È presto per capire quali siano le reali possibilità di successo della coalizione sociale lanciata da Maurizio Landini. Tuttavia è interessante che si proponga di costruire una “nuova” forza sociale senza la pretesa di parlare di partiti politici. In quest’articolo voglio soffermarmi su quali possano essere gli ingredienti vincenti in un progetto così ambizioso, mettendo in relazione l’idea di maggioranza invisibile (che ho recentemente proposto con Alessandro Arrigoni in La maggioranza invisibile, Rizzoli) e la coalizione sociale.
Il primo punto per capire quanta strada possa fare la coalizione sociale è meramente politico
Rompere con il sindacato fordista e inattuale rappresentato da Susanna Camusso, con il Pd asservito alle politiche di austerità, e con i partitini che ancora popolano la “galassia sinistra” del Paese, è un passo ineludibile per permettere alla maggioranza invisibile di essere rappresentata nel campo politico e sociale: solo quando si riuscirà a superare una visione sconfitta, settaria e residuale della sinistra, si potrà compiere l’impresa titanica di ragionare secondo schemi nuovi, avvicinando i soggetti che la compongono.
Secondo. Perché l’idea di coalizione sociale prenda piede, serve ricreare “un contesto narrativo”
in cui le varie componenti della maggioranza invisibile (descritte da Alessandro Arrigoni nelle pagine precedenti) possano ritrovarsi e riconoscersi. È ironico che sia proprio Landini a proporre questo passaggio, vista la sua lunga militanza sindacale e il suo genuino lavorismo. Ma, forse, proprio questo paradosso può aiutarci a comprendere il lungo percorso di gestazione che la maggioranza invisibile dovrà intraprendere per diventare una forza politica capace di cambiare il Paese. La maggioranza invisibile, così come tutte le classi sociali in via di definizione, è un’araba fenice. Dalle ceneri degli artigiani sconfitti dall’avvento della rivoluzione industriale nacque e si sviluppò l’idea di working class, qualche decennio più tardi, dagli atelier di Sheffield alle fabbriche di Birmingham e Manchester. Oggi come allora, dalle ceneri della classe operaia italiana in via di estinzione, potrebbe prendere piede un movimento nuovo capace di andare oltre le basi sociali e politiche della vecchia sinistra.
Terzo. Comprendere le ragioni che stanno alla base del suo silenzio
Per azionare la coalizione sociale bisognerà comprendere le ragioni che stanno alla base del suo silenzio e della sua relazione problematica con le vecchie strutture della rappresentanza politica e sindacale. I fattori esterni provengono dalla grande trasformazione che ha coinvolto tutto il mondo occidentale, dal neoliberismo selettivo alla creazione di un’Europa senza solidarietà sociale, dall’assenza di un welfare universale al requiem della socialdemocrazia. Tuttavia, gli ostacoli peggiori che si parano di fronte alla coalizione sociale, che moltiplicano la capacità di veto di super-garantiti e neoliberisti, sono interni alla maggioranza invisibile stessa e la rendono cieca: la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, causata da anni di discriminazioni e fallimenti; e una conseguente visione dello Stato, considerato come un’astrazione o come una macchina incomprensibile al servizio dei più potenti.
A causa di questi fattori, la maggioranza invisibile è sottorappresentata nello spazio sociale
e di conseguenza stenta a organizzarsi. Nonostante ciò, la Storia ci insegna che la presenza in simili spazi può essere costruita nel tempo. Ed è proprio questo sentimento che dovrebbe animare chiunque voglia ricostruire una nuova coalizione sociale. Possiamo dimenticare i Levellers britannici, il biennio rosso, lo Statuto dei lavoratori, i tanti movimenti popolari che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, dai Fasci siciliani all’occupazione delle terre e delle fabbriche.
Possiamo relegare questi eventi in vecchi libri nascosti su scaffali senza nome, abbandonarli in preda alla polvere, destinarli all’oblio delle cantine senza posarvi lo sguardo sopra per anni e anni. Possiamo scordare simili eventi del passato, ma arriva sempre il momento in cui tornano attuali: quando le contraddizioni della società giungono a maturare, servono da esempio per una nuova azione sociale e politica.
Ci sono elementi, che vanno ben al di là della buona volontà di Landini
Consci della Storia e degli ostacoli che ci si parano davanti, dobbiamo ribaltare il tavolo della discussione. Ci sono elementi, che vanno ben al di là della buona volontà di Landini, che mi portano a confidare nella possibilità di reazione della maggioranza invisibile: la strutturazione del campo sociale, con la crescita numerica della stessa maggioranza invisibile rispetto a neoliberisti e super-garantiti; e l’impoverimento progressivo dell’elettore mediano.
È una situazione inedita, in cui quest’elettore, decisivo, era parte della middle class, con la sua visione del mondo moderata e un reddito sufficiente a garantire uno standard di vita confortevole. Oggi non è più così. L’elettore mediano/moderato è sempre meno middle class e sempre più parte della maggioranza invisibile, danneggiato dall’assenza di politiche sociali universali. Anch’egli dovrebbe quindi, nel lungo periodo (con la progressiva erosione del suo livello di risparmio), volgersi verso la richiesta di una più equa distribuzione della ricchezza.
Dobbiamo lasciarci alle spalle il lavorismo, e con esso una narrazione negativa e residuale della maggioranza invisibile
Da questo punto di vista, azionare una nuova coalizione sociale significa lavorare dall’interno: la severità dei fattori esterni è stata troppo spesso usata come alibi per non guardarsi dentro, in definitiva per non agire. Sono invece soprattutto i fattori interni a provocare la cecità della maggioranza invisibile. Per analizzarli correttamente, bisogna distaccarsi dal dogma lavorista della vecchia sinistra che ci impedisce di vedere come le caratteristiche della maggioranza invisibile siano radicalmente diverse da quelle della working class fordista. Il dogma lavorista è una zavorra, che tiene ancorata la riflessione sulle riforme sociali a un mondo che non esiste più: la grande trasformazione ha fatto saltare il banco, mandando in soffitta, nei Paesi occidentali, l’organizzazione produttiva fordista e, con essa, la società di massa industriale.
Oggi attaccarsi a quel mondo è funzionale solo a difendere i privilegi dei supergarantiti, a trasformare partiti e organizzazioni sociali “di sinistra” in agenti della conservazione. Per questa ragione, dobbiamo lasciarci alle spalle il lavorismo, e con esso una narrazione negativa e residuale della maggioranza invisibile – ovvero la sua esistenza come semplice riflesso delle trasformazioni sociali – per abbracciare e diffondere, invece, una visione positiva e attiva del suo emergere, del suo essere corpo sociale in potenza. È questa la grande sfida che si para davanti alla coalizione sociale. Se avremmo intelligenza, cuore e polmoni per correre in una nuova direzione, distaccandoci dalla zavorra del passato, il futuro forse, non è poi così cupo.
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Corruzione? Renzi ha fatto il minimo istituzionale proponibile
Non considero il ddl “anticorruzione” licenziato al Senato un’arma decisiva alla dilagante penetrazione delle mafie e della corruzione nelle istituzioni italiane. Al contrario: è la risposta non sufficiente alla richiesta di trasparenza che sale dal Paese, di un governo sinora debole su questo fronte.
Certo non vanno taciute alcune novità positive: sanzioni più dure, reintroduzione del falso in bilancio (seppur in forma tenue), sconti di pena per chi collabora nei procedimenti per corruzione. Tuttavia, si tratta del minimo istituzionale proponibile a fronte di un cancro che sta corrodendo lo Stato. Renzi sa che la gente è furibonda per il livello percepito di corruzione nel Paese. E la realtà, per quella che è la mia esperienza prima di magistrato e ora di sindaco, è peggiore di quello che si percepisce. Le normative in materia di appalti e lavori pubblici devono essere riviste radicalmente.
Ci vogliono regole chiare e semplici per attribuire ai poteri ordinari la forza di decidere in modo responsabile in tempi brevi. Si deve interrompere il ricorso a poteri commissariali che agiscono in deroga a leggi ordinarie. Non a caso, i commissariamenti sono tanto desiderati dal “sistema” malavitoso. Serve interrompere le concessioni di lavori pubblici sine die con costi che lievitano ad libitum, con una commistione pericolosa tra soggetti diversi; limitare le varianti in corso d’opera con operazioni opache su ribassi, lievitazioni, costi e ricorsi a sub-appalti; introdurre trasparenza nella scelta delle commissioni di gara; la rotazione delle ditte all’interno di elenchi redatti con procedure informatizzate unitamente ad Anac per i lavori di cosiddetta somma urgenza; ridurre al minimo esternalizzazioni di servizi pubblici in settori come quello dei rifiuti. E per verificare la correttezza dell’utilizzo dei fondi pubblici, soprattutto europei, si devono rafforzare i controlli sostanziali, non solo quelli formali. Oggi il “sistema” beneficia di consulenti qualificati che accertano che la forma sia sempre rispettata. E così è: apparentemente i lavori sono in regola. Poi, però, cadono viadotti, il materiale è di qualità scadente, l’opera resta inutilizzata.
Decisiva dunque è l’analisi della qualità dell’opera, più che quella della sua realizzazione. Corruzioni e mafie sono diverse da venti anni fa. Oggi, valigette di denaro e lingotti d’oro sotto il cuscino sono modalità d’eccezione. Il sistema corruttivo agisce invece movimentando denaro all’estero in modo formalmente ineccepibile, utilizza schermi societari, fondazioni, attribuisce consulenze, incarichi, posti di lavoro, finanche ruoli istituzionali. Negli ultimi anni nelle indagini della magistratura sul sistema criminale modello P2 sono emerse le medesime condotte e spesso gli stessi nomi.
Dimostrando che il “sistema” è dentro lo Stato, ne cura gli ingranaggi, arriva ovunque. Ne fanno parte anche persone che ricoprono ruoli di vertice all’interno di istituzioni e organi di controllo, forze dell’ordine e magistratura comprese. E sono pericolosissimi perché hanno in dotazione proiettili istituzionali che distruggono le cellule sane dello Stato, utilizzando la legalità formale del loro potere. Rimangono quasi sempre impuniti. Agiscono nell’ombra ma sono visibili, hanno abiti istituzionali. Nulla si viene a sapere del loro ruolo, della loro azione, della collusione pervasiva e così il cancro si allarga, dilaga. Senza di loro le mafie di strada sarebbero già state debellate. La lotta decisiva non passa, a mio avviso, attraverso super poteri commissariali o propaganda governativa, ma sostenendo quella parte di Stato che quotidianamente cerca di interrompere la distruzione delle cellule sane.
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