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Left in tour parte da Bologna! Sabato 20 giugno la prima tappa

Il tour di Left parte dalla Festa dell’Arci di Bologna, sabato 20 giugno alle ore 18.30. Parleremo della Scuola che vogliamo e del futuro dell’istruzione pubblica. Ospiti Nadia Urbinati, Michela Montevecchi, il direttore Ilaria Bonaccorsi, la docente Elisabetta Amalfitano e Stefania Ghedini del comitato a sostegno della LIP.

[social_link type=”facebook” url=”https://www.facebook.com/ArciBologna” target=”on” ][/social_link] Arci Bologna

Risposta collettiva per tutti quelli che “perché non ospiti i profughi a casa tua, eh?

Perché non ospiti i profughi a casa tua? E perché dovrei? Vivo in una società e pago le tasse. Pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male. Pago le tasse e non devo costruire una scuola in ripostiglio per dare un’istruzione ai miei figli. Pago le tasse e non mi compro un’autobotte per spegnere gli incendi. E pago le tasse per aiutare chi ha bisogno.

Ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. Creare – con le mie tasse – un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. Mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia.

[social_link type=”facebook” url=”https://www.facebook.com/cecilia.strada.3/posts/10204987218106276″ target=”on” ][/social_link] Il post di Cecilia Strada su Facebook

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«Un treno in movimento» e alcune domande serie

«Sebben che siamo donne/ paura non abbiamo./ Abbiam delle belle e buone lingue/ e in lega ci mettiamo». Così domenica scorsa ha concluso il suo discorso Stefano Rodotà all’assemblea generale della Coalizione sociale. Ha citato Giovanna Daffini, ex mondina, e una delle sue canzoni più belle. E ha spiegato: «Le donne allora erano escluse, e tuttavia “sebben che siamo donne, paura non abbiamo”, non dobbiamo avere paura. “Abbiamo delle belle e buone lingue”, abbiamo il diritto di esprimerci e di essere ascoltati, di vedere le nostre parole arrivare dappertutto. “E in lega ci mettiamo”, l’azione collettiva, questa è la Coalizione sociale».

La sensazione in via dei Frentani, è di essere di fronte a una umanità giustissima. Giusta a tal punto da sembrare sbagliata di questi tempi. Utopica, al solito. Eppure Rodotà ci ha tenuto a dire che non è vero. Che «non si parte da zero. Si parte da una realtà ricchissima, fatta di identità che possono rimanere differenziate, anzi è bene che lo rimangano. Il compito della Coalizione sociale è farle discutere. Anche accesamente». E poi reinventare diritti, recuperare democraticità e interesse per le persone. «È un compito molto difficile ma che non può essere eluso.

Non è un azzardo, è un compito – ha ripetuto – una scommessa. Su di una società che non può essere considerata indifferente o inesistente. Stanno costruendo una democrazia senza popolo e senza società, proprio come diceva Margaret Thatcher “la società non esiste”. E invece la società esiste. C’è». Interesse che recupera sfiducia e che cura fratture. “Creatività sociale” che salva la democrazia.

«Siamo su un treno. Un treno in movimento». Queste le parole utilizzate dal “vecchio” costituzionalista. Un treno in movimento. Sarà questo il problema – penso -, il movimento. Quello che scatena il dileggio dei “mal” pensanti che in movimento non ci sono più da anni. Fanno finta semmai. E sono costretti a falsificare ciò che vedono. Meglio dire tutti vecchi, anzi tutto vecchio. Fare tre foto, scrivere qualche fondo per irridere il tutto ed eliminare anche il pensiero. Perché l’importante è che nessuno si muova. O almeno che non si veda nulla. Altrimenti si potrebbe notare che loro sono fermi. E da tempo.

Anche il leone che sbrana tutti (questo ci è sembrato Renzi alla direzione del suo Partito lunedì scorso) ha liquidato, veloce e sorridente, Maurizio Landini: «La sua è demagogia pura e sarà sconfitto. La coalizione “a-sociale” (scherza pure sul nome!) è destinata ad essere sconfitta dai numeri e dalla logica». Sconfitti dove? Su quale campo? Me lo chiedo ancora una volta. Se lo chiederanno anche alla Coalizione sociale, ora.

Io non so che direzione prenderà il treno del segretario Fiom e della sua Coalizione, non so se riuscirà ad avere una rappresentanza politica degna o verrà divorato dal solito passato peggiore, quello che ha già fallito più volte. So soltanto che ho visto una umanità giustissima che si propone di fare una cosa importante: ritrovare un popolo, ricostruire uno spazio sociale, un Noi. E so che questo tentativo merita una attenzione diversa, più profonda. E dell’interesse “migliore”, più generoso. Pieno. Perché Landini chiede di capire: «Non possiamo continuare a prendercela col cattivo di turno: di cosa finora non ci siamo accorti? In cosa, Noi, abbiamo sbagliato?». In cosa abbiamo sbagliato? Cosa non abbiamo visto? Sono domande serie. Che meritano apertura, inclusione, sintesi, elaborazione nuova, onestà, coerenza. Anche silenzio, pensiero. Certo nessuno sfottò. È un compito faticoso. Ma che non può essere eluso. «È una scommessa, non un azzardo». Per dirla alla Rodotà.

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Madia nostra signora dell’acqua, Left in edicola da sabato 13 giugno

Il video di presentazione del nuovo numero di Left in edicola da sabato 13 giugno e online acquistabile nello Sfogliatore. Animazione a cura di VVVVID.

Madia nostra signora dell’acqua

C’è un referendum che ha stabilito nero su bianco che l’acqua deve essere pubblica. Eppure a quattro anni di distanza si sta spianando la strada ai colossi privati. Alla faccia dei 27 milioni di italiani che invece avevano decretato il principio dell’acqua pubblica. Questo è il tema della copertina di Left in uscita sabato 13 giugno esattamente quattro anni dopo l’esito referendario.

Prima lo Sblocca Italia, poi la legge di Stabilità e ora il Ddl Madia sui servizi locali farà sì che i privati entrino nella gestione dell’acqua. Intanto la finanza sta fiutando il buon affare e banche, assicurazioni, società di costruzioni si fanno sotto acquistando quote dei Comuni. L’hanno definito “Frankenstein finanziario”: è il sistema complessivo dell’acqua, 140mila km di reti idriche per 18 miliardi di euro di fatturato. Insomma, l’oro blu vale molto e fa gola.

Left si occupa anche di Mafia Capitale e del filo che lega il boss del “mondo di mezzo” Massimo Carminati all’omicidio di Valerio Verbano, il giovane militante di Autonomia operaia ucciso nel 1980 nel suo appartamento, davanti agli occhi della madre. Per la terza tappa dell’inchiesta “Strade nostre” Left racconta la lotta contro la criminalità del giudice di Latina Lucia Aielli che per le sue inchieste sulle infiltrazioni criminali a Fondi è stata minacciata e ora vive sotto scorta. «Ci deve essere una reazione, cioè la consapevolezza che c’è la possibilità di reagire e di risollevarsi», dice il giudice.

«Paladina dell’etica politica o pia donna di potere?». È questo l’interrogativo che Stefano Santachiara si fa su Rosy Bindi, dipingendo un originale ritratto “dalle origini”, anche lei come Renzi, negli scout ad oggi, presidente della Commissione Antimafia.

Negli Esteri un reportage racconta il dopo elezioni in Turchia che hanno scardinato il potere assoluto di Erdogan. Il Partito democratico del popolo Hdp – ha ottenuto il 10 per cento – porta in Parlamento 96 deputate di cui 31 di etnia curda. Mentre in Grecia, il clima di tensione e delusione cresce in attesa della famigerata scadenza del 30 giugno. Dall’America Martino Mazzonis ci racconta come sempre più lavoratori umili (Wall Mart, Mc Donalds) si stanno unendo contro le corporation e spiega chi sono i community organizers. Infine Umberto De Giovannangeli intervista lo storico israeliano Zeev Sternhell che analizza la politica di Netanyahu e conclude: «Israele è un regime coloniale».

In cultura lo scultore e architetto anglo-indiano Anish Kapoor si racconta in una lunga intervista, mentre Pietro Greco per Left spiega il mistero delle pubblicazioni scientifiche che finiscono nell’oblìo e per finire, la musica, con una lunga intervista alla band del momento: lo Stato sociale.

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Umberto Eco, i social e la solita storia dei media brutti e cattivi

Eco i social diritto di parola agli imbecilli

Una volta era tutta colpa della televisione, ora è tutta colpa dei social media. Gli anni passano ma i capri espiatori restano. Ieri il sociologo Umberto Eco, intellettuale avantgarde e stimatissimo, autore de Il nome della Rosa, ha gettato la sua goccia nel mare dell’indignazione verso gli usi e costumi dei social. «I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel» ha dichiarato durante la cerimonia organizzata dall’ Università di Torino per conferirgli la laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei Media. Parole quelle nei confronti del pubblico social che a molti sono sembrate dure e scontate, soprattutto perché pronunciate da qualcuno che ha studiato con attenzione la televisione, quando quasi nessuno riteneva la televisione un qualcosa da studiare. Nel 1961, all’interno del suo famoso saggio Fenomenologia di Mike Buongiorno, Eco spiegava così il successo del presentatore sul piccolo schermo: «Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti».
La verità dunque è che il pubblico non è cambiato, è rimasto lo stesso che stava incollato alla tv dal 61 e descritto dallo stesso Eco. Solo che ora, dopo più di 50 anni di lusinghe da tv generalista, con i social ha più occasione di esprimere la propria opinione. E di farlo su qualsiasi tema e in qualsiasi momento, non solo quando si tratta di fare da contorno a qualche talk televisivo (Uomini e Donne docet). Eco ieri si è preso anche la briga di spiegare che: «Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai ragazzi come filtrare le informazioni di Internet. Anche i professori sono neofiti di fronte a questo strumento». Non è vero. O meglio, questo non è il problema principale.  Il problema è che quasi nessuno, in preda a chissà quale snobismo, insegna a ragionare sui mezzi di comunicazione, sulle potenzialità e sui rischi che si portano appresso. Ci schieriamo da una parte o dall’altra, entusiasti o detrattori, “apocalittici o integrati”, non esistono sfumature e differenze quando si parla dei media, siano essi giornali, social, o tv. I media sono sempre o buoni o cattivi: questo è il primo errore, perché impedisce di mettersi in discussione come “pubblico” , come “platea democratica”. Di comprendere i meccanismi comunicativi che si sviluppano da uno strumento e di lavorare perché siano portate avanti le buone pratiche piuttosto che le cattive.
Eco ha ragione: facebook e co sono il regno degli imbecilli, ma 100, 200, 300 anni fa quante persone avevano la possibilità di esprimersi liberamente. Quanti lo possono fare oggi in un paese per esempio come la Cina? È la democrazia bellezza. Poi, perché funzioni e non sia solo chiacchiera da bar, a tutelarla serve una scuola che insegni senza rifiutare il mondo che ha attorno. Lo sa bene anche Eco, anche se ieri sembrava averlo dimenticato.

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La scomparsa di Fouad Allam, Khalid Chaouki: «Ci mancherà la sua tensione morale nella ricerca di una convivenza pacifica»

«Che dire, era un vecchio amico, ho studiato sui suoi libri». Khalid Chaouki commenta così, a caldo, la morte di Khaled Fouad Allam. Il corpo del sociologo dell’Islam è stato ritrovato in un albergo della Capitale privo di vita, poche ore fa.
Ex parlamentare della Margherita ed editorialista di Repubblica, Fouad Allam, 60 anni, di origine algerine, dal 1994 ha insegnato Sociologia del mondo musulmano e Storia e istituzioni dei paesi islamici presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste, e Islamistica all’Università di Urbino. «Un rarissimo caso, nello scenario europeo, di intellettuale che ha avuto una capacità di analisi obiettiva. Che non si è limitato all’attività accademica, ma ha cercato di dare un suo contributo profondo alla comunità araba, come dimostra il suo impegno in politica», prosegue il deputato Chaouki. Nel 2006, infatti, Fuad Allam è stato candidato per l’Ulivo alle elezioni per la Camera, ed è stato eletto deputato nella circoscrizione Puglia. Successivamente ha aderito al Pd.
«Ci mancherà molto e ci mancherà la sua tensione morale nella costante ricerca di una convivenza pacifica e civile tra il mondo arabo e l’Occidente», conclude il deputato Pd. Sul corpo di Fouad Allam non sarebbero stati riscontrati segni di violenza, la salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria per il riscontro autoptico. Intanto sulla vicenda indaga la polizia.

Come smontare la Buona scuola: 50 petizioni in rete

Forse il presidente del Consiglio, il ministro dell’Istruzione Giannini e i burocrati che hanno scritto il Ddl La Buona scuola non avevano messo in conto la portata della protesta che da marzo fino a oggi si è alzata dal mondo della scuola. Dal basso, ma fortissima. Se il 5 maggio si è assistito alla più grande manifestazione di piazza del corpo docente da sette anni a questa parte, in rete la rivolta non è mai finita. Anzi. E ha cambiato anche pelle, rispetto a mobilitazioni simili scaturite in questi ultimi mesi del governo renziano. Per esempio sul Jobs act non c’era stato un attivismo simile.

La rete non viene usata come sfogatoio ma come strumento reale per incidere sul’opinione pubblica. I prof sono diventati dei bravi comunicatori, almeno questo Renzi lo deve riconoscere.

«Il nostro è un urlo accorato, “dal basso”, di professionisti e lavoratori che prefigurano uno scenario clientelare, privatizzante, aziendalistico dell’Istituzione che rappresentiamo», scrivono così all’indirizzo del presidente della Repubblica Mattarella i professori di diverse associazioni e comitati che si riuniscono sotto il nome La vera scuola gessetti rotti. Gli insegnanti lanciano un appello sulla incostituzionalità dell’articolo della Buona scuola che prevede i superpoteri del preside nella chiamata diretta dei docenti. La loro è la più affollata petizione (con 88mila firme) che sta popolando Change.org, la piattaforma di mobilitazione civile che sulla scuola in questi ultimi mesi ospita ben 50 petizioni.

A parlarne all’incontro La scuola che vogliamo promosso da Left e L’Asino d’oro edizioni è Luca Francescangeli direttore della comunicazione di Change.org. Cento milioni di utenti al mondo, oltre 3 milioni e mezzo in Italia. «Sul tema education in generale – dice – in Italia si sono mobilitati in 600mila. E sul Ddl circa 200mila». Oltre a questa ce n’è un’altra, spiega Francescangeli, promossa da un’insegnante, Emanuela Petrolati  che chiede il ritiro del Ddl.

Ha raccolto una buona quantità di firme, oltre 79mila. Un’altra ancora, promossa da Riccardina Sgaramella propone già il referendum abrogativo, e ha raggiunto oltre ventimila firme. Ce ne sono poi altre che riguardano l’assunzione dei precari, spiega Francescangeli, che sottolinea l’importanza di queste petizioni che non hanno un valore da un punto di vista legale, ma servono a dare «più potere contrattuale ai decisori pubblici che sono nel palazzo». È chiaro che se i parlamentari che si oppongono al Ddl  hanno alle spalle petizioni da 150mila firme, possono incidere nella modifica del Ddl.

Francescangeli cita infine un caso che rappresenta un esempio vittorioso: «La più grande raccolta firme, è quella organizzata da Libera e Gruppo Abele per la cancellazione dei vitalizi per i condannati per mafia e corruzione reati gravi. Allora furono raccolte grazie a Change.org, oltre 500mila firme. Questa petizione ha effettivamente portato alla modifica dei regolamenti parlamentari di Camera e Senato che parzialmente limita la possibilità di ottenere i vitalizi. Una vittoria ottenuta anche con la mobilitazione online», conclude Luca Francescangeli.

L’incontro Renzi-Putin e il ruolo strategico dell’Italia su Mediterraneo e questione ucraina

«Per noi siete un grande partner in Europa». Così esordisce Putin in visita ad Expo in occasione della Giornata nazionale della Russia e continua: «Tra Italia e Russia esistono stretti rapporti da oltre 500 anni e insieme cooperiamo nell’arena internazionale, nell’interesse dei rispettivi paesi». La retorica del discorso potrebbe essere riassunta in “Russia-Italia una faccia una razza” per riprendere una celebre battuta di Mediterraneo di Salvatores. La ragione, come si intuisce, è squisitamente diplomatica. Lo “czar” Putin, dopo essersi fatto aspettare da Renzi per ben un’ora sotto il sole, non perde occasione per rimarcare i legami con il nostro Paese e il sostegno, per cui forse si aspettano un contraccambio in vista dei Mondiali in Russia previsti per il 2018: «Siamo stati fra i primi a sostenere la domanda italiana di poter ospitare l’edizione 2015 dell’Expo. E dall’Expo tutti insieme dobbiamo far ripartire la tradizionale amicizia tra Italia e Russia, per affrontare le sfide in cui abbiamo posizioni divergenti e quelle dove siamo insieme».

 

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A documentare l’incontro sui social l’immancabile foto di Filippo Sensi, portavoce del Presidente del Consiglio, conosciuto sul web come @nomfup

Nel frattempo Strasburgo gela all’idea di questa amicizia, perché Mosca «non è più un partner strategico dell’Ue», come si legge oggi in un rapporto sullo stato delle relazioni fra l’Unione Europea e la superpotenza sovietica. Al centro della questione ci sono la questione ucraina e le sanzioni, sulle quali Putin ha discusso con Renzi e dichiarato: «Abbiamo progetti insieme, le sanzioni ci impediscono di lavorare. Compagnie italiane che hanno vinto le gare di appalti per realizzare infrastrutture in Russia alla luce delle sanzioni non possono farlo. Bisogna trovare un altro modo».

L’altro focus riguarda invece le coste del sud Italia, il premier italiano ha sottolineato infatti l’importanza strategica dell’Italia e «la priorità dell’emergenza mediterranea», legata alla necessità di arginare i rischi del terrorismo.

Parole d’amicizia dunque che servono principalmente a ribadire chiaramente i due orizzonti principali della politica estera europea: Ucraina e Nord Africa. E il ruolo dell’Italia che punta ad accreditarsi come intermediario di fiducia dell’Ue sulle due principali aree di frizione.

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Sì al Ttip. Stop Ttip. Slitta il voto sul Ttip. Ma cos’è il Ttip?

Quando i nomi sono complicatissimi, in genere, non c’è niente di buono. Potremmo chiamarla Uon, Unione dell’Occidente neoliberista, quella a cui, da tre anni, il governo degli Stati Uniti e la Commissione europea lavorano, in gran segreto. È il Transatlantic trade and investment partnership (Trattato transatlantico di liberalizzazione di commercio e investimenti, Ttip), una vera e propria rivoluzione per le vite dei cittadini europei e statunitensi. Si tratterebbe del più grande mercato unico mai esistito, per trovare qualcosa di simile forse toccherebbe scomodare Carlo V. I mercati di Usa e Ue, infatti, sommati, fanno il 50 per cento del Pil mondiale.

Paventato da Barack Obama e Cecilia Malmstrom come un’imminente soluzione alla crisi, in realtà l’accordo appare ancora lontano e complicato, come dimostrano gli slittamenti che si susseguono da Washington a Bruxelles. Proprio oggi, 10 giugno, infatti, il Ttip doveva essere discusso e votato al Parlamento europeo, ma il voto è stato rinviato. Un rinvio dovuto agli oltre 200 emendamenti presentati e alle numerose richieste di voto disgiunto. Perciò – riporta l’Ansa – al presidente dell’Europarlamento Martin Schulz non è rimasta altra scelta che rinviare.

Ma cos’è questo Ttip? L’accordo commerciale ha lo scopo di creare un mercato unico per merci, investimenti e servizi tra Usa e Ue: abolizione dei dazi, uniformazione di leggi e regolamenti internazionali. E, soprattutto: segretezza. Il Ttip, infatti, contenendo i dettagli strategici dei mercati Usa e Ue, è stato secretato. Quello che si sa si sa grazie a Wikileaks o alle associazioni “portatrici di interesse” accreditate che possono partecipare ai dialoghi con la Commissione. Nemmeno i parlamentari possono assistere.

Le criticità sono tante. E riguardano la salute e il controllo dei prodotti alimentari, settori in cui in Usa e in Ue vigono leggi e regolamenti diversi. Chi si uniforma a chi? Uniformare le leggi vuol dire abbassare l’asticella dei controlli? Sul tema delle Pmi (piccole e medie imprese) italiane, uniformare e abbattere i dazi significa occasione di esportazione o affossamento del made in Italy? Per qualcuno potrebbe andarci di mezzo persino la sovranità dell’Unione europea, con lo svuotamento del potere decisionale dei Parlamenti in favore delle multinazionali. Le domande sono tante. Le risposte sono ipotesi e segretezza. Perciò, oltre 300 organizzazioni e migliaia di persone, hanno creato una rete dal basso tra Stati Uniti e Unione europea, sotto il nome di StopTtip. Per monitorare e informare sullo svolgimento dei negoziati. Proprio perché «non è un semplice accordo commerciale come altri, ma è una scelta strategica e culturale per l’Unione». Parola di Matteo Renzi.

[social_link type=”chrome” url=”https://stop-ttip.org/firma/” target=”on” ][/social_link] StopTtip