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Un’altra sentenza: il respingimento in Libia è illegale. E quindi quello italiano è favoreggiamento

È il 30 luglio del 2018. La Asso 28, rimorchiatore della società armatrice “Augusta Offshore” che operava a supporto della piattaforma Sabratha della società petrolifera “Mellitah Oil & Gas” – è stata allertata da personale della piattaforma della presenza di un gommone con 101 persone migranti in acque internazionali, tra cui donne e bambini. La Asso 28, dopo aver accolto a bordo un presunto agente libico, ha intercettato il gommone ed ha riportato i migranti in Libia, dove sono sbarcati al porto di Tripoli per essere poi nuovamente detenuti e sottoposti a trattamenti degradanti e violazioni dei propri diritti.

Dopo la condanna in primo grado di giudizio anche la Corte d’Appello all’esito dell’udienza del 10 novembre 2022 conferma la decisione del Tribunale di Napoli che aveva ritenuto che la condotta del capitano integrasse i reati di “sbarco e abbandono arbitrario di persone”, di cui all’art. 1155 del codice di navigazione, e di “abbandono di minore” di cui all’art. 591 del codice penale. Le motivazioni saranno disponibili a marzo 2023.

Scrive Asgi che «se finora queste prassi hanno goduto di un’effettiva impunità e sono state adottate in maniera sistematica dalle autorità italiane per impedire alle persone migranti di raggiungere le coste italiane, la conferma della condanna rafforza il principio che nessun capitano è esentato dal rispetto del diritto internazionale ed in particolare dalla necessità che i naufraghi siano condotti in un porto sicuro quale non è la Libia».

Ma c’è un altro particolare interessante. Il governo italiano con il suo memorandum con la Libia e con la silenziosa accettazione dell’Unione europea fornisce mezzi e addestramento alla cosiddetta Guardia costiera libica per accalappiare i disperati in mezzo al mare e riportarli all’inferno. Tecnicamente quindi l’Italia favorisce gli esecutori di un reato accertato da un tribunale italiano.

Buon giovedì.

Il senso del ridicolo su Matteo Messina Denaro

Era inevitabile che l’arresto del latitante più ricercato d’Italia scatenasse l’euforia che smutanda i vizi. Come la virologia e la geopolitica anche l’antimafia è un tema divertente su cui scannarsi, facile da strumentalizzare perché ricco di misteri e comodo per riempire le pagine dei giornali.

Sull’attribuzione del merito al governo Meloni (come vale da sempre per qualsiasi governo) tocchiamo le prevedibili vette della banalità della propaganda. Il governo che su qualsiasi argomento da giorni si difende spiegandoci che i problemi sono ereditati “dal governo precedente” e che “in tre mesi non si può risolvere tutto” vorrebbe convincerci di essere riuscito a risolvere l’arresto di Messina Denaro prima del problema di accise e bollette. Basta un po’ di logica per cogliere l’inganno. Ma è notevole anche l’orda di editorialisti che hanno il fegato di scrivere che “con il governo Meloni sono cadute le protezioni del boss”. I fatti – mica le opinioni – dimostrano che la latitanza di Matteo Messina Denaro è stata coperta da famiglie politiche appartenenti a una precisa area politica (in primis quella dell’ex senatore berlusconiano D’Alì). Va bene l’entusiasmo ma almeno evitiamo di cancellare la storia.

C’è poi il solito vizio di romanticizzare il boss e di raccontarlo come corpo alieno alla borghesia, alla politica e all’imprenditoria. Anche questo è già accaduto sia per Totò Riina sia per Bernardo Provenzano. Raccontarne i profumi, gli orologi, gli abiti, i profilattici è un errore di spostamento di attenzione. Ciò che ci interessa di Matteo Messina Denaro è capire chi lo ha protetto così a lungo, con chi ha fatto affari, chi ha fatto eleggere, con chi ha riciclato i suoi soldi. Volendo ci sarebbe anche da sapere chi fossero i veri mandanti dell’uccisione di Falcone e di Borsellino. Questi sono i punti. A meno che la romanticizzazione del boss non sia utile a indorare la sua prossima facoltà di non rispondere. Meno letteratura, più pressante richiesta di verità. Sarebbe meglio per tutti.

La latitanza. Ah, la latitanza. Matteo Messina Denaro frequentava il quartiere («usciva, salutava, faceva una vita normale», racconta un vicino di casa), era in cura nella clinica più prestigiosa di Palermo, scattava selfie insieme agli infermieri, scambiava messaggi con le pazienti della clinica per corteggiarle. Questo significa qualcosa in particolare? Troppo presto per arrivare a conclusioni. Un cosa è certa: che certi politici e commentatori vadano su giornali e televisioni a spiegarci che l’impunità e la libertà con cui si muoveva Matteo Messina Denaro lo rendessero ancora più difficile da individuare è una bestemmia illogica che non si può sentire.

Un po’ di serietà, per favore, sull’antimafia.

Buon mercoledì.

Nella foto: Matteo Messina Denaro nel 1993 (identikit della Polizia di Stato)

Il vero problema: la disuguaglianza che cresce

In Italia, i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. È quanto emerge dai nuovi dossier di Oxfam diffusi per l’apertura del World economic forum di Davos

«Nel biennio pandemico ’20-’21 – si legge nel report dedicato alle sperequazioni globali, La disuguaglianza non conosce crisi – l’1% più ricco ha visto crescere il valore dei propri patrimoni di 26.000 miliardi di dollari, in termini reali, accaparrandosi il 63% dell’incremento complessivo della ricchezza netta globale (42.000 miliardi di dollari), quasi il doppio della quota (37%) andata al 99% più povero della popolazione mondiale. Battuto dunque il record dell’intero decennio 2012-2021, in cui il top-1% aveva beneficiato di poco più della metà (il 54%) dell’incremento della ricchezza planetaria. Per la prima volta in 25 anni aumentano inoltre simultaneamente estrema ricchezza ed estrema povertà».

«Mentre la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese i super-ricchi hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i ruggenti anni 20 del nuovo millennio. – ha dichiarato Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam international – Crisi dopo crisi i molteplici divari si sono acuiti, rafforzando le iniquità generazionali, ampliando le disparità di genere e gli squilibri territoriali. Pur a fronte di un 2022 nero sui mercati a non restare scalfito è il destino di chi occupa posizioni sociali apicali, favoriti anche da decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, che ne hanno consolidato le posizioni di privilegio. Un sistema fiscale più equo, a partire da un maggiore prelievo sugli individui più facoltosi, è uno degli strumenti di contrasto alle disuguaglianze. Un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe generare per i Paesi riscossori risorse da riallocare per obiettivi di lotta alla povertà a livello globale affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone».

«Tra il 2020 e il 2021 cresce la concentrazione della ricchezza in Italia», spiega poi una nota di Oxfam dedicata alle disuguaglianze nel nostro Paese intitolata Disguitalia. «La quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani – prosegue la nota – (6 volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione. La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%). I super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri».

«Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico – si legge ancora in Disguitalia -. Seppur attenuata fortemente dai trasferimenti pubblici emergenziali, cresce nel 2020 – ultimo anno per cui le dinamiche distributive sono accertate – la disuguaglianza dei redditi netti, per cui l’Italia si colloca tra gli ultimi paesi nell’Ue. La povertà assoluta, stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020, interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila in termini assoluti) e il 9,4% di individui (5,6 milioni di persone). Un fenomeno allarmante che ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile e che oggi vede quelle più povere maggiormente esposte all’aumento dei prezzi, in primis per beni alimentari ed energetici.

«Nuovi accordi tra le parti sociali sono particolarmente necessari per i circa 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati) in attesa del rinnovo dei contratti nazionali alla fine del mese di settembre 2022» si legge nel comunicato Oxfam dedicato al nostro Paese. «Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari, calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022, insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione. Se il miglioramento del mercato del lavoro italiano nel 2022 dovrà essere valutato alla luce dei rischi di una nuova recessione, restano irrisolti i nodi strutturali della “crisi del lavoro” nel nostro Paese: la ridotta partecipazione al mercato del lavoro della componente giovanile e femminile, marcate e crescenti disuguaglianze retributive, il crescente ricorso a forme di lavoro non standard e conseguente diffusione del lavoro povero».

Ecco il primo punto di programma di un partito di sinistra.

Buon martedì.

* Foto di Manuel Alvarez da Pixabay

Così la riforma Cartabia e il governo delle destre affossano la giustizia

L’ennesima pessima riforma sulla giustizia porta il nome di chi l’ha proposta: l’ex ministro della giustizia Marta Cartabia del governo Draghi, autoproclamatosi “governo dei migliori” per volontà dei poteri forti mediatico-finanziari. Poi dimostratosi un governo mediocre per gli interessi del popolo. Quando è stata approvata la riforma, sull’onda dell’affaire Palamara, però, pochi l’hanno analizzata e criticata con la giusta profondità, perché fu deliberata da un governo la cui maggioranza era composta da quasi tutti i partiti del sistema. E quindi anche i vari poteri mediatici di riferimento, in particolare della carta stampata, sono stati zitti e buoni. Ora con il governo delle destre e con un’apparente opposizione parlamentare si assiste ad un riposizionamento dei poteri del Paese: dalla guerra all’autonomia differenziata, dalla giustizia ai temi del lavoro e dell’economia. La politica delle finte contrapposizioni che poi trova, in genere, l’accordo e la sintesi nell’iceberg sistemico che è la spesa pubblica (oggi soprattutto Pnrr, dove si consumano le trattative più sporche). Il partito unico del denaro pubblico dove in genere si trova la quadra perché è il cemento dei rapporti più opachi del nostro Paese. Ritorniamo alla giustizia, che con questo governo e questa maggioranza vivrà giorni ancora più bui, con il “redde rationem” che si sta avvicinando.

La Cartabia, così come fece il ministro della giustizia Mastella nel governo Prodi, modifica l’ordinamento giudiziario in modo tale da delineare un magistrato sempre più burocrate, conformista, impaurito, più attento alla forma e al formalismo che a provare a rendere giustizia secondo legge e Costituzione. Valutazioni e controlli della professionalità che non puntano ad un magistrato più preparato ed equilibrato, ma conformista, più prono alle gerarchie giudiziarie e ai rapporti sempre meno trasparenti tra alcuni capi degli uffici ed il sistema istituzionale extra-giudiziario. Il Palamaragate invece di essere stato da lezione per ritornare al potere diffuso della magistratura, ossia all’autonomia ed indipendenza dei singoli magistrati, ha spinto la politica, che non vuole una magistratura che amministra in nome del popolo come sancisce la Costituzione a verticalizzare ancora di più il sistema giudiziario. Il potere in poche mani è anche un potere più controllabile. Così che pochi capi degli uffici, in un silenzio diffuso della stampa e dei media, selezionano anche le notizie meritevoli di essere conosciute dalla popolazione. Con buona pace del diritto di cronaca. Meno il popolo conosce più il Sistema si rafforza.

La Cartabia nulla fa, poi, per intervenire efficacemente su custodia cautelare, carceri e certezza della pena ed anzi elimina anche strumenti efficaci nella ricerca della giustizia e della verità. Pensiamo al dibattito degli ultimi giorni su alcuni delitti di mafia in cui è stata prevista la perseguibilità a querela di parte. Non ci vuole un addetto ai lavori per comprendere che, non di rado, le vittime di delitti mafiosi non hanno lo stato d’animo e la libertà per poter agire senza paura e anche subendo la pressione e la minaccia della mafia. Sulle carceri non si è affrontato il tema delle strutture carcerarie e della funzione rieducativa della pena. Anche nel rapporto tra custodia cautelare e certezza della pena non si è inciso. Continua ad esserci un eccesso di custodia cautelare e allo stesso tempo non vi è certezza della pena, con migliaia di persone condannate in via definitiva che sono libere e non in carcere, pur essendo state ritenute responsabili. Molto poco è stato fatto per ridurre il peso della degenerazione correntizia e, quindi, per spezzare il legame tra magistratura e politica. Poi esiste un tema di cui poco si parla e non attiene più solo alla politica ma anche allo stesso ordine giudiziario. Il calo della credibilità e della fiducia nella magistratura. Il mio osservatorio privilegiato, avendo fatto il magistrato e l’uomo delle istituzioni e poi della politica sempre in prima linea, mi ha fatto riscontrare un sentimento sempre più diffuso tra le persone perbene: la paura nel sistema giudiziario e la mancanza di affidabilità sotto il profilo dell’autonomia e della indipendenza di strati non residuali della magistratura. Se si arriva al punto che le persone oneste hanno paura dei magistrati e del sistema giudiziario nel suo complesso e i criminali allo stesso tempo pensano sempre più di farla franca, allora c’è più di qualcosa che non funziona e c’è da preoccuparsi non poco. Non è solo la mancanza di certezza della pena, la lungaggine dei processi, il tema della prescrizione.

Quando la politica spegneva la fiducia delle persone oneste si confidava molto nella stampa libera e nell’indipendenza della magistratura. Oggi questa sensazione si è notevolmente affievolita. Ogni partito e leader politico ha almeno un giornale di riferimento. La magistratura non viene più percepita sempre come l’arbitro imparziale, ma pezzi della categoria come soggetti che giocano la partita dalla parte del Sistema contro chi osa non allinearsi. Non è più sufficiente la credibilità e la coerenza di alcuni politici o di diversi magistrati per salvare la situazione, le mele marce purtroppo sono divenute nel frattempo un frutteto avvelenato. Il popolo assorbe questo veleno democratico e, disorientato, si avvilisce, si deprime. Anche qui è, come sempre, un tema di questione morale. L’etica, la morale, l’onestà, la libertà, l’autonomia, l’indipendenza, la competenza, il coraggio e la dedizione non si comprano al mercato. Sono valori che fanno la democrazia. Oggi un disegno eversivo silenzioso che veste i panni della legalità formale sta avvelenando la democrazia e l’indifferenza quasi generale sta producendo una bomba letale per gli equilibri stessi della nostra Repubblica.

L’Africa di Emergency raccontata da Monika Bulaj

Nella città di Venezia ci sono sei quartieri detti appunto “sestieri”: Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco, San Polo. Poi vi è l’isola della Giudecca, che fa parte sin dalle origini della città ma non è collegata con nessun ponte ai Sestieri. Ci si arriva solo in barca. Amministrativamente fa parte del sestiere di Dorsoduro che si trova di fronte alla Giudecca, entrambi affacciano sul canale molto largo della Giudecca. Un ponte di barche che unisce le due “fondamenta” (rive) del canale viene costruito solo per i giorni della festa del Redentore nella terza domenica di luglio. Anche sulla gondola vi è un segno molto chiaro della “diversità” della Giudecca rispetto agli altri quartieri veneziani. Nella parte anteriore dell’imbarcazione vi è infatti un elemento metallico, il ferro da prua o pettine, chiamato in veneziano fero da próva o dolfin, in cui sono assemblati molti simboli dei sestieri della città lagunare. E la Giudecca si distingue: è l’unica con il pezzo metallico rivolto verso la gondola, mentre tutti gli altri sono verso l’esterno.

L’isola è stata originariamente luogo di coltivazione e di orti, poco frequentata dai turisti, considerata lontana dai veneziani dei sestieri. Le cose stanno cambiando, sono alcuni anni che arrivano nuovi abitanti alla Giudecca, anche stranieri e artisti. Vengono aperti ristoranti, gallerie, luoghi di cultura. Uno dei più belli si affaccia sul canale della Giudecca, vicino alla famosa chiesa del Redentore realizzata da Andrea Palladio: è la sede veneziana di Emergency, modernissima, su diversi piani, con tutte le attrezzature necessarie ad una vasta attività culturale tra le quali l’organizzare mostre. Ed una mostra, lo scorso 15 novembre, è giunta alla Giudecca dopo essere stata in altre città italiane. Una mostra di fotografie intitolata All’ombra del baobab e dedicata alle attività che Emergency svolge nel mondo, in particolare agli ospedali e centri di cura in Africa.

Come si legge nella presentazione alla mostra, si va «dall’Atlantico, passando per il Lago Vittoria, fino al Mar Rosso: una traversata dell’Africa in orizzontale, lungo la catena degli ospedali di Emergency, dove lavorano medici, chirurghi, tecnici, infermieri, anestesisti, radiologi, amministratori, giardinieri».

Le immagini sono state realizzate dalla fotogiornalista e reporter Monika Bulaj in Sierra Leone, Uganda e Sudan, e raccontano le storie di sfide quotidiane e talvolta di sconfitte, di disgrazie endemiche e urgenze prevedibili.

Dice Monika Bulaj: «In questo reportage racconto storie come quella di Aisha, dall’esofago bruciato dalla soda caustica, che insegna a nutrirsi ai bambini vittime come lei; di un progetto per le madri delle bidonville (…) Sfide come quella del viaggio trans africano di Aminata per sostituire le valvole del cuore minato da un’infezione da streptococco non curata. E, ancora, la rinascita di Ibrahim in Sud Darfur, dopo l’ennesima trasfusione dovuta all’anemia falciforme, la spietata risposta genetica a una continua esposizione alla malaria».

Sono immagini che mostrano, attraverso i progetti dell’Anme (African network of medical excellence), la rete sanitaria di Emergency nata con l’obiettivo di costruire centri medici d’eccellenza gratuiti in tutta l’Africa. Della rete fanno parte il Centro Salam di cardiochirurgia a Khartoum, in Sudan, e il Centro di chirurgia pediatrica di Entebbe, progettato da Renzo Piano in Uganda, seguendo le indicazioni di Gino Strada, che gli aveva commissionato un ospedale “scandalosamente bello”. Ospedali dove vengono forniti gratuitamente servizi medici per i pazienti che soffrono di specifiche patologie che difficilmente verrebbero curate altrove.

Monika Bulaj è una pluripremiata fotogiornalista e reporter, ha realizzato un centinaio di mostre personali in tutto il mondo ed è alla sua seconda collaborazione con Emergency, dopo la rassegna fotografica Nur. Afghan diaries esposta a Brescia nel 2021. È, inoltre, autrice di numerosi libri reportage e ha pubblicato su National geographic, New York times, Time, Al jazeera e The guardian.

La mostra sarà visitabile fino al 27 gennaio 2023 dal lunedì al venerdì dalle ore 11 alle 17. Certo, per visitarla la mostra bisognerà attraversare (su un comodo vaporetto) il canale della Giudecca ed esplorare quella terra per molti incognita. Ne varrà la pena.

* In foto: una delle immagini esposte alla mostra “All’ombra del baobab” organizzata da Emergency

Ci avevano già provato i fascisti ad arruolare Dante

L’imbarazzante ministro alla Cultura Sangiuliano continua a nuotare nel ridicolo. «So di fare un’affermazione molto forte, io sono convinto che Dante Alighieri sia il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese». Lo ha detto dal palco della convention di Fratelli d’Italia a Milano. «Quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali, ma anche la sua costruzione politica, credo siano profondamente di destra» ha aggiunto il ministro.

Non è uno scivolone e non è una novità. Come ricorda giustamente in un tweet il direttore di Oggi Carlo Verdelli «i fascisti del Ventennio, nella loro scenografia di cartapesta, #Dante lo avevano già arruolato: precursore del Duce. Proprio vero che la Storia si ripete: la prima volta come farsa, la seconda pure».

Ne scrisse in un articolo Nicolò Crisafi, che insegna letteratura italiana all’Università di Cambridge. La sua monografia Dante’s Masterplot and Alternative Narratives in the Commedia è in stampa per i tipi di Oxford University Press. «Dante era a un divario: da una parte era stato il simbolo dell’idealismo, delle speranze, e delle ansie risorgimentali per una patria da creare; dall’altra era diventato lo strumento retorico dello Stato liberale che l’aveva incarnata tradendone le aspettative più alte. Fu – scrive Crisafi –  tra queste delusioni e polemiche che il fascismo mise mano a Dante. Nel momento in cui si impadronì del potere, lo Stato fascista non si fece problemi a sfruttare il nazionalismo del Dante risorgimentale epurandone però con cura il lato vulnerabile e oppresso e facendone invece a sua volta uno strumento per opprimere, confinare, esiliare, ed arrestare. In un suo scritto dantesco del 1928 (dedicato proprio all’Italo Balbo celebrato dai manifesti di mio zio Carlo) il capitano della Regia Guardia di Finanza Pietro Jacopini faceva di Dante uno strumento del potere: “Dante […] è un precursore del Fascismo e, se fosse vissuto ai giorni nostri, ci avrebbe onorato sicuramente della sua compagnia, impugnando il manganello contro tutti i socialisti e i comunisti rinnegatori e disgregatori della Nazione”».

Aldo Cazzullo in risposta a una lettera al Corriere ricorda come «il fascismo ovviamente rivendicò Dante per sé, fin da quando nel 1921, a seicento anni dalla morte, Italo Balbo guidò una “marcia su Ravenna” conclusa davanti alla fatidica tomba. E Margherita Sarfatti, la donna che creò Mussolini, venerava Dante, al punto che quando si interrogava sul futuro apriva la Divina Commedia, leggeva una terzina a caso e vi cercava un’indicazione per quel che doveva fare o una profezia per quel che sarebbe accaduto».

Non avviene nulla per caso. Nulla.

Buon lunedì.

La foto del monumento a Dante Alighieri a piazza Santa Croce a Firenze (1865), Jörg Bittner (Unna)Opera propria

Accordo “gratuito” Inps/Caritas, quando la smentita è una fake news

L’ossimoro è una figura retorica consistente nell’accostare, nella medesima locuzione, parole che esprimono concetti contrari, e dunque è un ossimoro inserire in una sola locuzione il cattolicesimo e la gratuità delle attività svolte.
“Gratis et amore Dei” è una locuzione che non può essere mutuata nelle istituzioni cattoliche, perché nel cattolicesimo nulla è gratis.
L’Avvenire, organo di stampa della Conferenza episcopale italiana, ovvero il Consiglio dei ministri dello Stato extracomunitario del Vaticano, un quotidiano che ha un capitale sociale di 6 milioni di euro e che gode anche dei finanziamenti pubblici (la prima rata 2022 è stata pari a 2.711.246,31 euro), ha negato l’esistenza di un accordo milionario tra la Caritas e l’Inps sostenendo che “Inps per tutti”, ovvero la convenzione stipulata tra i due enti, sia in effetti un accordo a costo zero perché nelle casse della Caritas non saranno versati, in via diretta, i soldi dell’Inps. Pertanto l’inchiesta di Left che svela gli aspetti inquietanti di questo accordo, a loro dire è una fake news.
Eppure nei due articoli dell’inchiesta pubblicata sul numero di gennaio 2023 non è mai stato sostenuto che i soldi dell’Inps sarebbero andati direttamente nelle casse della Caritas, perché l’articolazione del privilegio denunciato è decisamente più complessa e investe un secondo accordo tra Caritas e patronati Acli.
Di questa intesa di secondo livello ovviamente su Avvenire non se ne parla, anche se non hanno potuto fare a meno di scrivere che «l’accordo quadro nazionale non ha valore sui singoli territori» e che «a livello locale basta contattare l’Inps provinciale per verificare che il progetto sia attivo e chiedere di poter aderire».
Il privilegio sotteso all’accordo è tutto qui. Nessuno ha mai affermato che nelle casse della Caritas nazionale sarebbero arrivati in via diretta i soldi dall’Inps, mentre le realtà territoriali, ovvero i patronati Acli che hanno stipulato accordi con le Caritas provinciali, con le diocesi e altre istituzioni cattoliche, in forza ed in virtù dell’accordo quadro nazionale, potranno godere del privilegio di stipulare intese con gli istituti Inps provinciali e avere dunque corsie preferenziali e privilegiate per gestire l’assistenza, in barba agli altri patronati che non hanno un identico accordo quadro.
L’accordo quadro si sostanzia in un accordo tra due enti con cui si stabiliscono a priori i termini e le condizioni per futuri contratti, si stabiliscono le tipologie dei servizi e le procedure, si accorpano in una sola procedura una serie di prestazioni predefinite, e saranno poi gli enti territoriali a beneficiarne, in una diffusione capillare che l’accordo quadro ha già previsto.
È un po’ come quando il Vicariato di Roma – un ente che sovrintende a tutte le parrocchie della città – in occasione del passaggio dalla lira all’euro aveva inviato a tutte le parrocchie una circolare in cui indicava il cambio di prezzi da praticare in occasione della celebrazione di un rito: «L’ obolo per la celebrazione di una messa, che prima era di sole 15.000 lire, passa a 10 euro (19.363 lire). L’ offerta massima per un matrimonio, che prima era di 450.000 lire, aumenta a 270 euro (523.000 lire)».
Era chiaro a tutti che i soldi guadagnati con matrimoni e funerali non sarebbero stati erogati in favore del Vicariato di Roma, ma sarebbero rimasti nelle mani dei singoli parroci che esercitavano in via diretta il mercimonio.

Cosa resta dell’assedio di Goražde

Dopo aver consumato la colazione mi dirigo verso il centro cittadino di Goražde. Attraverso nuovamente il ponte e raggiungo il corso dedicato a Zaim Imamović. La mia meta è il Centar za kulturu (Centro di cultura) della città: sede della biblioteca, dell’auditorium e dalla vecchia stazione di Radio Goražde. La struttura è un cubo di cemento con una delle facciate rivolta verso la Drina e un’altra verso il corso principale. Su questo lato c’è anche l’accesso a un bar mediamente frequentato che, almeno in queste giornate, passa della musica americana commerciale. All’interno qualche fotografia che ritrae la Goražde di una volta e poster a sfondo cinematografico. Il Centar, infatti, tra le sue varie offerte culturali proietta anche film che si possono gustare seduti su delle comode poltroncine rosse. Senza dubbio questo luogo rappresenta uno spazio d’aggregazione importante per la comunità locale, capace di condensare conoscenza e svago.

Un altro dei progetti del Centar interessa il versante pedagogico-espositivo. Dal 18 settembre del 2016 all’interno del Zavičajni muzej Goražde (Museo della patria di Goražde) è fruibile la mostra War exhibition. Un percorso espositivo che, partendo dagli oggetti di uso comune utilizzati (o creati) durante l’assedio, ha il duplice obiettivo di mantenere viva la memoria e di istruire le nuove generazioni sul passato recente. La mostra War exhibition in qualche maniera decostruisce il concetto stesso del monumento memoriale istituzionalizzato e riconduce la narrazione alle interpretazioni personali della guerra. La rievocazione del dramma non è sacralizzata e distante dai potenziali visitatori, ma è tangibile, reale, contemporanea.

Incontro Adi Džemidžić, storico, archeologo, cultore di musica metal e ricercatore al Centar. È uno dei ragazzi che ha curato la realizzazione del museo e che cerca attraverso il patrimonio cittadino di offrire linfa ed energie a Goražde. Adi è uno dei bambini di guerra, aveva sei anni quando è scoppiato il conflitto ed è riuscito a sopravvivere all’assedio. Non tutti i suoi coetanei hanno avuto la sua stessa fortuna. Davanti all’entrata principale del museo una piazzetta di recente installazione è tagliata in due da un muro di mattoni neri lucenti. Come per la targa dei partigiani sul ponte,

le scritte riportate sul dorso sono in bianco e in corsivo. È un’opera commissionata dall’amministrazione di Goražde e inaugurata nel 2013, dedicata alla memoria dei fanciulli morti durante il conflitto. Il muro è lungo una decina di metri e alto circa la metà. Sul lato fronte alla strada ci sono i nomi dei bambini uccisi dalla guerra; ne conto più di duecento. Sull’altro alcune scritte. «Non li hanno lasciati crescere», recita una di queste, «hanno sparato nel futuro, in occhi innocenti», sentenzia un’altra.

Entro nel Centar. Nell’atrio d’ingresso scorgo alcune fotografie del periodo comunista. Immortalano le vecchie attività del centro, si vedono degli attori sul palcoscenico sotto il tricolore jugoslavo con la stella rossa, bambini che corrono e donne in pose più o meno ricercate. Noto anche una pietra erratica dedicata allo scrittore locale Isak Samokovlija. Adi mi viene incontro. È un ragazzo alto, con i capelli biondi e lisci che arrivano a metà schiena. Li porta legati come un vecchio saggio indiano. Ha vissuto a Sarajevo durate il periodo universitario e ora è tornato in città per dare una mano.

Adi: «Ti voglio mostrare alcune opere di grande ingegno create dai cittadini di Goražde durante la guerra. Ecco, prendi in considerazione che tutte le zone intorno a Goražde erano occupate dai serbi: Foča era occupata, Čajniče era occupata, anche Rogatica era occupata. Quindi moltissimi dei profughi delle città circostanti vennero qui per cercare riparo. Prima della guerra, Goražde contava solo 27mila persone, durante l’assedio il numero si moltiplicò. In qualche maniera i rifugiati cercarono di difendere la città. Ora, di base immagina che non c’era nulla qui di cui vivere… quindi la gente si dovette inventare varie alternative: sia per difendersi che per creare gli strumenti d’apparente normalità. Vieni ti faccio vedere meglio (lo seguo lungo il corridoio del museo. Ci fermiamo davanti a una parete. Appese al muro alcune pistole, nda). Vedi, queste sono le prime armi che abbiamo creato per difendere la città… per difendere la libertà, insomma. Sono state fatte a casa, nei garage privati degli abitanti a partire dai tubi dell’acqua o anche dai tubi del gas delle cucine. Ma ci sono anche alcune pistole che hanno il calcio in legno. Diciamo che durante la guerra c’è stato un altissimo incentivo al riutilizzo degli oggetti…»

Andrea: Quindi la gente metteva a disposizione tubi e altro per la comunità?

Adi: Sì, sì. Diciamo che quando un tubo si rompeva o magari una casa veniva colpita dalla guerra e data alle fiamme, il proprietario cercava di mettere in salvo gli oggetti che sarebbero stati potenzialmente utili per la causa comune. Questo, invece, be’, diciamo che è una specie di cucinotto improvvisato: poteva servire per riscaldare il pane o qualche pietanza. Anche questa installazione è creata con pezzi di fortuna, anche provenienti da motori di vario genere.

Andrea: Incredibile…

Adi: Sì, davvero…

Andrea: E invece queste armi esposte, come le avete recuperate? Sono un regalo da parte della popolazione o cosa?

Adi: Sì, diciamo che abbiamo chiesto agli abitanti un piccolo sostegno quando abbiamo iniziato a concepire questo museo. Insomma, abbiamo detto alla gente che volevamo fare una mostra sulla guerra e abbiamo chiesto loro di donare alcuni oggetti che gli ricordassero quel periodo… e la gente è stata entusiasta! Le persone hanno capito il senso del lavoro… poi erano anche orgogliosi di quello che avevano fatto.

Andrea: Quando è stato inaugurato il museo?

Adi: 2016… Questa invece (mi indica con il dito una torcia da bosco in stile anni Ottanta, dalla forma simile a una calcolatrice e con il vetro largo che occupa la parte superiore. Saldata al retro della torcia c’è una piccola scatola metallica apribile dall’alto. Dal lato destro fuoriesce una manipola rossa, nda), era una maniera basica per fare luce in assenza di elettricità. Ecco, una maniera alternativa per illuminare le stanze. Dietro questa lampadina era stata montata una dinamo, così che per poter illuminare bastava girare la manopola. In questa teca, invece, c’è quel che rimane di una candela a benzina che funzionava tramite un dispositivo meccanico. Ecco, questo, è… (sogghigna) diciamo un quaderno delle elementari. Vedi, ci sono i calcoli di algebra e di altre materie. In realtà sono vari fogli uniti semplicemente da alcuni fili di metallo… sono tutti espedienti per provare ad avere una vita normale diciamo…

 


Il libro
Memorie di chi la Jugoslavia l’ha vissuta, in pace e in guerra, di chi ha sperimentato le conseguenze del conflitto, di chi vuole cambiare il suo Paese e di chi, invece, vuole solo scappare da quei luoghi, asfissiato da un futuro senza prospettive. Sono la materia prima della nuova opera di Andrea Caira, Un tetto e due scuole, da poco in libreria per Tab edizioni. Caira è un ricercatore indipendente di storia contemporanea e si occupa di storiografia della memoria tra l’Italia e la Bosnia-Erzegovina. Collabora con varie realtà editoriali, sia cartacee che digitali, ed è attivo in diversi progetti di valorizzazione del patrimonio immateriale. È co-autore del volume La resistenza oltre le armi. Sarajevo 1992-1996 (Mimesis edizioni, 2021).

Dalla postfazione di Un tetto e due scuole, a cura di Antonio Canovi:
Andrea Caira si muove nel paesaggio della Bosnia alla maniera ostinata di un novello El Quijote. Scruta fantasmi di pace mentre cammina nell’assedio dei segni di guerra. Annoda i capi della storia alla geografia di una nazione perduta. L’erranza sembra corrispondere nell’autore a una postura ontologica, come tale non fine a se stessa: questo viaggio nutre l’ambizione di restituire ad ogni approdo nominale la consistenza geostorica di luogo (…) Registratore alla mano, Andrea osserva, incontra, intervista e si fa intervistare. Non s’arrende all’evidenza di quanto gli si viene narrando, della guerra che continua a scavare l’odio nelle teste e nutre futuri separati. Gli intervistati che ci vengono fatti incontrare, donne e uomini, appartengono a generazioni distinte e tuttavia sono ancora compresi nel medesimo incantesimo: la dissoluzione della Jugoslavia.

 

* In foto, il monumento ai caduti della guerra a Goražde. Julian Nyča, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Quelli che li aspettavano Ancona

Ad Ancona c’era qualcuno, al porto, che aspettava la nave Geo barents. L’associazione Ambasciata dei diritti Marche era lì. Centinaia di persone erano lì con il corpo e avevano qualcosa da dire. Il comunicato dell’associazione dice tutto quello che c’è da dire.

«È evidente – si legge nella nota – come il governo italiano nell’assegnare il porto di Ancona alle due navi da soccorso Geo barents e Ocean viking volesse esporre l’equipaggio, gli armatori ed i naufraghi al pubblico ludibrio. Nelle stanze al calduccio del ministero degli Interni chissà con quale sadico divertimento si sono immaginati il loro elettorato deridere e farsi beffe di clandestini e zecche costretti ad un viaggio tanto penoso quanto inutile. La lunga lista di commenti pieni di odio nei vari social alla notizia dell’arrivo delle navi sembrava dipingere una comunità tra l’indifferenza e l’ostilità nei confronti dei naufraghi e dei loro salvatori».

«Oramai da anni il Viminale si è trasformato in una macchina di propaganda che genera odio nei confronti di migranti, profughi e richiedenti asilo – prosegue il comunicato -. Da Minniti passando per Salvini fino a Piantedosi il modus operandi è sempre lo stesso, un enorme strumento di distrazione di massa e costruzione di false emergenze, con tanto di mass media pronti a fare da cassa di risonanza come in un gregge di pecore. Di fronte a questa potenza di fuoco la sensazione di impotenza e di incapacità di reazione sembrava pervadere un po’ tutti. Eppure…»

«Eppure – continua il contributo di Ambasciata dei diritti Marche – la notizia dell’arrivo in città delle due navi ha generato un tam tam positivo tra associazioni e singoli individui che ha avuto fin da subito la capacità di squarciare il pesante velo che la politica razzista governativa voleva stendere sul nostro Paese. Game over … la pacchia è finita continuavano a commentare nel mondo virtuale dei social. Ma come la storia insegna la propaganda spesso fallisce ed ecco nascere in varie parti della città assemblee vere, dal vivo partecipate al di la di ogni più rosea previsione, tutte coordinate e decise nel dare il benvenuto alle persone soccorse ed ai loro soccorritori, ma allo stesso tempo ferme a svelare l’infamia che sta dietro alla politica governativa. Il moto positivo è stato talmente strabordante da rendere impossibile una gestione sincrona di tutte le iniziative poiché la volontà di testimoniare la vicinanza era irrefrenabile».

Chiosano così gli attivisti marchigiani: «Questo è successo ieri sera e sta succedendo questi giorni, centinaia di persone si sono riversate al porto per essere una unica voce di solidarietà, un clima meraviglioso che non si respirava da tempo, le chat di coordinamento esplodono di foto e di appuntamenti per vedersi. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una sola goccia, speriamo sia quella (parafrasando Orso) che innesca una tempesta. L’ingiustizia è talmente chiara che solo una rivolta potrà porre rimedio, non esiste un diritto al sopruso, non è possibile tollerare la violenza gratuita nei confronti di chi non si può difendere. Carola Rakete agì correttamente, lo dice pure una sentenza, forzò il blocco navale per portare in salvo i naufraghi ed aveva ragione. Non ci è dato sapere chi avrà la capacità di ribaltare il tavolo ancora una volta, se sarà un equipaggio, i naufraghi stessi o qualcuno a terra in solidarietà con loro, la cosa certa è che più gocce cadranno più la tempesta si avvicinerà».

Buon venerdì.


* In foto, il presidio di attivisti presenti durante l’arrivo della nave dell’ong Geo barents al porto di Ancona. Immagine pubblicata nella pagina Facebook di Ambasciata dei diritti Marche

La vera accisa è questo governo

Nella commedia dell’assurdo a cui stiamo assistendo con questo governo di partiti “pronti” che sono ogni giorno più farsescamente impreparati si aggiunge l’atto delle accise sui carburanti. Come negli episodi precedenti (e nei prevedibilissimi episodi successivi) la risata è amara, forse un po’ malinconica, sicuramente salatissima.

Tipicamente, quando si tratta di Salvini e Meloni, non serve nemmeno entrare nei tecnicismi. I due leader di Lega e di Fratelli d’Italia hanno passato gli ultimi anni a utilizzare le accise sul carburante come fermenti vivi della propaganda. L’equazione è facile: si tratta di qualcosa che usano praticamente tutti, è un’ottima semplificazione del “costo” dello Stato e di quanto pesi in termini percentuali, è di facile comprensione. Ci rimangono in memoria le scenette dell’attuale presidente del Consiglio con il benzinaio e la lavagnetta su cui Salvini prometteva l’abolizione delle accise in diretta televisiva mentre irrideva il centesimo per la guerra in Abissinia.

La destra che si ritrova al governo del resto ha riempito i granai di voti con la politica più facile, l’opposizione fitta e sconclusionata che disegna la politica come un gioco da ragazzi finito semplicemente nelle mani dei ragazzi sbagliati. Conquistare un voto distratto promettendo che il pieno costerà meno è molto più semplice del dover spiegare cosa si intenda per giustizia sociale e del dover progettare una pianificazione delle risorse dello Stato. Solo che per loro sfortuna Meloni, Salvini e compagnia cantante hanno vinto. E qui inizia la farsa.

Il governo interviene sul taglio delle accise e il costo della benzina si alza. Giorgia Meloni spudoratamente dichiara di non averne mai promesso il taglio. Viene sbugiardata. Salvini intanto prova a eclissarsi ma si ritrova costretto ad alzare i pedaggi autostradali e quindi finisce nel fango. Ieri il vice capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Salvatore Sallemi ci ha spiegato che «se il governo avesse tagliato le accise non ci sarebbero stati fondi a sufficienza per sanità e famiglie», sfoderando addirittura un ricatto morale. Quelli non sanno più che fare e provano a urlare che l’aumento dei carburanti è “solo speculazione”. Falso: i dati del ministero dell’Ambiente dicono che per entrambi i carburanti il rialzo è stato di circa 16-17 centesimi al litro, dunque in linea con l’aumento delle accise da 18 centesimi dopo la fine dello sconto.

Intanto la Cna di Padova fa i conti per gli autotrasportatori: per il settore dell’autotrasporto il 2023 si apre con un aumento dei costi che può arrivare ad incidere per 10mila euro all’anno per ogni singolo veicolo pesante. A pesare è soprattutto lo stop allo sconto sulle accise, che porta l’Italia al terzo posto nella graduatoria dei prezzi del gasolio alla pompa più alti d’Europa (secondo l’Osservatorio sui prezzi dell’energia della Commissione europea). Quelli impazziscono. Paroli (di Forza Italia) dice che «oggi le risorse servono a tutelare famiglie e imprese dai rincari delle bollette». Altro ricatto: volete il caldo o l’auto? Fenomenale Farolfi di Fratelli d’Italia: «Se il governo avesse mantenuto la sospensione delle accise – dichiara -, avrebbe compiuto un’ingiustizia sociale». Insomma, lo stanno facendo per noi. E poi si sa che la giustizia sociale è il primo dei loro pensieri. In serata interviene Paolo Trancassini, deputato di Fratelli d’Italia: «Sulle accise solo menzogne». Insomma, ce lo siamo inventati.

La vera insostenibile accisa sono loro al governo, in effetti.

Buon giovedì.


* In alto: foto ufficiale del governo Meloni (Quirinale.it)