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Alla riscoperta del capolavoro di Woody Shaw, il jazz contro la guerra e il razzismo

«Questo album è dedicato alla gioventù che arricchirà il genere umano. Alla gioventù che è costantemente consapevole del tumulto in cui si trova il mondo e che sta cercando di correggere tutto ciò che è sbagliato, sia nella musica che nel linguaggio, o in qualsiasi altro modo lavorando positivamente».
Con questo formidabile incipit a firma di Woody Shaw si aprivano le note di copertina di Blackstone legacy (Contemporary Records – 2LP – 1971/2023), un album leggendario la cui ristampa originale è tornata finalmente disponibile su doppio vinile. L’importanza del disco è ben nota a tutti gli appassionati per diversi ed importanti motivi.
Innanzitutto, si tratta del disco di esordio come leader di Woody Shaw (1944 – 1989), un lavoro di grande spessore perfettamente calato nel momento storico e culturale nel quale fu concepito. Siamo nel 1970 in America, all’acme della lotta dei movimenti per i diritti civili, contro la segregazione razziale e contro la guerra nel Vietnam.

Il mondo del Jazz per tutti gli anni Sessanta era stato attraversato dal vento iconoclasta e rivoluzionario del Free Jazz che, al di là del verbo più radicale dei propugnatori della “New Thing” – Ornette Coleman, Albert Ayler, Cecil Taylor e nell’ultimo scorcio della sua carriera anche John Coltrane – le nuove forme sonore avevano più o meno direttamente influenzato tutta una schiera di musicisti che, partendo dal linguaggio più canonico dell’Hard Bop, sviluppato nella nuova direzione “modale”, avevano spinto in avanti la propria ricerca verso forme espressive più libere e aperte, mantenendo salde le proprie radici afro-americane all’interno di un disegno ritmico-armonico comunque riconoscibile.
Questa avventurosa esplorazione, a partire dalla metà degli anni Sessanta, coinvolse figure di primo piano come quelle di Jackie McLean, Grachan Moncur, Bobby Hutcherson, Andrew Hill, e dello stesso Miles Davis che in quegli anni mise a punto il suo secondo “quintetto perfetto” con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams.
In questo scenario si inserì perfettamente il giovanissimo Woody Shaw, che già nel 1963 – appena diciannovenne – aveva avuto l’opportunità di seguire in tour in Europa il grande sassofonista e polistrumentista Eric Dolphy, e poi, tornato in America dopo la tragica e improvvisa scomparsa di Dolphy, ebbe modo di partecipare da co-protagonista ad alcuni dei dischi-manifesto di quell’epopea d’avanguardia, basta ricordare tra i tanti Unity di Larry Young, Passing Ships di Andrew Hill, The Cape Verdean Blues di Horace Silver, Demon’s Dance di Jackie McLean.

Fu proprio Miles Davis, influenzato dalla giovane ed esuberante moglie Betty Mabry (meglio nota come Betty Davis) a rivolgersi per primo verso le nuove forme del rock e del funk che imperversava in quegli anni con Jimi Hendrix, i Cream e Sly and The Family Stone.
Dopo i primi esperimenti con l’inserimento di alcuni strumenti elettronici nell’album In a Silent Way del 1968, l’anno dopo Miles ruppe gli indugi sfornando un doppio album assolutamente rivoluzionario come Bitches Brew che, ancora oggi, a distanza di quasi cinquantacinque anni dalla pubblicazione, continua ad alimentare accese discussioni tra gli appassionati di Jazz e non solo.
L’utilizzo reiterato di vamp (figura musicale che si ripete ndr) e ritmi funk, la presenza simultanea di due o tre batterie e percussioni, due contrabbassi, uno elettrico ed uno acustico, due o tre tastiere elettroniche, la chitarra elettrica di John McLaughlin, i fiati e la tromba di Davis che, allontanandosi dalla rigorosa eleganza del suo stile, disegna linee spezzate, grappoli di note ora urlate ora soffocate, in una lancinante sequenza di sussurri e grida. La perfetta rappresentazione di un uomo che mette a nudo la propria solitudine scontrandosi con il sinistro clangore di una metropoli che lo assedia.

A prima vista molti sono i punti di contatto che legano i due album pubblicati a meno di un anno di distanza l’uno dall’altro. Si tratta di due doppi album di due trombettisti, che seppur di generazioni diverse, si sono avvicinati da direzioni convergenti al nuovo verbo “elettrico”. Inoltre sono diversi i musicisti hanno partecipato alla realizzazione di entrambi i lavori. Il batterista Lenny White, il polistrumentista e clarinettista Bennie Maupin, il contrabbassista Clint Houston avevano suonato tutti in Bitches Brew, dal canto suo Ron Carter era stato fino a poco tempo prima colonna portante del famoso quintetto di Miles, mentre il sassofonista Gary Bartz si era da poco aggregato al gruppo di Davis, partecipando nell’agosto del 1970 alla storica esibizione al festival dell’Isola di Wight.
Quindi ben cinque dei sette componenti del gruppo di Blackstone legacy avevano avuto legami diretti con il divino Miles.

Se però andiamo ad analizzare più profondamente la musica appaiono delle sostanziali differenze stilistiche tra i due lavori.
Intanto, al di là dell’utilizzo alternato o in contemporanea dei due contrabbassi, l’elettrificazione del gruppo di Shaw appare assai più sobria e sostanzialmente limitata al solo inserimento del piano elettrico da parte di George Cables.
Resta la novità dell’utilizzo ricorrente di vamp e di ritmi funky che però non vanno a snaturare l’atmosfera generale del disco che resta ancorata a sapori più genuinamente jazzistici. Un lavoro che, più che strizzare l’occhio al rock imperante, vira spesso verso atmosfere più vicine al Free Jazz, soprattutto nell’originalissimo approccio alla tromba di Woody Shaw, che per sua stessa ammissione, stava cercando di innestare sul suo stile Hard Bop, l’approccio improvvisativo “verticale” di John Coltrane, trasponendo sulla tromba le linee melodiche dei sassofonisti contemporanei. Lo dimostra brillantemente il lungo brano di apertura che dà il titolo all’album, nel quale, dopo l’esposizione guizzante del tema, Woody Shaw apre le danze con un furioso assolo, seguito a ruota dai sodali Gary Bartz al sax contralto e soprano e da Benny Maupin al clarinetto basso con i quali instaura un’infuocato contrappunto dalle serpeggianti linee melodiche che trascinano l’ascoltatore in territori contigui al free jazz.

Lungo tutti i sedici minuti della performance il piano elettrico di George Cables crea per contrasto un’atmosfera sospesa, onirica, quasi ad evocare il suono misterioso di un vibrafono. La sezione ritmica con il possente contrabbasso acustico di Clint Houston e la metronomica batteria di Lenny White mantiene la rotta con polso sicuro, permettendo ai solisti le più spericolate improvvisazioni senza correre il rischio di perdere la bussola.
“Think of Me” si sviluppa su un mid-tempo tipicamente modale dal sapore vagamente latino. Qui, in un’atmosfera più rilassata, le capacità espressive della tromba risaltano al massimo, mettendo in campo l’intera tavolozza di fraseggi e di colori che Woody riesce mirabilmente a ricreare sullo strumento.
I due brani centrali del disco “Lost and Found” e “New World” portano invece la firma di George Cables. “Boo-Ann’s Grand” è dichiaratamente un affettuoso omaggio alla moglie di Woody – Betty Ann Shaw – e per traslato al “sentire” alla fantasia e all’intuito di tutto l’universo femminile – laddove gli improvvisi cambi di ritmo e di atmosfera della musica sembrano alludere all’inafferrabile mutevolezza del carattere femminile.

“A Deed for Dolphy” è invece dedicato al suo maestro, il grande Eric Dolphy. Prendiamo a prestito le parole dell’artista riportate nelle note di copertina: «Ho cercato di raffigurare Eric come se ci stesse osservando proprio adesso. Ho sentito che lui deve essere in una terra di pace, un posto dove gli uccelli cantano. Quando incontrai Eric nel 1963, lui cambiò totalmente la mia concezione. Io suonavo un certo tipo di Hard Bop, ed Eric mi insegnò ad essere libero e liricamente aperto, ad essere me stesso nella mia musica. Io credo che tutti i grandi maestri – Trane, Bird – continuano a guardarci».
Si tratta per il ventiseienne Woody Shaw di una profonda e consapevole assunzione di responsabilità: lui sa ed è convinto che tutta la storia del Jazz lo guarda dall’alto e, conscio del proprio talento, sente il peso e l’obbligo morale di essere all’altezza della tradizione, della storia e della cultura del popolo afroamericano.

Nelle medesime meravigliose note di copertina ribadisce:
«Questo album è dedicato alla libertà della gente di colore in tutto il mondo. Ed è dedicato alla gente che qui vive nei ghetti. La “pietra” che compare nel titolo è un’immagine di resistenza. Io sono cresciuto in un ghetto – case cadenti, topi e scarafaggi, corridoi puzzolenti. Io ho visto tutto questo e ho visto gente superare tutto questo. Questa musica ha il significato di essere una luce di speranza, un suono di resistenza e di attraversamento. È fatta per il ghetto. Noi stiamo cercando di esprimere cosa sta accadendo oggi nel mondo, nella maniera in cui noi – una nuova generazione di giovani musicisti – lo sentiamo.
Mi riferisco alle differenti tensioni nel mondo, la ridicola guerra in Vietnam, all’oppressione della gente povera in questa nazione che invece ha tante ricchezze. I ragazzi durante queste sessions discutono in continuazione di questi argomenti, ma stiamo anche cercando di raggiungere uno stato di illuminazione spirituale nel quale essere costantemente consapevoli di ciò che sta accadendo, nell’ottica però di reagire in maniera positiva.
La musica di questo album, come vedi, esprime la resistenza-convinzione che noi riusciremo a superare tutto questo».
Parole forti, drammaticamente e perfettamente attuali, come la musica che le esprime.

WOODY SHAW – BLACKSTONE LEGACY (Contemporary Records – 2LP – 1971/2023)
«C’è un grande trombettista in giro, ed è in grado di suonare differente da tutti gli altri» (Miles Davis su Woody Shaw)
Woody Shaw (1944 – 1989) è stato uno dei grandi trombettisti del Jazz moderno, ed è considerato ancora oggi forse l’ultimo autentico innovatore sul suo strumento.
Dopo più di mezzo secolo – grazie all’iniziativa di Craft Recordings and Jazz Dispensary – è tornato finalmente disponibile su doppio vinile la ristampa dell’edizione originale del capolavoro di Woody Shaw – Blackstone legacy, inciso nel dicembre del 1970 e pubblicato l’anno successivo. Occorre infatti ricordare che nell’edizione su CD del 1999, due brani del disco furono rieditati con dei minimi tagli allo scopo di riportare la lunghezza dell’album nel limite degli ottanta minuti di un singolo CD. Una scelta senz’altro discutibile, che accresce ulteriormente il valore filologico della nuova ristampa su vinile, che riporta altresì le fondamentali note di copertina originali a firma di Nat Hentoff.
La grafica, nel formato del doppio album, valorizza la suggestiva foto di copertina che rimanda poeticamente all’Africa, e ritrae una lunga fila di donne di etnia Bari che camminano sui lastroni di pietra scura in un altipiano nel Sud Sudan.

Puf! La tassa sugli extraprofitti delle banche non la paga nessuno

La tassa sugli extraprofitti delle banche che ha contribuito a disegnare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni come “donna forte al comando” non c’è più. Dopo UniCredit anche Intesa San Paolo, la banca italiana guidata dal ceo Carlo Messina, quella tassa sugli extraprofitti delle banche varata dal governo Meloni, non la pagherà.

Nel corso della conference call con gli analisti nei giorni scorsi, il ceo di UniCredit Andrea Orcel ha ricordato che, con quell’ultima versione della misura sbandierata con orgoglio dalla stessa presidente del Consiglio Meloni, due sono le opzioni che il governo italiano ha messo a disposizione delle banche italiane: «una era pagarla, l’altra era di rafforzare le nostre riserve e non pagarla, a meno che queste non vengano distribuite in un secondo tempo». E UniCredit ha deciso di rafforzare le sue riserve, destinando 1,1 miliardi a riserve proprie non distribuibili. 

Due giorni fa anche Intesa San Paolo ha emesso un comunicato di “destinare a riserva non distribuibile un importo pari a circa 1.991 milioni di euro, corrispondente a 2,5 volte l’ammontare dell’imposta di circa 797 milioni, in luogo del versamento di tale imposta, avvalendosi dell’opzione prevista dal predetto provvedimento” annunciando che “la Capogruppo darà indicazione alle banche controllate interessate dal provvedimento (Fideuram, Intesa Sanpaolo Private Banking e Isybank) di adottare analogo orientamento”. Sostanzialmente, invece di versare la tassa sugli extraprofitti, la banca ha deciso di destinare a riserva una somma che ammonta a circa 2 miliardi di euro.

Così la “tassa sugli extraprofitti delle banche” si aggiunge alla collezione di annunci irrealizzati.

Buon venerdì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia e Finanze, Giancarlo Giorgetti, il vice Ministro Maurizio Leo, e i vice presidenti del Consiglio e ministri, AntonioTajani e Matteo Salvini (governo.it), Roma, 16 ottobre 2023

Pino Pascali e i cavernicoli del futuro

Di un artista che è vissuto una manciata di anni, trentatrè per l’esattezza, che ha vissuto rapinosamente la sua vita tra belle donne, motociclette, in una Roma dei primi anni sessanta che avrebbe creato il quadrilatero dell’arte e la scuola di piazza del Popolo, con amici come Kounellis, Schifano, Mattiacci, Penone, Tacchi, Ceroli e maestri come Toti Scialoja; di un artista che recuperava attrezzi agricoli, ruderi su prato, labbra di donna e dorso di negra, utilizzando rafie, materiali sintetici, ferri e bitume; che si faceva fotografare come un modello giocando tra lance da pastore, grandi rastrelli e zolle di terra e che dondolava su finte liane e dentro un mare tagliato a fette; insomma di un artista siffatto che chiese ad un certo momento al padre di distruggere molte delle sue opere, e che lavorava in una finta officina dove solo pochi amici avevano realmente accesso; di un artista che per mantenersi agli studi e alla dolce vita di quegli anni scelse di entrare come grafico e illustratore nella Lodolo Film, una di quelle agenzie pubblicitarie che hanno fatto la storia dell’animazione e di certa televisione, come la Pagot; e che pare sia stato scenografo e anche attore; ebbene di un’artista siffatto, le cui vere grandi mostre arrivarono subito già il giorno dopo della sua scomparsa, sembrerebbe alquanto improbabile oggi proporre qualcosa di nuovo, di veramente inedito e determinante al mondo dell’arte. E invece il nostro tempo distratto, compulsivo e dispersivo insieme, rapinoso e in fondo con una corta memoria, ha riservato a chi scrive questo pezzo la ventura di ritrovarsi un giorno tra le mani l’unica animazione integrale e perfettamente conservata di Pino Pascali: Intermezzo 23 del 1966. Un’opera di grafica applicata, perché nata appunto come stacco pubblicitario per l’allora programma concorrente di Carosello, per il secondo canale della Rai, che si chiamava appunto Intermezzo. Un progetto ambizioso del nascente secondo canale che presto venne interrotto per altre avventure televisive, ma che resta un esempio luminoso e indimenticabile di una televisione che dava ampio spazio ai geni della pittura, del disegno, dell’animazione appunto, vi ricordate Cavandoli dell’Omino Lagostina? Dopo un lavoro di due anni insieme all’Archivio per l’Opera Grafica di Pino Pascali che ne ha autenticato il ritrovamento e ricostruito la sequenza, e con il prezioso e fondamentale aiuto di Daniela Ferraria ed altri storici dell’arte e dell’animazione come Marco Giusti, Anna D’Elia, Bruno di Marino, Simonetta Lux, Roberto La Carbonara, e un ricordo di prima mano di Ernesto Bassignano, riesco a raccogliere l’intero lavoro, anche ricostruito digitalmente da Marco Schiavoni nel suo laboratorio di Spoleto, in un libro da poco uscito per la NFC edizioni dal titolo appunto Pino Pascali/Intermezzo 23 con la curatela appunto di chi scrive. Un QR sull’ultima pagina consente di puntare il telefonino e vedere l’animazione spiegata, dettagliata, ricostruita. Nel libro trova spazio anche un lungo immaginario monologo di Pino Pascali dove ad un certo punto il grande poeta Nanni Cagnone traduce per il lettore Paranoid Android dei Radiohead, Insomma è come entrare dentro i segreti di una pagina della televisione scomparsa e di un modo di fare animazione come lo realizzava Walt Disney. Si tratta di 51 scene ricostruite e rimesse in sequenze, ma in realtà consta di decine e decine di movimenti e tavole suddivise tra lucidi e acetati, grafiti, scomposizioni a pastello, tutte della stessa misura millimetrica di 18 per 22 cm, alcune su carta giapponese da disegno. Con in bella vista i tipici forellini rettangolari e tondi per la reggetta che serviva per sospenderli e poi filmarli dalla cinepresa. Così funzionavano le animazioni un tempo. Racconta la storia di tre Postero’s, tre personaggi da barzelletta; un tedesco, un generale francese e un inglese, alle prese con ritrovamenti archeologici ed imprevisti, come diceva Pascali, di oggetti «di diecimila anni fra» dei quali i tre omini non conoscono l’uso e il funzionamento. E questo scatena una serie di gag che nascono dallo spostamento del senso e del segno, a volte tramite un uso quasi decontestualizzato ad arte degli oggetti. Tutto nell’animazione ruota attorno al ritrovamento di un misterioso oggetto che altro non è se non una macchina fotografica e verso la cui funzione tutti e tre i personaggi si accaniscono uno alla volta, restandone ogni volta delusi, fino al gesto finale del Gran Generale che decide di distruggerla perché non ha restituito l’immagine che si aspettava. Sembra un pensierino della sera, uno sketch animato per ritardare il sonno dei ragazzi dell’epoca, ma in verità nasconde alcune delle tematiche centrali del dibattito culturale degli anni Sessanta, come acutamente scrive Anna D’Elia nel suo saggio: il ruolo dell’arte in confronto alla scienza e alla tecnologia, la relazione tra pensiero magico e ragione, tra progresso e regresso. Tutto si svolge in pochi minuti, tra risate e consigli d’acquisto, gag e capitomboli, colpi di clava e macinacaffè. Erano gli anni in cui la pubblicità somministrava ancora pillole di filosofia e gli artisti si mimetizzavano da grafici. Pascali lavora con gli oggetti e si preoccupa in poche parole che il consumismo possa, privilegiando l’uso degli oggetti, cancellarne il loro valore rituale, quello che invece avevano nelle culture arcaiche e contadine. Il futuro appare per Pascali dunque nell’accezione di Walter Benjamin e tutto sta nel mantenere vivo lo stupore, l’epifania del segno e dell’incontro. L’artista smonta gli oggetti non tanto per ricostruirne di nuovi, ma per disegnare con il loro cambiamento di senso una nuova visione del mondo. Come fosse un selvaggio che solo inseguendo il limite stesso della materia determina la vera grande scoperta. Spesso Pino Pascali si è difatti definito un uomo che cammina nudo, poi Edoardo Sanguineti arriva ad appellarlo persino novello Adamo.
In Intermezzo 23 abbiamo così inseguito l’idea pascaliana per eccellenza che il mondo è come un grande meccano composto da tanti pezzi diversi che solo incastrandoli uno nell’altro si riesce ad esplorare una o l’altra possibilità. Non necessariamente interessa il buon finale. Ma quello che succede nel mezzo. La storiella che ci racconta Intermezzo 23 ha come sottotitolo appunto “A mille anni fra”. Frase pascaliana, che ho ritrovato nei suoi sketches disegnati, proprio a significare quanto la lezione di De Martino sia entrata in lui e l’inganno della Taranta tutto da sfatare. I suoi Posteros che vengono dal futuro, ma che adoperano la clava; questo giustifica che la macchina fotografica della sequenza possa diventare come Hal 9000 di Stanley Kubrick. Pascali artista ma in fondo ancora cavernicolo del futuro.
E proprio in questi giorni, che ci ha lasciato il grande Luca Maria Patella, che del cinema sperimentale anche ha fatto uno dei suoi credi e linee di forza, ripenso ad una frase segreta che mi disse in una delle sue ultime importanti interviste, riportata nel libro, quando finimmo a parlare inevitabilmente di Pino Pascali e della loro amicale collaborazione in SKMP2 del 1968, film sperimentale che voleva essere una roba alla René Clair, stile Entr’acte, con questi personaggi che appaiono all’improvviso evocati dalla bacchetta del Mago, impersonato da Fabio Sargentini e poi, così come arrivano, spariscono, con un gesto, una smorfia, un sorriso. Pino Pascali abbandona al rigagnolo del finto mare una barchetta di finta carta che si perde, là dalle parti di Fregene, a pochi passi dalla casa di Alberto Moravia, dove avevano scelto di girare e facendo questo guarda poi Patella e quasi accenna un sorriso, come a dire: questo l’ho fatto, ho affossato il moderno e la classicità e ora? Beh, dopo, se in quell’assurdo settembre del 1968 non ci fosse stato l’ancor più assurdo incidente in motocicletta che lo strappa alla vita a soli trentatrè anni, i due avrebbero fatto insieme un altro film in cui Patella avrebbe ripreso Pino Pascali costruire un grande nido, un altro, e poi tentare da quel nido il volo e sicuramente altro. Come già poi avrebbe fatto Gino De Dominicis con i suoi Tentativi di volo l’anno successivo, da qualche parte sulle montagne appostato, vestito rigorosamente di nero, come gli chansonnier maudit, come Jacques Brel o i piccoli grandi Gufi, con quell’idea di attirare l’attenzione di chi guarda solo sul gesto, sul filo sottile della sagoma, quasi ad annullare ogni orizzonte, ogni confine, qualsiasi altra distrazione. Non importa il risultato, la riuscita o meno del tentativo. Così probabilmente anche a Pino Pascali non sarebbe importato di riuscire realmente a volare. Arte che tenta, che affossa e che nello stesso concentra l’attenzione sul puro gesto, sulla sagoma dell’opera stessa. Sul suo puro profilo.

L’appuntamento:  il libro Pino Pascali Intermezzo 23 (NFC edizioni) è stato presentato il 26 ottobre al MaMbo di Bologna. Con il curatore del volume Jonathan Giustini, Ernesto Bassignano, storico cantautore e giornalista, Claudia Lodolo, membro dell’Archivio per l’Opera grafica di Pino Pascali, Lorenzo Balbi, direttore MAMbo.

 

Cosa serve di più per riconoscere la vendetta?

Frame dal film Gaza di Garry Keane e Andrew McConnell

Mentre noi qui stiamo a lambiccarci per trasformare in una battaglia identitaria una tragedia umanitaria il presidente di Israele Benyamin Netanyahu ha annunciato l’invasione via terra di Gaza definendo il momento il «culmine di una lotta per la nostra esistenza».

Nel suo discorso ha utilizzato lo slogan che inebria un pezzo di Occidente e di editorialisti nostrani: «Hamas è l’Isis, e l’Isis è Hamas». In un mondo con memoria minimamente funzionante si potrebbe ricordare che la strategia adottata contro ll’Isis è stata completamente sballata. Quanto può essere cretino riproporla?

Nel frattempo gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas sono il loro capitale bellico mentre la vendetta di Netanyahu dal 7 ottobre ha provocato l’uccisione di  6.546 palestinesi di cui 2.704 bambini, secondo il ministero della Sanità di Gaza. I feriti sarebbero 17.439. Solo tra martedì e mercoledì a Gaza sono state uccise 756 persone, tra cui 344 bambini. A Rafah una scuola dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni unite che assiste i profughi palestinesi, con 4600 sfollati nelle sue aule, è stata danneggiata da un attacco ravvicinato. Sono 38 a oggi i lavoratori morti dell’agenzia Onu. Ieri la farina dell’Onu era appena arrivata al panificio del campo profughi di Moghrabi (Deir Al Balah), uno dei pochi ancora aperti in tutta Gaza, quando hanno cominciato a cadere le bombe dei raid aerei. A Gaza molti indossano braccialetti per essere riconoscibili nel caso in cui una bomba israeliana li faccia a pezzi.

Dice l’Occidente che “la difesa non deve giustificare la vendetta” e la domanda sorge spontanea: cosa serve di più per vedere la vendetta?

Buon giovedì.

Da Napoli all’Europa. La sinistra si riorganizza e riparte dal Sud

La destra è al governo e la sinistra tenta di riorganizzarsi: trovare le tante tessere del puzzle, sparse per il Paese, e ricostruire una visione unitaria e alternativa della società per tentare di riconquistare la fiducia dei settori popolari.
Va in questa direzione l’appuntamento  del 27 ottobre a Napoli della rete Alternativa Comune, che riunisce appunto esperienze della sinistra civica provenienti da diverse parti di Italia. Sindaci, amministratori locali, l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio ed anche Mimmo Lucano.
Ne parliamo con Sergio D’Angelo, eletto consigliere comunale tra le fila di Napoli Solidale, che introdurrà l’incontro e sembra essere, a tutti gli effetti, il padrone di casa.

Sergio D’Angelo


Alternativa comune si riunisce a Napoli per lanciare un nuovo progetto per le europee, chi la compone e con quali obiettivi?

La nostra ambizione è quella di diffondere la rete a livello nazionale con un appello rivolto a chi vuole contribuire a un patto eco-sociale per il clima, la democrazia, la pace e l’uguaglianza. La transizione ecologica contiene strutturalmente una forte domanda di giustizia sociale. La formula secondo cui la sinistra deve ripartire dai territori è stata così abusata in questi anni da essere diventata fonte di facile ironia. Noi invece ci stiamo provando davvero a raccordare esperienze della sinistra civica di diverse regioni italiane dal Lazio alla Lombardia, passando per Campania, Sardegna e Liguria. Non è, come afferma qualche voce incomprensibilmente critica a sinistra, la riverniciatura dello stesso edificio con tonalità più verdi. Basti vedere come si moltiplicano a livello internazionale i segnali di resistenza di chi invece vuole difendere le posizioni di rendita di un mondo inquinato e disuguale. La crisi climatica è una crisi epocale capitalistica, non a caso la destra si oppone esplicitamente al cambiamento.

Non è, però, la prima volta che operazioni come questa vengono fuori. Farete una lista alle europee o collaborerete con le altre forze del centrosinistra, come il Pd?

Noi daremo sicuramente un contributo alle prossime elezioni europee e porteremo con forza le nostre esperienze e biografie come patrimonio politico da mettere a disposizione. L’interlocuzione con le forze di sinistra ed ecologiste esistenti è strutturalmente un’ambizione del nostro percorso politico, ma le ambizioni sono un desiderio, un auspicio, un obiettivo dall’esito non necessariamente scontato. Il nuovo corso del Pd con la segreteria Schlein fa parte di questa categoria dell’auspicio, ma sappiamo tutti che il punto di arrivo proprio in questo caso non è per niente certo. Il punto è che i partiti si sono dissolti, anche una forza politica come il Pd che raccoglie mediamente un consenso intorno al 20% non ha un insediamento territoriale all’altezza dell’elettorato che aggrega. E così sul territorio questo consenso è più la sommatoria di reti intorno a questo o a quell’amministratore locale, a un deputato, piuttosto che l’articolazione di una forza politica che fa riferimento a quelle che una volta erano le sezioni e i militanti. Vedremo l’esito di questa transizione, con l’auspicio più sincero che vada nella direzione che noi auspichiamo.

Quale è il rapporto con l’alleanza Verdi Sinistra (Avs), con cui avete di certo dei tratti in comune?

AVS è sicuramente al momento una forza politica più vicina, ma in questo caso la speranza è che sappia andare oltre il rischio di autoreferenzialità di un gruppo dirigente che ha attraversato in questi anni lo scenario politico italiano dando vita a contenitori diversi sul piano formale, ma restando probabilmente sempre troppo simile a sé stesso. Auspichiamo dialogo e apertura.

Appunto, dialogo e apertura. Il gruppo Napoli Solidale continua ad allargare le sue fila, comprendendo ora anche Europa Verde. È a questo tipo di lavoro che faceva riferimento?

Le dico di più, il nostro gruppo nel Consiglio comunale di Napoli si è allargato ulteriormente, con l’ingresso delle due consigliere di Difendi la Città, Flavia Sorrentino e Fiorella Saggese, provenienti entrambe dal Movimento 5 Stelle. Oggi siamo in cinque e insieme ci battiamo contro le disuguaglianze territoriali, per un allargamento delle politiche sociali e per una città più verde con più trasporto pubblico e meno assediata dal traffico.

Crede che ci siano questioni che toccano maggiormente Napoli rispetto ad altre città?

Le questioni che affrontiamo sono questioni in parte comuni alle altre grandi città e in parte segnate da quei dislivelli esistenti fra nord e sud, che inevitabilmente condizionano molti aspetti del vivere quotidiano a Napoli. Si pensi, per esempio, che qui si concentra la maggior parte dei percettori del Reddito di cittadinanza. Di conseguenza, è molto alto anche il numero di quelli che si sono visti privare del beneficio negli ultimi mesi, in seguito alla scelta punitiva e sbagliata del governo Meloni di cancellare la misura. In una città con una forte incidenza del lavoro nero e irregolare, il Reddito aveva assicurato un maggior potere contrattuale ai beneficiari, che oggi si trovano invece di nuovo esposti senza alternative a offerte di lavoro indecenti, quando non illegali, che la stampa e i social continuano a denunciare. Quando parliamo di legalità, dovremmo sempre ricordarci che permettere la permanenza di forme odiose di sfruttamento è anche un assist alle organizzazioni criminali. L’abolizione del Reddito è addirittura un incentivo indiretto a offrire lavori sottopagati, spero che il governo acquisisca consapevolezza di questa dinamica, evitando di scaricare come già sta avvenendo la situazione sui comuni che sono enti più colpiti dal taglio delle risorse.

L’esperienza in Consiglio comunale sta svolgendo un ruolo di aggregazione e raccordo di realtà civiche e politiche simili alla vostra, come abbiamo visto, anche a carattere nazionale. Per quale motivo è stata scelta Napoli?

Napoli è la più grande città del sud, somma perciò le criticità tipiche delle metropoli a quelle di un paese con marcate differenze territoriali che hanno un carattere strutturale, endemico potremmo dire. Non bastano quindi i poteri amministrativi locali per fare tutto quello che bisognerebbe fare. Si pensi per esempio alla questione migratoria, con una quota rivelante di giovani napoletani laureati, la cui formazione è a carico delle famiglie e del territorio, ma che poi vanno a spendere altrove in altri mercati del lavoro le competenze acquisite. È una vicenda che la politica locale può intercettare solo per via tangente, ma senza la possibilità di aggredirla come sarebbe necessario. Fatta questa premessa, si potrebbe fare di più, soprattutto in termini di indirizzo e di visione, ma anche sul piano di un maggiore coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale.

In che senso?

La Giunta restituisce all’esterno una certa idea di impermeabilità, Napoli ha invece bisogno di percorsi partecipativi per determinare una svolta virtuosa e costruire il proprio futuro a partire dalle eccellenze. Ci trova per esempio contrari la scelta del sindaco Manfredi di non nominare un assessore alla Cultura, tenendo per sé la delega. Un capitolo a parte meriterebbe la gestione del boom turistico che, se da un lato porta con sé un introito e dei posti di lavoro, dall’altro non va pensato come monocultura turistica famelica che determina anche gravi conseguenze sulla popolazione residente. L’aumento sempre più insostenibile degli affitti, ma anche dei prezzi dei generi alimentari, sono un esempio classico e mai come stavolta calzante, senza dimenticare i costi per lo smaltimento dei rifiuti, il consumo di suolo, il sovraffollamento e molto altro.

Di certo c’è un tema che in questi giorni, tra il Medio Oriente e l’Europa, non potrete non affrontare: è la guerra. Un tema che nelle scorse settimane ha più volte messo in difficoltà esponenti politici, anche del centrosinistra. Qual è il profilo del dibattito che animerete a riguardo?

Siamo contro la guerra, per principio e come scelta concreta di convivenza pacifica fra i popoli. La guerra in Ucraina ha visto la ricomparsa di un largo conflitto in Europa, dopo la carneficina della ex Jugoslavia. Eventi naturalmente scioccanti perché, quando i fenomeni avvengono vicino a noi, si è indotti inevitabilmente a una reazione più marcata, condizionata dalla breve distanza. Non si riesce, per esempio, a non pensare che i nomi delle città e delle località riportati nei bollettini di guerra sono gli stessi dei luoghi che magari negli anni scorsi abbiamo visitato per turismo, o dove abbiamo visto giocare una partita di una competizione sportiva internazionale.
Poi, proprio la guerra in Ucraina ci ha mostrato le conseguenze sulla nostra vita. Certamente meno cruente di chi vive con le bombe che gli esplodono sopra la testa e il numero di morti da piangere che non smette mai di salire, ma anche noi comuni cittadini abbiamo pagato e paghiamo il prezzo della speculazione, dei costi energetici alle stelle e di una dinamica dei prezzi che ha fortemente indebolito il potere d’acquisto. Il termine speculazione non è casuale, perché c’è chi si sta arricchendo con gli extraprofitti mentre i popoli europei diventano più poveri, con i salari che non tengono il passo dell’inflazione. Una dinamica dagli effetti drammatici in un paese come l’Italia che non solo non fissa un salario minimo fissato per legge, ma anche caratterizzato da livelli salariali fra i più bassi dell’occidente a fronte di un costo della vita aumentato a dismisura.

E la Palestina?

Il fronte che si è aperto in Palestina, che definire nuovo sarebbe astorico, privo di memoria, è in questo scenario un allargamento dei focolai di guerra che potrebbe, in un contesto di crisi capitalistica come quella che stiamo vivendo, preludere a un’escalation dagli esiti del tutto imprevedibili. Il pensiero va naturalmente alle vittime civili di ogni parte, agli innocenti che non decidono la guerra ma ne subiscono le conseguenze.

La lezione dell’economista che rinuncia all’aereo per non inquinare

Non c’è ancora abbastanza consapevolezza della relazione tra velocità degli spostamenti e riscaldamento globale. Le migliaia di aerei e di jet privati che solcano i cieli non fanno che aggravare, giorno dopo giorno, la malattia del clima. È con questa convinzione che Gianluca Grimalda, economista presso l’Institute for the Global Economy di Kiel in Germania, eco-attivista, si è rifiutato di tornare in aereo dalle isole della Papua Nuova Guinea, dove si trovava per studiare gli effetti del cambiamento climatico. Per lui tornare in volo sarebbe stato certamente più confortevole, ma avrebbe contribuito ad aggiungere altre 3,5 tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Ha dunque intrapreso il viaggio verso la Germania con navi mercantili, traghetti, treni, autobus, evitando l’aereo, come aveva fatto già all’andata; una lunga traversata, dal Pacifico all’Europa, di 30 mila chilometri, o forse più, da percorrere per mare e per terra. E rischia pure il licenziamento per avere disatteso alla perentoria richiesta del direttore del suo istituto di rientrare immediatamente in sede (l’11 ottobre è stato licenziato ndr). Sui media, la notizia è stata derubricata come una curiosità, il comportamento eccentrico e stravagante di un ambientalista.

La vicenda ci parla invece della preoccupante sottovalutazione dei governi nei riguardi del problema ambientale ed evidenzia un grave deficit politico che, in verità, investe anche le questioni più rilevanti del nostro tempo: le guerre, la crisi energetica, il dramma dei migranti, le crescenti diseguaglianze. Si deve a questo deficit e ad élites sempre più chiuse a difesa dei loro patrimoni e privilegi, la ricomparsa di nuove forme di nazionalismo e di fascismo, di razzismo, di apartheid, di sopraffazione di interi popoli. D’altronde, anche la diffusione di forme di lotta, individuali e collettive, radicali ma scollegate tra di loro, trova la sua ragione nel disorientamento e nella debolezza di una sinistra che ha perso le sue coordinate culturali e politiche e pare navigare a vista.

La disobbedienza civile di Gianluca Grimalda mostra un disagio crescente verso la pretesa di aziende ed enti privati di organizzare, fin nei minimi dettagli, il lavoro e la vita delle persone. Il rispetto dell’orario di lavoro, la puntualità, il prodotto realizzato nel minor tempo possibile, costituiscono modalità di comportamento dettate dal mito dell’efficienza, del business, della crescita, costi quel che costi. Grimalda rompe con regole codificate, considerate “naturali” per il buon funzionamento aziendale, riafferma il valore della dignità e dell’autonomia personale, apre una crepa nel modo (prevalente) di concepire il lavoro, rappresenta un esempio per i tanti/e, sempre più numerosi/e, che manifestano malessere e in-sofferenza rispetto a rapporti di lavoro diventati gabbie soffocanti. Da che cosa nasce questo dis-adattamento al lavoro? Marx si sofferma molto sulla distinzione tra «lavoro utile», concreto, che produce valori d’uso (cose, oggetti), e «lavoro astratto», che produce valori di scambio (merci). Con la rivoluzione industriale il primo soccombe davanti al secondo. L’astrazione del lavoro è data dalla separazione (estraneazione) del lavoratore dal prodotto del suo lavoro e dall’insieme del processo produttivo.

«L’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone a esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che la produce». (Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 2004, p. 67). Quello che interessa all’imprenditore non è l’utilità dei prodotti ma il suo valore, che è determinato dai tempi di lavorazione e dalla quantità di oggetti scambiati sul mercato. È il tempo di lavoro a dare la misura e il valore delle cose, non le particolari abilità o specifiche competenze dei lavoratori. La quantità prevale sulla qualità. «Il mulino a braccia vi darà la società col signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale […]Vi è un continuo movimento di accrescimento nelle forze produttive, di distruzione nei rapporti sociali, di formazione nelle idee; di immutabile non vi è che l’astrazione del movimento: mors immortalis». (Marx, Manoscritti, cit., 2004, p.94).

Non è stato sempre così. Nelle società precapitalistiche, in cui dominava il lavoro utile, il tempo seguiva il ritmo delle stagioni e della vita. La durata del lavoro era determinata dai tempi del raccolto, della semina, del pascolo degli animali, della manifattura artigianale. La giornata si allungava o si accorciava in base alle esigenze e alle specificità del lavoro da svolgere. Non c’era la netta separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita tipica dei nostri giorni. La vita dell’uomo si svolgeva in uno scambio continuo con la natura. «Il lavoro [nelle società precapitalistiche] è un processo che avviene tra l’uomo e la natura, in cui l’uomo media, regola e controlla con la sua azione il ricambio organico tra sé e la natura». (Marx, Il Capitale, Newton Compton, 1997, p. 146).

Con la transizione dal feudalesimo al capitalismo si verifica una «grande frattura» nel rapporto tra l’uomo e il suo ambiente naturale e avviene una profonda riorganizzazione di tutta l’attività umana. Per Marx il passaggio dal lavoro concreto al lavoro astratto, è il punto d’avvio del capitalismo. «Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale […] o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore». (Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1973, p. 31). Il lavoro astratto prende il sopravvento sul lavoro utile e modella le relazioni sociali, la visione del mondo, i modi di vivere e di pensare. «Gli uomini scompaiono davanti al lavoro, il bilanciere della pendola è divenuto la misura esatta dell’attività lavorativa di due operai, come lo è della velocità di due locomotive. Per cui non si deve più dire che un’ora di un uomo vale un’ora di un altro uomo, ma piuttosto che un uomo di un’ora vale un altro uomo di un’ora. Il tempo è tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al più l’incarnazione del tempo. Non vi è più questione di qualità. La quantità sola decide di tutto: ora contro ora, giornata contro giornata». (Marx, Manoscritti, cit., p. 48).

Il dominio del capitale si afferma nei rapporti di lavoro, nell’economia e nella società attraverso un processo continuo di espropriazione e ogni cosa viene trasformata in merce: il lavoro, il mondo fisico e animale, il corpo e la mente degli uomini.
Nella società del lavoro astratto comanda l’orologio. Fin dalla loro scoperta, gli orologi non si limitano a misurare il tempo che passa, ma diventano strumenti di controllo dei lavoratori, prima nelle campagne e poi nella fabbrica. Il padrone non tollera perdite di tempo, il tic-tac dell’orologio avverte tutti che «il tempo è denaro». Con l’orologio il tempo diventa un continuum omogeneo e uniforme. Le lancette dell’orologio girano e rigirano su sé stesse: oggi è uguale a ieri, domani è uguale a ieri e a oggi. È uno schema che contempla la continuità ma non il cambiamento. La scoperta dell’orologio, non a caso, coincide con l’affermazione del lavoro astratto. È il lavoro astratto che produce il tempo astratto. L’uno è inseparabile dall’altro e il tempo dell’orologio è lì a ricordarci che «è così e basta». Il tempo orario, scrive John Holloway, «è il tempo di un mondo che non controlliamo, un mondo che non risponde alle nostre passioni […]È un tempo fuori di noi, un tempo che corre avanti su binari prefissati […] è un tempo reale ma non è il nostro tempo, non è la nostra storia». (J. Holloway, Crack Capitalism, 2012, Derive Approdi, p.146). Ora con gli algoritmi – con l’uso della potenza di calcolo e dell’intelligenza artificiale (AI) nella gestione aziendale – il controllo sull’attività lavorativa e sulla vita delle persone compie un ulteriore salto di qualità, è destinato a diventare ancora più stringente e alienante.

Gianluca Grimalda non è un moderno Don Chisciotte, non vive fuori dalla realtà, è piuttosto un lavoratore che rifiuta la logica del comando e del calcolo economico, semplicemente non accetta regole e consuetudini consolidate. Il suo gesto di protesta ci segnala un fatto importante, un conflitto che si riaccende nel lavoro: i tempi e i modi del lavoro astratto sono diversi da quelli del lavoro utile. Riemerge il «carattere duplice del lavoro» (Marx) come chiave di un cambiamento possibile. Oggi le forme di sfruttamento si sono moltiplicate, anche in ragione del fatto che i confini del lavoro astratto si sono allargati ben oltre la classe operaia e tendono a includere la totalità delle relazioni sociali. La dominazione capitalista non attiene solo alla proprietà e al controllo dei mezzi di produzione e del sistema finanziario, ma coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita e condiziona, in termini distruttivi, i rapporti con la natura e con l’ambiente.

Il lavoro utile, poco considerato, subalterno, ridotto ai margini, può riacquistare, in questo contesto, un nuovo significato come riappropriazione del fattore umano e sociale nei rapporti di lavoro. Può riacquistare terreno estendendo la conflittualità dentro il lavoro ovvero contro tutto ciò che, nei rapporti di lavoro, ostacola la valorizzazione dell’intelligenza, della creatività, delle competenze, delle inclinazioni e dei desideri individuali. La riscossa del lavoro utile contro il lavoro astratto è d’altronde coerente con una visione della rivoluzione da costruire passo dopo passo, attraverso l’azione individuale e collettiva, nelle piazze e nelle istituzioni. La storia ci insegna che non basta la «presa del potere» per realizzare il socialismo. Il cambiamento reale richiede un processo, paziente e difficile, di «liberazione del lavoro dalle sue catene». Inoltre, i problemi che abbiamo di fronte, nella loro complessità e drammaticità, non possono ridursi all’ora X, ma richiedono riforme in grado di abbattere i muri e gli steccati alzati a difesa del sistema. La rivoluzione, in questo senso, si presenta come un lungo viaggio, con i suoi tempi, le sue tappe, le soste e le accelerazioni. Il contrario di un’attesa messianica, sapendo che il capitalismo è un «movimento storico», non è eterno e immutabile come vorrebbero farci credere i suoi apologeti.

Nella foto: Gianluca Grimalda durante il suo viaggio di ritorno dalle isole Papua Nuova Guinea (dal profilo twitter di G.Grimalda)

“Big Pharma”? Un altro ramo della propaganda è caduto

Da quando si è insediato il governo Meloni si vanta di essere contro “i poteri forti”, dopo un anno di governo resta da capire quali siano i “forti” a cui si riferiscono. Di sicuro non è più considerato un pericoloso potere forte Big Pharma, le aziende farmaceutiche che in piena pandemia erano state messe nel mirino dall’attuale presidente del Consiglio e dal suo alleato in propaganda Matteo Salvini. 

In quei tempi “Big Pharma” era presentata come il condensato dei sospetti, del lucro sporco e di sinistri complotti. Oggi all’interno della bozza della manovra l’industria farmaceutica invece gode dell’innalzamento del tetto di spesa per gli acquisti farmaceutici delle Regioni scritto nell’articolo 44 della bozza della legge di bilancio che regala alle aziende un sostanzioso taglio ai loro versamenti allo Stato calcolati in base al cosiddetto payback.

Come spiega Andrea Capocci su Il manifesto da anni i lobbisti premono affinché il rimborso sia abolito o ammorbidito. “Draghi era andato incontro alle loro richieste prevedendo un aumento del tetto fino all’8,3% nel 2024. Meloni ha fatto ancora di più per Farmindustria portando il tetto all’8,6%, circa 11 miliardi di euro. Risultato: secondo gli analisti il payback delle aziende sarà quasi dimezzato. Oltre a far risparmiare centinaia di milioni alle imprese, l’aumento della spesa per i farmaci sottrarrà risorse preziose alla sanità pubblica già penalizzata dalla manovra”. In più, per coprire la maggiore spesa ospedaliera il governo ha tagliato il budget per il rimborso dei farmaci venduti in farmacia.

E un altro ramo della propaganda è stato tagliato. 

Buon mercoledì. 

Argentina al ballottaggio. Il camaleontico Massa sfida il trumpiano Milei

L’immortale peronismo contro il turbocapitalismo trumpiano. Il ministro dell’Economia, Sergio Massa, contro l’outsider, Javier Milei. Due visioni di mondo opposte sono state le più votate alle elezioni presidenziali che si sono tenute in Argentina il 22 ottobre. A dispetto dei principali sondaggi che davano “el loco” Milei avanti, Sergio Massa, con la sua coalizione “progressista”, Unión por la Patria, ha ottenuto il 36,7%, staccando di 7 punti percentuali il suo avversario alla guida della coalizione di estrema destra, La Libertad Avanza e ribaltando l’esito delle primarie dello scorso 13 agosto. Sullo sfondo la candidata di centrodestra di Juntos por el Cambio, Patricia Bullrich, che si attesta al terzo posto con il 24%, con la possibilità di fungere da ago della bilancia il 19 novembre, quando gli argentini si recheranno alle urne per il secondo turno. E questa è parsa subito una consapevolezza condivisa dai due leader in corsa per la Casa Rosada. Infatti, nei primi commenti a caldo entrambi hanno voluto rivolgere dei messaggi a quel bacino elettorale moderato che vale 6.267.152 voti. Se da un lato Massa ha sottolineato la volontà di formare «un governo di unità nazionale composto dai migliori, al di là della loro parte politica», Milei si è diretto chiaramente al popolo moderato, chiedendo di unirsi «contro il Kirchnerismo», auspicando di «lavorare insieme per mettere fine alla casta».

La motosega e il pancake: due visioni a confronto

In un contesto politico e sociale totalmente polarizzato e una crisi economica stagnante, con un’inflazione al 138% e un tasso di povertà che ha raggiunto il 40%, la campagna elettorale è stata intensa e senza esclusione di colpi. Non c’è dubbio che il candidato che ha lasciato il segno in queste presidenziali è stato Javier Milei. Un mix tra Trump e Bolsonaro in salsa argentina o, a tratti, anche qualche populista della destra europea, “El loco” ha subito catturato l’attenzione di gran parte del popolo argentino e dell’opinione pubblica internazionale. Economista e opinionista politico in tv, Milei si è definito anarco-capitalista. In realtà, ascoltando le sue uscite infelici e osservando il suo modus operandi spregiudicato, è un tipico neo-populista/neo-liberista di estrema destra che si presenta come il nuovo, l’anti-casta, ma che in realtà si muove da anni all’interno di quel sistema di potere che egli stesso vuole scardinare. Come rappresentazione plastica del suo messaggio elettorale appare nei comizi elettorali brandendo una motosega – come a Mar del Plata il 12 settembre – a simboleggiare le sue promesse di tagliare la spesa pubblica, eliminare i sussidi pubblici, abolire ministeri, chiudere la Banca centrale argentina contemporaneamente convertire al dollaro il sistema economico e, addirittura, rompere le relazioni con il Mercosur e la Santa Sede (con il papa non corre buon sangue). Insomma, «rompere con lo status quo». Altrettanto folli sono le sue dichiarazioni xenofobe, razziste, contro l’aborto, mortificando le vittorie, ottenute anche a costo della vita, di attivisti e attiviste dei movimenti femministi, lgbtqia+ e dei popoli originari. Ma forse, ancor più gravi, sono state le sue frasi negazioniste durante l’ultimo dibattito tra i candidati presidenziali, in cui ha sostenuto che «non erano 30mila desaparecidos, ma 8.753», e qualificato semplicemente come «eccesso» i crimini contro l’umanità perpetrati dall’infame giunta militare tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Sentenze azzardate rispetto a una stagione torbida guidata dai quei «Gorillas» che hanno aperto una ferita profonda all’interno del paese latinoamericano, non del tutto rimarginata. Difficile affermarlo con certezza, ma probabilmente hanno inciso negativamente su Milei a fine corsa elettorale.

Va detto che se in un primo momento le sue posizioni estremiste hanno spinto molti elettori, forse per disaffezione nei confronti della classe dirigente, a renderlo il candidato più eletto alle primarie, durante le battute finali della campagna elettorale, ha generato paura e incertezza. Il dato è che Massa, rispetto alle primarie, è riuscito a recuperare e a ribaltare i sondaggi. Bisognerà capire, più avanti, come il ministro in carica dell’Economia di un Paese con un’inflazione del 138,3%, le riserve della Banca centrale ai minimi termini e una moneta in costante svalutazione, sia riuscito a ottenere una vittoria inaspettata e lanciarsi da favorito verso il secondo turno del 19 novembre. Probabilmente la risposta è nel peronismo che, nonostante le metamorfosi, trascende dal contesto politico attuale e riesce sempre ad avere presa sull’immaginario collettivo della società argentina. Ma a proposito di metamorfosi, vale la pena conoscere il candidato di Unión por la Patria e capire perché viene chiamato negli ambienti politici «el panqueque», il pancake. Avvocato di professione e considerato un politico centrista all’interno del peronismo, Massa è un politico camaleontico che negli ultimi anni ha assunto posizioni diverse nei confronti del kirchnerismo. Capo di gabinetto della «Presidenta» tra il 2007 e il 2008; nel 2015 appoggia la candidatura della coalizione di centrodestra guidata da Macri (risultato vincente); nel 2018 dichiara «Cristina Kirchner dovrebbe essere in prigione». Sia nel 2019 che per queste elezioni ha siglato un accordo di coalizione proprio con lei. Un tira e molla con la Kirchner che gli è valso il soprannome di pancake, volta faccia. Durante la sua permanenza nel dicastero dell’economia, Massa ha visto accrescere la sua popolarità. Secondo l’opinione di più di un analista, il suo recente successo non solo è dovuto ad un programma dove vengono messi al centro i lavoratori e il sistema del welfare e di godere dello zoccolo duro peronista ma anche al suo «Plan Platita», cioè una serie di aiuti e benefici annunciati da Massa nelle ultime settimane per alleviare gli effetti dell’inflazione e della svalutazione monetaria e migliorare le sue possibilità elettorali. Tra gli altri, l’eliminazione dell’imposta sul reddito per quasi due milioni di lavoratori o il rimborso totale dell’IVA sugli acquisti alimentari effettuati con carta di credito fino alla fine dell’anno.

Analisi di una vittoria

Risulta convincente l’analisi della testata moderata Perfil secondo cui «Massa ha saputo incanalare il voto di paura di una società che guardava con timore al discorso di Javier Milei, un cambiamento radicale che genera adesione tra milioni di argentini, ma anche panico, per ciò che implica un salto nel vuoto». Ma come avverte il quotidiano di sinistra Pagina 12, la «vittoria della paura sulla rabbia, non può essere l’unico fattore» per spiegare il successo di Massa. Il merito del candidato, per il momento, è quello di aver saputo far convergere sulla sua figura quasi tutte le forze del progressismo argentino. Ma non basterà il 19 novembre.
Dunque, si apre (quasi) un mese di campagna elettorale in cui Sergio Massa dovrà essere in grado di convincere la sinistra che si è presentata da sola alle elezioni (che rappresenta il 2,7% dei voti), ma soprattutto quel centro che aveva deciso di appoggiare la coalizione Juntos por el Cambio, come la Union Civica Radical (quella di Raul Alfonsin, primo Presidente democratico dell’Argentina post-dittatura). Non è un caso, infatti, che in queste ore frenetiche siano in corso delle trattative con esponenti del radicalismo più vicini alle posizioni della coalizione progressista e che temono il salto nel vuoto rappresentato dal «loco» Javier Milei.

I temi di cui non parla quasi nessuno

Se avessimo voglia di sganciarci per qualche ora dal vittimismo del governo e dalle beghe sentimentali di uno dei milioni di Giambruno che si incontrano sui luoghi di lavoro italiani ci si potrebbe accorgere che i problemi dell’Italia sono l’esatto opposto della propaganda che ormai beviamo assuefatti da mesi.

Si potrebbe, tanto per cominciare, riflettere sul drammatico dato comunicato qualche giorno fa dall’Istituto statistico dell’Unione europea (Eurostat) in cui si legge che l’Italia è l’unico fra i grandi Paesi europei (Francia, Germania e Spagna) in cui la quota di famiglie che riporta almeno qualche difficoltà a far quadrare i conti nel 2022 è sopra il 63%. Una percentuale così ampia indica una situazione sistemica e diffusa che non può essere scrollata come indolenza diffusa di gente che non ha voglia di lavorare.

Si potrebbe continuare con quei 600mila italiani che negli ultimi vent’anni hanno deciso di emigrare dall’Italia senza tornarci più. Gente regalata al Regno Unito, alla Germania, alla Svizzera, alla Francia, agli Stati Uniti e alla Spagna perché qui non riusciva più a immaginare un futuro lavorativo. Non sono solo i “cervelli in fuga” su cui si lambiccano taluni, lì in mezzo ci sono anche ragazze e ragazzi che lasciano l’Italia per svolgere lavori poco qualificati, ad esempio nella ristorazione, nell’accoglienza, nel lavoro agricolo, come spiega Lorenzo Ruffino sul sito di Pagella politica.

Sono solo due della decina di temi che da noi vengono dati per persi, irrimediabili, buoni solo per qualche articolo di tanto in tanto. Solo che per raccontare il Paese bisognerebbe conoscerlo.

Buon martedì.

Anche un anno dopo un’unica strategia: il vittimismo

Viene difficile pensare che gli strateghi e i dirigenti di Fratelli d’Italia ritengano percorribile anche dopo un anno di governo la solita strategia: il vittimismo. Già l’idea di “festeggiare” i dodici mesi di governo si inserisce perfettamente nella rappresentazione di “reduci” che il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni insiste nel dare alla sua compagine. È tutta una manfrina di “nonostante”, come se ogni giorno in già a Palazzo Chigi sia figlio di un’epica battaglia che solo dalle parti di Fratelli d’Italia riescono a intravedere. 

Così accade che l’assenza di Giorgia Meloni alla sua festa di partito per questioni strettamente personali diventi l’occasione per attaccare all’opposizione (sarebbe meglio dire: per opporsi all’opposizione) seguendo lo solito schema: usare un fatto privato per martellare gli avversari e se gli avversari rispondono accusarli di utilizzare il privato in politica. Anche la sorella della presidente del Consiglio, Arianna Meloni, che attacca i giornalisti non graditi è una scena facile da prevedere: da quelle parti le voci non allineate rientrano di fretta tra gli ostili da delegittimare e da abbattere, che siano giornalisti o magistrati o cantanti o scrittori.

L’anima della festa è “siamo ancora qui”, come in un malinconico ritrovo degli ultimi giapponesi che si sentono in guerra quando la guerra è terminata da un bel po’. La capa del governo ci dice di avere dimostrato “che si potevano raggiungere risultati inimmaginabili e fare cose straordinarie senza dover essere meschini o dover prendere scorciatoie o fare cose impresentabili o dover compiacere persone impresentabili”. L’analisi però non è sui risultati ma tutta sui “meschini” immaginari. 

Buon lunedì.