C’era una volta il Parma
Nella stagione ’92-’93, il vecchio continente è in pieno sconvolgimento geopolitico. La Jugoslavia, bandita dal campionato europeo vinto in estate dalla sorprendente Danimarca, si ritrova con i club estromessi da: coppa Campioni, coppa Uefa e coppa delle Coppe, a cui partecipano invece le formazioni della Slovenia, risparmiata dalla guerra civile.
L’ex Unione sovietica, scesa in campo come Csi tanto agli Europei di Svezia quanto alle Olimpiadi di Barcellona, manda le squadre di Russia, Ucraina, Lettonia, Estonia e Lituania a riempire oltremisura le stesse urne da sorteggio nelle quali confluiscono i club di altri Paesi altrettanto recenti quali Liechtenstein e Far Oer.
L’aumento delle squadre è contenuto dal ritardo organizzativo di Belorussia, Georgia e Moldavia; dalla persistenza della Cecoslovacchia e da una Germania riunificata che ha congelato i club dell’Est. L’Italia, una e indivisibile, schiera il Milan in coppa Campioni; Juve, Toro, Napoli e Roma in coppa Uefa e il Parma in coppa delle Coppe.
La squadra della Parmalat è una splendida realtà. Promossa in serie A nell’estate del ’90, ha centrato la qualificazione in coppa Uefa nel campionato d’esordio ’90-’91 e ha vinto la coppa Italia edizione ’91-’92. Taffarel, Benarrivo, Di Chiara, Minotti, Apolloni, Grun; Melli, Zoratto, Osio, Cuoghi e Brolin. L’allenatore è Nevio Scala, colui il quale, dopo ogni partita, obbliga i suoi ragazzi a correre intorno al campo per favorire il riassorbimento dell’acido lattico.
La rosa si è arricchita con Sergio Berti e Faustino Asprilla, portati a Collecchio dalle manovre di mercato operate in Sudamerica dalla multinazionale di Calisto Tanzi. E mentre l’argentino fatica a trovare spazio, il colombiano si impone come arma irrinunciabile.
I primi a cadere sotto i suoi colpi, a settembre, sono gli ungheresi dell’Ujpest nello stesso “mercoledì nero” che porta la sterlina fuori dallo Sme e il Parma agli ottavi. A metà ottobre, tocca ai portoghesi del Boavista proprio mentre il mondo celebra i cinque secoli del viaggio di Colombo e mentre la Chiesa annuncia la tempestiva riabilitazione di Galileo. Dopodichè le coppe vanno in letargo fino a marzo, mese perfetto per una bella gita a Praga: capitale della neonata Repubblica Ceca e città del vecchio Sparta. 0-0 al Letnà Stadion e 2-0 al Tardini con reti di Sandro Melli e del solito Asprilla, protagonista assoluto anche nella semifinale d’andata al Vicente Calderon di Madrid, tana dell’Atletico. Una doppietta della freccia colombiana vale la vittoria per 1-2 in trasferta.
Al ritorno, i madrileni sfiorano l’impresa, ma lo 0-1 non basta. Finale a Londra il 12 maggio contro i belgi dell’Anversa guidati in attacco da Alex Czernyatinski. In un tempio di Wembley pieno soltanto a metà, i gialloblù non si fanno emozionare. Vincono 3-1 e sollevano il primo trofeo europeo della loro storia nonostante Asprilla rimasto in panchina per chissà quale mistero disciplinare. Ad eccezione del portiere Taffarel, sacrificato in tribuna come quarto straniero, la formazione è la stessa della finale di coppa Italia dell’anno precedente: Ballotta, Benarrivo,Di Chiara, Minotti, Apolloni, Grun; Melli, Zoratto, Osio, Cuoghi e Brolin. Allenatore Nevio Scala.
Pillola libera tutti
Il 30 gennaio scorso, nella sua casa di San Francisco, negli Stati Uniti, all’età di 91 anni, è morto Carl Djerassi. Professore emerito dell’università di Stanford, chimico valente, amava la scrittura e il teatro, ma conosciuto al grande pubblico soprattutto come il “padre della pillola”. E, di conseguenza, come lo scienziato che ha contribuito in maniera decisiva alla più grande rivoluzione del XX secolo, la rivoluzione sessuale.
Di origine ebraiche, Carl Djerassi era nato a Vienna il 29 ottobre 1923. Suo padre, Samuel, era un dermatologo, specialista di malattie sessuali. La madre, Alice Friedmann, era medico e dentista. Il ragazzo fu costretto a lasciare l’Austria nel 1938, quando Adolf Hitler impose l’Anschluss: l’annessione. E con essa le leggi razziali. Insieme con la madre, Carl raggiunse gli Stati Uniti, dove, nell’anno 1945, conseguì il PhD in chimica presso l’Università del Wisconsin. Iniziò poi a lavorare con la Ciba nel New Jersey. Quattro anni dopo si trasferì presso un’altra azienda, la Syntex, come direttore associato per la ricerca medica nei laboratori di Città del Messico. E proprio nella capitale messicana mise a punto quella che il settimanale The Economist ha definito “l’invenzione del secolo”. In realtà, i primi lavori a Città del Messico riguardano la sintesi del cortisone. Ma ben presto, con i suoi collaboratori, Carl Djerassi sintetizza il norethisterone, un progestinico che, insieme all’etinilestradiolo, è in grado di diminuire fin quasi ad annullare la fertilità femminile in maniera reversibile.
È il 1951 e l’austriaco ha messo a punto il primo contraccettivo orale. In realtà occorre del tempo prima che la molecola messa a punto da Carl Djerassi, in collaborazione con Luis Miramontes and George Rosengkranz, diventi “la pillola”. Verrà sperimentata clinicamente nel 1954 a Puerto Rico dai medici John Rock, Celso-Ramon Garcia e Gregory Pincus. Occorre attendere il 1957 perché la Food and Drug Administration autorizzi la vendita del nuovo farmaco per scopi limitati e poi, nel 1960, come anticoncezionale con il nome di Enovid.
È solo a partire da questa data che la pillola inizia a essere distribuita negli Stati Uniti e in tutto il mondo, con effetti culturali e sociali molteplici e senza precedenti: sui costumi sessuali, sulla emancipazione femminile, sul controllo delle nascite. E già perché la combined oral contraceptive pill (Cocp) di Djerassi, più semplicemente “la pillola”, se assunta regolarmente da una donna – come spiega Carlo Flamigni in un suo libro, Il controllo della fertilità – ne inibisce l’ovulazione; modifica il muco cervicale, rendendolo ostile alla risalita dei nemaspermi; induce mutamenti endometriali rendendo più difficile l’impianto dell’embrione; altera il trasporto nelle tube dell’ovocita e dell’embrione. In pratica riduce drasticamente la fertilità della donna con diversi meccanismi indipendenti, il che rende “la pillola” un contraccettivo molto sicuro, molto più di ogni altro sistema usato in precedenza. Inoltre costa poco, è facile da assumere ed è sganciata dal rapporto sessuale.
È proprio quanto molte donne si aspettano, in un periodo, gli anni 60 del secolo scorso, in cui le società occidentali si accingono a profonde trasformazioni negli stili di vita e nella domanda di nuovi diritti di cittadinanza. È per tutto questo che la Cocp ha un immediato e clamoroso successo e diventa “la pillola”: nel 1961 negli Usa la assumono già 400.000 donne; che salgono 1,2 milioni nel 1962 e a oltre 3,5 milioni nel 1963. Oggi in tutto il mondo la assumono oltre 100 milioni di donne.
In realtà Carl Djerassi e molti degli scienziati che hanno contribuito alla sintesi della molecola e poi ai test clinici, guardano alla pillola come a uno strumento per il controllo delle nascite. Da molto tempo è attivo negli Stati Uniti un movimento decisamente preoccupato per la crescita della popolazione mondiale. Molti temono quella che definiscono, senza mezzi termini, “the population bomb” : una crescita demografica incontrollata che porterà al rapido esaurimento delle risorse sul pianeta. Una bomba che è già causa, pensano, di povertà e di miseria. E si danno da fare per disinnescarla, questa bomba. Tra i più attivi ci sono i membri dell’International Planned Parenthood Federation, presieduta da una signora molto attiva: Margaret Higgins Sanger. Ed ecco cosa scrive Margaret Sanger alla biologa Katharine Dexter McCormick: «Penso che nei prossimi venticinque anni il mondo o almeno la nostra civiltà dipenderanno da un contraccettivo semplice, economico e sicuro utilizzabile nei quartieri più provati dalla povertà, nella giungla, dalle persone più ignoranti».
Ecco, la pillola di Djerassi – come ha ricordato Elaine Tyler May in un libro del 2011: America and the Pill: A History of Promise, Peril, and Liberation – risponde esattamente a questa domanda presente nella società americana: il controllo delle nascite. La pillola corrisponde a pieno a queste aspettative. Contribuendo a un netto calo della natalità. In Europa, per esempio, il numero di figli per donna nel 1960 è di 2,6. Quarant’anni dopo è sceso a 1,5. Non è stata certo solo la molecola di Djerassi ha determinare questo cambiamento demografico, ma certo “la pillola” ha dato il suo contributo. Certo, né Djerassi né gli altri scienziati e medici avrebbero mai pensato che la pillola sarebbe diventata un fattore importante di emancipazione femminile.
Ben presto – e anche superando una certa diffidenza dei movimenti femministi – la pillola si rivela, infatti, un fattore di liberazione. Un duplice fattore di liberazione. Un fattore di liberazione e di auto-determinazione della donna. Per la prima volta nella storia dell’umanità, le donne possono controllare in maniera piena la propria sessualità e la propria disponibilità alla riproduzione. Ne deriva, come conseguenza, non solo una maternità più responsabile – i figli sono voluti, e non giungono indesiderati – ma la possibilità di scegliere cosa fare della propria vita, di impegnarsi nel lavoro, nella carriera, nella società. la pillola contribuisce ad aumentare gli spazi di libertà delle donne e, di conseguenza, contribuisce ad aumentare la consapevolezza dei propri diritti. La molecola di Djerasssi accompagna, così, la più grande rivoluzione del XX secolo, quella femminile, appunto.
Non è una molecola taumaturgica, naturalmente, quella di Djerassi. Non basta assumere la pillola per liberare la donna. Per molti anni le donne occidentali l’hanno presa di nascosto, per tema dello stigma che accompagna chi tra loro rivendica esplicitamente il diritto a una piena e consapevole e libera sessualità. E tuttora in molti Paesi sparsi per il mondo le donne assumono la pillola, ma restano in una condizione di subordinazione.
Non c’è determinismo, nelle faccende umane. Possiamo dire, tuttavia, che la pillola è un co-fattore di liberazione. E questa sua caratteristica emerge con buona evidenza nell’altra rivoluzione che accompagna quella demografica e quella femminile e, in parte almeno, si sovrappone loro: la rivoluzione sessuale. La molecola di Djerassi, infatti, consente di disaccoppiare completamente il sesso dalla riproduzione. E consente, così, di rendere attuale quella tensione potenziale che già animava, negli anni 60 del secolo scorso, le società occidentale. La domanda, non solo femminile ma soprattutto femminile, di vivere con gioia e in libertà la propria sessualità, rompendo i vincoli biologici.
Molti sono stati i co-fattori che hanno contribuito alla rivoluzione sessuale. Ma sarebbe un errore trascurare il ruolo, per molti versi decisivo, del contraccettivo semplice, economico e sicuro messo a punto nel lontano 1951 da Carl Djerassi.
Mai il chimico si sarebbe aspettato che quella sua molecola avrebbe avuto così vasti e clamorosi effetti. Lui non amava essere definito “il padre della pillola”. Ma la pillola ha cambiato anche lui. Lo ha costretto a ripensare la scienza e il ruolo sociale degli scienziati. Lo ha in qualche modo indotto a dedicarsi non solo alla chimica e alla carriera universitaria, ma anche alle lettere e al teatro. Giudicati strumenti essenziali per restituire gli scienziati e la scienza stessa al mondo. Non è un caso se in una delle sue numerose opere, An Immaculate Misconception, analizza tutti gli effetti sociali della contraccezione orale, lui che l’aveva presa in considerazione solo come antitodo alla “population bomb”. In un altro dei suoi lavori, per così dire umanistici, è il caso di Oxygen, scritto con il collega chimico Roald Hoffmann, Djerassi propone il teatro come una forma avvincente di vera e propria didattica della scienza. Non capita tutti i giorni che un grande scienziato diventi anche un grande scrittore e uomo di teatro. Né capita tutti i giorni che un rivoluzionario rappresenti in teatro la sua rivoluzione. Nella prefazione della sua autobiografia, del 1992, Carl Djerassi scrive: «Gli scienziati non devono essere necessariamente degli specialisti in senso stretto, che comunicano in un linguaggio incomprensibile nel chiuso dei loro laboratori alle prese con soggetti lontani dalle preoccupazioni quotidiane». Al contrario, gli scienziati «possono mostrare curiosità a tutto campo, ed essere ricercatori e pensatori in ogni dimensione intellettuale e, nel medesimo tempo, essere coinvolti sui temi sociali più caldi».
L’avevamo sognata bellissima
Il monologo su Left in edicola sabato 7 marzo è scritto da Emmanouil Glezos con Giulio Cavalli. Glezos è un vecchio partigiano greco ora eurodeputato di Syriza. Ha scritto “L’avevamo sognata bellissima” insieme a Cavalli, che l’ha interpretato per Left.
Fatte le dovute precisazioni, direi che è meglio emigrare altrove
Io mi rifiuto di continuare a parlare di uno che fino a qualche giorno fa urlava “chi non salta clandestino è”. Anche perché, dolorosamente, mi ricorda un altro che su un palco simile ma di diversa parte politica, alla fine di una campagna elettorale impegnativa, urlava con la stessa leggerezza “chi non salta bianconero è”. Senza voler fare nessun paragone (di “gravità”) penso però che non ne valga più la pena.
Se facciamo il riassunto dell’ennesima settimana in Italia passiamo dall’incubo/rituale delle primarie in Campania alla piazza fascista di Salvini. Con al centro, la richiesta di 44 deputati della nostra Repubblica (molti del Pd) al nostro premier, di agevolare fiscalmente l’accesso alle scuole paritarie (in larga maggioranza cattoliche). Il quadro non è roseo, anzi il quadro non ha colori. È tutto uguale. Perché tutto deve essere uguale.
Personalmente non colgo alcun trasformismo, non avevo mai creduto nella forza innovatrice né di Renzi né, più in generale, di questa ondata cattodem, deformazione del vecchio e caro cattocomunismo. L’irriducibile contraddizione di “chi pensa di trasformare il mondo” con “chi crede che il mondo ce l’abbia regalato qualcuno che vive lassù”, non è sanabile e produce mostri. Lo scriveva l’antropologa Amalia Signorelli qualche tempo fa, se si ha l’idea di una verità rivelata (o di un mondo creato e regalato) non si trasformerà mai nulla, né il mondo né gli esseri umani che lo popolano.
E allora va bene tutto. Va bene che scuole pubbliche e private abbiano gli stessi diritti, va bene che Salvini e i 44 deputati (molti Pd, lo ripeto) citino insieme sia Gramsci che don Milani, va bene che a vincere delle primarie Pd ci sia un indagato, va bene che in tv qualcuno possa urlare a una donna sinti che “è la feccia della società”, va bene continuare a ingoiare punizioni e promozioni da quest’Europa. E va bene anche che Matteo Renzi renda felici Alfano e Sacconi agitando lo specchietto di un governo di centrosinistra. Io non colgo nessun trasformismo, sono tutti esattamente quelli che sono. Quindi, fatte le dovute precisazioni, direi che è meglio accantonare il peggio. E migrare altrove. Anche lontano.
Lunedì scorso Saverio Tommasi ha salutato Pepe Mujica, oramai ex presidente dell’Uruguay, e ha scritto così: «Un giorno, caro Presidente, ho sentito dire che le belle persone come lei non nascono più. Io non ci credo. Io credo invece che nascano di continuo e che ogni bambino sia come lei. E mi creda, questo è il più bel complimento che mi viene in mente. Arrivederci». Voglio dire a Saverio Tommasi che anche a me sembra il più bel complimento che possa venire in mente.
Luigi Pirandello ne I Giganti della montagna diceva: «È il libero avvento di ogni nascita necessaria. Al più al più noi agevoliamo con qualche mezzo la nascita». La nascita è necessaria. E di continuo nascono belle persone e Pepe Mujica è come ogni bambino, ha ragione Saverio Tommasi. Non c’è fascista o razzista che tenga. Non c’è prassi politica o cultura cattodem che possa impedirlo. Sta a noi dirlo, andarcene e raccontarvi altro. Debellare il virus e farvi capire che una cattiva politica è figlia di una cattiva cultura, quella che costringe a credere non tanto in Tina (There Is No Alternative) quanto che l’alternativa è semplicissima, essenziale, e non ha bisogno della vostra partecipazione per essere realizzata. È un atteggiamento culturale che inevitabilmente diventa politico. Di prassi politica che esclude i molti. Che ha fastidio dei tanti. Bianchi o neri, diversi o simili. Sono sempre troppi.
Saluto anche io Pepe Mujica e i suoi cinque meravigliosi anni in cui ha, per esempio, triplicato gli investimenti sulla scuola. Perché come ha detto una volta: «Ci hanno educato in un mondo cristiano che diceva che questa è una valle di lacrime, e che solo dopo incontreremo un paradiso. Ma per favore! Il mondo non può essere una valle di lacrime, il paradiso è questo e ognuno se lo deve costruire “socialmente”. L’affermazione biblica “nato senza camicia”, se la prendi alla lettera è un’assurdità. Bisogna vivere per le cose importanti: gli amici, la persona che ami, i figli. Tutto il resto è superfluo. Bisogna tenersi “il tempo” per vivere. Si deve insegnare a vivere la vita appieno, con onestà e facendo “comunità”, circondandosi di persone che lo vogliono veramente». Bello no? I risultati? L’indice di disoccupazione è sceso al 6%; i salari sono in aumento; il Pil è cresciuto del 6%, in meno di dieci anni e il tasso di povertà è diminuito dal 39% al 6%. In Uruguay.
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Matisse e l’Oriente, in mostra cento opere del pittore francese
Dalle Donne di Algeri di Delacroix, alle odalische nude di Ingres, per arrivare alla sensuale regina di Saba di Gustave Moreau. L’Oriente, anche se in versione esotica, affascinò profondamente scrittori e pittori dell’Ottocento francese. Ma se lo sguardo occidentale è sempre stato velato di orientalismo, come ha scritto Edward Said, quello di un pittore come Henri Matisse non fu mai influenzato dalle logiche colonialistiche della madre patria. Anzi.
Fra gli artisti delle avanguardie storiche fu tra i più liberi da ideologie di conquista, ma anche da ogni supponenza eurocentrica. Come dal 4 marzo racconta l’attesa mostra Henri Matisse-Arabesque curata da Ester Coen, alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Una monografica non solo ricca di capolavori provenienti da musei parigini come l’Orangerie e il Pompidou, ma anche da musei di Oltreoceano come il MET, il MoMa, i musei di Philadelphia e di Washington e soprattutto da musei russi come il Puškin e l’Ermitage, dove sono conservate le tele di Matisse più direttamente ispirate alla cultura visiva dell’Est Europa e del continente asiatico.
A colpire la sua fantasia furono in primis i motivi decorativi delle preziose stoffe e porcellane che arrivavano in Europa attraverso la via della Seta. Durante un viaggio in Marocco ebbe poi modo di conoscere il vocabolario di segni sconosciuti che fiorivano sui tappeti lavorati soprattutto dalle donne secondo codici antichissimi, eppure di volta in volta rielaborati in modo del tutto personale.
Analogamente, durante il suo soggiorno in Russia, Matisse rimase particolarmente colpito dalle elaborate trame e dall’intreccio di colori che formavano le decorazioni di damaschi e di altre preziose stoffe, di cui i suoi due principali committenti russi – Scukin e Morozov – erano produttori e mercanti, fra i più in vista, nella Russia imperiale.
E se opere qui esposte come Ragazza con copricapo persiano , (1915) e Gigli, iris e mimose (1913) ci parlano del brillante cromatismo e del trionfo di azzurro e verdi mutuati dalla scoperta dell’arte ottomana, opere più tarde come Ramo di Pruno, fondo verde (1948) mostrano invece come Matisse sapesse giocare con forme arabescate e astratte facendone quasi un motivo musicale che scandisce ritmicamente la tela.
Grazie alla progressiva semplificazione della forma, «rafforzata dal confronto con la sintesi cromatico-lineare», scrive Ester Coen nel catalogo Skira che accompagna la mostra, Matisse seppe raggiungere «leggerezza ed essenzialità nipponiche», al tempo stesso regalando alle sue figure misteriose «il potere emotivo della pittura dei Primitivi del Louvre».
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Le cinque delle 20.00
Teramo, scoppia gasdotto. Disagi al Centro per il maltempo
In Abruzzo lo smottamento dovuto alle forti piogge ha provocato il cedimento di un traliccio dell’alta tensione che è crollato su una condotta del metano a Mutignano, frazione di Pineto (Foto da Twitter/@haiku_ralf). La deflagrazione ha provocato 12 intossicati. Due morti: uno nell’Aquilano, l’altra nelle colline pistoiesi. Crolli anche a Napoli su auto in sosta.
ECONOMIA
Fisco, in arrivo il 730 precompilato
A partire dal 15 aprile sarà disponibile per 20 milioni di pensionati e lavoratori dipendenti. Dal 2016 saranno presenti nella dichiarazione anche le spese sanitarie che danno diritto a deduzioni e altre voci, come le tasse universitarie.
POLITICA
Salvini vede Berlusconi e incalza Tosi: O con Zaia o è fuori
In vista delle regionali il segretario federale della Lega ha incontrato nel pomeriggio Silvio Berlusconi, ma all’uscita dal vertice, parlando con i giornalisti, si è limitato a dire: Abbiamo parlato del Milan. Unica concessione politica da parte di Salvini in merito all’incontro la precisazione che «se si collabora sui candidati e il progetto, siamo aperti a chiunque ci sia». Poi attacca il sindaco di Verona, che a Sky TG24 dice: «Se mi dimetto pronto a candidarmi governatore».
IMMIGRAZIONE
Frontex lancia l’allarme sui migranti, è tensione con Gentiloni
Fabrice Leggeri, direttore dell’agenzia europea che sorveglia i confini dell’Ue lancia l’allarme: Il 2015 può essere più difficile dell’anno scorso. Il rischio è che dietro all’organizzazione dei barconi ci possa ora essere l’Isis e il ministro degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, replica: «Non serve sollevare allarmi e allarmismi, si tratta di impegnarci di più».
IRAQ
L’Isis rade al suolo il sito archeologico di Nimrud
All’inizio di quest’anno gli uomini di al Baghdadi avevano annunciato l’intenzione di distruggere i reperti archeologici con la motivazione che secondo loro offendevano l’Islam. E il 26 febbraio erano arrivate, con un video di cinque minuti, le immagini della devastazione del museo di Mosul, della distruzione di statue e manufatti.
Jobs act, Italicum, giustizia: ma se l’avesse fatto Berlusconi?
Dite la verità: ve lo siete chiesto anche voi. Anche voi avete pensato di scriverlo su facebook, almeno una volta. «Ma se questa cosa l’avesse fatta o detta Berlusconi, come avremmo reagito?». Avremmo reagito male, lo sapete. Solo che al governo di Matteo Renzi si concede ciò che non era concesso al centrodestra, e questo è il punto da cui oggi parte Left nel provare a raccontare quello che solo in parte è il risultato di uno slittamento culturale, un progressivo avvicinarsi alle tesi liberiste non solo dei dirigenti del centrosinistra ma anche degli elettori del Pd.
Per il resto è il risultato della narrazione del premier, che ha permesso di spacciare il terzo consecutivo governo di larghe intese, per un governo invece politico e monocolore. Color Renzi.
E invece non è così, e basterebbe contare i ministri di origine berlusconiana, i centristi, i confindustriali, per accorgersene. Angelino Alfano, ministro dell’Interno, Beatrice Lorenzin, alla Salute, con nel cassetto, chiusa, la nuova legge sulla fecondazione assistita, Maurizio Lupi, alle Infrastrutture. L’Udc Gian Luca Galletti, all’ambiente, l’ex montiana Stefania Giannini alla Scuola (e chissà perché si parla sempre di aumentare i contribuiti alle scuole private). Federica Guidi, già vicepresidente di Confindustria, allo Sviluppo economico. Potremmo proseguire con i sottosegretari, ma sarebbe lunga. Poi basterebbe fare il punto sulle cose fatte, i risultati di un primo anno di Renzi a Roma. Vediamoli.
La cosa più facile è cominciare dal Jobs act
Basterebbe prendere la dichiarazione di Angelino Alfano, immortalata dalle telecamere quando il parlamento approvò definitivamente la delega al governo, per doversi fermare a riflettere. È una di quelle dichiarazioni che verrano citate per anni: «Stiamo facendo una riforma di centrodestra con un governo di centrosinistra». Come logica fa acqua da tutte le parti – perché mai questo dovrebbe essere un governo di centrosinistra, se c’è Alfano, resta un mistero – ma il punto politico rivendicato dal ministro dell’Interno è chiarissimo. Dietro gli slogan di Matteo Renzi, sul lavoro, non c’è solo il maglioncino di Sergio Marchionne, c’è il sorriso di Maurizio Sacconi.
Susanna Camusso, segretaria della Cgil, sta provando senza troppo successo a disinnescare le parole chiave del premier: lei il contratto a tutele crescenti lo chiama «contratto a monetizzazione crescente», cercando di spiegare che alla fine, stringi stringi, la principale innovazione introdotta è l’abolizione dell’articolo 18. Abolito, è l’ironia, anche con i voti di Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil. Ricordate la piazza del circo Massimo, il mare rosso ai piedi di Sergio Cofferati? Era il 2002 e c’era anche Epifani, all’epoca numero due di quella Cgil. «L’articolo 18 non si tocca» dicevano insieme. «Non lo tocchi Berlusconi » era il senso, abbiamo scoperto adesso.
Non è stato però il solo, Epifani, ad aver cambiato idea. Si può fare un rapido elenco con gli ex sindacalisti Cgil che hanno votato la riforma che fa felice Maurizio Sacconi: Cesare Damiano, Teresa Bellanova, Luisella Albanella, Patrizia Maestri, Cinzia Maria Fontana, Marco Miccoli. Poi c’è anche l’ex operaio Antonio Boccuzzi, simbolo della tragedia dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino. Potremmo continuare, anche qui. Poi, certo, Cesare Damiano, insieme ad altri della minoranza dem, oggi si lamenta, e condanna l’estensione del meccanismo della monetizzazione anche ai licenziamenti collettivi mascherati da individuali: «È eccesso di delega» ripete.
Renzi, comunque, ha preferito ascoltare ancora Sacconi: «Chiediamo al Consiglio dei ministri di disattendere il parere contrario sui licenziamenti collettivi delle commissioni Lavoro» ha chiesto l’alfaniano. Accontentato. Anche l’idea di aprire alla possibilità di demansionare un lavoratore pure se non ci sono licenziamenti da evitare è di Sacconi. Accontentato nuovamente. «Vedrete funzionerà» ripetono comunque a Left tutti i renziani interpellati (per tutti la domanda è: «Non vi fa venire qualche dubbio fare una riforma che piace a Maurizio Sacconi?»). «Anche le recenti assunzioni della Fiat e i dati dell’Istat», dice una dirigente del Pd, «sono lì a dimostrare che può funzionare, che si può tornare ad assumere ». Vedremo.
Intanto sappiamo che dei tanto sbandierati 88.000 posti di lavoro in più nel 2014, solo 18.000 sono a tempo indeterminato e 79.000 sono invece a termine. Comunque a fare una rapida sintesi della riforma, a partire dai decreti già approvati dal governo, si capisce molto bene perché Renzi ai più ricordi la Thatcher. Il nuovo meccanismo che sostituisce il diritto al reintegro in caso di licenziamento giudicato illegittimo, stabilisce che al lavoratore licenziato senza giusta causa spettino due mensilità l’anno di indennizzo con un minimo di quattro mensilità. Come detto, il principio, che è valido solo per chi sarà assunto con il nuovo contratto, è applicato anche ai licenziamenti giudicati illegittimi perché in realtà collettivi, e cioè se un’azienda invece di aprire le procedura per la mobilità, licenzi più di cinque lavoratori in 120 giorni. Ci sono gli incentivi per le assunzioni, è vero, ma il rischio – ha denunciato la Uil – è che a un certo punto possa convenire assumere e licenziare giusto al termine degli sgravi.
Matteo Renzi ha approvato la riforma del lavoro in meno di un anno. Questo non gli impedisce però di cavalcare un altro cavallo tipicamente berlusconiano, il fastidio per il parlamento. Quando Berlusconi andò ospite da Michele Santoro, in una delle sue ultime apparizioni da nemico pubblico numero uno, ero nelle prime file, tra il pubblico. Anche lì Berlusconi, prima della messa in onda, tentando di ingraziarsi il pubblico, sfoderò la sua più classica delle scuse: «Sapete quanto ci vuole in Italia per approvare una legge? È per quello che governare è impossibile». Per Renzi, come per Berlusconi, ogni giorno è buono per lamentarsi delle lungaggini parlamentari.
Ecco allora le riforme costituzionali
L’abolizione del Senato che non è un’abolizione, ma che trasforma la camera alta del parlamento in un’assise di eletti di secondo livello, consiglieri regionali in gita. Forse esagera Barbara Spinelli, a evocare il piano di Licio Gelli e la P2. Forse, però. «L’efficienza e la rapidità delle decisioni economiche prevalgono su processi democratici ritenuti troppo lenti e incompetenti» dice l’eurodeputata dell’Altraeuropa, «gli effetti di questa decostituzionalizzazione li tocchiamo con mano in Italia. Il Piano di rinascita democratica di Gelli è stato fatto da Craxi, poi da Berlusconi, infine da Matteo Renzi». Bene: perché non convochiamo allora un girotondo? D’altronde siamo ancora lì, alla gestione autoritaria del potere. Lo dice proprio lo storico Paul Ginsborg, con Francesco Pardi protagonista di quella stagione: «Abbiamo vissuto con Berlusconi una spinta autoritaria. Renzi resta in quella stessa tradizione». Una tradizione di promesse e sogni. «Di decisionismo contro rappresentanza». Come nota Lorenza Carlassare, costituzionalista di Padova.
Carlassare si sofferma sulla legge elettorale
Quella figlia del patto del Nazareno, della storica visita di Berlusconi nella sede del Pd. Secondo la costituzionalista, la legge truffa del 1953 «era molto più democratica dell’Italicum perché il premio di maggioranza si otteneva avendo almeno il 50 per cento. Se non si raggiungeva questa soglia, non scattava». «Questo Italicum» continua la professoressa, «è più legato alla legge Acerbo del 1923», quella che assegnava due terzi dei seggi con il solo 25 per cento dei consensi. E l’aver abbassato le soglie di sbarramento, non può funzionare da contropartita: «Perché è vero», conclude la costituzionalista, «che la soglia di sbarramento è stata abbassata, ma il pluralismo è comunque impedito visto il premio di maggioranza». Soprattutto considerando la passione (e qui Renzi ha superato tutti, anche Berlusconi per i voti di fiducia: 31 in un solo anno).
Mentre aspettiamo che la Corte costituzionale si pronunci su questo nuovo porcellum, possiamo fare il punto di come dovrebbe funzionare. La legge, dopo innumerevoli cambiamenti, ha il doppio turno. Il ballottaggio tra i primi due si convoca se nessun partito riesce a conquistare il premio di maggioranza, che scatta con il 40 per cento dei voti, e assicura il 55 per cento dei seggi: 340 su 618. Nei 100 collegi, i partiti si presenteranno con un capolista bloccato e poi una breve lista composta da tre a sei nomi. Le preferenze si potranno quindi esprimere, per questi, ma le opposizioni hanno più volte e inutilmente fatto notare che quasi esclusivamente il partito che prenderà il premio di maggioranza, eleggerà qualche altro deputato oltre ai capolista bloccati. Come nel Porcellum ci sono poi le candidature multiple. Un candidato potrà essere capolista contemporaneamente fino in dieci circoscrizioni: elezione assicurata e libero arbitrio nel decidere chi far scattare al tuo posto. Effettivamente, la soglia di sbarramento è più bassa di quanto inizialmente proposto: era all’otto per cento, perché il fastidio che Renzi prova per i piccoli partiti è forse anche maggiore di quello da sempre dichiarato da Berlusconi. Sarà al tre.
Punti di contatto ci sono anche sulla scuola pubblica
L’unica riforma su cui Renzi ha prima annunciato corse senza sosta, e poi si è limitato a un disegno di legge, riscoprendo la centralità del parlamento, per coprire la carenza di fondi e l’impossibilità di procedere rapidamente alle 150.000 assunzioni promesse. I soliti sindacati sostengono che Renzi mutui molte parole dai bei tempi della riforma Gelmini. Ricordate le tre “i” berlusconiane? La prima era inglese, e Renzi vorrebbe alcune materie insegnate direttamente in inglese, la seconda impresa, e Renzi vuole l’apprendistato anche per gli studenti delle superiori, la terza informatica, e per mesi Renzi è andato in giro dicendo che bisognava aggiungere un insegnamento: il coding. Potremmo notare che lo stesso ex ministro Maria Stella Gelmini ha salutato con una certa eccitazione le intenzioni dichiarate da Renzi con la Buona scuola. «Alla fine il tempo ci ha dato ragione » diceva a settembre, «dopo anni di battaglie per risollevare un sistema educativo intorbidito dalla coda del ’68, ora anche la sinistra finalmente ha dovuto dare atto ai governi Berlusconi di aver agito nella direzione giusta per riportare la scuola italiana ai fasti che merita. Parole quali merito, carriera dei docenti, valutazione, premialità, raccordo scuole-impresa, modifica degli organi collegiali della scuola, sono state portate alla ribalta dal centrodestra, seppur subendo le censure e le aspre critiche da parte di sinistra e sindacati».
Vogliamo parlare dello Sblocca Italia?
Sicuri non vi ricordi la Legge obiettivo di Berlusconi? Cosa c’è di nuovo nel puntare ancora sulle grandi opere, che sostengono un’industria tecnologicamente “matura”, con scarso tasso di innovazione e alto tasso di corruzione, e concentrano gli introiti nelle mani di pochi big player (quindi a parte gli spiccioli per gli operai, niente ricchezza diffusa)? Cosa c’è di nuovo nel ricorso ai commissariamenti, che consentono di aggirare le procedure di impatto ambientale? Cosa c’è di nuovo nell’inserire «la non responsabilità penale e amministrativa per il commissario» nel decreto sull’Ilva? Salvatore Settis nel libro collettivo Rottama Italia, si sofferma sull’articolo 6 dello Sblocca-Italia che «cancella del tutto l’autorizzazione paesaggistica prescritta dal Codice dei Beni Culturali per ogni posa di cavi (sottoterra o aerei) per telecomunicazioni ». «L’articolo 25 invece» continua l’archeologo, «“semplifica”, cioè di fatto rimuove, ogni autorizzazione per “interventi minori privi di rilevanza paesaggistica”, governati ormai dal silenzio-assenso. L’articolo 17, poi, è un inno alla “semplificazione edilizia”, di stampo paleo-berlusconiano: scompare la “denuncia di inizio attività”, sostituita da una “dichiarazione certificata”, di fatto un’autocertificazione insindacabile; e si inventa un “permesso di costruire convenzionato”, che affida al negoziato fra costruttore e Comune l’intero processo, dalla cessione di aree di proprietà pubblica alle opere di urbanizzazione, peraltro eseguibili per “stralci”, cioè di fatto opzionali». È così, a un certo punto l’antipatia un po’ futurista di Matteo Renzi per i professoroni si è trasformata in un’antipatia per le soprintendenze che – è parola di premier – «incatenano» il Paese. Settis analizza poi «il trionfo dei “diritti edificatori generati dalla perequazione urbanistica” e delle “quote di edificabilità” commerciabili, che Lupi persegue da anni». Lupi Maurizio, il ministro che fate finta di non vedere.
È la responsabilità civile dei giudici il successo postumo più significativo di Silvio Berlusconi
«Se sbagliano, è giusto che paghino » diceva ad ogni comizio l’ex cavaliere. Quando Montecitorio approva definitivamente la legge, Renzi twitta: «Anni di rinvii e polemiche, ma oggi la responsabilità civile dei magistrati è legge!». Punto esclamativo. Rimettendo mano alla legge Vassalli del 1988, la nuova legge amplia la possibilità per il cittadino di fare ricorso, innalza la soglia economica di rivalsa del danno, fino alla metà stipendio del magistrato; elimina soprattutto il filtro di ammissibilità dei ricorsi. La responsabilità scatta in caso di negligenza grave e travisamento del fatto e delle prove. «La giustizia sarà meno ingiusta e i cittadini saranno più tutelati», dice il ministro della Giustizia Andrea Orlando, uno che viene dalla sinistra Pd. Dall’Associazione nazionale magistrati replica Rodolfo Sabelli: «Non è stata ancora approvata una riforma sulla corruzione, sul falso in bilancio, ma ci si precipita a votare una legge contro i magistrati che combattono la corruzione», accusa, spiegando poi che così, «si intacca il profilo dell’indipendenza dei magistrati. Vi è un rischio di azioni strumentali dando la possibilità alla parte processuale più forte economicamente di liberarsi di un giudice scomodo. È una strada pericolosa verso una giustizia di classe».
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Le cinque delle 13.00
Flavio Tosi: Mi dimetto da sindaco di Verona e mi candido in Veneto
E’ sempre più resa dei conti nella Lega Nord. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi minaccia di dimettersi e candidarsi contro Zaia: «Se il Consiglio federale non torna indietro forse mi dimetto e ‘liberi tutti’. E allora potrei candidarmi a governatore« ha detto a Radio24. Così aveva invece detto Salvini: «Per quel che riguarda il Veneto ho dato a tutti la possibilità di scegliere e ho lasciato tempo, anche troppo. La questione è chiusa, ora si parte con Zaia».
NEL MERIDIONE
Maltempo sull’Italia. Esplode un metanodotto in Abruzzo, sette feriti
Il maltempo continua a flagellare l’Italia e in particolare il centrosud, colpito da vento forte o intense bufere di neve. E mentre Toscana e Marche fanno la conta dei danni di ieri, quasi tutto il Molise oggi è bloccato dalla neve così come il Potentino. In provincai di Teramo uno smottamento avrebbe fatto cadere un traliccio su un gasdotto, le fiamme dell’incendio, sono ora visibili a km di distanza. A Napoli caduta un’impalcatura.
MEDIO ORIENTE
Gerusalemme, auto si lancia sui passanti: ferite 4 poliziotte
Torna il terrore a Gerusalemme, dove quattro agenti donna della polizia di frontiera sono rimaste ferite dopo che un palestinese le ha investite con l’auto. L’aggressore ha prima investito le quattro donne, poi ha proseguito la corsa per qualche centinaio di metri fino alla stazione metro di Shimon Hatzadik, dove ha urtato un ciclista israeliano di passaggio. A quel punto è uscito dall’auto agitando una spranga di ferro, ma un altro agente della guardia di frontiera gli ha sparato, ferendolo, ed è stato arrestato.
CESANO BOSCONE
L’ultimo giorno di Berlusconi ai servizi sociali
«L’incontro con la Sacra Famiglia di Cesano Boscone, il tempo passato con i malati, con i volontari, con gli operatori sanitari e sociali è stata un’esperienza toccante e ha rappresentato una pausa di serenità. Per questo intendo continuare questa esperienza e questo impegno», lo ha detto Silvio Berlusconi al termine dell’ultima giornata trascorsa alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone, dove il 9 maggio scorso aveva iniziato il periodo di affidamento in prova ai servizi sociali con i malati di Alzheimer.
IRAQ
L’Isis rade al suolo il sito archeologico di Nimrud
All’inizio di quest’anno gli uomini di al Baghdadi avevano annunciato l’intenzione di distruggere i reperti archeologici con la motivazione che secondo loro offendevano l’Islam. E il 26 febbraio erano arrivate, con un video di cinque minuti, le immagini della devastazione del museo di Mosul, della distruzione di statue e manufatti.
Il Cavaliere Matteo
Il nostro monologo di carta lo ha scritto Emmanouil Glezos con Giulio Cavalli. Emmanouil è un vecchio partigiano greco ora eurodeputato di Syriza. “L’avevamo sognata bellissima”, si intitola. E parla d’Europa. Questa settimana apriamo così un numero duro, di critica anche aspra, alla nostra politica.
In copertina il mito di Narciso per spiegarvi quanto e come le riforme sul lavoro, sulla giustizia, sulla legge elettorale, sulla scuola, portate avanti da Matteo Renzi siano specchio della destra. Certamente quella di Berlusconi, che per anni ha annunciato quello che ora “il cavaliere Matteo” fa. Fiero di farlo, pop al punto giusto, emozionato dai grandiosi progetti di Marchionne, chiede solo che lo si “lasci lavorare”. Senza “inutili” intralci.
Giulio Cavalli firma un’intervista inedita a Giuseppe Cimarosa, nipote di Messina Denaro, nuovo simbolo contro la mafia, che racconta la sua lunga storia e quella di suo padre che ha deciso di collaborare con i magistrati. La paura sì, ma il suo dire “No. Io non ci sto. I mafiosi siete voi”. Il nostro speciale, su questo numero, è dedicato al rapporto di Agromafie 2014 che dimostra come anche nel settore agroalimentare la frontiera tra economia sana e interessi criminali salti ogni anno di più. Leggerete poi di Inghilterra che va al voto, del rischio anche lì che si faccia largo Farage e il suo antieuropeismo, e di Iran dove l’uso di stupefacenti riguarda 5 milioni di persone.
Ma questa settimana, a ridosso dell’8 marzo, le nostre pagine di cultura le dedichiamo a Carl Djerassi, l’inventore della pillola anticoncezionale, padre della più bella delle rivoluzioni del XX secolo. Che ha rotto definitivamente ogni vincolo tra sesso e riproduzione biologica regalando a tutti la libertà di realizzare la propria sessualità. Una vera rivoluzione sessuale che ha liberato anche la ricerca scientifica, come ci racconta il genetista Edoardo Boncinelli intervistato da Simona Maggiorelli.
E ancora letteratura con Filippo La Porta e musica con l’intervista a Jovica Jovic, fisarmonicista rom di 61 anni che sarà al Cinema L’Aquila per il “Roma sinti festival” il 14 marzo.
È un numero forte a modo nostro, dove la politica diventa letteratura, la laicità diventa rifiuto e la cultura diventa scoperta. Buona lettura.
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