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Maurizio Landini battezza la “coalizione sociale”

Una “coalizione sociale” a difesa dei diritti di cittadinanza, a partire da quello del lavoro, in tutte le forme. Questo è l’obiettivo di Maurizio Landini, che nei giorni scorsi con una lettera ha convocato associazioni e componenti di reti sociali ad una riunione a porte chiuse nella sede della Fiom, in corso Trieste, a Roma. In molti hanno pensato al battesimo di una nuova “cosa” di sinistra, ma per ora sono state cinque ore con tutti quelli che hanno risposto, da Emergency e Arci a Giustizia e Libertà, fino a Libera, Articolo 21 e componenti di altre associazioni. Nessun politico, tranne la senatrice ex M5s Maria Mussini.

«Chi pensa sia iniziata una fase preparatoria per la nascita di un nuovo partito sbaglia. E se ne vada a casa», ha detto il leader della Fiom, aprendo l’incontro. Lo scopo principale è infatti quello di costruire un’aggregazione che nasce dalla certezza che «la politica non è proprietà privata» e che due concetti come “la fine del lavoro” e “l’esistenza di singoli individui e del potere che li governa” hanno creato «lo spettro di un futuro con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa». Uno spettro che sta scatenando una guerra tra poveri, e una guerra tra i sindacati, in una fase in cui sembra svanire la confederazione delle associazioni dei lavoratori, spinte più che mai alla competizione fra loro. «Per impedirlo bisogna unire tutto ciò che stanno dividendo, e questo lo si può fare mettendo insieme tutte le forme di lavoro, non solo quello salariato».

La spaccatura con il Partito Democratico è sempre più netta, e i toni si fanno sempre più aspri. Al capogruppo alla Camera Roberto Speranza che accusa il leader della Fiom di essere «espressione di una sinistra massimalista che urla», Landini replica, «sono abituato a discutere di merito più che stare attento ai decibel. Una parte del Pd ha votato per la cancellazione dello statuto dei lavoratori. Quindi si può fare peggio di chi urla».

Nessun partito, giurano dalle parti di Corso Trieste. «Facciamo il nostro mestiere», aggiunge Landini: «agiremo contrattualmente per cambiare le leggi che cancellano i diritti dei lavoratori e creeremo il consenso per arrivare, se necessario, al referendum abrogativo di quelle stesse leggi». Poi lancia la manifestazione del 28 marzo a Roma, in continuità con quella della Cgil del 25 ottobre scorso. «E’ della Fiom ma è aperta a tutti quelli che condividono i nostri obiettivi».

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Un paese di disoccupati e workaholic

Due blockbuster di fantascienza suggeriscono quale sia la ricchezza più preziosa e “democratica” che esista sulla terra, dipingendo futuri distopici in cui capitalisti terrestri (in In time di Andrew Niccol) e colonialisti interplanetari (i Jupiter di Lana e Andy Wochowski), raffinati e cattivissimi, “rubano il tempo” alle persone per diventare immortali. Il tempo, ecco la nostra ricchezza, ed ecco il tema ignorato: c’è qualcuno che sta rubando, anzi comprando, il nostro tempo. Non in un film, non in un futuro, ma qui, ora.

Noi, complici, ci facciamo troppo raramente la domanda giusta, che è diventata un tabù: valgono di più i soldi o il tempo di vita? Per questo siamo sempre lì, al pane e alle rose, e questo pezzo può aprirsi con l’intramontabile slogan nato dalle parole di Rose Schneiderman, sindacalista, femminista e socialista.

«Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere, il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte ». «L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose». Era il 1911. Si parlava delle dimensioni non monetizzabili della vita. Un secolo dopo, c’è molto più pane di allora, ma troppi si sono scordati il profumo delle rose, tanto da non avvertirne più nemmeno il bisogno.

Per l’homo economicus il tempo è denaro, merce sul mercato del lavoro e fattore di produzione di ricchezza; e il ruolo di produttore si alterna poi a quello di consumatore, a cui votare il residuo tempo “libero”. E così, durante questi decenni di ubriacatura liberista, il tema della riduzione degli orari di lavoro pian piano scompare dai programmi dei partiti e anche dei sindacati, che pur lo dovrebbero conservare nel Dna, perché il Primo maggio nasce proprio come giornata di lotta per le otto ore di fatica quotidiana.

Ecco il punto. Esiste certo un problema di reddito per milioni di cittadini, ma altri milioni potrebbero ben identificarsi nella categoria sociologica dei money-rich, time-poor, di chi ha disponibilità di denaro che eccede i bisogni fondamentali, ma soffre una mancanza di tempo per coltivare relazioni e attività extra-lavorative. La sfida che abbiamo davanti è dunque quella di rispondere sia alla povertà di reddito sia alla povertà di tempo, e – sorpresa! – si tratta come sempre di redistribuire.

Non è certo per caso che, in Spagna, Podemos faccia delle 35 ore settimanali un asse portante del suo programma, che in Germania numerose personalità sottoscrivano un appello per le 30 ore, e che in Inghilterra la New Economic Foundation lanci addirittura la provocazione delle 21 ore. Si palesa la necessità di affrontare una dinamica strutturale: gli orari di lavoro medi sono già in calo da decenni, a ritmi diversi, in tutti i paesi avanzati (tutti!).

La riduzione degli orari non è dunque una scelta, o un’utopia, è una constatazione, e non si colloca nel futuro, ma nel presente. La scelta da assumere è dunque un’altra: governare questa tendenza, trainata dall’evoluzione tecnologica, o continuare a lasciarla all’arbitrio delle singole imprese, allargando così una forbice che la “media del pollo” nasconde?

Mentre molti non lavorano (disoccupati, scoraggiati, neet) o lavorano meno di quanto vorrebbero (contratti a termine e part time involontari, ormai i 2/3 del totale), altri devono lavorare sempre di più (orari contrattuali in aumento, taglio di riposi e pause, partite Iva a cottimo, slittamento delle pensioni). È noto come in Fiat-Fca, per fare un esempio, la cassa integrazione conviva con lo straordinario obbligatorio triplicato (!), ma anche altre categorie pubbliche e private lavorano di più che in passato, dai ferrovieri agli addetti al commercio, soprattuto se neoassunti. Spesso aumenta anche l’intensità della prestazione e la flessibilità dei turni: anche i nuovi riti del consumo domenicale peggiorano la vita sia dei lavoratori dipendenti sia dei piccoli commercianti, che si vedono costretti a lavorare un giorno in più senza potersi permettere di assumere qualcuno che lo faccia per loro, a solo vantaggio degli azionisti delle grandi catene.

L’ARTICOLO INTEGRALE SU LEFT IN EDICOLA DA SABATO 14 MARZO

Lavoro e libertà insieme. Perché se uno resta indietro salta anche l’altro

Ho sempre pensato che se nell’articolo 1 della Costituzione si era deciso di scrivere che la nostra Repubblica democratica era fondata sul lavoro, era perché del lavoro non si aveva la stessa concezione, per esempio, di Karl Marx. Non lo si immaginava per forza alienato, prodotto di un capitalismo efferato, né funzionale alla sola soddisfazione di bisogni materiali.

Per questo in quella stessa Costituzione – per me – subito dopo c’era l’articolo 2. Perché al contrario si riteneva il lavoro fonte di realizzazione, di “libero sviluppo della persona umana” che la Repubblica doveva tutelare per garantire uguaglianza e libertà. Per anni, non ho immaginato un altro modo di “concepire” il lavoro se non come “libero sviluppo della persona umana”.

Da piccola avevo un libro, una fiaba in cui si raccontava di un uomo povero, costretto a fare l’elemosina per sopravvivere e di un bimbo che chiedeva al padre i soldi da dare al povero. E poi del padre che invece dei soldi, decise di costruire una canna da pesca e di insegnare al povero a pescare. Il senso della fiaba era che continuando a fare l’elemosina avrebbe lasciato il povero, povero. Mentre insegnandogli a pescare, lo avrebbe reso un uomo libero. Sull’ultima pagina del racconto, indimenticabile, c’era l’immagine del povero che pescava felice. Si vedeva dal sorriso. (E io sapevo che non avrebbe più avuto bisogno di elemosinare).

Lavoro e libertà, insieme. Di pari passo, perché se uno restava indietro saltava anche l’altro. Lavoro inteso come garanzia di uguaglianza di libertà. E libertà intesa come possibilità di realizzarsi. Questa era la mia idea di “essere di sinistra” quando ero piccola. Tutti uguali e liberi. E per essere liberi non bisognava dover “elemosinare” nulla. Da nessuno. Lavorare ha voluto dire per anni studiare, specializzarsi, poi trovare “lavoro”. I bisogni certo, per vivere decorosamente, ma mai distinti da tutto il resto che era anche e soprattutto quello che si pensava nel tempo più o meno libero.

Non ho distinto per anni, non ho pensato neanche fosse giusto dover distinguere. Ho studiato e  lavorato pensando che il mio tempo libero sarebbe stato invaso dal lavoro, mia realizzazione, e il mio lavoro sarebbe stato invaso dal tempo libero (affetti, curiosità, passioni…), ugualmente mia realizzazione. Poi la vita. O meglio la realtà della vita che non è sempre la verità. Dalla realtà dei due tempi, prima il lavoro (per i bisogni) e poi il tempo libero (per le esigenze), alla distruzione di qualsiasi sintonia o sinergia tra lavoro e libertà, fino allo smantellamento progressivo di qualsiasi idea di lavoro “ricco”, qualificato, umano.

Il “lavoro” oggi, se c’è, è grasso che cola. E per la maggior parte è povero, precario, spezzettato, mercificato, globalizzato. Un lavoro «cattivo» scrive Craviolatti, a tal punto che c’è chi non lo cerca più (i famosi Neet) e chi invece vive solo di quello, eliminando il resto della vita. «Il problema – mi diceva un mio caro amico – non è quanto ti pagano ma se hai qualche ora in più per leggere Omero…». “Lavorare meno, lavorare tutti”, non è una frase fatta, non è un calcolo distributivo (certo utile di questi tempi), né una citazione tout court di Serge Latouche. È piuttosto, per noi, la fusione inedita tra il teorico della decrescita felice che da anni va dicendo “lavoriamo meno per essere più felici” con il segretario della Fiom Maurizio Landini che in un pomeriggio del 2013 chiuso in un teatro per colpa di Left, gli rispose “ma se non sono felice del mio lavoro non sono felice neanche fuori”.

Allora, senza retorica e con linguaggio asciutto proveremo a raccontarvi perché con il Jobs act i lavoratori saranno più uguali «nel peggio». Perché è pericoloso guardare al modello tedesco dei “piccoli lavoretti”. E perché «l’attacco al lavoro è in verità un attacco alla libertà», come ci raccontava l’eco-nomista Ernesto Longobardi non molto tempo fa, «se non c’è il tempo lavoro, non c’è neanche il tempo libero, semmai rimane quel “tempo vuoto” di cui parlava Bruno Trentin». “Non lavorare tanto”, allora, ma “in tanti” e “bene”. «E così torniamo alle rose», ha ragione Craviolatti.

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A tempo di libertà. Parla il maestro Jovica Jovic

«La musica tzigana non si studia sugli spartiti, ce l’hai dentro fin dalla nascita, la ascolti in casa fin da piccolo e la impari a orecchio, sapendo che poi la tramanderai ai tuoi figli. È una musica che senti con il cuore e con l’anima. Prima piangi tu che la suoni, poi gli altri che la ascoltano. E questo ce l’ha lasciato Auschwitz». Sono le parole del maestro Jovica Jovic, fisarmonicista rom nato 61 anni fa a Mali Mokri Lug, vicino Belgrado, in Serbia. Da anni Jovic insegna la fisarmonica cromatica con il suo particolare metodo: a orecchio, senza teoria, basandosi sulla memoria visiva e sulla capacità d’ascolto. Il 14 marzo sarà al Nuovo Cinema Aquila per concludere con le sue note il “Roma Sinti Fest”, un evento dedicato alla cultura, alla storia e alla condizione sociale di rom, sinti e caminanti. Un festival che arriva nella Capitale all’indomani delle esternazionidell’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno in tv: «I rom sono la feccia della società».

Maestro Jovic, ha iniziato a suonare da bambino. E proviene da una famiglia di musicisti, che ricordo ha della sua infanzia?

Ricordi belli e brutti, come tutti del resto. Belli per quanto riguarda la musica e non basterebbe un libro per raccontarli. Brutti per le difficoltà, i miei erano poveri, eravamo cinque figli, ma ce l’abbiamo sempre fatta onestamente e questo mi rende orgoglioso. Ho iniziato a suonare fin da piccolo, quando avevo 6-7 anni, ricordo che mio padre vendette una mucca per comprarmi la mia prima fisa, e la gioia provata non me la dimenticherò mai. Tutti in famiglia suonavano, mio nonno, lo racconto sempre, è morto a 106 anni suonando il violino.

Ricorda la prima nota che ha suonato?

Non è possibile ricordare la prima nota… noi rom suoniamo a orecchio!

E viaggiate tanto anche. A 18 anni ha lasciato la Serbia ed è andato in giro per l’Europa, giusto?

Sì, ho girato e suonato nei locali di Austria, Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Ungheria, Polonia… Fino ad arrivare in Italia, da cui vado e vengo da 30anni, e dove ormai vivo.

Come tratta il suo popolo il nostro Paese?

Malissimo. Siamo gli ultimi degli ultimi, considerati peggio degli animali. E non vedo miglioramenti: impossibile avere i documenti, lavorare e vivere onestamente. Non voglio giustificare chi ruba, ma penso a quelli delle cooperative… tutti più o meno, e non solo a Roma, sono anni che rubano i fondi che avrebbero potuto aiutare il mio popolo ad avere una vita migliore.

Qual è l’importanza della musica e dell’arte per la sua cultura e la sua gente?

La mia gente ha la musica nel dna, forti tradizioni, racconti tramandati oralmente. Ma non ne percepisce l’importanza perché sono costretti a sopravvivere e hanno altro a cui pensare. Perciò sono felice se posso contribuire a diffondere i nostri valori.

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Quel selvaggio di Gauguin alla Fondation Beyeler di Basilea fino al 28 giugno

La paura che la propria vena creativa potesse esaurirsi, l’attrazione verso culture lontane, (anche se percepite attraverso la lente deformante dell’esotismo) e poi la ricerca di temi visionari, di tonalità calde e di una luce nuova spinsero il pittore Paul Gauguin ad abbandonare la Francia per trasferirsi prima a Tahiti e in seguito, dal 1901, nelle isole marchesi.

Il frutto di quella scelta radicale furono marine abbaglianti, paesaggi rigogliosi e soprattutto una seducente serie di nudi di fanciulle in fiore, incontrate in poveri villaggi di pescatori. Come racconta la mostra monografica che la Fondation Beyeler di Basilea dedica, fino al 28 giugno, all’artista francese. Un’esposizione che ai dipinti del periodo bretone affianca opere realizzate a Tahiti, in cui appare la quotidianità idealizzata delle comunità indigene attraverso la raffigurazione di giovani corpi dai colori ambrati e dall’evidenza plastica, quasi scultorea, nonostante siano rigidamente bidimensionali.

Ma se la ricerca di una pittura sintetica affidata soprattutto alla forza del colore caratterizzava già la pittura di Gauguin fin dai tempi di Pont Aven, la passione per le stampe giapponesi, condivisa con Van Gogh, gli permise di arrivare a un’originale definizione dei contorni realizzati con il solo colore. La seduzione delle stampe orientali incontrava così la forza dei primitivi francesi che Gauguin studiò assiduamente in Britannia, come testimonia Paul Sérusier nel libro I segreti della pittura, scritto dopo la fine dell’esperienza di Pont Aven e che ci permette di sapere come lo sfuggente Gauguin veniva percepito dai giovani artisti che fecero di lui un maestro, per superare definitivamente l’impressionismo e poter poi prendere la strada di una ricerca visionaria e intimista, come quella del movimento Nabis. Castelvecchi ha di recente riproposto in edizione italiana il saggio di Sérusier. E ancor più utilmente ha pubblicato il testo-testamento che Gauguin scrisse nel 1902, quando ormai l’aggravarsi di problemi alle gambe e l’assenza di risorse finanziarie per un viaggio a Parigi avevano reso impossibile ogni eventuale progetto di ritorno in Europa.

Lucidamente Gauguin pensò di approfittare dell’aura di mistero che ormai circondava lui e la sua opera e si mise a scrivere un libro, Avant et aprés, come autoritratto per i posteri. Ma da quelle 241 pagine, pubblicate da Castelvecchi con il titolo Prima e Dopo, non emerge solo ciò che Gauguin avrebbe voluto tramandare di sé. Accanto alla rivendicazione di un animus selvaggio e ai discorsi in difesa degli indigeni vittime del pregiudizio occidentale e del colonialismo, emergono in filigrana i nodi affettivi irrisolti e il modo cinico e paternalistico con cui ricordava Van Gogh, con il quale aveva condiviso burrascosamente la casa di Arles. Una “amicizia” che questo «non libro», indirettamente, suggerisce di tornare ad esplorare.

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Lavorare meno, lavorare tutti

Lavorare meno lavorare tutti. Non è una semplice redistribuzione quantitativa, ma anche una scelta qualitativa. Un cambio di paradigma economico e sociale in cui tempo lavoro e tempo libero riconquistano la giusta fetta nella vita di ognuno di noi. La sfida che abbiamo davanti, ce lo spiega Marco Craviolatti, autore de E la borsa e la vita, è quella di rispondere sia alla povertà di reddito che alla povertà di tempo. Per riconquistare il pane e le rose insieme e per rifiutare di essere considerati, come ci avverte Giorgio Airaudo, «merce tra le merci». Perché il Jobs act di Renzi si avvicina pericolosamente alla riforma del lavoro Schroeder tristemente nota per i minijob, i “piccoli lavoretti”, con cui i tedeschi hanno imparato a sopravvivere. Perdendo la libertà di vivere.

Ma su Left questa settimana, anche Salvatore Bellomo, pm di Monza, che analizza la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati avvertendoci delle conseguenze devastanti che potrebbe avere; e la scuola: quante sono e come lavorano le scuole paritarie in Italia? Classi colme, insegnanti sottopagati, programmi scadenti. Al contrario dei finanziamenti che non mancano mai.

E tanto altro, un viaggio nella middle class rom, affatto nomade. Anzi tutta casa e lavoro e due magnifici reportage fotografici, da Gaza city Cristina Mastrandrea e dall’Ucraina, Michela Iaccarino ci racconta la Nuova Russia a un anno dalla rivolta di Maidan.

In apertura di cultura la denuncia di due archeologi, dopo la distruzione di Nimrud, Ninive e Mosul, D’Agostino e Valentini accusano l’Is non solo di mercificare l’arte ma di voler eliminare del tutto la civiltà mesopotamica preislamica. Per finire con il cinema, dal 18 al 21 marzo sbarcano in laguna trenta giovani registi per contendersi il premio dello Short film Festival della Ca’ Foscari, e con la scienza di Trieste dove il gruppo di ricercatori guidato da Mauro Giacca ha scoperto dove si nasconde il virus Hiv nelle cellule. Buona lettura!

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Le cinque delle 13.00

Nasce la «Podemos» di Landini, domani nella sede della FIOM

La «coalizione sociale» nasce già sabato, nella sede della Fiom nazionale. «Dovremmo trovare il modo di dare forma e forza ad un progetto innovativo, individuando punti di programma condivisi (…). Queste poche righe per invitarti\vi a incontrarci», dalle 10, in corso Trieste a Roma. Sindacalisti assieme ad «associazioni, reti, movimenti e “personalità”». L’ora della fondazione è arrivata. «Cari saluti» e la firma: Maurizio Landini. Questo in sintesi il contenuto della lettera spedita dal segretario della Fiom lo scorso 6 marzo scorso, di cui il Corriere della Sera riporta ampi stralci.

GRECIA
Tsipras a Bruxelles: Sono ottimista
Si allenta la tensione tra la Grecia e Bruxelles e il premier Alexis Tsipras, prima di incontrarsi con il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker esprime tutto il suo ottimismo: «Troveremo una soluzione comune». Lo stesso Juncker sostiene che ormai si è arrivati al dunque ed esclude categoricamente l’ipotesi di un default per il paese ellenico. I dubbi però vengono sollevati dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che non esclude un’uscita della Grecia dalla moneta unica.

#LABUONASCUOLA
Scuola, ieri dal Cdm il via libera alla riforma
La chiamano rivoluzione nel mondo dell’istruzione. Ieri il via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge sulla scuola. Come ha spiegato Matteo Renzi, la riforma si articolerà in dieci punti: tra le maggiori novità, la possibilità per i presidi di scegliere, all’interno di un albo, i nuovi insegnanti da inserire in organico e un bonus di 500 euro per ogni professore da spendere per attività culturali.

EXPO
Renzi visita il cantiere Expo: Ce la faremo, venderemo 10mln biglietti
Messaggio di fiducia del premier Matteo Renzi che ha visitato in mattinata il cantiere di Expo a Milano. «Ce la faremo ha detto, anche se correndo un po’ alla fine, come è nel nostro Dna». Il premier si è detto certo che «alla fine venderemo 10 milioni di biglietti e nessuna famiglia italiana non verrà ad Expo». Una sfida, dunque, ha detto il premier, che verrà vinta, «a dispetto dei gufi come quella delle riforme». E se così non fosse, sarà colpa dei gufi?

BRASILE
La lunga notte di Cesare Battisti: arrestato e poi rilasciato
Doppia svolta nel caso di Cesare Battisti. L’ex terrorista è stato arrestato giovedì ne tardo pomeriggio nella cittadina brasiliana di Embu das Artes, nello stato di San Paolo, e poi trasferito nel carcere della capitale dello stato medesimo. Ma l’arresto, disposto dalle autorità «a compimento di un ordine di detenzione amministrativa per fini di espulsione» è durato poche ore. Poco dopo la mezzanotte di giovedì Battisti era di nuovo libero, rilasciato dopo l’accettazione del ricorso presentato dal suo legale brasiliano.

Diseguale, aziendale e anche autoritaria #labuonascuola di Renzi in cinque punti

“Una rivoluzione strepitosa”, ha detto il premier Matteo Renzi presentando alla fine del Consiglio dei ministri le 10 slide che ridisegnano l’intero sistema scolastico italiano. La “strepitosa” Buona scuola renziana, leggendo dietro le cifre e le parole d’ordine del premier, sarà soprattutto una “strepitosa” scuola della disuguaglianza.

Forse efficiente, certo, ma solo dove esistono già le basi. E l’articolo 3 della Costituzione che invita lo Stato a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana? Dietro a elementi positivi come l’assunzione di centomila precari o la Carta dei prof, si nascondono provvedimenti che vanno nella direzione contraria all’uguaglianza. Vediamo per quali motivi:

1.

Puntando sull’autonomia scolastica e sulla forte presenza dei territori, chiaramente si favoriranno quegli istituti che avranno la fortuna di trovarsi in zone con maggiori risorse. E magari scuole di frontiera, con bravi docenti e studenti con possibilità, saranno come al solito penalizzati. Con la proposta di devolvere il 5xmille alle scuole, è ovvio poi che le famiglie ricche lo faranno per gli istituti dei propri figli che difficilmente saranno istituti tecnici o professionali di periferia. Così come con altre iniziative “esterne”, come il crowdfunding o l’intervento di sponsor privati saranno più frequenti in zone del Paese caratterizzate da una maggiore vivacità economica e sociale.

2.

Con la figura del preside “leader educativo del territorio” – così l’ha definito il premier-sindaco – si dà un potere immenso al dirigente scolastico, da perfetto capo di un’azienda o meglio ancora, da sindaco. Questa figura dovrebbe non solo pensare alla regolare amministrazione del suo istituto-azienda, ma anche ai contenuti, al sapere, al profilo umano dei suoi dipendenti. Basteranno i curricula a suggerire scelte oculate? O si verificherà anche in questo caso, diversità di trattamento, scelte di favore, clientelismi? Chi controlla il controllore?

3.

Il trattamento di favore per le scuole paritarie private. Le famiglie che iscrivono i propri figli a questi istituti avranno una detrazione fiscale che ogni anno potrebbe arrivare anche a 450 milioni di euro. Sommati ai 700 euro che ricevono da Stato e enti locali, si arriva a oltre un miliardo l’anno. E perché allora non favorire il diritto allo studio per chi si iscrive alle scuole pubbliche e paga un contributo volontario che a volte arriva anche ai 150 euro? Sappiamo che ci sono poi regioni come il Veneto che pur mantenendo i fondi per le paritarie (circa 40 milioni) tagliano le borse di studio per gli universitari. Vi sembra una scuola dell’uguaglianza?

4.

La competizione che verrà alimentata tra i docenti con i premi per il merito. Per un mucchietto di soldi in più chissà cosa accadrà, tenendo conto che abbiamo a che fare con una categoria vessata per anni, umiliata e offesa, sia da un punto di vista contrattuale che umano.

5.

I contenuti dell’insegnamento saranno diversi da scuola a scuola. Visto che il premier ha calcato la mano sull’”autonomia vera”, sull’offerta formativa costituita da discipline ad hoc per ogni istituto, è chiaro che ci sarà anche in questo caso una disparità tra il Nord e il Sud, tra le periferie e i centri delle grandi città.

Vale la pena di andare a scorrere i dati forniti da un corposo dossier uscito alla fine del 2013, il Rapporto sul sistema educativo italiano, realizzato da Cidi, Legambiente e altre associazioni educative. Il Paese, per investimenti e abbandoni scolastici, è diviso come ai tempi dell’unità d’Italia. Se in Sicilia, per esempio, per il diritto all’istruzione si spende poco più di 600 euro a studente e in Emilia Romagna tre volte tante, affidarsi ai territori forse non è la cosa migliore.

E perché nella sanità si assiste ad una tendenza “centralistica”, mentre  per la scuola accade esattamente il contrario? Non sarà questo solo un escamotage per contenere i costi affidandoli ai territori senza alcun progetto educativo e formativo globale dietro alle spalle?

Diseguale, aziendale e anche autoritaria, visto il carattere del preside-sindaco. Questa è la Buona scuola renziana. A questo punto i parlamentari se hanno ancora un briciolo di sangue “democratico” nelle vene, devono farsi sentire. Gli studenti lo stanno facendo, scendendo nelle piazze. C’è un buon progetto di scuola pubblica, quello della Lip (legge di iniziativa popolare), si tratta solo di afferrarne alcuni principi e proporre una strada comune (con alcuni punti della Buona scuola positivi, come l’assunzione dei precari e l’organico funzionale). L’obiettivo deve essere l’uguaglianza di base, di partenza. Il sapere offerto anche a chi non se lo può permettere.

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