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Il Global south sbarca in Laguna

Viva il meticciato, viva l’arte che nasce e cresce nel rapporto fecondo fra identità e culture diverse; viva la creatività nomade di artisti che si sentono cittadini del mondo, benché siano Stranieri ovunque, come recita il titolo di questa sessantesima Biennale d’arte di Venezia, che si presenta come una grande festa collettiva di talenti provenienti soprattutto dal cosiddetto Global South, dall’America Latina, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia. La mostra, curata dal brasiliano Adriano Pedrosa (il primo proveniente dall’America Latina nella lunga storia della Biennale) inonda i Giardini e l’Arsenale con un tripudio giocoso e colorato di pitture, e sculture (potentissimi e rinnovati mezzi espressivi qui), installazioni e video che ci parlano di un mondo senza confini, dell’infinita varietà e creatività umana, arma essenziale per opporsi alla discriminazione, alla violenza visibile e invisibile, al colonialismo. Prima ancora di avere il piacere di visitare questa mostra (aperta fino al 24 novembre) la storia di Pedrosa ci aveva già lasciato intuire molto: collaboratore della Biennale di San Paolo, ha curato la collezione del Museu de arte de São Paulo, disegnato dall’architetta italiana Lina Bo Bardi (vedi Left del 9 aprile 2021), tracciando Historias, contro storie per immagini non più solo a misura di uomini bianchi e occidentali. Già lì si trovavano i semi di questa collettiva, concepita prima del nuovo corso politico meloniano e su cui Pierangelo Buttafuoco, da neo presidente della Biennale di Venezia nel catalogo ha provato a mettere il cappello evocando sotto testi religiosi di cui francamente non abbiamo trovato molte tracce in mostra, eccezion fatta per il padiglione del Vaticano. Anzi, nel contesto attuale il messaggio radicalmente aperto, laico, panteista di Stranieri ovunque appare più dirompente che mai nel suo senso anche politico. In rotta di collisione con le ideologie di vecchie e nuove destre confessionali e ultra capitaliste (che in America Latina hanno i volti di Bolsonaro e Milei) Adriano Pedrosa da subito prende posizione lasciando parlare la grande pittura murale colorata, che spicca sulla facciata del padiglione centrale ai Giardini, realizzata dal collettivo indigeno dell’Amazzonia Mahku, nato nel 2013 nell’ambito di workshop universitari nella regione dell’Acre in Brasile, vicino al confine del Perù.

A lezione di antifascismo da Matteotti

Giacomo Matteotti, Tvboy, Torino

Giacomo Matteotti rappresenta, nel corso degli anni Venti, l’ultimo baluardo che si leva a difesa delle libertà democratiche. Dopo il suo assassinio, a seguito del discorso tenuto alla Camera il 30 maggio del 1924, niente si frapporrà più fra la tutela dei diritti e la piena affermazione della dittatura fascista.
Questo è quanto gli studenti dell’ultimo anno delle superiori apprendono a lezione e leggono nei libri di testo. Tuttavia, nonostante la sua importanza, a Matteotti vengono raramente riservati più di cinque minuti di spiegazione e dieci righe di testo. Il “martire laico” osannato e celebrato finisce per rimanere inevitabilmente compresso fra la legge Acerbo e le leggi fascistissime, schiacciato fra le due ore settimanali riservate all’insegnamento della storia e un “programma” da portare avanti, quanto più avanti possibile. Il “secolo breve” non lo è poi così tanto quando lo si deve spiegare a giovani cittadini pieni di domande e interrogativi. Studenti che si approcciano alla storia del secolo scorso con la voglia e l’urgenza di spiegare l’oggi, le contraddizioni e le ambiguità della contemporaneità. Se infatti si mostrano un po’ indolenti quando si tratta di confrontarsi con la lotta per le Investiture, la Guerra dei Cento anni o le vicende dell’Ancien Régime, ben altro entusiasmo evidenziano nell’apprendere la storia del Novecento. Nei confronti di questo periodo c’è una palpabile “fame” di conoscenza poiché gli studenti avvertono come la comprensione di quegli eventi impatti sulle loro vite, come quei fatti siano attuali, imprescindibili, necessari.
Alla luce di tali considerazioni è fondamentale ripensare la figura di Giacomo Matteotti, recuperare l’interezza dell’uomo, il rigore morale e civile, il metodo mai astratto, ma sempre oggettivo e puntuale nel difendere i valori della libertà, dell’uguaglianza, dell’istruzione. Matteotti può perciò divenire una chiave di lettura e rilettura del Novecento e, al contempo, porsi come exemplum sulla base del quale interpretare la contemporaneità e le sue molteplici sfide. La profonda conoscenza della visione politica, sociale ed economica del segretario del Psu consente agli studenti un’attiva e critica attualizzazione del suo pensiero che, in tal modo, non resta ancorato alle logiche degli anni Venti italiani, ma illumina le vicende contemporanee.

Matteotti, il grande accusatore delle «malefatte» di Gentile

«Ogni scuola che si apre
è la porta di un carcere che si chiude »

Il pur strenuo e intransigente antifascismo non basta a contenere tutto il Matteotti politico. C’è – dietro e prima del suo barbaro assassinio – tutta una storia di militanza e di impegno che viene da lontano, da quel lembo di Meridione povero e arretrato incastonato nella Val Padana che si chiama Polesine, terra di paludi, di lotte contadine e di analfabetismo.
Nel motto «Ogni scuola che si apre è la porta di un carcere che si chiude», che Giacomo Matteotti nel 1919 aveva voluto inserire nella testata dell’organo dei socialisti polesani La Lotta, c’è molto. Quelle parole sintetizzano con efficacia solidarismo sociale, idealismo umanitario, impegno civile e fede politica: in quella vigorosa espressione, si legge la sicura fede del socialismo delle origini nel riscatto delle classi oppresse attraverso un processo di emancipazione che non poteva essere soltanto economico ma piuttosto poteva e doveva passare attraverso la formazione alla coscienza di sé (e di classe), l’istruzione, la cultura.
Merita ricordare un’altra celebra frase: «Pane e alfabeto, ecco dunque un motto d’ordine da non dimenticare. All’opera dunque!»: pur segnato da una vena retorica ridondante e un poco naive, questo era l’appello degli intellettuali socialisti apparso su Critica sociale nel 1902, che dava conto con rara efficacia del vivo interesse manifestato già a cavallo del secolo dalla sinistra italiana per il tema dell’istruzione intesa quale strumento primario di promozione sociale e politica. È in questo contesto che, sin dall’esordio della sua militanza politica come giovane amministratore locale nel Polesine, Giacomo Matteotti si impegna a fondo sulla necessità di abbattere l’analfabetismo che ancora ai primi del Novecento costituisce una piaga nazionale e che nel suo Polesine si aggira intorno al 43%. Da subito di adopera, dunque, per potenziare le scuole periferiche e si interessa in primo luogo della scuola materna e dei Patronati scolastici, mettendo in ciò in gioco anche risorse personali.
Pur senza aver lasciato un corpus organico di scritti che testimoniasse di una sua compiuta filosofia della scuola, Giacomo Matteotti, da sempre convinto dell’essenziale valore di progresso civile e di elevazione umana rappresentato dall’istruzione, sente costantemente il problema della formazione come un fatto di giustizia sociale di immediata valenza politica.

Il socialismo di un riformista rivoluzionario

Due anni sono un soffio. Più brevi di un lampo, se paragonati ai tempi lunghi della storia. Eppure, a volte la forza di un esempio o di una ribellione supera l’angustia temporale, proiettandosi nei secoli. Giacomo Matteotti è stato segretario del Partito socialista unitario solo per due anni, dal 1922 al suo assassinio nel 1924, ma con la coerenza e il coraggio del suo esempio ha lasciato un’impronta indelebile nel Novecento.
Nato a Fratta Polesine da una famiglia ricca, nel 1885, Matteotti abbraccia presto gli ideali del socialismo riformista. Il salto di qualità nella politica nazionale lo compie in un momento drammatico per la storia italiana. Il primo ottobre 1922 si apre il XIX congresso del Psi: lo squadrismo fascista, ormai, spadroneggia indisturbato nel Paese, eppure, davanti a questo drammatico spettacolo, va in scena un insensato processo ai riformisti di Turati. I massimalisti, che controllano il partito, li accusano di voler deviare dalla disciplina di partito, che impone di non collaborare con nessun governo borghese. Tra i pochi a rendersi conto della gravità della situazione c’è Matteotti che, il giorno dell’apertura del congresso, scrive su La Lotta un articolo dal titolo “Lavoratori uniti” per chiedere di non spaccare ulteriormente il partito, dopo la scissione comunista dell’anno prima. Ma l’appello cade nel vuoto: il 3 ottobre la mozione massimalista vince e i riformisti vengono espulsi dal partito.
La “corrente” di Turati si ritrova il giorno dopo e fonda il Partito socialista unitario. Oltre a Matteotti e a Turati al Psu aderiscono Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani, Camillo Prampolini, l’ex segretario del Psi Enrico Ferri. Ma al nuovo partito si unisce anche la maggioranza dei sindacalisti della Confederazione generale del lavoro (Cgdl), tra cui il segretario Ludovico D’Aragona, il segretario aggiunto Gino Baldesi e il segretario della Fiom Bruno Buozzi. Matteotti viene eletto segretario del Partito socialista unitario, con vice Emilio Zannerini; mentre il direttore del giornale del partito, La Giustizia, è Treves. Dalla fondazione del Psi fino al fascismo, a parte rare eccezioni, la figura del segretario si è occupata più dell’organizzazione del partito sul territorio che della linea politica.

La Storia ritrovata. Le migliori uscite editoriali su Matteotti

Giacomo Matteotti

Ancora nel 2022, in un importante capoluogo di provincia del Nord Est c’era chi chiedeva di rimuovere l’intitolazione di una piazza del centro storico a Giacomo Matteotti, accusandolo d’essere l’ennesimo Carneade: mai sentito nominare e mai incontrato prima, come rimarcava nel suo intervento in consiglio comunale lo smemorato amministratore che avrebbe invece preferito dedicare lo stesso luogo alla tradizione cittadina (la piazza del grano), temendo forse le perturbazioni del mondo esterno.
La battaglia per la toponomastica è certo cosa antica e non priva di importanti significati simbolici: «Le strade di Buenos Aires sono già le mie viscere … e sono anche la patria», scriveva un ispirato Jorge Luis Borges. Non di meno, le sue più recenti manifestazioni denunciano una specifica originalità, declinandosi come uno dei frutti avvelenati della scomparsa dei corpi intermedi – non solo i partiti, ma tutte le agenzie che, in tempi più civilizzati, esercitavano una qualche funzione di orientamento nella formazione dei saperi e delle opinioni – con il conseguente emergere, tra le altre cose, di un diffuso populismo della memoria che ha inteso fare dell’evocazione di miti (il dio Po) e di supposte radici territoriali i propri punti di forza.
È l’ignoranza eretta a rassicurazione e lenimento delle paure, in un atteggiamento di costante secessione dall’altro da sé, nel declino della fiducia riposta negli interessi generali e nei soggetti collettivi. Si potrebbe citare una lunga serie di esempi che va ben oltre il pianeta leghista, a iniziare dalla riemersione del movimento neo-borbonico.
Il centenario della morte di Matteotti si celebra in questo clima, con l’aggravante della vigenza di un governo di destra-centro che non fa certo mistero di disconoscere i valori antifascisti, assumendo un atteggiamento talvolta ai limiti della legalità e sempre ben oltre quelli della decenza. Lo dimostrano anche le difficoltà e gli imbarazzanti ritardi nello stanziamento dei fondi per le celebrazioni del centenario. Una montante e pericolosa marea nera, per fortuna contrastata da una significativa produzione scientifica e letteraria volta, invece, a ricordare le tragiche circostanze della morte del deputato rodigino, nonché lo spessore umano, culturale e civile di uomo che rappresentò un autentico incubo per il duce del fascismo. Tra i tanti libri, mi vorrei riferire in particolare a due belle biografie: la prima di Federico Fornaro (Giacomo Matteotti. L’Italia migliore, Bollati Boringhieri, 2024), la seconda di Marzio Breda e Stefano Caretti (Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, 2024).

Il pensiero di Matteotti così forte e attuale

Il centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti può rappresentare una straordinaria opportunità non soltanto per contribuire a diffondere una corretta memoria del suo agire politico e delle sue idee, a lungo oscurate, ma anche per immettere nel dibattito pubblico una corretta riflessione sulla reale natura del fascismo. L’intera esistenza di Matteotti e non solo la sua tragica fine, infatti, sono l’inequivocabile e oggettiva testimonianza che non vi fu, come si tenta di far credere da un crescente revisionismo di stampo nostalgico, una dittatura edulcorata, un “Mussolini buono”, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938 e poi un “Mussolini cattivo” a causa delle deleterie amicizie con Hitler, con la conseguente disastrosa entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Proprio l’intero agire politico e le vicissitudini umane di Matteotti e non solo il rapimento e l’uccisione a opera di sicari fascisti il 10 giugno 1924, dimostrano come la violenza sistematica, la sopraffazione dell’avversario e la feroce negazione del diritto al dissenso, il disprezzo per la democrazia parlamentare e per lo stesso valore della vita, siano state parte fondante e identitaria del fascismo fin dalla costituzione dei Fasci di combattimento, nel marzo 1919. In estrema sintesi, quindi, non ci furono fasi distinte nel ventennio mussoliniano, ma un unico disegno unitario alimentato da una visione culturale e politica caratterizzata dalla violenza retta a sistema, dalla negazione del valore della democrazia e dal razzismo, che l’Italia esportò in molte parti del mondo. Questo rende ancor più gravi l’omissione e il balbettio sul tema di alcune delle più alte cariche dello Stato (presidente del Consiglio e del Senato) in occasione del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo. È evidente che la destra di governo fatichi o forse più correttamente non abbia alcuna intenzione di fare i conti fino in fondo con la dittatura fascista e con la figura di Mussolini, arretrando significativamente anche rispetto alla svolta di Fiuggi nel gennaio 1995 che portò allo scioglimento del Movimento sociale italiano e alla nascita di Alleanza nazionale. Nel 2003, in visita al museo dell’Olocausto di Gerusalemme, Gianfranco Fini, pronunciò parole inequivocabili, definendo il fascismo «epoca del male assoluto». Il permanere della Fiamma tricolore nel simbolo di Fratelli d’Italia (fondato nel 2012) rappresenta, invece, un’orgogliosa rivendicazione di continuità con la storia del neofascismo e con la costituzione, nel dicembre 1946, del Msi, un soggetto politico che si richiamava esplicitamente all’esperienza della Repubblica sociale italiana e quindi al lascito morale e politico di Mussolini. La fiaccola che appariva sul simbolo del ’46 e ardeva su di un trapezio sottostante, secondo diverse ricostruzioni, altro non era che un chiaro riferimento alla tomba del dittatore ucciso l’anno prima. Nell’Italia di oggi, quindi, una rilettura del pensiero di Matteotti appare di straordinaria attualità per evitare che passi una riscrittura falsa e strumentale della storia del fascismo.

Dossier Matteotti: Il fascismo non è un’opinione è un crimine

Ho avuto l’onore di essere relatore nel Senato del disegno di legge sul centenario dell’assassinio Giacomo Matteotti, a prima firma della senatrice a vita Liliana Segre. Una legge dal valore speciale, dedicata alla memoria e alla celebrazione della figura e del pensiero di Giacomo Matteotti.
Il 10 giugno 1924 è una data che reca una macchia indelebile nella nostra storia e che andrebbe impressa sul muro di ogni municipio della nostra Repubblica come «data sacra» (come la definì Sandro Pertini).
Nel pomeriggio del 10 giugno 1924 Matteotti esce dalla casa dove vive con la moglie Velia e i loro tre bambini piccoli. Dopo pochi metri viene circondato e assalito; dopo una furiosa colluttazione viene rapito all’interno di una Lancia K e lì assassinato con una coltellata al cuore.
Gli aggressori appartengono alla cosiddetta Ceka o “banda del Viminale”, polizia segreta alle dirette dipendenze di Mussolini, presidente del Consiglio e anche ministro degli Interni. Matteotti, deputato e capo socialista, pochi giorni prima, il 30 maggio, nell’Aula della Camera ha pronunciato un discorso di condanna senza appello del fascismo, di denuncia dei brogli elettorali, della corruzione, della violenza squadrista come essenza stessa del fascismo.
Matteotti già nei mesi precedenti aveva documentato la ferocia squadrista, che impunemente stava uccidendo la vita civile e la democrazia liberale. Lo aveva fatto in un libro del 1923, intitolato Un anno di dominazione fascista (di recente ripubblicato da Rizzoli), che ebbe risonanza internazionale e che è un elenco impressionante dei crimini perpetrati dal fascismo ovunque, contro militanti politici e sedi dei partiti avversari, contro singoli cittadini per il solo fatto di pensare liberamente. Gli incendi delle tipografie dei giornali, le spedizioni punitive nelle scuole contro i maestri elementari e nelle università, le devastazioni continue contro le case del popolo, le società operaie, le cooperative e le leghe contadine, le organizzazioni sindacali e del lavoro, l’olio di ricino, spesso mescolato a nafta, che venivano costretti a bere nelle pubbliche piazze tutti coloro che non chinavano la testa.

Deportare i profughi, boomerang per i Tories

Con buona pace della stabilità del modello Westminster, non solo abbiamo avuto ben tre Primi ministri in una sola legislatura, ma per l’ennesima volta in pochi anni ci troviamo di fronte ad una elezione anticipata. Rishi Sunak, a sorpresa, ha infatti sciolto il Parlamento e indetto elezioni il 4 luglio prossimo. Il potere di “sciogliere le Camere”, infatti, risiede nelle mani del Primo ministro che può in qualunque momento indire elezioni politiche. Si era tentato di porre un freno a questa pratica con un cambiamento costituzionale avvenuto durante il governo di coalizione tra Conservatori e LibDem, fissando finalmente in legge che le elezioni avvenissero ogni cinque anni e imponendo un quorum alto di approvazione della House of Commons per la richiesta di scioglimento della stessa da parte del Primo ministro, ma come promesso Boris Johnson ha abrogato la riforma, riportando tutto il potere in mano al capo del governo.

Tecnicamente dunque, senza violare le consuetudini, Rishi Sunak avrebbe potuto aspettare sino a febbraio 2025. Il Primo ministro conservatore ha invece deciso di intraprendere questa strada del tutto inaspettata perché naviga in pessime acque, i sondaggi lo danno in caduta libera, dato confermato dalle elezioni amministrative del 2 maggio scorso che sono state il peggior risultato per i Tories alle amministrative degli ultimi quarant’anni.
Ad un certo punto sembrava addirittura che stesse montando una fronda interna per tentare di disarcionarlo per via del terribile risultato elettorale, ma poi nelle fila del partito è prevalsa l’idea di attendere quello che sarà uno dei peggiori risultati della storia secolare dei Tories per poter avviare la successione dopo le elezioni politiche. Sunak non sembra trovare il bandolo della matassa per ridurre la fuga dal suo partito da parte dell’elettorato e anche gli strenui tentativi di dimostrarsi durissimo contro l’emigrazione sembrano non dare alcun effetto se non spostare sempre più a destra il proprio partito e il suo dibattito interno. Le forzature legali per attuare il famoso “Rwanda scheme” il piano di deportazione in Africa dei richiedenti asilo non sta dando frutti elettorali, non sta risolvendo minimamente il tema degli sbarchi, sta costando una fortuna e sta causando continui imbarazzi al governo, ripetutamente sconfitto nelle aule di tribunale nazionali e internazionali e con una aperta rivolta del Civil Service che si rifiuta di collaborare all’attuazione del piano in assenza di garanzie (che non ci sono) che non violi le convenzioni internazionali. E infatti è stato confermato che prima delle elezioni di luglio, neanche un volo decollerà verso l’Africa (per fortuna aggiungiamo noi).

Marilisa D’Amico: Fuori gli antiabortisti dai consultori

Le Regioni potranno «avvalersi anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità» all’interno dei consultori. È una norma questa (l’emendamento al decreto Pnrr presentato da Fratelli d’Italia e approvato dal Senato il 23 aprile ndr) che si traduce facilmente in: i “pro-life” potranno accedere nelle strutture dove si fanno la maggior parte delle certificazioni per l’aborto. Senatrici dell’opposizione sono insorte in Aula e hanno subito denunciato il fatto che si tratti di «un attacco bello e buono alla legge e di una mano tesa agli antiabortisti».
Questa norma è passata nonostante proprio verso il provvedimento da parte del governo italiano, nei giorni immediatamente precedenti, fosse arrivata una bocciatura da parte dell’Ue. La portavoce della Commissione europea aveva sottolineato come queste misure, incluse nel decreto Pnrr, «non hanno alcun legame con il Pnrr».
Sulle conseguenze che questa legge potrebbe avere sui diritti delle donne, sulla libertà di scelta e sul futuro delle lotte per l’autodeterminazione delle persone abbiamo posto alcune domande alla costituzionalista Marilisa D’Amico, prorettrice delegata a Legalità, trasparenza e parità di diritti e ordinaria di Diritto costituzionale dell’Università degli Studi di Milano. D’Amico è anche a capo del centro di ricerca Human Hall, hub per l’innovazione e la tutela dei diritti (spoke 6 del progetto Pnrr Musa), che si occupa anche di programmi per la promozione della parità di genere.

Professoressa D’Amico lei si è battuta per i diritti delle donne durante tutta la sua attività da avvocato e anche nel suo lavoro accademico si impegna contro stereotipi e ostacoli che impediscono il raggiungimento della reale parità di genere. Come interpreta quanto sta accadendo rispetto alla 194 ? Viene messo in pericolo il principio di autodeterminazione delle donne?
È un attacco alla legge 194 e questo significa attaccare in radice la libertà di autodeterminazione delle donne. Di più, significa attaccare una legge laica in cui c’è un preciso bilanciamento tra i diritti della donna e quelli del nascituro. L’importanza del diritto di scelta conquistato con questa disciplina è dimostrata anche dalla scelta di proteggerlo con una forma di tutela rafforzata, la 194 infatti non può essere abrogata con una legge ordinaria perché ha un contenuto costituzionalmente vincolato. Dal punto di vista giuridico la Corte costituzionale si è già espressa in modo chiaro: alla luce dei principi costituzionali di cui agli artt. 2 (garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo), 3 (uguaglianza) e 32 (tutela della salute) della Carta, nessuna fonte di rango primario come una legge ma neanche quindi questo decreto, può cambiare il nucleo essenziale della legge.

Ecco perché il Jobs act è anche un attacco alla sanità pubblica

La Cgil ha proposto di abrogare il Jobs act con un referendum. Per il momento l’abrogazione proposta riguarda espressamente questioni giuslavoristiche tutte relative alla flessibilità del lavoro e alla sua precarizzazione. Se consideriamo però il Jobs act un drago grande come una “porta-aerei”, le questioni giuslavoristiche sarebbero una unghia rispetto a quelle ben più corpose e devastanti e che riguardano i rapporti tra impresa, Stato, lavoro e welfare. Il Jobs act, dai più è considerato, giustamente, una riforma neoliberista del lavoro perché al valore sovrano del reddito di impresa viene subordinato tutto, compreso le più elementari ma anche più fondamentali, conquiste dei lavoratori.
Nel Jobs act tutto quanto si oppone al reddito di impresa è considerato automaticamente un ostacolo alla crescita del Paese, quindi automaticamente sub veniente e di conseguenza un nemico. Compreso il fisco. Se il fisco non favorisce il reddito di impresa soprattutto in una crisi economica esso diventa il nemico dell’impresa. Questo è il senso liberista di fondo del Jobs act.

La più cinica delle controriforme al Ssn
Ma nello stesso tempo anche se non viene mai detto, il Jobs act è anche la più cinica controriforma della sanità pubblica e in particolar del Servizio sanitario nazionale e dell’art 32 della Costituzione perché è l’estensione della controriforma neoliberista della ministra Bindi del 1999 (art 9), quella che istituisce la sanità sostitutiva definita “seconda gamba” e che in quanto tale non esita a mettere fuori gioco con delle operazioni fiscali le tutele pubbliche e a far saltare i diritti universali delle persone e a mettere a mercato tali diritti per specularci sopra con una forte privatizzazione. Il Jobs act al Ssn contrappone in forma antagonista il “welfare aziendale”, o meglio, il ritorno contrattualizzato alle mutue del secolo scorso.
Per l’impresa tornare alle mutue aziendali nonostante esista un Ssn e attraverso le quali sostituire il Ssn e comprare prestazioni sanitarie dal privato non ha nulla di filantropico, al contrario è una operazione cinica nel senso che tale ritorno non è null’altro che un espediente fiscale che all’azienda consente di ridurre e non di poco il prelievo fiscale obbligatorio a suo carico, l’imposta sul reddito, e accrescere notevolmente i margini dei suoi profitti.
Il welfare aziendale è fatto prima di tutto nell’interesse delle aziende non come pensano in tanti nell’interesse per i lavoratori. Ma quando mai.