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New York, Roma, spazzatura e grandi media

new york sporca roma
Da qualche giorno sulla home page di la Repubblica campeggia una photogallery che raccoglie scatti dei “romani di New York” che, indignati per come il New York Times ha trattato la capitale in questo articolo (a dire il vero non un granché come approfondimento), hanno postato sulle pagine dei loro social network le foto di una Manhattan immersa nel degrado: pile di sacchi di immondizia davanti a una banca, sui marciapiedi di una avenue X, vecchiette che trasportano carrelli della spesa stracarichi di lattine e bottiglie di plastica. E poi qualche tenda di homeless.

È vero, New York City non brilla per pulizia. La sua metropolitana è vecchia e cadente (ma funziona bene e porta dappertutto) e spesso il packaging del cibo sfornato dalla miriade di fast-food e venditori ambulanti di hot dog tracima dai cestini della spazzatura. E le puzze non mancano.

Eppure un grande giornale con diversi corrispondenti che vivono sull’isola dove ogni giorno si riversano milioni di persone dal resto della città, dal New Jersey e dal Connecticut dovrebbe sapere che le bustone dell’immondizia sui marciapiedi sono una costante perché a New York la monnezza, come la chiamano i romani indignati, si lascia proprio per strada. Ci sono degli orari di deposito e altri di ritiro. E si possono anche lasciare oggetti ingombranti. Sui marciapiedi di NYC, dunque, troveremo anche divani, letti, materassi da fotografare e postare sui social nella speranza che una nostra foto venga ripresa da un sito di notizie importante. A dire il vero, a passare la sera nei quartieri bene c’è il caso che si trovi anche qualche mobile niente male e in ottimo stato da prendere e portare a casa. Anzi, i negozi di mobili vintage alla Mad Men che tanto vanno di moda di questi tempi hanno dei camion che girano per raccogliere gli scarti dei fortunati le cui finestre affacciano sull’Hudson o Central Park.

Quanto alle signore con le lattine, dalle foto si evince che sono asiatiche. Probabilmente cinesi, come quella decina di anziane e minute cinesi che si aggirano nella parte bassa di Manhattan, specie intorno a Wall Street, a raccogliere, appunto, lattine e bottiglie di plastica dai cestini (e talvolta da terra) per raccoglierle. Vengono da Chinatown, dove la vita si svolge per strada e dove i marciapiedi sono più sporchi che altrove.

Insomma, NYC è sporchina ma più sotto pressione ed efficiente di Roma. Ci mancherebbe, si vanta di essere il centro del mondo di oggi, non di Duemila anni fa. E se c’è un problema serio che la colpisce, questo sono le diseguaglianze (De Blasio ha vinto anche su quelle) e il costo apocalittico del mattone.

Fa dunque un po’ specie che un grande giornale pubblichi sette (7) foto, alcune delle quali scattate dalla stessa persona, le tenga tre giorni in home page e ci titoli “New York non sta meglio di Roma” la replica dei romani al New York Times. Sa un po’ di populismo, un po’ di caccia al click estivo e un po’ di ridicolo, visto che il degrado di Roma sotto Marino è stato uno dei cavalli di battaglia del giornale per mesi. Il New York Times, che pure non ha brillato per approfondimento e insight su Roma, certe cose non le farebbe. Ma quello è il giornale della fetida New York.

PS Questa è una questione minore, il Web è pieno di articoli importanti sui piedi dei figli degli amici del senatore Vito Crimi

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Left Anteprima | Mirafiori Lunapark, il nuovo film di Stefano Di Polito. Dal 27 agosto nei cinema.

«Vengo da Mirafiori Sud» racconta Stefano Di Polito, regista quarantenne figlio di operai Fiat. Ha da poco finito di scrivere e dirigere Mirafiori Lunapark, un film realizzato per «recuperare l’identità culturale della fabbrica, della protesta, della lotta per un’uguaglianza sociale», racconta a Left. Una pellicola a metà tra un documentario – con tanto di immagini di repertorio dell’inaugurazione mussoliniana con i suoi 50mila operai – e una fiaba, il film, prodotto da Mimmo Calopresti ed Eileen Tasca per Alien Films, sarà nei cinema dal 27 agosto.

Ecco una clip in anteprima su Left.
E sabato 1 agosto in edicola l’intervista al regista Stefano Di Polito

Veloso e Gil a Tel Aviv nonostante le polemiche. Ecco perché

Gilberto Gil e Caetano Veloso a Tel Aviv il 28 luglio 2015

Tel Aviv, 28 luglio 2015. Davanti a 8mila persone Caetano Veloso e Gilberto Gil hanno portato sul palco il loro ultimo show Due amici. Cent’anni di musica. Anche qui, come in tutto il mondo, anche in Israele. Nonostante le polemiche. Nonostante gli inviti a cancellare quella data in segno di opposizione al massacro palestinese. L’invito a non fare quel concerto è giunto persino dal Premio Nobel per la Pace, il sudafricano Desmond Tutu. Numerosi messaggi dopo, ad amplificarlo ci aveva pensato Roger Waters, l’ex Pink Floyd ha scritto a Veloso chiedendogli espressamente di non fare lo show, a causa del «massacro contro i palestinesi».

Gilberto Gil e Caetano Veloso, in questo tour non portano solo mezzo secolo di musica insieme e mezzo secolo di amicizia. Ma anche mezzo secolo di ribellione, attivismo,  esilio, rivincite, schiena dritta. Alla fine Gil e Veloso hanno deciso di esserci a Tel Aviv. Il perché, Caetano Veloso, lo aveva spiegato già un mese fa sul sito brasiliano Globo, con una lunga lettera di risposta a Waters. Left l’ha tradotta per voi:

Caro Roger,

circa un mese fa abbiamo ricevuto la tua lettera attraverso Pedro Charbel, un giovane brasiliano che fa parte del movimento Bds (coalizione di attivisti dei diritti umani per la Palestina libera e indipendente, ndr). Pedro è venuto a casa mia, dove ha trovato Gil e me – insieme ai nostri impresari -, accompagnato da una giovane brasiliana-israeliana, Iara Haazs, una donna ebrea (che anche’essa sta con il Bds), per chiederci di cancellare lo show, a Tel Aviv, il prossimo mese. Prima di allora, noi avevamo ricevuto una lettera di un importante militante dei diritti umani in Brasile con la stessa richiesta. Oggi ne riceviamo un’altra, questa volta proprio da Desmond Tutu (che è stato citato nella sua e in tutte le altre lettere e messaggi che abbiamo ricevuto su questo argomento). Provo a rispondere anche a lui. Quando il Sudafrica si trovava sotto il regime di apartheid, e sapevo che molti artisti si rifiutavano di andare lì, concordai quasi automaticamente con quella decisione. La complicata situazione in Medio Oriente non mostra lo stesso tipo di immagini in bianco e nero che il razzismo ufficiale, aperto del Sudafrica mi ha mostrato poi. Ho detto a Charbel come mi sentivo su questo. Lui trovava, come te, difficile da credere che persone come Gil e me non abbiano declinato l’invito dei produttori e del pubblico di Israele (lo show è sold out) dopo aver sentito quello che aveva da dirci sugli aspetti davvero oscuri sulle relazioni tra Israele e la Palestina. Sento il bisogno di dire, come ho detto a lui, come il mio cuore è fortemente contrario alle posizioni della destra arrogante del governo israeliano. Io odio la politica dell’Occupazione, le decisioni disumane che Israele ha preso in ciò che Netanyahu chiama autodifesa. E penso che la maggioranza degli israeliani che si interessano alla nostra musica tendono ad avere una reazione simile alla mia rispetto alla politica del loro Paese. Riporto qui quello che ho risposto a un giornalista brasiliano che mi ha chiesto come avrei risposto alla richiesta di cancellazione in una breve frase: Ho cantato negli Stati Uniti durante il governo Bush e questo non significava che io approvassi l’invasione dell’Iraq. Ho scritto e inciso una canzone che si opponeva alla politica che ha portato alla prigione di Guantanamo – e l’ho cantata a New York e Los Angeles. E voglio saperne di più su ciò che sta accadendo adesso in Israele. Ma non cancellerei uno show per dire che sono fondamentalmente contrario a un Paese, a meno che non fossi realmente e con tutto il mio cuore contrario a esso. E questo non è il caso. Io mi ricordo che Israele è stato un luogo di speranza. Sartre e Simone de Beauvoir sono morti per Israele. Gilberto Gil mi ha raccontato che gli è già stato consigliato altre volte di cancellare un suo show in Israele, ma che lui si è rifiutato di farlo, anche dopo i terribili avvenimenti di luglio 2014. Quanto a me, io desidererei vedere la Palestina e Israele come due Stati sovrani. E credo che Israele debba ascoltare le reazioni che provengono dall’estero. Le Nazioni Unite, molti governi, e anche artisti, come te, mostrano il rischio che Israele diventi sempre più isolata, se continua con le sue politiche reazionarie. Talvolta, penso che è controproducente isolare Israele. È così se quello che si sta cercando è la pace. Ho molti dubbi su un tema talmente complesso. Charbel sa quanti problemi di produzione avremmo in caso di cancellazione di uno show che è già stato annunciato ed è andato già tutto esaurito. Ma avrei affrontato tutto allegramente se  fossi stato sicuro che questa era la cosa giusta da fare. Devo pensare con la mia testa, commettere i miei errori. Io ringrazio te – e molti altri – per l’attenzione e lo sforzo dedicati a illuminarmi sulla politica in quella regione. Ho sempre detto la verità dei miei pensieri e sentimenti, e se cancellassi questo show solo per compiacere le persone che ammiro, non sarei libero di prendere le mie decisioni. Andrò a cantare in Israele e presterò attenzione a quello che sta accadendo là. Alle ultime elezioni Netanyahu non ha avuto una vittoria facile. Penso che il fatto di cantare lì è indipendente dalla politica del Paese, ma se le mie canzoni, la mia voce o la mia mera presenza potranno aiutare gli israeliani che non sono d’accordo con l’oppressione e l’ingiustizia – in una parola, a sentirsi più lontani dalla scelta di votare uno come lui – io sarei felice.

Caetano Veloso

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Venezia72, la carica degli italiani

Due registi già Leone d’oro come Sai Ming-Lian e Aleksandr Sokurov con Francofoni ambientato al Louvre (dopo il geniale piano sequenza di Arca Russa girato all’eremitaggio) e autori come  Waiserman, Egoyan, Gitai e Kaufman sono fra i protagonisti della 72esima mostra d’arte cinematografica di Venezia che quest’anno si tiene al Lido di Venezia dal 2 al 12 settembre, diretta da Alberto Barbera. Con meno film ma – sulla carta – puntando sulla qualità, anche quando si tratta di film di genere come Black Mass diretto da Scott Cooper  protagonista da Johnny Depp in versione gangster o come il nuovo divertente corto di Martin Scorsese con Robert De Niro. S’intitola The Audition e racconta l’apertura di un parco a tema sul cinema con tanto di casinò, a Macao.

In tutto si contano 22 pellicole in concorso, 16 fuori concorso, 18 nella sezione Orizzonti, 16 corti in competizione. Fortissima, anche numericamente, la presenza di registi italiani, a cominciare dai quattro titoli in gara: il film storico Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio, storia di uomo d’armi, con un gemello prete, entrambi sedotti da una suora. E poi A bigger splash di Luca Guadagnino, remake forse “impossibile” del film La Piscina , con Tilda Swinton, Ralph Finnes e Dakota Johnson, nei ruoli che furono di Alian Delon e Romy Schneider. Mentre il film Io sono l’amore dell’esordiente Piero Messina, ex assistente di Sorrentino, indaga l’universo femminile affidandosi a Juliette Binoche come protagonista. Valeria Golino invece è la protagonista del film di Giuseppe Gaudino, Per amor vostro, storia di una Madame Bovary dei nostri giorni in fuga dalla famiglia claustrofobica. Mentre nelle sezioni più di ricerca come la Settimana della Critica e in quella degli autori s’incontrano Adriano Valerio e poi un “cantastorie” impegnato come Ascanio Celestini, un regista attento alla forma quanto a storie sociali come Vincenzo Marra. E ancora cinema italiano in altre sezioni fuori concorso come il film postumo di Claudio Caligari, Non essere cattivo, prodotto da Valerio Mastandrea e nella sezione documentari Gli uomini di questa città io non li conosco di Franco Maresco. Dulcis in fundo una curiosità: fra gli esordienti spuntano nomi di star della musica d’avanguardia come Laurie Anderson con Heart of a Dog un film sulla perdita, indirettamente dedicato al musicista Lou Reed, il compagno di molti anni.

 

 La carica degli italiani

Non solo kolossal e film d’azione alla 72esima mostra internazionale del cinema a Venezia ma, dal 2 al 12 settembre, anche tanto cinema d’autore che non disdegna l’impegno. Soprattutto nelle sezioni “collaterali”. Qui incontriamo, per esempio, Ascanio Celestini con un film sul Quadraro, lo storico quartiere romano della Resistenza, e Vincenzo Marra, che a Venezia fu premiato nel 2001 per Tornando a casa, struggente film su migranti e pescatori e quest’anno presenta La prima luce, film molto personale su un bambino conteso fra genitori e Paesi lontani. E poi ancora, Antonio Capuano che racconta la dura realtà napoletana di Bagnoli, e Franco Maresco (da tempo senza Ciprì) con un intenso ritratto di Franco Scaldati, regista e drammaturgo, capace di coinvolgere la gente dell’Albergheria con il suo teatro poetico e visionario, vissuto come «una forma d’arte che implica immediatamente l’uomo, che obbliga a incontrarsi e scontrarsi». Un’altra proposta d’autore “siciliana” la troviamo invece in concorso. Si tratta dell’esordio del trentenne Piero Messina, con il film L’attesa. Ambientato in una antica villa dell’entroterra, questa opera prima ruota intorno a un complesso personaggio femminile interpretato da Juliette Binoche. Anna è una donna matura che ha vissuto un grave lutto e vive di memorie, quando spunta una ragazza, Jeann (Lou de Lâge) che dice di essere la fidanzata di suo figlio, e da qui inizia un percorso di ritorno alla vita. Film dalle immagini evocative, d’impronta francese, lontano dal registro grottesco e caricaturale de La grande bellezza e di altri film di Paolo Sorrentino, di cui Messina è stato aiuto regista. In concorso troviamo inoltre Il viaggio del giovane Adriano Valerio che ha già avuto riconoscimenti ai David ma anche a Cannes per un corto. In questo film racconta di due ragazzi, l’agronomo Ivo (Edoardo Gabriellini) e Clara che ha studiato per fare la restauratrice (Elena Radonicich) in fuga da una regione, la Puglia, che non offre loro possibilità di lavoro. La loro meta? Sarà la Romania lungo una via di emigrazione percorsa al contrario rispetto a tanti romeni che arrivano in Italia in cerca di un lavoro.

Come accennavamo, anche quest’anno, è la Settimana della critica ad offrire una panoramica di proposte d’autore, impegnate e coraggiose. A cominciare dal premio a Peter Mullan, attore in film di Ken Loach come Riff Raff e My Name Is Joe ma soprattutto regista di Magdalene (Leone d’oro nel 2002): il film denuncia sulle violenze, fisiche e psichiche, perpetrate da suore su ragazze madri all’interno di conventi irlandesi e in qualche modo apre la corsa a Spotlight, il film fuori concorso di Tom McCarthy basato sull’inchiesta del Boston Globe su Chiesa e pedofilia . Quanto a Mullan a Venezia viene presentato il film con cui esordì nel 1998, ovvero Orphans in cui raccontava senza infingimenti la storia, tragicomica e in parte autobiografica, di quattro fratelli dalla personalità molto differenti che si ritrovano in occasione della morte della madre.

A proposito di Settimana della critica, Antonio Capuano vinse il premio nel 1991 per Vito e gli altri, film sulla difficile vita dei bambini di strada a Napoli. E, dopo molto cinema indipendente, il regista e pittore partenopeo torna a Venezia con Bagnoli Jungle, che racconta un territorio difficile come quello dell’ex area siderurgica, attraverso un confronto di generazioni che non si sono non arrese al degrado della periferia del capoluogo partenopeo.

Ed è una storia dura, fatta di ricerca di espedienti per campare ma anche di cadute nel buco nero della depressione quella che narra poeticamente Ascanio Celestini, con molto amore per la gente del quartiere dove è nato e cresciuto, nel film Viva la sposa,  presentato durante la Settimana degli autori a Venezia. Un film, come racconta lui stesso nelle note di regia, «girato in poche centinaia di metri al Quadraro», il “nido di vespe” che i tedeschi cercarono di azzerare nel ’44. Un posto dove ancora oggi, «credi che la città finisca, e dove invece ricomincia, nemica, ricomincia per migliaia di volte, con ponti e labirinti, cantieri e sterri, dietro mareggiate di grattacieli, che coprono interi orizzonti». Il film ha come protagonista Alba Rohrwacher, mentre Celestini interpreta Nicola, «che passa il tempo bevendo. Facendo finta di smettere di bere». Ognuno in questo quartiere popolare s’ingegna come può per sbarcare il lunario, qualcuno fa doppi e tripli lavori, qualcun altro truffa le assicurazioni, finché «passa una bellissima donna bionda tra le vite di poveri cristi. Una sposa che fa voltare tutti. Guardare la sposa li aiuta a sopravvivere», annota il regista, autore e attore del film, «ma poi la vita vera è un’altra».

Il filo rosso della riflessione politica e sociale, in pellicole dalla forte impronta autoriale, percorre le scelte della Settimana della critica anche riguardo al panorama internazionale. Ad anticipare i sette film in concorso, per esempio, sarà il film Jia (The Family) di una regista esordiente Liu Shumin, di origine cinese, che vive in Australia. Il suo film, realizzato con attori non professionisti, racconta la vita di due anziani genitori, in una Cina divisa fra il rispetto delle tradizioni e i rapidi cambiamenti imposti da un’economia capitalistica. Dalla Cina a Singapore, con il film The Return di Green Zeng che invece racconta di un uomo che torna a casa ormai vecchio dopo essere stato lunghi anni in prigione perché comunista. Anche in questo caso il protagonista dovrà fare i conti con una realtà che completamente mutata nel suo Paese. E ancora. Nella Settimana della critica sarà presentato per la prima volta un lungometraggio nepalese. Anche questo un debutto. Si tratta dell’esordio nel lungometraggio del regista Min Bahadur Bham che in The Black Hen racconta le vicende di due bambini e della loro gallina in un villaggio in cui si affrontano governo e guerriglieri maoisti negli anni 90. Lo sguardo però non è sulla guerra, ma sulle avventure dei due piccoli che riescono nonostante tutti a conservare spazi di vita, di gioco e di avventura. Infine, fra altre proposte che lo spettatore potrà scoprire nel programma della rassegna organizzata dall’associazione dei critici cinematografici, segnaliamo un film turco. Si tratta di Motherland della regista Senem Tuzen, che racconta la lotta contro antichi pregiudizi di una scrittrice, Nesrin, che dopo due matrimoni e un aborto decide di tornare a visitare il suo paese d’origine, per confrontarsi con chi ci vive ancora.

locandina2015

 

 

 

 

 

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I numeri del Festival

I nuovi lungometraggi della Selezione Ufficiale sono 55
così suddivisi:
·21 in Venezia 72 (Concorso)
·16 Fuori Concorso (di cui 9 documentari)
·18 in Orizzonti
I cortometraggi sono 16
così suddivisi:
·Fuori Concorso
·15 in Orizzonti
·   14 in Orizzonti – Concorso
·in Orizzonti – Fuori Concorso
Venezia Classici
  20 lungometraggi di cui 18 restaurati
    1 cortometraggio restaurato
    8 documentari sul cinema
Numero dei titoli visionati
  3193 di cui:
  1740 lungometraggi
  1453 cortometraggi

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Il Mullah Omar è morto? Forse, ma due anni fa

L’emittente televisiva afghana 1TV si dice sicura della notizia della morte del leader talebano e cita una fonte anonima, un funzionario del governo, secondo cui il leader spirituale dei talebani sarebbe morto da tempo. Non è la prima volta, ma il moltiplicarsi delle fonti fa supporre che la notizia stavolta sia vera. Il governo afghano ha tenuto una conferenza stampa annunciando che sta indagando sulla notizia. Stesso lavoro stanno facendo le fonti di intelligence statunitensi. Fonti talebane smentiscono invece la notizia.

Il 23 maggio 2011 infatti i media afghani, prima fra tutti Tolo Tv, e l’agenzia iraniana Fars diffusero la notizia, mai confermata dalle forze Isaf, la missione internazionale Nato di stanza in Afghanistan, secondo cui Mullah Omar sarebbe stato ucciso il 21 maggio in Pakistan. L’informazione, immediatamente smentita dai talebani, era circolata a poco più di venti giorni dalla morte di Osama Bin Laden. Anche allora come oggi a lanciare la notizia fu una «fonte anonima della sicurezza» (Agenzia di stampa Pajhwok). E addirittura il corrispondente dell’agenzia iraniana Fars rilanciava annunciando che: «Il corpo del Mullah Omar viene sottoposto in queste ore ad alcuni esami medici» e che, dalla morte di Bin Laden «I Talebani hanno perso i contatti con il loro leader».

Dal 2001 Omar è completamente sparito dalla circolazione e tutte le dichiarazioni o comunicati del leader avvengono per iscritto, non messaggi registrati, non foto, non video. Anche per questo è facile che notizie sulla sua morte si diffondano o che, come sembra in queste ore, Omar abbia continuato a parlare anche da morto. Il New York Times, intervistando alcuni comandanti talebani di alto rango, ha confermato alcuni mesi fa che da tempo non ci sono stati più contatti con il leader: «Non vedo il Mullah Omar da moltissimo tempo» Maulvi Najibullah, ufficiale talebano di stanza nel nord del Pakistan.

Anche il corrispondente della BBC a Kabul riferisce che fonti dell’ufficio del presidente afghano, così come funzionari dei servizi afghani, gli hanno confermato che il Mullah Omar è morto – probabilmente da due o tre anni.

La conferma della morte del mullah Omar da parte delle autorità di Kabul arriva in un momento critico, con una seconda tornata di colloqui di pace tra i rappresentanti talebani e negoziatori del governo afghano in programma in Pakistan il 31 luglio. Fidai Mahaz, un gruppo scissionista che si oppone ai colloqui con il governo, aveva diffuso la notizia della morte e della presa in mano del comando da parte del mullah Akhtar Mohammad Mansur. Lo stesso gruppo sostiene che in Afghanistan molti sanno che la tomba di Omar è nella provincia di Zabul.

Il 15 luglio, un sito web ufficiale talebano aveva pubblicato una dichiarazione a nome di Omar nella quale si dava l’imprimatur ai colloqui, modificando la posizione tradizionale talebana con l’obiettivo di «porre fine all’occupazione delle forze straniere». Venerdì è in programma a Islamabad un colloquio tra le forze talebane e il governo di Kabul per aprire alle trattative di pace. La diffusione della notizia, ha certamente a che vedere con questa scadenza.

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Star di Hollywood e regine nel video pro-accordo con l’Iran

hollywood pro iran

Il video qui sotto è parte della campagna di Global Zero in favore dell’approvazione al Congresso degli Stati Uniti dell’accordo nucleare con l’Iran. Il Si delle Camere non è affatto scontato e Obama ha promesso il veto su qualsiasi atto del Congresso teso a bloccare l’implementazione dell’Iran deal. Ma un voto favorevole del Congresso renderebbe più solide le basi dell’accordo. Nel video Rania di Giordania, Jack Black, Morgan Freeman tra gli altri spiegano le ragioni dell’intesa e chiedono ai cittadini Usa di premere sui loro eletti affinché la votino.

Global Zero si definisce un movimento internazionale per l’eliminazione di tutte le armi nucleari. Suo obbiettivo è fermare la diffusione delle armi nucleari individuando politiche per il disarmo, dialogando con i governi e lavorando nella società e sui media per rendere l’eliminazione delle armi nucleari un imperativo globale urgente.

Dal suo lancio a Parigi nel dicembre 2008, ha organizzato quattro vertici globali e numerose conferenze regionali; costruito un movimento studentesco internazionale con più di 175 gruppi  in 29 paesi; prodotto un documentario sul tema.

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La trattativa e la solitudine del magistrato. Intervista a Nino Di Matteo

Sul numero 20 di Left in edicola fino a sabato intervistiamo Antonino Di Matteo, dal 1992 sostituto procuratore di Caltanissetta e, dal ’99 magistrato a Palermo e da anni impegnato nelle inchieste sulla cosiddetta “Trattativa” tra Stato e mafia. Con il giornalista de La Repubblica Salvo Palazzolo ha scritto Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia. Ecco un breve estratto dall’intervista.

 

Cominciamo toccando subito il nervo scoperto: a che punto è il processo sulla trattativa? Tolti alcuni siti di informazione sembra quasi che non esista nemmeno un processo in corso, come se fosse già ufficialmente un’inutile bolla di sapone, mentre alcuni collaboratori di giustizia stanno rilasciando dichiarazioni esplosive. Quindi?

Il dibattimento sulla trattativa va avanti con una cadenza piuttosto serrata ormai nel disinteresse generale. Dopo la testimonianza del Capo dello Stato altri passaggi giudiziari secondo noi molto importanti sono passati sotto silenzio.  (…) Ci contestano di continuare a indagare nonostante la pendenza del dibattimento. Noi invece riteniamo che ogni spunto vada approfondito e riteniamo che ciò che sta emergendo possa provare l’esistenza di un reato che non è il quello di “trattativa” ma il reato preciso di “violenza e ricatto al governo”: noi pensiamo che i mafiosi abbiano compiuto quella violenza (e quel ricatto) attraverso le bombe, e i politici e gli appartenenti alle istituzioni sono imputati in concorso per avere fatto da cinghia di trasmissione tra i mafiosi e il governo.

 La tua bocciatura al Csm mi riporta a Falcone e Borsellino, commemorati ogni anno, e con una delegittimazione così simile alla tua. Tante similitudini. Non ne hai paura?

Ho pudore a parlare di similitudini rispetto a magistrati molto più autorevoli ed efficaci di me, che hanno combattuto la mafia. È certo, però, che quando leggevo, anche attraverso gli atti delle inchieste, la profonda amarezza, soprattutto di Giovanni Falcone, quando gli dicevano di essersi messo una bomba all’Addaura da solo, oppure l’amarezza di tutte le volte che sono stati bocciati i suoi progetti di avanzamento di carriera o di trasferimento, non potevo capire la rabbia e la delusione di quel giudice. Negli ultimi due anni, invece, ho provato un senso di profonda amarezza (…) Ora so che si corre sempre il rischio di diventare (non volontariamente) un simbolo della lotta alla mafia e scatenare gelosie e rancori pericolosissimi, e che i mafiosi sanno cogliere benissimo i segnali di isolamento e di delegittimazione. Alle calunnie reagirò sempre in tutte le sedi. Rispetto le opinioni ma non accetto di essere il «ricattatore del Capo dello Stato» o colui «che si è montato da solo» le minacce di Riina. (…)

Mattarella, Renzi, Grasso e altri hanno telefonato subito a Lucia Borsellino per solidarizzare a seguito di una presunta intercettazione. A te hanno mai chiamato per esprimerti vicinanza?

Mai ricevute telefonate di Presidenti della Repubblica o presidenti del Consiglio. Mai. Nemmeno dopo le minacce di Riina. Nemmeno quando il pentito Galatolo ha riferito il progetto di attentato nei miei confronti. Non chiedermi un commento. Ho dato una risposta sui fatti. Tengo per me le considerazioni.

Per leggere l’intervista integrale acquista il nuovo numero di Left  qui

La dichiarazione dei diritti internet: ecco la Costituzione per chi naviga sul web

dichiarazione dei diritti internet

Oggi alle 12 è stata approvata a Montecitorio la Carta dei diritti di Internet”, una sorta di Costituzione per chi naviga sul web che stabilisce nuove regole per quanto riguarda l’accesso alla rete, la net neutrality e il delicato rapporto fra privacy e social network. «Il web è ormai essenziale nella vita di ognuno di noi e nelle possibilità di sviluppo dei singoli cittadini e delle aziende» spiega la presidente della Camera Laura Boldrini «È la prima volta che un Parlamento produce una dichiarazione sui diritti di Internet di ispirazione costituzionale e di portata internazionale». Il primo a mettere sul piatto l’idea fu Stefano Rodotà, da sempre molto attento alla tutela delle potenzialità democratiche del web. Il professore infatti lanciò la proposta già nel 2005 in occasione del Word Summit on Information Society organizzato dalle Nazioni Unite.

 

Quali sono gli obiettivi della dichiarazione?

Innanzitutto bisogna chiarire che per ora la carta non ha alcun valore normativo, non si tratta infatti né di una legge, né di una proposta di legge, i 14 punti cardine della dichiarazione più che altro aspirano ad essere il primo passo verso una “Magna Charta” del Web, un documento che già Tim Berners-Lee, ideatore del world wide web ovvero di internet come lo conosciamo adesso, si augurava venisse emanato. I temi che sono stati considerati sono i più vari e tengono conto di un mondo che sta cambiando e si evolve insieme alle tecnologie e alla stessa rete. Centrale l’articolo 2 secondo cui l’accesso a Internet è un diritto fondamentale.

Per il resto si va dalla tutela dei dati personali, che devono essere raccolti e conservati secondo criteri e limiti ben precisi, al corretto utilizzo delle piattaforme social come Facebook e Twitter. Una sorta di etichetta di comportamento per il rispetto reciproco e per evitare situazioni di violenza verbale online o cyber bullismo che possono avere ricadute anche tragiche sulla vita “off line”, come dimostrato da recenti casi di cronaca. Altro tema fondamentale è poi quello del digital divide, l’accesso alla rete, sia in termini di possibilità tecniche che di conoscenze necessarie per utilizzare internet. «Tra i temi più sottovalutati fin ora- spiega Juan Carlos De Martin, docente di Informatica del Politecnico di Torino e editorialista de La Stampa – c’è proprio il diritto all’educazione: se non si conosce e comprende a fondo la logica di Internet, si rimane utenti molto superficiali e, quindi, sminuiti. Il divario digitale si articola su più aspetti: può essere strutturale, quando mancano gli concretamente gli strumenti per accedervi, economico (‘vorrei ma non posso permettermelo’) e culturale (‘posso permettermelo ma non so come utilizzarlo’). Messe insieme, queste disparità riguardano quasi un italiano su due, con percentuali molto più alte nelle fasce di popolazione più povere o anziane». Internet appunto è ormai sempre più una questione di democrazia, lo è in termini individuali e sociali per quanto concerne i diritti delle persone, ma lo è anche in termini economici dove avere una legislazione che tuteli i cittadini dal monopolio assoluto di pochi grandi colossi del web, è l’unica possibilità per evitare che buone idee e spinte imprenditoriali vengano stroncate sul nascere da «guardiani del Web in grado di stabilire chi ha successo online e chi no» spiega ancora De Martin.

L’obiettivo finale dunque secondo la presidente Laura Boldrini è chiaro: «quanto prima la Dichiarazione faccia da base a una mozione unitaria che impegni il governo a promuoverne i contenuti in contesti nazionali e internazionali», il testo infatti è da leggere come «un cantiere in evoluzione » su cui la commissione «continuerà a lavorare».

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La costituzionalista Carlassare: «Niente privilegi per le scuole paritarie»

Dopo un weekend di accese polemiche l'opinione della costituzionalista Carlassare sull'Ici alle scuole gestite da enti religiosi.

«Devono pagare, non ci sono dubbi. Lo dice la Costituzione».  Lorenza Carlassare professore emerito di diritto costituzionale all’Università di Padova interviene a proposito delle sentenze della Corte di Cassazione che obbligano due istituti religiosi paritari di Livorno a pagare gli arretrati dell’Ici al Comune. «È semplicissimo, basta leggere l’articolo 33 della Costituzione che dice che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Non occorre essere menti superiori per capirlo. Inoltre, sono già troppi i fondi dati alle scuole private – che è inutile che le chiamino scuole paritarie – perché sono private». «Quindi – continua la giurista – questi istituti non devono godere di privilegi né ricevere sovvenzioni almeno fino a  che  le esigenze della scuola pubblica non siano state finalmente soddisfatte, a cominciare dagli edifici fino alla condizione dei professori. Se lo Stato avesse risorse sufficienti, una volta soddisfatto il suo obbligo di rimettere a posto la scuola pubblica, al limite, potrebbe anche disporre del residuo».

E che ne pensa la costituzionalista del giudizio che ha dato il presidente della Cei, definendo la sentenza della Cassazione “ideologica e pericolosa”? «I pericoli sono piuttosto nelle scuole private in cui i docenti non hanno libertà d’insegnamento e possono essere sostituiti se non seguono l’indirizzo della scuola, mentre è il pluralismo ad essere il fondamento di una formazione critica. In questi anni hanno mortificato la scuola pubblica e la dignità dei docenti, gli edifici scolatici sono in rovina, mancano insegnanti di sostegno per i ragazzi più fragili, di cui lo stato ha l’obbligo costituzionale di prendersi cura. E invece lo Stato che fa? Trascura la scuola pubblica a vantaggio di quella private».

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ISIS e PKK, a che gioco gioca la Turchia di Erdogan?

Nell’ultima settimana gli equilibri lungo il confine turco-siriano sono cambiati e Ankara ha improvvisamente scelto di giocare un ruolo attivo nella guerra contro l’ISIS dopo che per mesi aveva chiuso entrambi gli occhi o, come hanno rivelato molte fonti, aveva cooperato con il gruppo estremista religioso, ad esempio consentendo il contrabbando di petrolio. Le ragioni sono molte e vanno messe in ordine.

    •  Lunedì scorso 32 persone sono morte in seguito a un attentato nella città a maggioranza curda di Suruc, al confine con la Siria, tutti volontari in zona per portare aiuti alla ricostruzione di Kobane.
    •  Giovedì due guardie di frontiera vengono uccise dall’ISIS lungo il confine siriano e guerriglieri del PKK uccidono due poliziotti come risposta all’attentato di Suruc che, sostengono, è stato organizzato con l’aiuto e consenso delle autorità di Ankara.
    •  Venerdì le autorità turche arrestano centinaia di persone, legate sia all’ISIS che al PKK, “senza fare distinzioni tra le organizzazioni terroristiche”, come spiegano fonti governative turche.
    •  Sabato è la volta di bombardamenti contro campi del PKK e dell’ISIS; il PKK annuncia la fine del cessate-il-fuoco unilaterale.
    •  Domenica un’autobomba uccide due soldati turchi a Diyarbakir, mentre i bombardamenti continuano e a Istanbul va in scena la protesta – repressa con violenza – che infiamma anche le città del Kurdistan turco, dove il PKK è molto forte.

A loro volta i curdi siriani dell’YPG (alleato del PKK) denunciano che alcune loro formazioni e il villaggio di Zormikhar sono stati bombardati da artiglieria turca. Ankara nega. Viene annunciato l’accordo tra Turchia e Stati Uniti per creare una zona libera dall’ISIS che potrebbe anche diventare una zona di accoglienza per i rifugiati siriani in fuga.

 

Per mesi Ankara aveva negato l’uso delle basi aeree agli americani impegnati nei raid anti-ISIS in Siria. In teoria al patto partecipano anche le forze che combattono l’ISIS sul terreno, la più importante tra queste è l’YPG. La trattativa con Ankara, chiusa in maniera definitiva dopo una telefonata tra i presidenti Obama ed Erdogan, è stata avviata dal generale John Allen e il sottosegretario alla Difesa statunitense Christine Wormuth. L’uso delle basi turche consentirà missioni più rapide agli aerei americani, che avranno a disposizione piste meno lontane dagli obbiettivi.

I curdi, l’ISIS e la situazione sul terreno (Cfr.org)

 

Martedì si riunisce il consiglio Nato, convocato d’urgenza su richiesta turca per discutere “della nuova situazione creatasi” in seguito alle azioni terroristiche dei giorni scorsi. Ankara mette assieme le azioni dell’ISIS e del PKK e chiede un avallo dell’Alleanza Atlantica a questa lettura della situazione sul terreno. Resta da capire se gli occidentali, Stati Uniti in testa, sono disposti ad accettare l’idea che la ripresa della guerra interna contro il PKK sia una parte della lotta al terrorismo islamico in Siria e Iraq.

 

L’attentato di Suruc, dove muoiono dei turchi e dei curdi, viene usato da Ankara come pretesto per avviare una campagna militare che risponde alla necessità di intervenire contro l’ISIS in una situazione cambiata sul terreno: il pericolo che la violenza del gruppo militante islamico si trasferisca all’interno della Turchia e il ruolo sempre più determinante giocato dell’YPG alleato del PKK, che sta producendo un oggettivo rafforzamento anche del gruppo guidato da Abdullah Ocalan. La presa per mano curda di Tel Abyad, città di confine, sembra aver determinato la scelta. La vera chiave, poi, è quella di trovare un pretesto riaprire le ostilità proprio nei confronti del PKK e di cercare, grazie alla contemporanea apertura di un fronte anti-ISIS, la copertura internazionale.

L’atteggiamento della Turchia nei confronti della vicenda siriana è mutato diverse volte. L’aiuto a gruppi islamisti collegati ad al Qaida è appurato, così come l’accondiscendenza nei confronti dell’ISIS e l’ostilità nei confronti dell’YPG – nei giorni più duri dell’assedio di Kobane Ankara è stata criticata anche da molte capitali occidentali.

Il nuovo atteggiamento turco è destinato a cambiare molto la situazione in Siria. Ma molto di quel che è successo in questi giorni riguarda il quadro politico interno turco. L’opposizione di sinistra e curda del Hdp, entrata in Parlamento alle ultime elezioni con un risultato sopra le aspettative, ha accusato Erdogan di voler trascinare il Paese nella guerra civile. Il leader del Hdp, Selahattin Demirtaş, ha dichiarato: “Un governo e un primo ministro provvisori stanno trascinando il paese in una guerra civile e regionale. La Turchia è impantanata in Medio Oriente a causa delle politiche sbagliate verso la Siria”.

Di rischio di guerra civile parla anche Richard Haass, direttore del Council on Foreign Relations, il primo think-tank di politica estera Usa con un tweet:

Interessante, se pure viene da una parte molto in causa, il comunicato del leader di Hezbollah, Nasrallah, che sostiene che colpendo i curdi, i turchi fanno gli interessi dell’ISIS. Naturalmente Nasrallah, che combatte al fianco di Assad, spiega che ISIS è protetto anche dagli Usa. Altrettanto interessante che parli dei curdi come di “combattenti per la libertà”, visto che gli stessi sono in guerra contro il regime di Damasco – un segno come un altro di quanto intricata sia la situazione siriana.

A cosa si riferiscono tutti quando parlano di guerra civile in Turchia e perché la scelta di tornare alla guerra con il PKK? In parte si è detto delle preoccupazioni alla crescita di influenza e forza dell’YPG. Ma non basta. Alle elezioni dello scorso giugno il partito di Erdogan, l’Akp, ha perso la maggioranza assoluta e non è per ora in grado di formare un governo. Questo significa due cose: la prima è che probabilmente si tornerà al voto; la seconda è che il presidente comanda de facto il Paese nonostante non abbia quel mandato (la Turchia non è una repubblica presidenziale). Il governo in carica è quello a interim e uscito sconfitto dalle elezioni, di Ahmet Davutoglu, in carica dall’elezione di Erdogan alla presidenza nell’agosto 2014.

La riapertura del fronte curdo è probabilmente una strategia di politica interna di Erdogan che mira così a catturare quel voto nazionalista legato alle forze armate a cui non piace l’idea di una maggioranza a carattere religioso e a cui, di converso, piace molto l’idea di una lotta senza tregua al PKK. Certo è che con gli equilibri instabili della regione, i curdi rafforzatisi politicamente e militarmente nei Paesi confinanti, l’idea di tornare al conflitto degli anni 90, che ha fatto 40mila morti, è più che pericolosa. C’è almeno da sperare che la Nato non scelga di lasciar fare a Erdogan una nuova guerra sporca.

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