La più grande manifestazione del mondo si tenne in tutto il pianeta il 15 febbraio 2003. Non era mai successo prima nella storia dell’umanità che 110 milioni di persone decidessero, seguendo il fuso orario, di scendere in piazza per fermare una guerra che a tutti appariva inaccettabile, criminale e destinata a rendere il mondo più ingiusto ed insicuro. Non era mai successo prima che una collettività di quelle dimensioni si opponesse in massa alla decisione che Usa e i suoi alleati si apprestavano a prendere contro l’Iraq, già affamato da un embargo decennale e circondato da basi e navi militari. La cosiddetta “guerra al terrorismo” aveva già prodotto decine di migliaia di morti in Afghanistan, messo a ferro e fuoco ed occupato dagli Usa come vendetta per l’abbattimento, l’11 settembre 2001, da parte di Al Qaeda delle Twin towers. L’opinione pubblica, a cominciare dal movimento pacifista Usa che coniò lo slogan “Not in my name”, era contraria a questo imbarbarimento della politica e all’uccisione di ogni parvenza di diritto internazionale. Contro quella opinione pubblica, come capita anche nelle guerre attuali, si mosse una macchina propagandistica senza precedenti, con la costruzione di prove false, come le famose «provette all’antrace» sventolate dal segretario Usa Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’Onu, che dovevano dimostrare l’esistenza delle armi di sterminio di massa di Saddam Hussein. Il vicepresidente Usa Dick Cheney, arrivò a sostenere che Hussein stesse costruendo la bomba atomica grazie ai giacimenti d’uranio rinvenuti in Niger e che il presidente iracheno fosse il vero capo del terrorismo islamico. Una macchina spinta e finanziata dall’appetito insaziabile del complesso bellico industriale tanto da riuscire a portare, nel ventennio 2001-2021, al raddoppio della spesa militare globale. Eppure, in tutto il pianeta, nonostante quella macchina delle menzogne, l’opinione pubblica si schierava contro quella guerra con spirito critico e convinzione.
Il 15 febbraio 2003 quel dissenso si materializzò nelle piazze e nelle vie di 793 città dei cinque continenti, riempiendole di colori, parole d’ordine ed appelli che chiedevano di cambiare strada, di mettere la guerra fuori dalla storia. Da Sidney che cominciò per prima, il No alla guerra venne gridato in città grandi e piccole arrivando addirittura a McMurdo station, una base Usa nell’Antartico. Furono decine le manifestazioni negli States, la più grande a New York provò a circondare la sede dell’Onu aprendo il corteo con alla testa i familiari delle vittime dell’11 settembre. A Parigi invece in testa c’erano i veterani della prima guerra del Golfo. Ad Hyde park a Londra una folla oceanica alternava lo slogan “Bush assassino” con “Blair assassino”, con la presenza tra manifestanti di parti importanti del Partito laburista. A Roma, se dal palco di piazza San Giovanni si poteva a spanne percepire la grandezza epocale della manifestazione indetta da più di 900 sigle del comitato Fermiamo la guerra, le immagini aeree riprese dall’elicottero della Rai – che dopo aver detto no alla diretta fu costretta a trasmettere – toglievano ogni dubbio: si trattava della manifestazione più grande di sempre. Un dato: alle ore 16 l’Atac (l’azienda pubblica dei trasporti di Roma, ndr) in una nota informava che si erano raggiunte le 900mila obliterazioni sui mezzi pubblici superando e non di poco il record registrato nel 2000 durante il Giubileo della gioventù. Decine di treni speciali, più di un migliaio di autobus, la gente era venuta a Roma con ogni mezzo privato e pubblico, tanto che già alle 13, un’ora prima della partenza ufficiale, da piazza Esedra a piazza San Giovanni era tutta un’enorme chiazza di persone e di bandiere arcobaleno.
Lo striscione di apertura che riportava la parola d’ordine “No alla guerra senza se e senza ma” – slogan scelto in polemica con l’ambiguità di alcune forze politiche che erano disponibili ad accettare l’aggressione all’Iraq se questa fosse stata decisa dall’Onu – vista l’impossibilità di muoversi seguendo il percorso ufficiale, venne portato dagli organizzatori sul palco di piazza San Giovanni utilizzando vie secondarie. Intanto un enorme maxischermo, in una piazza già alla partenza del corteo strapiena, dava le immagini delle manifestazioni in corso in tutto il pianeta. Anche a Baghdad si tenne una manifestazione organizzata da Un ponte per e dalla associazione statunitense Voices in the wilderness, che passò di fronte agli uffici dell’Onu per chiedere che gli ispettori dell’Unmovic (la Commissione ispettiva creata nel 1999 per monitorare le capacità belliche dell’Iraq, ndr) non si prestassero a coprire la volontà di guerra degli Usa.
«Un oceano pacifico» titolava il giorno dopo Liberazione mentre il New York times parlò di quei 110 milioni di manifestanti come «la seconda potenza mondiale».Tutto ciò fu possibile grazie al metodo includente e alla paziente tessitura di un gruppo di attivisti ed attiviste del movimento altermondialista che compresero quanto fosse necessario uscire ciascuno dal proprio guscio nazionale per rispondere alla sfida globale di un altro mondo possibile. La gestazione fu a Firenze al primo Social forum europeo nel novembre 2002, dove a conclusione dei lavori venne avanzata l’idea di una manifestazione mondiale contro la guerra. La proposta venne rilanciata a livello globale dal secondo Social forum mondiale del gennaio 2003 a Porto Alegre in Brasile. Nel mezzo e subito dopo, centinaia d’incontri in presenza o al telefono, per allargare la rete dei partecipanti e coinvolgere il numero maggiore di Paesi. In questa corsa contro il tempo spesso le sale d’aspetto degli aeroporti diventavano il luogo ideale di queste riunioni. Era un periodo in cui viaggiare per fare politica era una esigenza, tanta era la curiosità del mondo. Sapevamo che da soli chiusi nei ristretti confini dei singoli Paesi nessuna conquista di civiltà sarebbe stata possibile.
Poi la guerra scoppiò lo stesso e fu uno schiaffo all’umanità di cui il corteo globale del 15 febbraio era stata una straordinaria testimonianza. Le bandiere della pace che a milioni posero sui balconi delle case e delle istituzioni con il tempo si sporcarono di smog o vennero tolte. Il governo Berlusconi si aggregò ai “volenterosi”, la coalizione di guerra guidata da Bush, insieme alla Spagna di Aznar e al Regno Unito del “new labour” Blair. Francia e Germania invece si dissociarono e non parteciparono. Tutta la Penisola venne trasformata in una portaerei per “riportare l’Iraq all’età della pietra”. L’Italia, nonostante l’opinione pubblica fosse contraria, partecipò all’occupazione dell’Iraq e diversi militari italiani persero la vita (non solo a Nassiriya). La guerra di aggressione e la politica del divide et impera dell’amministrazione occupante produsse i bombardamenti al fosforo bianco su Falluja, le torture nel carcere di Abu Ghraib, centinaia di esecuzioni sommarie, diverse migliaia di morti tra le truppe occupanti e, secondo la rivista Lancet, nei soli primi tre anni di guerra 650mila persone uccise (civili e combattenti) ed oltre 5 milioni di sfollati e rifugiati. Per non parlare dell’esercito di vedove, orfani, mutilati e di coloro che ancora oggi saltano sulle mine antipersona o si ammalano per l’effetto dell’uranio impoverito. Da quella guerra nacque l’Isis e prima ancora il terrorismo colpì Madrid, Londra, Parigi ed altre città europee. Aveva ragione il popolo del 15 febbraio: la guerra avrebbe portato la barbarie in tutto il pianeta.
Anche l’invasione dell’Ucraina è figlia di questo brodo di coltura che invece che nella diplomazia decise d’investire in spedizioni e patti militari. Figlia del 15 febbraio è invece, anche a dispetto della guerra e delle distruzioni, l’emergere in Iraq di una società civile capace di scendere in piazza per mesi lottando contro la divisione settaria del Paese, lo sfruttamento delle multinazionali del petrolio, la corruzione e la violenza di genere. Dopo questi 20 anni di “guerra mondiale a pezzi” il movimento europeo è ancora certamente attivo, ma sicuramente più debole e diviso. La memoria della “metodologia buona” come la definisce Raffaella Bolini, una delle tessitrici della rete di allora, dovrebbe essere fonte d’ispirazione per le forze della pace oggi. Del 15 febbraio resta quell’insegnamento fondamentale: «Il metodo inclusivo, il tessere relazioni oltre i confini, che permette ai sogni di diventare realtà».
L’autore: Alfio Nicotra è co-presidente nazionale di Un ponte per, Associazione per la solidarietà internazionale










