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Lo dice anche la Corte d’Appello: Regione Lombardia discrimina gli stranieri

La Corte d’Appello di Milano (presidente  Pizzi, estensore  Giobellina) con una sentenza depositata il 9 marzo scorso ha respinto il ricorso con il quale la Regione aveva cercato di capovolgere la precedente decisione del Tribunale in materia di accesso degli stranieri alle case popolari. Il Tribunale aveva anche sollevato la questione di costituzionalità del requisito di cinque anni di residenza o lavoro nella Regione, rispetto al quale la Corte Costituzionale, con sentenza n. 44/2020 aveva dichiarato la incostituzionalità della norma che dunque oggi non è più in vigore.

Nella causa le associazioni che avevano promosso l’azione giudiziaria (assistite dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri) avevano contestato in primo luogo il requisito di 5 anni di residenza nella Regione previsto peraltro anche dalla stessa legge regionale che regola la materia: il giudice aveva pertanto dovuto investire della questione la Corte Costituzionale che con sentenza n. 44 del marzo scorso aveva dichiarato incostituzionale il requisito.

La causa era quindi ripresa davanti al Tribunale che aveva esaminato anche l’altra questione dei documenti aggiuntivi richiesti agli stranieri (cioè la medesima questione che già aveva visto la condanna del Comune  di Sesto San Giovanni). Anche questa previsione è stata ritenuta illegittima e discriminatoria dal Tribunale, perché la documentazione da presentare per dimostrare l’assenza di proprietà all’estero (basata sull’Isee) deve essere la medesima sia per italiani che per gli stranieri, restando poi l’obbligo di verifica in capo alla autorità fiscali.

Siamo di fronte (come già avvenuto nel caso di Lodi) ad una clamorosa ingiustizia che aveva visto escludere dalle graduatorie di tutta la Lombardia numerosi cittadini stranieri in condizioni di bisogno ai quali veniva richiesto di produrre documenti spesso impossibili da reperire. Tutti i Comuni lombardi devono modificare i bandi tenendo conto della decisione del Tribunale di Milano e della modifica del Regolamento Regionale.

Il Tribunale aveva poi anche ordinato di modificare il Regolamento regionale, ammettendo alle graduatorie i cittadini extra Ue sulla base della medesima documentazione richiesta ai cittadini italiani (cioè l’Isee)  senza richiedere ulteriori documenti, spesso impossibili da reperire, che dimostrassero l’assenza di proprietà nel Paese di origine. Infine, per quanto riguarda i titolari di protezione (non solo i rifugiati, ma anche i titolari di protezione speciale) il Tribunale aveva ordinato di cancellare la disposizione che imponeva come requisito l’assenza di una casa nel paese di origine; ciò sulla base della considerazione che il rifugiato, se anche fosse titolare di una casa, non potrebbe certo utilizzarla rientrando in Patria.

La Regione aveva adottato su questi punti  delibere provvisorie in attesa della decisione dell’appello preannunciando di voler ricercare “altre soluzioni non discriminatorie” diverse da quelle indicate dal giudice.

Ora è arrivata la sentenza di appello che respinge tutte le tesi della Regione e conferma la decisione di primo grado.

A questo punto la Regione dovrà abbandonare ogni soluzione provvisoria e mettere mano al Regolamento, modificando definitivamente le norme secondo le indicazioni del Giudice.

Buon martedì.

Cinquemila studenti da ogni parte del mondo nei panni di “diplomatici” alle Nazioni Unite

Avvicinare le nuove generazioni alla complessità della globalizzazione e di un mondo che sembra muoversi a prescindere da loro e dal loro futuro, a partire dalle grandi questioni dei cambiamenti climatici e della tutela della biodiversità, è un’operazione che se rimane sul puro piano teorico rischia di risultare sterile. Meglio fargliela toccare da vicino quella complessità e farli avvicinare al cuore stesso delle istituzioni dove i grandi del mondo si confrontano. Ed è quello che sta accadendo in questi giorni a New York, nella sede dell’Onu dove fino al 25 marzo cinquemila studenti provenienti da tutto il mondo vestono i panni di “diplomatici” all’interno del Palazzo di vetro in occasione del Gcmun Talks – Global Citizens Model United Nations, la simulazione internazionale delle sedute dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Rappresentare uno Stato, difenderne le istanze e le ragioni confrontandosi con quelle di un altro Stato, trovare un punto di incontro e provare a formulare una risoluzione: fare, cioè, un esercizio di pratica democratica è l’esperimento che ormai va avanti da molti anni e con grande successo tra gli studenti, organizzato da United Network Europa, la più grande organizzazione europea che promuove percorsi innovativi di alta formazione per i giovani. Quest’anno l’iniziativa si è ulteriormente arricchita con il side event The arts for global citizenship #AGCNewYork23, un format inedito per pensare e praticare insieme ai giovani l’educazione alla cittadinanza globale attraverso i diversi linguaggi dell’arte. Durante la sessione plenaria, infatti, sono ospiti lo chef pluristellato Niko Romito e uno degli artisti più amati degli ultimi tempi, il
cantante Achille Lauro che parlando del loro percorso professionale affrontano insieme agli studenti i temi a loro più cari: le aspirazioni e la paura di non farcela, la consapevolezza di ciò che si vorrebbe fare e come trovare “gli strumenti” prima di tutto dentro se stessi per riuscirci. Il 25 marzo, giornata conclusiva dei lavori, al Palazzo di vetro, parleranno – tra gli altri – dal podio delle Nazioni Unite il direttore del dipartimento di ricerca scientifica del Metropolitan Museum of Art di New York, l’italiano Marco Leona e l’ultimo vincitore dell’Italian Teacher Award Riccardo Bonomi. Altra iniziativa, questa ultima, che ogni anno coinvolge centinaia di docenti di tutta Italia che presentano i progetti educativi che portano avanti nelle loro scuole insieme agli studenti raccontando in questo modo il grande lavoro che dal Nord al Sud del Paese ogni giorno i docenti svolgono. In Italia a muovere il motore di questa grande macchina che ruota attorno ai lavori dell’Onu, portando le istituzioni nelle classi degli studenti e facendoli entrare dentro i temi dell’agenda delle Nazioni Unite è United Network, una Ngo ufficialmente associata al dipartimento di comunicazione globale delle Nazioni Unite.

Il magico tempismo della morte del pentito Palmeri

Armando Palmeri era un collaboratore di giustizia (volgarmente lo direbbero “pentito”) che da qualche tempo era uscito dal programma di protezione ma viveva nascosto in una casa in contrada Bosco alla Falconeria, tra Alcamo e Partinico, in provincia di Palermo. Ad Alcamo Palmeri, che aveva 62 anni, era stato il braccio destro dello storico boss Vincenzo Milazzo.

Tra la miriade di dichiarazioni che ha lasciato agli atti ci sono informazioni sull’influenza dei servizi segreti sulle stragi a partire dal 1992. Raccontò che il boss Milazzo dopo le sue partecipazioni alle riunioni per organizzare la strategia stagista che ha messo in ginocchio l’Italia commentava dicendo “sostanzialmente che questi erano matti, che erano loro la vera mafia. Mi disse che volevano che ci adoperassimo per la destabilizzazione dello Stato. Io credo che quella era una cosa molto riservata. Ricordo che Milazzo tremava. C’era un periodo di tensione molto forte. Lui mise in atto la ‘strategia del Ni’. Da un lato si mostrava restio e contrario, dall’altro aveva comunque paura di poter essere eliminato se avesse detto no. Quindi preferì un’azione mista”.

Il “ni” di Milazzo gli costò la vita (nel commando che lo uccise c’era anche Matteo Messina Denaro) il 14 luglio 1992, 5 giorni prima dell’omicidio di Paolo Borsellino. Il 15 luglio Cosa nostra uccise anche la compagna di Milazzo, la ventenne Antonella Bonomo, incinta, per la sua sgradita abitudine di “parlare troppo” e per una sua parentela – riscontrata dalla Procura di Caltanissetta – con un uomo del Sisde.

Palmeri raccontò particolari anche su Antonino Gioè, un uomo di mafia molto vicino a ambienti politici di destra che fu probabilmente suicidato nel 1993 nella sua cella del carcere di Rebibbia, impiccato con i lacci delle sue scarpe. Palmeri raccontò di Gioè ospite della trasmissione Report: “A volte lo accompagnai ad incontri particolari con uomini delle istituzioni – ha detto Palmeri intervistato da Paolo Mondani – Se parlammo di Capaci? Mi disse ufficiosamente che a ‘Giovannieddu (Brusca, ndr) ci paria che era iddu a farlo esplodere’. Mi diceva che il dispositivo per lanciare l’impulso era un giocattolo e che era in sinergia con altra gente. Cosa mi sta dicendo? Era un’operazione militare perfetta”.

Oggi avrebbe dovuto testimoniare in un confronto con Baldassare Lauria, un ex medico che Palmeri indicava – accuse tutte da dimostrare – come cerniera tra i servizi segreti e Cosa nostra all’epoca delle bombe del 1992. L’ex pentito aveva paura, si sentiva in pericolo e per questo aveva chiesto al pm Pasquale Pacifico di poter intervenire in videoconferenza. Permesso non accordato. Baldassare Lauria, l’uomo accusato da Palmeri, è un 87enne che fu medico molto stimato nel trapanese nonché senatore di Forza Italia nel 1996 poi passato all’Udeur di Clemente Mastella: risulta indagato a Caltanissetta per frode in processo penale aggravato dall’aver favorito Cosa nostra e dall’aver commesso il fatto in un procedimento per strage.

Armando Palmeri però è morto. L’hanno trovato nella sua abitazione. Forse un infarto, dicono. Ora si indaga. Tra le altre cose, aveva raccontato che nella primavera del ’92, ad Alcamo, si tennero tre incontri tra uomini dei Servizi segreti e il suo capomafia. Oggetto dell’incontro: le stragi da consumare in Italia nel 1993. “Volevano mettere in atto una strategia di destabilizzazione dello Stato con bombe e attentati”, ha detto davanti alla corte d’Assise di Reggio Calabria il 14 giugno del 2018. Una morte accidentale con un tempismo perfetto.

Buon lunedì.

Sacchi di sabbia in scena. Una irresistibile storia di teatro off lunga trent’anni

I Sacchi di sabbia rappresentano sulla scena italiana del teatro un segmento che ha intrinseche radici con il teatro sperimentale. Nato nel 1995 a Pisa, in Toscana, a Pisa, la compagnia da subito si è distinta per una particolare ricerca sul testo, sulla rivisitazione. I riferimenti sono i testi importanti della scrittura non solo quella teatrale ma quella letteraria. E’ quindi un punto fermo della compagnia cercare nei classici contatti con il contemporaneo, riscrivendo, rivedendo, ridisegnando un mondo fatto di parole e di suoni. Spesso le loro trovate riportano lo spettatore ad una visione da vis comica. Questo è un espediente singolare che rimanda alla logica del teatro leggero, ovvero a quel tipo di scrittura che potesse coinvolgere le persone attraverso la risata, attraverso la battuta. Per questo partirono da Shakespeare, Orfeo, Pinocchio che diventa marmocchio fino alle recenti produzioni come Sette contro Tebe o all’Andromaca. Giovanni Guerrieri fondatore della compagnia ci racconta la loro avventura, che li vede in scena per tutto marzo e oltre.
Giovanni Guerrieri come è nata l’idea di creare la compagnia e perché questo nome, Sacchi di sabbia?

I Sacchi di sabbia nascono esattamente a metà anni Novanta, durante una piena d’Arno. In quel mentre anche il Cavaliere scendeva in campo…insomma ci sembrava che il Paese facesse acqua da tutte le parti! Da qui il nome Sacchi di sabbia, una metafora come un’altra di resistenza.

Avete da subito iniziato a lavorare su testi importanti del teatro e della letteratura rivisitandoli con quale scopo?

Siamo molto legati ai topos del nostro immaginario: ci piace visitarli, ribaltarli, esplorarli per capire le potenzialità che ancora hanno. Se riescono a parlarci ancora. Ora i testi del nostro canone culturale non solo i grandi testi, ma anche i testi considerati minori, teatrali o no che siano. Per questo abbiamo affrontato Sandokan, Don Giovanni, Orfeo, Riccardo III, i Moschettieri, ecc. La chiave del comico è quella che utilizziamo per prima, quella che ci viene più spontanea. Ma non si tratta esattamente di parodia, anche quando si ride. Se il risultato è semplicemente parodico è perché i topos si sono esauriti e si prestano ad essere ridicolizzati. Altrimenti il risultato è più ambiguo, un misto di comico e tragico.

Cosa è importante per voi, il movimento o la parola?

Direi che il nostro linguaggio è continuamente alla ricerca di una sintesi tra parola e movimento. Cerchiamo di essere precisissimi, anche quando sembriamo scassati. Ogni gesto è importante, ogni parola è importante, ogni silenzio è importante. E’ la combinazione di tutto questo che crea la scultura ritmica dello spettacolo.

La scelta come in Sette contro Tebe di mettere insieme napoletano e toscano è utile alla narrazione o è un espediente per poter meglio entrare nel vostro mood?

L’utilizzo del dialetto in questo spettacolo ha varie funzioni. C’è una funzione ritmica, in quanto il dialetto ci permette un fraseggio più veloce colorito. Poi c’è una funzione che definirei di contrappunto: l’abbassamento che introduce il fraseggio toscano o napoletano, esalta l’italiano colto dei versi eschilei, stagliandoli come delle gemme che lo spettatore può contemplare.

Dopo quasi trent’anni di lavoro che significa per te esperienza teatrale?

La mia esperienza teatrale è legata a quella dei Sacchi di sabbia, con cui condivido un cammino lungo quasi trent’anni. Quando ci siamo formati cercavamo di metter insieme l’immaginario popolare tipico per esempio della Smorfia , con il teatro più colto, quello di Carmelo Bene, Carlo Cecchi, Leo De Berardinis. Facevamo una sorta di cabaret, molto sensibile agli umori del pubblico. Ci piacevano i discorsi indiretti, non ci saremo mai avventurati nella satira politica eppure il nostro Otello, si può dire l’esordio della compagnia, parlava anche di Berlusconi. Ancora oggi questa nostra ricerca continua a sollecitarci. Dobbiamo magari prenderci qualche pausa in più, tra una produzione e un’altra, per non cadere negli stereotipi.

I rapporti con il teatro off?

Ci siamo formati vedendo teatro off: gli spettacoli di Leo De Berardinis, di Enzo Moscato, di Carlo Cecchi, della Societas Raffaello Sanzio, di Alfonso Santagata e Claudio Morganti, del Teatro delle Albe erano teatro off negli anni Novanta. Nel senso che non li vedevi nelle stagioni ufficiali, ma dovevi andare a cercarli nei Centri di sperimentazione teatrale. Vicino a noi, a Pontedera, ce n’era uno molto importante. Noi viviamo in quello che si potrebbe definire teatro off, che spesso è programmato anche da grandi teatri, ma in contenitori speciali che vanno sotto l’etichetta di teatro contemporaneo.

Come vivete la scena teatrale attuale?

Ci dispiace che non ci sia più coraggio (soprattutto da parte dei teatri pubblici) nel programmare lavori più curiosi e spiazzanti, che col pubblico avrebbero sicuramente un buon effetto. Le stagioni finiscono tutte per assomigliarsi…

Il senso del suono legato alla recitazione?

Per noi la recitazione è una sorta di canto ritmico, che scolpisce il tempo dello spettacolo. Serve a creare quel vortice empatico che trascina il pubblico nel “tempo” dello spettacolo, come un incantamento. Abbiamo quindi molta cura delle nostre modalità recitative.

Cosa avete in cantiere per il futuro?

Siamo alle prese con Aristofane. Abbiamo realizzato con Massimo Grigò un ”solo” su la prima commedia del drammaturgo ateniese, Gli Acarnesi, che si chiama La Commedia più antica del mondo, perché appunto è la prima commedia che ci è arrivata. A questo pezzo, sempre in forma do assolo ma con Silvio Castiglioni, aggiungeremo la tragedia più antica del mondo, sui Persiani di Eschilo. Poi chiuderemo il percorso su Aristofane mettendo in scena Pluto. Tutto questo tra il 23 e il 24 marzo. Abbiamo anche un progetto col teatro Metastasio su un’opera di Frenc Molnar, l’autore de I ragazzi di Via Pal. Della serie: e ora qualcosa di completamente diverso.

Giovanni Guerrieri, I sacchi di sabbia

In tournée: Il 23 marzo i Sacchi di sabbia sono in scena ala Teatro del Popolo di Castelfiorentino con La commedia più antica del mondo. Il 24 marzo sono al Teatrino Groggia , a Venezia con Andromaca e il 25 con lo stesso spettacolo a Marostica (Vi). Il 26 marzo al Teatro Vittoria a Cascine di Buti (Pi) con Sette contro Tebe. Il 27 marzo i Sacchi di sabbia sono in scena a Pavia con La commedia più antica del mondo, che il 29 marzo approda all’Auditorium Pasquini a Castiglioncello (Li). Infine il 30 marzo anteprima nazionale de I persiani di Eschilo a Cattolica e il primo aprile al Teatro Tor Bella Monaca con La commedia più antica del mondo.

La vitalità dell’ultimo Picasso. In mostra a Basilea

Le peintre et son modèlle dans un paysage 1963, foto di Nadia Medda

Basilea -Il 2023 offre a tutti noi la possibilità di confrontarci con le opere di uno degli artisti più geniali del secolo scorso, ricorrendo nell’anno in corso il cinquantesimo anniversario dalla morte. L’8 aprile del 1973 Pablo Picasso lasciava al mondo un imponente numero di opere e di capolavori segnando in modo imprescindibile il corso dell’arte moderna occidentale. Nell’attuale ricorrenza Francia e Spagna, terre che lo hanno accolto nella vita, si sono unite istituendo una commissione di esperti nel settore culturale per dirigere, con nuove prospettive ed approcci inediti, l’evento Picasso 1973- 2023- Celebrazioni. Una cinquantina di mostre ed eventi sono stati promossi in prestigiose istituzioni culturali europee e Nordamericane con l’obiettivo di restituirci la figura poliedrica dell’artista spagnolo e misurarne la portata fuori dal mito. Un’opportunità davvero particolare ci è offerta dalla Fondazione Beyeler di Basilea con l’esposizione, a cura di Raphael Bouvier in corso fino al primo maggio, titolata Picasso – artista e modella – ultimi dipinti. La mostra si concentra su una selezione di dieci straordinari dipinti tardivi dell’artista , dagli anni Sessanta ai primi anni Settanta, appartenenti alla Collezione Beyeler, alla Anthax Collection Marx e ad altre raccolte private; nelle sale adiacenti sono esposte altre quindici opere che partono dalla svolta cubista del 1907 per arrivare agli anni Sessanta consentendo di approfondirne il percorso artistico. L’esposizione di grande interesse ci presenta un Pablo Picasso molto diverso da quello noto delle fasi iniziali e centrali della sua carriera; la bellissima sala del museo progettato da Renzo Piano è animata dalle opere di un ultraottantenne che si esprime con una potenza e un’audacia davvero sorprendenti, che con estremo coraggio abbandona il rigore costruttivo e si appropria del colore con la potenza del gesto. Sono questi gli anni che lo vedono trasferirsi con Jacqueline Roque nella nuova residenza a Mougins-Notre-Dame-de-Vie, confini domestici che oltrepasserà raramente per immergersi nel lavoro con un’energia prodigiosa dipingendo fino a tre quadri al giorno. Nel 1963 scriverà “ La pittura è più forte di me, mi fa fare ciò che vuole”; arriverà all’età di 86 anni, con periodi di latenza dovuti alla malattia, a produrre una suite di 347 incisioni. Ma sarà sei anni dopo, nel 1969 che con un balzo oltre se stesso abbandonerà il proprio stile reinventando la pittura, come a colmare con urgenza un’incompletezza. “La pittura è ancora da fare” affermerà. Di fronte alle opere esposte si è invasi dal piacere della sorpresa, dalla potenza delle immagini, dalla stravagante bellezza del risultato; spontaneità e improvvisazione si avvertono nei gesti pittorici, nei graffi sulla materia del colore, nel percorso affrettato del lavoro creativo. La pittura rapida ed impulsiva si muove con una moltitudine di colori e toni che lascia sconcertati, libera da canoni estetici, priva di raffinatezze tecniche, con colature che sfibrano le figure. “Ogni giorno faccio peggio” così si espresse. Libertà e certezza sono realtà percepibili e sembrano nascere da una coincidenza tra l’essere e il fare; tutti gli strumenti espressivi creati con il lavoro di una vita ora inventano il nuovo. Il tema principale dell’esposizione “Il pittore e modella” percorre tutta la vita dell’artista e diventa predominante negli ultimi anni; Picasso è il pittore, se stesso a cui affida il pennello proponendo un’immagine di se profonda e invisibile che racchiude le mille immagini che è stato. I suoi occhi penetranti e magnetici come nella realtà, richiedono la nostra risposta o quella della modella che gli sta di fronte. Anche se l’artista non dipinge mai dal vero, Jacqueline è lì, onnipresente, ma diventa con le mille trasformazioni, una donna universale, un’immagine femminile con la quale avere rapporto; lei è tutte le donne che Picasso ha conosciuto e amato. Il pittore è davanti alla modella e la modella di fronte a lui, non c’è gerarchia tra i soggetti ma una corrispondenza che consente a quei due stravaganti personaggi che vivono sulla tela di essere l’uno per l’altro, non potendo essere se non insieme. Nel quadro le figure occupano quasi tutta la superficie sembrando icone, lo spazio e le linee che definiscono le forme scompaiono, l’immagine è colore. Ci si domanda di cosa ci parla o cosa voglia dire a se stesso l’artista spagnolo…..forse una nuova espressività, una nuova libertà, una nuova forza nascono quando la propria immagine interiore trova, o è certa di trovare, la sua corrispondenza in un immagine che la rappresenti e che ciò accada inversamente nell’altro? La potenza dirompente dei suoi ultimi lavori esposti ad Avignone quando l’artista era ancora in vita, venne accolta dalla critica con commenti educati o peggio aggressivi, palesando un accecamento assoluto. La Fondazione Beyeler, con questa mostra, offre dunque una rinnovata opportunità alla conoscenza. Uscendo tornano in mente le parole di Picasso:  “C’è un momento nella vita, quando si è lavorato molto, in cui le forme vengono da sole, i quadri vengono da soli, non occorre occuparsene! Anche la morte”

Cara Meloni, Argentina Altobelli lottò per il riscatto delle lavoratrici e si oppose al fascismo

Agostina Altobelli

Sul palco del Congresso della Cgil la presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia cita Argentina Altobelli, prima donna in Italia a guidare un sindacato, ma “dimentica” di dire che da socialista si oppose al fascismo che cercò in ogni modo di tacitarla. Per ricordare la straordinaria figura di Altobelli riproponiamo l’articolo della ricercatrice Silvia Bianciardi pubblicato il 26 novembre 21 su Left, in occasione del convegno organizzato dalla Flai Cgil per i 120 anni di Federterra

Argentina Altobelli fu una sindacalista, una pubblicista, una sostenitrice della causa dell’emancipazione e dei diritti della donna ma soprattutto fu una militante socialista, perché questo lei stessa si considerava prima di tutto. L’importanza della Altobelli è connessa al fatto che quasi per vent’anni ricoprì il ruolo di segretaria della prima organizzazione sindacale a carattere nazionale che si costituì in Italia, la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Fnlt) che nacque a Bologna nel 1901 e che rappresentò un fenomeno unico in Europa.
Nata a Imola nel 1866, da una famiglia di idee liberali e di forte sentire patriottico, da nubile si chiamava Bonetti, ma dopo il matrimonio si presentò sempre con il cognome del marito: Abdon Altobelli con il quale stabilì un rapporto moderno, di profonda complicità sentimentale e di condivisione ideale. Abdon, letterato e allievo di Carducci, fu il fautore più convinto dell’attività pubblica della moglie non esitando mai, durante i suoi viaggi per impegni di lavoro, a sostituirsi a lei nelle incombenze domestiche e nella cura dei figli. Argentina, dapprima su posizioni mazziniane, individuò nella causa del riscatto dei lavoratori della terra, e specialmente delle donne dei campi, «le diseredate fra gli oppressi» – come era solita definirle -, il movente della sua adesione al socialismo. Fu tra questa umanità sofferente e sfruttata che con gli altri compagni socialisti della sua generazione intraprese un’intensa opera di “predicazione” del verbo socialista e di materiale creazione e consolidamento delle strutture organizzative di base del nascente Partito socialista italiano (Psi) e del movimento sindacale, che sul finire dell’Ottocento si svilupparono assieme, in un intreccio costante. Nell’ambito delle multiformi istituzioni del movimento operaio in formazione affinò le sue capacità di sindacalista e propagandista: nel 1890 divenne presidente della Società operaia femminile di Bologna; nel 1893 fu tra i fondatori della locale Camera del lavoro. Svolse un’assidua attività pubblicistica su importanti periodici socialisti: l’Avanti!, La Confederazione del lavoro, La Difesa delle lavoratrici e soprattutto La Squilla, che fu poi anche l’organo di stampa della Fnlt. Nel 1901 prese parte al Congresso di fondazione della Fnlt e in quell’occasione intervenne per chiedere di riservare spazio «alle rappresentanti delle leghe femminili», nelle quali individuò «un fenomeno nuovo e interessante», segnalando il tema della presenza di genere che ha poi attraversato tutto il Novecento. Nel 1905 subentrò al socialista mantovano Carlo Vezzani alla segreteria della Fnlt soprattutto in virtù dell’importante lavoro di direzione compiuto nella Federazione provinciale bolognese dei lavoratori della terra, che si era costituita fin dal 1902. Pochi anni dopo fece il suo ingresso anche nel Consiglio direttivo nazionale della Confederazione generale del lavoro, diretta da Rinaldo Rigola e costituitasi nel 1906 e in quello stesso anno si affermò persino come dirigente nazionale del Psi, quando il IX Congresso nazionale del Partito socialista svoltosi a Roma, la designò tra i componenti della Direzione nazionale del partito, e successivamente fu confermata nell’incarico nel 1908 e nel 1910. Nel 1912 fu nominata, in qualità di rappresentante del lavoro agricolo, tra i componenti del Consiglio superiore del lavoro, organo consultivo dello Stato, istituito dal governo Zanardelli nel 1902 dove la concertazione fece i suoi esordi e dove nacquero le prime leggi sociali e le garanzie sul lavoro così difficili da far valere soprattutto nelle campagne. Fu sempre vicina alla componente riformista del partito e nell’ottobre del 1922, consumatasi la frattura con i massimalisti, seguì Turati, Prampolini e gli altri riformisti, che lasciarono il Psi per aderire al Partito socialista unitario, guidato da Giacomo Matteotti. La Altobelli rimase segretaria della Fnlt fino al suo scioglimento avvenuto tra il 1924 e il 1925. Con il fascismo, ormai anziana si allontanò dalla politica attiva ma fu sempre sorvegliata dal regime, fino alla sua morte nel 1942.
Certamente il dato più appariscente della vicenda umana e politica di Argentina Altobelli è legato alla sua appartenenza di genere: eccezionale si segnala la circostanza che la vide in quanto donna imporsi con incarichi di vertice nel partito, nel sindacato e addirittura affermare la sua presenza nella compagine delle istituzioni statali in un periodo, l’inizio del Novecento, durante il quale le donne erano escluse dal diritto di voto e l’impegno politico era considerato per loro inconsueto e addirittura disdicevole.
Spicca pertanto la modernità del suo personaggio di donna, tra le pochissime attive in politica con funzioni dirigenziali e di grande responsabilità, che agiva in organizzazioni e contesti all’epoca esclusivamente maschili con grande consapevolezza e con la ferma determinazione di non mortificare alcun aspetto, financo il più esteriore del suo essere femminile, rivendicando anzi costantemente, nello svolgimento della sua attività politica e sindacale, l’importanza non solo del ruolo pubblico ma anche del ruolo familiare e materno della donna, cui attribuiva un rilievo appunto politico e sociale, una funzione educativa essenziale che dalla famiglia si estendeva alla società. Con la sua azione politica, ma anche con la forza della sua esperienza personale, la Altobelli si impegnò ad affermare una concezione dell’emancipazione femminile, che secondo la linea indicata da Anna Kuliscioff, poneva al centro la donna essere sociale, cittadina e lavoratrice, un’idea di emancipazione che non si limitava alla enunciazione in astratto della parità di diritti ma che richiamava la differenza tra i generi e la specificità femminile ponendole a sostegno della rivendicazione di riforme sociali in favore della donna, che fossero utili a conferire alla sua uguaglianza di diritti, concretezza e sostanza. Basti pensare anche solo alla propaganda incessante da lei condotta nel 1902 a favore del progetto di legge Kuliscioff sul lavoro delle donne e dei fanciulli.
La sua storia non fu tuttavia solo una storia di emancipazione femminile ma fu soprattutto una storia di militanza socialista tenace, incessante, costantemente riaffermata. La Altobelli fu infatti tra gli esponenti di spicco di quella generazione cosiddetta “dei pionieri” o apostoli del socialismo” che tra Ottocento e Novecento fu materialmente impegnata nella creazione e nell’impianto delle strutture organizzative di base del movimento operaio: le società operaie, le leghe sindacali, le cooperative, i circoli politici e poi le federazioni socialiste, dalle quali si originò il socialismo in Italia, con le sue istituzioni che si rivelarono quelle portanti della sinistra italiana. Fu nel lavoro pratico quotidiano svolto all’interno di queste organizzazioni, nel contatto diretto e ravvicinato stabilito con la classe lavoratrice, e soprattutto con le fasce più marginali e precarie di essa – quali erano i braccianti, gli avventizi, i mezzadri, e ancor più le donne che lavoravano i campi, impiegate spesso nei lavori stagionali, come mondariso o nello svolgimento di lavori a domicilio (sartine, filatrici) – che la Altobelli e gli altri organizzatori ed esponenti socialisti riformisti maturarono una concezione integrale del socialismo.
Questo era inteso come riscatto totale dell’umanità sfruttata tanto dalla schiavitù economica quanto da quella morale, concretandola in un’azione di sensibilizzazione politica e sindacale che non si limitò mai al mero rivendicazionismo economico ma che si tradusse in una vera e propria opera di alfabetizzazione civica e di educazione politica, in un lavoro cioè di vera e paziente costruzione della democrazia e del socialismo dal basso, a partire dai suoi minimi presupposti morali e sociali e innanzitutto a partire dall’uomo, dalla formazione della sua coscienza morale e civica oltre che di classe.

“E voi del governo, conoscete i rischi legati alle traversate?”

«Conoscete i rischi delle traversate?». È questa la domanda che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha posto ai familiari e ai superstiti della strage di Cutro. L’innegabile capacità del suo governo di trattare sempre come estranei le persone che provengono da altri Paesi e la capacità di rivittimizzare le vittime è una ferocia inaudita a cui non possiamo essere indifferenti.

Avrebbe potuto chiedere della loro disperazione che li spinge a rischiare la vita in mare, avrebbe potuto informarsi sull’indicibile violenza che accompagna le loro traversate, avrebbe potuto partecipare silenziosamente al loro dolore e invece li ha caricati su un aereo, li ha impacchettati nel suo ufficio a Roma, ha sbrigato questa fastidiosa pratica di fingersi compassionevole e infine ha delegittimato il loro diritto di cercare salvezza.

Prima il Cdm a Cutro. Ma non per onorare le bare delle vittime o per abbracciare chi ha perso tutto o chi ha visto morire i propri figli in mare, affogati, tra le onde. No, a Cutro per blindare un paesino, chiudersi in municipio e fare una conferenza stampa imbarazzante tra un messaggino e l’altro sullo smartphone. E poi, via, con gli aerei di Stato a festeggiare con Salvini al karaoke. Poi a Roma, come in un racconto surreale in cui è tutto al contrario, i familiari delle vittime. Persone che hanno visto morire figli, amici, mogli, mariti davanti ai loro occhi. Persone che sono fuggite dalla violenza talebana. Che hanno visto parenti e familiari uccisi e/o perseguitati. E che avevano un’unica strada: scappare per non morire. E che fa Giorgia Meloni? Che fa di fronte a quel dolore indicibile? Al ricordo di quelle piccole bare bianche dove neonati e bambini hanno perso la vita? Chiede alle loro madri, ai loro padri sopravvissuti – sottolinea il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi – “quanto fossero consapevoli dei rischi legati alle traversate del Mediterraneo”. Una barbarie, umana e politica. “E che ci fa vergognare non dell’Italia, ma di questo governo disumano”, ha scritto Marco Furfaro, deputato del Pd, in un post su Facebook.

“Ma davvero Meloni ha chiesto ai superstiti e ai familiari delle vittime della strage di Cutro se erano consapevoli dei rischi legati alle traversate? Davvero è arrivata a fare una domanda del genere a chi scappa da fame, guerre, persecuzioni, siccità e dai lager libici che il governo italiano finanzia? Non ci sono parole per commentare, solo tanto imbarazzo e sdegno”. Ha detto il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra.

“Cara Giorgia Meloni, li conoscono bene i rischi i migranti. Ma se decidono di partire lo stesso è perché sono così disperati da essere pronti a tutto pur di fuggire da guerre, povertà, regimi. Bisogna salvare chi rischia la vita in mare e fermare chi lucra sulla disperazione”. Ha scritto su Twitter Mara Carfagna, presidente di Azione.

La vera domanda sarebbe da fare a Giorgia Meloni: “presidente, conosce i rischi legati alle traversate? Risponda in fretta. Così capiamo se siamo di fronte a un’abissale ignoranza o chi abbiamo davanti.

Buon venerdì.

Elly Schlein all’attacco di Meloni, porterà il Pd al riformismo radicale?

La conquista della segreteria del Pd da parte di Elly Schlein ci offre l’opportunità di fare alcune riflessioni su alcuni aspetti, trascurati, ignorati o non visti sia dai media che, incredibilmente, neanche dai militanti ed elettori che hanno generosamente partecipato al processo congressuale di quel partito.
E diciamo subito che l’esito è il migliore possibile dovendo scegliere tra una personalità che, per postura, narrazione, storia, si presenta come più a sinistra dello sfidante Bonaccini, considerato renziano, anche se, per la verità, la provenienza, in sé, non è una garanzia (per dire, Bonaccini proviene dal Pci). Ma insomma, al momento, in questo scenario, con queste narrazioni, Elly Schlein rappresenta di certo un segnale di novità, d’inversione di rotta, di rinnovamento.

E tuttavia bisogna dire le cose come stanno. Schlein ha sviluppato la propria figura di “giovane speranza della sinistra”, da Occupy Pd in poi, nel segno della costruzione di un soggetto a sinistra del Pd, partecipando a tutto ciò che si muoveva al di fuori di quel partito, dalla più piccola particella elementare ai grandi raduni, incrociati o addirittura promossi (Visione Comune). Così ha raccolto consensi trasversali a sinistra, e di ciò si è alimentata, proponendo sempre come obiettivo la costruzione di un soggetto, al di fuori del Pd, civico, femminista, antifascista. Movimentista trasversale, si potrebbe dire.
Eppure d’improvviso (d’improvviso?) a settembre decide di candidarsi quale indipendente nelle liste del Pd per prenderne due mesi dopo la tessera e candidarsi a segretaria.
È come avesse detto: contrordine compagni, inutile cercare di costruire un soggetto al di fuori del Pd, dobbiamo entrarci.

Un cambio di strategia, e di prospettiva, notevole, da testa-coda. Che ricopia del tutto la posizione di Articolo 1 che fin dalla sua uscita ha avuto, molto criticata a sinistra, dapprima velatamente poi dichiaratamente, l’obiettivo del rientro nel Pd de-renzizzato. Solo che Articolo1 non è stato capace di costruirsi quale riferimento per il mondo variegato della sinistra, tanto che il suo rientro, pur avvenuto, è passato sottotono, in sordina, senza suscitare il minimo entusiasmo che invece ha suscitato la scelta di Elly Schlein, nonostante il suo leader, Roberto Speranza, sia stato il “miglior ministro della Salute” della Repubblica.
Al netto di mille considerazioni possibili, non si può non vedere come la scelta operata da Schlein sia di fatto un radicale ripudio di quanto in questi anni predicato e che l’hanno, appunto, fatta crescere come figura di riferimento della sinistra.

Niente di male e pure legittimo. Tuttavia è strano che nessuno abbia colto questa nota, tanto da mobilitare militanti delle formazioni esistenti a sinistra, di Sinistra italiana ad esempio, alla partecipazione al voto alle primarie. Tutti entusiasti della vittoria: Elly Schlein come una di noi alla conquista del Moloch.
Ma, non scordiamolo,  ha vinto alle primarie aperte, non certo in quelle di partito, appunto per l’apporto non trascurabile del mondo al di fuori del partito, alla sua sinistra.

Quali scenari possibili ora? Se Schlein riuscirà a trasformare il Pd in quello che finora non è mai stato, cioè un partito di sinistra, non potrà che prosciugare i pur piccoli mari in cui galleggiano le piccole formazioni di sinistra. Che non è un male, tutt’altro: l’esistenza di un grande partito di massa di sinistra giustifica anche la scomparsa delle sigle piccole e minoritarie finora esistenti. Cosa che in fondo ci auguriamo da sempre. I primi segnali vanno già in questa direzione: i primi sondaggi vedono una ripresa del Pd ed una pari perdita di consenso ad esempio, di Verdi-Sinistra italiana. Però ai militanti che con entusiasmo hanno affollato i gazebo, va detto chiaro che, in caso di successo politico del “nuovo” Pd, la sorte è segnata. Quindi vale la pena riflettere per tempo se e come caratterizzare la propria esistenza.

Ma se quella è la “speranza”, d’altro canto, potrà riuscire il progetto Schlein se il partito che dirige non l’ha scelta, cioè è costituito in maggioranza da chi ha votato Bonaccini? Insomma è realistico, credibile il progetto narrato pur auspicabile?
Certo, ora è il momento dell’entusiasmo, dell’unità proclamata. Ma una caratteristica del Pd è proprio “l’unanimismo” che accoglie ogni volta il nuovo segretario: tutti bersaniani contro Renzi, poi tutti con Renzi il rottamatore, tutti con Zingaretti la riscossa di sinistra del dopo Renzi, poi tutti Lettiani. Non sorprende che ora siano tutti per Shlein.
Del resto queste sono le regole del Pd. Viene da pensare che se a suo tempo avessero concesso la tessera a Grillo, forse in epoca di montante grillismo avrebbe potuto diventarne segretario. E se Renzi non fosse uscito, forse sarebbe ancora lì.
Tuttavia questo è il quadro, e non si può ignorare.

Se Schlein vuole davvero trasformare il Pd in un grande partito di sinistra, e con ciò recuperare e portare a sé i delusi, gli astensionisti di sinistra, persino gli elettori alla propria sinistra, che hanno contribuito alla sua affermazione, dovrebbe scontare, mettere in conto, la fuoriuscita contemporanea di chi non ha questa visione. Non parlo di scissioni, ma di certo di un distacco di quella parte di elettorato che in questi anni ha votato Pd proprio perché “moderato” e non “radicale”.
È pensabile che la “svolta” a sinistra possa realizzarsi appieno se hai a che fare con un partito, non solo militanti ma apparato, che per buona parte remerà contro? È insomma il Pd riformabile, o per sua “natura” è condannato alla “mediazione” continua?
Qui si vedrà la forza, caparbietà e sincerità della proposta Schlein: fino a quanto vorrà, potrà, riuscirà a spingersi?
Certo, sentire Franceschini, suo sostenitore, che parla della necessità del Pd di essere più “radicale” fa una certa impressione.

Allora su questo un’ultima riflessione viene da un interessante articolo, apparso qualche tempo fa su Repubblica, del politologo Carlo Galli in cui spiegava che riformismo non è il contrario di radicalismo, tutt’altro. Il riformismo ha rappresentato storicamente una scelta diversa, rispetto a quella rivoluzionaria, quale metodo per sovvertire lo status quo e pervenire, gradualmente, ad un medesimo orizzonte, il socialismo. Il riformismo perciò è sempre critica radicale alla società che però si vuole sovvertire attraverso non già la rivoluzione, ma attraverso riforme (in Italia le famose “riforme di struttura”). Il riformismo cambia natura con Blair, diventa “moderato”, cioè accetta lo status quo, non si pone l’obiettivo di trasformare la società, ma di gestirla.
La vera contrapposizione non è quindi tra riformismo e radicalità, ma tra riformismo e moderatismo.
Quindi siamo al dunque: il Pd potrà mai essere il partito “radicale” che auspichiamo, o restare “moderato”?

Certo l’inizio è ambiguo perlomeno: da un lato una Direzione con gente nuova, fresca, interessate, spesso di spessore. Dall’altro la conferma del sostegno dell’invio di armi all’Ucraina con la semplice aggiunta, generica, scontata, insufficiente, che si auspicano iniziativa diplomatiche (quali? Dove? Con chi? Le promuove?). E poi da un lato il no all’autonomia differenziata leghista, è anche un no all’autonomia differenziata comunque declinata? O la si coniuga in modo diverso, e quale?
Insomma, siamo all’inizio di un percorso, non possiamo che augurarci vada a buon fine. Ci si muove tra illusioni, speranze, vecchie e nuove ambiguità, vecchi e nuovi opportunismi (quanti pronti a saltare sul carro del vincitore). La speranza in fondo è che il tutto non si traduca in un “vorrei ma non posso”.
Se il Pd saprà essere “riformista radicale” in fondo sarebbe anche una vittoria di chi radicale lo è sempre stato, per molto tempo “colpa” imperdonabile.
Viene difficile vedere Franceschini radicale, come molta nomenclatura piddina, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza, che ancora una volta ci ha inviato l’uomo, anzi donna, giusta.

L’autore: Lionello Fittante, tra i promotori degli Autoconvocati di Leu, è ex membro del Comitato nazionale del movimento politico èViva

Nella foto Elly Schlein durante il question time con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, 15 marzo 2023. Frame del video di Camera webtv (l’intervento di Schlein 7:06:23)

La migrazione sanitaria in Italia tra le regioni favorisce il Nord (e il privato)

Il valore della mobilità sanitaria interregionale nel 2020 è pari a 3.330,47 milioni di euro, una percentuale apparentemente contenuta (2,75%) della spesa sanitaria totale (121.191 milioni di euro), ma che assume particolare rilevanza per tre ragioni fondamentali. Innanzitutto, per l’impatto sull’equilibrio finanziario di alcune Regioni, sia in saldo positivo (es. Emilia- Romagna: +€ 300,1 milioni; Lombardia: +€ 250,9 milioni), sia in saldo negativo (es. Lazio: -€ 202,2 milioni; Campania; -€ 222,9 milioni; oltre alla Calabria); in secondo luogo, perché oltre il 50% dei ricoveri e prestazioni ambulatoriali in mobilità vengono erogate da strutture private accreditate, un ulteriore segnale di impoverimento del Ssn; infine, per l’impatto sanitario, sociale ed economico sui residenti nelle Regioni in cui la carente offerta di servizi induce a cercare risposte altrove.

Sono le conclusioni del report dell’Osservatorio Gimbe 2/2023 “La mobilità sanitaria interregionale nel 2020”. I dati sulla mobilità sanitaria riguardano 7 tipologie di prestazioni: ricoveri ordinari e day hospital (differenziati per pubblico e privato), medicina generale, specialistica ambulatoriale (differenziata per pubblico e privato), farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso. «La Fondazione Gimbe ha elaborato un report sulla mobilità sanitaria – precisa il presidente Nino Cartabellotta – utilizzando sia i dati economici aggregati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi, sia i flussi trasmessi dalle Regioni al ministero della Salute con il cosiddetto Modello M, che permettono di analizzare la differente capacità di attrazione del pubblico e del privato di ogni Regione, oltre alla tipologia di prestazioni erogate in mobilità».

«Grazie alla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e Province autonome – spiega Cartabellotta – che, in risposta a una richiesta di accesso civico, ha fornito alla Fondazione Gimbe i dati completi relativi alla mobilità sanitaria inviati dalle Regioni al ministero della Salute, il report si è arricchito di ulteriori analisi rispetto ai precedenti». In particolare, emerge che più della metà del valore della mobilità sanitaria per ricoveri e prestazioni specialistiche è erogata da strutture private, per un valore di € 1.422,2 milioni (52,6%), rispetto ai 1.278,9 milioni (47,4%) delle strutture pubbliche. In particolare, per i ricoveri ordinari e in day hospital le strutture private hanno incassato € 1.173,1 milioni, mentre quelle pubbliche € 1.019,8 milioni. Per quanto riguarda le prestazioni di specialistica ambulatoriale in mobilità, il valore erogato dal privato è di € 249,1 milioni, mentre quello pubblico è di € 259,1 milioni.

«Il volume dell’erogazione di ricoveri e prestazioni specialistiche da parte di strutture private – spiega Cartabellotta – varia notevolmente tra le Regioni ed è un indicatore della presenza e della capacità attrattiva delle strutture private accreditate». Infatti, accanto a Regioni dove la sanità privata eroga oltre il 60% del valore totale della mobilità attiva – Molise (87,2%), Puglia (71,5%), Lombardia (69,2%) e Lazio (62,6%) – ci sono Regioni dove le strutture private erogano meno del 20% del valore totale della mobilità: Umbria (15,2%), Sardegna (14,5%), Valle d’Aosta (11,5%), Liguria (9,9%), Basilicata (8,1%) e nella Provincia autonoma di Bolzano (3,4%).

«Le nostre analisi – afferma Cartabellotta – dimostrano che i flussi economici della mobilità sanitaria scorrono prevalentemente da Sud a Nord, in particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il governo per la richiesta di maggiori autonomie. E che oltre la metà delle prestazioni di ricovero e specialistica ambulatoriale finisce nelle casse delle strutture private, ulteriore segnale d’indebolimento della sanità pubblica. In ogni caso, è impossibile stimare l’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria che include sia i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti, sia i costi indiretti (assenze dal lavoro di familiari, permessi retribuiti), sia quelli intangibili che conseguono alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione».

Sei Regioni con maggiori capacità di attrazione vantano crediti superiori a 150 milioni di euro: Lombardia (20,2%), Emilia-Romagna (16,5%) e Veneto (12,7%) raccolgono complessivamente quasi la metà della mobilità attiva. Un ulteriore 20,7% viene attratto da Lazio (8,4%), Piemonte (6,9%) e Toscana (5,4%). Il rimanente 29,9% della mobilità attiva si distribuisce nelle altre Regioni e Province autonome. I dati documentano la forte capacità attrattiva delle grandi Regioni del Nord a cui corrisponde quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio.

Tre Regioni con maggiore indice di fuga generano debiti per oltre 300 milioni di euro: in testa Lazio (13,8%), Lombardia (10,9%) e Campania (10,2%), che insieme compongono oltre un terzo della mobilità passiva. Il restante 65,1% si distribuisce nelle rimanenti 17 Regioni e Province autonome. «I dati della mobilità passiva – commenta Cartabellotta – documentano differenze più sfumate tra Nord e Sud. In particolare, se quasi tutte le Regioni del Sud hanno elevati indici di fuga, questi sono rilevanti anche in tutte le grandi Regioni del Nord con elevata mobilità attiva, per la cosiddetta mobilità di prossimità, ovvero lo spostamento tra Regioni vicine con elevata qualità dei servizi sanitari, secondo specifiche preferenze dei cittadini». In dettaglio: Lombardia (- 362,9 milioni di euro), Veneto (- 220,1 milioni), Piemonte (- 210,8 milioni) ed Emilia-Romagna (- 201,7 milioni)

Le Regioni con saldo positivo superiore a 100 milioni di euro sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di 100 milioni di euro tutte del Centro-Sud. In particolare:

  • Saldo positivo rilevante: Emilia-Romagna (€ 300,1 milioni), Lombardia (€ 250,9 milioni) e Veneto (€ 165,9 milioni) 
  • Saldo positivo moderato: Molise (€ 34,3 milioni)
  • Saldo positivo minimo: Toscana (€ 8,8 milioni), Friuli-Venezia Giulia (€ 1,6 milioni) 
  • Saldo negativo minimo: Prov. Aut. di Bolzano (-€ 2 milioni), Piemonte (-€ 2,3 milioni), Provincia autonoma di Trento (-€ 3,8 milioni), Valle d’Aosta (-€ 10,7 milioni), Umbria (-€ 20,1 milioni)
  • Saldo negativo moderato: Marche (-€ 25,4 milioni), Liguria (-€ 51,5 milioni), Sardegna (-€ 57,6 milioni), Basilicata (-€ 62,5 milioni), Abruzzo (-€ 84,7 milioni)
  • Saldo negativo rilevante: Puglia (-€ 124,9 milioni), Sicilia (-€ 173,3 milioni), Lazio (-€ 202,2 milioni), Campania (-€ 222,9 milioni)

Infine, la valutazione dell’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria non permette di quantificare tre elementi. Innanzitutto, i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti: secondo una survey condotta su circa 4.000 cittadini italiani, nel 43% dei casi chi si sposta dalla propria Regione sostiene spese comprese tra 200 e 1.000 euro e nel 21% dei casi fra 1.000 e 5.000 euro. In secondo luogo, i costi indiretti, quali assenze dal lavoro di familiari e permessi retribuiti. Infine, i costi intangibili che conseguono alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.

Buon giovedì.

il report dell’Osservatorio Gimbe “La mobilità sanitaria interregionale nel 2020” è disponibile a: www.gimbe.org/mobilita2020

No, dal cambiamento climatico non ci salveranno le madonne

Accade che in Veneto, dove la siccità stringe la gola come accade in tutto il nord Italia, abbiano deciso di esporre la “Sacra spina” che nella credenza popolare dovrebbe essere la stessa lisca di pesce usata dai romani per decapitare i martiri Fermo e Rustico. Un rito che risale al Duecento per risolvere il problema di siccità. In quel caso i fedeli pregarono per interrompere quattro mesi che assetarono quelle terre.

I fatti – reali e incontrovertibili – sono che anche in Veneto la mancanza di acqua ha ridotto ai minimi storici i fiumi e gli invasi. Il presidente della Regione Zaia più laicamente ha prospettato la possibilità che l’acqua venga razionata (il fiero “nord” che si ritrova ad avere un problema sempre considerato “meridionale” è uno dei molti contrappassi di questo tempo) e ha strigliato il governo (composto da suoi amici che potrebbe raggiungere con una telefonata):”spero che a livello nazionale – dice Zaia –  si decida di finanziare un grande piano e che si possa andare avanti con la pulizia degli invasi alpini, delle dighe artificiali o dei laghi. Se riusciamo a levare il 50/60 per cento dei detriti che vi stagnano, potremmo recuperare il 40 per cento di metri cubi d’acqua in più che possiamo destinare agli invasi. Inoltre, bisogna autorizzare le cave in pianura come rete di invasi e finanziare il mondo dell’agricoltura per ridurre la dispersione della risorsa idrica, come fanno in Israele”.

I creduloni – più che credenti – non vengono sfiorati dal dubbio che disboscare per costruire piste di bob per i mondiali non sia una grande idea o che irridere i tanti esperti che da tempo lanciano l’allarme li espone ora a una pessima figura. Anche Zaia, come molti altri, vede nella siccità un’occasione per chiedere più soldi senza spingersi a chiedere politiche attive. Il suo partito del resto è lo stesso che con Salvini in prima fila sta trattando la transizione ecologica come un fastidioso inciampo al fatturato dei suoi elettori. Nel suo partito, del resto, si trovano parlamentari che al primo freddo ironizzano sul surriscaldamento che non esiste. Sono talmente ignoranti che nonostante siedano in Parlamento non hanno ancora imparato la differenza tra meteo e clima.

L’ignoranza, appunto, è la molla che spinge ad affidarsi a una lisca di pesce per risolvere un problema creato dalle politiche industriali e economiche degli uomini. L’ignoranza che ha concesso il lusso di non vedere l’apocalisse ambientale che sta arrivando e che non può che concludersi con una danza tribale.

Buon mercoledì