’è un po’ l’esigenza di rimuovere questa esperienza».
Un vuoto ingombrante spesso riempito dal cinismo, che oggi consegna il quartiere operaio per eccellenza all’abbandono surreale. Il film ripercorre i luoghi reali: «Abbiamo giocato nel quartiere immergendoci in una realtà che era ferma dagli anni 80. La fabbrica si è svuotata, il quartiere è rimasto isolato e le persone sono invecchiate. Quando sono tornato ho ritrovato un paesaggio intatto, come un grande panorama dove le persone sono invecchiate. Questo quartiere ha festeggiato i 45 anni perché teme di non arrivare ai 50».
Poche ore prima del nostro incontro, i sindacati (tutti tranne la Fiom) hanno firmato la proroga di un anno della cassa integrazione straordinaria con la Fiat Chrysler Automobiles di Sergio Marchionne. Fino al 25 settembre 2016 tutti i 4.110 lavoratori (3.805 operai, 243 impiegati e 62 quadri) seguiranno a rotazione corsi di formazione e rientreranno gradualmente in fabbrica. Come l’avranno presa a Mirafiori? «I miei genitori sono entrambi cassintegrati, quindi questa notizia mi fa arrabbiare, perché so perfettamente cosa significa ricevere a casa una cartolina con su scritto: sei in cassa integrazione. È un incubo. Se hai 50 anni o più non è facile reinserirti nel mondo del lavoro». Spesso i tre protagonisti Carlo (Giorgio Colangeli), Franco (Alessandro Haber) e Delfino (Antonio Catania) sono al centro di scene sovrapposte, tra un passato fatto di masse oceaniche in lotta e un presente che li vede da soli, al centro di una commedia amara, stendere uno striscione con su scritto “fabbrica occupata” e suscitare quasi sgomento nell’eseguire quel gesto.
La fabbrica è luogo simbolo di molte contraddizioni: come quella tra la nostalgia per un passato di lavoro e conquiste sindacali che non esiste più e un senso di liberazione dalla fatica alienante, che muove invece a un sentimento quasi di rimozione. Orgoglio o liberazione? Per il regista, «sono fasi successive. Prima la rimozione, c’è il bisogno di costruire un’esperienza di vita meno faticosa. Oltre la fatica fisica, nessun psicologo ha mai analizzato lo stress di chi per 30 o 40 anni doveva avvitare oggetti e non aveva il tempo di andare in bagno, di chi non poteva fidarsi del vicino, con l’incubo del controllo».
Poi, però, riemergono gli esempi: «Le persone che affrontano il lavoro e la fatica, che lottano per i loro diritti, che pensano come noi, è quello che vedevo e sentivo a tavola». A tavola, come nelle più classiche delle scene di vita quotidiana della famiglia operaia. Ed è proprio a tavola che si svolge quella che si può ritenere “la scena madre”, quando Haber (operaio e padre di famiglia) discute con il figlio che rivendica le sue tante ore di lavoro dietro a un computer. E i due faticano a capirsi. Scene che hanno il sapore di una calda scrittura autobiografica. «Beh», sorride Di Polito, «quella è la cucina di casa mia e io ero Stefania, la figlia. A quella tavola ho voluto rappresentare le persone, anche quelle della mia generazione, di quarantenni, che deve sentirsi responsabile. Nelle singole scelte quotidiane. Nel tentativo intimo e familiare di recuperare quegli insegnamenti ma anche nel tentativo pubblico e politico di tornare a farsi sentire, da lavoratori precari, partite Iva, da lavoratori creativi e non per forza solo da operai».
Perché un film? «Forse la lotta in un momento come questo compete di più all’arte: sensibilizzare le coscienze. Perché è più libera, perché sono cambiati gli strumenti di lotta. L’arte e la buona informazione possono costruire una cornice intellettuale e artistica attorno a un messaggio, in modo che diventi ancora più politico, vivo e incisivo nella società». Insomma, questo film è un intimo e privato modo «per chiedere scusa a Mirafiori», ammette Di Polito. «Perché da una periferia si scappa e poi invece ci si riscopre fieri». Ma è anche e soprattutto un modo «per recuperare la memoria sentimentale», conclude il regista. «Perché se lasciamo che tutto passi solo dalla testa allora non è conveniente protestare, ma se stai parlando al cuore, parlando di te stesso, della tua famiglia, ti commuovi e rivivi le lotte e i rischi. La memoria sentimentale ti porta ad agire e costruire un luna park che è un futuro più leggero, più felice».
Alla proiezione della prima, a Torino, l’intero quartiere ha ritrovato questa “memoria sentimentale”. Sarebbe bello se ogni fabbrica potesse vivere questo momento quasi liturgico della propria vita operaia.
Negli Stati Uniti è in corso un grande ritorno dell’eroina. Non immaginate crack-house e ghetti neri, non immaginate fricchettoni di ritorno o giovani drop-out e marginali. L’epidemia è casalinga e suburbana ed è l’effetto indiretto e ritardato della campagna aggressiva di promozione di potenti anti-dolorifici che danno dipendenza e che, dopo che si è diffuso l’allarme, sono sempre più difficili da trovare e costano più dell’eroina. Con questa condividono i principi attivi derivati dall’oppio. A consumarli sono spesso persone di mezza età che hanno cominciato ad assumerle perché avevano mal di schiena o articolari e i loro figli che trovano le medicine negli armadietti del bagno e hanno sentito parlare dei loro effetti.
La campagna di promozione dei farmaci degli anni 90 ha funzionato a meraviglia e, sebbene alcuni colossi del farmaco siano stati multati per pubblicità ingannevole (la Purdue Pharma ha pagato 600 milioni di dollari nel 2007), il numero di prescrizioni mediche degli oppiacei è salito alle stelle: tra 1996 e 2010 si passa da 91 a 210 milioni di ricette (cfr il grafico qui sotto).
L’epidemia di consumo di farmaci oppiacei ha prodotto anche un boom di overdose e morti. Come si può notare dal grafico qui sotto, fino al 2010, in generale i morti per overdose di farmaci sono molto più numerosi di quelli per droga – da notare la live diminuzione die morti per cocaina dopo il 2008, l’inizio della crisi economica. Gli anti dolorifici battono ogni altra categoria (+265% tra gli uomini e +400% tra le donne). Secondo le statistiche del National Institute on Drug Aubse e del Center for Disease Control, le persone che più finiscono vittime dell’overdose da farmaco antidolorifico sono le donne bianche e i nativi americani e dell’Alaska.
A partire dal 2010 a crescere e sostituire in parte il consumo di farmaci oppiacei è il mercato dell’eroina. Le morti per overdose sono aumentate in maniera spaventosa (anche a causa di alcune partite tagliate con medicinali pericolosi). La ragione cruciale è il diffondersi della droga tra i consumatori di farmaci: dopo che le agenzie federali hanno riscontrato il boom di morti e dipendenze da oppiacei farmacologici hanno dato un giro di vite alla loro diffusione, rendendo più caro il prezzo delle pasticche sul mercato illegale. L’eroina, a quel punto, diventa un’alternativa meno cara alla sostanza legale dalla quale si dipende.
Circa il 9 per cento degli intervistati dalla ricerca annuale della Substance Abuse Mental-Health Services Administration (Samhsa), ha sostenuto di avere un relativo facile accesso al mercato dell’eroina. E le statistiche del detto di eroina sarebbe “abbastanza o molto facilmente disponibili”, secondo i più recenti dati di Salute e Servizi Umani. Tre americani su mille spiegano di aver fatto uso di eroina nel 2013, erano die su 100 dieci anni prima. americani su mille rispondono di aver usato eroina nel 2013, contro i due su mille di dieci anni fa. Nel frattempo l’incidenza tra le donne è raddoppiata. Se guardiamo alle regioni del Paese scopriamo che il problema più serio di eroina si manifesta nel nord est, mentre la dipendenza da farmaci è diffusa nel Sud. L’MDMA è il grande problema del West: del resto Breaking Bad era ambientato in New Mexico, non a New York o Chicago.
La crescita del consumo, secondo la Food and Drug Administration, è riscontrabile tra tutti i gruppi che hanno alti tassi di prescrizione e di abuso di oppiacei: donne, bianchi non ispanici, redditi più elevati. Circa il 45% di chi usa l’eroina è anche dipendente dai farmaci anti-dolorifici.
Il boom dell’eroina e la legalizzazione della marijuana in molti Stati americani sta provocando anche un cambiamento delle politiche dei cartelli della droga messicani. Il numero di sequestri di pasta di oppio è cresciuto del 500% tra 2013 e 2014 e i campi di papaveri da oppio scoperti e sradicati in Messico (cfr la foto in alto) sono aumentati del 47%, mentre i sequestri di eroina al confine con gli Usa del 42%. Del resto, un contadino messicano guadagna circa 20 dollari per un chilo di marijuana contor i 900 per un chilo di pasta da oppio.
Ha vinto Renzi, manco a dirlo, a calcio balilla. Lunedì sera il premier è andato alla festa dell’Unità di Roma. Ci sarebbe dovuto andare il giorno dopo, martedì, ma per evitare le annunciate e numerose contestazioni (i soliti docenti, ma non solo) ha pensato che era meglio fare una carrambata, e andare senza dirlo a nessuno, anticipando, senza neanche avvisare la stampa, che tanto basta il fido Filippo Sensi, il portavoce, con il suo smartphone: una foto su instagram e via, rimbalzi su tutti i giornali e i tg.
Renzi – lo avrete visto – ha giocato una partita a biliardino. In squadra con lui c’era Luca Lotti, il sottosegretario. Dall’altra parte c’era Matteo Orfini, in una riedizione dello scontro alla playstation, e Luciano Nobili, dirigente locale del Pd, renzianissimo. È finita 10 a 8. Il dibattito? Annullato, e tanti saluti ai militanti del partito, che magari ci tenevano: a Renzi non mancano certo le occasioni per far giungere ovunque il suo verbo, e questo solo conta. Sono le ore in cui si chiude il rimpasto di Ignazio Marino, la manovra che ha trasformato il governo della città di Roma in un monocolore del Pd. E la foto di Renzi che gioca contro Orfini ha la stessa identica funzione di quella diffusa in occasione delle regionali, la notte in cui arrivavano risultati non certo positivi. Il messaggio è: «Noi siamo sereni, perché continuate a preoccuparvi?» E invece noi qui ci preoccupiamo ancora. Ci preoccupano i tagli alla sanità, che aumentano le disuguaglianza molto più di quanto non le riduca il taglio delle tasse sulla prima casa (altro annuncio che ci preoccupa comunque, e lo spiega bene Emanuele Ferragina, a pagina 21). Ci preoccupa che in Germania crescano i movimenti anti islamici (c’è un bel reportage da Monaco, a pagina 56) e che qui nessuno replichi a Giorgia Meloni quando dice che il giornalista Pietrangelo Buttafuoco non può essere il candidato del centrodestra in Sicilia perché «convertito all’Islam». Ci preoccupa ovviamente lo stesso varo della nuova giunta capitolina.
Perché Marino non è riuscito a cavare poi molto e – tolto l’innesto alla scuola del “tecnico” Rossi Doria, costato comunque il posto al competente Paolo Masini – la scelta di Marco Causi al bilancio e Stefano Esposito ai trasporti, lascia molti dubbi. I due, per cominciare, non intendono dimettersi da parlamentari: è vero, non prenderanno il gettone da assessore, ma due cose insieme, due cose così, tipo risanare l’Atac e stare appresso alle riforme, ci riesce difficile immaginare di poterle fare bene. Poi, del primo possiamo notare che è stato protagonista della gestione Veltroni, sempre al bilancio, giudicata dallo stesso Marino «allegra»; e del secondo potremmo comporre una carrellata di gaffe a condimento dell’entusiasta militanza ProTav.
Siccome Marino ha aperto alla privatizzazione di Atac (l’azienda dei trasporti romana) anche questo ci preoccupa. Ci preoccupa, infine, che pure a Roma non esista più il centrosinistra, con Sel ridotta all’appoggio esterno. La scelta è strategica e non esclusiva- mente imposta dal Pd. Sel ha annusato l’aria di elezioni anticipate, che sono ancora lì, in agguato – e il fatto che Causi ed Esposito tengano la doppia poltrona fa pensare a un incarico a breve termine, e ha deciso che alle amministrative di primavera, insieme agli altri cocci della sinistra, si presenterà in alternativa al Pd, alme- no al primo turno. Ma è comunque triste che Marino di fatto sia stato commissariato, e che il modello del partito della Nazione, che fa da solo, anche a costo di imbarcare Verdini e di fare tutte le riforme scritte nel programma di Alfano, verrà applicato presto anche a Roma. Difficile, anche per chi ha difeso il sindaco, fare il tifo per la squadra di Renzi e Lotti.
Sorpresa, la disoccupazione riprende a crescere. Dopo il quadro terribile delineato nelle anticipazioni del rapporto Svimez, è la volta della rilevazione mensile dell’occupazione. Pessima notizia per il governo quella contenuta nel comunicato dell’Istat sugli occupati. Per il secondo mese consecutivo il numero di persone senza lavoro è diminuito (-0,3% a maggio, -0,1, ovvero 22mila posti a giugno). L’effetto Jobs Act non c’è, almeno per ora, e la disoccupazione giovanile tocca livelli record (44,2%, +1,9 in un mese). L’unico aspetto positivo è quello relativo alla partecipazione al mercato del lavoro: gli inattivi sono diminuiti del 0,2%. Sono solo dati mensili, certo, ma non sono comunque confortanti.
Altro dato confermato è quello di una crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro: il numero di persone attive (ovvero che lavorano o che cercano attivamente un’occupazione) cresce grazie a loro, mentre il numero di maschi attivi continua a diminuire. La maggior presenza sul mercato del lavoro non è però dovuta a maggiori opportunità occupazioneli: nell’ultimo mese infatti la disoccupazione cresce sia tra gli uomini (+0,9%) che tra le donne (+2,8%). Lo stesso andamento si osserva per i tassi di disoccupazione: quello maschile, pari al 12,3%, aumenta di 0,1 punti percentuali, mentre quello femminile, pari al 13,1%, aumenta di 0,3 punti. Il dato sulla maggiore partecipazione al mercato delle donne – che è positivo in assoluto – va dunque letto anche (non solo) come ricerca di redditi aggiuntivi all’interno del nucleo familiare o di tentativo di cercare lavoro a fronte della sopravvenuta disoccupazione del partner.
Un discorso simile si può fare per i giovani. Anche in questo caso la disoccupazione aumenta assieme alla crescita del tasso di attività.
La grafica qui sopra è riprodotta da Economist.com e ci segnala come in tutti i Paesi sottoposti ai rigorosi piani europei di austerity il tasso di disoccupazione di lungo termine è molto più alto che altrove (i Paesi azzurri sono quelli dove la disoccupazione è a breve termine, i gialli quelli dove è a lungo termine, più scuro l’azzurro migliore il dato, più scuro il giallo, peggiore il dato). In Italia e in Grecia il tasso di disoccupazione di lungo termine è rispettivamente pari al 60 e 70%. Dei 25 milioni di disoccupati europei circa metà non lavora da almeno un anno. La nota che accompagna la grafica rende perfettamente la gravità del problema e i rischi che pone per le economie nazionali nel medio e nel lungo termine:
Nel corso degli ultimi sei anni, la disoccupazione di lungo termine in Europa è esplosa. Oltre all’aumento dei livelli di povertà, questa determina un’ulteriore set di difficoltà che possono auto-alimentarsi. Si perdono competenze, si perde la fiducia in se stessi, diminuiscono i tassi di fertilità e la povertà fa crescere i rischi per la salute.
La durata della crisi occupazionale e la sua incidenza tra i giovani è dunque un problema di lungo termine: molti anni di non lavoro e la mancata partecipazione al mercato rischiano di far perdere capacità ai lavoratori espulsi dal mercato e di non consentire ai più giovani di formarsi sul lavoro.
Che fine ha fatto la “Relazione annuale al Parlamento su droga e dipendenze 2015″? Sul sito della Presidenza del Consiglio dei ministri si legge che deve essere presentata ogni anno entro il 30 giugno, ma per il momento tutto tace. Eppure la Relazione, a cui contribuiscono tra l’altro, quattro ministeri (Giustizia, Salute, Interno e Difesa), l’Istituto superiore di Sanità, l’Istat, il Cnr, il Coordinamento Regioni, è fondamentale perché fornisce le informazioni utili per gli interventi legislativi e i servizi contro le tossicodipendenze. Interventi quantomai necessari, viste le ultime notizie di cronaca che raccontano della morte di un sedicenne in una discoteca a Riccione e di seri disturbi neurologici per tre ragazzi napoletani. Il primo aveva assunto Mdma (il principio attivo dell’ecstasy), gli altri, “amnesia”, un mix di marijuana spruzzata di metadone.
Per comprendere il grado di consapevolezza dei giovanissimi a proposito degli effetti delle droghe, abbiamo sentito Sabrina Molinaro, ricercatrice responsabile della ricerca Epsad che viene realizzata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr attraverso questionari distribuiti fra ragazzi tra i 15 e i 19 anni. Questo studio, insieme a quello relativo alla popolazione in generale, fornisce dei dati che sono contenuti proprio nella Relazione annuale 2015.
«I ragazzi non hanno nessun tipo di coscienza rispetto all’uso delle droghe, soprattutto rispetto alle sostanze chimiche», afferma la ricercatrice. «Alla domanda sull’uso di sostanze sconosciute un 4 % dichiara di averlo fatto e un 2 % sostiene di usarne costantemente, quindi è facile dedurre che manca una percezione reale delle sostanze che assumono» .
Dallo studio emerge il dato per cui 27 studenti su 100 hanno assunto nell’ultimo anno una sostanza e che un terzo ha dichiarato di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita. Cannabis che, come per la popolazione in generale, è in testa, seguita da cocaina, sostanze chimiche, allucinogeni ed eroina. «La cosa importante sarebbe fare educazione – continua Molinaro -, educare i ragazzi sui rischi correlati ad alcuni comportamenti. Ma l’educazione va fatta in una maniera giusta. Per esempio è inutile sostenere che la cannabis fa venire ‘i buchi al cervello’, invece è importante dire ai ragazzi che se uno comincia a sudare freddo e gli batte forte il cuore e gli manca l’aria, ecco questo può essere un attacco di panico scatenato dal Thc che c’è dentro la cannabis. Quindi importante è non spaventarsi e soprattutto chiamare qualcuno in aiuto». E a proposito della morte in discoteca: «Se a quel ragazzo avessero spiegato che prendendo Mdma sarebbe andato incontro a disidratazione, con 45 gradi, mente stai ballando e dimentichi di bere e di fare la pipì, ecco, se gli fossero state fornite le informazioni attraverso quella che anni fa si chiamava riduzione del danno, il ragazzo sarebbe potuto essere ancora vivo», sottolinea.
Interventi di informazione che nel caso per esempio del gioco d’azzardo “problematico”, hanno funzionato. «Negli ultimi cinque anni dopo che il gioco d’azzardo è stata considerata una dipendenza, nelle scuole sono stati fatti interventi di prevenzione: ebbene nei territori dove in qualche modo ai ragazzi si facevano vivere e conoscere esperienze legate al gioco, nelle scuole la dipendenza è diminuita del 30 per cento». Anche se qua e là ci sono esperienze di educatori di prossimità, di strada, che vanno nei rave o stazionano con i camper davanti alle discoteche, «è tutto delegato alla volontà degli operatori, non ci sono campagne nazionali serie». Ma i ragazzi sono disponibili a essere “educati”? «Ai questionari rispondono volentieri, anche con troppi dati, a volte. È chiaro che la nostra ricerca riguarda una parte della fascia giovanile perché mancano i drop out, cioè quelli che non vanno a scuola, e anche quelli che sono talmente dentro al problema che non rispondono ai questionari. Ma non c’è chiusura, anzi, sarebbero felici di confrontarsi con chi ha competenze sulla materia», conclude Sabrina Molinaro.
È un sabato qualunque, il 18 luglio 2015. Un ragazzino di sedici anni insieme agli amici va in una discoteca sulla Riviera romagnola, beve acqua con Mdma (il principio attivo dell’ecstasy) e muore. A Napoli tre ragazzini hanno riportato gravi disturbi neurologici dopo aver assunto una sostanza, l’amnesia, che è un mix di marijuana spruzzata di metadone. Ogni anno in Europa si producono almeno 100 “pasticche” nuove. E l’Italia arranca, sia nella prevenzione che negli interventi di riduzione del danno, dove non rispetta neanche le indicazioni europee.
Questa settimana Left affronta “la carica delle pillole”, droghe sintetiche che uccidono, raccontandone la composizione e gli alert europei. Lo fa raccontando le poche esperienze – a cura soprattutto di volontari – che sono nate attorno alle discoteche o ai freeparty. Il quadro che emerge è inquietante: in Italia per esempio non si fa nemmeno il pill test, cioè l’analisi in loco della sostanza: non essendo istituita per legge, nessun servizio la fa. «Nel nostro Paese le politiche sulle droghe sono ancora ideologiche e così non andremo da nessuna parte», è la conclusione degli operatori. Eppure una risposta da parte dello Stato è sempre più necessaria, come dimostra una ricerca del Cnr condotta tra i ragazzi tra i 15 e 19 anni, di cui Left pubblica in anteprima i risultati. Paolo Fiori Nastro, responsabile dell’Unità operativa di Psicoterapia al Policlinico Umberto I di Roma interviene sul problema. «Importante è non criminalizzare l’uso della cannabis, ma bisogna fare un grosso lavoro sul disagio giovanile, perché dietro l’uso di sostanze ci può essere una sofferenza personale», afferma lo psichiatra. La Società si apre con l’intervista a Maurizio Landini: «La nostra finalità non è sostituire qualcuno in politica, è cambiare la politica». Dando appuntamento a ottobre per una nuova iniziativa della Coalizione sociale. Poi due inchieste particolarmente attuali: una sulle mille opere incompiute d’Italia e l’altra sulle nuove cure miracolose ma costosissime per l’epatite C. Negli Esteri, un viaggio all’interno dei movimenti della destra xenofoba e razzista in Germania, mentre in Grecia un reportage ricostruisce la corruzione che ha portato alla privatizzazione dei porti e al loro progressivo declino. Parla con Left anche il leader turco dell’Hdp Selahattin Demirtas, l’Obama curdo, anti Erdogan ma anche anti Isis.
In Cultura lo scienziato del futuro e lo scrittore William Darlymple.
Spesa pubblica, consumi, investimenti, al Sud d’Italia va tutto male e senza un colpo di reni e politiche intelligenti non sembra esserci nulla che possa cambiare la situazione. Il direttore dello Svimez, Riccardo Padovani, ha presentato oggi a Roma le anticipazioni del rapporto 2015. Il quadro che ne esce è desolante e drammatico per il Mezzogiorno italiano, che a differenza delle altre macro-regioni del Paese non vede la ripresa. Con una crescita negativa del Pil pari al -9,4% nel periodo 2001-2014 il Sud è andato molto peggio della disastrata Grecia ( -1,7%). Il Sud affossa il dato nazionale (-1,1%), nonostante il mediocre ma non negativo +1,5% del Centro-Nord. Come si legge nel comunicato:
Il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%); il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali guadagna meno di 12mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord.
Nel suo intervento di presentazione, Padovani ha parlato di desertificazione del tessuto produttivo e di rischio di sottosviluppo permanente:
La crisi restituisce un Paese ancor più diviso del passato e sempre più diseguale. La flessione dell’attività produttiva è stata molto più profonda ed estesa nel Mezzogiorno che nel resto del Paese, con effetti negativi che appaiono non più solo transitori ma strutturali. La crisi ha depauperato le risorse del Sud e il suo potenziale produttivo: la forte riduzione degli investimenti ha diminuito la sua capacità industriale, che, non venendo rinnovata, ha perso ulteriormente in competitività. La lunghezza della recessione, la riduzione delle risorse per infrastrutture pubbliche, la caduta della domanda interna, sono fattori che hanno contribuito a “desertificare” l’apparato economico delle regioni del Mezzogiorno colpendo non solo le imprese inefficienti, ma espellendo dal mercato anche imprese sane e tuttavia non attrezzate a superare una crisi cosi lunga e impegnativa. Risulta difficile a questo punto valutare se l’industria rimasta sia in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale: il rischio è che il depauperamento risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
La situazione degli investimenti lascia poche speranze: il periodo 2008-2014 fa registrare un calo degli investimenti industriali del 59,3%, il triplo del calo nel centro-nord. Sprofonda l’agricoltura (-38%), mentre costruzioni e servizi sono sostanzialmente in linea con i dati negativi del resto del Paese.
Negativi, come potrebbe essere altrimenti, i dati relativi alla demografia e all’emigrazione. Qui sotto tre delle slide presentate da Padovani che ci raccontano come, accanto al crollo dell’occupazione e l’aumento della povertà – l’Italia va peggio degli altri Paesi, il Sud peggio del resto del Paese – nelle regioni del Mezzogiorno sia in corso un cambiamento epocale in negativo: più emigrazione, più giovani che non studiano e non lavorano, meno figli. Se non cambiasse in fretta questa dinamica demografica il rischio è quello di uno “tsunami demografico”.
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Di fronte a una situazione come quella delineata servono politiche. E probabilmente la possibilità di spendere che i parametri europei oggi negano alla Grecia come all’Italia. Il direttore di Svimez, nel suo intervento, ha fatto riferimento alla necessità di guardare alla “straordinaria esperienza di discontinuità che, nel dopoguerra, aprì la strada all’impetuoso sviluppo degli anni ‘60, con una strategia di intensa politica dell’offerta, mirata ad assegnare al Mezzogiorno il ruolo di fulcro dello sviluppo italiano. Il recupero di una logica “di sistema”, di una “logica industriale”, non ridotta al solo mercato (…) Si tratta, dunque, di ragionare su come ritrovare, Nord e Sud, una strada comune, puntando a non accontentarci di recuperare una crescita “debole”, da cui peraltro le regioni meno sviluppate del Sud rischierebbero di rimanere escluse”.
Scott Matthew nel teatro di Atri (Francesco Polacchini)
Scott Matthew è un 44enne barbuto, timido e scarmigliato, sorridente e molto disponibile, un cantautore dalla voce delicata e piena di pathos. Nato e cresciuto in Australia, vive da tempo a New York. Dal 2008 ha pubblicato 5 dischi tra cui “Unlearned” un raccolta di cover reinterpretate alla maniera sad-punk. L’ultimo suo album si chiama This Here Defeat, è uscito a marzo 2015 ed è stato registrato a Lisbona con la collaborazione di Rodrigo Leão fondatore dei Madredeus.
È considerato un importante portavoce della causa Lgbt per aver realizzato la colonna sonora del film Shortbus (2006) di John Cameron Mitchell. «Non sono stato investito di nessuna carica, non mi sento un’icona di nessun movimento ma piuttosto ne condivido le prerogative, credo che la mia lotta, se così la vogliamo chiamare, si svolga ad un livello più intimo e più generale, preferisco sentire parlare di parità di diritti per gli tutti gli esseri umani».
Lo incontriamo ad Atri, cittadina dell’Appennino abruzzese ricca di storie e cultura, arroccata su colline da cui si vede il mare. E’ notte fonda la gente nella piazza si dirada fino a scomparire e il Teatro comunale, una riproduzione in scala del San Carlo di Napoli, diventa la cornice perfetta per scambiare qualche parola con l’artista.
Scott sale sul palco, ha sulle spalle la chitarra e in mano la custodia con l’ukulele. Non si deve esibire ma dice “non si sa mai”. Ha lo spirito entusiasta di chi veramente crede in ciò che fa e, anche se è da un po’ passata la mezzanotte ed è appena sceso da un aereo, non c’è una sola nota di stanchezza nelle sue parole. Ciò che traspare è la curiosità e l’interesse per le storie delle persone che incontra. «Non ho mai trovo l’ispirazione in una città, New York è come qualsiasi altro posto nel mondo, sono le persone che mi ispirano, le esperienze, la vita, l’amore e la fine delle cose».
Come sei arrivato qui tra questa gente e queste colline?
Christian Jerger, il mio manager, è innamorato di questo posto, è il suo rifugio. Mi ha chiesto di seguirlo per qualche giorno di riposo prima del Siren Festivaldi Vasto. Ho incontrato i suoi amici e mi sto rilassando. Ora sono davvero contento di aver accettato l’invito. Qui sono stato accolto con calore e la gente mi ha accettato per la persona che veramente sono al di là del fatto che sono un cantante, del mio lavoro o delle mie preferenze sessuali, non è cosa da poco poter essere se stessi. Credo che il mondo stia rapidamente cambiando, sto parlando di come la gente percepisce la questione della libertà di espressione. Non ho avuto un’infanzia facile in Australia, per il fatto di essere gay ho vissuto lo scherno e la violenza della gente, venivo sempre picchiato, non mi sentivo nemmeno in diritto di essere vivo. Odiavo l’Australia. E me ne sono andato ma poi, l’anno scorso ci sono tornato e tutto era cambiato. Era tutto diverso. Ho avuto l’impressione che nel frattempo si fosse compiuta una sorta di accelerazione evolutiva. La sensazione è che questo stia accadendo a livello globale. Nel mese che ho passato là mi sono sentito orgoglioso di essere australiano. Mi sono riconciliato con il passato e con le mie origini, pensavo che questa possibilità mi fosse preclusa. Sbagliavo.
Come vive un musicista, che di fatto è diventato una voce importante per i movimenti per i diritti lgbt, negli Stati Uniti? Che cosa è cambiato dopo la sentenza della Corte suprema che ha riconosciuto il diritto al matrimonio di persone dello stesso sesso?
È stata una sorpresa. Ci siamo stupiti, eravamo tutti increduli perché l’America è un paese davvero conservatore ed è stato meraviglioso shock. Ho pianto la mattina che ho sento la notizia ma credimi c’è stata anche una fortissima reazione alla sentenza. Non è tutto e solo positivo, non è che ora sono tutti felici e contenti o hanno accettato la decisione senza rimostranze, ma di certo, è stata una cosa fantastica. Puoi resistere quanto vuoi ma quel cambiamento, questo tipo di cambiamento, sarà uno tsunami e alla fine si porterà via ogni resistenza. Dobbiamo essere pazienti. Ora sappiamo che succederà, ci sono le prerogative e le condizioni. La speranza è che avvenga universalmente per ogni aspirazione che riguarda le libertà fondamentali.
La Corte europea per i diritti umani ha recentemente sanzionato l’Italia per non aver ancora preso posizione sul riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Credi che la vicinanza al Vaticano possa avere un ruolo in questo ritardo? Sei religioso?
I cambiamenti avvengono rapidamente di questi tempi e voi in Italia avete alle spalle una storia millenaria con il Vaticano, forse non accadrà tra due anni ma prima o poi qualche cosa succederà. Credo proprio che quest’onda colpirà anche voi e vi colpirà forte. Penso inoltre che se questo non sta avvenendo è perché, quella che dicono essere la parola di Dio e stata probabilmente fraintesa. Io sono ateo ma capisco che la religione è per molti un’àncora di salvezza, credo anche che da qualche parte dentro di loro, queste persone sappiano dove sta la “verità”. Ognuno con un po’ di cervello, religioso o no, sa che la discriminazione o il fatto di non riconoscere i diritti fondamentali agli esseri umani è profondamente sbagliato e che quella non può essere la parola di Dio. Questa equazione per me è così semplice, lineare, ma ci vorrà ancora tempo prima che possa essere accettata universalmente. Quando la sentenza è stata emanata in America è diventato illegale impedire alle persone di sposarsi, prima c’erano Stati in cui a una coppia dello stesso sesso poteva essere rifiutata la possibilità di contrarre matrimonio e poi le obiezioni si sono trasformate in una cosa legata ai loro diritti religiosi. Insomma, diritti umani e libertà religiose spesso si scontrano, la lotta è ancora tutta da combattere, ma ora abbiamo una decisione della Corte, è stata presa una posizione chiara ma la mentalità non cambia da un giorno all’atro, ci vorrà ancora un po’ di tempo.
Hai una carriera musicale davvero interessante. Dopo aver inciso un album con il tuo gruppo gli Elva Snow, insieme a Spencer Corbin, uno dei membri della band di Morrissey, hai prestato la tua voce alle colonne sonore di film Anime come Cowboy Bebop e la serie Ghost in the Shell. Poi, hai ottenuto il riconoscimento internazionale con il film Shortbus. Ti da fastidio essere sempre associato a quell’esperienza?
Assolutamente no. Anzi ne sono orgoglioso. Ho guadagnato i primi soldi come musicista cantando per la compositrice Yono Kanno che in Giappone aveva il monopolio delle colonne sonore per i film Anime come “Cowboy Bebop” e la serie di Ghost in the shell di cui cantavo la sigla finale. Sono stato invitato a Tokyo e ho cantato davanti ad una platea di 50 mila persone. Mi hanno letteralmente sparato fuori dal palco con un carrello elevatore, ora capisco che cosa prova Beyonce (ride). Lì ho avuto la percezione di quello che può significare la parola “successo”. La gente mi assaliva per strada per chiedermi autografi, urlavano e piangevano. È stato incredibile e un po’ spaventoso. Dopo quella esperienza continuavo a domandarmi che cosa volessi fare davvero della mia vita. Avrei voluto sapere se qualcuno amava quello che scrivevo. Non mi interessava il successo ma volevo essere apprezzato per ciò che facevo. Stavo per abbandonare tutto. Poi ho ricevuto l’offerta per scrivere la colonna sonora di Shortbus. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita. È stato come ricevere un dono. Per me non smetterà mai di essere una cosa importante. Non solo è stata una bella avventura dal punto di vista umano, ma ha significato tutto per la mia carriera. Quel film corrispondeva alla mia visione delle cose e rispettava la mia sensibilità. È stata la piattaforma perfetta, rappresentava una comunità con la quale avevo familiarità e sentivo che era il modo giusto e accettabile per presentare la mia musica alle persone.
Alle tre di notte Scott sembra essersi rianimato e chiede di poter cantare nel teatro vuoto per noi, una piccola troupe e qualche amico che prima lo aveva accompagnato a cena. Ci vuole ringraziare. Imbraccia la chitarra e attacca con le note di Smile di Charlie Chaplin. Come se nel teatro fosse scattato un interruttore, lo spazio è sembrato riempirsi. Tutti i presenti hanno chiuso gli occhi almeno un istante.