Home Blog Pagina 173

8 marzo. Donne come uova di Pasqua, infiocchettate contro l’aborto

È la nuova campagna antiabortista di Pro Vita, visibile da ieri a Roma: mostra un manifesto con una donna che si guarda il pancione infiocchettato come un uovo di Pasqua col nastro rosa, presumibilmente in attesa di una femminuccia, non solo per l’8 marzo, ma anche della prossima festività religiosa: un tocco lungimirante che non guasta mai. Autori sono quelli di Pro Vita e Famiglia, che già in passato hanno offerto luminosi esempi di comunicazione a partire dal feto di plastica in bustina trasparente. Altro che microplastica, c’è da farsi venire un accidente.

L’esortazione a “fare figli e non fare aborti” è sottesa in maniera sconcertante. Se proprio volete rimpolpare la popolazione italiana chiedete almeno politiche decorose per le donne e le famiglie, che almeno non indichino nell’uomo il capo del nucleo, mentre la donna sta a casa a fare figli, a occuparsi del lavoro di cura, dell’assistenza agli anziani, insomma serve il welfare italiano per eccellenza.

L’assurdo di quell’immagine, scelta per una grande affissione mobile, è rappresentata dalla scritta che l’accompagna: “Non una di meno… ma per davvero!” con tanto di punto esclamativo che fa la differenza, ammiccando al malcapitato o alla malcapitata che l’osserva. È  il mondo capovolto, frutto dello strabismo e dell’incultura, che genera una visione deformata del presente, dove Alice attraversa lo specchio e incontra i freaks.

Ora a parte che la frase è il calco del nome di un movimento femminista e transfemminista, Non Una di Meno appunto, nato nel 2016, che si batte contro ogni forma di violenza di genere, contro le espressioni assunte dal patriarcato nella società in cui viviamo e promuove percorsi di autonomia, educazione alle differenze e libertà di scelta anche riguardo all’interruzione volontaria della gravidanza, quell’aggiunta “ma per davvero!” è davvero – perdonate il bisticcio – una specie di presa in giro inaccettabile rispetto al lavoro e dell’impegno fin qui profuso per le donne e dalle donne in diverse realtà da quando l’Ivg è diventata in Italia legge dello Stato, il 22 maggio 1978, la n. 194 che ha disciplinato le modalità di accesso all’aborto.

Inoltre il discorso sottinteso fa impressione: lasciar credere che l’aborto per una donna sia una decisione facile che contrasta appena con l’espressione retorica della gioia di una gravidanza. Come se fosse non dico naturale o abituale, ma anche praticato (fatto non sostanziato dai numeri, ormai lo sanno tutte e tutti) come sistema contraccettivo. E dire che il Parlamento francese ha appena approvato l’inserimento del diritto di aborto nella Costituzione. Sul totale dei 925 parlamentari aventi diritto, ad esprimersi il 4 marzo scorso per la revisione costituzionale sono stati 852: i voti a favore sono stati 780, i contrari 72.
Le donne, non solo quelle che hanno abortito, sanno perfettamente cosa costa psicologicamente e quanto questa scelta sia ormai difficile da praticare in molti casi.”Le donne lo sanno”, come dice la canzone di Ligabue. Non ancora quelle a cui si rivolge Pro Life evidentemente.

L’impegno civile di Rossana Casale contro la violenza sulle donne

Rossana Casale è in procinto di intraprendere il tour in occasione dell’uscita del nuovo disco, Almost Blue (per Egea music a giugno). Il 3 aprile con il suo quintetto sarà a Medolla (Modena). In occasione della Giornata internaizonale della donna ripercorriamo un momento importante della sua ricerca artistica con il racconto di Stefano Frollano sul concerto dedicato a Joni Mitchell e sull’impegno della musicista contro la violenza sulle donne.

Il 25 novembre scorso decine di migliaia di persone a Roma e in molte piazze italiane, si sono riunite per manifestare contro la violenza sulle donne. Argomento e confronto, narrazione e scontro, in cui il genere umano da sempre si è dovuto misurare. Ragazzi, donne e uomini, di tutte le nazionalità, si sono ritrovati tutti insieme, alla luce della vicenda di una ragazza, uccisa dal suo ex, per contestare e riportare l’attenzione su un tema drammatico così come, al contempo, il dover registrare che il “mainstream” non riesce ad accettare completamente l’idea che la malattia mentale esiste. In questo clima accesissimo accade poi che l’ultima data del tour di Rossana Casale tocchi proprio la capitale in quel giorno. La cantautrice italo-americana, dopo aver affrontato per un anno intero un tour con un progetto dedicato alla più grande artista musicale vivente, Joni Mitchell, si è presentata, alla attenta audience dell’Auditorium di Roma, forte di una iniziativa – Women In Jazz Unite – in cui è affiancata da 24 cantanti di jazz in un videoclip. Nelle immagini, le artiste, che si lanciano sulle note di “The Dry Cleaner from Des Moines” della Mitchell stessa, sovrapponendosi, incastrandosi, dialogando, improvvisano le note sugli stilemi di un blues, come a rappresentare idealmente il Gran bazar che è il mondo, con le sue culture, le sue possibilità, le sue difficoltà, le sue gioie, le sue tragedie, le sue bellezze. Ed è di bellezza che vorremmo parlare nonostante la recente storia parli di continuamente di atti efferati contro le donne.

Un susseguirsi di episodi drammatici che viene ribadito da una preziosa introduzione, con l’invito a sostenere Donne in rete contro la violenza Di.Re., della sua presidente, Antonella Veltri. Una associazione che la Casale aveva contattato tempo fa per dare supporto alla stessa e a tutte quelle donne che subiscono violenze, fisiche e psicologiche. Un appello oramai divenuto estremo che la nostra cantante prende a cuore portando la sua carica emotiva fin dalle prime note dello show con la versione registrata di “The Jungle Line”, mandata in playback in sala tratta dal suo ultimo lavoro, Joni. Un originalissimo arrangiamento che ci proietta in una ideale New York del futuro, con voci e suoni in una era ultra-moderna, ideale prosecuzione del videoclip lanciato come incipit dell’evento. D’incanto si passa a “Roses Blue” che viene chiusa con una straordinaria improvvisazione al piano di Emiliano Begni, protagonista eccellente anche in studio per il progetto dedicato alla cantante canadese assieme a Francesco Consaga ai fiati, a Ermanno Dodaro al contrabbasso, e Gino Cardamone alla chitarra (questi ultimi due sostituiti egregiamente in tour da Alessandro Maiorino e Marco Acquarelli). Si prosegue con “For The Roses” e capiamo subito che lo spettacolo così come l’album, ripercorrerà il periodo più leggendario della Mitchell; quel repertorio straordinario di folk e ballad, di innovazioni armoniche e melodiche che la nostra Casale riesce a rendere palpabili, divertendosi nel cambiare alcuni passaggi e destrutturando addirittura la classica “Woodstock” per poi approdare ad una delle canzoni più intimiste, “Song To A Seagull”.

Rossana ci prende per mano facendoci nuotare dentro il mare di Blue, forse l’album più bello della Mitchell. E a tuffarsi con tutti noi, con i segreti vengono resi vivi, arriva la prima sorpresa della serata: Maria Pia De Vito, altra eccellente performer che duetta con Rossana su un brano tratto dal citato album del 1971, ”A Case Of You”. Le voci iniziano a farci sognare, tornando indietro nel tempo fino a “I Had A King” tratta dal primo album targato 1968, prodotto da David Crosby che scoprì la Mitchell in un club in Florida. E dalla Florida a Creta. Un viaggio ideale ma anche reale che Joni affrontò nel 1970, scrivendo sulle spiagge di Màtala, il brano “Carey” in un arrangiamento dal sapore latineggiante. Le stelle continuano ad allinearsi, ed ecco che arriva Carla Marcotulli per il duetto di “Goodbye Pork Pie Hat” . Altra bellissima performance al quale segue un medley composto da Little Green/My Old Man/Blue. Il tempo di tornare , con “The Circle Game”, in una versione divertente, che toglie con coraggio una parte di quella malinconia contenuta nella versione originale, dove si parla della ciclicità della vita e della morte. Ma è con “In and Out of Lines”, brano scritto dalla Casale assieme a Dodaro, che viene chiamata sul palco un’altra strepitosa singer, Susanna Stivali. La composizione è assolutamente e volutamente in linea con quelle più jazzate della Mitchell e che Rossana non ha mai nascosto; né in questo ultimo progetto, né con i precedenti. La sempreverde “Big Yellow Taxi” chiude lo show ma il caldo pubblico romano vuole ascoltare ancora questa nostra straordinaria cantante – probabilmente una delle poche che può permettersi di affrontare il repertorio della autrice canadese. Viene così riproposta, ma “live”, “The Dry Cleaner from Des Moines” con tutte le ospiti sopra citate raggiunte nel frattempo da Danila Satragno, Perla Palmieri e Giulia Lorenzoni, in una danza di note, emozioni, parole, suoni e atmosfere che posizionandosi spontaneamente quasi in cerchio evocano le figure di Picasso nelle Demoiselles d’Avignon. Ma il prezzo del biglietto vale soprattutto per la canzone che la Casale sceglie per chiudere la serata e l’intero tour: “Both Sides Now” è probabilmente il brano più significativo dell’intera carriera della Mitchell. Un brano al quale, l’artista canadese è particolarmente affezionata e che per il testo contenuto, ne rappresenta l’essenza più vera del suo animo.

Veniamo così sfiorati dalla leggerissima quanto emozionata voce della Casale, che da sola davanti al microfono e accompagnata dal pianoforte, resta idealmente nuda davanti a tutti noi, facendoci capire che la sua vita così come quella della Mitchell può e deve essere osservata da più punti. È proprio lì, al centro di quelle liriche che giace la verità che gli esseri umani a volte celano, altre volte mostrano. È in quel guardare dove non si è mai guardato, citando Saramago, che risiede forse la chiave dello scrigno dove Rossana custodisce la propria identità: il voler cercare sempre tanti “nord” per poi toccare gli altri punti, così come ha fatto per tutta la carriera, sorprendendoci di volta in volta con nuovi suoni e nuovi orizzonti; con nuove armonie celestiali e nuove parole. Come quelle contenute in tutte quelle lettere d’amore che ci ha spedito nel corso del tempo, come fossero foglie su un letto di un fiume, per giungere a noi, in cerca sempre di emozioni vere.

Europa delle donne?

A proposito di Europa, delle prossime elezioni europee che si svolgeranno dal 6 al 9 giugno e dei partiti di estrema destra che stanno guadagnando posizioni e che potrebbero cambiare la geografie dell’Europarlamento e della Commissione: non sarà un buon tempo per le donne. Il gruppo di estrema destra Identità e Democrazia (Id) e il gruppo di destra dei conservatori e dei riformatori europei (Cer) sono destinati a guadagnare seggi. A livello nazionale i partiti affiliati a questi gruppi si distinguono per il continuo tentativo di annacquare o di eliminare diritti chiave come l’accesso all’aborto o le leggi contro la discriminazione di genere. 

I populisti di estrema destra hanno preso di mira in Andalusia “il ruolo della donna come vittima e dell’uomo come aggressore” e quelli che molti considerano diritti fondamentali negli ultimi anni. Il partito polacco di destra Law and Justice ha messo fuori legge l’aborto nella maggior parte dei casi nel 2020, una misura che il nuovo primo ministro Donald Tusk sta lavorando per rovesciare. Nel frattempo, il governo di Viktor Orbán in Ungheria ha reso obbligatorio per le donne in gravidanza ascoltare il battito cardiaco del feto prima di poter accedere alla procedura.

In Italia, il governo della coalizione di destra è stato preso di mira per non aver protetto le donne tagliando i finanziamenti ai programmi per combattere la violenza di genere. Il partito di estrema destra spagnola Vox, che è presente in diversi governi di coalizione a livello locale e regionale, si è spostato a rottamare i dipartimenti incaricati di promuovere l’uguaglianza e in alcuni casi ha inoltre soppresso ogni menzione della violenza di genere o dei diritti LGBTQ+.

“La destra e l’estrema destra potrebbero cercare di replicare a livello dell’Ue le misure restrittive che sostengono a livello nazionale” ha affermato Jéromine Andolfatto, responsabile della politica e della campagna presso la Lobby europea delle donne. Non ci sono dati completi sull’argomento, ma un sondaggio su 145 parlamentari di 45 Paesi europei nel 2018 ha rilevato che oltre l’85% delle donne intervistate aveva subito violenza psicologica e quasi la metà aveva ricevuto minacce di stupro o percosse fisiche. Circa una deputata su quattro che era stata vittima di molestie sessuali ha riferito l’incidente alle forze dell’ordine.

Buon 8 marzo. 

Nella foto: sciopero femminista in Spagna, 8 marzo 2019 (Wikipedia)

Per approfondire leggi Left di marzo All’opposizione per Costituzione

Una premier per “nemica”. Delle donne

Marzo 2024, a che punto siamo? Quale è la condizione delle donne oggi in Italia, in un Paese che per la prima volta nella storia ha una presidente del Consiglio donna? E che per la prima volta ha una donna alla guida del maggior partito di opposizione? Il 9 giugno le due leader si sfideranno, forse anche direttamente, come candidate capofila dei rispettivi schieramenti alle Europee. E noi pensiamo che fanno bene a metterci la faccia, scrollandosi dalla spalla la mano di colleghi di partito e capi corrente, provvidi di paternalistici consigli (soprattutto a sinistra).
Detto ciò, la loro personale rottura del tetto di cristallo è sufficiente per cambiare le cose? La risposta è decisamente no. La prima a sottolinearlo con onestà è la stessa Elly Schlein, che, criticando le politiche conservatrici di Meloni all’insegna di Dio, patria e famiglia, sottolinea: «Non ce ne facciamo niente di una premier donna se non lavora per le donne».
Meloni però ha fatto di più di quel che dice la segretaria del Pd: si è mossa contro le donne. Lo ha fatto concretamente quando, in barba alla (insostenibile) retorica familistica dei suoi discorsi, il suo governo ha aumentato le tasse sui beni di prima necessità per l’infanzia e per l’igiene intima. Lo ha fatto quando ha tolto anche le facilitazioni minimali per la pensione che venivano offerte con “Opzione donna”e “Ape sociale”.
Lo ha fatto quando ha tagliato i fondi del Pnrr che servivano per costruire asili nido e centri antiviolenza al sud utilizzando beni confiscati alle mafie. E molto altro, come argomenta autorevolmente Susanna Camusso ad apertura di questa storia di copertina. Qui ci limitiamo a ricordare un dato che già di per sé la dice lunga, ovvero che in Italia il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni è al 52,6% nettamente inferiore a quello di tutti gli altri Paesi dell’Unione europea. E se guardiamo al Sud la media precipita ulteriormente. Nel mezzogiorno, dove la quota di donne di 15-64 anni che lavorano è il 35,8% del totale. E il governo intende peggiorare ulteriormente la condizione femminile varando l’autonomia differenziata che, bene che vada, cristallizzerà il gap di servizi e welfare tra Nord e Sud, tra grandi centri e aree interne.
La destra con tutta evidenza non lavora per l’emancipazione delle donne. Rema addirittura contro questa destra-destra che, ossessionata dalla denatalità, considera le donne solo in quanto madri, elucubrando proposte di legge antiscientifiche che prevedono il riconoscimento giuridico dell’embrione e provando a intralciare ogni libera scelta di fare figli o meno, obbligando le donne che vogliano interrompere una gravidanza ad ascoltare il battito del cuore del feto (ci hanno già provato in Regioni guidate dal centrodestra) e ostacolando l’aborto farmaceutico, in un Paese dove è altissimo il numero di ginecologi obiettori. Intanto il numero dei femminicidi non accenna a diminuire ( sono già 20 nel 2024 e sono state 120 nel 2023), così come la violenza sessuale ( più 35 per cento negli ultimi 4 anni) e gli episodi di vittimizzazione secondaria nelle Aule di tribunale, mentre la violenza domestica, che si nasconde tra le mura familiari, è un oceano sommerso.
Non aiuta da questo punto di vista nemmeno l’Europa dove fa discutere una direttiva che derubrica le molestie sul lavoro e fa un passo indietro rispetto alla necessità di considerare stupro qualsiasi atto sessuale non consensuale.
Di fronte a tutti questi segnali di arretramento culturale, abbiamo sentito l’esigenza di tornare a ripassare la storia. Non solo indagando le radici culturali di questa destra di governo che affondano nel Msi e, per quella via, nel Ventennio. Ma anche e soprattutto tornando a riscoprire i punti alti della storia e delle conquiste delle donne in Italia. Lo facciamo con tante voci di giuriste, sindacaliste, politiche, storiche e attiviste che si alternano nella storia di copertina e nel libro del mese “Resistenti” realizzato insieme al coordinamento donne dell’Anpi.
Da quel lontano 1874 quando le donne furono ammesse nei licei e nelle università, al 1919 quando venne abolita l’autorizzazione maritale e consentito alle donne l’accesso ai pubblici uffici (esclusi la magistratura, la politica e l’esercito). E poi, dopo gli anni bui del fascismo che imponeva la procreazione come principale dovere della donna e inaspriva le leggi che la sottomettevano alle scelte di padri e mariti, grazie all’impegno delle donne nella Resistenza, la conquista del voto attivo e passivo (al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 fu determinante il voto delle donne per la scelta della Repubblica) e la stesura della Carta del 1948 a cui dettero un contributo fondamentale le costituenti. Già all’articolo 3 la Costituzione, su cui vorrebbe mettere le mani questo governo, garantisce pari diritti e pari dignità sociale alle donne in ogni campo. Poi sarebbe arrivata la grande stagione di conquiste degli anni Sessanta e Settanta, grazie ai movimenti femminili, per il divorzio, la sessualità, la contraccezione, l’aborto, passando anche per la riforma del diritto di famiglia del 1975. Nel 1981 la cancellazione del diritto d’onore e nel 1996 il riconoscimento dello stupro come reato contro la persona e non contro la morale.
Di strada ne abbiamo fatta tanta, ma oggi faremmo un grave errore se dessimo queste conquiste per scontate. Prepariamoci a una nuova stagione di lotte, alzando lo sguardo, puntando al pieno riconoscimento dell’identità delle donne, uguali e diverse dagli uomini.

 

Qui l‘intervento di Simona Maggiorelli l’8 marzo, nel timone del direttore Daniele Biacchessi sul Giornale Radio

Lo sguardo di Gian Maria Volonté

Volonté

Fino al 24 marzo l’Archivio Storico di Cinema Enrico Appetito celebra Gian Maria Volonté, in occasione del trentennale della scomparsa di uno dei più importanti e poliedrici interpreti del cinema italiano.
Ad ospitare la mostra, Gian Maria Volonté 30 – curata da Tiziana Appetito e da Francesco Della Calce e organizzata da Claudia Appetito per EticaArte- gli spazi del Wegil a Roma. Una straordinaria selezione di novanta fotografie, tra le oltre 8.000 presenti in archivio, che ritraggono il set e il fuori set di tre dei film più iconici interpretati dal grande artista, proiettati presso lo Spazio Scena, sempre nello storico rione Trastevere della capitale: Per un pugno di dollari di Sergio Leone, Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, vincitore del Premio Oscar al miglior film straniero nel 1971 e del Gran premio Speciale della Giuria a Cannes.
Un altro importante luogo della mostra è il Csoala Strada, a Garbatella, dove il 21 marzo verrà proiettato il documentario del 1969 di Ugo Gregoretti Apollon – Una fabbrica occupata, con voce narrante di Gian Maria Volonté.
Ad arricchire la mostra incontri e dibattiti ai quali interverranno, tra gli altri, Mimmo Calopresti, Andrea Occhipinti, Daniele Vicari, Mattia Sbragia, Antonello Fassari, Georgia Lorusso.
Abbiamo, per l’occasione, incontrato Tiziana Appetito, figlia del grande fotografo, all’interno degli spazi, affascinanti, dell’Archivio, accolti e accompagnati da un tappeto sonoro di mani sapienti che erano, nel frattempo, impegnate nelle attività del laboratorio. Grazie a Tiziana Appetito il materiale fotografico, presente nell’Archivio, si è arricchito, nel tempo, con le opere di altri due grandi fotografi di scena, Mario Tursi e Gianni Caramanico, superando i tre milioni e mezzo di negativi, positivi e lastre per oltre 700 film. Insieme a Tiziana Appetito, abbiamo dialogato con Francesco Della Calce, critico cinematografico, giornalista e curatore dell’Archivio.

Tiziana, come nasce l’Archivio Storico di Cinema Enrico Appetito? E com’è nata la tua passione che ha alimentato l’importante e prezioso lavoro di tutela di questo straordinario patrimonio artistico?
L’Archivio Appetito nasce in maniera spontanea perché mio padre, non appoggiandosi mai ad altri laboratori, ne ha sempre avuto uno personale nel quale tenere e conservare le sue opere fotografiche.
Fin da piccola andavo al laboratorio, dove mi incuriosiva molto seguire gli stampatori nelle camere oscure. E già all’età di nove, dieci anni, mi divertivo a numerare i negativi. Penso che la passione per questo lavoro sia nata proprio in quegli anni, insieme al desiderio di voler continuare a tutelare ciò che era stato creato e, col tempo, costruito, attraverso il laboratorio.

Che rapporto hai avuto col cinema e con questo sguardo particolare sul cinema che è stato quello di Enrico Appetito?
Raggiungevo mio padre sul set, dove gli portavo anche le stampe appena fatte, i provini. Quello con il cinema è stato un rapporto appassionante, e andare sul set rappresentava per me un momento importante, per comprendere anche meglio la sequenza, la scena, i cui negativi andavo sviluppando e numerando. Mio padre, però, era talmente bravo e meticoloso nel suo lavoro che, anche solo osservando le sue fotografie, avevo la netta sensazione di essere sul set insieme a lui e al direttore della fotografia, o meglio, all’autore della fotografia.

In che modo cambiava lo sguardo di Enrico Appetito da un set a un altro?
Lui entrava subito in empatia con il regista, con il quale costruiva un rapporto di stretta collaborazione, soprattutto quando si trattava di grandi cineasti. Con i registi emergenti, oltre al rapporto di collaborazione, era molto attento anche nel dare loro suggerimenti. Anche se, in verità, sia i grandi registi che gli autori più giovani gli chiedevano sempre dei consigli durante le riprese. Sul set si respirava sempre un grande rispetto per mio padre e per il suo ruolo: spesso, non accorgendosi dei numerosi scatti, che poi venivano mostrati loro successivamente, i registi gli chiedevano se avesse necessità ancora di scattare altre fotografie, e di soffermarsi, ad esempio, sulle scene o su particolari dettagli.

Nel visitare la mostra si ha la sensazione di essere avvolti, quasi catturati, dagli sguardi ritratti nelle foto, in particolare quello di Gian Maria Volonté. Grandissimo attore, rivoluzionario sia sulla scena che nella vita e, al contempo, una figura per molti versi anche sfuggente. Ed è come se, in queste foto – di Enrico Appetito e di Mario Tursi – emergesse questo qualcosa di inafferrabile, questa particolare luce nello sguardo, l’interiorità stessa del personaggio ma anche dell’attore.
La mostra è stata proprio studiata per dare particolare risalto agli sguardi. Lo sguardo di Gian Maria Volonté cambia continuamente, ed è sempre diverso a seconda del personaggio interpretato. Ad esempio, sui tre set dei film presenti in mostra scorgiamo lo sguardo sofferente in Sacco e Vanzetti, per l’ingiustizia che si stava compiendo, lo sguardo ostile, cattivo, del personaggio di Ramon Rojo in Per un pugno di dollari, e lo sguardo perverso, subdolo – attraverso anche un impercettibile abbassamento della palpebra – del protagonista di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
È una fortissima comunicazione quella che Volonté riesce a trasmettere con lo sguardo. E mio padre riesce a cogliere quello che c’è dietro di esso, e a immortalare il momento nel quale avviene questa comunicazione con chi osserva le foto. E noi riusciamo a comprendere quello che il personaggio sta esprimendo in quello specifico momento. Anche senza il sonoro, le foto hanno la capacità di introdurre lo spettatore in quel preciso istante, in quella scena in particolare, permettendogli quasi di viverla. Questo è un talento che è stato riconosciuto a mio padre sia da Alberto Sordi che da Tonino Cervi, e dallo stesso Mario Tursi. Anche Michelangelo Antonioni ha apprezzato molto lo sguardo di mio padre, di cui apprezzava la straordinaria capacità di riuscire a far vedere quello che il regista cercava di ottenere nella recitazione e nelle riprese, facendo già affiorare dalle fotografie quello che sarebbe poi stato proiettato sullo schermo. E Monica Vitti lo chiamava ‘indice d’oro’.

Come si preparava Enrico Appetito all’incontro con il set?
Il fotografo di scena, insieme al regista, al produttore, allo scenografo, aveva un copione. A lui venivano commissionati anche i sopralluoghi, che adesso sono delegati allo scenografo, e partecipava alle prove di trucco e parrucco. Dalla preparazione del film fino alla sua realizzazione, il fotografo di scena collaborava all’intera costruzione del film. Nella mostra è possibile cogliere proprio i raccordi di questa costruzione. Dalle foto emerge anche il particolare e spontaneo rapporto con i registi e io, osservandole, riuscivo a cogliere, ad esempio, quanto mio padre fosse più o meno appassionato al progetto al quale stava lavorando.

L’Archivio Appetito è stato riconosciuto di interesse storico dal ministero per i Beni e le attività culturali. Quanto è importante la tutela di questi luoghi?
È importante perché vi è la consapevolezza che questi preziosi materiali non si disperderanno poiché se ne prevede una cura, una tutela, e che quindi c’è qualcuno che continuerà l’opera che è stata iniziata. Luoghi come questi dovrebbero avere accesso nelle università – sono state già realizzate tre tesi di laurea sull’Archivio – e accogliere i giovani, ai quali vorrei insegnare i segreti affascinanti dell’archivio analogico: ad esempio, il negativo, nero, veniva numerato al rovescio con la china bianca, pertanto si scriveva da destra a sinistra.
La fotografia è un’opera d’arte, che sceglie le sue inquadrature, la sua luce, quel particolare sguardo e movimento.

Vorrei concludere chiedendoti chi è per te Gian Maria Volonté.
Per me Gian Maria Volonté è un grandissimo attore, un attivista, come si evince anche dalle fotografie fatte da Gianni Caramanico in occasione dell’occupazione della tipografia Apollon, tra il 1968 e il 1969. Lo ammiro perché per lui non era importante la celebrità, ma sfruttare il mestiere di attore per portare avanti i suoi ideali e combattere contro le ingiustizie.
Giuliano Montaldo, nel 2017, in occasione della mostra su Sacco e Vanzetti, realizzata presso il Teatro Uno di Cinecittà, ha dichiarato che Gian Maria Volonté manteneva lo stesso approccio che aveva sul set, anche fuori scena, ed era sempre attento ai mestieri del set, all’intera troupe che prendeva parte alla realizzazione del film.

Francesco, quanto sono importanti i luoghi e, in questo caso, quelli scelti per la mostra, per celebrare Gian Maria Volonté e il cinema italiano?
Sia per quanto riguarda lo Spazio scena, ubicato nei locali dello storico Filmstudio, che il Csoa la Strada, c’è stata l’idea di portare la mostra anche fuori dall’edificio pensato per l’allestimento, un po’ a voler, in senso metaforico, portare le fotografie sulla pellicola, che era il lavoro che facevano i grandi artigiani come Enrico Appetito e Mario Tursi. E quindi è stato importante dare vita a queste foto, soprattutto per il pubblico dei giovani che vedranno per la prima volta i film che saranno proiettati durante il periodo dell’evento.
E, per dare maggiore valore sinergico alla mostra, importante e, direi, fondamentale è la gratuità di tutti gli eventi, affinché siano fruibili da quante più persone possibili, e soprattutto dai giovani. Avvicinare, quindi, la bellezza di questo straordinario interprete, che è stato Volonté, allo spettatore. Spettatore non solo di immagini ma anche del cinema in senso più ampio, che racchiude sia le immagini che i suoni. In questo caso, parliamo delle musiche di Ennio Morricone, che ha realizzato la colonna sonora di tutti e tre i film presenti alla mostra.

Un vero e proprio invito alla città ad entrare…
Si, ed è stato interessante vedere entrare ragazzi, adulti, genitori e figli, coppie di fidanzati, un pubblico davvero eterogeneo. Quindi, il valore dei luoghi possiede un suo senso profondo, per la mostra e per il cinema stesso: non dimentichiamo che il WeGil e lo Spazio Scena – che peraltro costituiscono quasi una naturale prosecuzione geografica essendo due luoghi adiacenti l’uno con l’altro – si trovano nel rione Trastevere, accanto ad altre realtà importanti, quali il Cinema Nuovo Sacher e l’Associazione dei Ragazzi del Cinema America.

Ospite della mostra anche la Scuola d’Arte cinematografica Gian Maria Volonté. Qual è, oggi, il rapporto auspicabile tra il cinema e i giovani aspiranti autori? Quale la fondamentale lezione dei grandi artisti del passato?
Parto da quello che ha detto Daniele Vicari quando ha aperto, insieme a me e alle istituzioni, l’inaugurazione alla mostra. Intanto anche la scuola Volonté – di cui il regista è il direttore e uno dei fondatori – è gratuita. Un elemento importante che fa sì che vi sia un’autenticità, una sincera adesione al cinema da parte di chi decide di andare a frequentare i corsi scolastici e, dal mio punto di vista, avverto questa sorta di trait d’union, quasi un passaggio di consegne, perché lo stesso Volonté credeva nell’importanza della scuola, quale ‘bottega del cinema’ e luogo primario di formazione: lo vediamo nel documentario di Ugo Gregoretti, dove c’è anche Pasquale Squitieri che realizza le interviste per lui, e in Tre ipotesi sulla morte di Pinelli, diretto da Elio Petri e Nelo Risi nel 1970, dove alcuni attori, tra cui il giovane studente Renzo Montagnani, sono guidati da Gian Maria Volonté.
Da qui, l’inevitabile e importante omaggio: quello di far aprire a Daniele Vicari il primo degli incontri che precedono la proiezione dei film.

Tra le proiezioni in programma, anche il documentario, che hai citato, di Ugo Gregoretti, con voce narrante di Gian Maria Volonté, Apollon – Una fabbrica occupata (1969), che ricostruisce, in forma di docu-fiction, la storia di una lunga occupazione. Un film, ancora oggi, di straordinaria attualità…
Apollon – Una fabbrica occupata è attuale perché possiede ancora una sua forza storico-sociale e comunicativa. Qualche giorno fa rivedevo le foto in bianco e nero del film – che ritraggono sovente lo stesso Volonté col megafono – e osservavo, in quegli scatti, questa fabbrica di carta, dove risaltano appunto pile di carta. E l’aspetto che, tra gli altri, colpisce maggiormente, è questa capillare organizzazione della fabbrica, diventato ben presto un vero e proprio villaggio, dove venivano organizzate piccole mostre d’arte, e dove gli operai praticavano sport e mangiavano insieme (ad esempio, la sala che ospitava i convegni era diventata il teatro della fabbrica). Un microcosmo, quindi, che mostra sociologicamente una crescita organizzativa anche celere, essendo stata attuata in così pochi mesi.

Essere un attore è, prima di tutto, «tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita». È quanto afferma il grande attore, artista versatile, poliedrico e militante, totalmente immerso nel presente, che ha voluto raccontare, e farlo in un certo modo. Chiedo anche a te, dopo averlo chiesto a Tiziana: chi è Gian Maria Volonté?
Volonté era un uomo e un artista sensibile a quello che gli accadeva intorno, un attivista, un attore impegnato politicamente. Era figlio del tempo che viveva, non era impermeabile agli eventi. In Gian Maria Volonté convivevano la straordinarietà dell’uomo con quella del grandissimo interprete. Volonté era talmente immenso, e talmente contemporaneo, da essere diventato un archetipo, e anche per chi fa il nostro lavoro rappresenta il motivo per il quale noi facciamo questo mestiere. La visione dei film interpretati da Volonté, in particolare le pellicole degli anni Settanta, mi hanno positivamente colpito perché mi spingevano ad innamorarmi del cinema. E il cinema d’autore, poi, ha la grande prerogativa di costringerci a pensare, inevitabilmente, anche quando si è usciti dalla sala.
Elio Petri ha girato con Volonté forse i suoi film più scomodi, anche per le stesse modalità di realizzazione e di rappresentazione. Riprendendo ciò che ha detto Petri, sottolineerei uno degli aspetti precipui del cinema che deve saper parlare alle masse e non alle èlite intellettuali, altrimenti non serve a nulla. Volonté era colui che maggiormente aveva recepito questo tipo di lezione, cominciando a farlo già nei western (in Per un pugno di dollari e poi in Faccia a faccia di Sergio Sollima), e poi nei film politici che, per un uomo e un artista come lui – e come lo stesso Petri – attento, ostinato e versatile, non potevano non includere quel tipo di linguaggio e di complessità.

Armi, cosa accade dietro la faccia rassicurante di Bruxelles?

Conviene fare un breve ripasso su quali siano gli obiettivi dell’Unione europea che si celano dietro l’ispessimento di notizie su un esercito europeo e su una ventilata economia di guerra. Provare a rispondere alla fatidica domanda: cosa accade dietro la faccia rassicurante di Bruxelles?

Martedì gli alti funzionari Ue hanno presentato il loro piano per una sostanziale revisione dell’industria della difesa e del blocco. Moltissime le idee e pochissimo – per ora – i soldi. Sul piatto ci sono 1,5 miliardi di euro nel Programma europeo per gli investimenti per la difesa (Edip). Cinque propositi sul piatto. Innanzitutto Bruxelles vuole che i governi dell’Ue acquistino meno armi dagli americani (anche se, in segno di dominio della difesa degli Stati Uniti, la presentazione effettiva includeva una foto di un caccia a reazione McDonnell Douglas F/A-18 Hornet). Quando dagli Usa si sono detti preoccupati per il possibile calo di vendite americane il vicepresidente esecutivo della Commissione Margrethe Vestager ha rassicurato: “l’Europa sarà più autosufficiente ma ovviamente non completamente autosufficiente”.

Serviranno almeno 100 miliardi di euro. Dove prenderli? Qualcuno propone di utilizzare i fondi di coesione (che servirebbero per le disuguaglianze), molti vorrebbero che la Bce “cambi la sua politica di prestito” per consentire investimenti in difesa (qualcosa non attualmente consentita).

E la Nato? Un alto funzionario della Nato ha detto che i piani dell’Ue per maggiori finanziamenti sono i benvenuti, ma anche che l’organizzazione sta “osservando da vicino per vedere se l’Ue spingerà questioni come i propri standard per le armi”. Ed è solo l’inizio. 

Buon giovedì. 

Quei 1.500 camion bloccati a Rafah

Sono almeno mille e cinquecento (1.500) i camion carichi di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza bloccati al valico di Rafah. Bloccati perché gli è impedito di entrare nella Striscia dove la popolazione – secondo il Wto – si appresta a contare almeno altri 75mila morti per fame e per sete. 

Le immagini dei mezzi costretti al fermo le ha mostrate Meri Calvelli, cooperante della ong Acs, giunta al valico di Rafah assieme alla delegazione italiana che chiede il cessate il fuoco immediato e l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari senza alcuna limitazione. 

Su Gaza cadono bombe e pochi (pochissimi) aiuti umanitari dal cielo. Lo Stato di Israele evidentemente crede che per sconfiggere Hamas sia necessario impedire l’ingresso di cibo per salvare la gente stremata. Impossibile sapere cosa c’entri con la strategia militare del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affamare la gente già stracciata. 

Gli operatori umanitari fanno l’elenco di cose semplici che Israele non ha fatto per facilitare l’arrivo degli aiuti: consentire forniture essenziali sufficienti, aprire prima i punti d’ingresso e rispettare le minime condizioni di sicurezza per i convogli e gli operatori umanitari e i loro uffici, che invece vengono attaccati. Israele, inoltre, continua a respingere regolarmente le richieste umanitarie di far entrare altre fonti di energia come i pannelli solari, i generatori e le batterie. I civili palestinesi muoiono per cause evitabili: bombardamenti, mancanza di acqua e cibo, diffusione di malattie, assenza di cure mediche.

Il blocco israeliano è una forma di punizione collettiva e un crimine di guerra. Anche se scriverlo offende qualcuno. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: i camion bloccati a Rafah da Pagina esteri

 

La Venere degli stracci rinasce ancora. A colloquio con Michelangelo Pistoletto

Venere degli stracci Pistoletto

«Nel mio lavoro non c’è difesa. La Venere degli stracci deve essere un’opera aperta». Così Michelangelo Pistoletto ci disse all’indomani dell’attacco alla sua opera a Napoli, compiuta da una persona con problemi psichici che lui ha cercato in tutti questi mesi di fare uscire dal carcere perché fosse curato. Oggi 6 marzo, la sua opera rivive a Napoli in nuova forma nuova. La conferenza stampa di presentazione dell’opera si può seguire sul sito del Comune di Napoli

Qui riproponiamo la nostra conversazione pubblicata su Left il 2 agosto 2023
Maestro Michelangelo Pistoletto, l’incendio in piazza del Plebiscito a Napoli della sua Venere degli stracci è stato un femminicidio, lei ha detto in una intervista. La sua Venere è una immagine femminile che vive e si rigenera dal 1967 e nota in tutto il mondo. Come sta vivendo questo momento?
In realtà non è stata una mia espressione: devo alla mia compagna questa considerazione. Quando abbiamo saputo dell’incendio dell’opera ha reagito dicendo: “l’ho sentito come un femminicidio”. Mi ha colpito il suo commento sensibile, mi è parsa molto significativa questa sua intuizione. Concretamente il fuoco è stato appiccato agli stracci. Ma hanno bruciato la Venere insieme ad essi. L’attacco morale di fondo, oltreché estetico, è la Venere che rappresenta la femminilità, che attraversa tutta la storia dell’umanità come emblema di bellezza, di sensibilità, di amore e di venerabilità.
Ha detto di voler incontrare la persona che è accusata di aver incendiato l’opera. Accadrà?
Avevo chiesto di poterlo incontrare quando era stato ipotizzato si trattasse di un clochard. Ma dalle indagini di polizia sembra emergere qualcosa di diverso. A questo punto non voglio intromettermi nel loro lavoro. Non so quali siano state veramente le motivazioni che hanno fatto scattare questo gesto incendiario e mi rendo conto che non posso in un rapporto così, amichevole, arrivare alla verità.

La sua Venere come tutta l’arte in piazza è vulnerabile, è di tutti, è gratuita, non chiede un biglietto. Anche questo concorre alla sua forza e bellezza?
Nel mio lavoro non c’è difesa. L’esposizione pubblica è fatta apposta per favorire l’interazione. Accade fin dai miei primi quadri specchianti dove il mondo rappresentato dalle persone che si guardano nell’opera è interamente compreso in essa. Lo spettatore è parte dell’opera d’arte, viene incluso, non ha una posizione esclusivamente contemplativa. La Venere degli stracci deve essere un’opera aperta. I vestiti che la circondano sono chiamati stracci perché sono stati usati, hanno avuto dentro di sé corpi umani; è l’umanità stessa che si ritrova nella moltitudine di questi indumenti, così come si può ritrovare nella moltitudine delle persone che si riflettono nei quadri specchianti.
Non è la prima volta che le sue opere vengono colpite. Era già accaduto molti anni fa negli Stati Uniti: i suoi quadri specchianti subirono una violenta aggressione nella galleria di Leo Castelli. Cosa scatenò quell’attacco?
Trovai colpi fortissimi sulla parte specchiante dei miei lavori. Accade proprio dentro la galleria di New York dove stavo per inaugurare la mia mostra. Quella volta ebbi un po’ paura. Avvertivo una violenza contro di me, anche a livello personale, che veniva da un certo ambiente artistico. All’epoca il mio lavoro veniva incluso nella Pop art newyorchese. Non perché io mi ci fossi infilato, ma perché mi ci misero dentro. Il mio lavoro era oggettivo e la Pop art praticava l’oggettività della raffigurazione, ma il problema fu che gli artisti americani, già dall’epoca dell’Action Painting, scrivevano esplicitamente che intendevano tagliare i ponti con l’arte europea. L’Europa doveva diventare secondaria rispetto al potere americano, questo era inteso sotto tutti i profili, ma soprattutto sotto quello politico a cui aderirono gli artisti pop. Sposarono quel sistema universalmente inteso che è il sistema consumistico. Il mio lavoro non avendo nulla a che fare con quel sistema non aveva più ragione di essere presente là dove si voleva negare il rapporto con il passato e con l’Europa.

Nella storia, prima del turbo capitalismo, la fantasia degli artisti è stata attaccata dalle teocrazie e dai regimi. La secolare e feroce storia dell’iconoclastia ci insegna che dittatori e religiosi non tollerano riferimenti all’arte che allude all’umanità più profonda e a una possibilità di trasformazione interiore. Che ne pensa?
L’iconoclastia è un fenomeno estremamente complesso e cruciale. Curiosamente nei giorni scorsi stavo appuntando delle note proprio su questo tema (continuo a scrivere man mano che procedo nella mia ricerca). Da sempre mi colpisce la necessità che molte persone hanno di identificarsi in un elemento che possa unirle; fosse pure una bandiera, un dogma, un simbolo di appartenenza. Ma se c’è di mezzo l’aspetto religioso, invece di “religare” (unire), l’effetto è “relegare” (escludere): crescono elementi che confliggono distruttivamente fra di loro, per il possesso del potere. Da qui le guerre, le fratture insanabili. Nell’incapacità di “religare” i rapporti umani si relega e si confligge drammaticamente fra le varie bandiere.
Al contrario lei ha sempre cercato un modo per poter far sì che l’arte sia fattore di coesione e motore di un cambiamento sociale “progressista”, oserei dire, evolutivo per l’umanità. Come si è sviluppata questa sua ricerca?
Io ho sempre pensato che l’arte sia il fermento essenziale del pensiero umano. Non solo in astratto. L’arte è la messa in pratica dell’attività umana; la parola tecnè corrisponde al concetto di arte: è l’arte che pensa, l’arte che fa. Nel Novecento l’arte ha sviluppato una sua autonomia man mano sempre più chiara, sempre più precisa. Ogni singolo artista ha assunto autonomia e autorialità propria. Per me, tuttavia, non era sufficiente che l’artista realizzasse la propria identità e libertà assoluta, perché in questo modo sarebbe rimasto solo, fuori dal mondo. La libertà dell’artista doveva essere messa a disposizione dell’intera umanità.
L’artista, in questo senso, ha una responsabilità?
L’arte per mantenere la propria autonomia non deve essere sottomessa a nessuna altra trama. Ma deve assumersi la responsabilità di produrre in prima istanza il sistema sociale, che va dalla politica all’architettura, a tutto ciò che fa la società. E qui torniamo a ciò che lei accennava: l’arte deve essere al centro di una trasformazione responsabile della società. Lo vediamo tutti i giorni: il mondo è attraversato da molti conflitti distruttivi, dobbiamo liberarcene per andare verso ciò che l’arte può portare: equilibrio, armonia e consapevolezza.
In questa direzione va il suo progetto Terzo paradiso, nato da una espressione persiana, che allude a un giardino protetto?
Il Terzo paradiso è un’idea che mi è balenata quando ho visto che nel mondo erano entrati in conflitto natura (mondo naturale) e artificio (mondo artificiale). Sappiamo ormai benissimo che stiamo procurando al pianeta un danno che torna completamente contro di noi. Non possiamo più aspettare. Come artista sento di dover prendere l’iniziativa per stimolare la capacità di creare che è insita in tutti gli esseri umani. Ribadisco, come artisti possiamo realizzare questa massima libertà e responsabilità. Ma bisogna trovare le forme e i metodi opportuni. Anche per questo ho creato il simbolo che ho chiamato Terzo Paradiso, terzo stato dell’umanità in cui i due elementi contrapposti si incontrano al centro producono un elemento nuovo, una realtà che non esisteva, la sintesi di due opposti. Gli estremi e le contraddizioni ci saranno sempre, sta a noi usare il metodo della creazione per dar vita a quell’equilibrio che corrisponde al termine di “umano”, ancora ben lungi dall’essere raggiunto.

Benché lei avesse già un suo percorso avviato, decise di prendere parte al gruppo dell’Arte povera. Più di recente a Biella ha fondato la Cittadellarte dove collaborano ragazzi da ogni parte del mondo. Quale importanza ha per lei il lavoro creativo collettivo?
Ora, secondo me, non conta più tanto lo studio personale come luogo fisico dell’artista, dove produce il proprio lavoro esclusivo e neanche l’opera dell’artista che va in gruppo per strada facendo i suoi graffiti sui muri. Per me è stato importante creare un luogo dell’arte in cui si incontrino tutti gli elementi, tutti i settori che formano la società. L’arte produce una sensibilità che permette di intuire come i vari aspetti della società stessa possano essere modificati, ricreati, riformulati, proponendone la concreta rigenerazione. La Fondazione Pistoletto Cittadellarte punta a una rifondazione della società. L’asse portante è la scuola: una accademia laboratorio dove si insegnano non solo le diverse discipline ma un’arte interdisciplinare che incentiva lo sviluppo di una nuova società. Si formano i giovani che diventano maestri delle nuove generazioni

La Galleria Arte Continua a San Gimignano propone in particolare un suo nuovo autoritratto in cui lei appare con la regalità della statuaria classica e con la pelle tatuata di qrCode. Quale passo ulteriore rappresenta questa opera rispetto ai suoi celebri autoritratti e ai quadri specchianti?
Nei quadri specchianti ho introdotto la memoria nello specchio. Lo specchio riflette immediatamente ciò che sta accadendo, rispecchia il presente continuamente mutevole: quello che c’era ieri oggi non c’è più, è una incessante trasformazione. Ma io fisso nel quadro un presente che rimane e diviene memoria. La memoria per noi esseri umani è fondamentale. E l’arte evoca la memoria più antica fin dai primordi, fin dalle prime tracce che gli esseri umani hanno lasciato. L’arte, che sia figurazione o parola scritta, rimane.
Nei suoi quadri specchianti c’è la realtà in fieri, il divenire continuo, ma c’è anche lo scatto di un istante fisso fotografato?
Ciò che io fisso su un quadro specchiante è la memoria di un istante che fermo e non lascio passare, dunque, quell’istante durerà fin quando esisterà il quadro specchiante e qualcuno apparirà in esso. Nel quadro specchiante c’è la memoria dell’istante che passa. L’autoritratto qrCode include molteplici memorie di me stesso. Molti momenti della mia vita artistica sono impressi in quella mia immagine: c’è la memoria fissa e c’è la memoria lunga e complessa, così come se dentro la mia immagine ci fosse un libro che racconta me stesso. Ho realizzato questo lavoro ben sapendo che probabilmente in un domani questi dispositivi tecnologici potrebbero anche non funzionare più, come è accaduto per le cassette musicali e video, floppy disk ecc. In futuro la tecnologia attuale sarà superata. Per aggirare una eventuale perdita di memoria questi codici che sono impressi nel mio corpo vengono trasmessi anche attraverso la scrittura e il sistema tradizionale di stampa.
La stampa su carta alla fine è la più longeva, come dimostrano millenni di storia?
Sì, penso che la pubblicazione cartacea sopravviverà come sono sopravvissute le incisioni rupestri, io voglio spaziare in tutti i sistemi tecnologici ed essi ritornano sempre alle basi primarie.

 

In 90 anni del Maestro dell’Arte povera

Michelangelo Pistoletto non si è mai fermato, ha sempre continuato con passione una propria originalissima ricerca, fin dagli anni della sua prima formazione, quasi da autodidatta, con suo padre pittore figurativo, rifiutando Gesù e il Duce, come guide che venivano imposte in quegli anni e poi lasciando lo studio di Armando Testa dove l’aveva iscritto sua madre, pensando che la pubblicità fosse il futuro. Lui non si rifiutò, ma – come racconta nel libro intervista La voce di Pistoletto (Bompiani) – usò quell’occasione per studiare l’arte contemporanea. Sussunto, suo malgrado, nella Pop art ne rifiutò le ragioni mercantilistiche. Benché fosse già un artista conosciuto si unì al gruppo dell’Arte povera (il nome fu coniato da Germano Celant) che proponeva una nuova estetica attenta al rapporto fra esseri umani e natura, tema assolutamente all’avanguardia negli anni Sessanta. Per poi tornare a sviluppare la propria ricerca in modo autonomo, sperimentando a tutto raggio, investendo molto sull’arte negli spazi pubblici, assumendosene tutti i rischi. Che si sono resi palesi a Napoli, dove la sua ricreazione in chiave monumentale della Venere degli stracci, (concepita nel 1967) curata da Vincenzo Trione nell’ambito del progetto Open. L’arte in centro, è stata attaccata, arsa, ridotta in cenere. La Venere di Pistoletto, simbolo femminile di rigenerazione risorgerà dalle sue ceneri, assicurò il sindaco di Napoli Manfredi, all’indomani del rogo. Mente l’associazione Mi Riconosci? gli contestava la scarsa concertazione con la cittadinanza.

Ci pare importante tornare a raccontare la straordinaria ricerca di Michelangelo Pistoletto che da più di 60 anni si sviluppa giorno per giorno, con una fiducia profondissima nell’umano, investendo proprio nel dialogo con gli altri. Con i giovanissimi giunti da ogni parte del mondo che popolano la sua Accademia alla Cittadellarte a Biella, ma anche con i cittadini dove vengono esposte le sue opere pubbliche e non solo. Di recente ricordiamo la sua mostra a Roma nel Chiostro del Bramante dal titolo Infinity curata da Danilo Eccher: il percorso squadernava 50 opere e 4 installazioni fra le quali una potente edizione della Venere degli stracci, accanto al simbolo del Terzo paradiso che ricrea l’idea del giardino segreto mutuata dalla antichissima e laica cultura persiana. (Nel libro La voce di Pistoletto l’artista afferma di essere ateo, «preferisco pensare e non credere»). A Roma negli spazi della Galleria Continua all’interno dell’albergo The St. Regis si è tenuta Color and Light, the latest works, dedicata a nuovi, coloratissimi lavori. A San Gimignano invece Galleria Continua ha proposto una selezione di quadri specchianti, fra i quali anche il nuovissimo auto ritratto con qrCode. Altre mostre si sono svolte a San Paolo, a Beijing, a  Dubai, a Biella e al Castello di Rivoli.

La sinistra ancillare e il futuro del Paese

Per quanto gli elettori e i dirigenti di Sinistra italiana più Verdi, i Progressisti di Massimo Zedda e Sinistra futura abbiano ragioni per considerare con soddisfazione il loro risultato in Sardegna – avendo totalizzato insieme il 10,6% dei voti – e guardare così avanti con fiducia, le dichiarazioni e le considerazioni che vengono fatte sulla vittoria di Alessandra Todde non paiono riconoscerne l’importanza e, anzi, vanno tutte in altra direzione. Lo sguardo sembra essere tutto rivolto ai “moderati” – e ai loro sedicenti leader – che dovrebbero riconsiderare le loro posizioni per rendere il famoso “campo” finalmente “largo”, larghissimo, e marciare così uniti – si fa per dire – alla riconquista di altre Regioni come Abruzzo e Basilicata e poi del governo del Paese.
Una serie di considerazioni, però, vale la pena fare sulle reazioni pavloviane di opinionisti e politici, perché segnano il ruolo che certa sinistra pare destinato a giocare nel futuro prossimo, quello ancillare di serbatoio di voti utile a coprirsi a sinistra e consentire il successo, salvo poi essere un partner di bandiera, per la riaffermazione di principi, e non incidere sulle scelte di fondo, che restano sempre orientate a soddisfare la domanda di quei “moderati” di tutte le schiere che determinano il corso di lungo periodo delle politiche.
Molti commenti di questi giorni lasciano emergere questa visione e mostrano quanto l’affermazione e il ruolo delle sinistre in appoggio a Pd e 5 Stelle alleati passino quasi inosservati perché, alla fine, considerato di facile gestione, che non sposterà più di tanto la barra di marcia. Pendiamone due come esempio, usciti su un giornale tutto sommato autonomo, ben più di altri supini “convergenti”.
Piero Ignazi, sul Domani del 29 febbraio, tesse le lodi dei 5 Stelle, lamentando come non fossero stati compresi, prima di tutto dal Pd, come fossero la formazione politica con il massimo numero di laureati tra gli eletti – e, quindi, come non debba sorprendere che siano stati loro a proporre una candidata con il profilo della Todde – e come la deriva «antipolitica e populista» sia accaduta solo perché il Pd (di Bersani) «non li seppe prendere per mano», dimenticando lo sbeffeggiamento di cui quelli fecero oggetto stesso Bersani, all’insegna del «partito di Bibbiano» e di altre amenità simili. Non solo, tralasciando di ricordare che delle cinque stelle che stanno nel loro simbolo una volta al governo si sono bellamente dimenticati (Cingolani ministro dell’ambiente, tanto per dirne una), che con la Lega sono stati capaci di proporre i provvedimenti più ignominiosi (prima del governo attuale) e che la loro vocazione “egalitaria” è riuscita a portare a casa il reddito di cittadinanza e null’altro, provvedendo a snaturare quel Parlamento che andava «rivoltato come una scatoletta» con il taglio del numero di seggi con una legge elettorale iniqua che lasciava la scelta dei candidati in mano alle segreterie dei partiti. Insomma, un curriculum da partito di governo non propriamente left-wing, raccolto ora dall’ex avvocato del popolo che non fa che distinguersi pur di non finire dentro quel perimetro “progressista” in cui, forse, il suo elettorato originario lo voleva comunque, senza per questo affidarlo a un trentenne venditore di gassose di buone speranze. Se con questi si possa andare nella direzione giusta – che giustifica l’appoggio delle sinistre – resta però da dimostrare (e qui, davvero, non ci si può che affidare alla Todde, in Sardegna).
Gianni Cuperlo, sempre sul Domani, è ancora più deludente. Il focus è tutto sulla relazione Conte-Calenda, richiamando nostalgicamente il «profumo d’Ulivo». Le sinistre, nell’orizzonte di Cuperlo, non ci sono. Lodiamo pure la “pazienza” di Elly Schlein, sapendo però che gli elettori, non il partito, sono con lei. Certo, alla fine è quello che conta, ma due domande elettori e militanti delle sinistre se la devono porre. La prima è, naturalmente, cosa ci stiamo a fare? Esigiamo ascolto, vogliamo contare, sulle scelte strategiche, diranno i loro dirigenti. La seconda è, ovviamente: perché siamo divisi, in Sardegna come nel resto del Paese? Perché qui si parla del futuro dell’Italia. Ci sono ragioni così serie per restare divisi?
L’operazione che abbiamo visto svilupparsi in Emilia-Romagna rischia di diventare emblematica e ciò che è appena successo in Sardegna sembra ricalcare quello schema, che peraltro si va delineando anche per Abruzzo e Basilicata e poi, chissà, lo sarà magari alle prossime regionali in Emilia-Romagna tra meno di un anno. Il centro-sinistra (o “campo largo” che dir si voglia) vince grazie alla sinistra – in Emilia-Romagna fu la lista Coraggiosa della Schlein a portare in dote il bottino, con la spinta finale delle “sardine” – ma poi si perseguono le stesse politiche, nel segno del produttivismo, del consumo di suolo, dello sfregio anti-ambientale, del dirigismo che ha fatto saltare ogni intermediazione (adesso pure abolendo le primarie). A Bologna, il Pd di Lepore cooptò il gruppo che alla sinistra del Pd aveva fatto opposizione nel sociale, che ora difende scelte come il raddoppio della cintura autostradale, le dissennate decimazioni del patrimonio arboreo e la gentrificazione (e, tuttavia, formula le “mappe di genere”!), incapace di una pur timida critica.
La domanda, naturalmente, è: conviene alle sinistre avere un ruolo ancillare, per reggere la candela mentre il Pd armeggia nella stanza dei bottoni, piuttosto che non raccogliere il disagio profondo che attraversa la società? Anche in Sardegna, come ormai accade ovunque, è andata a votare solo la metà degli aventi diritto, gli esclusi avendo ormai perso ogni fiducia di trovare chi li rappresenti. Il futuro del Paese resta in mano a Conte e al partito di Schlein, con l’appoggio innocuo delle sinistre consenzienti, che in tale modo, tuttavia, non sposteranno di un epsilon lo smembramento sociale in atto nell’indifferenza degli eletti.
Ora verranno le elezioni europee in cui, vivaddio, ognuno si misurerà con il suo elettorato. Peccato che sono elezioni percepite da molti come “inutili”, proprio ora che in Europa ci sarebbe bisogno di una voce ben diversa, nel nome della non belligeranza, della coesistenza, della transizione ecologica (e non più armi e meno green). Saprà la sinistra ancillare rispondere a questo appello? Qualcuno si muove, fuori da quei confini, e c’è solo da sperare che abbia più successo delle ancelle degli atlantisti di ritorno.

Meri Calvelli: «La mia Palestina, senza pace né diritti»

Il rapporto Onu del 2017 Gaza 10 anni dopo – cioè dopo 10 anni di aggressioni militari e di ferreo blocco terrestre, marittimo e aereo imposto da Israele – conteneva una drammatica allerta: Gaza sarebbe potuta diventare invivibile già entro il 2020 a causa delle persistenti crisi energetiche, sanitarie e alimentari, il 95% di acqua non potabile e la più alta percentuale di disoccupati al mondo. Dal 7 ottobre 2023 il destino della Striscia di Gaza sembra essere quello di una irreversibile ecatombe. Il massiccio attacco terroristico sferrato a sorpresa dall’ala armata di Hamas – le Brigate al-Qassam – che è riuscita a penetrare in Israele causando la morte di circa 1.200 persone, in gran parte civili, e il rapimento di 240 ostaggi, ha determinato da parte dell’esercito israeliano una reazione di proporzioni che possiamo definire bibliche. Basti ricordare le parole pronunciate il 9 ottobre dal ministro della Difesa Yoav Gallant: «Stiamo mettendo Gaza sotto completo assedio, non avranno cibo, non avranno acqua, non avranno carburante. Chiuderemo tutto. Stiamo combattendo contro animali umani e ci comporteremo di conseguenza».
Mentre scriviamo, l’operazione militare ha già causato la morte di oltre 30mila persone, di cui più del 40% bambini. Oltre 62mila sono i feriti. L’11 e 12 gennaio all’Aja, davanti alla Corte internazionale di giustizia, si sono svolte le due udienze in cui è stata esaminata la denuncia contro Israele mossa dal Sudafrica che, con il sostegno di alcuni Paesi, tra cui il Brasile, lo accusa di violazione a Gaza della Convenzione Onu sul genocidio. La ferma condanna dell’attacco terroristico di Hamas non può esimerci dall’analizzare il retroterra entro cui ha potuto prendere forma. Lo facciamo con Meri Calvelli che abbiamo contattato in Cisgiordania e in questi giorni partecipa alla missione di Amnesty International a Rafah. Non è solo la direttrice del Centro italiano Vik – fondato a Gaza in memoria dell’attivista Vittorio Arrigoni e che da anni promuove progetti di carattere socio-culturale tra l’Italia e la Striscia – ma è anche una cooperante internazionale con una lunga esperienza sul campo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza dove vive da anni, e con una profonda conoscenza della società civile e politica sia palestinese che israeliana.
Meri Calvelli, in quale contesto dobbiamo collocare ciò che è avvenuto il 7 ottobre?
È stato un attacco molto violento quello che ormai viene chiamato il Black Shabbat. L’esplosione di una situazione che non era più sostenibile era però nell’aria, non solo dentro la Striscia, dopo ben 16 anni di assedio e cinque operazioni militari, ma anche in Cisgiordania, dove dall’inizio del 2023, con la formazione del governo Netanyahu, sono aumentati gli insediamenti illegali e gli attacchi violenti dei coloni verso i palestinesi. I coloni rimangono impuniti anche quando responsabili di uccisioni, addirittura vengono sostenuti dalla coalizione del governo più a destra della storia di Israele in cui sono stati fatti entrare partiti ultraortodossi che rifiutano la nascita di uno Stato palestinese – in linea con lo slogan di Netanyahu già alle elezioni del 2015: “Se vinco le elezioni, non nascerà uno Stato palestinese”. Potenza ebraica, il partito del ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir, per esempio, si richiama alle idee del rabbino razzista Meir Kahane, già messo fuori legge da Israele, accusato di istigazione al terrorismo. Questo governo ha provocato violente proteste anche dentro Israele a causa della riforma della giustizia – recentemente bocciata dall’alta Corte israeliana -, ma anche per le politiche di espansione degli insediamenti ed è considerato dall’opposizione “una minaccia per la pace nel mondo”. Poi ci sono state anche le irruzioni delle forze militari israeliane nella moschea al-Aqsa ad aprile 2023, con attacchi ai fedeli musulmani in preghiera – centinaia sono stati arrestati e feriti. A ciò si sono aggiunte le provocatorie visite alla Spianata delle Moschee di Ben-Gvir, condannate addirittura anche dagli alleati americani. I continui soprusi quotidianamente subiti da quello che la stessa Amnesty ha definito un sistema di apartheid, il completo abbandono anche da parte della comunità internazionale di trattative per la pace, ha condotto il popolo palestinese alla perdita di ogni speranza. Era prevedibile che tutto ciò prima o poi potesse sfociare in un atto di brutale violenza, ma non è stato fatto niente per evitarlo.
Il 24 ottobre il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha detto: «Gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. … Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese ». Cosa cambierebbe in queste parole?
Cambierei il conteggio degli anni: 75, partendo non dal ’67 ma dal ’48, quindi dall’esodo forzato dei palestinesi che furono cacciati dalle loro case e dalle loro terre. Nel 1948, già prima dell’inizio della prima guerra arabo-israeliana, iniziò la Nakba: 700mila palestinesi divennero profughi, sia interni, costretti a fuggire e a trasferirsi in altre zone della Palestina, che esterni, costretti a rifugiarsi in Giordania, Libano e Siria. Non sono più potuti tornare. Sono rimasti profughi da quattro generazioni. L’occupazione di Israele ha di fatto impedito la creazione di uno Stato palestinese. E dobbiamo ricordare la delusione seguita agli accordi di Oslo: ratificati da Rabin e Arafat, rappresentarono la speranza per il popolo palestinese di poter finalmente, attraverso un graduale passaggio, giungere alla creazione anche di un loro Stato e quindi all’acquisizione di quei diritti e libertà basilari che continuano a essergli negati. Invece la storia da quel 2003 prese un altro corso. Rabin fu ucciso da un fanatico dell’estrema destra israeliana e Israele ha continuato ad annettersi illegalmente terra palestinese in violazione del diritto internazionale, come attestano le numerose risoluzioni Onu sempre completamente ignorate. Gli accordi di Oslo non sono stati onorati, Israele non li ha rispettati.
Hamas è un’organizzazione di carattere politico e paramilitare considerata come terroristica da molti Paesi tra cui Israele, Stati Uniti e Unione europea mentre alcuni Paesi considerano tale solo la sua ala militare. La Striscia di Gaza con i suoi abitanti viene comunemente identificata con Hamas che vi governa dal 2007. Da qui “la punizione collettiva” a cui fa riferimento lo stesso Guterres?
Hamas è di fatto l’autorità della Striscia. Ha molte dimensioni, politiche, militari e anche di welfare sociale. Pur non avendo mai fatto parte dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), in qualche modo ha rappresentato la lotta palestinese. È sempre importante ricordare che Hamas vinse le elezioni legislative del 2006 svolte in tutta la Palestina nella legalità, alla presenza di osservatori internazionali. Vinse a sorpresa e con gran numero di voti rispetto ad Al Fath, fazione storica palestinese e la maggioranza dei voti la ottenne in Cisgiordania e non a Gaza. Identificare gli abitanti di Gaza con Hamas non ha senso anche perché quelle del 2006 restano le ultime elezioni palestinesi a cui la maggioranza della popolazione della Striscia non ha partecipato perché non ancora nata o non in età per votare. Ritornando alle elezioni del 2006, se a questo partito subito boicottato dalle potenze internazionali, – furono anche arrestati i suoi deputati -, fosse stato invece stato permesso di governare, forse avrebbe potuto intraprendere la strada della “normalizzazione” come era già accaduto con l’Olp, considerata anch’essa prima degli accordi di Oslo un’organizzazione terroristica. Arafat, il suo leader, nel 1988 dichiarò pubblicamente la rinuncia al terrorismo e il riconoscimento del diritto a esistere di Israele. Ecco, questa opportunità ad Hamas non fu data. Nel 2006-7 ci fu il tentativo di creare un governo di unità nazionale, fallito perché la chiusura verso Hamas con il contemporaneo appoggio dato da Israele e Usa, con il tacito assenso dell’Ue, ad Al Fath, che aveva perso le elezioni, rispecchiava la volontà di dividere in due la classe politica e il popolo palestinese. Divisione che avrebbe favorito Israele nella sua marcia verso l’annessione totale della Palestina. Tale divisione fu poi sancita con la battaglia di Gaza nel 2007. Il controllo della Striscia andò ad Hamas – con il conseguente inizio dell’assedio da parte di Israele – quello della Cisgiordania ad Al Fath.
L’attacco indiscriminato ai civili, i bombardamenti anche su rifugi per gli sfollati, su ospedali già privati di energia elettrica, e poi le immagini dei bambini nati prematuri fuori dalle incubatrici dell’ospedale di Al Shifa, così come l’accesso negato all’assistenza umanitaria: queste, oltre ad altre atrocità commesse dall’esercito israeliano, crede stiano modificando la percezione nell’opinione pubblica mondiale di Israele unica democrazia del Medio Oriente che deve difendere la propria esistenza dal terrorismo arabo-palestinese?
Sicuramente sì, ma ad un prezzo altissimo pagato dalla popolazione palestinese. C’è una grande mobilitazione a livello mondiale a supporto della Palestina, che preme per il cessate il fuoco, anche se si limita alla società civile in quanto i governi degli Stati soggiacciono al diktat americano e al suo potere di veto all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Israele è stato accusato da Amnesty di non proteggere i civili e di essersi macchiato di crimini di guerra, dal Sudafrica di aver compiuto atti di genocidio. L’esercito israeliano sta compiendo uccisioni sommarie di civili, decimando anche intere famiglie. Come è avvenuto anche in passato: ex combattenti o veterani che ora fanno parte di associazioni israeliane per i diritti umani, come Breaking the Silence, testimoniano le violenze commesse dai militari in Cisgiordania e anche nella Striscia. Ricordiamoci poi che durante le prime due settimane Israele ha addirittura impedito l’arrivo di aiuti umanitari, ad oggi i camion entrano nella Striscia con il contagocce… ma voler usare la fame come arma da guerra era stato annunciato fin dall’inizio.
Il conflitto si è esteso in Cisgiordania dove la violenza dell’esercito israeliano e dei coloni dal 7 ottobre è aumentata. Può dirci cosa sta accadendo?
La situazione qui in Cisgiordania è incandescente. I coloni armati quotidianamente entrano nei villaggi e nelle case dei contadini palestinesi, danno fuoco alle coltivazioni, picchiano e uccidono. I territori maggiormente colpiti sono i villaggi nell’area C, sotto il controllo israeliano, intorno ad Hebron, dove sono state allargate le colonie illegali, ma ora stanno entrando anche in quelli che si trovano nell’area A, sotto il controllo palestinese. Dal 7 ottobre le città sono scollegate, isolate tra loro perché i checkpoint sono stati chiusi limitando ulteriormente la libertà di movimento della popolazione palestinese. I giovani vengono sottoposti a intimidazioni e controlli da parte delle forze di sicurezza israeliane direttamente sui loro cellulari. Ricevono messaggi in cui vengono minacciati di essere arrestati se non rimuovono immediatamente i loro post sui social… poi di fatto li vanno a prendere comunque: a Jenin due giorni fa hanno arrestato 500 persone, altre sono state arrestate a Ramallah, Nablus e Betlemme ma anche nei villaggi attorno. Gli arresti sono aumentati in maniera esponenziale, al momento si calcolano circa 7mila palestinesi nelle carceri israeliane di cui oltre 2mila in detenzione amministrativa. L’esercito invade le città e i villaggi, i militari sparano a vista ma hanno armato anche i civili, un’operazione questa iniziata già da prima. Chiunque può ottenere un’arma per difesa personale, basta farne richiesta e può essere ritirata. Si sta verificando una crescita di violenza e repressione impressionante, in Cisgiordania dall’inizio della guerra sono state uccise circa 358 persone.
Meri Calvelli, lei doveva rientrare nella Striscia di Gaza l’8 ottobre per portare avanti alcuni progetti, tra cui la realizzazione della Casa internazionale delle donne. Alla fine di ottobre era attesa in Italia la tournée, organizzata dal Centro Vik, dello spettacolo teatrale, ispirato all’Odissea, All What is Left to Me scritto e interpretato da giovani attori di Gaza. Tutto si è fermato con l’esplosione di questo ennesimo conflitto…
La tournée dello spettacolo ovviamente non è mai iniziata, uno degli attori è stato ucciso dalle bombe nella sua casa a Gaza poco dopo l’inizio della guerra. Per quel che riguarda il Centro Vik, non sappiamo se l’edificio dove si trovava la sede è ancora in piedi. Dovevamo iniziare la costruzione della Casa internazionale delle donne, un progetto già avviato lo scorso giugno con Acs (Associazione di cooperazione e solidarietà Ong ndr), la cooperazione italiana e varie associazioni sia italiane che di Gaza, con uno sportello antiviolenza. Un progetto questo, importante in un contesto di stampo fortemente patriarcale che prevede la segregazione di genere e addirittura l’imposizione, per le donne, di un codice di abbigliamento. Altri progetti che avevamo iniziato nel nord della Striscia sono andati distrutti così come tutte le case popolari e le infrastrutture ricostruite con fatica dalla cooperazione internazionale dopo i bombardamenti dell’attacco del 2014, Margine protettivo. La zona Nord non esiste più, non ci sono più né i suoi abitanti né le città, né i villaggi. Non esiste a Gaza un singolo edificio che non sia stato distrutto o danneggiato. Alla popolazione è stato detto di trasferirsi al sud della Striscia ma, come sappiamo, i civili sono stati bombardati anche lì. I palestinesi riescono a sopportare tutto, anche la guerra e la fame, pur di non lasciare la loro terra e questa è da sempre la loro resistenza pacifica.