Home Blog Pagina 267

#ItalyChurchToo: Così l’Opus dei giustifica l’abuso di potere e “protegge” coloro che lo esercitano

Un’operazione di facciata che aggrava il sistema degli abusi di potere e psicologici all’interno dell’Opus dei. Così il coordinamento #ItalyChurchToo (di cui Left fa parte) definisce la “Settimana di Studio sull’accompagnamento spirituale nei movimenti e nuove comunità” organizzata dalla Pontificia Università della Santa Croce dal 30 gennaio al 3 febbraio. “Aiutare la crescita umana e soprannaturale” è il sottotitolo e l’evento è promosso e governato dalla Prelatura della Santa Croce (Pusc) e Opus dei, a cui è affidato l’indirizzo e la pianificazione delle attività formative accademiche.

#ItalyChurchToo (#Ict) spiega in una nota i motivi della sua denuncia. Ricordando i primis che sono numerosi i casi di abuso di potere, abuso di coscienza e abuso spirituale emersi all’interno della Prelatura, a carico di chierici e di laici celibi con incarichi di formazione e di governo (numerari e aggregati). Dalle testimonianze dei sopravvissuti – si legge nella nota – emerge che sono la stessa struttura organizzativa e il contenuto della formazione, unite a una prassi consolidata, il veicolo di una cultura abusante, che si concreta in princìpi e condotte che violano la dignità della persona (si consiglia a tal proposito la lettura del libro di Emanuela Provera Dentro l’opus dei. Come funziona la milizia di Dio, Chiarelettere). 

#Ict ricorda inoltre che molti dei casi di abuso sono stati già denunciati alle autorità ecclesiastiche e/o alle autorità civili, e i procedimenti relativi si sono conclusi con una condanna o sono ancora in corso di causa (cfr. denuncia della prelatura dell’Opus Dei da parte di 43 numerarie ausiliari davanti al Vaticano e alla Congregazione per la dottrina della fede, settembre 2021), mentre molti altri sono stati oggetto di una denuncia “interna”, dinanzi alle autorità interne della prelatura, quali i vicari regionali o delle circoscrizioni territoriali, se non direttamente dinanzi al prelato o al suo vicario ausiliare.

Le vittime di questi abusi – denuncia Ict – sono rimasti sostanzialmente privi di ascolto o, dopo essere stati sentiti solo formalmente, non hanno ottenuto alcuna risposta, abbandonati e rifiutati dall’istituzione al punto da essere indotti a lasciarla, spesso perdendo la fede, l’orientamento vitale e in molti casi giungendo alla malattia mentale e al suicidio; inoltre le stesse autorità a cui le vittime si sono rivolte hanno esercitato in questo modo un ulteriore abuso di potere e di coscienza, forzando un’interpretazione dei fatti accaduti sempre volta a scagionare i colpevoli degli atti abusanti e, in fin dei conti, l’istituzione stessa. Non si può ritenere che si tratti di casi singoli e isolati o sporadici, ma di un abuso sistematico e sistemico, chiosa #Ict.

L’Opus dei – prosegue la nota di denuncia – si è da sempre riferita al rapporto tra chierico e laico, o tra laico in posizione di autorità e laico comune, non con il termine “accompagnamento” ma “direzione spirituale”, ritenendo quest’ultima un suo carisma peculiare. In questa è evidente il carattere asimmetrico della relazione e l’autorità in capo a chi la dirige, con conseguente soggezione del destinatario  – che non può nemmeno scegliere il proprio “direttore spirituale”, ma solo subire la scelta imposta dal governo come espressione della volontà di Dio – in un ambito in cui la libertà della persona dovrebbe essere sacra. Anche all’interno dei movimenti e delle comunità che parlano di “accompagnamento”, si sono verificati ugualmente gravi abusi perché l’espressione citata è stata nella pratica completamente svuotata di significato.

È questo il caso del Movimento dei focolari, dove l’accompagnamento disegnato da Chiara Lubich prevede la violazione della coscienza e della libertà della persona attraverso il controllo dell’autorità spirituale laica nel “colloquio privato” (v. articolo su Left “Focolarini, la fabbrica del plagio”. A tal proposito, uno degli argomenti in discussione all’evento riguarda la “distinzione di ruoli fra autorità e accompagnamento spirituale”. È risaputo, per chi ha esperienza della prassi della prelatura e delle comunità simili, che la distinzione non esiste nella vita concreta dei membri di queste organizzazioni. Un chierico  (o il laico incaricato) ha contemporaneamente un ruolo di governo nell’ambito di una circoscrizione e un ruolo di direttore spirituale verso i fedeli della stessa circoscrizione. Ciò che accade normalmente è che ogni membro è tenuto a condividere la sua intimità con il direttore spirituale e che le informazioni che dà sono usate dal governo per esercitare il controllo sui fedeli. 

Ict osserva che alla “Settimana di studio” sono stati invitati, in qualità di esperti dell’“accompagnamento spirituale”, rappresentanti di movimenti recentemente oggetto di commissariamento da parte del Vaticano a motivo della confusione tra foro interno e foro esterno, e che sono tuttora sotto osservazione. È evidente che, per risolvere i casi di abuso e violenza nella Chiesa cattolica, è necessario un organismo terzo. Invece il quadro attuale presenta iniziative sugli abusi organizzate dagli stessi responsabili degli abusi. Se ne prende atto con rinnovato scandalo. Tutto quanto rappresentato si svolge alla presenza e con il plauso del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, nella persona del card. Kevin Joseph Farrell. Ciò significa inequivocabilmente che il Dicastero giustifica l’abuso di potere e coloro che l’hanno esercitato.

Alla luce di questi fatti, il coordinamento #ItalyChurchToo intende evidenziare e sottoporre all’attenzione dell’opinione pubblica che la settimana di studio in questione è semplicemente finalizzata a una mera operazione di facciata a beneficio dell’immagine esterna della prelatura e delle realtà a essa assimilabili, con la complicità delle autorità ecclesiastiche che vi partecipano, già sollecitate senza successo dalle vittime a intervenire per la giustizia, e quindi ben consapevoli degli abusi perpetrati all’interno. 

#ItalyChurchToo si fa portavoce dell’indignazione e dell’ulteriore dolore provocato alle vittime da operazioni di questo genere, che non fanno che reiterare gravissimi abusi di coscienza.

PRIME ADESIONI:

Laboratorio Re-in-surrezione (rete di persone appartenenti a Donne per la Chiesa – Oss. Interreligioso sulle violenze contro le donne – OIVD)
Organizzazione Ex Focolari – OREF
Rete L’Abuso
Comitato PROMETEO – Tutela dagli abusi nella Chiesa
Marida Nicolaci,  Palermo
Giulia Lo Porto, Palermo
Lucia Gimenez, Argentina
Nelida Ruiz Diaz, Argentina
Claudia Encina, Argentina
Ascensión Bonet, España
Elísa Carmona, Argentina
Elida  Torancio, Argentina
Susana Viero, Argentina
Anne Marie Allen, Irlanda
Elvira Garayoa, Argentina
María Laura Carnelli, Argentina
Amada beatriz delgado. Argentina
Evangelina Rosana Vaccon, Argentina
Mònica I. Espinosa Rojas, Bolivia
Agustina López de los Mozos Muñoz, España
María Asunción Mayor Civit,
Maria Magdalena Garcia-Mansilla, Argentina
Isabel Dondo, Argentina
Josefina Sorbello, Paraguay
Juliana Olivera, Argentina
Carlos Robledo, Paraguay
Juliana Sosa, Paraguay
Blanca Martinez, Paraguay
Silvina Cecerone, Argentina
Maria Elisa Cardozo, Argentina
Paola Cardozo, Argentina
Maria Elena Herrera, Argentina
Estela Gonzalez, Argentina
Graciela Iribarren, Argentina
Sandra Carmona, Argentina
Maria Jose Carmona, Argentina
Lucia Donardo, Argentina
Alicia Barillas, El Salvador
Graciela Roldan, Argentina
Zunilda Cuellar, Paraguay
Mariza Araujo, Paraguay
Laura Bonzi, Paraguay
Gabriela Petrone, Argentina
Susana Martínez, Argentina
Susana Irene Lencina, Argentina
Gianfranco Mazzanti, Canada
Maria Dominga Godoy, Canada
Manuel González, España
Raquel Consigli, Argentina
Gladys Norma Martínez, Argentina
Jose Grassi, Argentina
Reina Zulema Acosta, Argentina
Susana Martínez
Laura Mariza Araujo, Paraguay
Jara Benítez, Paraguay
Monica Espinoza, Bolivia
Beatriz Espinoza, Bolivia
Claudia del Carmen Carrero
Esteban Larrea, Ecuador
Eileen Jhonson, Scotland
Carmen Charo Pérez de San Román, España
Angel Valdez, Guatemala
Sergio Dubrosky, Argentina
Sebastián Sal Capuano, Argentina
Marisa Cardozo, Argentina
Salomeja Fernández Montojo, Lituania
Gisela  Lutterbach, Alemania
Estela Mary  Martinez, Argentina
Carmen Fernandez Pereira, Paraguay
Antonio Moya Somolinos, España
Sandra Matide Ibáñez, Paraguay
Elena Longo, Italia

In Gran Bretagna vietate le immagini “positive” dei migranti

Per Melting Pot Fabrizio Urettini racconta ciò che sta avvenendo in Gran Bretagna e di cui qui in Italia nessuno si degna di dare notizia. Con un emendamento al disegno di legge in approvazione nel Regno Unito (l’Online Safety Act, nato per la tutela dei minori online) si vuole allargare il divieto di diffusione di contenuti pedo-pornografici, di terrorismo e anche alle immagini che in qualche modo mettono sotto una “luce positiva” le persone migranti.

Scrive Urettini: «Il nuovo Safety Bill inglese segna, a nostro avviso, un salto di qualità in quell’intreccio fra logica criminalizzante ed efficientismo amministrativo nel perseguire quello che sembra essere diventato l’obiettivo principale delle politiche migratorie di molti paesi occidentali, ossia l’esclusione delle persone in movimento qualificate come indesiderabili. Un processo di criminalizzazione che non solo investe le misure politiche e normative in tema di immigrazione, ma che ora rischia di diventare anche processo mediatico verso l’affermazione di un nuovo diritto penale della sicurezza che, deviato da una connotazione di stampo proibizionistico e preventivo, divora tutti i principi dello Stato di diritto».

Si tratta, di fondo, della stessa stupida teoria che circola dalle nostre parti secondo cui il mondo sarebbe abitato da gente immobile che non si deve vedere mentre tenta di raggiungere salvezza. Ha lo stesso retrogusto amaro della battaglia per liberare il Mar Mediterraneo dalla presenza delle Ong che non solo si permettono di “salvare” ma anche quotidianamente di testimoniare l’attività criminale dell’Unione europea e della cosiddetta Guardia costiera libica. Sono le stesse immagini che in molti vorrebbero sotterrare insieme alle vittime della rotta balcanica.

Urettini, che di professione è art director, lancia un appello: «Coscienti che la deriva securitaria del nuovo Safety Bill, e parola non poteva essere così inappropriata, comporta un pericoloso precedente giuridico da parte di una democrazia matura come quella inglese il cui sistema giuridico viene citato a modello da diversi paesi europei ed extraeuropei, abbiamo deciso di lanciare una “call for artist” chiedendo ad amici e colleghi designer, artisti e fotografi di sede nel Regno Unito e che, come noi, si riconoscono in questa nuova dimensione culturale e spaziale di inviarci un’opera per stimolare un dibattito e chiedere coralmente che l’emendamento venga ritirato».

Ne aggiungiamo un altro: coscienti della deriva securitaria della politica italiana avvisiamo i partiti sedicenti solidali che presto questa insidia legislativa si presenterà anche da noi.

Buon lunedì.

Nella foto: frame dal trailer del docufilm di Vanessa Redgrave Sea Sorrow (2017) sui rifugiati che arrivano in Europa e sugli attivisti britannici per i diritti umani

“Life Is (Not) A Game”: la street art di Laika è un manifesto politico

Life Is (Not) A Game, docufilm diretto dall’esordiente Antonio Valerio Spera, presentato in occasione della Festa del cinema di Roma 2022 e in sala dal 2 febbraio, racconta la street artist romana Laika, che con i suoi poster provocatori è riuscita ad attirare l’attenzione su di sé, sia a livello nazionale che internazionale.
Di Laika non conosciamo il volto e il nome anagrafico, ma sappiamo che il suo pseudonimo rende omaggio al primo essere vivente giunto nello spazio, la cagnolina Laika, nata nel 1954. Una firma che grida a gran voce l’intenzione di non volersi porre dei limiti e voler volare oltre. La maschera bianca che indossa la street artist le garantisce l’anonimato, anche per questo è stata definita la “Banksy italiana”: a completare il look, una parrucca a caschetto fluo e una tuta da attacchina. Il risultato è un costume da supereroina contemporanea che oltre a celare l’identità di Laika le permette di operare ai limiti della legalità e di esprimersi in totale libertà, senza temere censure.

L’anonimato le permette di dirottare tutta l’attenzione mediatica sulla propria poetica, più che sulla sua firma e di confrontarsi con temi divisivi, senza paura di provocare il pubblico o di prendere una posizione. A una prima lettura Laika si presenta come un’artista ironica e pop, ma le sue opere in realtà assumono i tratti di veri e propri manifesti politici.
Nel documentario diretto da Spera e scritto con la sceneggiatrice Daniela Ceselli la telecamera riprende l’anticonvenzionale “attacchina” romana nei suoi blitz notturni durante i mesi del lockdown: l’arte di Laika ha saputo far riflettere sulle tematiche che la tragedia del virus ha messo in risalto o che ha fatto passare in secondo piano, come razzismo, uguaglianza di genere e migrazione. Attraverso immagini di repertorio e interviste, Life Is (Not) A Game osserva e restituisce gli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi anni attraverso gli occhi dell’artista e il suo pensiero politico: dalle conseguenze della pandemia fino alla guerra in Ucraina.
I poster sovversivi di Laika pongono l’attenzione sui temi più caldi della politica nazionale ed internazionale: diritti civili, diversità di genere, autodeterminazione dei popoli, opposizione alla guerra, e politiche antimigratorie. Sarcasmo e provocazione sono le cifre stilistiche dell’artista, che, nel febbraio 2020, poche settimane prima della diffusione della pandemia, ha iniziato ad attirare l’attenzione della stampa e a occupare le prime pagine di giornali a diffusione internazionale.

Tra le opere che l’hanno consacrata senza dubbio #Jenesuispasunvirus e L’abbraccio. La prima raffigura come soggetto principale Fen Xia Sonia, nota ristoratrice cinese della capitale: il poster viene affisso proprio nel quartiere Esquilino, dove si trova il suo locale, e racconta la prima fase dell’epidemia di Coronavirus, quando l’emergenza era ancora confinata quasi esclusivamente alla Cina, e in Italia stavano prendendo piede comportamenti discriminatori nei confronti di uomini e donne orientali, impropriamente accusati della propagazione del virus.
Balzato agli onori della cronaca anche L’abbraccio, un’opera di denuncia che la street artist ha dedicato alla detenzione di Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna trattenuto come prigioniero in Egitto. Nel poster, affisso nei pressi dell’Ambasciata egiziana di Roma, viene rappresentato Giulio Regeni, che stringe in un abbraccio Zaki, dicendogli che “stavolta andrà tutto bene”.

Un poster di Laika in Bosnia

Nel febbraio 2021 Laika ha inoltre intrapreso un viaggio in Bosnia percorrendo la rotta dei Balcani, dove i migranti, in condizioni disumane, tentano di superare il confine ed entrare in Unione europea. Attraverso una serie di poster, l’artista ha voluto denunciare le violenze della polizia croata nei confronti dei richiedenti asilo in cammino. Il titolo del film coincide proprio con quello di queste opere: Life Is Not A Game. L’incontro tra l’artista e i migranti al confine con la Croazia, diviene infatti centrale nel film di Spera, ricollegandosi anche alla tragicità dell’attuale conflitto russo-ucraino.

Il documentario, realizzato in coproduzione fra la Morel Film e Salon Indien Films, si propone come un’opera popolare, semplice e immediata, e racconta l’atto creativo di Laika attraverso un percorso che si muove tra gioco, ironia e coscienza politica, rabbia e denuncia. Cadenzato dai video-appunti amatoriali realizzati dalla stessa Laika, che, nel tempo, ha documentato le varie fasi del suo iter creativo Life Is (Not) A Game, insomma, non vuole essere un convenzionale documentario, o un biopic, ma il racconto degli ultimi due anni della nostra vita mostrato attraverso gli occhi della street artist romana, che con leggerezza e intelligenza continua a portare avanti la sua lotta politica.

Nella foto d’apertura: Laika in Bosnia, febbraio 2021

Quel silenzio assordante nella casa di Anna Frank

Ad Amsterdam il numero 263 di Prinsengracht (Prinsen, principe, gracht, canale d’acqua in città, strade e case da entrambi i lati) è l’indirizzo dell’alloggio segreto dove Anna Frank ha abitato con la madre Edith e il padre Otto, la sorella Margot, la famiglia van Pels, Hermann, Auguste, il figlio Peter e Fritz Pfeffer dal 6 luglio 1942 al 4 agosto 1944 quando vennero tutti arrestati ed inviati in differenti campi di concentramento. Tutti morirono tranne Otto che riuscì a tornare alla fine della guerra.

Otto recupererà il diario di Anna da Miep Gies, una delle persone che li avevano aiutati a sopravvivere nascosti. Alla fine della seconda guerra mondiale la casa intera doveva essere demolita, ma fortunatamente nel frattempo era stato pubblicato il Diario (che come noto ebbe diverse versioni) prima in olandese nel 1947 e poi in Francia e in Italia da Einaudi nel 1953. Venne creata una fondazione alla metà degli anni Cinquanta che acquistò la casa e il 3 maggio 1960, dopo gli opportuni restauri, la casa diventò un museo aperto al pubblico.

Allora ero un ragazzo e sono capitato spesso ad Amsterdam nel 1960 perché mio padre Luciano stava cercando i luoghi dove girare il film La ragazza in vetrina che sarà completato nel 1961. Alla sceneggiatura partecipa anche Pier Paolo Pasolini. Non sapevo dell’apertura della casa museo di Anna Frank e probabilmente non avevo ancora letto il Diario.

Il giorno della memoria è stato istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni unite il primo novembre 2005 fissandolo il 27 gennaio di ogni anno, ricordando la data dell’entrata delle truppe sovietiche nel campo di sterminio di Auschwitz dove erano stati portate le otto persone arrestate nel rifugio segreto ad Amsterdam. Dopo qualche tempo Anna e la sorella Margot vennero deportate a Bergen-Belsen dove morirono a causa del tifo prima Margot e poi Anna nel febbraio 1945. Otto, liberato dai Russi da Auschwitz, al ritorno in Olanda viene a sapere della morte di tutti gli altri.

A noi ragazzi negli anni Cinquanta non si parlava, nemmeno a scuola, quasi per nulla della seconda guerra mondiale, degli stermini, delle atrocità, dei morti, della guerra civile. Delle colpe. Si doveva dimenticare, si voleva che si dimenticasse. E ognuno di noi si è dovuto creare una conoscenza più o meno approfondita di che cosa era successo con i libri, i film, il teatro, e con le conoscenze di altre persone.

Una breve premessa per entrare, di nuovo, nella casa di Anna Frank. Nelle stanze “normali” dove si svolgeva il lavoro anche del padre Otto. Una cosa che colpisce subito e che resta impressa sin dal primo momento è il silenzio. Nessuno parla, si sentono solo i rumori dei passi sui pavimenti di legno. Quei pavimenti che non bisognava calpestare durante la giornata, così come non bisognava parlare ad alta voce, andare in bagno, nulla che producesse rumore perché nessuno potesse capire dal piano di sotto che lassù c’era nascosto qualcuno. Si arriva all’armadio, al famoso armadio pieno di libri, piccolo, leggero che copriva l’entrata dell’alloggio nascosto. E la scala ripida, di legno, che non bisognava salire per non essere scoperti. Le stanze che sono rimaste con le stesse decorazioni, con alcuni oggetti di allora. Qualche cosa è rimasto.

Tutti sono in silenzio perché sanno che lì dentro c’era una umanità che stava cercando di salvare la propria vita, in cui delle altre persone rischiavano la vita per aiutare quelli che erano nascosti. Tutti in quelle piccole stanze, ognuno con il suo piccolo spazio. Sapendo noi al contrario di coloro che lì abitavano che cosa sarebbe successo dopo, la separazione, la morte, tutto documentato ovviamente dai solerti funzionari tedeschi che dovevano annotare tutto, lasciare tracce di tutto, in un delirio di efficienza anche se oramai tutti avevano capito che la guerra era persa, che tutte quelle morti ulteriori nei campi di concentramento erano ancora se possibile più insensate, più inumane. Era per i tedeschi una pratica burocratica da portare avanti, si ubbidiva agli ordini, e le persone erano dei numeri di cui tenere il diario inumano. E si trovano i nomi dei Frank nelle liste. Tra l’altro era vietato agli ebrei di andare a scuola, all’università, solo due ore per fare la spesa, vietato andare in auto, in tram, in treno, solo sulla bicicletta propria. D’altra parte “non erano esseri umani”.

La cosa che più mi ha colpito è la frase messa verso la fine della visita, di quelle piccole stanze piene ancora dei loro abitanti, di quando Anna Frank ha sentito alla radio inglese che gli alleati sono sbarcati in Normandia. Su un grande pannello le parole di Anna Frank: «Martedì 6 giugno 1944: Carissima Kitty, This is D-day, disse alle 2 la radio inglese…l’invasione è cominciata…la cosa più bella è che io ho la sensazione che stiano arrivando degli amici…il pensiero degli amici e della salvezza ci riempie nuovamente l’animo di fiducia». L’arresto da parte della Gestapo avvenne il 4 agosto 1944.

A una ventina di minuti a piedi dalla casa di Anna Frank un bellissimo palazzo nobiliare di una ricca e potente famiglia olandese i Van Loon, sul canale Keizersgracht 672, che è divenuto museo Van Loon, con giardino dall’altra parte del palazzo, e un altro edificio per le carrozze. Molti i dipinti, in particolare di de Witt. Un ruolo importante della famiglia nella storia olandese, Willem fu uno dei fondatori della compagnia Olandese delle Indie nel 1602. Molti membri della famiglia, divenuti nobili nell’Ottocento, sono stati sindaci della città. Tra gli stemmi di famiglia uno colpisce perché ci sono molte teste di uomini neri. Tra le attività della famiglia, c’era anche la tratta degli schiavi delle colonie che gli olandesi avevano in Oriente. La schiavitù olandese è durata per circa due secoli. Abolita alla metà dell’Ottocento anche se alcune navi olandesi continuavano a praticarla anche dopo.

A dieci minuti a piedi del palazzo dei Van Loon vi è il più famoso museo di Amsterdam, il Rijksmuseum, dove nel 2021 si è tenuta una grande mostra Slavery sul tema della schiavitù Olandese, vennero deportati circa 2 milioni di persone. Il museo contiene molte opere di Rembrandt e di Vermeer (a cui il Rijksmuseum dedica una importante retrospettiva dal 10 febbraio 2023).

Valika Smeulders, curatrice della mostra Slavery, ha osservato che è stato fondamentale portare alla luce la storia orale a causa della mancanza di documentazioni scritte di persone schiavizzate. «Bisognava trovare dei testimoni che ricordassero. Una donna parla di sua nonna che le diceva che era uguale a tutti gli altri, uguale ai figli del padrone di casa, testimonianze di persone molto consapevoli della loro umanità pur vivendo in un mondo che voleva togliere loro del tutto quella umanità».

Una delle protagoniste al centro del racconto espositivo era Oopjen Coppit, moglie di un industriale dello zucchero Marten Soolmans che si arricchì grazie alle piantagioni in Brasile utilizzando gli schiavi. Ai due separatamente fece nel 1634 il ritratto Rembrandt van Rijn, a grandezza naturale. Il ritratto di lui è stato acquistato dallo Stato Olandese per il Rijksmuseum e quello di lei dallo Stato Francese per il Musée du Louvre. Pagati 160 milioni di euro. Non possono essere mostrati separati e si trovano alternativamente nei due musei. Sono attualmente esposti al Rijksmuseum. Non si parla di tutta questa parte della storia Olandese nelle scuole Olandesi, aggiunge la curatrice della mostra sulla schiavitù. Alla mostra vi erano alcuni collari che si pensava (o si voleva pensare) fossero per cani ma invece erano per gli schiavi. Il 19 dicembre 2022 (!) anche per le reazioni suscitate dalla mostra l’Olanda ha presentato le scuse ufficiali per il commercio degli schiavi. «Il passato non può essere cancellato, per secoli il nostro paese ha permesso, incoraggiato e tratto profitti dallo schiavismo», ha detto il primo ministro Rutte. In un cerchio di due chilometri al centro di Amsterdam ci si può confrontare con una parte importante della storia umana, cercando con difficoltà l’umanità, il senso dell’umano che si trova solo tra le vittime delle violenze e delle atrocità di una storia che sembra apparire del tutto inumana.

 

Matematico e autore di numerosi libri, Michele Emmer ha da poco pubblicato il libro Persone:dal Caucaso al cinema italiano 1915-1948 (Gangemi) e con Marco Abate, Imagine math, dreaming in Venice (Springer)

Resistere all’annullamento dell’identità umana. In un film la storia di Shlomo sopravvissuto alla Shoah

Entrando al museo storico della Shoah a Yad Vashem (Gerusalemme), la prima sezione che ci si para davanti è dedicata alla vita del mondo ebraico prima della seconda guerra mondiale, inoltre sempre a Yad Vashem possiamo trovare la valle delle comunità dedicata appunto a tutte le comunità ebraiche che furono colpite dalla Shoah. Oggi molto spesso quando si sente parlare di Shoah non sentiamo mai parlare della vita e della cultura ebraica prima di essa. Nel film Il respiro di Shlomo invece emerge la vita di Shlomo Venezia, prima dell’Olocausto, nella comunità ebraica di Salonicco, in Grecia, dove risiedevano sua madre i suoi fratelli e le sue sorelle. Il film di Ruggero Gabbai è stato trasmesso in anteprima al Teatro dell’opera di Roma ed è qui che abbiamo incontrato il regista. Ecco cosa ci ha raccontato.

Ruggero Gabbai quanto è importante raccontare la sua vita prima della Shoah, ed in generale raccontare la vita prima dell’Olocausto, che spesso viene tralasciata, non solo nel racconto al grande pubblico ma anche nelle scuole?

Comincerei col dire che questo film in particolare ci fa conoscere le camere a gas e lo sterminio di massa nella  testimonianza importantissima di Shlomo Venezia. Lo sterminio nazista comportò l’annientamento di interi gruppi familiari, uccisi barbaramente. Perlopiù nessuno può più ricordarli dicendo di aver perso i membri della sua famiglia nelle camere a gas, perché interi nuclei familiari sono morti tutti appena sono arrivati ad Auschwitz-Birkenau. Per questo è tanto più importante la testimonianza di sopravvissuti come la senatrice a vita Liliana Segre e Pietro Terraccina quando raccontano cosa videro e come lasciarono la mano dei propri genitori. Nedo Fiano nel film Memoria ricorda tutta la sua famiglia facendo otto nomi sulla rampa di Birkenau. E qui vengo alla sua domanda, alla luce di tutto questo per me era importante far capire in questo film, Il respiro di Shlomo, che queste persone avevano una vita, degli affetti, delle passioni, degli amori ed erano inseriti all’interno di un contesto sociale/culturale, ma quella cultura fu spazzata via dalla furia nazifascista. Furono spezzate vite umane ma anche un’intera cultura, un modo di essere e di pensare, ed in questo modo capiamo quanto l’umanità abbia perso perché queste persone non ebbero l’opportunità di dare il loro contributo per migliorare il mondo. In particolare la comunità ebraica di Salonicco era una di quelle più importanti e numerose del Mediterraneo, composta da tanti pensatori e lavoratori che costruirono il porto della città. A Salonicco non vi era niente che non avesse avuto a che fare con la comunità ebraica. Questa comunità è stata annientata al 95%, anche se non mi piace parlare tanto di numeri perché come abbiamo visto dietro ogni singola persona vi era una storia, una vita, una famiglia e dei sogni.

La testimonianza di Shlomo Venezia, come Sonderkommando, è particolarmente importante per capire l’Olocausto, come lei  ha accennato, perché ci porta dietro le quinte della Shoah. Può spiegarci meglio?

Shlomo è un testimone fondamentale per capire la macchina della morte, poiché lui è entrato dentro le camere a gas, ha visto quelli che entravano prima di lui poi ha dovuto ripulirle dai cadaveri per poi bruciarli. Il suo compito specifico era quello di tagliare i capelli ai cadaveri, però nel film dice che spesso si davano il cambio con altri gruppi del Sonderkommando e quindi spesso era lui a ripulire le camere a gas dai cadaveri per poi bruciarli nei forni crematori. Una testimonianza come la sua, visto che sono sopravvissuti pochissimi Sonderkommando alla furia nazista perché erano depositari del segreto dell’eccidio più efferato della storia del XX secolo forse della storia dell’umanità, è fondamentale soprattutto nei confronti dei negazionisti e di chi banalizza la Shoah. Lui racconta solo quello a cui ha assistito e visto ed ha visto l’indicibile. Oltre ad intervistarlo ho avuto il privilegio di conoscerlo come amico e come essere umano.

L’obbiettivo dei nazisti, tra gli altri, era quello di disumanizzare e annullare le vittime, in particolare con i Sonderkommando era quello di renderli inaccettabili a se stessi facendoli quasi sembrare partecipi dei nazisti, anche se ovviamente non era vero. Può raccontarci un episodio di Shlomo che l’ha particolarmente colpita?

Shlomo nel film dice che magari la gente da fuori poteva pensare che fossero partecipi, ma non c’era niente di più falso, perché i nazisti non volevano ripulire le camere a gas e bruciare i corpi quindi usavano la manodopera schiava e chi si rifiutava veniva subito ucciso. Tra i tanti episodi che racconta mi ha colpito molto quello di un bambino. Un episodio molto drammatico, perché alla fine della gasazione quando entrano nelle camere a gas lui e i suoi compagni sentono un gemito provenire da un angolo, questo gemito continua così si avvicinano e trovano un bambino rimasto al seno della madre ancora vivo. Loro sono costretti a portarlo al cospetto dei nazisti che chiaramente spezzarono la vita di questo neonato in maniera crudele come se fosse un pezzo immateriale, come se fosse nulla. Nel film questo è uno dei racconti più toccanti. E il giornalista e scrittore Roberto Olla commentandola racconta come Shlomo ci abbia messo tanti anni prima di raccontare questa storia sia per la sua crudezza sia perché pensava che nessuno gli avrebbe creduto.

Dopo la guerra però, nonostante tutte le violenze che aveva visto e subito, Shlomo sceglie la vita e si fa una famiglia, grazie all’affetto delle persone vicine decide di testimoniare e di trasmettere la sua forza e il testimone a molti altri. Sia i familiari che altre persone sono state intervistate nel film, per raccontare quanto fosse importante la figura di Shlomo. Come avete scelto queste persone?

Chi sopravvive alla Shoah non lascia mai veramente dal punto di vista psicologico il campo di detenzione, però Shlomo incontra Marika una donna eccezionale, ebrea di origine ungherese e sceglie la vita. Per noi era importante nel film far vedere questa continuità, quindi che Mario Venezia, il figlio più grande e presidente di Fondazione museo della Shoah-Roma, testimoniasse in una sorta di dialogo padre-figlio struggente e doloroso, al fine di far vedere che la vita è andata avanti e che i nazisti non sono riusciti a distruggere l’umanità di Shlomo, che poi ha portato la sua  testimonianza  anche nelle scuole. Una scelta di rispetto verso quello che aveva subìto dando un senso a tutto, per spiegarci che questi regimi possono tornare e l’antisemitismo, il negazionismo e il razzismo sono ancora vivi, basta vedere quanto successo in Ruanda e in Kosovo con i genocidi.

Girando questo film, come gli altri che hai realizzato sulla Memoria, possiamo dire che ha fatto “didattica” della Shoah?

 Io non sono un insegnante ma un regista però penso che bisogna fare le cose nel modo giusto costruendo un film con una narrazione che possa coinvolgere ragazzi, adulti, gente colta e meno colta. La cosa importante è mettere sempre al centro l’essere umano.

Quando andrà in onda il film?

Verrà trasmesso su Rai 1 in seconda serata il 27 gennaio, poi sarà sempre disponibile su Raiplay.

Shlomo Venezia

“Scrittore italiano di origine ebraica (Salonicco 1923 – Roma 2012), sopravvissuto alla Shoah. Arrestato con alcuni membri della famiglia e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau l’11 aprile del 1944, durante la prigionia venne costretto a lavorare nelle unità speciali denominate Sonderkommandos. Tra le mansioni a cui fu assegnato vi erano quelle della rimozione dei cadaveri dalle camere a gas e del loro incenerimento, del taglio dei capelli, dell’estrazione dei denti d’oro, dell’asportazione di abiti e oggetti personali dai corpi delle vittime. Prigioniero per sette mesi a Birkenau, poi per altri cinque a Mauthausen, dopo la liberazione divenne uno dei principali testimoni della tragedia dell’Olocausto, che descrisse con lucidità e profondo senso storico in trasmissioni televisive, in conferenze e nei principali eventi commemorativi dello sterminio ebraico. Grande protagonista dei viaggi della Memoria, trasse dalla sua esperienza il testo Sonderkommando Auschwitz (2007), tradotto in 24 lingue (fonte Treccani).

L’autore: Andrea Vitello è specializzato in didattica della Shoah e graduato a Yad Vashem. Ha scritto il libro, con la prefazione di Moni Ovadia, intitolato Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca, (Le Lettere 2022). Scrive su Pressenza e su Left

 

L’autonomia? È disuguaglianza certificata

Incapaci di ridurre le disuguaglianze hanno avuto un’idea brillantissima: legalizzarle. L’ultimo alla stessa stregua non poteva che essere il ministro all’Istruzione e al merito Giuseppe Valditara: «Il mio obiettivo», dice il ministro, «è quello di elaborare ipotesi, anche sperimentali e tenuto conto delle opportunità offerte dal Pnrr, volte a favorire la sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, nella consapevolezza che ci vorrà un approccio particolarmente innovativo per attrarre al sistema d’istruzione risorse sempre maggiori, in grado di elevare la dignità del personale scolastico e la qualità della nostra offerta formativa». Tradotto: farsi finanziare dal privato (che sarà ben contento di contribuire alla scuola come fabbrica di faticatori) e tornare alle gabbie salariali.

Le gabbie salariali nascono con un accordo firmato il 6 dicembre 1945 tra industriali e organizzazioni dei lavoratori, per la parametrazione dei salari sulla base del costo della vita nei diversi luoghi. Entrate in vigore nel 1946, all’inizio furono previste solo al nord, e solo in seguito estese a tutto il Paese. In origine, la divisione era in quattro zone, ciascuna con un diverso calcolo dei salari. Nel 1954 il Paese intero viene diviso in 14 zone nelle quali si applicano salari diversi a seconda del costo della vita. Tra la zona in cui il salario era maggiore e quella in cui il salario era minore la distanza poteva essere anche del 29%. Nel 1961 il numero di zone fu dimezzato, si passò da 14 a 7, e la forbice tra i salari passò dal 29% al 20%. Non essendo capaci di immaginare il futuro questi ripescano nel passato. Devono avere dimenticato gli scioperi a partire dal 1969, le mobilitazioni operaie. O forse semplicemente sono troppo ignoranti per conoscerle.

Il segretario Flc Cgil, Francesco Sinopoli, sottolinea che l’idea di introdurre salari differenziati per Regione in base al costo della vita «è totalmente strampalata, ci riporta indietro di 50 anni. Semmai c’è un problema che riguarda tutto il personale della scuola: il ministro dovrebbe far finanziare il contratto collettivo che ora vede zero risorse. Il combinato disposto tra ingresso dei privati e disarticolazione del sistema contrattuale è la distruzione della scuola pubblica, è la cosa peggiore che si può fare. Siamo pronti a mettere in campo ogni mobilitazione se questa sarà confermata come proposta». Anche Ivana Barbacci, segretaria Cisl Scuola ha un posizione netta: «Noi siamo drasticamente contrari all’autonomia differenziata: il contratto nazionale e il sistema di istruzione devono rimanere nazionali ma le Regioni, già oggi a normativa invariata, possono sostenere le scuole in particolari progetti, fornendo incentivi in termini di personale e di progetti a sostegno a dell’offerta formativa. E’ giusto incentivare l’offerta formativa fermo restando la struttura nazionale dei contratti, del reclutamento e dei programmi», dice.

Nella proposta di Valditara però c’è la matrice dell’idea di autonomia di questo governo: un federalismo che certifichi le zone depresse e gli costruisca un ecosistema intorno per non “danneggiare” gli altri. Disunire l’Italia per renderla più facile da governare. Complimenti.

Buon venerdì.

Nella foto: frame del video dell’audizione del ministro Valditara alle commissioni riunite di Camera e Senato, 15 dicembre 2022

Liliana Segre: «Ad Auschwitz non si va in gita»

Signor Presidente, grazie prima di tutto per avermi dato un momento per riposarmi. Saluto anche gli onorevoli colleghi, così gentili.

Io sui viaggi della memoria parlerò due minuti. Intanto sono grata alla senatrice Daisy Pirovano, che è stata al mio fianco durante il primo anno della Commissione, per aver pensato ai viaggi della memoria. I viaggi della memoria sono un punto molto particolare nell’ambito dell’insegnamento scolastico, etico e morale. Io sono tra i pochissimi sopravvissuti alla Shoah a non essere mai ritornata là dove ero stata prigioniera; non me la sono mai sentita, anche invitata ad altissimo livello, passati cinquant’anni, nel 1995. Furono presenti grandi personaggi: i reali d’Olanda, Berlusconi, molti personaggi del tempo andarono ad Auschwitz. Qualcuno di loro mi aveva invitato a guidare il gruppo, ma io non me la sono sentita. Poi ho sentito anche alla radio – quella visita si svolgeva in contemporanea a un servizio radiofonico molto importante – la descrizione delle pellicce che indossavano gli ospiti, come per esempio la regina d’Olanda (un insieme elegantissimo di volpi); era molto impellicciato di visone anche Berlusconi, e tanti altri. Io in quel momento fui contenta di non aver accettato l’invito. (Applausi).

Anche oggi, ai ragazzi che intraprendono il viaggio della memoria in inverno, la preside o chi decide il viaggio non ha il coraggio – ci vuole coraggio, è una scelta educativa – di dire una cosa: nei due anni più freddi del Novecento, l’inverno del 1943 e quello del 1944, i prigionieri, oltre che scheletriti e affamati, erano vestiti con le divise famose a righe di cotone rigenerato, di cui poi si è fatto tanto cinematografo e poca realtà. È vero che erano passati cinquant’anni. È vero che si parlava di reali o di Presidenti della Repubblica o del Consiglio, ma a nessuno è venuto in mente almeno di non indossare la pelliccia e i ragazzi di oggi, quelli che intraprenderanno il viaggio della memoria, dovrebbero saltare la colazione del mattino, avere un po’ di voglia di mangiare, che tanto poi soddisferebbero all’uscita del lager.

A volte quei ragazzi, con i selfie, hanno fatto la gita. Quando sento parlare di “gita”, e l’ho sentito tante volte in questi anni (la “gita” ad Auschwitz), prego, imploro e chiedo veramente per favore alla preside o all’insegnante, che mi dicono “faremo la gita ad Auschwitz”, aspettando che io risponda “grazie che ci andate”, dico di andare a Lucca, a Gallipoli, in montagna, per vedere una cosa meravigliosa, ma non Auschwitz. Ad Auschwitz non si fa la gita. (Applausi). Si va silenziosi, come il 2 novembre qualche famiglia affezionata ai suoi morti va al cimitero. Non fa la gita, ma va in un certo modo che è civile, a volte religioso, a volte per nostalgia nei confronti del morto. Ci va in un certo modo e così si deve andare ad Auschwitz.

Ho visto una volta alla televisione, una decina di anni fa, un gruppo di ragazzi olandesi, belli, biondi e alti, così come è la gioventù del Nord Europa, andare in gita – quelli andavano veramente in gita – ad Auschwitz. Avevano in mano un grande gelato, la musica nelle orecchie e da quel cancello che riporta la scritta «Arbeit macht frei», che sappiamo voler dire un’altra cosa, entravano a ritmo di quello che sentivano nelle orecchie, leccando l’enorme gelato. Cosa potevo fare davanti a quella trasmissione?

Io non ho trovato mai le parole, così come nessun superstite, per descrivere Auschwitz. Non ci sono. Non ci sono nell’alfabeto. Non ci sono nei vocabolari di tutta Europa. Cosa dovevo pensare del fatto che un insegnante, un genitore, un preside, un personaggio qualunque avesse radunato dei ragazzi, che hanno davanti una vita lunga, cittadini di una nazione che aveva visto un grande antinazismo, permettere tutto questo? Ho pensato che quei sei milioni di morti erano morti invano. Non si va a fare la gita: si va in silenzio, avendo magari un vestito non ricoperto di volpi e senza aver fatto la colazione del mattino, per poi andare in tutti i ristoranti e gli alberghi cresciuti intorno ai lager. Non si va in gita, si va come un santuario. Si va anche laicamente, a testa bassa, cercando di ricordare, per non dimenticare la Shoah. Grazie. (L’Assemblea si leva in piedi. Applausi).

Dichiaro, quindi, anche a nome del Gruppo Misto, il voto favorevole sui viaggi, e non le gite, della memoria.

* In alto, un momento della dichiarazione di voto di Liliana Segre al Senato, durante la seduta del 18 gennaio 2023, tratto dal video della diretta dell’Aula

Dante era sì un conservatore ma finitela di scambiare la storia con le larve della storia

Grande scalpore ha suscitato la rivendicazione del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, secondo il quale Dante, con Machiavelli e Gramsci tra gli autori italiani oggi più tradotti al mondo, è «il fondatore del pensiero di destra in Italia». Per il suo significato e le implicazioni nell’attualità del nostro Paese e non solo, l’apodittica affermazione merita di essere sommariamente articolata dal punto di vista culturale e politico.
L’uso delle moderne categorie di destra e sinistra, affermatosi a partire dalla rivoluzione francese, su cui peraltro Norberto Bobbio nel 1994 scrisse lo storico saggio che individua nell’uguaglianza la netta discriminante della distinzione, è certo anacronistico. Ma se ci avvaliamo dei termini di conservatore e progressista, o addirittura di reazionario e rivoluzionario, evocatori di concetti antichi quanto la strutturazione in classi della società, il risultato non è molto diverso.

Si tratta solo di intenderci, e di prendere atto che comunque il ministro ha voluto chiarire l’origine medievale del pensiero della destra, che si affermò al volgere del Trecento con il tramonto dell’età comunale e l’avvento delle signorie. Proprio allora Dante sollecitava l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo a scendere in Italia per reprimere la ribellione dei guelfi fiorentini, restaurando il Sacro romano impero, come per primo lo definì Federico Barbarossa. E nell’ultimo capitolo della Monarchia ribadiva che in caso di dissenso, l’autorità temporale doveva comunque sottomettersi alla suprema autorità spirituale del papa. Il concetto fu ribadito ancora da Benedetto XV nel 1921, tra la nascita del Partito comunista d’Italia e la marcia su Roma di Mussolini.

Nell’enciclica In Praeclara Summorum per il sesto centenario della morte del poeta, il papa elevava Dante a guida morale, sociale e politica dell’Europa uscita dalla guerra mondiale per il tesoro di verità dottrinali contenuto nel suo poema, mirando ad una riappropriazione del terreno perduto dalla Chiesa nel 1870.

Certamente Alessandro Manzoni, quando nel 1867 fu chiamato dal ministro della Pubblica Istruzione, Emilio Broglio, ad esporre la sua posizione sulla lingua dell’Italia unificata e sui mezzi per diffonderla, esprimeva le posizioni della borghesia cattolica illuminata, già presenti in tutta la sua produzione letteraria. Da allora la lettura curricolare nei licei dei suoi Promessi sposi, preceduta dall’Eneide di Virgilio, poema celebrativo delle origini dell’impero romano, seguìta dallo studio triennale delle tre cantiche della Divina Commedia, obbedì al disegno di formare la classe dirigente del nostro Paese. La redazione finale del “romanzo della Provvidenza”, sottoposto alla sciacquatura dei panni in Arno, non faceva che ribadire che la lingua da insegnare nelle scuole italiane dopo la breccia di Porta Pia era nel solco di quella indicata nel Cinquecento da Pietro Bembo con le Prose della volgar lingua, e poi sancita dal Vocabolario dell’Accademia della Crusca. I modelli continuavano ad essere le “tre corone” toscane: Boccaccio, Petrarca e, con il Risorgimento, soprattutto Dante, che alla questione della lingua “del sì” aveva dedicato il primo trattato della storia.

Nel De Vulgari Eloquentia, scritto quando si accinse alla composizione della Commedia, il poeta fiorentino riconobbe il primato cronologico dei siciliani della corte di Federico II e di Manfredi nella poesia d’amore in lingua volgare, che immaginò escogitata per parlare a una donna ignara del latino. Ma sulla questione della lingua espresse in modo decisivo la propria vocazione pedagogica e morale cristiana pienamente conquistata.
La «pantera profumata», ovvero la lingua ideale della poesia d’amore che invano aveva cercato nella rassegna dei dialetti delle regioni italiane, non fu da lui rintracciata. Così il Sommo poeta decise di rivolgersi ad un metodo “più razionale”, filtrando e risemantizzando il lessico volgare delle origini alla luce del latino dei padri e dei teologi cristiani medievali, da Agostino a Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio. Parole chiave della poesia d’amore siciliana e stilnovista come “desiderio”, “mercede”, “grazia”, “saluto/e” assumono, in particolare nelle ultime due cantiche del Poema sacro, significati totalmente diversi, spirituali. Nel Canto XXVI del Purgatorio il poeta Guido Guinizzelli, che là purga la propria lussuria, per definire il “peccato ermafrodito” usa il termine appetito, assimilandolo esplicitamente a quello delle bestie.

La Divina Commedia è il grande poema di ispirazione divina che racconta la storia di una conversione dalla “selva oscura” del peccato, di un traviamento morale e intellettuale insieme. Il viaggio di pentimento ed espiazione alla conquista della salvezza eterna è compiuto con il corpo attraverso i primi due regni sotto la guida di Virgilio, e nel Paradiso con la guida di Beatrice, fino alla visione suprema. Ragione e fede si compongono nell’itinerario verso Dio. A Guido Cavalcanti, che era stato maestro di poesia d’amore per la donna ed ex amico, autore di “Donna me prega”, la più bella canzone dottrinale ed estrema sintesi del pensiero del filosofo arabo Averroè sull’amore-passione naturale, Dante sostituisce la guida di Virgilio. Il poeta augusteo del pius Aeneas era infatti considerato nel Medio Evo un profeta del cristianesimo in virtù di un’ecloga in cui celebrava la nascita di un bambino (in realtà figlio del suo protettore Asinio Pollione) che avrebbe segnato l’inizio di una nuova era. Quanto a Beatrice, la donna amata da Dante, la morte prematura e la trasformazione in guida al Paradiso come “figura” di Cristo diventeranno un tópos della letteratura occidentale, a partire da Petrarca.

Guido – mai nominato da Dante per cognome – è destinato, come tutti «color che l’anima col corpo morta fanno», al cerchio infernale degli eretici: in una bella novella del Decameron Boccaccio, autore peraltro di una magistrale Vita di Dante, conferma che tra gli amici girava voce che fosse ateo e che si impegnasse molto nella dimostrazione della non esistenza di Dio. Esiliato da Firenze nel fatidico anno 1300 con un provvedimento firmato in veste di Priore anche da Dante, Cavalcanti morirà di malaria due mesi dopo. L’ombra della sentenza pronunciata nei confronti del compagno di ricerca non solo poetica, ma anche filosofica, sarà presente in tutto il Poema sacro, come a un lettore attento non sfuggirà. Con quell’ombra, allo stesso tempo ragione di polemica e matrice di poesia, Dante farà i conti fino alla fine.

Non stupisce quindi che Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere dedichi al Canto X dell’Inferno un’analisi originale, che intende essere esemplare di un metodo critico dichiaratamente diverso da quello “estetizzante” di Benedetto Croce (Q 4, 78-87). E che Guido Cavalcanti sia ricordato come massimo interprete di quella civiltà eretica comunale del Duecento, che «se indeboliva nelle masse l’ossequio all’autorità ecclesiastica, diventava nei pochi un aperto distacco dalla “romanitas”». Inoltre, originale studioso della questione della lingua come strumento di egemonia culturale, Gramsci considera il poeta stilnovista come «massimo fra quegli intellettuali» consapevoli della «discontinuità storica» col pensiero teocratico medievale, che scegliendo il volgare come nuova lingua della poesia, appunto, «pretendono di essere colti senza leggere Virgilio» (Q 7, 68).

Per quanto riguarda Dante, il bilancio più sintetico del pensiero gramsciano si legge in una nota del Quaderno 6 su Dante e Machiavelli: «Che, per l’importanza avuta da Dante come elemento della cultura italiana, le sue idee e le sue dottrine abbiano avuto efficacia di suggestione per stimolare e sollecitare il pensiero politico nazionale, è una quistione: ma bisogna escludere che tali dottrine abbiano avuto un valore genetico proprio, in senso organico. […] Direi che Dante chiude il Medio Evo (una fase del Medio Evo), mentre Machiavelli indica che una fase del Mondo Moderno è già riuscita a elaborare le sue quistioni e le soluzioni relative. Pensare che Machiavelli geneticamente dipenda da Dante è uno sproposito madornale. Tra il Principe del Machiavelli e l’Imperatore di Dante non c’è connessione genetica, e tanto meno tra lo Stato Moderno e l’Impero medioevale. Il tentativo di trovare una connessione genetica tra le manifestazioni intellettuali colte italiane delle varie epoche, costituisce appunto la “retorica” nazionale: «la storia viene scambiata con larve della storia» (Q 6, 85). Ma fulminante, nella polemica in corso, sembra quanto dal carcere di Turi nel giugno 1931, mentre la stesura delle note dantesche è in corso, scrive alla moglie russa Giulia Schucht a proposito della precoce passione per la lettura del figlio primogenito: «Ora prevedi che egli leggerà Dante addirittura con amore. Io spero che ciò non avverrà mai, pur essendo molto contento che a Delio piaccia Puškin e tutto ciò che si riferisce alla vita creativa che sbozzola le sue prime forme. D’altronde, chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici». Parole nette e inequivocabili, di cui tenere conto.

Noemi Ghetti è storica, scrittrice e autrice di numerosi saggi. Tra i suoi libri segnaliamo L’ombra di Cavalcanti e Dante (2010) e Gramsci nel cieco carcere degli eretici (2014). Entrambi per L’Asino d’oro editore

In apertura una illustrazione di Marilena Nardi

Prosegue il dibattito su Left a proposito di Dante ascritto alla destra dal ministro della Cultura, Sangiuliano. Per approfondire, ti potrebbe interessare anche Dante fondatore di destra? Quante fandonie degli specialisti di Dante Simone Marchesi (Università di Princeton) e Akash Kumar (università di Berkley)

Resistenza, altro che resilienza

Se ne sono fregati del sanguinario e illegittimo decreto del ministro dell’Inferno Piantedosi e hanno fatto ciò che contraddistingue l’uomo: salvare gli uomini in difficoltà. La Geo Barents, nave umanitaria di Medici senza frontiere, ha deviato la sua rotta – nonostante avesse già un porto assegnato – dopo aver ricevuto un’allerta su un’imbarcazione di migranti in difficoltà, ha salvato 61 migranti in zona Sar e poi altre 107 persone pericolanti su un gommone sbrindellato.

“Le autorità italiane sono state avvertite ma al momento non abbiamo ricevuto nessuna risposta”, hanno spiegato da Msf. Dopo questo secondo salvataggio, la Geo Barents “ha continuato a navigare verso la prima segnalazione che aveva ricevuto, in conformità con il diritto internazionale marittimo”, aveva spiegato la ong. La nave dovrebbe arrivare a La Spezia tra sabato sera e domenica. L’aver cambiato la propria rotta andando a soccorrere altri migranti, come raccontato da Msf, sarebbe una violazione delle norme stabilite dal decreto Piantedosi che vorrebbe ridurre a un solo salvataggio per viaggio la possibilità di essere umani. Il fine del decreto è ovvio: lasciare le mani libere ai tagliagole della cosiddetta Guardia costiera libica (che continuiamo a pagare, dopo avere addestrato) e aumentare i costi dei salvataggi. Quanto possa essere meschino rendere economicamente sconveniente salvare vite umane non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo.

Piantedosi, come i suoi pari, continua a mentire: “Il naufragio e il salvataggio sono qualcosa di occasionale non di ricerca sistematica che induce alle partenze. La presenza delle ong, guarda caso, fa ripartire i gommoni, non le barche strutturate. Questo è il dato fattuale che registriamo”, aveva detto nei giorni scorsi. Falso, ovviamente. L’effetto calamita delle navi delle Ong è un’invenzione della ferocissima propaganda. Nessun numero la conferma. Se lo ripetono tra di loro provando a convincere quelli fuori. In mare, nonostante i Piantedosi di turno, vale una legge vecchia di secoli e cementata da mezza dozzina di trattati internazionali: chi è in pericolo va tratto in salvo e sbarcato nel porto più vicino e sicuro.

Da Geo Barents arriva anche una denuncia video: “Il nostro team ha assistito oggi all’intercettazione da parte della Guardia Costiera libica di un’imbarcazione in difficoltà in acque internazionali. Mentre ci avvicinavamo per aiutare le persone e portarle in salvo, hanno minacciato di sparare” spiegano. La Ong ha pubblicato un video sui social in cui si sente lo scambio radio tra la nave di soccorso e la motovedetta libica. “Guardia costiera libica, c’è una persona saltata in mare”, dice l’operatore della Geo Barents. “State lontani figli di p******”, intimano dalla motovedetta. E, ancora, “state lontani dall’area o sarete esposti al fuoco”. “Minacciano di sparare”, osservano quindi dalla nave di Msf.

Resistenza, altro che resilienza.

Buon giovedì.

 

 

Chi si arricchisce, spudoratamente, con la vendita di armi e sistemi militari

Secondo lo Stockholm international peace research institute (Sipri) nel 2021 il commercio di armi, sistemi d’arma e servizi militari valeva 592 miliardi di dollari. Una cifra esorbitante che con la guerra in Ucraina sarà destinata a crescere parecchio.
Il rapporto del Sipri conferma peraltro un dato già emerso nel 2020 e che in occidente è praticamente taciuto: il 78,2% della produzione mondiale di armi, sistemi d’arma e fornitura di servizi militari è controllata da multinazionali dei Paesi Nato e dei loro alleati. Il rimanente 22% se lo dividono Russia (3%), Cina (18%) e India (0,8%). Non solo: la internazionalizzazione della filiera industriale bellica è quasi totalmente controllata dalle stesse multinazionali statunitensi ed europee e di fatto è parte di una strategia che punta da una parte a ridurre i posti ed i costi del lavoro e dall’altra alla saldatura strategica tra il Paese sede della multinazionale ed il Paese dove viene trasferito un segmento della produzione.

I principali produttori di armi nel mondo (Fonte Sipri 2022)

La produzione di armi peraltro non è “neutra”. Chi le produce tendenzialmente le usa. La quota maggiore delle armi prodotte è per il “cliente domestico”, solo una minima parte risulta come export. E infatti se consideriamo le guerre e i conflitti interni scoppiati in questi ultimi trent’anni e mettiamo insieme gli attori diretti ed indiretti che le hanno combattute, provocate o sostenute, allora ci rendiamo conto che le “quote” di responsabilità di guerra non solo sono sovrapponibili al grafico ricavato dai dati Sipri ma vanno ben oltre, visto che la Cina è completamente assente dai vari campi di battaglia.

Armi e sistemi d’arma sono prodotti industriali di altissimo livello perché incorporano il meglio della tecnologia disponibile. Ogni Paese che ne abbia le capacità si dota di una filiera industriale che possa produrli direttamente. Quanto poi sia l’industria delle armi a controllare le scelte governative con lobby e porte girevoli e non viceversa, dipende da caso a caso. Le armi sono “prodotti” alla stessa stregua delle automobili o delle lavatrici ma con un valore aggiunto decisamente superiore: sono al centro di una concorrenza globale molto particolare. Anche in Italia, dodicesima nella top ten mondiale dei produttori, non manca occasione in cui gli amministratori delegati delle industrie belliche, i ministri competenti e purtroppo gli stessi sindacati confederali rivendicano la necessità di difendere con sussidi ed investimenti “il prodotto” nazionale da una concorrenza sempre più agguerrita. L’ultimo “brindisi” di Fiom-Cgil, Fim Cisl e Ulm per una grossa commessa militare è avvenuto pochi giorni fa a Palermo in occasione del varo della nave anfibia “Al Fulk” consegnata da Fincantieri alla marina del Qatar.

C’è davvero poco per cui brindare: con le armi e i sistemi d’arma si fa politica estera, oltre che profitto per manager e azionisti e la nave da guerra alla petromonarchia del Golfo sigilla una relazione bilaterale molto stretta.
Per tutti i Paesi produttori di armamenti vale il peso specifico strategico che il “prodotto” porta con sé e questo diventa il vettore di rapporti bilaterali privilegiati con Paesi terzi acquirenti. Anche per questa ragione l’ex ministro della Difesa Guerini (Pd, Conte bis e Draghi) ha trasformato lo stesso ministero in agente di commercio dell’industria di bandiera con la norma “Government to Government” e ha definito la stessa industria bellica il pilastro della politica estera nazionale. Il suo successore Guido Crosetto (FdI), già presidente della federazione delle Aziende italiane per l’Aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad), chiude il cerchio. Eppure il comparto vale meno dell’1% del Pil, meno dello 0,7% dell’export e meno dello 0,5% in termini di occupazione. Il suo “peso” deriva dal fatto che alla compravendita di tecnologia bellica si accompagna spesso la sottoscrizione di accordi bilaterali legati a petrolio, gas, cooperazione militare e, non ultima, la disponibilità ad ospitare basi operative. Le forze armate, al di là della retorica ufficiale, svolgono un ruolo attivo nella partita commerciale: consumano il prodotto e ne diventano la “migliore vetrina” all’estero grazie alle “missioni di pace”. Lo ha affermato candidamente Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo e presidente dell’Associazione europea delle industrie dell’Aerospazio e della Difesa (Asd). Le stesse forze armate diventano infine esse stesse parte integrante dei pacchetti commerciali bellici, offrendo servizi molto speciali come l’addestramento.

Prendiamo ad esempio l’Arabia Saudita, uno tra gli importatori bellici più dinamici e spregiudicati. I piloti dell’aviazione saudita si formano e si addestrano anche presso l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli e le Scuole di Volo del 70° stormo di Latina e del 61° stormo di Galatina (Lecce). L’Italia vende armi e addestramento ad una monarchia oscurantista che ha raso al suolo lo Yemen scatenando la più grave strage di civili e crisi umanitaria degli ultimi sette anni.

I re sauditi hanno potuto violare il diritto internazionale grazie al supporto logistico-militare fornito da Stati uniti e Regno unito e all’appoggio di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Kuwait, Giordania, Egitto e Sudan. Lo hanno fatto con le armi vendute dai grandi colossi industriali della “difesa” statunitensi ed europei ma non solo.
Nel 2017 la Russia ha venduto all’Arabia saudita (ossia il peggior nemico dei suoi alleati nell’area) le batterie antiaeree S400, sistemi controcarro KORNET-EM, lanciarazzi campali TOS-1A e la licenza per produrre il nuovo Ak103. Una commessa da poco più di 3 miliardi di dollari. Lo stesso anno gli Stati uniti di Trump hanno piazzato agli emiri una mega commessa da 110 miliardi di dollari.

Così fan tutti verrebbe da dire. È vero, ma alcuni molto, molto più di altri. I numeri parlano chiaro. Ogni industria che produce un qualunque bene di consumo deve venderlo per prosperare e realizzare profitto. Più sono i consumatori e più rapido è il ciclo di consumo, più i profitti aumentano. È il capitalismo.
Nel caso delle armi, eserciti, marine ed aviazioni sono il principale acquirente mentre esercitazioni e guerre sono i luoghi del consumo. Più estese saranno le esercitazioni e le guerre sia in termini temporali che di dimensione geografica maggiori saranno gli stock consumati, maggiori le occasioni di testare nuovi “prodotti”, maggiori saranno i profitti per azionisti e manager dell’industria di riferimento (comprese le grandi multinazionali delle ri-costruzioni).

Una industria militare senza guerra è destinata al fallimento in particolare quando si tratta di una società per azioni lanciata alla conquista del mercato interno e globale.
Ecco spiegato come mai il blocco euro-atlantico trainato dagli Stati Uniti, che comprende Paesi Nato ed extra-Nato anche nel quadrante del Pacifico, è in assoluto il più bellicoso ossia il responsabile diretto ed indiretto, negli ultimi trent’anni, della maggior parte dei conflitti armati, delle stragi di civili e delle violazioni del diritto internazionale.
Senza considerare gli effetti devastanti di un’altra arma terribile che il Sipri non considera ma che vede l’occidente ancora monopolista: le sanzioni economiche. Solo in Iraq queste hanno ucciso 400mila bambini che, come disse Madeleine Albright in una celebre intervista (per la quale si è poi scusata ndr), furono il prezzo da pagare per l’esportazione della democrazia (mai pervenuta).

Quando i nostri governi ci raccontano che dobbiamo armarci sempre di più e bombardare altri Paesi per difendere pace, diritti umani e interessi nazionali mentono sapendo di mentire. Né la pace, né i diritti umani né gli interessi nazionali sono difesi da questa economia di guerra e dalla belligeranza permanente nella Nato.
L’interesse dell’Italia e della grande maggioranza degli italiani non risiede nello schierarsi in una guerra tra superpotenze ma nel rilancio della scuola e della sanità pubbliche, nell’investimento in cultura e ricerca, nel reddito, nella grande opera di manutenzione del territorio, nella vera conversione ecologica che potrà garantirci un futuro. Di questo ha bisogno il Paese e solo una politica estera sganciata dall’atlantismo e dai fatturati dell’industria bellica e rivolta alla cooperazione strategica equa e proficua potrà accompagnarne il passo.