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Clem Sacco, il francobollo

Tra chi , per sfortuna, fato, o semplice sfiga, non ha raccolto i frutti di ciò che di grande ha seminato, troviamo un sottoinsieme di avanguardisti, genialoidi incompresi che hanno anticipato talmente tanto tempi, mode e categorie sociali da essere addirittura derisi e isolati. Uno di questi è stato Clemente Sacco.

Nato a Il Cairo nel 1933 da genitori italiani, compagno di classe di una certa Yolanda Gigliotti. Quando gli italiani abbandonarono l’Egitto, Yolanda si trasferì in Francia dove, con il sogno di diventare attrice, si diede il nome d’arte di Dalida. Clemente si trasferì nell’esplosiva Milano dei primi anni ’50, s’iscrisse a scuola di canto lirico, pagandosi gli studi insegnando “cultura fisica” nelle palestre e scaricando cassette ai mercati generali.

Al suo primo provino importante Clem arrivò secondo. Piazzamento che fece scattare in lui la scintilla rock, cui si dedicò anima e corpo diventando uno dei pionieri delle nuove sonorità Usa. Nasceva così l’epopea di Clem Sacco, il più matto e spericolato degli artisti italiani dal secondo dopoguerra. Sacco teneva testa a tutti: insieme a Ghigo Agosti era tra i pochi che poteva competere in termini di apprezzamento con Celentano, mandando in visibilio il pubblico nonostante cantasse come un deficiente di uova alla coque, vene varicose, quarti di leone come colazione e denti del giudizio da ciucciare.

Fin quando una sua esibizione in mutandoni leopardati gli costò il sigillo della censura, con conseguente messa al bando anche dalla sua casa discografica. Clemente non si diede per vinto e accettò qualunque lavoro gli fosse proposto. Per sei mesi si trasformò in Clementina Gay, attrazione all’Alexander Bar, ritrovo esclusivo degli omosex dell’epoca. Fondò una sua etichetta musicale e continuò a scrivere canzoni trash e avanguardiste vendendone i risultati dalla sua abitazione negozio: un camper perennemente parcheggiato di fronte alle Messaggerie musicali.

Oggi, a 81 suonati, continua a suonare la sua folle musica e a cantare i suoi sudici testi nei night club delle Canarie dove vive da più di vent’anni. A lui si deve la rivoluzione culturale che ha contribuito al successo degli Skiantos o degli Squallor, antesignani a loro volta di in regno musicale il cui scettro è oggi detenuto da Elio e le storie tese. Clem Sacco, ti siamo grati per aver dimostrato che non si è mai soli con la propria follia. Siamo tutti con te, nel corpo e nello spirito.

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Renzology, tutte le maschere del presidente

Tutto scorre. L’universo politico e comunicativo di Matteo Renzi è fluido, scivola via veloce, inafferrabile, cambia forma a seconda del recipiente da riempire, sa travolgere gli avversari con la violenza di uno tsunami. Soprattutto, nel grande mare renziano, tutto si mescola in un magma unico, una grande poltiglia che, come un prodotto di marketing, tenta di accontentare il più vasto pubblico possibile. Almeno a parole.

Da Barack Obama a Lorenzo il Magnifico, dai boy scout a Twitter, da Google a Steve Jobs, Matteo è il nuovo premier contemporaneo. Nel Brand Renzi, come spiega Nello Barile, professore di Comunicazione e Pubblicità allo Iulm, «prosegue il progetto comunicativo berlusconiano nel suo essere un mix dirompente tra spontaneismo e pianificazione, concretezza e speranza, tra vita quotidiana e marketing». Il mondo incantato di Matteo, infarcito di futuri dove tutto cambia e presenti costellati da svolte buone e traguardi storici – perché il rottamatore arriva sempre primus, non troppo inter pares -, è caratterizzato da luoghi comuni che gli permettono di fare breccia nel cuore dell’italiano medio. Oltre che in quello di finanzieri e imprenditori pronti a investire, in Leopolde e cene da 1.000 euro, ora che con l’ex sindaco di Firenze hanno trovato il prodotto vincente.

Parola di boy scout

L’attuale presidente del Consiglio ci tiene molto a ricordare il suo passato in bermuda e fazzolettone. «Il mito del boy scout rappresenta un immaginario pop facilmente comprensibile da gran parte del suo elettorato» spiega ancora Barile, quello di un mondo cattolico lontano dai giochi di potere che Renzi ama chiamare, con un tono da Piccolo mondo antico: «L’Italia per bene». «Lascia il mondo migliore di come lo hai trovato», «dare un calcio all’impossibile », sono solo alcune delle massime da retorica motivazionale dello scoutismo. Il premier le riutilizza spesso per dare forza ai suoi discorsi e connotarsi come l’outsider, rottamatore genuino e dunque affidabile. L’altra faccia dell’Agesci è però quella di un’organizzazione dove esiste una rigida gerarchia di comando e si insegna a diventare leader di un gruppo. Un gruppo chiuso però. Chi non rispetta le regole è invitato a uscire. Insomma quelli che non la pensano come te sono per forza gufi.

Firenze culla dell’Italia

Da sindaco di Firenze a sindaco d’Italia, Renzi gioca sullo stereotipo del Bel Paese di cui il capoluogo toscano è un simbolo indiscusso. Dalla Merkel in Germania arriva con una maglia della Fiorentina, a Digital Venice parla un inglese maccheronico ed è sempre il momento buono per sfoderare un orgoglio patriottico da cartolina, o da piccolo amministratore, che lo rende provinciale. D’altronde l’Italia è per la maggior parte provincia e la retorica di Matteo fatta di «abbiamo la grande occasione di cambiare il paese più bello del mondo» è il corollario perfetto del teorema dell’elettore mediano con cui si acchiappano la maggior parte dei voti. Non è strano dunque che ci ricordi il Berlusconi del 1994 con il leit motiv «L’Italia è il Paese che amo». O che The Economist l’abbia raffigurato con in mano un cono gelato, gelato che poi “il Renzi”, per rispondere alla testata inglese, ha ben pensato di offrire, rigorosamente brandizzato, ai giornalisti riuniti a Chigi in conferenza stampa.

Tutto cambia

La cifra del renzismo è il mutamento, «il tempo del cambiamento». Il premier è “il più giovane della storia repubblicana”, si fa chiamare Matteo e si rivolge a tutti per nome, twitta alle 6.45 del mattino, corre e, sempre twittando, ci dice #arrivoarrivo. Inoltre è cool, un “fico” che si veste come Fonzie – giubbotto di pelle e wayfarer in bocca – o completi griffati Scervino. In quasi tutti i suoi discorsi utilizza la parola futuro o afferma che «per l’Italia è un momento storico ». Per dirla con Bauman è un premier “liquido” e, come tale, per natura fisica privo di una forma politica univoca. Le larghe, larghissime, intese diventano la logica conseguenza di una natura dilagante alla ricerca del consenso. Il cambiamento renziano ha come guida la Speranza, spesso personalizzata. «Il principio della speranza professato da Renzi ha in sé qualcosa di paradossale e per questo forse di ancor più convincente. Si tratta di un principio estremamente utopico che intende scagliarsi contro i mulini a vento di uno stato tendenzialmente non riformabile» spiega sempre Barile e continua: «La speranza che irrora la vision renziana è un’operazione di time design. Mira a ridisegnare il presente attraverso l’invenzionecontinua del suo cronoprogramma».

Diventare pop guardando la tv

Se Berlusconi con le sue tv ha costruito la carriera di un ventennio politico, interpretando e plasmando come editore i gusti degli italiani, Renzi si avvicina ancora di più al pubblico generalista perché, mentre il Cavaliere popolava i talkshow dietro le telecamere, lui era seduto con noi sul divano davanti allo schermo a guardare Happy day, Drive in e La ruota della fortuna in cui ha anche assaporato i suoi primi 15 wharoliani minuti di celebrità. Il premier è pop perché gioca sul background culturale della maggior parte degli italiani – tanto andare da Maria De Filippi ad Amici – e parla con lo stesso linguaggio, fatto di stereotipi e opposizioni, dei programmi tv. Ci sono i buoni e i cattivi, i brutti e i belli. Se per Berlusconi l’uso delle televisioni era associato all’abuso dei sondaggi, Renzi al piccolo schermo unisce i social. E rompe la quarta parete della propaganda interagendo con noi su Twitter con l’immancabile hashtag #matteorisponde.

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Nel romanzo di Vittorio Giacopini il naufragio della ragione cartografica

Dove si è andato a nascondere il pensiero critico del nostro tempo? Nei discorsi dei leader di sinistra? Nel giornalismo d’assalto? Nei documenti dei no global? Certo, anche un po’ anche in tutto questo, però lo ritroviamo imprevedibilmente anche nella letteratura, e ad esempio in questo romanzo di idee e di avventura, La mappa di Vittorio Giacopini (Il Saggiatore).

La geografia ha due anime: da una parte l’egiziano Tolomeo (inventore della cartografia) e dall’altra lo stoico Strabone, che critica la cartografia, la riduzione del mondo a una mappa. E oggi vince Strabone perché internet e la globalizzazione ci costringono a pensare il mondo come rete, circolarità, relazione. Così il geografo Franco Farinelli: «Se la Terra è una tavola, le cose che oltrepassiamo rimarranno dietro di noi per sempre. Se invece ci muoviamo sulla superficie di una sfera, allora tutte le cose che credevamo superate, prima o poi, ritorneranno fatalmente di fronte a noi».

20150316_Libri_Vittorio_Giacopini_La_MappaIl protagonista della Mappa è un cartografo, Serge Victor, figlio dei lumi, impegnato a riprodurre nel disegno geografico le fogge difformi della realtà, a «organizzare qualsiasi cosa». Certo, intende dominare il mondo senza violenza e dall’alto, «a distanza selenita», ma come tutti i cartografi anche lui va appresso agli eserciti e qui lo troviamo al fianco di Napoleone nella campagna d’Italia.

Bene, da quel momento a Victor, che si innamora a Milano di una stregante zingara, non gliene va bene una. Lungi dal controllare la realtà la subisce rovinosamente. Lo ritroviamo senza una gamba, con le stampelle, in una Parigi occupata, abbandonato da tutti, intento a decorare con i luoghi geografici zuppiere e servizi da tè, a imbalsamare la storia su superfici di smalto.

L’apologo filosofico si dispiega attraverso il piacere della narrazione, quasi da romanzo d’appendice. La ragione (cartografica) dovrà rinunciare alle sue pretese, e la politica dovrà abbandonare il sogno napoleonico di riplasmare l’intera realtà.

Luigi Berlinguer, il ritorno dell’ex ministro dell’Istruzione

Come funziona l’inventario dell’anticaglia politica secondo il vangelo di Matteo Renzi? Un politico di lungo corso come Luigi Berlinguer, per dire, ha titoli sufficienti per aspirare alla rottamazione? Sembrerebbe di no, a giudicare dall’accoglienza calorosa ricevuta alla festa per il primo compleanno del governo Renzi, celebrato a fine febbraio con una puntata monografica sulla scuola.

Ha preso la parola anche lui, l’ex ministro dell’Istruzione, che, con un accorato intervento, ha prevedibilmente rimbrottato gli insegnanti. Secondo lui i docenti della scuola italiana non hanno ancora capito che con l’attuale impianto educativo l’Italia non va da nessuna parte. Non c’è stato bisogno di spiegare perché, né avrebbe potuto far presa, in mezzo al risentimento contro gli insegnanti generato dall’ex ministro, l’obiezione che dell’attuale impianto educativo lui debba risponderne più degli accusati.

Nella riunione dei democratici le sue parole sono risuonate come quelle di un visionario che finalmente vede avvicinarsi la realizzazione del sogno per il quale ha combattuto una vita intera contro ignoranza e pregiudizi. Così si è detto entusiasta per aver colto l’intenzione di Renzi di rivoltare la scuola da cima a fondo. Poi ha esteso l’accusa di miopia politica a gran parte dell’opinione pubblica, che non ha capito che la scuola va assolutamente cambiata.

Ha urlato che la scuola non è più banchi e cattedra, anche se non ha spiegato che cosa dovrebbe essere. Infine ha attaccato chi ha bandito dalla scuola l’arte, la cultura, la creatività (per la precisione «chi ha mutilato l’emisfero destro del cervello»). E ancora chi ha sradicato quella bellezza che è dentro di noi. Perciò ha giustificato e difeso gli studenti, che a scuola «si spallano».

Pochi giorni dopo, tutt’altro che pago, è tornato alla carica con dichiarazioni pubbliche a favore di sconti fiscali per chi iscrive i figli nelle scuole private. Coerentemente con la legge da lui ispirata (62/2000) che ha rimescolato il sistema di istruzione, confondendo pubblico e privato. Con lui siamo in debito anche per una riforma scolastica monca, che ha comunque aperto la via alle distruzioni del centrodestra, e per una riforma universitaria nota come “tre più due uguale zero”, per la svalutazione del sapere e dei titoli di studio. Un curriculum che non poteva lasciare indifferente l’attuale classe dirigente, smaniosa di proseguirne l’opera. Altre opinioni che l’hanno reso simpatico ai rottamatori sono quelle sul ridimensionamento delle discipline umanistiche.

In particolare, lo studio delle lingue classiche dovrebbe, come propone anche Confindustria, diventare facoltativo e a pagamento. E, secondo Berlinguer, anche la storia antica dovrebbe essere sacrificata a vantaggio di materie più utili. Come ha notato Luciano Canfora, intorno al ruolo della Storia nella scuola si gioca una partita decisiva. Infatti, il vero obiettivo di una classe dirigente che vuole impoverire la scuola non è tanto l’accerchiamento nei confronti delle lingue classiche quanto insinuare la convinzione che sia inutile studiare la Storia.

Quella antica, che, osservava Marc Bloch, «si colora delle sottili seduzioni del diverso». O la storia in generale, che ci induce a pensare che nulla è inevitabile e nella quale, diceva Gramsci, riconosciamo l’unica spiegazione della nostra esistenza, senza cadere nelle braccia della religione.

Da folli lasciare andare alla deriva la Grecia

Nessun segnale che le trattative tra la Grecia e le istituzioni europee possano sbloccarsi. Sinora il governo greco non ha ottenuto niente, ma non è neppure arretrato. Ricordiamo i fatti.

Il 24 febbraio, l’Eurogruppo, che è composto dai ministri finanziari dei diciannove Paesi che hanno adottato l’euro, trova l’accordo con la Grecia per una proroga di quattro mesi dell’attuale piano di aiuti finanziari. Subordina tuttavia l’erogazione dell’ultima tranche di prestiti (7,2 miliardi), alla presentazione di un piano di riforme sul quale trovare un accordo entro la fine di aprile.

Il 5 marzo, in vista della nuova riunione dell’Eurogruppo convocata per il 9, il ministro delle Finanze greco Varoufakis trasmette un documento che elenca sette riforme da far partire in tempi brevi. Il progetto disegna i primi passi per la modernizzazione del Paese, per risollevarlo dalla situazione disastrosa in cui l’hanno gettato i governi irresponsabili che si sono succeduti dalla fine del regime dei colonnelli: una pubblica amministrazione lottizzata, clientelare e corrotta, il dilagare dell’evasione fiscale e delle frodi.

Tra le riforme proposte c’è quella di porre le basi per la costruzione di un’amministrazione finanziaria che sappia far pagare le imposte, che in Grecia non esiste. Considerato che non può farsi dall’oggi al domani, si prevedono una serie di azioni di tipo emergenziale, come quella di sguinzagliare per negozi e ristoranti, travestiti da “clienti”, ispettori fiscali non professionisti (studenti, casalinghe, anche turisti) attrezzati per documentare, con registrazioni audio e video, l’evasione fiscale. Potrà far sorridere, ma testimonia, da una parte, lo stato di sgretolamento delle istituzioni e, dall’altra, che la Grecia non può più permettersi di non far pagare le imposte: le casse sono vuote, da quando si è insediato il nuovo governo anche i contribuenti che qualcosa pagavano hanno smesso di farlo. Si tratta di combattere, scrive Varoufakis, la cultura dell’evasione: egli auspica che il piano possa rapidamente «cambiare gli atteggiamenti… diffondere nella società un senso di giustizia, generare una nuova cultura dell’adempimento fiscale».

Le altre riforme prospettate riguardano il rafforzamento delle procedure di bilancio, la riforma della pubblica amministrazione, le misure per fare fronte alle situazioni di estrema povertà. Niente di rivoluzionario dunque. Ma neppure alcun cedimento, per esempio in tema di privatizzazioni o di livello dell’avanzo primario. Ecco allora che il documento ha fatto letteralmente imbestialire la Germania e i suoi fedeli alleati.

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble ha usato toni sprezzanti, tornando provocatoriamente a parlare di Troika e dichiarando che la Grecia non vedrà un euro. Che il governo greco voglia tener duro sui punti qualificanti del proprio programma lo conferma Tsipras in un’intervista a Der Spiegel. Ricorda come oggi in Grecia il 35 per cento della popolazione sia in condizioni di povertà, come 600.000 bambini non abbiano sufficienti alimenti. È in tutto il Sud d’Europa, ci dice, che si deve cambiare corso. E richiama il problema politico: «Punendo Syriza in Grecia, non rallenterete la crescita di Podemos in Spagna, semplicemente lo costringerete a diventare un movimento antieuropeo, e rafforzerete Grillo in Italia, Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage in Gran Bretagna». Ha ragione.

E si può aggiungere che, nell’attuale situazione internazionale, sarebbe da folli lasciare andare la Grecia alla deriva. Ma potrà mai questa Europa cominciare a pensare in grande? 

Juan Alberto “El Pepe” Schiaffino, l’immortale

Quando i dirigenti del Milan, nel ritiro svizzero dell’Uruguay ai Mondiali del ’54, ottennero il passaggio in rossonero di Juan Alberto Schiaffino detto el Pepe, la rivista ufficiale del Penarol di Montevideo titolò: “Il dio del pallone se n’è andato. Una perdita irreparabile”. Evidentemente qualcuno, in patria, lo considerava al capolinea con 29 primavere da compiere in luglio e senza speranze di una seconda gioventù milanese coronata da tre scudetti in sei anni e una coppa Campioni persa all’ultimo sangue contro il Real Madrid dell’argentino Di Stefano.

E pensare che l’Uruguay era campione del mondo in carica grazie al leggendario 1-2 in rimonta in casa del Brasile, al Maracanà, con reti proprio del grande Schiaffino e del piccolo Ghiggia, l’ala destra capace di saltare qualsiasi terzino e che, trasferitosi alla Roma, non poteva essere più convocato dal mister Fontana.

Favorita è l’Ungheria di Puskas, la squadra apparentemente imbatti-bile e di fatto imbattuta da tre anni. Il capitano della Celeste è sempre lui: Obdulio Varela, il vecchio libero che contende al Pepe stesso le chiavi del gioco e dello spogliatoio. Ma El Pepe è uno che fa di testa sua, come ha sempre fatto fin da ragazzino quando giocava sulla spiaggia di Pocitos e nascondeva la palla anche a quelli più grandi. Suo fratello maggiore, Raùl, era già il centravanti titolare del Penarol finché un giorno, durante una selezione, gli osservatori del club si accorsero che quello più forte era lo Schiaffino più piccolo. E non se lo fecero scappare. La classe del diciottenne era immensa, tipica del barrio Pocitos che, all’inizio del secolo, aveva sfornato il talento unico del Gran maestro Josè Antonio Piendibene: il primo fuoriclasse giallonero. E proprio per questo il Pepe era chiamato talvolta il Piccolo maestro.

La Celeste debutta a Berna il 16 giugno contro la Cecoslovacchia: 2-0 firmato Miguèz e Schiaffino. Tre giorni dopo, a Basilea, 7-0 alla Scozia. Il Pepe resta a secco ma è sempre il faro del gioco. Passa una settimana e si gioca ancora a Basilea: quarto jet di finale contro l’Inghilterra, chi perde è fuori. Bòrges porta in vantaggio l’Uruguay, Lofthouse pareggia e Varela riporta avanti i suoi prima dell’intervallo. Finirà 4-2 con il Pepe che marca il terzo gol. In semifinale, ecco l’Ungheria di Puskas senza Puskas. Il più forte d’Europa ha la caviglia ancora gonfia: frutto di una rappresaglia dei tedeschi dopo l’umiliante 8-3 di dieci giorni prima. A Losanna, 45.000 spettatori assistono a uno dei match più belli della storia del calcio, sia per lo spettacolo che per l’intensità di gioco. Ungheresi in gol con il sinistro di Czibor nel primo tempo e con un tuffo di Hidegkuti nella ripresa. Nei dieci minuti finali, Juan Hohberg, sempre servito da Schiaffino, suo compagno nel Penarol, prima accorcia le distanze di precisione e poi pareggia di prepotenza. Ai supplementari, tuttavia, Sandor Kocsis svetta due volte più alto dei mastini uruguagi orfani dell’infortunato Varela: 4-2.

L’Ungheria lascerà la coppa ai tedeschi imbottiti delle stesse anfetamine in dotazione ai fanti della Wermacht e la Celeste, demotivata, perderà la finale di consolazione contro l’Austria. È l’ultima partita dell’immenso Juan Alberto Schiaffino, detto el Pepe, con la maglia della Nazionale del suo Paese: il piccolo Uruguay due volte campione del mondo.

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Giovanni Truppi, un cantautore fuori di sé

Sul citofono nessuna indicazione e Giovanni Truppi non rispondeva al telefono. Poi ha aperto. Giovanni è un artista trentenne. Le sue canzoni verbalizzano quanto viviamo e spesso evitiamo di raccontarci. Il modo in cui lo fa è semplice, mai retorico, ma le parole che sceglie sono così personali (anche per chiunque le ascolti) che piovono addosso come pietre. Definirei la prima sensazione che si prova ad ascoltarle come un sano masochismo perché toccano lo strato più interno della pelle e danno il piacere della condivisione. L’emozione di sentire che quelle che credi essere le tue personali riflessioni inconfessabili sono le stesse di un altro. Un cantautorato classico e sperimentale allo stesso tempo, che a tratti stride, a tratti accarezza. Le due ore, trascorse insieme nel suo studio, prendono la forma di un dialogo in libertà. «Sono nato a Napoli e ci ho vissuto fino all’età di 23 anni», dice quando gli chiediamo di autopresentarsi. «Da dieci anni vivo a Roma, a Centocelle. Ho iniziato a studiare pianoforte a sette anni, poi, in adolescenza, ho cominciato a suonare la chitarra e a scrivere canzoni».

Nel 2010 pubblica il suo primo disco, C’è un me dentro di me, nel 2013 arriva il suo secondo lavoro, Il mondo è come te lo metti in testa, e, il 23 gennaio, è uscito Giovanni Truppi. Un album in collaborazione con il batterista Marco Buccelli, che è anche il produttore dei suoi ultimi due dischi.

Nel ritornello del primo brano dice: «Stai andando bene Giovanni, continua a fare male»…

Mi è capitato spesso di riflettere sul fatto che per alcune persone, per esempio per me, è difficile fare male. Nel senso di accettare anche una parte brutta, violenta, scomoda, fastidiosa di se stessi e di tutto quello che ci circonda, delle altre persone.

In altre parole è come dirsi: “Non sei perfetto ma accettati”.

Sì, è un po’ una paraculata, però, sì.

Farà anche male, ma ha tracciato un percorso.

In adolescenza, a un certo punto, ho realizzato che scrivere canzoni era la cosa più bella che potessi fare. Da lì ho cercato, a mio modo, con le mie incertezze, di farne la mia occupazione. A 14 anni ho scritto il mio primo pezzo. Era una cosa terribile, con la rima baciata. Descriveva una figura femminile, era proprio brutto.

Cosa c’è, invece, nel nuovo disco?

C’è roba intima, che sia mia o che abbia a che fare con l’intimità in generale. Nei mesi in cui lo scrivevo pensavo molto alla storia, a come noi esseri umani ci comportiamo da sempre. C’è il rapporto con il trascendente, con il male e con la morte. “Il Pilota”, in particolare, è un pezzo che lavora sul rapporto con la morte ma non per forza in senso fisico. “Superman” è un pezzo sul sesso, sull’estasi e anche qui c’è il fatto di uscire dal corpo, uscire dalla mente, uscire da se stessi. Non lo so spiegare perché, è più facile scrivere le canzoni… però mi incuriosisce molto quanto noi possiamo uscire da noi stessi, rispetto a come ci percepiamo e rispetto a quello che percepiamo. Poi c’è “Lettera a Papa Francesco I”.

Cosa gli chiede?

Di sciogliere la Chiesa. Ho scritto questa canzone con Antonio Moresco, è tratta da un suo libro che sia chiama Lettere a nessuno. Quando l’ho letto ho pensato che era una bellissima idea per una canzone. Ovviamente non c’è solo questo ma è una cosa nella quale mi riconosco molto proprio perché affronta certe questioni, che siamo abituati a vedere affrontate sulla piazza della politica, sul piano spirituale. Mi è sembrata una cosa molto giusta in questo momento storico.

Quanto lavori ai tuoi testi?

Molto. Ma lavoro anche sul far uscire una dimensione che sia istintiva. In realtà, questo disco è molto istintivo per la velocità con cui è stato scritto e arrangiato. Paradossalmente il mio disco precedente, che da ascoltatore percepirei come un disco più di pancia, è invece più ragionato.

Fragilità e relatività. Ne parli sempre.

La fragilità mi commuove, mi turba. E poi credo che mi interessino molto i rapporti, in generale, non solo tra le persone. Sulla relatività non ho una risposta perché è l’acqua in cui nuoto. Mi confronto tutti i giorni, umanamente, su quanto un evento possa essere diverso per me, per te, ora e tra mezz’ora. Sono cose che come uomo mi stanno a cuore e le ho portate nelle canzoni perché mi sembrava la cosa più interessante da fare.

La fine è un tema che ricorre nei suoi testi, ma senza essere apocalittico: i protagonisti delle storie la vivono, ci si confrontano, prendono le misure con il mistero delle cose.

Sono contento che tu non percepisca i miei pezzi come apocalittici. Spero che tra le cose con cui mi confronto nella vita e che in qualche modo racconto emerga anche la bellezza. Tendenzialmente nella vita cerco di stare bene e quindi provo ad avere un certo tipo di atteggiamento nei confronti del dolore, della morte.

Quindi non ha paura delle cose che finiscono?

Certo che sì. Più che altro provo sofferenza. Sono abbastanza pigro, quindi un cambiamento per me è uno stress. Ma so che è anche una cosa positiva e se non ci sono cambiamenti si muore davvero. Non lo voglio, ma lo voglio.

Quanto c’è di autobiografico in quello che scrive?

Le storie, gli argomenti di cui parlo e il modo in cui li affronto sono uno specchio di come li vivo.

Cosa vorrebbe che arrivasse alle persone di quello che fa?

La vitalità.

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Lenny Bottai sul ring con “No Jobs act!” parole come pugni

Ci sono dei no che lasciano il segno quasi quanto un pugno. Il più famoso rifiuto nella storia della boxe lo pronunciò a New Orleans nel 1980 Roberto Duràn nel match contro Sugar Ray Leonard. In palio, la cintura di campione del mondo Wbc dei pesi welter: l’americano non si faceva prendere, e Duràn abbandonò il ring all’ottava ripresa, all’improvviso, con un semplice “no más”, bastava così. Lo scorso dicembre un altro no l’ha detto la “Mangusta” Lenny Bottai, 37 anni, asso livornese della boxe nostrana: salito sul quadrato di Las Vegas per contendere allo statunitense Jermall Charlo l’accesso alla finale dei superwelter Ibf, ha sfoggiato una maglietta rossa con un pugno chiuso e la scritta “No Jobs act!”. Il match l’ha perso, guadagnando però l’attenzione dell’opinione pubblica.

Bottai, quella maglietta l’ha resa quasi più popolare delle tante vittorie in carriera.

Il mio era un messaggio di solidarietà alla classe alla quale appartengo, se c’è un Paese che fa più caso a una maglietta rispetto al fatto che un pugile italiano combatta a Las Vegas per una semifinale mondiale, beh, questo è il mondo.

Per esporsi così in un incontro molto importante, la riforma del lavoro non le dev’essere proprio piaciuta.

Renzi ha dimostrato quel che diceva Andreotti tanti anni fa, cioè che quando la sinistra andrà al potere lo farà perché nel partito non ci saranno più i comunisti ma i democristiani. Non credo serva aggiungere altro. A Renzi poi, come a tutti gli altri, farei vivere un bel reality: un anno di vita da operaio precario, e nel frattempo lo riprenderei. Sai che share…

Sul retro della maglietta c’era un altro messaggio: “Pane, dignità, futuro per tutti”. Un obiettivo ancora percorribile, in Italia?

Per raggiungerlo serve unità di intenti e di classe. Non amo fare il fantozziano Folagra, incarnazione del compagno che parla per dogmi, ma il succo è sempre lo stesso: chi ha la chiave delle decisioni leva al popolo per dare alla sua classe. Il compito del popolo, almeno in questa società, è quello di unirsi e prendersi i diritti: se si ferma il popolo, si ferma il mondo.

La boxe, in termini di unità di intenti e cooperazione, può insegnare qualcosa?

Pur essendo uno sport individuale non si prescinde mai dal gruppo e dalla condivisione. Quando combatti hai bisogno di un allenatore e di un angolo fidato, di persone che coadiuvano la tua preparazione, di tifosi che ti sostengono. Pensare di poter relegare tutto all’individualismo è un grosso limite.

Lei è fra i fondatori della “Spes Fortitude”, nata a Livorno nel 2006. Una palestra popolare contro la logica del profitto?

Lo sport è un diritto che deve essere esercitato, e la Spes Fortitude offre la possibilità di fare sport di qualità a prezzi accessibili o in casi particolari del tutto abbattuti, in un ambiente libero da ogni barriera sociale o logica individualista e di prevaricazione. È anche un luogo come un altro aperto a tutti quelli che vogliono fare sport in regola. Non deve essere un’estensione della militanza: in palestra ci si allena e basta, chi entra ha e deve avere – entro certi limiti – le sue idee, ma un aspetto fondamentale è la sensibilità sociale nell’offrire un avamposto sano ai quartieri in difficoltà. Questo è per me il significato di sport popolare.

Lontano dalla palestra e dal ring c’è sempre l’impegno politico.

L’impegno politico è prima di tutto ideologico, e consiste nel connettere sempre la propria concezione della società con quello che nel concreto si fa e si sceglie per se stessi. Qui sta l’impegno, nell’imporsi l’etica del rispetto delle proprie idee, facendo in modo che resistano nel tempo a qualsiasi evoluzione personale.

L’INTERVISTA INTEGRALE SU LEFT IN EDICOLA DA SABATO 14 MARZO