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Maria Gabriella Gatti: L’assurdità di considerare il feto vita umana

«Affermare che il “concepito”, cioè l’embrione, è un soggetto di diritto deriva da un pregiudizio ideologico di natura religiosa cristiana: così l’identità umana sarebbe rappresentata dal solo genoma», dice la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti 

 

Il 24 giugno del 2022 la Corte suprema degli Stati Uniti, con una decisione storica che riporta gli Usa indietro di 50 anni, ha annullato la sentenza Roe vs Wade del 1973, che proteggeva l’accesso all’interruzione di gravidanza fino al momento in cui un feto può vivere al di fuori dell’utero – ovvero intorno alle 23 o 24 settimane di gravidanza. Ed è stato proprio questo il punto dirimente attaccato dai giudici ultra conservatori in sintonia con le associazioni anti abortiste e le Chiese evangeliche che negano la nascita umana e confondono il feto con il bambino. Per rispondere alle loro argomentazioni religiose e anti scientifiche abbiamo rivolto alcune domande a Maria Gabriella Gatti, che da anni svolge ricerche in questo ambito ed è autrice di molte pubblicazioni scientifiche. Psicoterapeuta, per tanti anni neonatologa dell’Azienda ospedaliera di Siena, insegna alla scuola di psicoterapia Bios Psychè a Roma.

Professoressa Gatti, facciamo chiarezza, quale è la radicale differenza tra feto e neonato?
Affermare che il “concepito” cioè l’embrione è un soggetto di diritto deriva da un pregiudizio ideologico di natura religiosa cristiana: l’identità umana sarebbe rappresentata dal solo genoma. Le sequenze nucleotidiche del Dna nello zigote o nella blastocisti sono necessarie ma non sono sufficienti a definire una singolarità umana biologica. Le cellule indifferenziate e tutte uguali della Blastocisti, dopo circa cinque giorni dal concepimento, quando avviene l’impianto nella parete uterina o qualche settimana più tardi, quando l’embrione non ha ancora formato la corteccia cerebrale, non possono essere considerate persona e quindi “soggetto di diritto”. Il genoma dello zigote è il punto di partenza per la costruzione della biologia umana ma non è persona. Il pensiero religioso completamente astratto altera sia il rapporto con la realtà materiale in questo caso biologica che con la realtà psichica umana. Possiamo pensare che l’embrione è persona senza far ricorso all’anima che scende dal cielo per dar vita ad una materia biologica senza pensiero?

Cosa contraddistingue la nascita umana? Nel cinquantennale della pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza quali sono le nuove acquisizioni delle neuroscienze e della neonatologia a conferma di ciò che Massimo Fagioli aveva affermato con la Teoria della nascita?
Lo psichiatra Massimo Fagioli in Istinto di morte e conoscenza pubblicato nel 1972 e di cui quest’anno si celebra il cinquantenario ha scoperto l’evento trasformativo della nascita: il pensiero emerge per lo stimolo epigenetico dei fotoni sulla retina e sulla sostanza cerebrale. Lo stimolo fotonico nuovo, non presente in utero, apre una nuova finestra temporale attraverso l’attivazione di geni che consentono il passaggio dalla funzione cerebrale fetale, con lo scopo solo di accrescimento morfologico ad un’attività cerebrale neonatale stimolo dipendente che ha come conseguenza l’emergere della vita psichica. La nascita è una cesura: durante la gravidanza il feto ha una esistenza biologica, solo alla nascita è “vita umana”. Fagioli ha scoperto che lo specifico del pensiero umano è la realtà irrazionale non cosciente, matrice della fantasia, della capacità di immaginare e della creatività umana e si costruisce nel primo anno di vita nel rapporto con la madre.

Dunque l’embrione non può dirsi vita umana?
È assurdo considerare l’embrione “vita umana” quando ancora non si sono realizzate strutture anatomo-funzionali nel sistema nervoso che possono sostenere un’attività di pensiero: prima delle 23-24 settimane se il feto nasce, la corteccia cerebrale non è pronta per reagire ad uno stimolo esterno e non ci può essere alcuna reazione e quindi nessuna possibilità di pensiero. L’attività elettrica cerebrale del feto è endogena auto-generata, indirizzata alla costruzione delle strutture morfologiche e funzionali del sistema nervoso: per tutta la gravidanza qualunque stimolo viene tradotto in attività elettrica endogena e diventa funzionale al processo maturativo. Anche i riflessi e i movimenti embrionali e fetali, che sono automatici e geneticamente programmati, non hanno nulla di volontario, sono una fonte di stimolazione somato-sensoriale finalizzata allo sviluppo dei circuiti e delle connessioni del sistema nervoso.

In che modo questo pensiero nuovo “riconosce”, dà identità alle donne, che per millenni è stata negata dal patriarcato e dal pensiero religioso?
In Italia nonostante la legge 194 riconosca il diritto di poter interrompere una gravidanza, alle donne giungono in continuazione dei falsi messaggi sulla natura del loro ruolo nella società e sulle presunte responsabilità morali nell’effettuare un aborto, che viene equiparato ad un omicidio. Sono state messe in atto delle vere crociate dentro i reparti di ginecologia che fanno sentire la donna marchiata da un delitto inespiabile agli occhi del mondo. L’altissimo numero di ginecologi (a volte obiettori solo per motivi pratici) che si rifiutano di eseguire un atto medico dovuto per legge come la pratica abortiva è indicativo di quanto la mentalità colpevolista sia diffusa nella nostra società. Queste false informazioni sull’interruzione della gravidanza determinano nelle donne un senso di colpa dal quale non hanno strumenti per difendersi. Fagioli ha analizzato per più di dieci anni sulle pagine del settimanale Left la violenza della cultura dominante nei confronti delle donne sia a livello antropologico, filosofico e medico, e che ha la sua radice nel pensiero greco e cristiano. L’alleanza ideologica e storica fra la religione cattolica cristiana e la razionalità della cultura greca che ha negato l’identità di persona alle donne e ai bambini, ha condannato il genere femminile a una subalternità culturale e sociale subita per millenni.

Quale pensiero c’è dietro la sciagurata decisione della Corte suprema Usa che cancella la sentenza Roe vs Wade che aveva sancito la legalità dell’aborto a livello federale?
Si pensa che la procreazione sia un evento che non può avvenire senza l’intervento divino e in tal modo si attribuisce sacralità anche al Dna umano. Proprio la sacralità del Dna che questo pensiero pensa di difendere ha portato a non riconoscere come esseri umani chi ha un altro colore della pelle. Non a caso negli ultimi anni negli Usa è aumentato il suprematismo bianco, alimentato da idee complottistiche di sostituzioni etniche che, a loro dire, sarebbero causate da ondate migratorie. Pensando che l’identità umana sia definita dal genoma si finisce nel riduzionismo e nel determinismo genetico, conseguenza di un pensiero razionale che ha demandato la ricerca sulla realtà psichica umana al divino. La psichiatria americana infatti ha trovato le sue risposte nel determinismo e nell’organicismo riducendo le malattie della mente ad alterazioni dei neuromodulatori e neurotrasmettitori. La sentenza della Corte suprema del 1973 Roe vs Wade riconosceva il diritto di Roe di ricorrere all’aborto ed è stata una svolta epocale per la libertà delle donne che ha avuto ripercussioni positive anche fuori dagli Usa.

Quali conseguenze ha portato con sé il dietrofront della Corte?
La sentenza della Corte suprema che annulla tale diritto nasce da un’ideologia culturale. Il precedente presidente Donald Trump volle e pianificò questa sentenza, nominando nella Corte suprema prima della fine del suo mandato tre nuovi giudici conservatori e appena seppe saputo del risultato dichiarò: «È stata fatta la volontà di Dio! È la vittoria sulla vita! La prossima battaglia sarà contro la contraccezione e i diritti degli omosessuali». Questa sentenza che limita la libertà delle donne è l’espressione di un atteggiamento violento che di fatto corrisponde a non riconoscerne l’identità. Il considerarle inoltre oggetto di controllo e di possesso nega che tra un uomo e una donna ci possa essere una dinamica di desiderio tra identità uguali e diverse.

Intervista pubblicata su Left dell’1 luglio 2022

Per approfondire, leggi il nuovo numero di Left: All’opposizione per Costituzione

Assange nel sacco dell’umido

Finalmente s’ode una parola per la tutela di Julian Assange dall’Europa che si è fatta unione per proporsi come culla del diritto e della libertà al resto del mondo. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ieri ha detto che «sarebbe bene che i tribunali britannici gli garantissero la necessaria protezione, perché deve effettivamente aspettarsi persecuzioni negli Stati Uniti, in considerazione del fatto che ha tradito segreti di Stato americani». 

Non è un caso che la domanda gli sia stata posta da uno studente durante un incontro in un centro formativo professionale a Sindelfingen. I grandi media, soprattutto quelli che si definiscono più progressisti, perdono la lingua ogni volta che si pronuncia il nome dell’attivista statunitense che rischierebbe 175 anni di carcere se estradato negli Usa. 

Tra i vari sconcerti di questa storia magnificamente silenziata c’è anche la cupidigia con cui gli stessi giornali che oggi si scordano di parlarne quando Assange era fonte autorevole per riempire le prime pagine dei giornali. È qualcosa che ha a che vedere con il giornalismo e con la lealtà. Giornalisticamente è obbligo per ogni testata custodire e proteggere la propria fonte, ancora di più se ha permesso di svelare vergognosi crimini di guerra compiuti in nome dell’esportazione di democrazia. Dal lato della lealtà (meglio, della slealtà) c’è la tranquillità con cui si è buttato nel sacco dell’umido un personaggio che anche dalle nostre parti qualche anno fa era un eroe. Tra il prima e il dopo è cambiata semplicemente l’ossessiva rabbia degli Usa. 

Buon martedì. 

Per approfondire Patrick Boylan Julian Assange la posta in gioco è la sua stessa vita 

Il libro di Left su free Julian Assange

Il premierato, una riforma bugiarda narrata in maniera bugiarda

Un convegno nella sede della Cgil a Roma lancia una campagna di massa contro l’ autonomia differenziata e la proposta di “premierato”. Il convegno di alto profilo scientifico si è tenuto il primo marzo con interventi di intensa passione democratica. Significativo anche il titolo: “Un capo assoluto nell’Italia spezzata”, che coniuga i due aspetti del disegno di eversione costituzionale che emerge dalle due controriforme del governo delle destre.

Due aspetti, tra i tanti, ho apprezzato: si è finalmente detto, innanzitutto, che, dopo decenni di attacchi alla Costituzione, bisogna passare all’offensiva, per attuare la Costituzione più inattuata del mondo. In secondo luogo, ed è una novità importante, la riflessione ha coinvolto, dialetticamente, intellettualità democratica, sindacalismo confederale e conflittuale, giuristi democratici e, insieme, quella che Gramsci chiama la “società civile”, formata dalle associazioni più importanti e da soggettività minori, di scopo, conflittuali, molto radicate nel territorio. È emerso, di conseguenza, con forza il nesso tra istituzioni e materialità delle condizioni sociali, l’attuale configurazione del “liberalismo autoritario”.

L’associazione Antigone ci ha illustrato uno degli aspetti (di cui poco si parla) della controriforma, il giustizialismo: peggioramento della già mediocre legge sulla tortura, disegno di legge sicuritario sulla “sicurezza”, Stato penale che sostituisce lo Stato sociale. Vi è stato un passo avanti rilevante, finalmente: la convinzione comune che è in gioco un modello di società e di democrazia, per di più in un contesto di rottura democratica nazionale ed internazionale. Metà dei cittadini non va più a votare; e, in generale, sono quelli che stanno peggio. È alta, allora, l’urgenza di formare comitati territoriali e luoghi di approfondimento e controinformazione. La battaglia referendaria sarà durissima e, per certi versi, decisiva per la legalità costituzionale.

È meglio non illudersi e attrezzarsi subito. Spiegheremo che noi siamo innovatori, non conservatori; ci opponiamo ad una riforma bugiarda narrata in maniera bugiarda! Dagli anni 80 è iniziata la demolizione dei diritti costituzionali. In nome del mercato e della ricostruzione delle catene del valore. La controriforma, in 2 articoli, mette il sigillo. Vi è bisogno di mettere al centro la sovranità popolare contro quello che Dossetti chiamava il “popolo del sovrano”, cioè la demagogia sovranista. Vi è, oggi, un forte tentativo di mediazione, di centrismo politicista, tra alcuni settori parlamentari e la Meloni.

Ma nel convegno siamo state tutte e tutti d’accordo: non vi è nessuna mediazione possibile sul terreno dell’avversario. Occorre, invece, costruire una consapevolezza diffusa: la rottura costituzionale voluta da Meloni cambia le nostre stesse vite, la nostra quotidianità. Non siamo di fronte ad un artificio tecnicistico; lo scopo della intellettualità democratica deve essere quello di recuperare la abissale distanza tra politica e realtà materiale del Paese. Sono deleterie deleghe assolute al “capo”; occorre recuperare partecipazione popolare ed autoorganizzazione. Come? Tentando di collegare difesa e attuazione della Costituzione con bisogni e aspirazioni di massa. Progetti e conflitti. “Non è”, infatti, “la coscienza delle persone che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza” (Marx, Per la critica dell’economia politica).

Il convegno dell’associazione Salviamo la Costituzione Un capo assoluto in un’Italia spezzata, 1 marzo, si può vedere qui Hanno partecipato, tra gli altri, Maurizio Landini, Gaetano Azzariti, Gianfranco Pagliarulo, Marina Boscaino, Claudio De Fiores.

Il 10 febbraio si è svolto a Firenze il convegno organizzato da il Coordinamento CdC e da Libertà e giustizia, con la partecipazione di Left. Qui il video integrale

Per approfondire, Re Giorgia, inchiesta sul premierato, Left, dicembre 2023, qui

Per questo di Gaza va scritto tutti i giorni, tutto il giorno

“Le morti di bambini che temevamo sono arrivate, mentre la malnutrizione devasta la Striscia di Gaza. Secondo le notizie, almeno dieci bambini sono morti per disidratazione e malnutrizione nell’ospedale di Kamal Adwan, nel nord della Striscia di Gaza, negli ultimi giorni. È probabile che altri bambini stiano lottando per la vita da qualche parte in uno dei pochi ospedali rimasti a Gaza e che un numero ancora maggiore di bambini nel nord non possa ricevere alcuna cura. Queste morti tragiche e orribili sono causate dall’uomo, prevedibili e del tutto evitabili”. Lo scrive l’Unicef in un comunicato di ieri a tarda sera. 

La disparità di condizioni tra nord e sud è la prova evidente che le restrizioni agli aiuti nel nord stanno costando vite umane. Gli screening sulla malnutrizione effettuati dall’Unicef e dal Wfp nel nord del Paese a gennaio hanno rilevato che quasi il 16% – ovvero 1 bambino su 6 sotto i 2 anni – è gravemente malnutrito. Esami simili sono stati condotti nel sud, a Rafah, dove gli aiuti sono stati più disponibili, e hanno rilevato che il 5% dei bambini sotto i 2 anni è gravemente malnutrito.

La diffusa mancanza di cibo nutriente, di acqua sicura e di servizi medici, conseguenza diretta degli ostacoli all’accesso e dei molteplici pericoli che le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite devono affrontare, si ripercuote sui bambini e sulle madri, ostacolando la loro capacità di allattare i propri figli, soprattutto nel nord della Striscia di Gaza. Le persone sono affamate, esauste e traumatizzate. Molti si aggrappano alla vita. L’arma più feroce usata su Gaza è il senso di impotenza iniettato tra la gente che può solo osservare attonita. Per questo va scritto tutti i giorni, tutto il giorno. 

Buon lunedì. 

Il senso di Shahrazād per la nonviolenza. A colloquio con Kader Abdolah

Dopo averci regalato una traduzione del Corano, letto laicamente come opera letteraria, lo scrittore iraniano Kader Abdolah, che da molti anni vive esule in Olanda, ha prestato il proprio talento alle Mille e una notte, il libro a cui lo legano memorie d’infanzia. Una copia figurava sulla mensola del camino di casa in Iran all’epoca in cui abitava proprio accanto alla moschea, come lo scrittore racconta nel toccante docufilm Getting older is wonderful di Fabrizio Polpettini che è stato presentato il 3 marzo al Milano nell’ambito del festival Boreali dal regista e dallo scrittore in un incontro dal titolo “Fermare il tempo con le parole: Kader Abdolah e il fascino delle Mille e una notte“.

«Tutti erano religiosi nella mia famiglia. Io no – racconta Kader Abdolah -. I am the like one. Perché io no? Forse la mia fortuna è stata che mio padre era sordomuto. Non mi poteva comandare, dicendo leggi questo, fai questo. Ci esprimevamo a gesti, comunicando l’essenziale per noi», dice con affetto.
L’aver inventato e sperimentato un linguaggio emotivo per comunicare con suo padre a gesti, forse – immaginiamo – gli dette la forza poi per mollare gli ormeggi e avventurarsi nell’impresa di scrivere in nederlandese «lingua della libertà», pur fra mille difficoltà.

Diventato uno dei più grandi scrittori olandesi Kader Abdolah e non da ora – guarda con nostalgia alle sue origini, continuando a costruire un ponte speciale fra Europa e cultura persiana e del Medio Oriente.
Proprio per fare un regalo all’Occidente ha lavorato a questa sua affascinante edizione delle Mille e una notte pubblicata in Italia da Iperborea, liberando i racconti dalle scorie, dagli innesti successivi (da quelli pornografici di marca orientale alle fantasticherie d’Occidente) lucidandone il diamante narrativo, nato dalla tradizione orale che attraversa molti Paesi orientali.

Kader Abdolah (Iperborea courtesy)

Curiosi di sapere come sia stata questa sua esperienza di lavoro, gli chiediamo cosa abbia scoperto da questo nuovo incontro con il testo: «Rileggere le Mille e una notte è stato un grande divertimento», risponde a Left. «Devo dire che non ero mai andato così in profondità. Chiede molto tempo. Perlopiù le persone si limitano a leggerne alcuni brani». Ora – racconta – «diversamente da quando ero giovane l’ho potuto riconsiderare alla luce della mia esperienza di scrittore. E sono rimasto sorpreso e affascinato dalla forza letteraria del racconti, dalla solida struttura, dalla potente affabulazione. Lavorando sul testo, ho visto cose non avevo mai notato prima e mi è apparso del tutto chiaro che le radici della letteratura mondiale sono proprio qui, in questo grandioso libro».

Nella edizione Iperborea molte di queste scoperte riguardo alle Mille e una notte sono affidate a libere digressioni d’autore, annotazioni meta narrative che intervallano le antiche “fiabe” che si intrecciano qui dopo aver percorso millenarie strade dell’oralità attraverso il Medio Oriente, l’antica Persia, la Cina, l’Arabia felix.

Con “leggerezza” Kader Abdolah illumina i personaggi, approfondisce le storie, ricrea i contesti. Spesso li fa emergere dopo secoli e millenni di cancellazione, riportando alla luce la cultura pre-islamica che innerva profondamente le Mille e una notte, censurata dai religiosi, quanto dai razionalisti, seppur per opposte ragioni. «In realtà la mia è stata una scelta naturale – dice lo scrittore – mi sentivo più mio agio con un palinsesto persiano. Mi sentivo a casa fra quelle storie. Le basi di questo libro sono in Iran. Nella tradizione persiana esisteva un libro dal titolo Mille favole. Gli arabi lo utilizzarono come base, innovarono la tradizione e fecero… più uno, intitolandolo Mille e una notte. Così hanno creato un vero capolavoro, mixando favole e storia».

Una complessa narrazione in cui convivono principesse, re, presenze magiche (jinn) insieme a personaggi realmente esistiti. L’ambientazione ci porta nella antica Bagdad, nel mercato del Cairo e in molte altre fiorenti città dell’antichità. Anche alla luce di tutta questa ricchezza narrativa e storica ci colpisce che ci siano voluti molti secoli prima che le Mille e una notte fossero riconosciute e tramandate in Occidente. Il primo a capirne il valore fu lo scrittore del Settecento francese Antoine Galland che si era imbattuto fortunosamente in una parziale raccolta. Il suo assemblaggio fu un grande successo editoriale per l’epoca ed ebbe un impatto fortissimo sulla cultura. Ma a quel tempo la grande circolazione del testo fu anche dovuta all’invenzione di Aladino e dei tappeti volanti e a un massiccio strato di orientalismo che offuscò in parte la forza originale dell’opera. «Galland ne fece una propria versione – commenta Kader Abdolah-. Di fatto è lui il padre delle Mille e una notte, grazie a un paziente lavoro di ricerca e di raccolta di una grande messe di racconti provenienti dall’Oriente. Fu lui a comporre il libro e lo fece alla perfezione. Non esiste una operazione simile in Oriente».
Ma secoli dopo ci voleva Kader Abdolah per far emergere con tutta la loro vitalità personaggi femminili straordinari, principesse e schiave, regine e popolane, che nella loro vita privata non temono di esprimere il proprio desiderio, che osano prendere l’iniziativa nel rapporto amoroso, sfidando il patriarcato imperante.

«Una delle mie scoperte è proprio questa: Le mille e una notte è un libro che parla soprattutto di donne, che ne celebra il potere e l’intelligenza. Shahrazād ne è brillante esempio. È una giovane donna di 16 o 17 anni che tiene testa a un sovrano violento e diventa regina. L’altra mia scoperta – aggiunge lo scrittore- è che questi racconti furono diffusi da nobili cantastorie. Maestri della narrazione, sapevano bene quel che dicevano e facevano. Da artisti ebbero la sensibilità di vedere l’oppressione che colpiva le donne e dettero loro uno spazio da protagoniste nelle loro storie».

Shahrazād aveva letto molti libri, ci dice questa versione delle Mille e una notte. E, come scriveva la scrittrice marocchina Fatema Mernissi, la sua arma non era l’erudizione ma il “samar” il parlare gentile nella notte. Con intelligenza sensibile riuscì a fermare la violenza del re, che voleva ucciderla, “curando” la sua pazzia. Questa sua rivoluzionaria femminilità è stata però a lungo negata dai commentatori dell’opera che, nella storia, l’hanno spesso descritta come scaltra e astuta.

«Shahrazād è intelligente, è una affabulatrice di talento – risponde Kader Abdolah-. Rappresenta una giovane donna che si alza in piedi per i diritti delle donne». E il pensiero corre alla lotta non violenta e a costo della vita dei ragazzi e delle ragazze iraniane oggi contro il regime teocratico. Sono loro le moderne Shahrazād, ha detto Kader Abdolah presentando il libro a Palermo.
E parlando con Left aggiunge: «È straordinario che a creare questa immagine siano stati artisti, mossi da nobili principi a beneficio dell’umanità, nei secoli. Per bocca di Shahrazād questo libro insegna come affrontare le difficoltà, il dolore, i lutti, la guerra, la vecchiaia, ma anche l’amore, la poesia. Mille e una notte, significa mille e una lezione di vita. Per l’umanità».
Nel film Getting older is wonderful, Kader Abdolah racconta che fu proprio la lettura di libri, di ogni tradizione, ad aprirgli la mente, a far maturare in lui il rifiuto di ogni oppressione religiosa e di regime.

Che cosa la spinse, gli domandiamo, a impegnarsi in prima persona nella lotta politica contro lo scià e poi contro il regime degli ayatollah? «Era un’esigenza di vita insopprimibile – risponde -, scegli la lotta perché non è accettabile che tuo fratello venga ucciso (come è accaduto a lui ndr), non è accettabile che vengano uccisi i tuoi compagni (come è accaduto a Kader e Abdolah, da cui l’autore trae il suo nome di scrittore ndr). Non è accettabile che le donne siano obbligate a indossare il velo. Esigenze così semplici, così essenziali».
Nel film Kader Abdolah mostra una copia del reportage dal Kurdistan per il quale i suoi familiari furono incarcerati e suo fratello ucciso. Scrivere per lei, è anche un modo per trasmettere la loro voce? «Scrivere per me è il modo per sopportare la perdita di quel bellissimo Paese. È un modo per riportare in vita mio fratello e i miei compagni – dice a Left -. Scrivere è stato un modo per costruire una casa per me dopo l’esilio. Scrivere per me è un dovere. Un atto di resistenza contro il criminale regime teocratico che impera nel mio Paese».
Un’ultima domanda: cosa pensa di quel che sta accadendo a Gaza, dove ormai sono oltre 30mila i civili uccisi dalle forze israeliane, compreso un enorme numero di bambini? «Questa guerra mi colpisce profondamente. Non ci sono parole, neanche la letteratura può esprimere la profondità del nostro dolore. Penso che i leader attuali, di Israele e Palestina, non siano capaci di risolvere l’annoso conflitto israelo palestinese. Servono nuovi, più validi, rappresentanti politici, spero che possano emergere dalle nuove generazioni. Nuovi esponenti politici democratici cresciuti nell’era dei social media, con WhatsApp, con TikTok con l’intelligenza artificiale. Ho fiducia che possano nascere nuovi leader fra i tanti giovani che si occupano della lotta al climate change, impegnati per i diritti umani, per i diritti delle donne , per i diritti dei bambini. Spero che nascano nuovi leader fra i milioni di giovani che sono scesi in piazza contro la guerra nel mondo, gridando: Stop!»

La guerra è un affare, firmato Ue

“Servono più armi, dobbiamo produrne di più come abbiamo fatto con i vaccini”. Così Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue in corsa per le elezioni dove si presenta candidata dei Popolari per riprendersi l’incarico che terminerà il 31 ottobre 2024. E per questo conta sul sostegno della presidente del Consiglio Meloni. Evidentemente ritiene di ricevere più voti promuovendo nell’Unione europea una maggior quantità di introiti per aggiustare le economie traballanti del dopo Covid grazie all’industria della guerra.
Con questa frase choc, rivolta all’Europarlamento di Strasburgo riunito in seduta plenaria, che paragona con tipico cinismo politico uno strumento di vita a degli strumenti di morte, Von der Leyen sembra preparare il terreno in Europa per una guerra contro Putin, ora colpevole della morte del dissidente Navalny, come del resto la democratica Gran Bretagna lo sarà – temiamo, a breve – di quella di Julian Assange se continua così. (E le similitudini tra il “dissidente buono” e quello “cattivo”, a mio avviso, finiscono qui).
La Russia torna ad essere il vecchio/nuovo nemico da abbattere, se possibile con il concorso degli Stati Uniti, sempre che resti un democratico alla loro guida, visto che Trump ha già ammesso in tutta sincerità che preferisce investire in “casa propria”, spendendo per la difesa dei confini col Messico, piuttosto che nelle armi da mandare in Ucraina.

Nel corso del suo intervento Von der Leyen annuncia inoltre che “la guerra non è impossibile, l’Europa si armi: la libertà della Unione euroepa è in gioco”. E ci sarebbe pure una data: non ora, tra 5 anni, nel 2029. “I rischi di una guerra – ricorda – non dovrebbero essere esagerati, ma bisogna prepararsi. E tutto ciò inizia con l’urgente necessità di ricostruire, rifornire e modernizzare le forze armate degli Stati membri. L’Europa dovrebbe sforzarsi di sviluppare e produrre la prossima generazione di capacità operative vincenti. E di garantire che si disponga della quantità sufficiente di materiale e della superiorità tecnologica di cui potremmo aver bisogno in futuro. Il che significa potenziare la nostra capacità industriale della difesa nei prossimi cinque anni”.
La guerra è un grande affare. Per questo nessuno la ferma. “Che la guerra sia diventata un affare lo dimostra il fatto che alla menzione generica del corpo d’armata si sostituisce, nella moderna società della tecnica, il nome della ditta che fabbrica gli aerei…”, scriveva nel Novecento il filosofo e sociologo francofortese Theodor W. Adorno. Due anni fa Biden aveva dichiarato che il conflitto in Ucraina sarebbe finito entro due anni: poi si è auto-smentito. Tant’è che ha risolto la questione degli aiuti a Zelensky con l’invio di nuove armi, dopo aver sostenuto di non voler colpire la Russia dal territorio ucraino. E in un articolo pubblicato sul New York Times ha fatto sapere che gli Usa forniranno a Kiev sistemi missilistici “più avanzati” per centrare “obiettivi strategici”.
Che la guerra sia un affare per gli stati traspare anche dalle recenti dichiarazioni del presidente francese Macron, che non esclude “l’invio di truppe occidentali per aiutare l’esercito ucraino”. Uno scenario ancora remoto, confessa il capo di Stato, da ora reso però possibile: benché i leader di Usa, Regno Unito e Italia si siano dichiarati contrari, qualcuno ne ha parlato.
Anche il recente appello di Draghi ai parlamentari di Strasburgo a “fare qualcosa”, a “non dire sempre no”, suona diverso alla luce delle parole della leader Ue, che lo ha investito lo scorso anno del compito di stilare un rapporto sul futuro della competitività europea. La richiesta del nostro ex premier sui conti economici somiglia all’allarme di von der Leyen: “L’Europa deve svegliarsi. E aggiungerei: con urgenza! Perché la posta in gioco è molto alta: la nostra libertà e la nostra prosperità”.
E cosa ci assicura prosperità? “Negli ultimi due anni, l’Europa ha dimostrato che sosterrà l’Ucraina per tutto il tempo necessario – osserva von der Leyen- E abbiamo anche dimostrato che un’Europa più sovrana non è solo un pio desiderio. L’Europa deve spendere di più, spendere meglio, spendere in modo europeo”. Già, e i fondi chi ce li dà? “Nelle prossime settimane presenteremo alcune proposte con la prima strategia industriale europea per la difesa”. Non solo, “la Banca Europea avrà un ruolo nel rafforzare la Difesa Ue”.
Dunque mercato e guerra, è questa la sovranità che cerchiamo? E’ questa l’Europa che vogliamo, in preda a rigurgiti nazionalisti e fascisti? Dove è finito il disegno di Altiero Spinelli a poco più di 80 anni dalla sua formulazione? “Per un’Europa libera e unita”, era il titolo originale, oggi conosciuto come “Il Manifesto di Ventotene”, uno dei testi fondanti dell’Unione europea, nato con l’idea di creare una federazione europea ispirata ai principi di pace e libertà, con base democratica dotata di parlamento e governo e alla quale affidare ampi poteri, dal campo economico alla politica estera.

Come escalation conduca a escalation lo dimostra lo stesso Putin, nel discorso appena tenuto all’Assemblea federale russa, “il suo messaggio elettorale” in vista delle presidenziali di metà marzo, a detta del portavoce Dmitry Peskov. Alle nazioni occidentali, nel caso considerino l’invio di truppe in Ucraina, il presidente risponde che il suo Paese reagirà e “sconfiggerà” la Nato sul proprio territorio.
“L’Occidente sta cercando di trascinare la Russia in una nuova corsa agli armamenti, ripetendo lo scenario degli anni Ottanta. Si stanno preparando a colpire il nostro territorio e utilizzano le migliori forze possibili per farlo”. E secondo il leader del Cremlino, la minaccia di espansione potrebbe innescare un “conflitto con l’uso delle armi nucleari e di conseguenza la distruzione della civiltà”.
C’è dunque una terza, imprevista parte nel programma “Armiamo Kiev”, dal momento che la Russia continua a mietere preoccupanti successi militari sul territorio. Invece di trovare soluzioni diplomatiche, invece di tentare delle mediazioni per una soluzione pacifica del conflitto (una pace giusta), al presente auspicata solo dal Papa e dalla Cina, invece di pensare con ragionevolezza a una forza di pace e agli aiuti dopo un “cessate il fuoco” duraturo – che (a quanto pare non) si spera imminente – si pensa a far prosperare i guadagni con una futura guerra europea. C’è poco da condannare: gli affari sono affari. In modo europeo, naturalmente, ossia formato Ue.

Per approfondire Left, Europa a rischio

Abolire sfruttamento e precarietà. Così si ferma la strage sul lavoro

“Una legge che introduca il reato di omicidio sul lavoro”. È la richiesta al centro della manifestazione di oggi, 2 marzo, a Firenze (piazza Dalmazia, ore 14.30) promossa da  Unione Sindacale di Base, Cub, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Collettivo Gkn e Rete dei Comunisti. Il 23 marzo alle 15.30 la città si mobilita contro le morti sul lavoro e per la costruzione di un parco pubblico al posto del centro commerciale nel cui cantiere hanno perso la vita cinque operai. Sulla strage del 16 febbraio pubblichiamo la versione in italiano dell’articolo di Giuliano Granato uscito su Canal Red, diretto da Pablo Iglesias.

Sono le 8:52 di venerdì 16 febbraio.
Siamo a Firenze. Più precisamente sull’enorme area dove un tempo sorgeva il panificio militare e oggi un cantiere edile. Almeno 50 operai sono al lavoro. C’è da avanzare nella costruzione di un supermercato Esselunga, una delle principali imprese della Grande distribuzione organizzata.

Sono le 8:52 e si sente un boato. Passano pochissimi minuti: “Pronto emergenza? Correte, è crollato tutto”. È una delle prime telefonate al 118, il numero per richiedere soccorso. Una trave di cemento di 15 metri di lunghezza e 5 tonnellate di peso è crollata e ha trascinato con sé tre piani dello scheletro del supermercato.

Sotto le macerie sono coinvolti in otto. Per tre, per fortuna, la vita è salva. Non così per gli altri cinque. Si tratta di Luigi Coclite, 60 anni; Mohamed Toukabri, 54 anni, tunisino; Mohamed El Farhane, 24 anni, marocchino; Taoufik Haidar, 43 anni, marocchino; Bouzekri Rachimi, 56 anni, marocchino. Il cadavere di quest’ultimo viene ritrovato solo il 20 febbraio.

Una strage operaia. L’ennesima in questi ultimi anni in Italia. L’ultima era avvenuta nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023 presso la stazione ferroviaria di Brandizzo, sulla tratta Torino-Milano: un treno passeggeri aveva travolto e ucciso una squadra di operai al lavoro sui binari. Il bilancio fu di 5 morti e 2 feriti.

In realtà, però, la strage è quotidiana. Nel 2023 in Italia ben 1.485 lavoratori e lavoratrici sono morti sui posti di lavoro o in itinere, cioè nel viaggio verso e dal luogo di lavoro. Una media di 4 morti ammazzati ogni giorno. Tutti i giorni, Capodanno, Pasqua e Natale inclusi.
Solo che l’occhio del potere mediatico e del potere politico ci si posa solo quando i lavoratori muoiono tutti insieme nello stesso posto.

E ci si inizia a chiedere il perché di quello specifico dramma. Come sia potuto accadere. Quale sia stata la dinamica precisa. Chi abbia sbagliato e cosa.
Politici ed esponenti istituzionali si affrettano a mostrarsi a favore di telecamera tristi e commossi, rilasciando dichiarazioni tratte da un copione sempre identico: “non è accettabile”; “non si può morire per andare a lavorare”; “mai più”. Salvo che poi tutto continua esattamente come prima, in una tragica ripetizione quotidiana.

Se si ripete è perché il problema, checché ne pensi chi denuncia che “su troppi posti di lavoro manca la cultura della sicurezza”, è in realtà strutturale e strettamente legato a come agisce la logica del profitto.

Il cantiere Esselunga di Firenze non è eccezione; al contrario, è lo specchio del mondo del lavoro oggi in Italia.

Il supermercato, una volta concluso, sarà di Esselunga, grande impresa della distribuzione organizzata. L’impresa committente dei lavori è Vallata S.p.A., partecipata al 100% da Esselunga, e il cui presidente è Angelino Alfano, ex ministro, prima con Berlusconi (ministro della Giustizia), poi con il centrosinistra di Letta, Renzi e Gentiloni (ministro dell’Interno e infine degli Esteri). A proposito di porte girevoli tra politica ed economia…
L’impresa appaltatrice, invece, è la Aep, Attività edilizie pavesi srl, con sede a Pieve del Cairo (Pavia). Già coinvolta in ben due episodi di incidenti sul lavoro negli ultimi anni.
La Babele di appalti e subappalti è comunque appena iniziata. Nel complesso delle attività del cantiere di Firenze ci sono addirittura 64 imprese. Molte di piccole o piccolissime dimensioni.

Come spiega Alessandro Genovesi, segretario della Fillea, federazione della Cgil, il principale sindacato italiano: “È sempre più evidente il fenomeno delle imprese individuali, ovvero operai che non vengono assunti ma costretti ad aprire la Partita Iva (lavoratori autonomi) e presi in subappalto per realizzare l’impianto elettrico o la colata di cemento”.
Insomma, lavoratori salariati a tutti gli effetti, ma che risultano come lavoratori autonomi. Così le imprese che ne utilizzano i servizi scaricano su di loro tutte le rogne, dalle questioni salariali a quelle relative alla sicurezza.

Sempre per risparmiare sugli oneri per la salute e la sicurezza tante imprese dell’edilizia non fanno firmare ai dipendenti il contratto nazionale (Ccnl) del settore edile, bensì quello dei metalmeccanici o, addirittura, quello dei giardinieri. Perché così possono risparmiare sulla busta paga, offrendo stipendi più bassi, ma soprattutto evitare di adempiere agli obblighi di formazione per la sicurezza, previsti dal Ccnl edilizia e non dagli altri.

Perché è così che funziona la giungla degli appalti e dei subappalti: ogni anello della catena, cioè ogni impresa, deve portare a casa un suo profitto. Gli appalti si vincono al “massimo ribasso”: vince cioè chi offre il prezzo più basso. Un prezzo che si può praticare solo schiacciando fin sotto terra le condizioni offerte ai “propri” lavoratori.

A partire dagli stipendi.
Al cantiere Esselunga di Firenze, ad esempio, l’imam Izzedin Elzir spiega che alcuni lavoratori erano sottoposti a pratiche assolutamente illegali: “Tre ragazzi egiziani che lavoravano nel cantiere mi hanno raccontato che, pur avendo un contratto regolare, dovevano dare metà del loro stipendio a chi aveva trovato loro il lavoro”. Caporalato, così si chiama. Punito dalla legge. Ma troppo spesso solo sulla carta.

Pare poi che due dei cinque morti un contratto non ce l’avessero proprio. Lavoratori irregolari al 100%. Lavoratori in nero. Fantasmi che si possono cacciare o far sparire quando più fa comodo.

Lavoro irregolare che nelle costruzioni è la norma. Il 93% di 4.200 grandi, medie e piccole imprese controllate nel 2023 dall’Ispettorato nazionale del lavoro sono risultate irregolari. Nel 2022 su 10.500 cantieri visitati ben 8.648 non rispettano le norme, per più di 15mila violazioni.

I contratti irregolari si affiancano all’assoluta irregolarità nel rispetto e applicazione delle misure di sicurezza.
“Quella mattina dicemmo al responsabile che sarebbe stato meglio aspettare un giorno prima di lavorare al piano terra, visto che sopra c’erano altri che preparavano una gettata.
Rispose: ‘Cosa dici! Qui si lavora. Se non ti va bene, prendi i documenti e te ne vai!’”. È la testimonianza di un lavoratore rumeno del cantiere fiorentino, raccolta dal quotidiano Il Manifesto.

Non può dunque sorprendere il dato dell’Inail (Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro), che riporta che le denunce di infortuni nel settore costruzioni aumentano anno dopo anno. Nel 2020 se ne contavano 32.700, 39mila del 2021, 40.135 nel 2022 e nel 2023 pare che i risultati, non ancora definitivi, segnino un ulteriore aumento del 4,1% sull’anno precedente.
Purtroppo non tutti i lavoratori infortunati riescono a portare la pelle a casa. Nel 2023 l’edilizia è risultato il settore col maggior numero di “omicidi bianchi”, cioè di morti sul lavoro, ben 150.
E in questa stima dell’Inail non sono conteggiati i lavoratori in nero.

Infine, dei cinque operai morti ammazzati al cantiere Esselunga di Firenze, ben quattro erano stranieri. La terribile riprova di quanto scrive l’Osservatorio sicurezza sul lavoro e ambiente Vega Engineering di Mestre, che registra 59 morti ogni milione di lavoratori stranieri contro le 29 italiane. I lavoratori migranti, insomma, sono l’ultimo anello della catena. Carne da macello da sacrificare sull’altare dei profitti degli imprenditori. Come e più dei colleghi autoctoni.
È questo il sistema dentro cui si produce il meccanismo di morti quotidiane. La logica del profitto che si impone sulla logica della vita.

Di fronte a questo scenario l’indignazione del momento non basta. Men che meno le lacrime di coccodrillo di politici e personaggi pubblici.

A mancare, in Italia, non è la cultura della sicurezza.
La verità è che quando si rivendica più sicurezza l’imprenditore di turno passa subito alla minaccia di metterti alla porta.
E se sei un lavoratore precario o, peggio ancora, in nero, la forza del loro ricatto (“zitto o a casa”) è maggiore.

Per questo la prima misura contro gli omicidi sul lavoro, prima ancora dell’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e del rafforzamento dell’Ispettorato del Lavoro, è l’abolizione della precarietà e la battaglia contro la logica del profitto.

Nella foto: frame di un video sul crollo al cantiere Esselunga a Firenze

Il conflitto tra medici e pazienti non si risolve in tribunale

Il ministro Nordio, come è noto, prendendo atto che, nonostante le leggi fatte in questi anni per proteggere i medici dalle loro responsabilità, i contenziosi legali intentati dai cittadini contro di loro hanno continuato a crescere in modo esponenziale acuendo il fenomeno deteriore della medicina difensivistica, ha deciso di istituire la “Commissione per lo studio e l’approfondimento delle problematiche relative alla colpa professionale medica”.

Le finalità, sono due:
• esplorare l’attuale quadro normativo e giurisprudenziale in cui si inscrive la responsabilità colposa sanitaria per discuterne i limiti e le criticità
• proporre un dibattito in materia di possibili prospettive di riforma e un’approfondita riflessione e un accurato studio sul tema della colpa professionale medica ai fini di ogni utile successivo e ponderato intervento, anche normativo.

Personalmente ho salutato questa decisione, in modo molto favorevole giudicando la proposta del dibattito senz’altro una grande opportunità sia per i medici che per i cittadini ma consapevole anche che senza un altro modo di pensare i problemi e le contraddizioni, questo dibattitto resta difficile e persino rischioso.

Medico vs cittadini. Un conflitto da risolvere

Al fine di dare come si suol dire “una mano” mi sono deciso a scrivere notte tempo un istant book (I.Cavicchi Medico vs cittadini. Un conflitto da risolvere Castelvecchi 2024) e a chiedere a Left considerando l’importanza della questione uno spazio per aprire una discussione .

L’idea è di giocare di anticipo quindi di non aspettare, come in genere avviene con le commissioni, la fine dei lavori.

Il mio scopo è suggerire spunti di riflessione e nuovi approcci analitici sia per tentare di interferire con certi errori di impostazione, sia per allargare lo sguardo e segnalare il pericolo di infognarci ancora di più nelle contraddizioni che non riusciamo a rimuovere perché privi di un pensiero adeguato. Cioè prigionieri delle leggi sbagliate fatte fino ad ora.

Nel mio pamphlet (appena un centinaio di pagine) al quale ovviamente rimando, sono descritte e documentate tutti i dubbi, tutte le perplessità, tutte le paure e tutte le questioni di merito più importanti, e anche tutti i rischi che anche la commissione, appena istituita, rischia di correre e ovviamente le proposte che a mio giudizio sono più adatte ed adeguate alla soluzione della questione complesse che si devono affrontare.

L’equilibrio perduto

Nello spazio di questo articolo mi limiterò ad affrontare due questioni in particolare, che mi preoccupano molto rispetto alle quali vedo sia grandi rischi per la professione medica sia grandi rischi per i cittadini

La prima è l’errore che rischia di commettere la commissione appena istituita, di ridurre un conflitto sociale vero e proprio come è quello tra medici e cittadini ad una semplice lite giudiziaria.

La seconda è la miopia dei medici che indisponibili al cambiamento per pararsi le terga dai rischi professionali sono disposti a tutto anche a rompere il rapporto fiduciario con la società che fino ad ora li ha legittimati con l’eventualità di essere, come professioni intellettuali, socialmente declassati (downgrade) .

L’obiettivo dichiarato dalla commissione è ritrovare l’equilibrio perduto tra gli interessi dei medici e gli interessi dei cittadini, anche se, l’equilibrio vero da trovare, in realtà, è tra “interessi e diritti” e la logica da usare non è quella che immagina la commissione, cioè “la compatibilità” ma quella ben diversa della “compossibilità”.

Con la prima si tratta di adattare i diritti dei malati ai problemi legali dei medici con la seconda si tratta di rimuovere le contraddizioni che contrappongono gli uni agli altri e quindi di trovare equilibri più avanzati cioè non contraddittori.

Il medico imperseguibile

Ma da quel che si vede, quindi dalle anticipazioni della commissione, dalla discussione in corso, dalle audizioni fatte sembrerebbe che l’unico, nel conflitto sociale dato, che dovrebbe cambiare è il cittadino che niente meno dovrebbe rinunciare o limitare i suoi diritti o pagare le spese dei processi o dover dimostrare la sua buona fede (lite temeraria) , per permettere al medico di restare quello che è sempre stato, anzi, per permettergli addirittura di essere giuridicamente depenalizzato per essere giuridicamente infallibile evitando così di essere legalmente perseguibile.

Se l’equilibrio, al quale punta la commissione , è come mi sembra di capire assicurato a medico invariante ma “imperseguibile”, (nessuno parla di ridefinire giuridicamente il medico) proprio come erano i funzionari ai tempi di Napoleone,  dubito che questo equilibrio possa essere credibile . Rendere il medico “imperseguibile” e, al contrario, il cittadino “perseguibile” vale come scoraggiare il cittadino in tutti i modi a intraprendere cause legali. Cioè azzerare di fatto i suoi diritti.

Nella teoria dei giochi si definisce “equilibrio di Nash” un profilo di strategie rispetto al quale nessun giocatore ha interesse ad essere l’unico a cambiare. Secondo Nash il matematico statunitense a cui si deve l’omonima teoria, a volere il cambiamento bisognerebbe essere almeno in due ma se uno dei due è a priori imperseguibile e l’altro no ma di quale equilibrio stiamo parlando?

Il conflitto sociale non è riducibile alla lite giudiziaria

Vi è conflitto sociale quando i malati, in ragione dei loro diritti, avanzano delle pretese nei confronti dei medici, e chiedono prassi diverse, approcci diversi, relazioni dialogiche per partecipare alle scelte che li riguardano e i medici, dal canto loro, restano fermi nel loro status professionale, senza fare nessun sforzo per rispondere ai nuovi bisogni delle persone, e cercano, come possono, di difendersi dai malati come se questi fossero i loro nemici dichiarandosi senza colpa, senza responsabilità e rifugiandosi in un paternalismo legale ormai di altri tempi nel tentativo di riproporsi comunque come i benefattori che non sono più.

Sbaglierebbe la commissione se riducesse il conflitto sociale, cioè una “quasi” guerra civile, a una lite giudiziaria alla ricerca di una transazione come se tra i medici e i cittadini, vi fossero solo banali interessi contrapposti.

Fino a quando i medici, per primi, non capiranno che il conflitto sociale nel quale sono coinvolti non è riducibile a una lite giudiziaria la questione per me resterà aperta.

Questo conflitto sociale definisce i contrasti con i cittadini prima di tutto non, come probabilmente pensa la Commissione D’Ippolito, riguardo solo a valori materiali, ma riguardo soprattutto a valori immateriali come i diritti, lo status sociale, l’autodeterminazione, la vita, la sua quantità e la sua qualità, la libertà, la giustizia.

Il diritto di non essere più un paziente

Oggi, anche se i medici continuano a non capire, la posta in gioco per i malati e per i cittadini è alta, molto alta e riguarda i loro diritti costituzionali, il loro status di malati, la loro emancipazione da un’idea vecchia e superata di paziente riguarda la loro auto-determinazione e quindi il loro modo di essere cittadini. Tutto questo non è facilmente monetizzabile.

I medici ancora non hanno capito che oggi i loro “pazienti” hanno il diritto di non essere più “pazienti”, per cui non vogliono più fare i pazienti, non vogliono più essere trattati e riparati come delle motociclette rotte, non vogliono più dipendere dai meccanici come se fossero i loro benefattori, ma in ragione dei loro diritti vogliono essere i protagonisti delle cure che li riguardano perché curarsi e autodeterminarsi praticamente à la stessa cosa. Il “prendersi cura” significa che non è più il medico che cura il cittadino ma è il cittadino che si prende cura di se stesso utilizzando strumentalmente il medico e la medicina di cui ha bisogno. Cioè la scienza che gli è utile.

Questa è la vera ragione per la quale in questa società abbiamo conflitti sociali e non solo liti giudiziarie e che tanto i medici che i giuristi ancora, dopo mezzo secolo di contenzioso legale, e di leggi farlocche per proteggere i medici non hanno capito e non vogliono capire.

La colpa e l’indennizzo

Costoro credono che, il conflitto sociale, sia indennizzabile cioè riducibile a una transazione economica, esattamente come sostiene la teoria “no fault”, come pure la teoria della depenalizzazione proposta dalla Fnomceo quella che ci dice che la depenalizzazione non è impunità perché la colpa del medico è comunque pagata con l’indennizzo, come se i diritti del cittadino fossero monetizzabili.

Secondo me, ancora non si è capito che, il conflitto sociale tra medici e cittadini oggi più che mai ha la funzione importante di affermare i diritti delle persone ed ha comunque un ruolo centrale nell’ambito del mutamento sociale, cioè ha un peso rilevante nei confronti di tutta l’organizzazione sociale e nei confronti della nostra convivenza sociale. Per cui non è facilmente eliminabile. Ma insisto, soprattutto non può essere ridotto ad una lite giudiziaria.

Oggi i tribunali sono diventati, loro malgrado, estensioni degli ospedali, degli ambulatori, dei pronto soccorso, nei quali i cittadini recuperano gli effetti di una medicina che continua a curare le malattie ma che si dimostra terribilmente incapace di avere relazioni con le persone. Oggi sembra incredibile, ma i tribunali offrono ai malati le relazioni che i medici non sono capaci di offrire perché continuano ad essere formati sulla malattia e non sul malato. E come diremo tra un po’, citando Rousseau, continuano a operare nella logica del diritto naturale perché incapaci di adeguarsi alla logica del diritto politico. È un paradosso enorme, che ai medici non farà piacere ma è così e non certo solo per colpa loro. Penso alle università che di fatto sono ancora ferme proprio a prima di Rousseau. Oggi molti cittadini, per avere relazioni con i medici, per avere delle spiegazioni esaurienti, è come se fossero costretti ad andare in tribunale. Abbiamo dimostrato che basta avere una buona relazione con il malato per ridurre il contenzioso legale ma nessuno, compresa la commissione D’Ippolito parla dell’importanza strategica della relazione e di come prevenire il contenzioso legale e di come formare il medico all’uso della dialogica e della intersoggettività .

La negazione del contratto sociale

Fino ad ora la regola che ha definito la responsabilità del medico era chiara e semplice : per un medico bastava avere un “contatto” con il malato, quindi una semplice relazione, quella da me chiamata “giustapposizione” per contrarre degli obblighi contrattuali. Il che vuol dire che, fino ad ora, gli obblighi del medico e quindi anche le sue responsabilità professionali sono nate da un contratto sociale.

Sono anni che i medici per evitare di andare in tribunale tentano di disattivare le loro responsabilità contrattuali cioè tentano di uscire e di liberarsi dal contratto sociale. Quella che i giuristi e i medici legali chiamano la “responsabilità extracontrattuale”.

Se si ripercorre la discussione sulla natura giuridica della responsabilità medica – dalla Balduzzi del 2012, passando per la Gelli Bianco del 2017 è come vedere una parabola discendente nella quale i medici, a un certo punto, cominciano per via legale a fare di tutto per uscire dagli obblighi giuridici loro imposti dal contratto sociale.

La recente proposta sulla depenalizzazione dell’atto medico che la Fnomceo ha avanzato in audizione alla commissione D’Ippolito è un modo per uscire dal contratto sociale

Da mascalzoni a santi

Detto in altri termini i medici, o meglio la Fnomceo, per non andare in tribunale, tenta di recidere, alla radice, la fonte dei suoi obblighi professionali, e delle sue responsabilità sociali, cioè di cancellare il contratto sociale.

Secondo la regola transitiva, se quello che fa il medico è senza colpa allora è come se il medico non avesse più alcun obbligo di nessun tipo.

Depenalizzato il medico viene di fatto parificato al pontefice cioè il dogma dell’infallibilità dalla chiesa passerebbe alla medicina.

La commissione D’Ippolito, da quello che si è capito sino ad ora, sembrerebbe voler continuare sulla strada della “de-contrattualizzazione” perché è un modo per depenalizzare il medico limitando la responsabilità solo alla colpa grave , una strada che se immaginata a regime, comporterà inevitabilmente in un non lontano futuro la rottura del “contatto sociale”, tra medici e società cioè la sostituzione di una relazione medico/malato con una banale giustapposizione tra interessi diversi, quindi la sostituzione del “contratto sociale” con un banalissimo “contratto di opera” corredato da un nomenclatore di prestazioni.

Personalmente credo che, uscire dal contratto sociale si corra il rischio di rompere una storica relazione fiduciaria con il cittadino perdendo di fatto, come professione, la più potente fonte della propria legittimazione sociale.

Il problema, a parte rompere, è come e con cosa sostituisco ciò che rompo.

Fino ad ora i medici sono stati legittimati, in questa società attraverso la fiducia, ma se non ci sarà più la fiducia per i medici l’unico modo che resta ai medici sono le assicurazioni, i contratti di opera e i nomenclatori e i tariffari.

Oltre la fiducia

Rompere il contratto sociale ci ricorda la storiella che racconta del marito tradito che per far dispetto alla moglie decide di evirarsi .

Se i medici uscissero di fatto dal contratto sociale cambierebbe inevitabilmente il modo in cui i medici sino ad ora sono stati legittimati. Se le assicurazioni prenderanno il posto del contratto sociale i medici non sarebbero più i medici che sono sempre stati e sarebbero inevitabilmente equiparati a qualifiche tecniche quindi ai meccanici agli idraulici, agli elettricisti, cioè a professioni tecniche rispettabili ma che non hanno nulla di speciale. Quindi infallibile come il papa ma declassabile socialmente come un meccanico o un idraulico.

Se ciò accadesse, la frittata sarebbe fatta. Se non c’è contratto sociale, non c’è relazione; se non c’è relazione, il medico è solo un meccanico che aggiusta corpi naturali malati. Fuori da un contratto sociale, il medico non è più il medico che abbiamo avuto sino ad ora. Diventerebbe un’altra cosa. Se il meccanico deve aggiustare la moto per lui non è necessario avere una relazione con il proprietario della moto. Ma senza questa relazione egli resta solo un meccanico. Ma nulla di più.

Il lato oscuro dei diritti

Con le vicende legate alla responsabilità professionale quindi con la commissione D’Ippolito è emersa quella che potrei definire richiamandomi ad una letteratura precisa “il lato oscuro dei diritti” cioè il difficilissimo rapporto tra gli interessi di una professione e i diritti delle persone e dei cittadini. Ragionare sui diritti dei cittadini e dei malati oggi significa ragionare su uno spazio giuridico che proprio questa letteratura ha definito “in sofferenza”. Una sofferenza legata indissolubilmente alla loro importanza costituzionale ma anche agli enormi problemi che essi creano e in particolare alla professione medica. Più aumentano i diritti dei cittadini e più si complica la vita ai medici e il mestiere della medicina diventa super complesso. Cioè sempre più impareggiabile. Il lato oscuro dei diritti è proprio questo ed è quel lato che prima ricordando i funzionari al tempo di Napoleone abbiamo indicato con il termine “imperseguibilità” rischio verso il quale la commissione D’Ippolito dovrebbe prestare la massima attenzione. Che equilibrio è il suo se a pagare il prezzo più alto nel conflitto sociale sono i diritti dei cittadini?

Droits naturels e droits politique

La contraddizione nella quale oggi sono i medici, viene da lontano e esattamente viene molto tempo prima dell’art 32 della Costituzione e sorge per essere precisi nel momento in cui Rousseau nel 1762 sostituì il termine droits naturels con droits politique .

Un passaggio che ancora oggi i medici ma anche le facoltà di medicina non hanno ne digerito e ne capito. I medici sono ancora culturalmente fermi alla malattia quindi al “droit naturels” . Per arrivare al “droits politique” essi più che mai oggi dovrebbero fare ciò che non vogliono fare come dimostra la Fnomceo che dopo essersi impegnata nel 2018 pubblicamente a ridefinire giuridicamente il medico per non avere rogne al suo interno, ha rinunciato all’impresa e al grido “invarianza e imperseguibilità” per fare tutti contenti ha imboccato a testa bassa la pericolosa strada del corporativismo più miope .

La commissione D’Ippolito da quel che si capisce si dimostra sensibile alle esigenze corporative della Fnomceo e dice di voler cercare l’equilibrio, ma ripeto a medico “invariante e imperseguibile” .

Il lato oscuro della faccenda è tutta qui.

Server

Quella medica è una professione che per la sua indubbia miopia se non ablepsia politica è destinata per forza al declino proprio come un sole al tramonto.
Giocare con la regressività oggi come ci hanno spiegato tanto Lakatos che Feyerabend è pericoloso. Il rischio per i medici di essere spiazzati come professione in una società in costante cambiamento è molto forte. Una volta spiazzati come paradigma professionale in questa società si conta intanto molto di meno e siccome siamo in una società capitalistica si vale anche molto meno. Se regressivi si è inevitabilmente declassati e sostituiti da altro perfino dai robot e dalle app sui telefonini. Si è giuridicamente infallibili e imperseguibili ma socialmente si conta poco e quindi si vale poco.
La professione medica a dire il vero, nel giro di un secolo circa, è passata, suo malgrado dal bel tempo andato della professione liberale, quella del benefattore puro, praticamente quasi un santo, a quella che ormai prova a salvarsi le terga come può scappando dagli obblighi del contratto sociale, tanto caro a Rousseau accettando di consegnarsi mani e piedi al mondo delle assicurazioni, sottomettendosi al procedurarismo come scudo sociale e che senza rendersene conto sta spianando la strada al “medico server “di cui parlo nel mio pamphlet .
Dopo che la Fnomceo liquidando la questione medica ha rinunciato ad una strategia di riforma della professione, il futuro del medico se le cose andranno avanti, sarà probabilmente quello del server cioè di un operatore sempre più entro sistemi tecnologizzati che non essendo riuscito a rimodellarsi socialmente nella società che cambia rinforzando i suoi legami fiduciari sarà radicalmente rimodellato da due cose :
• quella che gli esperti di futurologia chiamano la “quarta rivoluzione industriale” (4RI) una rivoluzione che è già in atto da anni
• dalle coperture assicurative che ai medici costeranno un occhio della testa quindi da precisi contratti di opera che prescriveranno al medico cosa deve fare e cosa non deve fare togliendogli quel poco di autonomia intellettuale che gli è rimasta

Un ex dio
Il futuro del medico mutatis mutandis per come lo vedo io è quello di un ex dio che diventa suo malgrado poco più di un meccanico specializzato. Come può un ex dio, pensare di poter continuare ad essere un dio senza esserlo più e per giunta da un bel pezzo?
Perché è, questo “ex”, (prefisso e sostantivo), il problema dei medici oggi .
La grande responsabilità politica della Fnomceo ma anche di tutto il sindacalismo medico e di tutte le società scientifiche è che siccome per tante ragioni ripetutamente descritte altrove e perfino oggetto di ben due manifesti (qui e qui) chi rappresenta i medici ha capito di essere incapace di definire un altro “medico più medico”, si è di fatto rassegnato ob torto collo a gestire l’ex medico cioè a negoziarne il declino.
Oggi i medici senza una idea di professione più avanzata più moderna di fatto stanno negoziando le condizioni per la loro resa.

Un futuro senza futuro
In tutto il panorama politico non c’è una sola proposta in campo in grado di rilanciare veramente questa professione. Tutto, per ragioni prima di tutto culturali, è drammaticamente al ribasso
Ex come ho già scritto a proposito di antiriformatori è di fatto un conservatore perché indica la condizione di chi ha cessato di essere quello che è sempre stato ma non lo sa o non se ne accorto o rifiuta di accettare l’evidenza del cambiamento, ma che in barba a tutto continua ostinatamente a credere di non essere per niente un ex.
Questo oggi è il medico un ex che non sa di essere ex che continua a credersi un intellettuale senza esserlo più. Un ex che è diventato un tecnico ma che della tecnè di Ippocrate non ha più niente a che vedere, perché la tecnica ormai è al servizio di algoritmi prescrittivi indiscutibili, delle assicurazioni e dei contrati d’opera e come vedremo dei costi standard.
Oggi il medico è uno che si difende dai suoi malati dietro gli scudi legali o assicurativi ma nulla di più.

Difendersi le terga è un diritto ma quale diritto è quello che distrugge la professione?
Sono anni ormai che il medico, l’ex dio, chiede alla politica di risolvergli i suoi problemi legali e siccome non vuole cambiare proprio perché nonostante tutto continua a considerarsi un dio oggi tenta di cavalcare la nuova onda neocorporativa del governo quindi chiedendo alla commissione D’Ippolito di rimettere le cose a posto come erano quando non era ex.
Cioè chiede alla politica di contenere i diritti dei cittadini, di renderlo imperseguibile senza rendersi conto di cadere dalla padella alla brace cioè di finire in pasto alle assicurazioni e al loro implacabile proceduralismo senza rendersi conto di mettersi contro il cittadino contro Rousseau contro il contratto sociale cioè contro chi lo può aiutare.
Per chi come me crede che la medicina sia una “scienza impareggiabile” è insensato compromettere il rapporto fiduciario con i cittadini al solo fine di proteggersi legalmente le terga.

Io mi sono sbagliato ma voi …
La “questione medica” che la Fnomceo ha fatto propria nel 2018 e dopo per ragioni interne ha rinnegato, è nata nel 2015 perché la crisi del medico era innegabile e si sperava che il medico davanti al cambiamento cioè soprattutto per salvare la propria professione e il proprio futuro non si tirasse indietro. Anche le 100 tesi scritte per conto della Fnomceo nel 2019 per organizzare gli stati generali della professione e ridefinire il suo profilo giuridico sono state rinnegate. La stessa fine ha fatto la proposta elaborata dall’ordine dei medici di Trento sulla riforma della deontologia del tutto ignorata dalle kermesse fatte anche recentemente sulla deontologia.
Evidentemente mi sono sbagliato. Evidentemente ho fatto i conti senza l’oste. I medici ormai per ragioni anche comprensibili appaiono rassegnati ad essere sempre più ex medici. Il che mi fa dire che se io mi sono sbagliato allora va detto senza peli sulla lingua che chi rappresenta i medici sta portando la professione verso il downgrade. Che si svaluti socialmente la professione per salvarla dal contenzioso legale non mi pare che sia un gran risultato.

Anche il nemico ha dei diritti

Mi dispiace che il primo che pagherà il prezzo di questa follia giuridica sarà proprio il cittadino e la credibilità della medicina alla quale tengo più di ogni cosa perché davvero essa è un bene pubblico come l’acqua. Mi dispiace davvero molto
Se poi penso che comunque anche se si diventa un ex medico i diritti dei malati restano per cui essi in qualche modo dovranno essere riconosciuti dal momento che oggi come ha scritto Gunter Jakobs perfino i nemici hanno diritti, mi chiedo ma come farà l’ex dio a considerare il proprio malato solo come il titolare dei propri interessi e per giunta riducendo i diritti oggi solo a diritti naturali ? O a interessi? O a prestazioni? O come propone il governo con la sua proposta di regionalismo differenziato a costi standard?
Se per Jakobs, il nemico per definizione, è una non-persona ‘giuridica’ come farà il medico a considerare il malato una non persona cioè solo un interesse o peggio una prestazione descritta nel tariffario delle prestazioni o nel nomenclatore di prestazioni delle assicurazioni? Cioè costi standard. Ma vi immaginate cosa voglia dire per i medici essere standardizzati come propone il governo e le assicurazioni?

Apologia del coraggio
Rassegnarsi a fare la fine degli ex medici non sarà solo un drammatico svantaggio per i cittadini ma sarà la condanna di una professione che principalmente a causa dei propri errori rischia di perdere la sua dignità il suo onore e il suo prestigio.
I medici loro malgrado hanno dovuto fronteggiare un grande cambiamento storico sociale e culturale che come ho cercato di mostrare viene da lontano, e rispetto al quale fino ad ora non hanno dato il meglio ma il peggio e che oggi ha suggerito al governo di istituire la commissione D’Ippolito.
Se ho scritto “Medici vs cittadini. Un conflitto da risolvere” è perché sono molto preoccupato della piega che sta prendendo la discussione e perché non intendo rassegnarmi a quello che nel mio libro precedente riferendomi alla situazione grave in cui versa la sanità pubblica nel sottotitolo ho chiamato “il cinismo delle incapacità”.
“Il successo” ha detto Churchill “non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta.”
Il punto quindi è il coraggio, al quale considerando la posta in gioco per quanto mi riguarda non mi pare sia il caso di rinunciare.

L’autore: Ivan Cavicchi è filosofo della medicina, sociologo e antropologo, insegna presso la facoltà di Medicina dell’Università Tor Vergata di Roma

«Erano una minaccia»: le parole della vergogna del governo di Israele

«Erano una minaccia». Chissà per quanto ancora la comunità internazionale potrà sopportare questa risposta falsa, stupida e disumana da parte dello Stato di Israele ogni volta che il sangue cola sulle coscienze dell’Occidente. 

Sono almeno 112 i morti e centinaia i feriti tra le persone che nella notte si sono accalcate spinte dalla disperazione della fame intorno a un camion nella speranza di ricevere aiuti alimentari. Testimoni e il corrispondente di Al Jazeera sul posto hanno riportato che le persone sono state attaccate con proiettili di artiglieria, missili di droni e colpi di arma da fuoco.

L’esercito israeliano si difende dicendo che i morti sarebbero dovuti «alla calca». Nella stessa notte alcuni raid aerei hanno colpito il campo di Nuseirat e altri centri urbani di Gaza. Vista la difficoltà nel far accedere gli aiuti umanitari nella Striscia, Stati Uniti e Canada stanno pensando di eseguire una serie di lanci aerei.

Sparare sui civili che si accalcano per strappare un pezzo di pane è l’ultimo stadio di un diritto a difendersi che ormai indigna anche i difensori più strenui. Sono almeno 13.230 i bambini rimasti uccisi dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, lo scorso ottobre, tra cui sette morti negli ultimi giorni per fame. Le vittime sono più di 30mila. Tra questi ci sono 8.860 donne, 340 operatori sanitari, 132 giornalisti e 47 operatori di protezione civile. I registri ufficiali dei morti non comprendono le circa 7.000 persone che risultano disperse, ha precisato l’ufficio media citato da Al Jazeera. Chissà se erano tutti «una minaccia». 

Buon venerdì.

 

Venti di guerra nel Mar Rosso. Qual è il vero ruolo della missione Aspides?

La missione “Aspides” appena varata sotto l’egida dell’Unione europea e della Politica estera di sicurezza comune (Pesc) e della durata prevista di un anno ha sollevato alcuni dubbi al momento del suo lancio. La missione è la risposta dell’Unione europea agli attacchi del governo Huthi dello Yemen verso vascelli commerciali dei Paesi membri. Le perplessità della maggioranza dei commentatori sono sull’inquadramento generale della missione, che ha visto un solerte intervento dell’Unione e una decisiva proattività del governo italiano solo nel momento in cui le intemperanze degli Huthi dello Yemen hanno iniziato a mettere in crisi il commercio internazionale. Tuttavia si ricorda, a ragione, la guerra civile in Yemen è in corso dal 2014, e procede sull’onda lunga delle rivolte arabe del 2011 e per anni la crisi tramutatasi in guerra civile è stata considerata un territorio dello scontro fra la potenza regionale araba e quella iraniana. Al contempo la non ingerenza occidentale, in particolare europea, ha portato a sottostimare e non dare evidenza mediatica a quanto avveniva nel Paese della penisola araba, salvo dare campo libero a Paesi come l’Italia autentico freerider del commercio internazionale di armi. Imprese italiane infatti, agendo come appaltatrici o fornitrici dirette hanno rifornito per anni la Coalizione a guida Saudita che bombardava indiscriminatamente i ribelli e i civili. Pertanto la critica principale mossa alla reattività italiana, ed europea, è che ad esempio mentre la fornitura di armi utilizzate contro gli Huthi è durata per anni la soluzione militare contro la fazione yemenita è stata presa con estrema solerzia alle prime avvisaglie e minacce.
Tuttavia a questa prima evidente incongruenza si devono purtroppo aggiungere alcuni dubbi che sorgono da un esame degli atti che autorizzano il lancio della missione “Aspides” e dalla situazione geopolitica dell’area.

Le regole d’ingaggio della missione “Aspides” e l’impegno italiano
L’impegno del governo italiano ha un carattere positivo di facciata e mette in evidenza le capacità di Marina e Aeronautica militare (probabilmente interessata alla missione) che sono sempre state attive nell’antipirateria e che dimostrano le competenze tecniche e strategiche per condurre un’importante attività alle porte dell’Area dell’Indo-Pacifico.Vale la pena di rammentare l’importanza geopolitica del teatro delle operazioni.
La guida della missione è affidata ad un Ammiraglio greco (Commodoro) mentre la guida del comando operativo sarà, o dovrebbe essere, come vedremo, italiana. La catena di comando internazionale è chiara, tuttavia restano dei dubbi sulle Regole di ingaggio della missione: la decisione del Consiglio degli esteri dell’Unione europea che istituisce la missione (Decisione 583 del febbraio 2024), all’Articolo 1- Missione afferma che la missione dovrà, per quanto nelle sue capacità, scortare vascelli commerciali dei Paesi dell’Unione nell’Area di operazione. La suddetta area è però tutt’altro che circoscritta, essendo definita come lo spazio di mare tra Bab el-Mandeb e Hormuz, incluse le acque (internazionali) del Mar rosso, del Golfo di Aden, del Mare arabico, del Golfo persico e del golfo di Oman. Un’area pressoché enorme se paragonata alle forze che si intendono schierare: l’Italia intenderebbe inviare un solo cacciatorpediniere, così come anche gli altri Paesi partecipanti sembrano intenzionati a esprimere forze risicate. Ma il documento istitutivo, oltre a dubbi di fattibilità riguardo all’area da garantire, instilla forti dubbi anche sul tipo di forza che dovrà essere utilizzata. Nella Decisione 583/2024 infatti viene affermato che l’utilizzo della forza è possibile nei canonici principi di necessità e proporzionalità in un «sub-area dell’Area di Operazioni» (sic!). Orbene è solo ipotetico affermare che la forza possa essere utilizzata nelle aree antistanti lo Yemen (minaccia principale per la quale la missione è stata lanciata), tuttavia quest’area potrebbe essere estesa dai Paesi partecipanti, in teoria, pur rimanendo in quella definita o nelle sue adiacenze avverso qualsiasi altra minaccia. È certo complesso quindi definire nel particolare le Regole d’ingaggio da impartire ai militari impegnati e questo potrebbe portare a problemi non secondari.

I Paesi limitrofi, l’interesse per l’Europa e… il Parlamento?
Nel documento istitutivo dell’operazione viene incoraggiata altresì la cooperazione con Paesi esterni all’Unione con riferimento anche a Paesi del Golfo, come l’Arabia saudita. Riad d’altronde è impegnata in una de-escalation del conflitto in Yemen a seguito dell’accordo con l’Iran del marzo 2023, ma, perché no, potrebbe vedere, in futuro, una finestra di opportunità per rinfocolare il conflitto nelle pieghe di una missione guidata dall’Italia.
L’interesse dell’Unione è certo quello di una stabilità marittima nella regione, porta dell’Indo-Pacifico come detto, tuttavia, è certamente scontato ma va ripetuto, la stabilità andrebbe ottenuta partendo dai nodi principali dell’area: l’invasione militare che Israele sta perpetrando a Gaza e la crisi/conflitto che oppone l’Arabia all’Iran. Seppure infatti una missione di stabilizzazione, con una connotazione e delle regole di ingaggio chiare, possa essere un corollario importante, è fondamentale un’azione politica, come ad esempio la ricerca di un “cessate il fuoco” a Gaza.

Intanto anche sul sito del Ministero della difesa (che peraltro molto correttamente precisa l’attesa del voto) vengono definite le predisposizioni e le unità che verranno più probabilmente impiegate nella missione e manca solo un piccolo particolare da espletare, una formalità insomma: il Parlamento italiano non ha votato la missione né sembra che sia in procinto di tenere alcuna seduta per farlo sino al 5 marzo. Così mentre il governo appare indaffarato a risolvere nodi legati alla politica interna e il Parlamento temporeggia, navi francesi che dovrebbero essere sotto il controllo dell’operazione “Aspides” e del comando italiano (ci ricorda anche l’agenzia cinese Xinhua News) hanno iniziato a combattere abbattendo droni Huthi da oltre una settimana.

In conclusione lo stato dell’arte della missione “Aspides” consiste nella presenza di navi nella zona di operazione senza una guida operativa sul campo (che dovrebbe essere quella italiana), azioni militari già in corso a cura dei singoli Paesi e una generale abnorme libertà di movimento della missione. Questo fa pensare più a squadre di navi di vari Paesi indipendenti l’uno dall’altro e asserviti alla volontà nazionale più che ad una missione dell’Unione con comune intento discendente dalla Politica estera di sicurezza comune.

L’autore: Francesco Valacchi, cultore della materia e dottorato in Scienze politiche presso l’Università di Pisa

Nella foto: un cacciarpediniere della Marina militare italiana (wikipedia)