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Come deve fare Landini per rappresentarci tutti

È presto per capire quali siano le reali possibilità di successo della coalizione sociale lanciata da Maurizio Landini. Tuttavia è interessante che si proponga di costruire una “nuova” forza sociale senza la pretesa di parlare di partiti politici. In quest’articolo voglio soffermarmi su quali possano essere gli ingredienti vincenti in un progetto così ambizioso, mettendo in relazione l’idea di maggioranza invisibile (che ho recentemente proposto con Alessandro Arrigoni in La maggioranza invisibile, Rizzoli) e la coalizione sociale.

Il primo punto per capire quanta strada possa fare la coalizione sociale è meramente politico

Rompere con il sindacato fordista e inattuale rappresentato da Susanna Camusso, con il Pd asservito alle politiche di austerità, e con i partitini che ancora popolano la “galassia sinistra” del Paese, è un passo ineludibile per permettere alla maggioranza invisibile di essere rappresentata nel campo politico e sociale: solo quando si riuscirà a superare una visione sconfitta, settaria e residuale della sinistra, si potrà compiere l’impresa titanica di ragionare secondo schemi nuovi, avvicinando i soggetti che la compongono.

Secondo. Perché l’idea di coalizione sociale prenda piede, serve ricreare “un contesto narrativo”

in cui le varie componenti della maggioranza invisibile (descritte da Alessandro Arrigoni nelle pagine precedenti) possano ritrovarsi e riconoscersi. È ironico che sia proprio Landini a proporre questo passaggio, vista la sua lunga militanza sindacale e il suo genuino lavorismo. Ma, forse, proprio questo paradosso può aiutarci a comprendere il lungo percorso di gestazione che la maggioranza invisibile dovrà intraprendere per diventare una forza politica capace di cambiare il Paese. La maggioranza invisibile, così come tutte le classi sociali in via di definizione, è un’araba fenice. Dalle ceneri degli artigiani sconfitti dall’avvento della rivoluzione industriale nacque e si sviluppò l’idea di working class, qualche decennio più tardi, dagli atelier di Sheffield alle fabbriche di Birmingham e Manchester. Oggi come allora, dalle ceneri della classe operaia italiana in via di estinzione, potrebbe prendere piede un movimento nuovo capace di andare oltre le basi sociali e politiche della vecchia sinistra.

Terzo. Comprendere le ragioni che stanno alla base del suo silenzio

Per azionare la coalizione sociale bisognerà comprendere le ragioni che stanno alla base del suo silenzio e della sua relazione problematica con le vecchie strutture della rappresentanza politica e sindacale. I fattori esterni provengono dalla grande trasformazione che ha coinvolto tutto il mondo occidentale, dal neoliberismo selettivo alla creazione di un’Europa senza solidarietà sociale, dall’assenza di un welfare universale al requiem della socialdemocrazia. Tuttavia, gli ostacoli peggiori che si parano di fronte alla coalizione sociale, che moltiplicano la capacità di veto di super-garantiti e neoliberisti, sono interni alla maggioranza invisibile stessa e la rendono cieca: la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, causata da anni di discriminazioni e fallimenti; e una conseguente visione dello Stato, considerato come un’astrazione o come una macchina incomprensibile al servizio dei più potenti.

A causa di questi fattori, la maggioranza invisibile è sottorappresentata nello spazio sociale

e di conseguenza stenta a organizzarsi. Nonostante ciò, la Storia ci insegna che la presenza in simili spazi può essere costruita nel tempo. Ed è proprio questo sentimento che dovrebbe animare chiunque voglia ricostruire una nuova coalizione sociale. Possiamo dimenticare i Levellers britannici, il biennio rosso, lo Statuto dei lavoratori, i tanti movimenti popolari che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, dai Fasci siciliani all’occupazione delle terre e delle fabbriche.

Possiamo relegare questi eventi in vecchi libri nascosti su scaffali senza nome, abbandonarli in preda alla polvere, destinarli all’oblio delle cantine senza posarvi lo sguardo sopra per anni e anni. Possiamo scordare simili eventi del passato, ma arriva sempre il momento in cui tornano attuali: quando le contraddizioni della società giungono a maturare, servono da esempio per una nuova azione sociale e politica.

Ci sono elementi, che vanno ben al di là della buona volontà di Landini

Consci della Storia e degli ostacoli che ci si parano davanti, dobbiamo ribaltare il tavolo della discussione. Ci sono elementi, che vanno ben al di là della buona volontà di Landini, che mi portano a confidare nella possibilità di reazione della maggioranza invisibile: la strutturazione del campo sociale, con la crescita numerica della stessa maggioranza invisibile rispetto a neoliberisti e super-garantiti; e l’impoverimento progressivo dell’elettore mediano.

È una situazione inedita, in cui quest’elettore, decisivo, era parte della middle class, con la sua visione del mondo moderata e un reddito sufficiente a garantire uno standard di vita confortevole. Oggi non è più così. L’elettore mediano/moderato è sempre meno middle class e sempre più parte della maggioranza invisibile, danneggiato dall’assenza di politiche sociali universali. Anch’egli dovrebbe quindi, nel lungo periodo (con la progressiva erosione del suo livello di risparmio), volgersi verso la richiesta di una più equa distribuzione della ricchezza.

Dobbiamo lasciarci alle spalle il lavorismo, e con esso una narrazione negativa e residuale della maggioranza invisibile

Da questo punto di vista, azionare una nuova coalizione sociale significa lavorare dall’interno: la severità dei fattori esterni è stata troppo spesso usata come alibi per non guardarsi dentro, in definitiva per non agire. Sono invece soprattutto i fattori interni a provocare la cecità della maggioranza invisibile. Per analizzarli correttamente, bisogna distaccarsi dal dogma lavorista della vecchia sinistra che ci impedisce di vedere come le caratteristiche della maggioranza invisibile siano radicalmente diverse da quelle della working class fordista. Il dogma lavorista è una zavorra, che tiene ancorata la riflessione sulle riforme sociali a un mondo che non esiste più: la grande trasformazione ha fatto saltare il banco, mandando in soffitta, nei Paesi occidentali, l’organizzazione produttiva fordista e, con essa, la società di massa industriale.

Oggi attaccarsi a quel mondo è funzionale solo a difendere i privilegi dei supergarantiti, a trasformare partiti e organizzazioni sociali “di sinistra” in agenti della conservazione. Per questa ragione, dobbiamo lasciarci alle spalle il lavorismo, e con esso una narrazione negativa e residuale della maggioranza invisibile – ovvero la sua esistenza come semplice riflesso delle trasformazioni sociali – per abbracciare e diffondere, invece, una visione positiva e attiva del suo emergere, del suo essere corpo sociale in potenza. È questa la grande sfida che si para davanti alla coalizione sociale. Se avremmo intelligenza, cuore e polmoni per correre in una nuova direzione, distaccandoci dalla zavorra del passato, il futuro forse, non è poi così cupo.

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Le cinque delle 13.00

#Immigrazione Nella giornata nazionale in memoria vittime dell’immigrazione sono stati recuperati nove cadaveri dalla Guardia Costiera italiana a circa 80 miglia dalle coste della Libia, dove si è capovolto un barcone carico di migranti diretto verso l’Italia. Salvate 144 persone.

#Ostuni Crollato il soffitto di un’aula della scuola elementare Pessina di Ostuni (BR). Due bambini sono rimasti feriti e sono stati portati in ospedale: le loro condizioni non sarebbero gravi. La scuola è stata di recente sottoposta a interventi di ristrutturazione.

#bonusDef il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, intervistato da Stampa e Secolo XIX, anticipa la strategia del governo: le opzioni possibili sono diverse: la crescita, il risanamento, l’inclusione, e dunque il sostegno ai redditi più bassi.

#HillaryClinton ha annunciato ufficialmente la sua candidatura per le presidenziali del novembre 2016. In un video ha dichiarato: «Ogni giorno gli americani hanno bisogno di un campione, ed io voglio essere quel campione. Correrò per diventare presidente».

Morto Günter Grass Lo scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura, aveva 87 anni. Il suo successo internazionale arrivò nel 1959 con “Il tamburo di latta”, primo romanzo della trilogia di Danzica che comprende “Gatto e Topo” e “Anni di cani”.

Corruzione? Renzi ha fatto il minimo istituzionale proponibile

Non considero il ddl “anticorruzione” licenziato al Senato un’arma decisiva alla dilagante penetrazione delle mafie e della corruzione nelle istituzioni italiane. Al contrario: è la risposta non sufficiente alla richiesta di trasparenza che sale dal Paese, di un governo sinora debole su questo fronte.

Certo non vanno taciute alcune novità positive: sanzioni più dure, reintroduzione del falso in bilancio (seppur in forma tenue), sconti di pena per chi collabora nei procedimenti per corruzione. Tuttavia, si tratta del minimo istituzionale proponibile a fronte di un cancro che sta corrodendo lo Stato. Renzi sa che la gente è furibonda per il livello percepito di corruzione nel Paese. E la realtà, per quella che è la mia esperienza prima di magistrato e ora di sindaco, è peggiore di quello che si percepisce. Le normative in materia di appalti e lavori pubblici devono essere riviste radicalmente.

Ci vogliono regole chiare e semplici per attribuire ai poteri ordinari la forza di decidere in modo responsabile in tempi brevi. Si deve interrompere il ricorso a poteri commissariali che agiscono in deroga a leggi ordinarie. Non a caso, i commissariamenti sono tanto desiderati dal “sistema” malavitoso. Serve interrompere le concessioni di lavori pubblici sine die con costi che lievitano ad libitum, con una commistione pericolosa tra soggetti diversi; limitare le varianti in corso d’opera con operazioni opache su ribassi, lievitazioni, costi e ricorsi a sub-appalti; introdurre trasparenza nella scelta delle commissioni di gara; la rotazione delle ditte all’interno di elenchi redatti con procedure informatizzate unitamente ad Anac per i lavori di cosiddetta somma urgenza; ridurre al minimo esternalizzazioni di servizi pubblici in settori come quello dei rifiuti. E per verificare la correttezza dell’utilizzo dei fondi pubblici, soprattutto europei, si devono rafforzare i controlli sostanziali, non solo quelli formali. Oggi il “sistema” beneficia di consulenti qualificati che accertano che la forma sia sempre rispettata. E così è: apparentemente i lavori sono in regola. Poi, però, cadono viadotti, il materiale è di qualità scadente, l’opera resta inutilizzata.

Decisiva dunque è l’analisi della qualità dell’opera, più che quella della sua realizzazione. Corruzioni e mafie sono diverse da venti anni fa. Oggi, valigette di denaro e lingotti d’oro sotto il cuscino sono modalità d’eccezione. Il sistema corruttivo agisce invece movimentando denaro all’estero in modo formalmente ineccepibile, utilizza schermi societari, fondazioni, attribuisce consulenze, incarichi, posti di lavoro, finanche ruoli istituzionali. Negli ultimi anni nelle indagini della magistratura sul sistema criminale modello P2 sono emerse le medesime condotte e spesso gli stessi nomi.

Dimostrando che il “sistema” è dentro lo Stato, ne cura gli ingranaggi, arriva ovunque. Ne fanno parte anche persone che ricoprono ruoli di vertice all’interno di istituzioni e organi di controllo, forze dell’ordine e magistratura comprese. E sono pericolosissimi perché hanno in dotazione proiettili istituzionali che distruggono le cellule sane dello Stato, utilizzando la legalità formale del loro potere. Rimangono quasi sempre impuniti. Agiscono nell’ombra ma sono visibili, hanno abiti istituzionali. Nulla si viene a sapere del loro ruolo, della loro azione, della collusione pervasiva e così il cancro si allarga, dilaga. Senza di loro le mafie di strada sarebbero già state debellate. La lotta decisiva non passa, a mio avviso, attraverso super poteri commissariali o propaganda governativa, ma sostenendo quella parte di Stato che quotidianamente cerca di interrompere la distruzione delle cellule sane.

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Vitali Daraselia, stella d’Abkhazia

Vitali Daraselia viene alla luce nell’odierna Repubblica di Abkhazia in un’epoca in cui Ochamchira, città sul Mar Nero, è semplicemente Georgia sovietica. Anche il terribile Beria, capo della polizia segreta di Stalin, era nato in Abkhazia ma poiché appartenente all’etnia minoritaria favorì la colonizzazione georgiana della regione e la persecuzione della lingua locale.

Vitali Darselia, LeftDaraselia nasce da madre abcasa e da padre georgiano il 9 ottobre del ’57 quando al Cremlino sembra tirare aria nuova. Talmente nuova che la Propaganda, dopo il successo del primo Sputnik, si appresta a replicare lanciando in orbita la cagnolina Laika. Il Pcus intanto ha due spauracchi: Il dottor Zivago di Pasternak e il talento di Eduard Streltsov il cui crescente successo, soprattutto nel pubblico femminile, comincia ad irritare i vertici della Federcalcio di Mosca.

Daraselia impara a giocare nella squadra della sua città finché, a 17 anni, viene arruolato dalla Dinamo Tbilisi: l’unico club del Caucaso in grado di competere con le formazioni russe e ucraine. Il ragazzo è un vero fenomeno, soprattutto quando parte in velocità con la palla tra i piedi: rapido ed esplosivo al punto da non far mai capire a nessuno se sia un destrorso oppure un mancino. E l’Europa intera se ne accorge a Dusseldorf, nel 1981, a tre minuti dal termine della finale di coppa delle Coppe tra la Dinamo e i tedeschi orientali del Carl Zeiss Jena con il risultato fermo sull’1-1.

David Kipiani, il numero 10, il professore, è sulla metà campo fronteggiato da Topfer. Si gira, porta a spasso l’avversario, alza la testa e serve d’esterno proprio Daraselia. Il numero 6 in maglia blu scatta sul fronte sinistro e copre la palla inseguito da Lindemann. Dopodiché sfodera un cambio di marcia  da campione: punta il vertice dell’area, accelera, sterza verso il centro, tocca due volte di destro ed evita l’intervento disperato del numero 8 in maglia bianca ormai a gambe all’aria. Lo spazio intanto si stringe, la difesa si contrae a semicerchio come una medusa pronta a lasciare il piccolo pesciolino blu in pasto allo stopper Lothar Kurbjuweit che, in veste di murena, schizza in avanti per azzannare sia il pallone che le caviglie del nemico. Ma la stella d’Abkhazia gira ancora la pinna come un timone: inchioda, fa perno sul destro, accarezza la perla bianca verso fuori e manda a vuoto le squame di Kurbjuweit che spariscono dal teleschermo slittando sul fianco. Prima che gli ultimi pescecani possano addentarlo, Daraselia infila di sinistro lo spazio impossibile tra il palo e il portiere Grapenthin. È il gol del 2-1 che vale lo stesso trofeo europeo conquistato a suo tempo dalla Dinamo Kiev di Oleg Blochin.

Dopo due coppe dell’Urss e il campionato del ’78, arriva l’ultimo trionfo per la stella tramontata a soli 25 anni per un maledetto incidente d’auto. Il suo nome vive nello stadio di Ochamchira e vive addosso a suo figlio, nato nel settembre dello stesso 1978 all’indomani del match di ritorno del primo turno di coppa Uefa contro il Napoli. Alla vigilia della gara, Daraselia promise ai compagni: «Darò a mio figlio il nome di chi oggi segna per primo». E a segnare fu proprio lui, d’esterno destro in corsa davanti al pubblico del San Paolo. Sempre vicino al mare.

Le cinque delle 20.00

#BonusDef tesoretto da circa 1,5 miliardi da destinare al welfare. Questo è l’obiettivo del presidente del Consiglio Matteo Renzi, che valuta l’ipotesi del decreto. L’accusa delle opposizioni: il premier vuole comprarsi le regionali come ha fatto con gli 80 euro nel 2014.

L’accusa del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini il giorno dopo l’omicidio al tribunale di Milano: I magistrati non possono essere lasciati soli, bisogna esprimere un sostegno concreto alla magistratura per il lavoro che fa per la giustizia per questo Paese. Poi il ringraziamento «vero» alla magistratura milanese.

Il presidente americano, Barack Obama, ha parlato con Raul Castro al telefono prima del vertice delle Americhe, che si svolge a Panama, e dove è atteso un incontro, anche se informale, storico, fra i due.

Hillary Clinton annuncerà domenica la propria candidatura alle presidenziali 2016. Lo staff di Hillary Clinton ha organizzato ieri sera una cena a Washington a casa di John Podesta, il presidente della campagna, con alcuni dei maggiori media americani. Lo riferisce l’Ap.

#AppleWatch oggi è il giorno del debutto in 9 paesi, Italia esclusa. L’attesa novità dell’azienda di Cupertino in Usa, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Cina, Hong Kong, Australia e Giappone, ma solo per essere guardato. Ufficialmente sarà in vendita dal 24 aprile.

Piero della Francesca, artista scienziato fino al 14 giugno a Reggio Emilia

La prospettiva nell’arte italiana emerge con la pittura di Giotto (1267 c.a- 1337), considerato non a caso dai contemporanei il fondatore de “la nuova maniera”. Ma fra gli studiosi la disputa è accesa. E c’è chi puntualizza che per parlare di prospettiva lineare bisogna aspettare il Rinascimento. Così se a Giotto va riconosciuto il genio di saper creare, come per magia, una profondità spaziale in cui i corpi (non più dipinti grandi o piccoli a seconda del ruolo sociale) trovavano una loro collocazione naturale nello spazio, bisogna attendere l’età di Leon Battista Alberti (1404-1472) e di Piero (1416 -1492) per poter parlare di prospettiva su basi matematiche. Come ben racconta la mostra Piero della Francesca, il disegno fra arte e scienza curata da Filippo Camerota del Museo Galileo di Firenze, dall’architetto Francesco Paolo Di Teodoro e dall’ordinario di geometria Luigi Grasselli.

Aperta fino al 14 giugno, l’esposizione nelle sale di Palazzo Magnani a Reggio Emilia è incentrata su una copia del De prospectiva pingendi conservato nella Biblioteca Panizzi, che mostra correzioni e note sottilissime, ai margini, di mano dello stesso Piero. Fu il primo trattato illustrato su questo argomento. Ed ebbe una straordinaria fortuna nel secondo ‘400. Si racconta che Leonardo da Vinci, studioso dell’uomo vitruviano e delle misure auree, dopo aver saputo dal matematico Luca Pacioli dell’esistenza di quest’opera di Piero decise di rinunciare a scriverne una propria sul tema. Verità o fola che sia, certo è che il De prospectiva ricevette anche da pittori delle generazioni successive un’attenzione straordinaria. Compresi artisti stranieri come Albrecht Dürer, di cui a Reggio Emilia sono esposti tre disegni dalla British Library e straordinarie incisioni provenienti dalla Galleria dei disegni e delle stampe degli Uffizi.

Intorno al prezioso codice emiliano i curatori sono riusciti a raccogliere l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca, ricostruendo così per la prima volta dalla morte dell’artista la sua bottega con i 7 esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (tre dei quali conservati a Bordeaux, Londra e Parigi), i due codici dell’Abaco (dedicato alla mercatura), l’unico esemplare del Libellus de quinque corporibus regularibus e l’ Archimede, opera che Piero lesse grazie alle trascrizioni arabe del testo greco e volle trascrivere illustrandolo con suoi disegni. In mostra a ricostruire l’importanza degli studi di matematica e di geometria di Piero per la storia della scienza è il matematico Odifreddi in una vivace audioguida che racconta il lavoro di Piero nelle risoluzioni algebriche e nella prospettiva geometrica, basata su quella euclidea trasmessa da copisti arabi.

Così, di sala in sala, il labirintico percorso espositivo che segue le vie segrete di Palazzo Magnani con i suoi molti saliscendi, ci permette di entrare in un affascinante mondo di botteghe di pittori e di matematici rinascimentali che condividevano gli stessi strumenti: compassi, righe di legno e di carta, squadre e oggetti curiosi come peli di coda di cavallo, fili sottilissimi come la seta, che servivano a simulare il raggio visivo della linea prospettica. Gli appassionati d’arte tuttavia non resteranno delusi: in mezzo ai disegni di Piero tradotti in modelli tridimensionali e multimediali per illustrare la logica delle costruzioni geometriche, fanno capolino opere come l’affresco staccato di San Ludovico da Tolosa (1460) di Sansepolcro che sembra rileggere in chiave pittorica l’agile e lucente statua di Donatello.

E poi opere di maestri del XV e XVI secolo come Lorenzo Ghiberti, di cui è esposta una prova  per la porta del Battistero, uno schizzo del Ghirlandaio per Santa Maria Novella in cui la prospettiva è appena accennata ma già abbastanza evidente e una straordinaria testa di Giovanni Bellini tratteggiata in un vertiginoso scorcio, oltreché schizzi degli architetti toscani Francesco di Giorgio, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi e dello stesso Michelangelo che schizza in prospettiva, a mano libera, una soluzione per la scala aggettante della biblioteca Laurenziana. E poi, come accennavamo, vibranti opere grafiche di Dürer che conobbe i manoscritti di Piero e li usò per dare profondità prospettica alle sue opere grafiche, come quelli qui esposte.

Stampe che idealmente dialogano con i disegni di Piero intesi come strumenti di progettazione e di ricerca dall’artista che conobbe il suo maggior successo alla corte di Urbino, in una vivace koinè culturale di studi umanistici e scientifici. E se grande risalto al genio di Piero nell’immaginare la città ideale è dato qui accendendo i riflettori su una affascinante tela preparatoria dell’omonima opera conservata ad Urbino, i curatori tuttavia sono ben attenti a non tradire il proprio scopo primario: far emergere parimenti quello che ingiustamente è considerato un Piero minore, l’autore di una vasta opera grafica, trascurato «per un preconcetto specialistico proprio dei nostri tempi –  si legge nell’introduzione al catalogo -, ma tanto più grave quando ci si occupa di Rinascimento, che non separava le diverse discipline, trattando talune grandi personalità della storia dell’arte come se il loro essere contemporaneamente scienziati e artisti fosse una sorta di scissione». Rischiando in questo caso di non comprendere il senso dell’opera di Piero nella sua inscindibile unitarietà.

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La “nona” dei Negrita raccontata da Pau

I Negrita sono cinque vecchi amici di scuola e di passioni, il loro nome è un omaggio agli Stones. La band nasce ad Arezzo con la voglia di uscire dalla provincia. E quella provincia la superano presto, con l’album XXX (1997), con la celebre “Ho imparato a sognare”, passando per L’uomo sogna di volare (2005), album realizzato in America Latina. Acclamati con “Mama maé”, già convincenti in “Cambio”, dall’omonimo primo album, sentimentali nella cosmica “In ogni atomo”, sfoderano rabbia nell’album Dannato vivereGenuini, tra il sanguigno e il melodico, il rock è la loro prerogativa. Tornano nella Hollywood aretina per ripartire. Oggi sono tre: Pau, Paolo Bruni, la voce, Drigo, al secolo Enrico Salvi, e Mac, Cesare Petricich, le due vibranti chitarre. 9 è il loro nono e ultimo lavoro, il loro primo da quando la formazione è composta dai tre. Il passato è un trionfo di vita vissuta, il presente è una ridda di sentimenti, senza tralasciare politica e impegno sociale. Tra i testi, oltre al radiofonico “Il gioco”, il mordace “Poser” e una ballata, “Se sei l’amore”. Liberi e ancestrali, il loro ritmo umano si snocciola in tredici nuovissimi brani. I Negrita solcheranno nuovamente il palco, a partire dal 10 aprile a Firenze, al Mandela Forum, continuando poi per un fitto tour italiano. Qui Pau, frontman dei Negrita, ci racconta la loro nuova avventura artistica.

Nuovo album, nuova formazione. Cos’è cambiato?

Siamo rimasti in tre, abbiamo cercato di ricreare quello che era lo spirito originario. Ti rimbocchi le maniche e riparti quasi da zero, con tutto il background che ti porti dietro. Ci siamo organizzati per ricreare una vera band, ci siamo approcciati al lavoro in sei, con un batterista, un bassista e un tastierista, mai avuto nell’organico.

Come è stato concepito il nuovo lavoro?

Nel 2014 siamo stati coinvolti nel progetto Jesus Christ Superstar, un musical emozionante. La band si è occupata della musica, io invece interpretavo Ponzio Pilato. Durante le rappresentazioni al Sistina di Roma, lavoravo ai primi spunti del disco; abbiamo affittato uno studio per cominciare a elaborare queste mie idee, poi sono arrivate quelle degli altri. Siamo tornati ad Arezzo, per la messa a punto dei pezzi, che, una volta pronti, sono stati portati in Irlanda, in uno studio galattico, per la registrazione, per poi terminare con la masterizzazione a New York, allo Sterling Sound.

Nell’album sembra che vogliate denunciare

un Paese per vecchi. È davvero così?

Questo è un Paese di vecchi, che non si rinnova, gestito da generazioni che non hanno più il polso della situazione. Basta guardare la televisione, sono anni che non riesco a seguire più i canali tradizionali, perché ci sono trasmissioni viste e riviste. Mentre il mondo, invece, si dirige verso un uso dei media completamente differente.

E i talent show riesci a seguirli?

Sui talent ho un’opinione da spettatore. Il mondo che conoscevo io non esiste più. O meglio, di band, di artisti che cercano di farsi strada nell’underground ce ne sono, ma non esistono più i canali. Mi piacerebbe che ci fosse un’alternativa, ma mi rendo conto che le case discografiche in questo momento, hanno preso atto del potere della tv e si sono appoggiate a questo trend. In “Poser” abbiamo ironizzato su quelli che sono i tic di questa società contemporanea, che si ritrova spesso davanti a un monitor, anche quello di uno smartphone, ma rimane incastrata nel meccanismo.

Stare con una major può limitare gli artisti?

Negli anni Novanta la mia generazione è riuscita a produrre tante proposte musicali, che hanno trovato spazio nelle major. Noi, tra i pochi rimasti di quegli anni, siamo rimasti a un buon livello senza ricevere mai pressioni. Siamo ancora una proposta diversa, come lo eravamo nel ’94, abbiamo sempre avuto una certa filosofia, possiamo confrontarci sulla scelta di un singolo, ma i direttori artistici hanno sempre apprezzato e sponsorizzato la fantasia dei Negrita.

Non ti definisci “poser”, infatti. Ma canti “I’m a loser”: perché?

Per lo stesso motivo: se non stai dentro il sistema che cercano di importi, rischi di essere out, quindi un perdente. Nel testo “I’m a loser” è usato per dire: va bene, mi adeguo, sono tranquillamente un perdente… ma lo dico dalla posizione di uno che sta per iniziare un tour di concerti, quindi mi va bene.

C’è anche una traccia del passato nell’ultimo lavoro, il brano “1989”, giusto?

Sì, sono ricordi romantici di ex ragazzi. Era rimasto nel cassetto, scartato per motivi stilistici dal disco L’uomo sogna di volare. È tornato fuori l’anno scorso, riprendendolo ci siamo resi conto che era un pezzo bello, le atmosfere ci hanno riportato ai nostri vent’anni, quando guardavamo il mondo con la meraviglia, con la voglia di scoprire, di viaggiare. Abbiamo voluto raccontare quel periodo, anche con i fatti storici del momento, come il crollo del muro di Berlino. Ci sembrava bello riscriverne per far capire, soprattutto a chi ha iniziato a seguirci da poco, da dove arriviamo.

Infine, l’amore. Cosa volete dirci con “Se sei l’amore”?

La canzone si riferisce all’amore che dovrebbe essere un faro conduttore dell’umanità. Alcuni l’hanno interpretata come una preghiera, ma è il contrario, in realtà è rivolta all’uomo, alla bontà dell’uomo stesso. Un tema che ho sviscerato con tutta la disillusione dei miei 47 anni, quando ti rendi conto che la situazione, nella cronaca mondiale, è distante da un’entità, diciamo, amorosa. Questa cosa ti fa male, soprattutto quando cerchi di crescere un figlio in un mondo come questo. Nel brano parlo con l’amore, che ci può salvare.

Cosa servirebbe per una rinascita culturale e umana?

La situazione politica è stagnante… se arrivasse un leader illuminato, gli farei un monumento! Ma prima di tutto dobbiamo cambiare noi. Siamo un popolo che si lamenta, invece di rimboccarsi le maniche, pur avendo un’energia superiore alla media.

Sergio Cofferati: quel problema di coerenza

«Piero Fassino, segretario dei Ds, mi chiese la disponibilità di candidarmi alle Europee. Era il 2004 e si votava anche per le amministrative. A quel punto io gli dissi che preferivo Bologna». Quando uno elettore di sinistra, spaesato per definizione, intervista Sergio Cofferati, amore naufragato, europarlamentare dal 2009, ci sono alcune domande obbligate. Alcune vanno fatte anche prima di parlare di Maurizio Landini e della “Coalizione sociale”, di ricostruire lo scontro (di Landini ma anche di Cofferati) con Susanna Camusso e di chiedere se altri, dopo di lui, dovrebbero lasciare il Pd renziano.

E così cominciamo da lì. Dal perché, lui che doveva guidarci tutti, è finito a fare il sindaco, neanche troppo amato, della città di Bologna. «Mi proposero quello che sembrava un esilio» è la versione ufficiale, «e io gli dissi che mi sembrava più giusto riconquistare una città simbolica, finita in mano alla destra. Mi dissero subito che era una buona idea».

«Si toglie di torno comunque», avranno pensato…

Ride. In effetti penso che sia stato quello il retropensiero. Ma guardi: il fatto che per me ci potesse esser un ruolo nazionale era vero solo prima del congresso dei Ds, a Pesaro, e comunque sarebbe sempre passato per una rottura del partito.

Lei avrebbe potuto sfidare Fassino al posto di Giovanni Berlinguer, candidato del Correntone.

Ma era appena arrivato il secondo governo Berlusconi, e ritenemmo che si sarebbe aperta, come effettivamente è stato, una stagione molto dura per il sindacato. Rimasi in Cgil, e poi ci fu il Circo Massimo.

Sa perché le chiedo di fare questa ricostruzione? Perché lei ha commentato il bacio immortalato tra Landini e Camusso, alla fine della manifestazione della Fiom del 28 marzo. Lei ha detto: «Un brutto bacio, lei si è ritratta». Camusso le ha replicato: «Dovremmo discutere di chi aveva costruito un progetto analogo a quello di Landini e poi un giorno ci disse “ciao ciao vado a fare il sindaco”».

Dice una bugia, Susanna, e spero solo che non ricordi bene. Io lasciai il sindacato alla scadenza naturale del mandato, nel settembre del 2002. Due anni dopo mi candidai a Bologna. Sono comunque contento, però: perché dalla replica della Camusso capisco non solo che lei condivide il progetto di Landini, ma che condivideva anche il mio. In nessuno dei due casi me ne ero accorto…

Non le chiederò di fare paragoni tra la piazza del 28 e il suo Circo Massimo. Mi dice invece cosa pensa di chi era con lei, su quel palco, in difesa dell’articolo 18, e oggi ha votato per l’abolizione, con il Jobs act?

Penso che c’è sempre, per ognuno di noi, il problema della coerenza. E c’è soprattuto per chi stava su quel palco. Cambiare opinione va sempre bene, ma devono esserci delle ragioni. E il guaio è che non mi pare ci siano nel caso dell’articolo 18, così come per tutte le altre riduzione di diritti e tutele che si sono votate in questi anni. Quanto è stato sostenuto con la propaganda, sui posti di lavoro creati, è stato smentito dai disastrosi dati dell’Istat sulla disoccupazione.

Lei non è mai stato in parlamento, a Roma. Molti dei suoi colleghi hanno votato per «fedeltà alla ditta » o perché forzati dai voti di fiducia. Lei avrebbe fatto diversamente?

Sì, non le avrei votate. Non c’è voto di fiducia che possa tenere rispetto ai diritti di chi lavora.

Le si potrebbe dire che da fuori è facile.

 Ma guardi che anche a Bruxelles sono tra i più disobbedienti. Ho votato contro Junker e contro la sua Commissione, ad esempio, e non me ne sono pentito. Infatti dei 350 miliardi non si parla più e invece, proprio mentre esplode la polemica sull’evasione delle grandi aziende, noi abbiamo ai vertici dell’Unione l’ex premier del Lussemburgo, un paradiso fiscale.

Però il Pd lei l’ha lasciato solo dopo la sconfitta alle primarie in Liguria, e non perché saturo politicamente.

Le primarie inquinate dalla destra sono state il detonatore. Non ho mai nascosto di essere in sofferenza.

A giudicare anche dall’ultima direzione del Pd, che ha blindato l’Italicum, sembra che il dissenso interno non porti a grossi risultati. Vince sempre Renzi, con la sua «democrazia decidente». Pensa che facciano bene, i suoi ex colleghi, a restare?

Per carità del cielo, decidano loro! Io ho ritenuto fosse più utile tentare un’altra strada.

A proposti dell’altra strada. La piazza della Fiom. Il vostro strappo in Liguria, dove si candida Luca Pastorino, civatiano. Le pare si muova qualcosa di più solido del solito, a sinistra?

Difficile dirlo. Ci sono segni importanti di novità, a partire dalla Liguria, ma per ora è quasi sempre una reazione al fatto che il centrosinistra non esiste più, agli strappi del Pd.

È giusto non fare subito un partito, non convocare chessò una costituente? I citatissimi Podemos e Syriza hanno fatto le due cose insieme…

È giusto, sì. Bisogna prima definire cosa vuol dire esser di sinistra, prima di pensare a un contenitore. Perché se Renzi può dire “non vi lascio l’uso della parola sinistra” vuol dire che qualcosa non funziona…

Non è di sinistra Renzi?

Sicuramente non fa cose di sinistra. Anche perché completa l’opera di Mario Monti, che ha guidato il peggior governo di questi anni. È con il sostegno a quel governo che inizia a cambiare la storia del Pd.

d di cui lei era autorevole esponente…

Veramente ero solo come un cane. Purtroppo, la  scelta di non contrastare adeguatamente quel governo è stata pagata anche dal sindacato.

Pensa che possa avere un ruolo nella ricostruzione della sinistra chi – ad esempio – ha votato la riforma delle pensioni di Elsa Fornero?

 L’appoggio che il Pd ha dato al governo Monti pesa molto. La sinistra ha creduto in quella fase all’austerità: uno può dire il contrario, adesso, ma che questo incida sulla sua credibiltà, è evidente.

Lei pensa che Landini proverà a guidare la Cgil, senza scendere in politica?

Lui ha detto così e bisogna dargli credito.

Per lei sarebbe una buona notizia?

La Cgil ha i suoi tempi e decideranno i congressi. Ma che Landini rimanga nel sindacato con funzioni sempre più importanti lo considero positivo. Perché non si ricostruisce la sinistra se non si rinforza e cambia il sindacato. E Landini ha idee innovative.

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Le cinque delle 13.00

Milano, lacrime e lunghi applausi a ricordo delle tre persone uccise nell’aula magna del tribunale di Milano piena in ogni ordine di posto. Sono state commemorate le vittime della strage avvenuta ieri nel Palazo di Giustizia nella quale sono morti il giudice Fernando Ciampi, l’avvocato Lorenzo Claris Appiani e Giorgio Erba.

Consiglio di Stato sull’eterologa: No al pagamento per intero nella Regione Lombardia. Il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare la delibera della Lombardia che, unica Regione, stabilisce che il cittadino debba pagare interamente il trattamento di fecondazione eterologa, e non solo il ticket. I giudici hanno ritenuta valida la posizione dei ricorrenti: l’associazione Sos Infertilità e la onlus Medicinademocratica.

Def, bonus da 1,5 miliardi per il welfare. A quanto si apprende da fonti del governo la destinazione che Matteo Renzi vorrebbe dare alle risorse aggiuntive individuate in sede di stesura del Def è per i servizi sociali. Il premier starebbe valutando l’ipotesi di un decreto a parte per queste misure.

Diffusi dati Inps su occupazione nei primi due mesi del 2015: aumentano i contratti a tempo indeterminato (+12,3%) ma diminuiscono quelli a termine (-7%) e in apprendistato (-11,3%) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso portando di fatto a zero la variazione dell’occupazione sul 2014.

Obama e Raul Castro al vertice delle Americhe. Sia il presidente americano Barack Obama sia il leader cubano Raul Castro sono giunti a Panama, dove è in corso un colloquio tra il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez. Quest’ultimo rappresenta l’incontro di più alto livello diplomatico tra Washington e L’Avana da più di mezzo secolo.