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E alla fine la legge 194 è sotto attacco

Ieri la ministra alla Famiglia, le Pari opportunità e al Ritorno al Medioevo Eugenia Roccella è ripartita all’attacco spiegandoci che «per quanto riguarda la proposta di legge sullo statuto del concepito, sono stata la prima a fare una dichiarazione sul tema, ma comunque autorevolmente l’ha fatta subito il capogruppo di FdI, il senatore Malan, e in tutto il percorso della campagna elettorale la presidente del Consiglio ha più e più volte in modo reiterato dichiarato la posizione del partito e del Governo sulla questione della legge 194», ha detto la ministra.

Varrebbe la pena sottolineare che qualche tonto ci aveva ammonito perché “i diritti non saranno toccati” e aveva additato come allarmisti chi sommessamente aveva segnalato il rischio. Invece siamo qui. Come sottolineano le senatrici del Pd Cecilia D’Elia, portavoce della Conferenza delle donne democratiche e Valeria Valente «la ministra Eugenia Roccella in Senato ha confermato una visione propria della destra, distante anni luce dalla nostra, che continua a vedere le donne esclusivamente come madri e che pensa di combattere la denatalità aiutando le donne sostanzialmente a stare a casa per fare figli».

E ora? Tra le voci giustamente sdegnate di ieri vale la pena sottolineare quella di Anna Pompili, ginecologa e socia fondatrice di Amica-Associazione medici italiani contraccezione e aborto: «C’è un peccato originale in tutta questa storia: quando si parla di aborto si ragiona sempre come se ci fossero due individualità, due soggetti di diritto uguali e contrapposti. Questo – aggiunge – è un falso biologico e una distorsione della realtà. Siamo abituati a pensare al feto come se fosse un individuo contrapposto a una donna e dimentichiamo una cosa fondamentale, la realtà materiale biologica: ossia il fatto che c’è un organismo, un embrione, dentro l’utero di una donna. E non si può quindi pensare di forzare una donna a portare avanti una gravidanza che non desidera, perché è proprio quel legame a darle il diritto e la libertà di decidere. Quando parliamo di diritto all’aborto, dobbiamo tenere presente che non si può vietare l’aborto. Al massimo si può vietare l’aborto sicuro perché, come vediamo nei Paesi in cui non è consentito, le donne che vogliono interrompere una gravidanza lo fanno lo stesso, clandestinamente, con il conseguente aumento del tasso di mortalità da aborto»

«Daremo alle donne il diritto di non abortire» diceva Giorgia Meloni a settembre dell’anno scorso. Qualcuno ha fatto finta di non cogliere il messaggio. Ora eccoci qua.

Buon mercoledì.

Nella foto: frame del video dell’audizione in commissione al Senato della ministra Roccella, 24 gennaio 2023

PER APPROFONDIRE LEGGI LEFT

La resistenza delle donne iraniane ci riguarda tutti. Perché «nostra patria è il mondo intero»

Sono passati ormai più di tre mesi dall’inizio delle mobilitazioni che hanno dato nuova linfa alla coraggiosa resistenza del popolo iraniano.
Tre mesi in cui il regime ha drammaticamente inasprito la repressione di un popolo innocente, reo di esercitare il proprio diritto a resistere contro i soprusi della dittatura che durano da 44 anni. Giorno dopo giorno i manifestanti rischiano la vita tra processi sommari, esecuzioni e atti di violenza ingiustificata.
Giorno dopo giorno le donne continuano a lottare per smantellare l’apartheid di genere ed eliminare la sharia che vige Teheran.

È lì che deve essere rivolto il nostro sguardo per non restare impassibili davanti alle ingiustizie e condannare con fermezza ogni forma di sostegno al regime di Khamenei.
Lo dobbiamo a Masa, a Masooumeh, a Keyvan, alle oltre 400 persone che hanno perso la vita per la libertà.
È con questa convinzione che abbiamo manifestato sotto l’ambasciata iraniana dentro la sfida di questa nostra campagna elettorale regionale nel Lazio.
Cosa c’entra la corsa alle regionali, in cui sono impegnato in prima persona con la lista Verdi e Sinistra, con l’Iran?
Perché un collettivo di donne e uomini, oggi chiamati in prima persona a fronteggiare l’avanzata delle destra a Roma e nel Lazio, hanno deciso di mobilitarsi per chiedere subito pace e giustizia in Iran e a tutte le latitudini in cui si sviluppano e insistono guerre e privazioni?

Siamo convinti che sia arrivato il momento in cui le forme della politica, ancora meglio, in cui la rappresentanza torni a occuparsi a tutto tondo delle relazioni politiche, ideali e valoriali con le lotte che si sviluppano nel mondo.
Il progetto di Verdi e Sinistra rappresenta oggi per tutte e tutti noi questa straordinaria opportunità: rompere l’isolamento in cui migliaia di esperienze civiche, associative, di intervento sociale sono costrette da anni per ricostruire un vincolo di solidarietà tra tutte e tutti noi, offrendoci lo spazio e lo strumento di un campo comune in cui unire le lotte e metterci in connessione sentimentale con chi reclama pace e giustizia a Teheran, a Kiev, a Gaza, in Latinoamerica. Favorendo la diplomazia dal basso tra l’attivismo e la società civile che si esprime e lotta in qualsiasi regione del mondo.

La nostra battaglia oggi per la Regione Lazio è dentro la coalizione progressista riunita intorno ad Alessio D’Amato, l’unico candidato in grado di contrastare la vittoria della destra. Ma la nostra battaglia, la battaglia di Verdi e Sinistra, è anche quella di costruire una regione di pace e porto sicuro: un territorio aperto, che sappia accogliere chi fugge da guerre, dittature e carestie. Lo abbiamo fatto benissimo negli ultimi mesi con i fratelli e le sorelle che fuggivano a causa dall’invasione russa dell’Ucraina. Dobbiamo continuare su questa strada, quella di una regione unita e solidale che fa della pace e dell’accoglienza un marchio di riconoscimento in Italia, in Europa e nel mondo. La Regione deve essere un ponte di pace favorendo il dialogo tra diversi, per porre fine all’assedio in Ucraina e all’incubo della guerra globale che incombe in Europa. Una regione europea che guarda al Mediterraneo come opportunità per il futuro. Una regione che si candida a svolgere funzioni di pace e di denuncia come nel caso della mattanza del regime iraniano.

E per fare questo serve un’invasione di campo nella politica da parte di tutte e tutti coloro che in questi anni si sono sperimentati nella costruzione di una società più giusta. Abbiamo bisogno di tornare ad occuparci tutte e tutti della dimensione politica comune superando la segregazione che ci siamo imposti tra chi fa pratica sociale e chi è professionista del politicismo. Rompiamo questo accerchiamento, torniamo a praticare solidarietà.
Uniti saremo più forti e daremo gambe a un processo, quello della sinistra ecologista, che va aperto e innervato affinché anche in Italia si affermi un’opzione politica autonoma e indipendente in grado di rappresentare chi non trova voce nelle secche del dibattito interno del Pd o nelle torsioni identitarie del M5s.
A partire anche dagli scenari internazionali, perché siano ben piantate a terra le nostre istanze e vertenze c’è bisogno di una nuova visione globale fondata su un concetto semplice e antico: nostra patria è il mondo intero.

Claudio Marotta è candidato per Verdi e Sinistra alle elezioni regionali del Lazio a sostegno di Alessio D’Amato presidente

In apertura: Manifestazione di solidarietà con la resistenza iraniana, Roma, 3 ottobre 2022 – Foto di Rossella Carnevali

La politica (e Gianni Cuperlo)

Gianni Cuperlo di sicuro non vincerà queste stanche primarie del Partito democratico. Il deputato del Pd ha troppa esperienze sulle spalle per non sapere che la sua candidatura serve più che altro a fomentare la politica in un dibattito congressuale che molti temevano incagliato in questioni di caminetti e di equilibri interni. Finora sta andando esattamente così.

«Perché la mia candidatura è arrivata in ritardo? Se avessi potuto non l’avrei fatto. E non per mancanza di passione, ma al contrario per troppa passione per questo congresso, che pensavo che fosse l’occasione per fare discussioni che non abbiamo mai fatto», ha detto ieri Cuperlo a un incontro del partito alla sala Candilejas a Bologna.

Ieri con un mazzo di rose bianche Gianni Cuperlo ha portato il suo omaggio alle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Nella prima giornata emiliano-romagnola della sua campagna per il congresso Pd, e prima dell’iniziativa in programma sotto le Due torri, ha voluto far visita alla lapide con i nomi delle 85 vittime nella sala d’aspetto della stazione. E da lì critica la proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sugli anni di piombo, arrivata nei giorni scorsi in Parlamento su iniziativa di Fdi, che ha preoccupato subito l’associazione dei familiari delle vittime. «Non vorrei che la destra al potere volesse rileggere la storia di questo Paese – attacca Cuperlo – le pagine gloriose e le pagine tragiche. Usare il potere che si ha per condizionare la lettura storica di fatti che sono da decenni di fronte all’opinione pubblica è un qualcosa che confligge con il nostro senso di verità e giustizia, ma anche di etica pubblica e di memoria condivisa». La lapide in sala d’aspetto, afferma il candidato alla guida del Pd, «è un luogo simbolico di questa città, del dolore e della sofferenza di Bologna. Ma è anche il luogo dove la città ha mostrato la sua dimensione e il suo orgoglio, la sua passione civile e la matrice antifascista dei bolognesi. Il 2 agosto è uno spartiacque e questo luogo è il simbolo della richiesta di verità e giustizia, rivendicata ogni anno. Non potevo che partire da qui».

Leggendo le parole di Cuperlo mi sono tornate in mente le critiche di chi accusa il Partito democratico di cose del passato. Sono gli stessi che vorrebbero insegnarci il progressismo intendendo come una tiepida pulsione a non esagerare mai nei progetti e nelle proposte. In fondo la strage di Bologna a molti farebbe comodo archiviarla come “storia passata”. E invece la politica è anche la perseveranza della memoria usata come arma bianca per scegliere la resistenza mentre tutti ci invitano alla resilienza. E l’ho trovata un’uscita politicissima, questa di Cuperlo.

Buon martedì.

Qui l’intervista di Gianni Cuperlo rilascata alla direttrice Simona Maggiorelli Gianni Cuperlo: la dimensione etica è inderogabile a sinistra 

Nella foto: frame del video dell’incontro con Gianni Cuperlo, sala Candilejas, Bologna, 23 gennaio 2023

Il senso per i golpisti pro-Bolsonaro di Carlo Cauti, l’uomo di Meloni a Brasilia

Anche dopo il tentato golpe dei suoi sostenitori a Brasilia, Jair Bolsonaro continua ad avere estimatori in Italia. La decisione della Corte suprema brasiliana di autorizzare un’indagine sull’ex presidente Bolsonaro è sostenuta dal Parlamento europeo, in quanto «potrebbe aver contribuito, in modo molto rilevante, alla commissione di crimini e atti terroristici», ma all’atto del voto i parlamentari di Fratelli d’Italia si sono astenuti. È accaduto il 19 gennaio, quando è stata adottata con 319 voti a favore, 46 contrari e 74 astensioni la risoluzione con cui i deputati del Parlamento europeo hanno espresso solidarietà al presidente democraticamente eletto Luiz Inácio Lula da Silva, e quindi al suo governo e alle istituzioni brasiliane, condannando, «con la massima fermezza», gli atti criminali compiuti dai sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro e invitandoli ad accettare l’esito delle elezioni. Tuttavia c’è chi da noi è fermo su altre posizioni. A destra, ovviamente.

Basta andare a leggere o ascoltare ciò che ha scritto e detto Carlo Cauti, coordinatore della comunicazione del partito di Meloni per il Sud America, per farsi un’idea di quale sia la linea del partito che guida il governo italiano. In ogni sua intervista e articolo pubblicati in Italia, in veste di professore dell’università privata Ibmec (Instituto brasileiro de mercado de capitais) e collaboratore di Limes, Cauti promuove la tesi dell’estrema destra brasiliana sull’illegittimità della candidatura di Lula, affermando che sarebbe il frutto di «una manovra politico-giudiziaria decisa da un solo giudice della Corte Suprema, indicato dal partito». La vittoria dell’attuale presidente della Repubblica non sarebbe il frutto del voto democratico, ma è avvenuta «chissà come».

Oltre al ruolo di coordinatore della comunicazione del partito di Giorgia Meloni per il Sud America, Cauti ricopre quello di presidente dell’Associação dos correspondentes estrangeiros no Brasil (Ace). Da ex stagista dell’attuale ministro degli Esteri, Antonio Tajani (quando ricopriva il ruolo di vicepresidente del Parlamento europeo), il meloniano Cauti è diventato professore dell’Ibmec. Questo istituto fu fondato dal dittatore golpista Maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco proprio nel 1964 anno in cui diede inizio alla repressione, sciolse i partiti politici e determinò che alla democrazia era molto meglio il terrore.

«Le Forze armate vedono il governo Lula come pericoloso», afferma Cauti. A detta sua, il Partido dos Trabalhadores avrebbe cercato di introdurre, nei curricula delle accademie militari brasiliane, questioni politiche. «Si parla di una vera e propria ideologizzazione, com’è stato fatto in Venezuela, per trasformare l’esercito da un organo di Stato a uno politico». Inoltre, i militari considererebbero il governo Lula «un rischio per l’economia del Brasile» e manifesterebbero il timore «per la tenuta democratica e anche e soprattutto per il futuro della Nazione». Per questa ragione, molti dei suoi alunni dell’Ibmec avrebbero vissuto per mesi accampati davanti le caserme, per pretendere dai militari «un golpe di Stato, a causa dell’arrivo di Lula al potere, per il timore che il Brasile facesse la stessa fine dell’Argentina, fra 6 mesi, o del Venezuela, fra due anni». A quanto pare, si tratta di una visione avuta da Cauti dopo aver frequentato, lo scorso anno, il corso di Geopolitica dell’Escola de Comando e dell’Estado-Maior do Exército (Eceme), storicamente legata a militari torturatori, come Carlos Alberto Brilhante Ustra, l’ex comandante del Doi-Codi, uno dei maggiori centri di tortura della dittatura militare.

L’estrema destra brasiliana, capitanata dall’ex presidente Bolsonaro, considera, anzi, il sadico torturatore Ustra un eroe, per aver torturato l’ex presidente della Repubblica Dilma Rousseff, appena ventenne, donne incinte, e genitori davanti ai loro bambini.
La narrazione di Cauti sulla stampa italiana, se replicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, potrebbe provocare un raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, in un momento storico particolare, che vede il Brasile superare l’India come Stato che più importa prodotti alimentari italiani, secondo quanto riportato dalla banca dati del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. A detta di Cauti, «i brasiliani non vogliono provocare una guerra civile, ma allo stesso tempo non condannano coloro che hanno vandalizzato e devastato la capitale del Paese». Tuttavia, Cauti non rivela alla stampa italiana che, subito dopo l’attacco degli estremisti di destra a Brasília, un sondaggio dell’Instituto Datafolha aveva rilevato che il 93% dei brasiliani disapprovava l’azione terroristica.

La notizia era stata divulgata anche sui canali YouTube più seguiti dall’estrema destra, come il JP News (Jovem Pan News), con ben 7 milioni di inscritti, demonetizzato dai gestori della piattaforma per le notizie false, il golpismo e i messaggi di odio dei presentatori nei confronti dell’elettorato di sinistra. Il golpismo dei commentatori del canale Jovem Pan ha provocato la perdita di molti sponsor di rilievo, come Tim e Burger King, nonché la sospensione degli account personali dei suoi anchormen sulle piattaforme YouTube, Instagram, Telegram, Facebook e Twitter, anche per aver usato le immagini dell’assalto a Capitol Hill per stimolare i golpisti brasiliani, accampati nelle caserme, a seguire le loro orme. I responsabili risultano indagati dalla magistratura.
Nella Jovem Pan, il coordinatore della comunicazione di Fratelli d’Italia per il Sud America, è una presenza costante. Tra i generali che hanno partecipato maggiormente alle loro trasmissioni figura Augusto Heleno Ribeiro Pereira, soggetto ad un’interrogazione parlamentare nel 2019, dopo aver dichiarato al giornale Folha de São de Paulo che, per contenere la Sinistra “modello cileno”, era necessario “studiare a tavolino” la messa in atto di un nuovo Atto Istituzionale n. 5, che altro non è che la legge più dura del periodo dittatoriale. Come conseguenza dell’istituzione dell’AI-5, il Parlamento fu definitivamente chiuso, le garanzie costituzionali sospese, le manifestazioni vietate, la stampa censurata, oltre alle uccisioni e alle torture degli oppositori notevolmente aumentate.

Il generale Heleno raggiunse la notorietà internazionale nel 2005, quando gli venne assegnata dall’Onu un’operazione molto delicata: la missione di peacekeeping Minustah, ad Haiti. Nella favela chiamata Cité Soleil, di Port-au-Prince, le truppe comandate dal generale sopraggiunsero nel cuore della notte, sparando circa 22mila proiettili e lanciando bombe, in modo indiscriminato, mentre gli abitanti dormivano. L’ennesimo atto barbarico. Il loro obiettivo era Dread Wilme, un narcotrafficante che teneva in pugno l’intera comunità: trucidato, insieme ad altre decine di uomini, donne, vecchi e bambini, alcuni appena nati.
I documenti desecretati dall’organizzazione internazionale senza scopo di lucro, WikiLeaks, e analizzati dal quotidiano The Guardian, dimostrano che la Minustah, con la partecipazione diretta degli Stati Uniti, e le truppe militari, di cui la maggior parte sotto il comando dei generali dell’esercito brasiliano, peggiorarono di gran lunga la situazione del Paese. I militari furono accusati dalla popolazione haitiana di violenza generalizzata e centinaia di stupri, commessi anche nei confronti di bambine.
Un rapporto dettagliato sugli stupri compiuti dai militari è stato pubblicato dalle ricercatrici Sabine Lee e Susan Bartels, nel 2019, sulla rivista scientifica International Peacekeeping, dopo aver valutato negli anni oltre 2.500 testimonianze.

In qualità di presidente della Repubblica, Bolsonaro ha premiato ogni singolo militare della Minustah con Ministeri e incarichi di rilievo: per esempio, nominà il generale Augusto Heleno a capo del dipartimento di Sicurezza istituzionale (Gsi), il ministero che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Palácio do Planalto, vandalizzato lo scorso 8 gennaio, anche a causa dell’assenza delle guardie; il ministero della Difesa toccò all’ex generale Fernando Azevedo e Silva, sotto il comando di Heleno, ad Haiti; quello delle Infrastrutture a Tarcísio de Freitas, ingegnere militare in servizio nella Minustah, eletto governatore di San Paolo, nel 2022; al generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, al comando delle truppe tra il 2007 e il 2009, toccò la Segreteria di Governo della Presidenza. Così, dal portavoce di Bolsonaro alla direzione delle Poste, i militari legati alla disastrosa operazione di peacekeeping ad Haiti, nostalgici del regime militare, e i parenti dei peggiori torturatori del regime, assieme all’estrema destra, difendono caparbiamente la loro teoria, cioè che un governo di sinistra sarebbe il vero disastro del Paese, non loro.

L’ipotesi paventata sulla stampa italiana dal coordinatore della comunicazione di Fratelli d’Italia per il Sud America, secondo cui il governo Lula ha favorito deliberatamente gli attentati terroristici dell’8 gennaio, presso le sedi dei tre poteri e la Corte Suprema, è grave e appartiene alla propaganda del partito al quale è affiliato in Brasile, il Partido Novo, con il quale presentò la sua candidatura a deputato per lo Stato di San Paolo. Lo scopo del machiavellico governo di Sinistra, a 7 giorni dalla cerimonia dell’insediamento, sarebbe quello di “delegittimare” gli elettori di Bolsonaro, per “iniziare la repressione”. Con questo pretesto, il neopresidente eletto avrebbe potuto promuovere una vera e propria “caccia alle streghe” contro gli organizzatori e i fautori della “manifestazione di Brasília”, descritti come una turba pacifica, in Havaianas, disarmata, zie da WhatsApp, ultrasessantenni adoratrici di Bolsonaro, vecchietti e studenti dell’università dove insegna. Una propaganda respinta al mittente dal Parlamento Europeo.

La tensione sociale, la polarizzazione politica, le manifestazioni golpiste e, infine, la violenza terrorista che ha colpito le istituzioni brasiliane l’8 gennaio sono il frutto degli attacchi sistematici alla democrazia, indebolita dalla disinformazione propagata dall’estrema destra, attraverso mezzi di comunicazioni prescelti. Omettendo informazioni essenziali alla comprensione dei fatti, pregiudizi e stereotipi vengono perpetrati. Così facendo, ogni Paese democratico che sceglie un leader di Sinistra può continuare ad essere dipinto come “una semplice repubblica delle Banane”, paradossalmente più libera, se governata da militari torturatori, pronti a zittire, intimidire, schiacciare e sopprimere quei giornalisti che, per dovere di cronaca e in nome della libertà di stampa, osano raccontare storiche verità. E la cosa agghiacciante per loro è che lo fanno senza alcuna paura.

La latitanza trentennale in Sicilia di Messina Denaro è una sconfitta per lo Stato

La cattura di Matteo Messina Denaro è una vittoria di carabinieri e magistratura. Il governo non ha alcun merito. La sua latitanza per trent’anni è una sonora sconfitta dello Stato. La circostanza che la sua latitanza si sia svolta in gran parte nei pressi del suo Comune di nascita, in provincia di Trapani, vuol dire che ha goduto di omertà, connivenze e complicità, ma anche che non è stato efficacemente cercato. Il suo volto degli ultimi tempi non era nemmeno tanto dissimile dalle ultime immagini prima che si rendesse latitante. Faceva acquisti, andava in bar e ristoranti, viaggiava, frequentava persone, si faceva foto. Tutto questo è più che una sconfitta per uno Stato che complessivamente non considera più il contrasto alle mafie una priorità. Perché secondo alcuni era un arresto nell’aria ? Si è consegnato? Messina Denaro ha mollato la sua concentrazione? Qualcuno ha voluto fare un regalo oppure mandare un avvertimento al governo delle destre per equilibri interni a pezzi di Stato? Avremo gli ultimi rimbalzi delle trame frutto della trattativa? Si è voluta chiudere in modo simbolico definitivamente la stagione stragista per legittimare ulteriormente la convivenza con le mafie frutto della trattativa tra pezzi di Stato e cosa nostra? Chi ha coperto la latitanza e chi ha operato più alacremente per catturarlo? Oppure non c’è nulla di anomalo ed è tutto a posto?

In Italia molti sospettano non perché sono complottisti pregiudiziali ma perché pezzi di Stato negli anni hanno fatto di tutto per far perdere credibilità allo Stato stesso: le verità parziali sulle stragi di Capaci ma soprattutto via D’Amelio, la stagione delle stragi a grappolo per l’Italia e la trattativa Stato-Mafia, i misteri sulle catture di Provenzano e Riina, la mancata perquisizione del covo di Riina, le delegittimazioni e gli ostacoli istituzionali nei confronti di magistrati che hanno indagato sui massimi livelli di complicità di cosa nostra e ‘Ndrangheta, le interferenze di ministri della Giustizia, capi di governo e capi di Stato nei confronti di magistrati scomodi al potere, il coinvolgimento di alti ufficiali del Ros dei Carabinieri in fatti giudiziari di estrema gravità, il Palamaragate, il ruolo delle massonerie deviate. Insomma una questione morale gigantesca con riferimento alla quale mi meraviglio che ci si sorprenda se la gente ripone qualche dubbio sulla credibilità di numerosi rappresentanti delle istituzioni.

Semmai c’è da chiedersi perché la gente non si ribella di fronte ad un letame diffuso dal quale non nascono nemmeno i fiori. Perché la mimetizzazione delle mafie nel cuore delle istituzioni del nostro Paese ha fatto crescere ignoranza, indifferenza, assuefazione, sottovalutazione, rassegnazione. Purché non facciano rumore con le mafie si può convivere. La visione politica, la capacità istituzionale e la vocazione imprenditrice fanno dell’ndrangheta l’organizzazione mafiosa che da tempo ha scelto la strategia vincente. Eversione piduista con la legalità formale, inquinamento dell’economia, occupazione di luoghi un tempo difficilmente corruttibili. Con l’ndrangheta si passa dalle mele marce al frutteto contaminato. Il livello di corruzione e di pezzi di Stato divenuti mafiosi è talmente alto che è la borghesia mafiosa che si serve della mafia tradizionale e non più viceversa come un tempo.

E quale è la risposta del nuovo governo per contrastare le mafie di ultima generazione? Ridurre le intercettazioni, che invece sono assolutamente fondamentali proprio per scardinare il livello di convivenza delle mafie nelle istituzioni. Ridimensionare autonomia ed indipendenza della magistratura anche eliminando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, magistrati meno liberi e reati non obbligatori da perseguire sono fattori determinanti per il condizionamento politico della magistratura e la cancellazione di fatto del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Credo che la cattura di Messina Denaro si inserisca in pieno ma non a gamba tesa in questa fase di assetto di nuovi equilibri che dall’interno corrodono sempre di più le fondamenta democratiche del nostro Paese.

Morti che non noterà nessuno

Il luogo è quello già letto e sentito altre volte. Sentito solo di sfuggita perché si tratta di una di quelle notizie che sfioriamo e ricordiamo solo per assonanza. Borgo Mezzanone. Borgo Mezzanone, nel foggiano, è un buco d’umanità in cui buttiamo i rifiuti che non vogliamo vedere: il ghetto dei braccianti che valgono solo per i chili che riescono a raccogliere o a trasportare.

A Borgo Mezzanone sono stati ritrovati stamattina un uomo e una donna morti probabilmente per le esalazioni provenienti dal braciere che avevano acceso durante la notte per soffiare una tiepidezza utile almeno a non congelarsi. Da queste parti il ristoro non esiste, al massimo è consentito sopravvivere. E anche sopravvivere è un privilegio.

A Borgo Mezzanone però non vive un pugno di braccianti che questo Paese ha dimenticato. A Borgo Mezzanone sono in 1.500, pronti a sparpagliarsi ogni mattina per fare gli schiavi e imbandire le tavole del “Made in Italy” che esportiamo con fierezza nel mondo, sempre attenti a lavarlo dal colore del sangue e dall’odore della fatica senza diritti.

Borgo Mezzanone non è un’eccezione.

Sono 150 i ghetti presenti sul territorio italiano. La prima indagine, voluta dal ministero del lavoro e politiche sociali, in collaborazione con l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, intitolata Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nel settore agroalimentare, li definisce “insediamenti informali”. Ma di fatto sono ghetti, formati da baracche, casolari abbandonati, tende e malmesse roulotte, dove abitano oltre 10mila persone di origine straniera che lavorano nelle campagne. Manodopera fondante il comparto dell’agroalimentare.

150 ghetti, sparsi in 38 comuni, divisi in undici regioni lungo lo Stivale. Presenti per lo più tra Puglia e Sicilia, Calabria e Campania. Foggia, la provincia con il numero maggiore di insediamenti (8 i comuni coinvolti, oltre il 20% del totale), seguita dalla provincia di Trapani (4), Reggio Calabria (3), Andria-Barletta-Trani (2), Caserta (2), Cuneo (2) e Rovigo (2). Realtà dalle dimensioni diverse (gli insediamenti più grandi, quelli che superano il migliaio di persone, sono a Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia, dove si contano 4 mila presenze, e nel gran ghetto di Rignano a San Severo, dove sono oltre 2mila presenze), in cui lo Stato consente che si viva nel totale degrado, senza servizi sanitari e igienici.

Dove mancano interventi finalizzati all’integrazione, la mediazione culturale, l’alfabetizzazione. Dove spesso è presente il caporalato e il lavoro irregolare è all’ordine del giorno. Insediamenti che, nel 41,3% dei casi, hanno carattere stabile e permanente. Basti pensare che undici, tra questi, esistono sul territorio da oltre 20 anni; 16 fino a dieci anni, 21 da sei, 27 da uno a tre anni. Luoghi dove manca lo Stato e dove i morti non li nota nessuno.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del trailer del film One Day One Day di Olmo Parenti sul ghetto di Borgo Mezzanone

Il discorso di Liliana Segre per la ricostituzione della Commissione contro intolleranza e razzismo

Care colleghe, cari colleghi,
quella di oggi è una seduta importante del Senato della Repubblica. Una seduta che ci vede impegnati nella discussione ed approvazione della mozione che istituisce anche per questa legislatura la Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

Abbiamo svolto un lavoro utile e proficuo la scorsa legislatura. Abbiamo approfondito ed analizzato aspetti fondamentali di una delle questioni più importanti e sensibili del nostro tempo: la diffusione dei social media e il rischio, purtroppo sempre incipiente, di favorire la diffusione anche dello hate speech e di campagne mirate alla discriminazione, al pregiudizio, alla diffusione tossica di fake news.

I lavori della Commissione nei mesi scorsi sono andati avanti in modo proficuo e partecipato, con decine di audizioni ed approfondimenti. Si sono infine conclusi con l’approvazione alla unanimità di un Documento che riassume il senso complessivo del nostro lavoro e dà utili indicazioni per l’impostazione dell’attività che resta ancora da fare.
Perché da fare resta ancora molto. Sia a livello di approfondimento dei temi, sia per favorire una nuova produzione legislativa, che si armonizzi con le novità importanti nella normativa europea, che noi abbiamo sempre seguito e sostenuto con particolare attenzione.

Nel luglio scorso, il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza la nuova legge sui servizi digitali (Dsa) e la legge sui mercati digitali (Dma), leggi che affrontano gli effetti sociali ed economici del settore tecnologico, in sostanza delle grandi piattaforme social, stabilendo regole chiare per le modalità di funzionamento e di fornitura dei servizi.

Tutte questioni evidentemente di rilevante valore economico, ma anche valoriale, da cui ne va della qualità della nostra vita civile e quindi delle nostre democrazie. Non a caso da alcuni anni si è cominciato a parlare di “algoretica” cioè di etica degli algoritmi; il fine di questo nuovo campo di ricerca è proprio contribuire a regolare l’attività delle grandi piattaforme social sulla base di valori e diritti irrinunciabili per tutti i cittadini e le cittadine dell’Unione europea, ma poi ovviamente per tutti gli esseri umani.

Ma dunque la mozione che oggi siamo chiamati a discutere ed approvare riguarda questioni cruciali come la libertà di espressione e la tutela della dignità della persona; due esigenze che, come numerose audizioni svolte la scorsa legislatura ci hanno ricordato, non sono alternative ma complementari. Perché certo non ci può essere libertà di espressione senza rispetto dell’altro, della libertà altrui di essere e di esprimere la propria personalità in un ambiente, virtuale e reale, libero da aggressioni e discriminazioni. Libertà e dignità, insieme.

A partire da questi punti fermi politici, documentali e di civiltà dobbiamo immaginare la ripresa dei lavori della Commissione antidiscriminazioni anche in questa legislatura.
La nostra bussola dovrà essere come sempre la Costituzione repubblicana, che proprio in questo gennaio 2023 celebra il 75° anniversario dell’entrata in vigore.

Anche stavolta infatti il lavoro di scavo e conoscenza in materia di discorsi d’odio dovrà svolgersi recuperando in pieno lo spirito e i valori della nostra Carta fondamentale, ma con l’impegno anche ad attuarla, a promuovere leggi d’inclusione, ad estendere diritti sociali e civili.

Tutto questo però avendo sempre chiara consapevolezza, in quanto parlamentari e rappresentanti della Nazione, che esiste anche un nesso tra malessere sociale e utilizzo dei discorsi d’odio. E che si tratta di qualcosa che impatta direttamente sul senso e sul lavoro di una Commissione come quella che ci accingiamo a votare.

In questi mesi di passaggio dalla XVIII alla XIX legislatura sono accadute cose importanti con riferimento ai temi d’interesse della Commissione. E sono accadute su scala generale, internazionale. C’è stata infatti negli ultimi mesi del 2022 una grave crisi dell’universo dei social, del sistema cioè che ha cambiato il nostro modo di comunicare, informarci, comprare, vendere, garantire la sicurezza e la privacy. Ebbene in questo mondo ci sono state decine di migliaia di licenziamenti di lavoratori e manager, un processo di crisi che ha investito media quali Meta e Twitter, ma anche realtà globali come Amazon o Uber. Si tratta di una crisi seria, profonda, preoccupante. Se non certo la fine dei social media e della diffusione online, come qualcuno ha detto, sicuramente un passaggio cui guardare con attenzione e senso di responsabilità.

Tutto questo dovrà necessariamente riguardare anche la Commissione che ci accingiamo a ricostituire. Perché il fatto che le grandi piattaforme vivano un periodo di difficoltà e cambiamento ha effetti diretti sui milioni di messaggi che circolano in rete, sulla loro quantità e anche però qualità. I discorsi d’odio infatti conoscono sempre un’impennata nei momenti di crisi. Di crisi economica e sociale, interna e internazionale. In questi periodi infatti la crescita delle tensioni e del risentimento può spingere le piattaforme a una minore attenzione all’opera di contrasto di forme di discorso d’odio che comunque attirano e trattengono utenti.

Analizzare dunque lo status dei maggiori media ed i rischi connessi al fatto che le grandi piattaforme possano venire meno ai doveri di contrasto e rimozione tempestiva dei discorsi d’odio dovrà essere uno dei campiti, io credo, della nuova stagione di lavori della Commissione antidiscriminazioni.

Per questo insieme di ragioni, che definirei di natura strategica, credo che sia utile e opportuno ricostituire anche nella XIX legislatura la Commissione anti-discriminazioni.

Care colleghe e cari colleghi, dalla mozione che ci troviamo ad approvare conoscete tutti i particolari per la costituzione della Commissione e per la migliore organizzazione dei lavori. Quello che tengo a dire alla fine di questo mio breve intervento è che considero ancora oggi, come quattro anni fa, di grande momento le ragioni a sostegno di una Commissione per la lotta ai discorsi d’odio e ad ogni forma di discriminazione.

Nella mia veste di Presidente della Commissione della scorsa legislatura mi sono battuta perché i lavori avessero una conclusione unitaria e condivisa e che il documento finale fosse approvato all’unanimità. Quel risultato alla fine fu raggiunto e quello spirito mi auguro vivamente venga recuperato oggi.

È di grande significato infine che questa nostra votazione si tenga nell’imminenza del prossimo 27 gennaio, Giorno della memoria. Molto più infatti di tante celebrazioni che rischiano di apparire rituali, la ricostituzione di una Commissione che accoglie nel suo stesso statuto i valori della difesa della dignità delle persone e della promozione del rispetto delle minoranze, attraverso la concreta prevenzione delle campagne di odio e pregiudizio, rappresenta un segnale importante e positivo. L’approvazione della nostra Commissione sarà così il modo migliore per onorare il Giorno della memoria.

* In alto, un frame della diretta video della seduta del Senato del 19 gennaio 2023

Quel rapporto Italia-Grecia che infrange la legge da un quarto di secolo

Un rapporto congiunto di diversi media investigativi in ​​Europa ha rilevato che alcune persone che arrivano in Italia dalla Grecia nella speranza di presentarsi come richiedenti asilo vengono detenute in stanze buie negli scafi delle navi passeggeri e rispedite in Grecia. Vedrete che non ne parlerà quasi nessuno.

La detenzione illegale può durare a volte più di un giorno e, secondo quanto riferito, viene usata anche nei confronti di bambini e minori. In alcuni casi si scopre che rifugiati e migranti siano stati persino ammanettati. Tra le persone colpite negli ultimi 12 mesi c’erano decine di richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq.

Lighthouse Reports , un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di giornalismo investigativo afferma che «… alle persone che rischiano la vita nascondendosi sui traghetti diretti ai porti adriatici italiani di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi nella speranza di chiedere asilo viene negato l’opportunità di farlo». «Invece, vengono trattenuti al porto prima di essere rinchiusi sulle navi su cui sono arrivati ​​e rispediti in Grecia», sottolinea l’organizzazione. I dati forniti dalle autorità greche mostrano che negli ultimi due anni almeno 157 persone sono state rimpatriate dall’Italia alla Grecia in questo modo, mentre si pensa che più di 70 abbiano subito la stessa sorte nel 2020. Tuttavia quasi tutti sono d’accordo che questi siano solo i numeri ufficiali.

I luoghi di detenzione illegale (fonte Lighthouse Reports)

Le navi, insomma, diventano prigioni non ufficiali in cui avvengono detenzioni illegittime sulla base di un accordo bilaterale tra Italia e Grecia fin dal 1999. Secondo l’accordo l’Italia è legalmente autorizzata a rimpatriare nel Paese i migranti privi di documenti arrivati ​​dalla Grecia. Tuttavia, secondo i principi dell’accordo, i richiedenti asilo sono esclusi e dovrebbero essere autorizzati a presentare la loro domanda e farla esaminare. L’Italia ha ripetutamente violato questa disposizione, portando a un contenzioso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) quasi dieci anni fa: nel 2014, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già stabilito che questo tipo di rimpatrio dei richiedenti asilo in Grecia fosse illegittimo. Ma l’Italia ha continuato.

Un uomo illegalmente detenuto (fonte: Lighthouse Reports)

Un richiedente asilo dall’Afghanistan racconta di essere stato rinchiuso in «una stanza lunga due metri e larga 1,2 metri». «Hai solo una bottiglietta d’acqua e niente cibo […] Abbiamo dovuto rimanere in quella piccola stanza all’interno della nave e accettare le difficoltà», ha detto ai giornalisti. Dana Schmalz, Senior Research Fellow in Refugee Law presso il Max Planck Institute for Comparative Public Law and International Law, ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP che l’inchiesta ha mostrato «una sistemazione chiaramente disumana» dei migranti a bordo delle navi sottolineando come questa pratica violi «sia il diritto dell’Ue che i requisiti della Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Buon venerdì.

Nella foto: una immagine dall’inchiesta Lighthouse Reports 

Mašen’ka, il romanzo acerbo e più intimo di Nabokov

Nel 1926, a Berlino, un ventisettenne Nabokov, dopo aver pubblicato un buon numero di racconti e raccolte poetiche, dà alle stampe Mašen’ka, il suo romanzo d’esordio. Dopo cinquant’anni esatti dalla prima traduzione italiana con titolo Maria, per i tipi di Mondadori, ripescato dal dimenticatoio dove era rimasto relegato a lungo, quel romanzo torna in libreria grazie alla nuova traduzione di Franca Pece, per Adelphi.
Il romanzo ha come scenario una modesta pensione di Berlino, scossa dal frequente sferragliare dei treni della vicina stazione; in essa alloggia un microcosmo formato da alcuni russi espatriati dalla madrepatria e a essa legati da una nostalgia più o meno confessata. Nella pensione, i ricordi della patria si aggirano come fantasmi sulle gambe degli alloggianti, brandelli di passato si sovrappongono a un presente altrimenti privo di movimento e significato. La nostalgia e l’attesa di qualche cosa di risolutivo sono le vere protagoniste: c’è chi attende il visto sul passaporto, buono a lasciare la Germania per Parigi, c’è chi attende l’occasione per manifestare i propri sentimenti, ci sono due artisti in attesa di un ingaggio, e c’è chi, in questa continua tensione fra il passato e il futuro, attende Mašen’ka, la donna che presta il proprio nome al romanzo, costantemente presente attraverso la sua assenza, oggetto di una attesa piena di trepidazione.
Quella Berlino, tappa intermedia per migranti della Russia bolscevica diretti altrove, in cui Ganin passeggia, è la medesima in cui passeggiava Nabokov, ed è la stessa città dalla luce sospesa e caliginosa che aveva già fatto da sfondo ad altri suoi racconti. Una sera, in un cinema, Ganin assiste a una proiezione in cui con somma sorpresa riconosce se stesso, impegnato nella parte di comparsa in una narrazione di cui lui, come tutti gli altri figuranti presi a vendere «la propria ombra», sapeva poco o nulla. Nell’inaspettato incontro del proprio Doppelgänger, Ganin ha una volta di più la percezione di Berlino come di uno scenario teatrale di illusioni su cui si stagliano vite spettrali e inquiete.

Così anche nella pensione in cui alloggia, microcosmo rispecchiante la grande città tedesca, i sette inquilini gli sembrano ombre in pena, e l’esistenza è «una ripresa cinematografica in cui delle comparse distratte ignorano tutto del film al quale partecipano».
Fino a che l’inquieta sospensione in cui tutta Berlino galleggia viene spezzata dall’annuncio dell’imminente arrivo della moglie di uno dei pensionanti, la cui foto, esibita con orgoglio dal marito, fa riaffiorare alla memoria del protagonista i più dolci ricordi della vita in Russia: lui conosce quella donna, con lei ha vissuto il sentimento d’amore più intenso e vero della sua vita, e ora quel volto appartenente al suo passato «giaceva nella scrivania di un altro». I giorni trascorsi a rincorrersi in campagna e a Pietroburgo prendono a proiettare, allora, la loro tinta rosea sul presente, intrecciandosi con la vita presente e ridonandole una parvenza di nuovo significato.
Attesa e nostalgia ora hanno un volto, la cui presenza assente ricuce l’intero panorama biografico di Ganin, attraendone i movimenti e le azioni come il punto di fuga di una nuova prospettiva. Con determinato cinismo, appartenente a quel mondo spettrale che è Berlino, mette fine alla relazione affettiva in corso, e poi si libera risolutamente di quella sua personalità apatica e scostante, per ridiventare il dolce ragazzo che era stato una decina di anni prima, nelle campagne russe.
«La nota propensione dei principianti a violare la propria vita privata inserendo se stessi, o un sostituto, nel loro primo romanzo – si legge nell’introduzione dell’autore – è dettata, più che dall’attrattiva di un tema già pronto, dal sollievo di sbarazzarsi di sé prima di passare a cose migliori». E davvero in

Mašen’ka ritroviamo frammenti tratti dalla biografia dello stesso Nabokov, adornati con l’arte dell’incanto, tratto che lo stesso Nabokov nelle sue lezioni americane elegge a precipuo per il narratore. Mašen’ka è un romanzo sospeso tra il ricordo nostalgico e l’amaro timore che il tempo dell’infanzia e della giovinezza sia per sempre «finito, spazzato via, distrutto». Mašen’ka è per Ganin il primo grande amore, quello che fu Tamara (nome fittizio per parlare di Valentina Šul’gin) per Nabokov: un amore inghiottito dai turbinii della Rivoluzione, che rendono difficile anche la sola corrispondenza, e «c’era qualcosa di commovente e di meraviglioso nel modo in cui le loro lettere riuscivano ad attraversare la terribile Russia di allora, come bianche farfalle cavolaie in volo sopra le trincee». I viali di Berlino attraversati da Ganin sono gli stessi attraversati da Nabokov; l’Oredež è un dolce ricordo per Ganin come per Nabokov. Un romanzo certo acerbo per stessa ammissione dell’autore, eppure così intimo da contenere estratti di realtà più veri e inebrianti di quanto non saranno le rigorose narrazioni contenute nell’autobiografia stilata decenni dopo da Nabokov.

In apertura, immagine di Walter Mori (Mondadori Publishers), public domain

Dante fondatore del pensiero di destra? Quante fandonie

Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ha detto di recente che Dante è «il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese». Non sorprende, dato che spesso la politica prende la via della polemica, che questa affermazione, nata per polemizzare, sia finita al centro di un dibattito che si è sforzato di verificare o falsificare se davvero «quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali che troviamo in Dante Alighieri, ma anche la sua costruzione politica che è in saggi diversi dalla Divina Commedia, sia profondamente di destra».

Come si è sottolineato da più parti, è assurdo misurare con parametri contemporanei la visione politica di Dante, che non prevedeva categorie come la destra o la sinistra, ma ne aveva storicamente altre: i conflitti che contavano per lui erano quelli tra Guelfi e Ghibellini, tra Guelfi Bianchi e Neri, tra Chiesa ed Impero, tra monarchie come quella Angioina e quella Aragonese a cui guardava con mai celato sospetto. Tutte categorie che hanno in comune con quelle moderne di destra e di sinistra forse solo l’altrettanto spiccata fluidità nella pratica politica.

È forse più utile, dunque, e sicuramente più corretto dal punto di vista che accomuna chi scrive, riflettere su altre categorie, oltre «la visione dell’umano e la costruzione politica di Dante», per chiedersi se davvero lo si possa usare per articolare un “pensiero di destra” o di sinistra, guardando più direttamente alla categoria che è più propria a un intellettuale-poeta, cioè a qualcuno che ragiona sempre, anche quando fa politica, in termini di linguaggio.

Chi scrive poesia, in fondo, pensa al mondo sempre in termini di linguaggio. E sul linguaggio, su che cosa sia e a che cosa serva la lingua che parliamo e che scriviamo, ci sono idee di lungo periodo che possono, quelle sì, essere considerate di destra o di sinistra. Non è un caso, infatti, che spesso chi ha eletto Dante a nume tutelare di un pensiero di destra, facendone il campione di una visione individualista e nazionalista dell’esistenza, lo abbia fatto associandogli il titolo di padre della lingua italiana e profeta della patria – la Nazione con la lettera maiuscola che si trova nelle parole del ministro Sangiuliano.
Eleggere Dante al ruolo di padre della lingua italiana è una prassi non nuova nella destra nazionale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ad esempio, da deputata di opposizione proprio in occasione del Dantedì celebrato il 25 marzo 2021, aveva affidato a un video pubblicato su Facebook un messaggio che conteneva la netta rivendicazione di Dante come «autenticamente nostro, autenticamente italiano, autenticamente cristiano». Per l’attuale premier già allora Dante era «il padre della nostra identità» e questa identità si definisce per lei immediatamente su base linguistica. La “nostra” identità, continuava il messaggio, è «un’identità che noi vogliamo difendere a partire dalla nostra lingua».

A rafforzare il nesso tra identità nazionale e lingua veniva, infatti, menzionata nello stesso messaggio la proposta da parte di Fratelli d’Italia sia di una legge costituzionale sia di una mozione volte a riconoscere l’italiano come lingua ufficiale della nazione, e dunque a stipularne l’utilizzo esclusivo «negli atti del Parlamento, della pubblica amministrazione e degli enti locali». Esisterebbe, dunque, un’identità italiana, mono-linguistica e cristiana che si ritroverebbe in Dante, un’identità da recuperare correggendo i presunti errori commessi da lettori e lettrici del nostro tempo.

Rivendicare l’italianità di Dante, insistendo sull’idea che egli sia autenticamente “nostro”, è funzionale a una strategia di esclusione, questa sì marcatamente di Destra, che rifiuta di considerare valida una lettura delle sue opere in ogni altro contesto culturale che non sia quello italiano e che si sforza di tenere il mondo fuori da Dante e Dante fuori dal mondo. La rivendicazione di Dante come “nostro” è in realtà il frutto di un doppio anacronismo. Da un lato è un modo di negare in via di principio quanto è in realtà accaduto per la Commedia, la cui vitalità in un contesto internazionale è innegabile: le opere di Dante sono oggetto di insegnamento fuori dall’Italia, di continue traduzioni in una vasta gamma di lingue, e di sempre nuove pratiche di adozione e riuso artistico globali. Dall’altro lato, parlare di italianità per Dante implica l’illusione che niente sia cambiato nei sette secoli che ci separano dalla morte di Dante e che, anzi, la tanto vantata sua autenticità culturale si possa trovare proiettando il paradigma monolinguistico dello Stato nazionale moderno sulla situazione tardo medievale di quell’area geografica che adesso si chiama Italia, sia travisandone la natura sia retrodatandolo di più di cinque secoli.

Quando ci si avvicini alla questione della lingua in Dante con occhi non accecati dall’amor patrio, ci rendiamo conto di quanto poco nazionalista o localista fosse il poeta della Commedia nelle sue prese di posizione. Già nel De vulgari eloquentia, Dante aveva rivendicato un’identità cosmopolita, scrivendo: Nos autem cui mundus est patria velut piscibus equor. Come il mare per i pesci, così per me la mia patria e il mondo. Non contento, Dante aveva attaccato con un sarcasmo spietato, che anticipa quello della Commedia contro ogni campanilismo politico e culturale, tutti coloro che pensano che la loro lingua sia la stessa parlata da Adamo. Per lui questo errore di prospettiva, che impedisce di immaginare che esistano lingue diverse (Dante dice anche più nobili e più dolci) di quella con cui siamo nati, equivale alla miopia di coloro che, vivendo lì, pensano che il mondo inizi e finisca a Pietramala. Lo scherno con cui ipotizza che una frazione fuori Firenze viva in un’insularità così estrema da illudersi che il proprio idioletto sia il migliore che possa esistere è un meraviglioso antidoto, tutto dantesco, ad ogni politica basata su di un’astratta purezza linguistica e una restrittiva identità nazionale.

Anche in un momento di accentramento linguistico come quello che sembra emergere nel primo libro del De vulgari eloquentia, quando Dante rintraccia nella corte di Federico II e Manfredi le origini della tradizione poetica a cui dichiara di appartenere, l’italianità del volgare sovramunicipale che il trattato si sforza di definire è bilanciata dalla natura particolarmente multietnica e multiculturale di quel contesto politico. Se è vero che al centro della corte si trovano i due monarchi, degli illustres heroes che sanno coltivare nobiltà e rettitudine, non vivendo come bruti, ma seguendo virtù e conoscenza («humana secuti … brutalia dedignantes»), è anche chiaro che il prodotto della loro politica culturale non nasce dall’italianità dei soggetti che vi aderiscono. Casomai, la produce. «Coloro che erano nobili d’animo e ricchi di grazie si sforzavano», scrive Dante, «di associarsi alla grandezza di quei monarchi. Così avvenne che tutto ciò che in quel tempo veniva prodotto dai più eccellenti individui tra gli italiani, veniva alla luce in quella corte». È importante notare che gli individui che vengono attratti dai regnanti di Sicilia non sono chiamati “italiani” immediatamente: di loro si dice solo che sono tutti coloro che hanno cuori nobili e virtuosi; è solo dopo essere venuti a corte e aver prodotto le loro opere che vengono definiti «excellentes animi Latinorum». È un processo di acculturazione, questo, che rispecchia la natura multi-linguistica e multi religiosa della corte federiciana. Questo modello di società aperta, che ispira intellettuali di diversa formazione ad attraversare confini geografici e linguistici e collaborare nella creazione di cultura è esattamente quanto il pensiero della Destra si preclude costituzionalmente, quando insiste su di una definizione restrittiva dell’autenticità culturale. Parole come quelle dell’onorevole Meloni tendono infatti a rigettare la mescolanza linguistica che non è solo al cuore della poesia di Dante, ma anche, più in generale, della cultura in volgare nell’Italia medievale.

Di fronte all’insistenza che Dante sia “autenticamente” italiano per la lingua che usa, infine, è importante ricordare quanto ibrido e poliglotta sia in realtà il poema che ha scritto. Lo si può fare concentrandosi sui quei momenti di alterità linguistica e culturale che suggeriscono quanto Dante sia pronto a mescolare lingue diverse e valutare quanto questa pratica di ibridazione sia in linea con una prospettiva globale sul medioevo. Alla fine di Purgatorio 26, ad esempio, quando assegna al trovatore Arnaut Daniel otto versi in provenzale, Dante non solo dà voce a una tradizione lirica non toscana, ma si spinge fino a creare un neologismo in quella lingua, il termine “escalina”. Non diversamente, ma con un oltranzismo linguistico ancora più spiccato, all’inizio di Paradiso 7, Dante mescola ebraico, latino e italiano e, anche in quel caso, crea un neologismo in una lingua che, in teoria, non gli apparterrebbe: il participio ‘superillustrans’. Siamo, insomma, davvero troppo abituati a pensare a Dante come un padre fondatore di una tradizione letteraria e linguistica, ma quella tradizione è più variegata e complessa di quanto si tenda a farci credere.

Sarebbe un errore ritenere che questi momenti di ibridazione linguistica, che sono certamente localizzati nel tessuto linguistico della Commedia, siano un’eccezione o un’incoerenza nel pensiero linguistico di Dante. Per tutto il poema ci sono segnali che Dante considera la lingua che nel suo testo ha scelto come strumento di comunicazione un aspetto contingente e in nessun modo essenziale al messaggio che veicola. Basta guardare a tre canti che portano lo stesso numero nel poema, i Canti XXVI, per rendersi conto che quando Dante parla di lingua nostra, ha in mente un paradigma più vasto e più articolato di quanto appaia. Nel ventiseiesimo dell’Inferno, dove va in scena l’impossibile dialogo tra un personaggio come Ulisse, a cui Dante assegna un’identità linguistica ben definita (lui e Diomede “fuor greci”), e il protagonista che vari dannati hanno riconosciuto già più di una volta come fiorentino, Virgilio si offre come interprete linguistico prima ancora che culturale. Non possiamo leggere quell’episodio senza percepire sullo sfondo i continui scarti tra le tre lingue della poesia epica, che esiste allo stesso tempo e nello stesso spazio in greco, latino e volgare – un volgare che Dante non esita ad attribuire anche a Virgilio, dandogli nell’attacco del canto successivo una battuta in vernacolo lombardo: «Istra ten va, più non ti adizzo».

Nel ventiseiesimo del Paradiso, tornando ancora sulla questione della lingua, Dante fa i conti con l’idea che possa esistere un idioma migliore degli altri, una lingua che abbia uno statuto che va oltre la semplice contingenza, che sia naturalmente stabile, sempre uguale a se stessa, e mette in evidenza l’assurdità di ogni tentativo di fermare la sua naturale metamorfosi. Lo fa chiamando in causa nientemeno che il primo parlante, Adamo, che confessa che la lingua da lui fabbricata si esaurì completamente e naturalmente, prima ancora che fosse comminata al genere umano la punizione divina per la Torre di Babele. Al centro di questo trittico linguistico, infine, Dante mette l’episodio di Arnaut Daniel, in cui non solo decide di scrivere direttamente in provenzale, cioè in una lingua che, per i parametri della Destra di oggi, non sarebbe la sua, ma insiste anche sul fatto che quella alterità linguistica non è in nessun modo un impedimento alla comunicazione.

Anzi, come avrebbe detto Walter Benjamin, la comunicazione più riuscita è quella che si basa sul desiderio intrinseco a tutte le lingue di comunicare, un desiderio che nell’attività di traduzione si manifesta nella sua forma più pura come volontà reciproca di comunicare tra i parlanti. La Commedia si presenta, insomma, come testo costituzionalmente basato su di un dialogo tra le lingue, un’opera che aspira sempre ad essere aperta alla traduzione.
Non è, questa, certo una scoperta nostra. Il potenziale messaggio cosmopolita della Commedia lo aveva avvertito perfettamente già Primo Levi, quando, in Se questo è un uomo, aveva usato proprio Dante e proprio il Canto di Ulisse per rivendicare, in un momento di parziale libertà strappato alla violenza sistematica del Lager, la condivisa umanità con il compagno di prigionia Jean. Ed è proprio nel contesto di uno scambio tra parlanti di lingue diverse, un dialogo motivato dal desiderio di uno di loro di allargare il proprio orizzonte linguistico imparando una lingua nuova, che la lezione di Primo su cosa significhi essere esseri umani si svolge passando continuamente da una lingua all’altra, dando corpo perfettamente, attraverso la definizione più inclusiva immaginabile, all’espressione di Dante: lingua nostra.

Dantista, autore di numerosi saggi, Simone Marchesi insegna all’Università di Princeton. A sua volta studioso di Dante, Akash Kumar insegna all’Università della California, a Berkeley

Immagine di apertura: Dante, di Luca Signorelli – Opera propria Georges Jansoone (JoJan), 2008