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A tempo di libertà

Jovica Jovic musica tzigana

«La musica tzigana non si studia sugli spartiti, ce l’hai dentro fin dalla nascita, la ascolti in casa fin da piccolo e la impari a orecchio, sapendo che poi la tramanderai ai tuoi figli. È una musica che senti con il cuore e con l’anima. Prima piangi tu che la suoni, poi gli altri che la ascoltano. E questo ce l’ha lasciato Auschwitz». Sono le parole del maestro Jovica Jovic, fisarmonicista rom nato 61 anni fa a Mali Mokri Lug, vicino Belgrado, in Serbia. Da anni Jovic insegna la fisarmonica cromatica con il suo particolare metodo: a orecchio, senza teoria, basandosi sulla memoria visiva e sulla capacità d’ascolto.

Maestro Jovic, ha iniziato a suonare da bambino. E proviene da una famiglia di musicisti, che ricordo ha della sua infanzia?

Ricordi belli e brutti, come tutti del resto. Belli per quanto riguarda la musica e non basterebbe un libro per raccontarli. Brutti per le difficoltà, i miei erano poveri, eravamo cinque figli, ma ce l’abbiamo sempre fatta onestamente e questo mi rende orgoglioso. Ho iniziato a suonare fin da piccolo, quando avevo 6-7 anni, ricordo che mio padre vendette una mucca per comprarmi la mia prima fisa, e la gioia provata non me la dimenticherò mai. Tutti in famiglia suonavano, mio nonno, lo racconto sempre, è morto a 106 anni suonando il violino.
Ricorda la prima nota che ha suonato?
Non è possibile ricordare la prima nota… noi rom suoniamo a orecchio!
E viaggiate tanto anche.
A 18 anni ha lasciato la Serbia ed è andato in giro per l’Europa, giusto? Sì, ho girato e suonato nei locali di Austria, Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Ungheria, Polonia… Fino ad arrivare in Italia, da cui vado e vengo da 30 anni, e dove ormai vivo.
Come tratta il suo popolo il nostro Paese?
Malissimo. Siamo gli ultimi degli ultimi, considerati peggio degli animali. E non vedo miglioramenti: impossibile avere i documenti, lavorare e vivere onestamente. Non voglio giustificare chi ruba, ma penso a quelli delle cooperative… tutti più o meno, e non solo a Roma, sono anni che rubano i fondi che avrebbero potuto aiutare il mio popolo ad ave- re una vita migliore.
Qual è l’importanza della musica e dell’arte per la sua cultura e la sua gente?

La mia gente ha la musica nel dna, forti tradizioni, racconti tramandati oralmente. Ma non ne percepisce l’importanza perché sono costretti a sopravvivere e hanno altro a cui pensare. Perciò sono felice se posso contribuire a diffondere i nostri valori.

(Da Left numero 11)

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/tizianabarilla” target=”on” ][/social_link] @tizianabarilla

La sinistra nel pallone

Sono mosche bianche, o meglio, rosse: si contano sulle dita di una mano i calciatori e gli allenatori professionisti italiani che hanno dichiarato di essere di sinistra. Dalle simpatie per le organizzazioni extraparlamentari, passando per il Partito comunista fino ad arrivare a Sel, c’è una costante che vale per tutti: mai rinnegare il proprio credo, anche al cospetto di un mondo che all’impegno politico ha sempre prediletto il luccichio dello star system e della moneta sonante. Nei giorni in cui la sinistra sembra essere sparita dallo scenario politico, da altre parti ancora persevera. A queste “eccezioni”, abbiamo chiesto cos’ha significato.
Paolo_SollierDi tutti Paolo Sollier, 67 anni, è stato forse il precursore. Cresciuto a Torino, ex impiegato Fiat a Mirafiori, fa della sua passione, il calcio, la sua professione. Esponente di Avanguardia operaia, a metà anni 70 gioca in serie A col Perugia e la domenica saluta col pugno chiuso i tifosi del Grifo e i compagni di militanza che lo seguono dagli spalti. «Quante polemiche per quel gesto – ricorda Sollier – ma erano anni di cambiamenti che un ambiente chiuso come quello del calcio faticava ad assorbire. Vedo però che le istanze legate allo statuto dei lavoratori, al movimento femminista e a quello ambientalista sono tornate prepotentemente d’attualità». Convinzioni politiche, quelle di Sollier, che non hanno mai inciso sul suo modo di giocare o di allenare: «Non c’è un modo di sinistra di essere calciatori, la squadra è di per sé una piccola comunità ma non sempre le carenze individuali nel gioco vengono sopperite dal collettivo». A chi gli ha rimproverato di predicare bene e razzolare male, ossia di guadagnare tanto, in barba al credo professato, Sollier ha sempre ribattuto con la cruda realtà: «Altri tempi, all’epoca al massimo guadagnavo come un buon impiegato. Comunque ho sempre messo a disposizione un po’ di soldi per iniziative politiche o per giornali che leggevo». Più del denaro, e di una popolarità ben lontana dagli strepiti d’oggi, ha sempre contato la coerenza: «È la forza delle idee che deve avere la preminenza. Guardate Sean Penn: è un’icona di Hollywood, ma non ha mai rinunciato alla battaglia».

Renzo Ulivieri, 74 anni, è il decano degli allenatori italiani: per lui pallone e impegno politico sono sempre andati di pari passo. Negli anni 60 ha ricoperto l’incarico di consigliere comunale e assessore del Pci a San Miniato, mentre oggi, sempre nella cittadina toscana, è il segretario del circolo di Sel, con cui s’è candidato al Senato alle politiche del 2013. Leggendario il busto di Lenin che custodiva in casa, simbolo di una convinzione che può anche tradursi in campo: «Soprattutto – spiega “Renzaccio” – nel modo di allenare e di rapportarsi con gli altri. Quando si guida una squadra di calcio si portano con sé esperienze, cultura e pensiero politico». La predica sui soldi se l’è dovuta sorbire anche lui: «Il segretario del Pci di San Miniato mi disse che avevo preso una strada troppo corta, e che l’avevo presa da solo. Aveva ragione, il sistema purtroppo è questo, ma il mercato comanda solo chi lo accetta acriticamente. Non si può imporre una propria logica di mercato, ma si può lottare affinché non incida sulla vita e sulla dignità delle persone». Difficile far sentire la propria voce in un mondo che, sottolinea Ulivieri, «ha tre obiettivi fondamentali: produrre risorse economiche, spettacolo e risultati», ma essere di sinistra e calciatori ha ancora un senso: «Senza problemi, magari per combattere quelle dinamiche di sfruttamento del lavoro che esistono anche nel mondo del calcio».

Luciano Zecchini, classe ‘49, giocava negli anni 70 per Torino, Milan, Sampdoria e Perugia e simpatizzava per Lotta continua. Tra- montata quella stagione non ha perso lo slancio: «Per me essere di sinistra è sempre stato normale – esordisce l’ex difensore – semmai il problema è nel nostro ambiente, troppo cristallizzato e amante dei “soldatini”». Una professione di fede che secondo Zecchini può anche riflettersi sul rettangolo di gioco: «È un’espressione di ciò che si è nel quotidiano, e per quanto non creda che un allenatore
possa dare un senso di parte all’impostazione di gioco, può costruire una squadra puntando molto sulla forza del collettivo». Il discorso economico non lo tocca più di tanto: «Io giocavo per passione, in modo sano e genuino. Criticare chi guadagna molto è una speculazione di basso livello. Chi è più bravo è giusto che venga premiato». Pur definendo il pianeta calcio «un ambiente misero, in cui l’etica non è certo diffusa», Zecchini crede nella rivendicazione dell’appartenenza ideologica: «Bisogna avere il coraggio di portare avanti le proprie idee, informandosi e tenendo conto dei problemi reali, senza farsi condizionare da denaro e popolarità».

Cristiano Lucarelli è forse il più noto di tutti. Trentanove anni, livornese, non ha mai na- scosto le sue simpatie di sinistra: «E più d’una noia l’ho avuta – racconta il bomber – perché il calcio è conformista e non accetta che si possa avere una coscienza critica. Essere di sinistra porta problemi, e magari salta l’ingaggio con il grande club o la convocazione in Nazionale. Conosco colleghi che hanno preferito non esporsi». In azzurro, con la maglia dell’Under 21, segnò nel ’97 una rete che fece scalpore: esultò mostrando una maglia con l’effigie del Che, simbolo delle Brigate autonome livornesi, la tifoseria organizzata della squadra amaranto. Apriti cielo, e per indossare di nuovo una divisa della Nazionale ha dovuto aspettare otto anni. Per vestire quella del suo Livorno, invece, undici anni fa accettò un’offerta inferiore di un milione di euro rispetto a quella del Torino. «Al calciatore si associano sempre tanti soldi, Ferrari e veline, ma oggi in Italia ci sono sessanta club professionistici su cento totali che pagano stipendi non superiori ai 1.500 euro al mese».
Tuttavia, pur non rinnegando il proprio pensiero, Lucarelli confessa che non consiglierebbe a un giovane calciatore di prendere posizione: «Meglio lasciar perdere, sarebbero solo problemi.Ma è bene avere sempre uno sguardo critico sul mondo, anche solo per prendere coscienza dei sacrifici che fanno i tifosi per seguirci dappertutto».

(Left numero 13)

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Ma quali nomadi! Ecco la classe media zingara

«Ma perché non vogliono abitare nelle case?»: ecco la domanda che rispecchia lo stereotipo più resistente da millenni a questa parte. Zingaro uguale nomade. Che, in quanto tale, “vive di espedienti”. E se così non fosse? Se un rom o un sinti facesse un lavoro “normale” sarebbe forse meno rom, solo perché non risponde all’immagine che noi abbiamo di loro? Se, per esempio, una rom facesse la regista, fosse italiana e vivesse a Torino come Laura Halilovic, che dell’essere rom ha fatto un film? Senz’altro verrebbe considerata un’eccezione. Così come Dijana Pavlovic, attivista e politica di origini rom candidata alle Europee per L’Altra Europa con Tsipras e ormai volto noto della cultura rom. Ma se queste eccezioni fossero una normalità che non conosciamo? Se un rom (che significa semplicemente “uomo”) fosse una persona “normale” e vivesse da anni (quasi venti per la precisione) in una città italiana che potrebbe essere Bologna, e da almeno la metà lavorasse con regolare contratto e contributi in un’azienda agricola? No, non sfruttato come quelli di Rosarno: gli “immigrati”, perfino se “zingari”, non lavorano solo sfruttati. Aghiran è romeno e assieme al suo amico Constantin ha fondato perfino un’associazione, Rom pentru Rom (i rom per i rom), proprio allo scopo di non doversi sentire stranieri in una terra che contribuiscono a rendere più civile.

E ancora: se costruissero sistemi di allarmi per le banche? O se facessero gli interpreti per la questura o il tribunale, dando una mano a stabilire un contatto fra le parti? O, magari, azzardiamo, facessero addirittura l’università e partecipassero a manifestazioni contro il governo o facessero parte di associazioni culturali universitarie con gli altri studenti di Scienze politiche?

Questa è la classe sommersa di rom e sinti che da generazioni abita l’Europa senza necessità di imporsi o sbraitare. Ancora una volta, la diversità non è un problema dell’altro, ma nostro. Nostro, ma che noi facciamo diventare loro.

numeri rom e sinti

(dal Rapporto 2014 dell’Associazione 21 luglio)

Elèna vive a Mantova e lavorava come mediatrice culturale. Ora, come tanti dipendenti delle cooperative del Belpaese, è in cassa integrazione. È di origini slave, vive in Italia da quasi trent’anni, ovvero poco più della sua età. Da qualche anno lavora in una scuola materna della provincia. Peccato che il nome sia di fantasia. Perché: «A scuola non se lo sognano nemmeno che sono una rom. Non ho paura di perdere il lavoro perché il contratto è sicuro». Più che altro la stima: «In questi anni mi hanno conosciuto per la mia puntualità e per la mia affidabilità: se un giorno sparisse qualcosa sarei l’ultima persona a cui penserebbero. Ma se sapessero che sono rom tutto si capovolgerebbe e penserebbero subito che sono stata io». Un mondo capovolto, quello in cui spesso vivono i rom, in cui più hai caratteristiche positive, più devi celare le tue origini: «A mio figlio (nato in Italia) non ho nemmeno insegnato la lingua». Al contrario di Bada, kosovara che vive a Vicenza e insegna romanì: «Sono la mamma di 5 figli; fino al 1998 ho vissuto in una modesta, ma bella casa in Montenegro con la mia famiglia. Purtroppo c’è stata la guerra nell’ex-Jugoslavia e ho dovuto abbandonare il mio Paese». A vivere in un campo per un periodo, ce l’abbiamo messa noi. Poi, lei e suo marito, una casa se la sono ripresa. Tra le altre cose, fa l’attivista per l’Associazione 21 luglio: «Il mio sogno è che un giorno tutti i rom e sinti vivano in una casa dignitosa e che i loro figli vadano a scuola, dove possano imparare tanto e avere tanti amici fino a laurearsi»: il sogno di tutti i genitori. Con una piccola sfumatura in più: «Sogno che vivano in una società dove non dovranno nascondere la loro etnia».

Il problema non è essere rom. Il problema, racconta sempre Elèna, con quell’orgoglio maltrattato che riemerge purissimo, è essere rom in Italia: «Guardo gli altri rom qui in Italia, e sottolineo, qui in Italia, e non mi sento come loro. Non c’è nulla da difendere in un certo stile di vita o in un modo di comportarsi. Ma per il mio paese, essere rom è una cosa normalissima. Lavoriamo tutti, e viviamo tutti in casa. Qui invece, se nessuno immagina che siamo rom tutti ci stimano». Potrebbe essere la nostra vicina di casa, Eléna. Ride, poi aggiunge: «Veramente sono io che mi scelgo i vicini di casa. Siamo molto schizzinosi. Se qualcuno ha fumato in ascensore, io non lo prendo». Viene da chiedersi chi dei due sia l’incivile. E naturalmente, come nella maggior parte delle case rom: via le scarpe appena si entra. La casa padovana di Desyjana e Giovanni (operaio pugliese non rom) è la più pulita che abbia mai visto, è quasi imbarazzante: «ma scusa, perché ti sorprendi? Per lavoro pulisco le case degli altri!». Giusto.

Gordo invece è montenegrino, vive a Roma. È un perito ferroviario, con una casa con mutuo a Morlupo e un lavoro alle Ferrovie dello Stato. Fra Gordo che fa il suo mestiere e la società nostrana, chiunque di noi avrebbe molti più motivi di insultare la seconda piuttosto che il primo. Ride, quando sente il tema dell’articolo: «Eh si: sono assolutamente normale». E aggiunge divertito: «La mia famiglia non sa nemmeno cosa sia una roulotte. Come non lo sapevo io quando sono arrivato in Italia. L’ho imparato da voi, cosa fosse». Anche lui però, preferisce non rivelare la sua vera identità. Buffo, se si pensa che una delle prime domande motivo di orgoglio per la nostra civiltà, consista nel dichiarare di che cosa ci si occupa. Loro, che lavoro fanno e come si chiamano, non possono dirlo, se dicono di essere rom.

Una che non ha mai fatto mistero delle sue origini, è la piccola Draga. Una “serba bolognese” che parla slang e dialetto del capoluogo felsineo dove frequenta Scienze della Formazione e divide la casa con altre ragazze. Ha 21 anni e due occhi neri giganteschi. Si laureerà a luglio ma già lavora come educatrice e come assistente al doposcuola con i bimbi delle elementari. È inarrestabilmente curiosa e intraprendente: «Abbiamo anche fatto partire un progetto per medie ed elementari con ragazzi che vengono dall’est e sono “zingari” come me. Lavoriamo sulla dispersione scolastica e partendo da un supporto scolastico cerchiamo di arrivare a un’integrazione tra pari. Perché questo siamo, bisogna che lo capiscano anche loro».

Anche Ivana fa l’università, Filosofia a Torino, è l’insegnante di danza: «Non gli dico subito che sono rom. Glielo dico dopo un paio di mesi: prima costruisco un rapporto che è come un muro contro il pregiudizio. Mi è capitato in un paio di casi che le persone non siano riuscite ad andare oltre, ma la maggior parte delle mie allieve è rimasta senza problemi». Ha 24 anni, Ivana, e abita con la sua famiglia in una casa popolare nel quartiere di Artom, un ex quartiere dormitorio nella periferia sud di Torino (zona Mirafiori), poi riqualificato tanto da aver ospitato i giochi invernali delle Olimpiadi del 2006. «Non ho problemi a dire chi sono, tanto nel mio quartiere siamo conosciuti: faccio volontariato da tre anni, con i ragazzi e con le donne. Il problema non è chi ci conosce, ma chi non ci conosce». Chi li conosce saprebbe che lei lavora anche come educatrice per «dare una mano come posso», la mamma fa lo chef in un ristorante italiano, e il papà l’aiuto cuoco, mentre il fratello, di due anni più grande l’artigiano: «e con le sue marionette fa spettacoli in giro per la città». I problemi sorgono quando si sveglia l’attenzione dei media, racconta: «Sentono qualcosa in tv, e il loro cervello si accende. Si ricordano di quelli che abitano nelle roulotte e partono minacce e insulti senza senso. Non fa nessuna differenza dove io abiti o cosa faccia: è proprio una questione di ignoranza». E dall’informazione che accende animi e allarmismi. Un esempio? «Guarda il caso Isis. Io non ricevo minacce normalmente. Poi scoppia il caos e finiamo nel cuore degli insulti. Mia mamma è musulmana, non portiamo il velo, ma automaticamente siamo attentatori». E per di più, «zingari di m…».

Un altro giovane che rivendica serenamente la propria appartenenza è Fiorello Miguel Lebbiati. E lo fa con accento spiccatamente toscano, essendo nato a Fucecchio. A trentatre anni, lui gli incroci li racchiude tutti: è italiano, rom e anche sinto. «Se lavoro? – ride – da sempre! Fin da giovane, ho iniziato a 16 in un calzaturiero della provincia: venivo pagato pochissimo perché ero piccino. Poi ho fatto il muratore, e tanti altri mestieri fino a quando non sono entrato in una bottega». Lì ha inizio quello che è un vero e proprio apprendistato rinascimentale: «Camminando per Roma, se alza la testa, lei vede quello che io ho imparato a fare. Noi lo chiamiamo “stucchino”: tutto quello che nelle chiese – dai capitelli agli zoccoli, bozzati delle case, colonnati, decorazioni – l’ho fatto o curato io». Fra i suoi restauri, tutta la prima fase del campanile di San Francesco di Lucca, o la chiesa di San Jacopo di Lammari: «Gli stucchi della volta erano del 1200: mi tremavano le gambe quando me ne sono accorto». Abita nella preziosa cittadina d’arte con la sua compagna, «convivo e paghiamo l’affitto come le persone normali», scherza. Compagna non rom così come la mamma della sua bimba. S., che ha 10 anni: «Ora è su che fa i compiti». Lei, seppur con un babbo attivista, non vive il disagio nel quotidiano: «Il problema è la televisione. Il disagio, per lei che è piccola e non ha difese, lo vive attraverso la mala informazione. A scuola S. è semplicemente S.». È molto orgoglioso delle sue origini e della sua famiglia, Fiorello. «Noi rom teniamo molto alla parentela», e ne ha ben donde perché la storia della sua famiglia racconta un pezzo della storia d’Italia: «Mia mamma è rom, nata a Empoli ma di origini montenegrine: mio nonno era fra quei bimbi rastrellati dai nazisti per i loro esperimenti e sopravvissuti ai campi di concentramento. Mio babbo invece è sinti, toscano anche lui e appartenente a quel ceppo in Italia dal Quattrocento. Andando a ripescare fra i cugini ci sono i partigiani che hanno fatto la Resistenza e uno zio appartenente all’Esercito italiano con medaglia al valore. Mi fa rabbia quando sento quei sedicenti nazionalisti dirci di andare “a casa nostra”: andate voi da qualche altra parte, perché l’Italia è anche mia». Riflette. Ci pensa un attimo, e aggiunge: «Anzi: lo dovrebbero sapere che ci sono dei rom e dei sinti che l’hanno resa libera da quelli come loro».

Intanto, a Napoli è nata una nuova identificazione per la residenza, o meglio sarebbe dire per l’etnia, giacché pare che la prima determini la seconda. Bello stampato sulla carta d’identità del piccolo, nato in Italia e al suo primo documento identitario alla voce residenza c’è scritto: Isolato Nomadi. A denunciare l’accaduto, la mamma, abitante del ghetto di Scampia in questione: «È nato in Campania e non si è mai spostato da Napoli, perché definirlo così? Tra l’altro nomade non è sinonimo di rom. Ora mio figlio ha vergogna di mostrare il documento, eppure doveva essere una gioia ricevere la sua prima carta d’identità». Figuriamoci quando sarà grande, a dichiarare che lavora.

(da Left numero 9)

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Galbraith&Kelton i gufi che spostano a sinistra Obama

Galbraith_Kelton_obama_economia

Lui, James Galbraith, è il consigliere di Obama più a sinistra, talmente a sinistra da non comparire nella foto di governo. Lei, Stephanie Kelton, capo Dipartimento di Kansas City, è stata nominata due mesi fa chief economist della Commissione Bilancio su indicazione dell’unico senatore americano dichiaratamente socialista, Bernie Sanders, candidato della minoranza democrats alle primarie 2016 contro la superfavorita Hillary Clinton. Tanto Galbraith quanto Kelton gravitano attorno alla Modern Monetary Theory, scuola di pensiero che riattualizza John Maynard Keynes e si rifiuta di intendere il bilancio dello Stato alla stregua di quello di un’azienda o di una famiglia. Secondo la Mmt l’aumento della spesa pubblica è un elemento di progresso, perché alimenta il circolo di consumi e produzioni tendente alla piena occupazione.

Il padre di James Galbraith, John Kenneth, fu consigliere di Roosevelt ai tempi del New Deal e avanguardia della squadra di JFK: con la pro- posta di nazionalizzare le corporations si guadagnò l’accusa di bolscevismo. Galbraith jr, docente di Public Policy in Texas, ha collaborato alla Modest purposal ed è fonte inesauribile di ispirazione per Yanis Varoufakis (come raccontato da Left nel numero del 14 febbraio). Galbraith è uno dei consulenti di Varoufakis nella rinegoziazione del debito greco, snodo cruciale per la possibile emancipazione dai dogmi dell’austerity dell’Unione monetaria imposti dal main-tream neoliberale. I nemici, dunque, sono gli stessi del padre, che aveva previsto molte cose scrivendo il discorso inaugurale di Kennedy, il 20 gennaio 1961: «Nessuno deve negoziare sotto la morsa della paura. E nessuno deve aver paura di negoziare».

Anche grazie all’influenza del mondo accademico postkeynesiano Barack Obama ha orientato le politiche espansive oltre l’emergenziale Quantitative Easing, sistema adottato di recente dalla Bce per iniettare liquidità alle banche. Mariana Mazzucato, studiosa italo-americana autrice del libro The Entrepreneurial State, esprime un giudizio positivo: «Nel 2009 Obama mise in campo un piano di stimoli da 787 miliardi di dollari destinati all’innovazione verde e allo sviluppo di infrastrutture moderne. Ed in effetti, mentre la recessione europea continua, crescita e occupazione stanno tornando negli Stati Uniti».
Stephanie Kelton, appena insediata in Senato, ha elaborato un grafico dal quale emerge la diversità strutturale tra le politiche dei governi di Barack Obama e di Bill Clinton. Al netto della peculiare condizione di negatività della bilancia dei pagamenti, permessa dal predominio del dollaro, sotto l’attuale amministrazione si è registrato un surplus per imprese e cittadini, in parte legato ai maggiori investimenti pubblici.

Il famigerato disavanzo dei conti dello Stato, incubo delle economie europee, nel 2009 è cresciuto fino al 10 per cento di Pil rispondendo alla crisi finanziaria con il progresso sociale.
Riforme fondamentali come quella sanitaria, malgrado l’ostruzionismo
dei repubblicani e delle lobby assicurative, stanno avvicinando gli Usa
 a livelli di welfare europei. Dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2%. Nell’ambito delle campagne per sensibilizzare i cittadini, nelle scorse settimane Obama ha realizzato un video divertente in cui invita a iscriversi al piano assicurativo entro la scadenza. Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Nel periodo della presidenza Clinton, invece, middle e working class erano state colpite da tagli sociali e maggiori imposte. In un secondo tempo, l’ex premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, intraprese la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivò il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, legge voluta da Roosevelt per distinguere tra banche commer- ciali e d’affari.
Per il giro della Modern Monetary Theory, Kelton ha coniato, non a caso, l’espressione «gufi del deficit», contrapposti ai bilanciofobici. Vi ricorda qualcosa? Matteo Renzi ne ha ribaltato il senso, ma l’espressione è la stessa.
Prende spesso in prestito ciò che gli suona bene, Renzi, senza andare troppo sul sottile per il con- tenuto. Ancora dall’amministrazione Obama, Renzi ha copiato il suo «Jobs act», che lì è però un provvedimento sulle start up e non una norma che trasforma anche l’ultimo contratto a tempo indeterminato in precariato permanente.


Con il deficit al 10 per cento gli Usa sono usciti dalla crisi. Matteo Renzi invece preferisce la Terza via di Blair e Clinton

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È d’altronde noto che Renzi per le sue politiche preferisca seguire il solco della “Terza via” di Bill Clinton e Tony Blair, con cui i governi occidentali hanno ammantato di moderno efficientismo e rigore moralistico la contrazione dei salari e la precarizzazione del lavoro, nonché la privatizzazione di reti, servizi e beni pubblici.
 L’alternativa è guardare ai gufi del deficit, sull’onda della resilienza di Syriza in Grecia, e a Mariana Mazzucato, di cui pure Renzi comprò il libro Lo Stato innovatore, ben attento a farsi fotografare alle casse della libreria. Mazzucato rovescia la prospettiva dal punto di vista culturale, postulando un sistema pubblico lungimirante, capace di sospingere e disegnare ex novo settori qualitativi come la green economy. Quando Kelton l’ha invitata via twitter a combinare le rispettive intuizioni per cambiare «davvero la partita», Mazzucato ha rilanciato il mantra: «Investimenti strategici e Kelton». Un perfetto mix. La contaminazione sperimentale tra le sponde progressiste dell’Atlantico evoca i due socialismi soltanto teorizzati da François Mitterrand: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. Le politiche redistributive tramite la leva fiscale contro le rendite, cui fa riferimento anche Thomas Piketty ne Il Capitale nel XXI secolo, possono dunque risultare complementari alle policy post keynesiane dei “gufi del deficit” che sussurrano a Obama e alla Grecia.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/stesantachiara” target=”on” ][/social_link] @SteSantachiara

I neri, Sabbir e il “colabrodo” di umanità

immigrazione ilaria bonaccorsi

 Engadina, Svizzera. La tavola è ricca. Il gesto eloquente. Di quelli che abbiamo visto migliaia di volte, persino fatto migliaia di volte. Quando volevamo dire a qualcuno di andarsene, perché non era desiderato. Via. Con la mano destra il ricco costruttore svizzero fa il gesto di “sciò, via”. E con lo sguardo mi sorride mentre seduti alla tavola ricca, mangiamo. Gli avevo chiesto se anche lì risentissero delle ondate di migranti che affaticavano le coste del nostro Paese in quei mesi caldi. Nessuna parola, un sorriso tonto e un gesto. Via. Poi deve avermi visto interdetta, allora ha aggiunto “noi qui non li vogliamo”. E ha ripetuto il gesto. Via. Il cibo è buono, la tavola è ricca, il Paese è bello, il cameriere è portoghese. Lo capisco dall’accento morbido. “Sono i nuovi poveri qui”, mi spiega il costruttore. “Tutti i camerieri sono portoghesi, gli italiani ormai sono elettricisti, muratori…”. Tutto fila secondo lui. Tutto sta nelle cose del suo di Paese. Io però insisto “che vuol dire via?” Mi risponde, gentile “lei ha mai visto due neri insieme qui? Quelli che lasciamo entrare, li distribuiamo. Gli altri, quelli che non vogliamo, li lasciamo fuori”. In effetti penso ai miei anni lì. Non ho mai visto due neri insieme. Passeggiare come me. Li “distri- buiscono” e quelli che non vogliono, non li lasciano entrare.
Calabria, Italia. La tavola è ricca. Il gesto disperato. Di quelli che abbiamo visto migliaia di volte, persino fatto migliaia di volte. Quando volevamo dire a qualcuno che ci sentivamo soli perché avevamo perso qualcuno. Con la mano destra l’uomo mi mostra una foto e mi dice “è Sabbir”. E con lo sguardo mi cerca. Ha due figlie vicine ma mi racconta di un bimbo lontano. Bengalese. Adottato a distanza. “Per anni ho ricevuto le sue lettere e i suoi disegni, Sabbir vuole diventare medico”, mi racconta. Poi un giorno un’altra foto. Mi mostra anche quella. È una bimba, piccola, con una testa grande. In piedi. Deve avermi visto interdetta. E Sabbir? Insisto. “Non ho più notizie, sono preoccupato e se gli è successo qualcosa?”. E di nuovo il gesto. Le sue mani e la foto. Il cibo è buono, la tavola è ricca, diversamente ricca da quella del costruttore svizzero. Come sono ricche le tavole al Sud quando l’ospite è atteso. “Ho chiesto e richiesto” mi dice. “Nessuno mi risponde”.
Penso a questi giorni. Alle notizie che sembrano sempre uguali e invece sono sempre peggio. Penso che non si dovrebbero scrivere gli editoriali di sera tardi, perché la giornata pesa. E penso al giovane marocchino di 27 anni morto nella valigia soffocato perché voleva entrare in questa Europa che non lo vuole e lo lascia fuori. E ripenso ai miei giorni lì, in Calabria. Alla Sicilia di fronte, allo Stretto, al giovane sindaco che mi parla, alla bimba Costanza che scrive i racconti e ai molti neri che vedo per la città. Passeggiano insieme. Oggi, in 396 ancora, sono sbarcati a Reggio Calabria. “Da un po’ di tempo sono tanti”, mi spiegano. Non riescono a distribuirli, e neanche a lasciarli fuori. Forse non vogliono farlo.
E io sono sollevata. Anche ora a ripensarci. Sono sollevata perché li vedo. Tanti e insieme. Sono sollevata perché in quest’Europa fatta di frontiere sbarrate, di Eurotunnel disumani, di treni sigillati, siamo giudicati “un colabrodo”, così ha detto il costruttore svizzero. “Noi gli spariamo”, ha aggiunto scherzando. “Dovreste sparargli anche voi, come fanno in Spagna o a Malta, così non arriverebbero più”. “Il giorno in cui lo faremo ‘anche noi’ andrò via dall’Italia”, gli ho risposto. Vivere in un Paese “colabrodo di umanità”, pieno zeppo di gente che accoglie nonostante tutto, nonostante la crisi, le leggi stupide, le parole ignobili, il pensiero inceppato, mi rende più facile, più sopportabile tutto il resto dello spettacolo quotidiano. La Troika ad Atene, i tagli alla Sanità, le odiose parole di Renzi in risposta a Saviano, la Sinistra che non c’è. E tutto è più sopportabile perché la verità è questa. Quella di una umana uguaglianza e accoglienza. Di un collettivo sano che pensa e reagisce. La cui libertà “comincia”, non finisce, dove inizia quella dell’altro, come ha scritto Alessandro Portelli su il manifesto qualche giorno fa. La prossima settimana usciremo con un numero pieno di racconti e poi per qualche giorno proviamo a riprendere un po’ di fiato e un po’ di forze. Consapevoli che tutto rimane lì, che noi riprendiamo fiato mentre, come scrive Fulvio Vassallo, quest’Europa qui il fiato continua a toglierlo. Fiato e forze. Per tornare a raccontarvi, ancora di più, di quel “colabrodo di umanità”. Il nostro preferito. L’unico vero.

 [social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/ilariabonaccors” target=”on” ][/social_link] @ilariabonaccors

La donna delle terre rare

Relight è l'unica azienda italiana a riciclare apparecchiature elettriche ed elettroniche in maniera virtuosa.

A Rho, a poca distanza dall’area dell’Expo 2015, c’è una miniera. Montagne di vecchi televisori, tubi catodici, elettrodomestici rottamati, computer abbandonati: un cimitero della modernità. La materia da estrarre è lì dentro e ha nomi da romanzo fantasy: ittrio, europio, gadolinio, terbio. Polveri sottilissime e preziose, che in natura si trovano unite ai minerali. Estrarle è difficile e dispendioso. Le hanno chiamate “terre rare”. La Cina ne detiene quasi il monopolio. E se non vogliamo soccombere, dobbiamo darci da fare per recuperarle dagli oggetti elettronici d’uso quotidiano che senza pensarci buttiamo via quando non ci servono più. Meglio andarsi a riprendere quelle polveri tra i rifiuti, quindi. Ma ci vogliono gli impianti giusti, la tecnologia e infine la cultura. Perché riciclare è un gesto collettivo e un’attitudine umana da coltivare, prima che un processo tecnico avanzato. «Credo molto nella condivisione di idee e conquiste raggiunte», spiega Bibiana Ferrari, la“tecnovisionaria” (il titolo glielo hanno conferito davvero) che quindici anni fa, rimasta senza lavoro, fondò la Relight, oggi azienda all’avanguardia nel riciclo di materiali elettronici. «Perciò, abbiamo pensato di offrire a chi viene a Milano per l’Expo una visita guidata alla nostra azienda: far conoscere quello che facciamo è il nostro contributo per nutrire il pianeta».

A Rho, l’imprenditrice ha cominciato con il recupero delle lampade al neon. E pochi mesi fa ha inaugurato l’ultima creatura, un impianto HydroWee realizzato su scala semi industriale, grazie ai fondi europei Horizon 2020. È lì che gli oggetti abbandonati nelle isole ecologiche, triturati e passati al setaccio, ridiventano polvere e materia prima da reinserire nel ciclo produttivo. A ritmo di 165 tonnellate l’anno. Custodi di questo regno hight- tech, dove il 90% di ciò che si rottama prende nuova vita, sono le donne di cui Bibiana si è circondata. Su 40 dipendenti, alla voce “uomini” si contano solo i 12 operai dell’impianto di riciclaggio (tutti stranieri), un manutentore e Daniele, 32 anni, che fa da ponte con la plancia di comando, dove ci sono solo donne e molte giovanissime, comunque “under 52”, età della fondatrice: «Sono io la senior da quando Francesca se ne è andata in pensione. Un distacco sofferto a cui siamo arrivate dopo riduzioni d’orario e part-time somministrati in dosi omeopatiche». Altro che Jobs Act: «Per un’azienda è importantissima la continuità. Formare una persona è un grande sforzo, ma alla fine hai un valore perché hai investito nel capitale umano e te lo tieni stretto». Il fatto che alla Relight questo capitale si declini quasi per intero al femminile ha rappresentato uno stimolo in più a essere alternative, con la “e” finale.

Qui tutto è declinato, anche il concetto di permesso o di orario ridotto: «Se hai bisogno di tempo per stare con i tuoi figli, te lo prendi e ti gestisci in autonomia, lavori da casa se vuoi, tanto siamo sempre tutti collegati. È il nostro socialismo reale», si schermisce la fondatrice. Un mix di flessibilità e responsabilità che fa molto azienda “rosa”: «Non vorrei sembrare una che discrimina però, ho solo messo su una squadra che lavora in armonia e il caso ha voluto che fossimo tutte di un certo genere». Anche se, accanto a questa, c’è un’altra forma di flessibilità che permette alla Relight di sopravvivere: la cooperativa di addetti di cui l’azienda si serve per gestire ritmi di produzione assai variabili da un periodo all’altro dell’anno. «Con il picco a gennaio, dopo le feste di Natale, quando le persone si disfano dei vecchi elettrodomestici». La crisi, ovviamente, si è fatta sentire anche da queste parti: «L’abbiamo affrontata rinegoziando il contratto d’affitto, chiedendo ai nostri autisti di rifornirsi solo nelle stazioni dove la benzina costa di meno, abbiamo introdotto un sistema per spegnere la luce quando non ci serve», spiega Bibiana. Una spending review senza toccare i posti di lavoro e continuando a investire in ricerca. È il modello Rho. Porte aperte per chi vuole conoscerlo.

Foto di Stefano D’Amadio 

(Da Left numero 6)

Angelo Branduardi: breve storia del “no” rivoluzionario di Franca Viola

Ieri un post di Angelo Branduardi ha fatto il giro di facebook. Il cantautore ha ricordato la storia di Franca Viola la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Un simbolo di libertà e dello sviluppo civile e sociale nell’Italia del secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane. Anche grazie al gesto rivoluzionario di Franca, quel coraggio di dire “no”, si è innescato il cambiamento e si è arrivati il 5 agosto 1981 ad abrogare l’articolo 544 del codice penale che prevedeva in caso di violenza carnale di poter “rimediare” al reato sposando la vittima con un “matrimonio riparatore”. All’epoca infatti lo stupro era considerato un reato contro la morale non contro la persona. L’Italia dovrà aspettare il 1996 per vedere la violenza sessuale legalmente riconosciuta non più come un reato “contro la morale”, ma come un reato “contro la persona”.

 

 

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Indovina a chi va la cena

Equovento, la onlus laica e apartitica che raccoglie il cibo avanzato e lo distribuisce ai più bisognosi

Quante volte vi è capitato di pensare allo spreco legato a grandi occasioni? Eppure, tonnellate di cibo hanno continuato a fluire nella spazzatura. Fino a quando, questa domanda non se la sono posta loro, quattro ragazzi tra i 27 e i 30 anni, tutti liberi professionisti, tutti romani e tutti stanchi di veder la discrepanza insensata che divide la città della Dolce vita dalla povertà che deve elemosinare perfino un bene primario come il pasto. Ed è proprio attraverso il cibo che avviene l’incontro fra i due mondi. A fare da ponte: 4 amici muniti di furgoncino e una piccola onlus. Equoevento, questo il nome, è un’organizzazione senza scopo di lucro, nata ufficialmente il 27 gennaio del 2014 dall’esigenza di porre rimedio a una sperequazione per loro intollerabile fra il mondo benestante e l’abisso della povertà.

Motto: “Aggiungi un pasto a tavola”. “Una volta a un matrimonio abbiamo chiesto a un cameriere che fine facessero tutti i vassoi pieni di cibo che tornavano in cucina. Ci ha indicato il cestino dell’immondizia”, racconta Giulia Proietti, avvocatessa e presidente dell’associazione. E semplicemente, hanno detto basta.

Non siamo il Paese del doggy-bag: siamo il Paese in cui ci si vergogna a chiedere di farci incartare una porzione troppo abbondante di cibo, ma nel quale non si ha il minimo scrupolo nel buttare via tonnellate di alimenti. Il nutrimento dei 6 milioni e 20 mila poveri (dati Istat) esistenti in Italia non è certo in cima all’agenda del governo, eppure è un problema che ognuno di noi deve affrontare almeno una vota al giorno. Ma non a tutti questo va bene, così Giulia, Francesco Colicci, Carlo De Sanctis e Giovanni Spatola – rispettivamente avvocatessa e avvocato, architetto e web designer – sottraendo tempo alle loro professioni, si sono rimboccati le maniche e in un anno (nove mesi operativi, tolto il tempo per sbrigare le necessarie pratiche burocratiche di avviamento) Equoevento ha raccolto 30.000 pasti, consegnati in oltre 20 strutture caritatevoli diverse (case famiglia, mense per poveri, centri di accoglienza per rifugiati, ecc), sparse per la Capitale.

Con quasi 100 eventi coperti solamente nella capitale, con una media di 250 pasti per avvenimento – che significa oltre 10.000 persone nutrite con cibo di ottima qualità – Equoevento sta diventando un marchio certificatore di qualità per i banchetti della Roma mondana. Tanto che sono gli organizzatori degli stessi a mettersi in contatto con la piccola onlus, così da assicurare al proprio avvenimento un valore etico e solidale. Neanche a dirlo: un brand che con la Roma radical- chic si sposa a pennello. Tanto che a Natale, due grandi alberghi romani, in contatto con Equoevento, hanno accettato di offrirsi per cucinare il pranzo di Natale destinato alla mensa di Sant’Egidio: «Un pasto vero e proprio, non eccedenze. Hanno cucinato appositamente per noi, cioè per loro: coniglio con funghi porcini, arista di maiale, patate, crostate di mirtilli», racconta Carlo, architetto e cofondatore dell’associazione.

Un circolo virtuoso che conviene a tutti: ai ricchi, che si sentono probabilmente orgogliosi di dare un valore alla loro opulenza, alle donne e agli uomini troppo spesso dimenticati dalla società a cui per natura e diritto apparterrebbero, e in particolare alle mense, ai centri di accoglienza e al catering, sollevati dall’incarico di recuperare il cibo nel primo caso, e smaltirlo nel secondo.

Ma come funziona? Niente di più semplice: i ragazzi partecipano all’evento, in accordo col catering raccolgono il cibo in eccedenza, che viene sistemato negli appositi contenitori alimentari, e una volta caricato nel furgoncino – rigorosamente a idoneo al trasporto di cibo, secondo le norme dell’igiene e sanitarie – si parte.

Ed ecco che lauti banchetti che altrimenti andrebbero sprecati, trasportati ancora caldi, diventano un pasto più che apprezzato nel centro di accoglienza: ed è qui che inizia la vera festa. «Una notte portiamo ottimo cibo ad un centro, sarà stata l’una. Ci apre come sempre una vecchietta molto carina, 92 anni e 1 metro e 30 di altezza, tutta minuta che mette abitualmente in riga i senzatetto senza alcun timore. Era notte fonda, ma si sono svegliati tutti e sono scesi in sala da pranzo per mangiare. Praticamente, mentre il matrimonio dal quale avevamo ritirato il cibo era in dirittura d’arrivo, loro hanno fatto una sorta di seconda festa lì nel centro», racconta Carlo. Sorride e aggiunge: «Finisce una festa e ne inizia un’altra». Un altro momento parti- colarmente emozionante, raccontano, è stato quando gli chef stellati dell’Hilton «hanno fatto riaprire le vaschette piene di rigatoni all’amatriciana destinate ai poveri perché mancava la spolverata finale di pecorino» oppure «quando Silvia e Mauro, sapendo che le eccedenze del loro matrimonio erano destinate ai bisognosi, hanno fatto preparare una seconda torta nuziale, per essere sicuri che si sarebbe festeggiato anche alla mensa». Naturalmente, è tutto a titolo gratuito: il ritiro dei pasti in eccedenza non ha costi aggiuntivi per chi organizza l’evento, salva la possibilità di effettuare donazioni a sostegno dell’associazione (unica maniera in cui i ra-gazzi rientrano delle spese per la benzina e altri costi). Il trasporto dei pasti è a carico di Equoevento.

Non solo, gli enti caritatevoli vengono alleviati anche in termini economici: il risparmio calcolato per gli enti di settore è stimato in 5 euro per 20 pasti. Ciò significa che le risorse liberate sono reinvestite da questi enti in medicine e altre forme di beni per i bisognosi. Al di là della praticità e della qualità del servizio gratuitamente offerti, c’è un bene prezioso che viene tutelato e restituito da questo servizio: la qualità umana: «Il meno abbiente potrà mangiare lo stesso pasto caldo del ricco, preparato dai migliori chef». Questo ci fa sentire un po’ più uguali, e soprattutto introduce un concetto importante e che sembra essere dimenticato in Italia, non solo dalla politica ma anche dalla società che si vuol dire civile: «Condividere i propri pasti con persone meno fortunate significa esimersi dal giudicare persone disagiate ponendosi sullo stesso piano come esseri umani».

Tre i capisaldi di questo gesto civile: la solidarietà, l’ambiente e l’equità. «siamo convinti che vivere nella società presupponga la capacità di venire incontro alle esigenze dei più bisognosi, e che questo dipenda solo da noi», spiegano. Un concetto di una semplicità sconfortante, se si pensa a quanto potrebbe essere semplice il gesto di rifiutare lo spreco. «Siamo riusciti a recuperare cibo dagli eventi più disparati: dalla Convention Cinque Stelle del Circo Massimo, alle prelibatezze dei banchetti dei matrimoni; dal convegno aziendale, alla cena di Natale della AS Roma, o di Bulgari. In otto mesi abbiamo recuperato e portato sulle mense dei poveri le prelibatezze più ricercate, dal carpaccio di polipo alla pasta al tartufo, passando per 100 porzioni di spigola al forno, 20 chili di filetti in salsa di funghi, ma anche melanzane alla parmigiana, olive ascolane e molte altre vere chicche culinarie, che per un giorno hanno fatto la felicità dei meno fortunati.»

Calcolando che sono 50.000 le occasioni di questo tipo che vengono organizzate a Roma ogni anno, non c’è da stupirsi se i ragazzi stanno cercando volontari (per ora sono arrivati a quota 20), ed è straordinario quello che l’associazione benefica potrebbe fare andando avanti e ingrandendosi. Il percorso è già iniziato: con una nuova sede a Milano, ora si conta di aprire anche in Sicilia.

Apartitica e laica, l’organizzazione deve districarsi fra gli squali esistenti anche in questo mondo. è un mercato, quello della povertà, che non si vuole spartire: il lustro a basso costo è una facile preda. Così, Equoevento seleziona accuratamente i propri partner: fra questi Banco Alimentare e il patrocinio del Comune di Roma.

Ma l’unico vero sostegno di cui hanno bisogno, è la partecipazione dei singoli: «Speriamo che solidarietà e coscienza diventino pratica abituale nella vita quotidiana delle persone». Niente di più.

(da Left numero 3)

Ci vediamo a Venezia con Left e il cinema italiano

Dove va il cinema italiano? Left in uscita sabato 8 agosto dedica la copertina alla 72esima Mostra di Venezia. Storie, registi e personaggi che raccontano la realtà di oggi, vissuta o immaginata. Come è il caso di Anna, la protagonista del film di Giuseppe Gaudino Per amor vostro. Anna ha il volto di Valeria Golino che si racconta in un lungo colloquio con il direttore Ilaria Bonaccorsi. Dal film alla Grecia (è figlia di una pittrice greca) fino alla sinistra, parla un’attrice che non esita a interpretare personaggi scomodi e controcorrente. In Per amor vostro, film indipendente da lei fortissimamente voluto, ha un ruolo «molto rischioso, perché Anna è mille donne insieme», dice. Anna è infatti una donna che per anni «si lascia passare la vita addosso»: per lei sia l’attrice che il regista usano la parola, di sapore dantesco, “ignavia”. Ma a Venezia arriveranno anche molti autori italiani, in concorso e non: da Bellocchio a Guadagnino, da Messina a Celestini. Quest’ultimo, ha girato il film Viva la sposa al Quadraro, uno dei quartieri più popolari di Roma e simbolo della Resistenza.  Dove, una mattina, come scrive lo stesso regista, «passa una bellissima donna bionda tra le vite di poveri cristi». Ma a Venezia non c’è solo il red carpet, c’è anche la città delle opere incompiute, quella del “Palabuco”, del cantiere per il nuovo Palazzo del cinema chiuso da tre anni. Una voragine costata per ora 40 milioni di euro.

In Società potete leggere il ritratto di Lorenzo Guerini, il renziano della Provvidenza e lo scontro tra i due poteri, magistratura e Governo, sull’Ilva. Ma anche il caso della “valle dei dinosauri” ad Altamura che riemerge dal silenzio dopo sedici anni di oblìo.

Negli Esteri, dopo l’attentato che è costato la vita a un bambino palestinese di 18 mesi, l’analisi di Umberto De Giovannangeli sui movimenti di destra israeliani. E naturalmente uno sfoglio dedicato alla Grecia: Dimitri Deliolanes spiega cosa c’è dietro alle accuse di alto tradimento contro Varoufakis, mentre Sebastiano Scròfina racconta nei dettagli il piano B dell’ex ministro delle Finanze greco. Ancora: i nuovi indignados del Guatemala, e la storia di Alicia Garza, attivista del movimento antirazzista statunitense.

In Cultura Left incontra Nicola Lagioia, il vincitore del premio Strega con il romanzo La ferocia. La storica della filosofia Elisabetta Amalfitano racconta uno altro “duello” Germania-Grecia: tra Ottocento e Novecento Hegel, Fichte e Heidegger cercarono di sostituirsi agli antichi pensatori greci, in nome della Ragione come principio divino. Infine per la scienza, il ritratto della fisica alessandrina Ipazia e l’allarme lanciato dal divulgatore scientifico David Quammen: buono il vaccino per l’ebola ma attenzione, non basta.