Home Blog Pagina 266

Vent’anni dopo quell’oceano pacifico

La più grande manifestazione del mondo si tenne in tutto il pianeta il 15 febbraio 2003. Non era mai successo prima nella storia dell’umanità che 110 milioni di persone decidessero, seguendo il fuso orario, di scendere in piazza per fermare una guerra che a tutti appariva inaccettabile, criminale e destinata a rendere il mondo più ingiusto ed insicuro. Non era mai successo prima che una collettività di quelle dimensioni si opponesse in massa alla decisione che Usa e i suoi alleati si apprestavano a prendere contro l’Iraq, già affamato da un embargo decennale e circondato da basi e navi militari. La cosiddetta “guerra al terrorismo” aveva già prodotto decine di migliaia di morti in Afghanistan, messo a ferro e fuoco ed occupato dagli Usa come vendetta per l’abbattimento, l’11 settembre 2001, da parte di Al Qaeda delle Twin towers. L’opinione pubblica, a cominciare dal movimento pacifista Usa che coniò lo slogan “Not in my name”, era contraria a questo imbarbarimento della politica e all’uccisione di ogni parvenza di diritto internazionale. Contro quella opinione pubblica, come capita anche nelle guerre attuali, si mosse una macchina propagandistica senza precedenti, con la costruzione di prove false, come le famose «provette all’antrace» sventolate dal segretario Usa Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’Onu, che dovevano dimostrare l’esistenza delle armi di sterminio di massa di Saddam Hussein. Il vicepresidente Usa Dick Cheney, arrivò a sostenere che Hussein stesse costruendo la bomba atomica grazie ai giacimenti d’uranio rinvenuti in Niger e che il presidente iracheno fosse il vero capo del terrorismo islamico. Una macchina spinta e finanziata dall’appetito insaziabile del complesso bellico industriale tanto da riuscire a portare, nel ventennio 2001-2021, al raddoppio della spesa militare globale. Eppure, in tutto il pianeta, nonostante quella macchina delle menzogne, l’opinione pubblica si schierava contro quella guerra con spirito critico e convinzione.

Il 15 febbraio 2003 quel dissenso si materializzò nelle piazze e nelle vie di 793 città dei cinque continenti, riempiendole di colori, parole d’ordine ed appelli che chiedevano di cambiare strada, di mettere la guerra fuori dalla storia. Da Sidney che cominciò per prima, il No alla guerra venne gridato in città grandi e piccole arrivando addirittura a McMurdo station, una base Usa nell’Antartico. Furono decine le manifestazioni negli States, la più grande a New York provò a circondare la sede dell’Onu aprendo il corteo con alla testa i familiari delle vittime dell’11 settembre. A Parigi invece in testa c’erano i veterani della prima guerra del Golfo. Ad Hyde park a Londra una folla oceanica alternava lo slogan “Bush assassino” con “Blair assassino”, con la presenza tra manifestanti di parti importanti del Partito laburista. A Roma, se dal palco di piazza San Giovanni si poteva a spanne percepire la grandezza epocale della manifestazione indetta da più di 900 sigle del comitato Fermiamo la guerra, le immagini aeree riprese dall’elicottero della Rai – che dopo aver detto no alla diretta fu costretta a trasmettere – toglievano ogni dubbio: si trattava della manifestazione più grande di sempre. Un dato: alle ore 16 l’Atac (l’azienda pubblica dei trasporti di Roma, ndr) in una nota informava che si erano raggiunte le 900mila obliterazioni sui mezzi pubblici superando e non di poco il record registrato nel 2000 durante il Giubileo della gioventù. Decine di treni speciali, più di un migliaio di autobus, la gente era venuta a Roma con ogni mezzo privato e pubblico, tanto che già alle 13, un’ora prima della partenza ufficiale, da piazza Esedra a piazza San Giovanni era tutta un’enorme chiazza di persone e di bandiere arcobaleno.

Lo striscione di apertura che riportava la parola d’ordine “No alla guerra senza se e senza ma” – slogan scelto in polemica con l’ambiguità di alcune forze politiche che erano disponibili ad accettare l’aggressione all’Iraq se questa fosse stata decisa dall’Onu – vista l’impossibilità di muoversi seguendo il percorso ufficiale, venne portato dagli organizzatori sul palco di piazza San Giovanni utilizzando vie secondarie. Intanto un enorme maxischermo, in una piazza già alla partenza del corteo strapiena, dava le immagini delle manifestazioni in corso in tutto il pianeta. Anche a Baghdad si tenne una manifestazione organizzata da Un ponte per e dalla associazione statunitense Voices in the wilderness, che passò di fronte agli uffici dell’Onu per chiedere che gli ispettori dell’Unmovic (la Commissione ispettiva creata nel 1999 per monitorare le capacità belliche dell’Iraq, ndr) non si prestassero a coprire la volontà di guerra degli Usa.

«Un oceano pacifico» titolava il giorno dopo Liberazione mentre il New York times parlò di quei 110 milioni di manifestanti come «la seconda potenza mondiale».Tutto ciò fu possibile grazie al metodo includente e alla paziente tessitura di un gruppo di attivisti ed attiviste del movimento altermondialista che compresero quanto fosse necessario uscire ciascuno dal proprio guscio nazionale per rispondere alla sfida globale di un altro mondo possibile. La gestazione fu a Firenze al primo Social forum europeo nel novembre 2002, dove a conclusione dei lavori venne avanzata l’idea di una manifestazione mondiale contro la guerra. La proposta venne rilanciata a livello globale dal secondo Social forum mondiale del gennaio 2003 a Porto Alegre in Brasile. Nel mezzo e subito dopo, centinaia d’incontri in presenza o al telefono, per allargare la rete dei partecipanti e coinvolgere il numero maggiore di Paesi. In questa corsa contro il tempo spesso le sale d’aspetto degli aeroporti diventavano il luogo ideale di queste riunioni. Era un periodo in cui viaggiare per fare politica era una esigenza, tanta era la curiosità del mondo. Sapevamo che da soli chiusi nei ristretti confini dei singoli Paesi nessuna conquista di civiltà sarebbe stata possibile.

Poi la guerra scoppiò lo stesso e fu uno schiaffo all’umanità di cui il corteo globale del 15 febbraio era stata una straordinaria testimonianza. Le bandiere della pace che a milioni posero sui balconi delle case e delle istituzioni con il tempo si sporcarono di smog o vennero tolte. Il governo Berlusconi si aggregò ai “volenterosi”, la coalizione di guerra guidata da Bush, insieme alla Spagna di Aznar e al Regno Unito del “new labour” Blair. Francia e Germania invece si dissociarono e non parteciparono. Tutta la Penisola venne trasformata in una portaerei per “riportare l’Iraq all’età della pietra”. L’Italia, nonostante l’opinione pubblica fosse contraria, partecipò all’occupazione dell’Iraq e diversi militari italiani persero la vita (non solo a Nassiriya). La guerra di aggressione e la politica del divide et impera dell’amministrazione occupante produsse i bombardamenti al fosforo bianco su Falluja, le torture nel carcere di Abu Ghraib, centinaia di esecuzioni sommarie, diverse migliaia di morti tra le truppe occupanti e, secondo la rivista Lancet, nei soli primi tre anni di guerra 650mila persone uccise (civili e combattenti) ed oltre 5 milioni di sfollati e rifugiati. Per non parlare dell’esercito di vedove, orfani, mutilati e di coloro che ancora oggi saltano sulle mine antipersona o si ammalano per l’effetto dell’uranio impoverito. Da quella guerra nacque l’Isis e prima ancora il terrorismo colpì Madrid, Londra, Parigi ed altre città europee. Aveva ragione il popolo del 15 febbraio: la guerra avrebbe portato la barbarie in tutto il pianeta.

Anche l’invasione dell’Ucraina è figlia di questo brodo di coltura che invece che nella diplomazia decise d’investire in spedizioni e patti militari. Figlia del 15 febbraio è invece, anche a dispetto della guerra e delle distruzioni, l’emergere in Iraq di una società civile capace di scendere in piazza per mesi lottando contro la divisione settaria del Paese, lo sfruttamento delle multinazionali del petrolio, la corruzione e la violenza di genere. Dopo questi 20 anni di “guerra mondiale a pezzi” il movimento europeo è ancora certamente attivo, ma sicuramente più debole e diviso. La memoria della “metodologia buona” come la definisce Raffaella Bolini, una delle tessitrici della rete di allora, dovrebbe essere fonte d’ispirazione per le forze della pace oggi. Del 15 febbraio resta quell’insegnamento fondamentale: «Il metodo inclusivo, il tessere relazioni oltre i confini, che permette ai sogni di diventare realtà».

L’autore: Alfio Nicotra è co-presidente nazionale di Un ponte per, Associazione per la solidarietà internazionale

 

Ucraina, un’ecatombe evitabile

Stiamo scivolando verso il primo anno. Non il primo anno di guerra, quella c’è dal marzo del 2014. Sono i primi dodici mesi dall’invasione russa dell’Ucraina. Un tempo infinito, che ha lasciato sul campo un numero impressionante di morti – fra civili e militari si superano i 100mila, probabilmente -, un Paese distrutto e un Pianeta sull’orlo del disastro.
È, insomma, tempo di primi bilanci. Quali sono, per il mondo, le conseguenze di questa fase della guerra? Scoprirlo è un viaggio interessante e drammatico. Una delle conseguenze immediate è che l’emergenza climatica, che avevamo deciso come comunità internazionale di mettere in cima alla lista delle nostre priorità, resterà tale. Per colpa di questa guerra, non raggiungeremo l’obiettivo prefissato di contenere di un grado e mezzo l’aumento della temperatura media.

Troppe le ragioni. La guerra in quanto tale sta immettendo nell’atmosfera tonnellate di CO2: pensate un solo aereo da combattimento consuma 16mila litri di carburante in un’ora. Poi, il terrore di restare privi di energia per la chiusura delle forniture russe ha portato tutti i Paesi europei a riattivare ogni possibile, vecchia centrale elettrica, riscoprendo non solo il petrolio, ma anche il carbone. Morale: questa guerra è anche una guerra al nostro futuro. E la stiamo perdendo.

Altro capitolo da aprire è quello delle armi: l’Ucraina sta diventando il Paese più armato del mondo. Sono più di 30 miliardi di dollari in armi quelli dati a Kiev nei primi sei mesi di guerra. Chi le ha date? Le industrie di quali Paesi hanno lavorato di più? In testa ci sono gli Stati Uniti. Hanno fornito armi sofisticate, che si sono rivelate essenziali nella difesa del territorio. A Kiev è arrivato davvero di tutto. Tra gli altri, sono arrivati i lanciarazzi multipli Himars, vero incubo per i russi: viaggiano veloci e a bassa quota. La contraerea russa non riesce a fermarli. Sono stati forniti anche i missili antinave Harpoon, che hanno contrastato la flotta russa nel Mar Nero: riescono a colpire obiettivi a 300 chilometri di distanza. Se si guarda ancora ai dati relativi ai primi sei mesi di conflitto, la Gran Bretagna, con i 4,2 miliardi di dollari, era il secondo Paese per forniture militari all’Ucraina, seguita dal Canada, da subito schierato a fianco di Kiev in questa guerra. Concretamente, ha inviato obici M777, munizioni, droni, fucili e ha fornito immagini satellitari ad alta risoluzione, lanciarazzi, bombe a mano e due velivoli tattici.

L’impegno del resto d’Europa è stato consistente, ma in assoluto più modesto. Basti vedere la lista degli armamenti forniti ancora nei primi cinque-sei mesi di guerra, in attesa che arrivino dati più consolidati relativi al primo anno di guerra. Parigi, ad esempio, ha fornito a Kiev obici semoventi Cesar, missili anticarro Milan e missili antiaerei Mistral. L’Italia ha fornito lanciarazzi, mezzi per il trasporto truppe, carri armati e camionette anti mine: da ricordare che il nostro Paese non rende pubblico l’elenco dei materiali inviati.
La Germania ha mandato un sistema di difesa aerea, un sistema radar di localizzazione, obici e carri armati. La Spagna ha spedito 200 tonnellate di equipaggiamento militare, il Belgio ha mandato 5mila fucili automatici e armi anticarro. L’Olanda ha inviato 200 missili Stinger e obici. La Grecia ha, invece, inviato 400 fucili Kalashnikov, lanciarazzi e munizioni. Poi, grazie ad un accordo con la Germania, Atene ha inviato vecchi carri armati dell’era sovietica, ottenendone in cambio più moderni da Berlino. Alla lista vanno aggiunti i Paesi scandinavi, quelli dell’Est Europa, la Turchia. Insomma, il mondo si è mosso e ha dato armi. Quello che ci si chiede è: finita la guerra, che fine faranno tutte queste armi? Dove andranno, chi le userà e per cosa? Alcuni osservatori sostengono che il rischio di fare dell’Ucraina una «media potenza militare regionale» è concreto e questo renderebbe complesso e difficile ogni tentativo di costruire una pace duratura.

Questo apre un terzo capitolo: come si sta riposizionando il mondo? Questa fase della guerra ha mostrato grandi spostamenti strategici. L’Ucraina appare come un tavolo da gioco, attorno al quale potenze medie e grandi cercano di riposizionarsi. La Russia, ad esempio, ha utilizzato la guerra per ribadire di essere tornata «potenza continentale». Una manovra iniziata da lontano: Putin aveva riempito i vuoti lasciati dagli Usa nel Vicino Oriente, alleandosi con l’Iran e intervenendo militarmente in Siria, ufficialmente per combattere l’Isis, lo Stato Islamico. Ha trovato un ruolo nei Balcani, appoggiando la Serbia e disturbando l’Unione europea.
Gli Stati Uniti tentano disperatamente di mantenere il ruolo “di padroni”.
È la postura che a partire dal 1991 – anno della caduta dell’Unione Sovietica – ha portato a grandi tensioni internazionali e a una regressione rapida dei livelli di cooperazione internazionale fra Stati. Le guerre in Afghanistan e Iraq sono state militarmente e politicamente un fiasco costoso. Potenza navale, non di terra, gli Usa hanno spostato il proprio asse strategico nel Sud Pacifico, con la nuova alleanza con Australia e Inghilterra (Aukus), ma Washington appare all’angolo.

La Cina è la vera nuova protagonista della scena. Pechino si è schierata con Mosca: l’accordo firmato da Putin e Xi Jinping nei primi giorni di febbraio 2022 lega i due Paesi dal punto di vista strategico-militare ed economico.
Un’alleanza importante, perché guarda lontano. Guarda, ad esempio, a quella rotta artica che si sta aprendo a Nord per via dei cambiamenti climatici, con il ghiaccio che si scioglie e rende navigabile quel tratto di mare. I trasporti delle merci cinesi verso l’Europa, il grande mercato, passerà di lì, consentendo un risparmio del 40% sui costi. E sarà la Russia, inevitabilmente, a controllare quelle acque.

L’Unione europea rimane il gigante economico reso nano politico dalla scena internazionale. Poteva fare di più per evitare questa guerra? Sì, poteva. Ma la logica degli affari, l’unica che l’Unione europea conosca in questa fase storica, l’ha portata a giocare ambiguamente su tutti i tavoli e con tutti per troppo tempo.
Infine la Turchia, con il presidente Erdoğan. Ankara si è buttata sulla guerra sfruttando il non ruolo dell’Europa e la propria voglia di tornare al tavolo dei grandi. Attivissimo nel Mediterraneo e nei Balcani, intenzionato a ricostruire in qualche modo l’idea di “Turchia imperiale” morta nel 1918, Erdoğan ha con Putin rapporti storicamente ondivaghi, ma i due hanno mostrato di intendersi. Così, pur essendo Paese della Nato (per quanto ancora?), la Turchia ha iniziato a tessere una trama che l’ha portata a essere mediatrice fra Zelensky e Putin.

Dodici mesi dopo l’invasione voluta da Putin, il quadro che come comunità internazionale abbiamo davanti è questo. Dentro in Ucraina, quello che c’è davvero sono i troppi civili morti, gli sfollati e profughi, le città distrutte. Si poteva evitare? Sì, potevamo fare in modo che non accadesse. Questa fase della guerra è figlia del disinteresse del mondo, incapace di intervenire – o non interessato – con gli strumenti della diplomazia e del diritto per trovare una soluzione. Le conseguenze di questa guerra le pagheremo nel tempo. E sarà un conto davvero salato.

Zelensky a Sanremo? Sì a note di pace, no alla propaganda di guerra

L’irruzione del presidente ucraino Zelensky al festival di Sanremo si inserisce nella propaganda di guerra. Non appare avere nessun altro significato se non questo. Serve a persuadere l’opinione pubblica che entrare in guerra un poco alla volta tutti è necessario per salvare l’Europa. La Russia come la Germania di Hitler. Paragone francamente inascoltabile. Putin ha senza dubbio la responsabilità di aver iniziato una guerra inaccettabile, ingiusta ed illegale. Ma non vi è nessuna ragione al mondo di consolidare il processo verso la terza guerra mondiale che sarà l’ultima perché ci riserverà con molta probabilità l’olocausto nucleare. Nessuno più nega, nemmeno i signori della guerra, della propaganda e della menzogna anche di Stato, che siamo in guerra con la Russia per il tramite dell’Ucraina. La guerra per procura, ma non con la carta da bollo e gli avvocati, ma con le armi pesanti ed i soldati.

L’intervento di Zelensky alla principale kermesse nazional popolare italiana serve per rafforzare la narrazione della guerra giusta in difesa del popolo ucraino aggredito e per preparare sempre di più al nostro progressivo ingresso in guerra. La scelta maldestra di far parlare il presidente ucraino serve anche a provare a spostare l’opinione pubblica italiana che è ancora in maggioranza contro l’invio delle armi. A questo punto, dal momento che siamo un Paese a sovranità limitata a distanza di 80 anni dalla seconda guerra mondiale, perché non possiamo nemmeno decidere sul presente e il futuro della nostra vita, allora sarebbe stato più onesto far parlare Zelensky ed il presidente degli Stati Uniti al suo fianco. Più vero, più onesto intellettualmente. Sarebbe stato bello invece se il servizio pubblico della Rai, al quale contribuisce con il proprio portafoglio il popolo italiano, avesse fatto cantare e parlare, magari insieme, un’artista ucraina ed una russa. La musica e la cultura per la pace e non invece utilizzare il festival per la propaganda di guerra.

Ormai è sempre più chiaro che in questa fase nessuno dei governanti coinvolti nella guerra parla di pace e cerca la pace: né Putin e né Zelensky, ma nemmeno Biden e i governanti occidentali, con la Nato che assume sempre di più un ruolo di alleanza offensiva e non difensiva. L’opzione diplomatica non viene più presa in considerazione, nessuna seria iniziativa viene avanzata. Questa guerra non si è voluta evitare, serviva ai potenti della terra in questo momento della storia. Con in mezzo il sacrificio immenso dell’innocente popolo ucraino e con la mattanza di migliaia di giovani soldati. Eppure è chiaro che questa guerra non può finire con un vincitore, tenuto conto che si stanno confrontando Russia da una parte e Nato dall’altra e quindi il conflitto potrà terminare o con la sconfitta di tutti o solo con la diplomazia.

I popoli europei sono purtroppo piuttosto assenti sotto l’aspetto delle mobilitazioni di massa, assuefatti all’idea di non poter cambiare il corso degli eventi. E anche la pandemia è come se avesse ulteriormente influito sulla volontà dei popoli di fare i popoli che possono cambiare la storia ed essere più decisivi dei governanti. Perché ormai solo i popoli possono provare a modificare la cecità politica dei governanti europei. L’Europa, quando e se ne usciremo, sarà molto più debole ancora e ci vorrà un periodo lunghissimo per risollevarsi. Si avrà una nuova cortina di ferro con la Russia e l’Europa debole sarà un vantaggio soprattutto economico per gli Stati Uniti e la Cina. Svanisce almeno per i prossimi decenni la lungimirante visione politica dell’Europa unita nelle sue diversità, dal Portogallo alla Russia. Un continente forte in grado di affrontare le sfide geopolitiche, soprattutto da un punto di vista economico, sociale, ambientale e delle auspicabili politiche sulla globalizzazione dal volto umano.

L’orizzonte della pace si allontana sempre di più e il rischio di un conflitto mondiale aumenta giorno dopo giorno, soprattutto dopo l’invio di armi più potenti e devastanti all’Ucraina. Armi che già stanno colpendo il territorio russo e quindi preparando la reazione ancora più dura di Mosca fino all’uso dell’arma atomica come legittima difesa rispetto al pericolo della loro sicurezza nazionale. Più armi, più morti. È matematico. Con i missili, i carri armati ed altre armi micidiali l’Ucraina è in grado di colpire sempre di più il territorio russo. Lo scenario del conflitto si allarga quotidianamente. L’obiettivo di Zelensky, sempre più prestanome politico e militare degli americani, è quello di iniziare a colpire i russi nel proprio territorio. Ottenuti i carri armati della Nato, immediatamente il presidente ucraino ha chiesto missili a lungo raggio ed aerei per poter attaccare il nemico anche nel territorio russo perché sa di godere della protezione della Nato. La Russia, se verrà messa in discussione la sua sicurezza nazionale potrà utilizzare quindi l’arma nucleare. Una spirale potenzialmente letale per l’umanità. Ed è terrificante assistere a dibattiti mediatici nei quali si considera un’opzione possibile e accettabile la bomba atomica, come se dopo, tutto potesse ricominciare, come se la storia non ci avesse insegnato nulla. Con l’utilizzo della bomba atomica nulla sarà più come prima. Potremmo vedere con i nostri occhi l’inizio della fine del mondo. Dobbiamo fare quindi di tutto perché questo incubo non diventi terribile realtà.

L’autore: Luigi de Magistris, ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, è il leader della coalizione Unione popolare

In apertura: Volodymyr Zelensky (foto The Presidential Office of Ukraine) e Amadeus

Il Consiglio d’Europa lo scrive chiaro e tondo: il decreto Piantedosi è carta straccia

Sono solo 9 pagine ma pesano come un intero tomo sulla faccia del ministro Piantedosi e sui suoi fantasiosi modi di ostacolare il salvataggio delle vite umane. Il Consiglio d’Europa pubblica un parere del suo comitato di esperti sul diritto delle Ong e non usa mezzi termini: «Il decreto legge n. 1/2023 solleva difficoltà sia procedurali che sostanziali rispetto alla libertà di associazione e alla tutela dello spazio della società civile».

All’interno del decreto che il ministro dell’Inferno Piantedosi e tutto il suo governo sventolano con tanta fierezza vengono riscontrati «requisiti onerosi, arbitrari e talvolta illeciti (nel senso che possono violare i requisiti del diritto del mare, esporre le persone vulnerabili a un rischio maggiore e comportare violazioni della privacy degli individui) per le Ong che svolgono attività di ricerca e soccorso» e che «danno origine a problemi di rispetto dei diritti di cui agli articoli 8 e 11 della Cedu a causa della mancanza di legalità, legittimità e proporzionalità».

Come qualcuno si ostina a scrivere da tempo nel documento si legge che il «decreto legge n. 1/2023 ha l’effetto di vietare alle navi di effettuare più di una missione di salvataggio prima del rientro in porto. Questo, unito alla recente pratica del governo italiano di assegnare porti lontani dalla posizione delle navi, che è di per sé una violazione dell’Unclos (la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare), significa che il tempo in mare delle navi che svolgono attività di ricerca e soccorso vitali è ridotto al minimo». Lo sapeva chiunque se ne intenda di diritto. Tranne, evidentemente, Piantedosi.

E ancora: «Se le autorità ordinassero alle Ong di ricerca e soccorso di recarsi immediatamente in un porto, indipendentemente dal fatto che vi siano altre persone in pericolo in mare nelle immediate vicinanze, ciò sarebbe in contrasto con l’obbligo del capitano di prestare assistenza immediata alle persone in pericolo, come sancito dall’art. 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e il Protocollo di Palermo contro il traffico di migranti».

L’obiettivo di quel decreto è ben chiaro, anche agli esperti: «Questi nuovi requisiti – si legge –  non solo ostacolano il lavoro delle Ong di ricerca e soccorso, ma aumentano anche i rischi associati allo svolgimento di tale lavoro sia per quanto riguarda le multe, la detenzione e la confisca delle navi, che possono esacerbare uno spazio già difficile della società civile per Ong che lavorano con rifugiati e altri migranti. Le misure sono in conflitto con le Linee guida del Consiglio di esperti sul lavoro delle Ong, in particolare con la specificazione che le leggi, le politiche e le pratiche dovrebbero non proibire o impedire alle Ong di aiutare rifugiati e altri migranti in difficoltà sia in mare che a terra».

È tutto qui, nero su bianco. Non è l’editoriale di qualche ostinato buonista e non è nemmeno il parere interessato di qualche “comunista”. Piantedosi e i suoi sgherri non sono solo esponenti di una politica feroce, sono anche incapaci di scrivere le leggi.

Buon giovedì.

Nella foto: La nave della Ong Practiva Open Arms al porto di Pozzallo, 26 marzo 2018 (Gregor Rom)

Autonomia differenziata, l’attacco alla Costituzione che piace alla destra e al Pd

Temo che vi sia una generale sottovalutazione nei confronti delle decisioni del governo Meloni sulla cosiddetta “autonomia differenziata”. Ci troviamo, infatti, di fronte ad una vera e propria eversione costituzionale. Si rischia l’introduzione di quello che Giovanni Moro ha definito lo “ius domicilii”. Cioè il diritto di chi vive nelle regioni più ricche del Nord di avere per legge maggiori diritti di chi abita nel Centro/Sud. Questa è la filosofia, la subcultura del disegno di legge del ministro Calderoli.

La “secessione dei ricchi“, come l’ha efficacemente definita l’economista Viesti, muterebbe radicalmente il volto del Paese e muterebbero le modalità di attuazione delle fondamentali politiche pubbliche dello Stato sociale universale. Il governo, come ampi settori del Partito democratico (Pd), ritengono che un ipocrita riferimento ai “livelli essenziali di prestazione”(peraltro non “uniformi” in tutto il Paese) possa rendere accettabile l’eversione costituzionale. Ma mentono sapendo di mentire.

Il testo Calderoli propone di approvare i Lep entro un anno. Altrimenti di procedere ugualmente, garantendo alle Regioni la “spesa storica”, cioè l’istituzionalizzazione delle differenze (“chi ha avuto meno servizi fino ad ora meno avrà”). Contravvenendo, quindi, perfino ai principii generali sul finanziamento di Regioni ed Enti locali (legge 42 del 2009), che prescrivono che, in base all’art. 117 della Costituzione, vadano definiti “i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Si tratta di un principio fondamentale della legalità costituzionale: i cittadini devono godere, ovunque essi vivano, di un livello garantito ed uniforme di diritti di cittadinanza. Qui è forte il richiamo ad un “fondo perequativo” per i territori “con minore capacità fiscale per abitante”.

Ma l’imbroglio di Calderoli è grottesco. dove sono gli ottanta miliardi previsti per il fondo perequativo? Non vi sono; e allora l’autonomia differenziata diventa automaticamente una discriminazione tra i cittadini di differenti Regioni. L’Italia sarebbe ridotta ad una sommatoria di venti staterelli tra loro fortemente disomogenei. La Meloni appare in grande difficoltà, di fronte all’aggressione leghista, sia perché teme la rivolta , che è in atto, del suo elettorato meridionale; sia perché è memore della sua proposta di legge di riforma costituzionale (diciassettesima legislatura, n. 1953) nella quale proponeva addirittura l’abolizione dell’art. 116 della Costituzione per sopprimere “ogni forma di specialità regionale” . Prendiamola sul serio! In definitiva la Costituzione è chiara: “diritti diseguali” è un ossimoro insopportabile . L’autonomia differenziata è la istituzionalizzazione delle diseguaglianze e, di conseguenza, contraddice l’intero impianto costituzionale fondato sull’eguaglianza sostanziale. L’art. 3 della Costituzione si muove nello spazio della giustizia sociale. Mentre l’autonomia differenziata esalta l’orizzonte competitivo e l’egoismo territoriale; è incubatrice di razzismo. Tra l’altro, è bene saperlo, autonomia differenziata e presidenzialismo autoritario sono complementari. La Meloni è stata chiara:” autonomia differenziata e presidenzialismo devono camminare e concludersi insieme”.

La volontà di verticalizzazione del potere è ulteriormente dimostrata dalla evanescenza ed inerzia del Parlamento. Nella proposta Calderoli il Parlamento non tocca palla in una decisione che riguarda la forma/ Stato. Ci auguriamo che i gruppi parlamentari di opposizione innalzino le barricate, usando tutti gli stratagemmi dei regolamenti parlamentari, in rappresentanza della campagna di massa e delle tante assemblee ed iniziative che si stanno ovunque svolgendo (e a cui sempre Left è presente, come quella di No Ad del 29 gennaio  Anche su Radio Radicale).

Un’ultima, rilevante osservazione: noi siamo pienamente partigiani dell’articolo 5 della  Costituzione: l’autonomia è articolazione della Repubblica “una e indivisibile”. Non siamo conservatori, né centralisti. Ma la nostra autonomia è “democrazia di prossimità”, ruolo centrale dei Comuni, autoorganizzazione. All’egoismo territoriale contrapponiamo il rapporto tra i territori italiani e quelli euromediterranei, come poteri democratici ed alternativi. Anche il popolo del Nord, infatti, sarebbe vittima dell’autonomia differenziata , che è un provvedimento classista, fondato sulla privatizzazione totale dei pubblici servizi, subalterno alla ricostruzione mitteleuropea delle catene del valore capitaliste.

Libano nel caos, le prime vittime sono i bambini

Cammini per le strade di Sidone (Saida in arabo) e all’odore di mare e della pesca si accosta quello dei rifiuti rovistati. Freschi, umidi e “sbudellati” come le carcasse di animali che giacciono sottosopra sui banchi del mercato della carne. È un mondo, questo di Sidone, nel Sud del Libano, tutto rivoltato. Dove i bambini non vanno a scuola perché sono costretti a chiedere l’elemosina per strada, e dove le scuole si svuotano anche degli insegnanti che uno dopo l’altro emigrano chissà dove. Nelle strade, le macchine senza carburante sono parcheggiate in eterno e al traffico di auto si sostituiscono gruppi di studenti che camminano e che non hanno di che studiare, e genitori rinsecchiti dalla fame che non hanno di che lavorare, e sì, anche gruppi di turisti inebetiti che fotografano e fotografano pur non avendo di che fotografare.

Così capita di sedersi ad un falafel bar, ignorando il peso dell’inflazione che schiaccia chi ti circonda. Cambiare dollari scintillanti al mercato nero significa scoprire che il tasso di cambio non ufficiale è di uno a sessantamila lire libanesi. Uno a sessantamila. Appena venti giorni fa era a uno a 42mila, e per la pelle che indossi, per la lingua che parli, ti credono una milionaria. E capita anche che si avvicini una bambina che chiede your leftovers, i tuoi avanzi. Questa è l’immagine che rappresenta la situazione che adesso sta vivendo la popolazione, l’agonia di interi villaggi del Libano: bambini affamati attorno ai cassonetti, che si contendono avanzi di cibo con i topi.

Una situazione che il 3 gennaio Save the children ha denunciato: in Libano, se non verranno prese misure urgenti, il numero dei bambini che soffrono la fame aumenterà del 14% all’inizio di quest’anno. Secondo l’organizzazione internazionale che lavora nel Paese del Medio Oriente dal 1953, quattro bambini rifugiati libanesi e siriani su 10 stanno affrontando un’insicurezza alimentare acuta elevata.

Tutto questo fa affiorare drammaticamente il passato. È il ripetersi della Maja’at Lubnan, la Grande carestia del Monte Libano. La storia collettiva, l’evento trascorso che per orrore dell’oblio si insinua nella vita presente. Nella vita pressante degli ultimi. Durante la Prima guerra mondiale, la burocrazia ottomana e un’invasione di locuste causarono sulle alture libanesi una carestia di proporzioni spaventose, che in soli due anni uccise – letteralmente di fame – non meno di 200mila persone. Cinquantamila in più di quelle vittime che avrebbero causato tutte le guerre subite tra il 1975 e il 1989 – compresa l’invasione israeliana del 1982. In tutta la Siria, che allora includeva il «distretto del Libano», il numero di morti stimati raggiunse i 350mila, su una popolazione che allora contava meno di quattro milioni. Era il 1917 e gli Alleati imposero un embargo sul Levante per lasciare le truppe turche nemiche in Palestina e nella Siria che allora includeva il distretto del Libano a corto di rifornimenti. Ma i turchi requisirono il cibo di cui avevano bisogno, lasciando la popolazione civile a deperire, ad agonizzare, a spegnersi lentamente nella fame.

Oggi un albero memoriale realizzato dall’artista Yazan Halwani, non lontano da dove sei decenni più tardi si sarebbe auto-tracciata la frontiera della guerra civile, nella capitale, sorge in memoria delle vittime della Grande carestia. Sulle foglie di rame i versi di Khalil Gibran, Tawfik Yousef Awwad, Anbara Salam Al-Khalidi e molti altri. Ecco alcuni versi di Gibran: «La mia gente è morta di fame / in una terra ricca di latte e miele / è morta perché si sono levati i mostri dell’inferno / e hanno distrutto tutto ciò che i suoi campi producevano». L’invasione di locuste. «È morta perché le vipere e / la prole delle vipere hanno sputato veleno / nel luogo in cui i Sacri Cedri / e le rose e il gelsomino emanano il loro profumo». Gli eserciti stranieri occupanti e famelici ingordi smaniosi.

Anche quella di inizio Novecento era un’epoca di enormi migrazioni. Decine di migliaia di persone, come l’autore di questi versi si erano autoesiliati in America per sfuggire alle avversità degli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Grande Guerra. Molti dei nomi non europei tra i passeggeri di terza classe che annegarono sul Titanic erano, infatti, libanesi. Eppure le migrazioni non avvenivano solo dal Libano: ma anche verso il Libano, come quella degli armeni scampati al genocidio turco, che ancora oggi abitano il quartiere di Burj Hammoud, a Nord Est di Beirut, raggruppati secondo le città e i villaggi d’origine. Un armeno la cui famiglia proviene da Erzurum o Kars vive vicino ad altri armeni i cui genitori nonni o bisnonni provenivano dalle stesse città; proprio come i palestinesi di Haifa o di ‘Akka, nei campi profughi vivono accanto a quelli le cui case, in Palestina, si trovavano negli stessi quartieri, a volte persino nelle stesse strade. Ci furono gli armeni e ci furono i palestinesi e ci furono le Guerre del Golfo e arrivarono gli iracheni, e poi un giorno, nel mezzo di una crisi economica che iniziava a farsi irreversibile, ci fu il milione e mezzo di siriani che oggi rappresentano un quarto della popolazione libanese, e che al 99% vivono in condizioni di povertà estrema, e che molto probabilmente al mattino si vestono di carità.

E infine, alla situazione economica disastrosa, all’inflazione schizzante, all’incremento del prezzo della benzina, in Libano adesso si aggiunge il vuoto politico causato dalle dimissioni dell’ex Presidente della repubblica Michel Aoun, avvenute lo scorso 30 ottobre, sulla scia dell’instabilità che il Paese sta attraversando da più di tre anni. Nell’ottobre del 2019, la gioventù libanese era scesa in piazza a protestare contro un sistema politico corrotto e stagnante in un confessionalismo non più rappresentativo: e se non bastarono le repressioni delle forze dell’ordine a inibire il dissenso, lo shock – la paralisi – l’avrebbe causata l’esplosione del 4 agosto 2020 al porto di Beirut, in cui morirono 250 persone e più di seimila rimasero ferite. In difesa della giustizia per le vittime di quell’esplosione, il 26 gennaio centinaia di manifestanti si sono riuniti alle porte del palazzo di giustizia, appresa la decisione della Corte di affossare le indagini e rilasciare i 17 responsabili indagati. Qualcuno tra gli imputati ormai scarcerati ha già lasciato il Paese, in questo Libano capovolto in cui se fai parte dell’élite puoi comprarti la libertà, e se non hai niente ti lasciano deperire insieme ai topi sul bordo delle strade.

L’autrice: Valeria Rando è una ricercatrice italiana in Libano

Nella foto: bambini siriani rifugiati (Khaled Akacha, particolare)

 

 

 

 

I morti di lavoro? Sempre peggio

Sempre peggio. Nel 2022 si registra, rispetto al 2021, un deciso aumento delle denunce all’Inail di infortuni sul lavoro (dovuto in parte al più elevato numero di denunce di infortunio da Covid-19 e in parte alla crescita degli infortuni “tradizionali”, sia in occasione di lavoro che in itinere), un calo di quelle mortali (per il notevole minor peso delle morti da contagio, a cui si contrappone però il contestuale incremento dei decessi in itinere), e una crescita delle malattie professionali. 

In particolare le denunce presentate all’Istituto entro lo scorso mese di dicembre sono state 697.773, in aumento del 25,7% rispetto alle 555.236 del 2021 (+25,9% rispetto alle 554.340 del periodo gennaio-dicembre 2020 e +8,7% rispetto alle 641.638 del periodo gennaio-dicembre 2019). I dati rilevati al 31 dicembre di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un incremento nel 2022 rispetto al 2021 sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati dai 474.847 del 2021 ai 607.806 del 2022 (+28,0%), sia di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, che hanno fatto registrare un aumento dell’11,9%, da 80.389 a 89.967. Nello scorso mese di dicembre il numero degli infortuni sul lavoro denunciati ha segnato un +24,5% nella gestione Industria e servizi (dai 464.401 casi del 2021 ai 578.340 del 2022), un -3,6% in Agricoltura (da 26.962 a 25.999) e un +46,3% nel Conto Stato (da 63.873 a 93.434). Si osservano incrementi generalizzati degli infortuni in occasione di lavoro in quasi tutti i settori, in particolare nella Sanità e assistenza sociale (+113,1%), nel Trasporto e magazzinaggio (+79,3%), nelle Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione (+55,2%) e nell’Amministrazione pubblica, che comprende le attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e gli amministratori regionali, provinciali e comunali (+54,8%).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud (+37,3%), seguito da Isole (+33,2%), Nord-Ovest (+30,4%), Centro (+29,4%) e Nord-Est (+13,3%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano principalmente la Campania (+68,9%), la Liguria (+49,0%) e il Lazio (+45,4%). L’aumento che emerge dal confronto di periodo tra il 2021 e il 2022 è legato sia alla componente femminile, che registra un +42,9% (da 200.557 a 286.522 denunce), sia a quella maschile, che presenta un +16,0% (da 354.679 a 411.251). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (+27,0%), sia quelli extracomunitari (+20,8%) e comunitari (+15,8%). Dall’analisi per classi di età emergono incrementi generalizzati in tutte le fasce. Quasi la metà dei casi confluisce nella classe 40-59 anni. Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto entro lo scorso mese di dicembre sono state 1.090, 131 in meno rispetto alle 1.221 registrate nel 2021 (-10,7%). Questo calo è la sintesi di un decremento delle denunce osservato nel quadrimestre gennaio-aprile (-33,8%) e di un incremento nel periodo maggio-dicembre (+7,1%), nel confronto tra i due anni. Si registrano 180 casi in meno rispetto al periodo gennaio-dicembre 2020 (1.270 decessi) e uno in più rispetto al periodo gennaio-dicembre 2019 (1.089 decessi). A livello nazionale i dati rilevati al 31 dicembre di ciascun anno evidenziano, pur nella provvisorietà dei numeri, un decremento nel 2022 rispetto al 2021 solo dei casi avvenuti in occasione di lavoro, scesi da 973 a 790 per il notevole minor peso delle morti da Covid-19, mentre quelli in itinere sono passati da 248 a 300. Il calo ha riguardato soprattutto l’Industria e servizi (da 1.040 a 936 denunce), seguita da Conto Stato (da 53 a 36) e Agricoltura (da 128 a 118).

Dall’analisi territoriale emerge un decremento di 83 casi mortali al Sud (da 318 a 235), di 31 nel Nord-Est (da 276 a 245), di 12 nel Nord-Ovest (da 313 a 301), di tre nelle isole (da 87 a 84) e di due al centro (da 227 a 225). Le regioni con i maggiori decrementi sono la Campania (-37 casi mortali), la Puglia, il Friuli Venezia Giulia e l’Emilia Romagna (-22 ciascuna), l’Abruzzo (-20) e il Piemonte (-18). Tra le regioni che registrano aumenti si segnalano, invece, la Calabria (+14 casi), la Lombardia (+13) e la Toscana (+9). Il calo rilevato tra il 2021 e il 2022 è legato soprattutto alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono passati da 1.095 a 970, mentre quella femminile passa da 126 a 120 casi. In diminuzione le denunce dei lavoratori italiani (da 1.036 a 881 decessi), in aumento quelle degli extracomunitari (da 138 a 156) e dei comunitari (da 47 a 53). Dall’analisi per classi di età, da segnalare l’incremento di casi mortali tra i 25-39enni (da 153 a 196 casi) e tra gli under 20 (da 10 a 22) e il calo tra gli over 39 anni (da 1.019 a 839). Al 31 dicembre di quest’anno risultano 19 denunce di incidenti plurimi avvenuti nel 2022, per un totale di 46 decessi, 44 dei quali stradali. Nel 2021 gli incidenti plurimi erano stati 17 per un totale di 40 decessi, 23 dei quali stradali. 

 Le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail nel 2022 sono state 60.774, in aumento di 5.486 casi (+9,9) rispetto al 2021 (15.751 casi in più, per un incremento percentuale del 35,0% rispetto al 2020, e 536 casi in meno, con una riduzione dello 0,9%, rispetto al 2019). I dati rilevati al 31 dicembre di ciascun anno mostrano un aumento nel 2022 rispetto al 2021 nelle gestioni Industria e servizi (+10,0%, da 45.632 a 50.185 casi), Agricoltura (+9,5%, da 9.167 a 10.041) e Conto Stato (+12,1%, da 489 a 548). L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce nelle Isole (+18,4%), nel Centro (+10,3%), nel Nord-Ovest (+10,0%), nel Sud (+9,5%) e nel Nord-Est (+5,6%). In ottica di genere si rilevano 4.472 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori, da 40.387 a 44.859 (+11,1%), e 1.014 in più per le lavoratrici, da 14.901 a 15.915 (+6,8%). Nel complesso, l’aumento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani, passate da 51.142 a 56.128 (+9,7%), sia quelle degli extracomunitari, da 2.861 a 3.145 (+9,9%), e dei comunitari, da 1.285 a 1.501 (+16,8%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare, anche nel 2022, le prime tre malattie professionali denunciate, seguite dai tumori e dalle malattie del sistema respiratorio.

Fino alla prossima commemorazione per i caduti sul lavoro. Cerimonie contrite e promesse. Poi si riparte.

Buon mercoledì.

Foto di Alex Umbelino – Pexels

La questione italiana

Chi di solito osserva le condizioni presenti dell’Italia e le confronta con quelle degli altri Paesi avanzati osserva ormai da anni che esse sono di gran lunga peggiori in molti ambiti della vita nazionale: arretramento del livello medio delle retribuzioni, disuguaglianze sociali e territoriali, disoccupazione, precarietà del lavoro, condizioni della scuola, numero dei laureati, risorse per la ricerca, perfino regresso demografico, il segnale meno controvertibile – per lo meno nella società della crescita – della decadenza di un Paese. Tale evidente disparità dello stato della nostra vita sociale ci impone uno sforzo di analisi che vada oltre le cause generali che da 30 anni fanno arretrare le condizioni dei ceti popolari in gran parte dei Paesi europei e del mondo.

Le pratiche neoliberiste, vale a dire i programmi del capitalismo scatenato, messi in atto da un servizievole ceto politico, sono stati applicati in Germania come in Francia, in Spagna o nel Regno Unito, ma è in Italia che esse sembrano avere effetti così marcatamente disgregatori. Perfino sul piano politico e di governo: due esecutivi tecnici, adesso uno di destra destra, con a capo un’erede del neofascismo del dopoguerra. Io credo che se non si vuole restare sulla superficie della questioni bisogna cercare spiegazioni all’ anomalia italiana nelle strutture profonde della nostra storia nazionale. Occorre gettare uno sguardo ai caratteri originali della nostra vicenda civile, alla cultura antropologica degli italiani. Può apparire azzardato nel 2023 tentare di spiegare la grave involuzione dell’economia e della società di oggi interrogando contesti troppo lontani nel tempo. Ma occorre considerare innanzitutto che alcuni caratteri di un popolo durano nei secoli anche se si trasformano con il mutare complessivo della società.

«La mentalità – scriveva Fernand Braudel – è la più tenace delle strutture», uno strato di roccia culturale che il trascorrere dei processi e degli eventi intaccano solo in parte. D’altronde, in tutte le epoche di involuzione e regresso i fondi più oscuri del passato sembrano riemergere e farsi vivi, sia pure in nuove forme. E oggi viviamo non un rinculo, ma un clamoroso collasso di civiltà.

Naturalmente, non è certo il caso di rammentare che la teorizzazione del “particulare” di Francesco Guicciardini della realtà umana, vista come un aggregato incomponibile di egoismi, sia fiorita sintomatologicamente in Italia, per giunta nel cuore del Rinascimento, la fase più alta della nostra storia. Nè tanto meno rammentare che tre secoli più tardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani Giacomo Leopardi poteva osservare «che l’Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea». Basti considerare che la sua secolare frantumazione civile, la lacerazione politica dei suoi ceti, anche all’interno delle città, vanto e splendore della nostra storia, ma agenti permanenti di disunione, hanno imposto all’Italia quasi quattro secoli di servaggio a potenze straniere. Il Paese che nel tardo medioevo aveva conseguito il primato economico e finanziario in Europa e nel Mediterraneo era rimasto un nano politico e aveva dovuto attendere il 1860 per avviare il processo di unificazione delle sue sparsa membra e conseguire l’indipendenza nazionale. Uno Stato-Nazione, tuttavia, che non riuscirà mai a conseguire un assetto egemonico.

Ma occorre cogliere l’essenziale della tragica originalità della nostra storia lunga: genio individuale delle élites, creatività e inventiva, spirito di intraprendenza dei ceti popolari, vivissimo senso artistico, intrecciati inestricabilmente a individualismo anarcoide, indisciplina civile, inclinazione a costituire fazioni e logge, assenza di classi dirigenti dotate di visione unitaria. E il filo rosso che giunge oggi fino a noi è rintracciabile in due aspetti che carsicamente riaffiorano nella vita nazionale. Uno è il carattere elitario e separato dei gruppi di potere, l’altro è la frantumazione dei ceti popolari, divisi dai dialetti, dalle forme della vita religiosa, dalle culture gastronomiche, dalle tradizioni politiche, ecc. Vale a dire da quella straordinaria varietà e diversità di caratteri che sono anche una straordinaria risorsa, la ricchezza della nostra storia.

Fino a metà Novecento il carattere separato delle élite si è manifestato plasticamente nel mezzo della comunicazione collettiva: la lingua nazionale. Finché non è arrivata la Tv, come ricordava Tullio De Mauro, l’italiano era appannaggio dei ceti borghesi colti, mentre gran parte delle masse popolari comunicava con la ricca costellazione dei nostri dialetti. Evidentemente non era bastato quasi un secolo di unità perché tra il nostro popolo si realizzasse una piena comunità linguistica.

Ma il distacco elitario delle forze dominanti, della nostra borghesia, per lo meno di sezioni più o meno ampie di essa, si è manifestato in maniera molto più grave e cruenta sotto il profilo politico. Esso ha preso le forma della infedeltà al “contratto” della Stato-nazione, tramite una serie di varianti di rottura delle regole, di eversione, di secessione, di violenza anche terroristica. Se ne può fare un rapidissimo elenco. Un riepilogo anche sommario di fatti salienti del nostro passato consente infatti di comprendere in quale storia siamo immersi. Chi ricorda più oggi la parola d’ordine, a fine ‘800, del “ritorno allo Statuto” lanciata da alti esponenti del mondo politico nazionale? Vale a dire la richiesta di un assoggettamento del governo ai poteri del re, che svuotasse la funzione del Parlamento? E l’imposizione, in quegli stessi anni, dello stato d’assedio contro i lavoratori di Milano che tumultavano per il pane? E le sparatorie contro la folla dei manifestanti ordinate dal generale Bava Beccaris che lasciò 80 morti in strada? E chi ricorda che il nostro ingresso nel macello della Prima guerra mondiale fu deciso da un colpo di mano del re e di pochi politici, che siglarono il Patto di Londra a insaputa del Parlamento e contro la volontà della maggioranza del popolo italiano?

Certo, la ferita più grave è il fascismo, il “colpo di Stato” che liquidò gli ordinamenti liberali, la risposta di quasi tutta la borghesia italiana all’irrompere delle masse popolari nella vita politica nazionale, dopo l’esperienza della guerra. Ma la volontà di sottrarsi al patto degli ordinamenti nazionali si è manifestata anche in forme localizzate. Ad esempio, sul finire della Seconda guerra. Pochi giovani oggi ricordano i moti del separatismo siciliano, il tentativo di gruppi di borghesia isolana, favorito dai servizi segreti americani e inglesi, di costruirsi un potere separato, uno Stato siciliano autonomo. E forse che i 75 anni dell’Italia repubblicana sono meno ricchi di tentativi e di pratiche di eversione? Chi ha dimenticato i tentativi di colpi di Stato nel 1964 e nel 1970? Chi non ricorda la risposta sanguinaria con cui oscuri settori degli apparati statali hanno cercato di intaccare i rapporti di forza e le conquiste sociali guadagnati dalla classe operaia con le lotte del biennio 68-69? Un pagina infame della nostra storia che ha sparso il sangue di centinaia di vittime innocenti, a partire dalla bomba alla Banca dell’agricoltura a Milano, nel 1969, sino all’attentato alla Stazione di Bologna nel 1980, con in mezzo la strage di Piazza della Loggia a Brescia, l’attentato al treno Italicus e tanti altri oscuri episodi di violenza terroristica. E chissà quale ruolo hanno giocato i servizi segreti di Paesi di cui siamo fedeli e servizievoli alleati.

Ma l’infedeltà, la fellonia di parti estese di borghesia nazionale si manifestano ancora oggi in forme diversissime, normalmente senza il ricorso alla violenza. Come dimenticare, tanto per restare al lungo periodo, la longevità secolare di almeno due criminalità organizzate, la mafia siciliana e la camorra? E potevano durare e prosperare così tanto queste organizzazioni senza legami segreti con pezzi dello Stato e della borghesia imprenditoriale e dei colletti bianchi? Basti dire che il più potente uomo di Stato della cosiddetta prima Repubblica, Giulio Andreotti, è risultato legato alla mafia da una sentenza della Cassazione.

Oggi, inoltre, lo spirito di diserzione e di rottura dell’unità del Paese si manifesta in maniera incruenta ma gravissima attraverso l’iniziativa della Lega, seguita da altri presidenti di regione, mirata a realizzare la cosiddetta autonomia differenziata. E non si creda che si tratti di una mera trovata elettoralistica di alcuni dirigenti politici. Dietro di essa c’è la profonda pulsione separatista di vaste aree della borghesia imprenditoriale del Centro-Nord, che guarda al Mezzogiorno come a un intralcio alla sua espansione in Europa. È la stessa pulsione che da decenni spinge vasti settori della nostra borghesia a evadere le tasse, a trasferire ingenti fortune nei paradisi fiscali, a rompere il patto di mutua cooperazione tra le classi, che è il fondamento stesso dello Stato moderno: la contribuzione fiscale.

Voglio terminare questa rapida rassegna ricordando che il tradimento degli interessi nazionali si viene realizzando anche nel pieno rispetto delle forme istituzionali. Non mi riferisco qui al presidente della Repubblica, che accetta di buon grado la violazione della nostra Costituzione approvando la continuazione dell’invio di armi in Ucraina, ma all’ex presidente del Consiglio. Ricordo che Mario Draghi si è insediato a capo del governo in un momento grave della vita nazionale. L’opinione pubblica era tramortita dalla pandemia del Covid-19, sotto lo shock collettivo più grave della storia repubblicana. Allora l’ex presidente della Bce godeva di un prestigio indiscusso, di un’autorevolezza che forse così totalitaria non era mai arrisa ad alcun altro presidente del Consiglio. Ebbene, Mario Draghi aveva il potere di porre mano alla più importante riforma legislativa possibile per arrestare il declino dell’Italia, la riforma fiscale. Nessuna patrimoniale, solo un fisco progressivo che nel giro di qualche anno avrebbe in parte riequilibrato le laceranti disuguaglianze dei redditi in Italia, ridare slancio e fiducia alla nostra vita e collettiva. Com’è noto, la sua riforma ha tolto uno scaglione e favorito i ceti medio-alti. Nessuna iniziativa di contrasto all’evasione fiscale. Il filo rosso della sedizione non si è spezzato: un rappresentante della finanza internazionale ha giocato a favore della sua classe di appartenenza, contro gli interessi del suo Paese.

Questa storia di secessioni, com’è noto, ha subito un arresto e una controffensiva popolare con la nascita della Repubblica, la Costituzione, l’avvento dei partiti di massa, la costituzione di solide strutture sindacali. Senza questa nuova pagina di storia, nata dalla Resistenza antifascista, il nostro Paese difficilmente avrebbe retto a tutti i tentativi di abbattere lo Stato democratico, alle trame della P2, ai vari terrorismi, compreso quello delle Brigate rosse.

Ma c’è una parte di questa nuova storia che inizia col dopoguerra che ci interessa per riafferare il nodo della seconda originalità negativa del carattere degli italiani, a cui abbiamo fatto cenno: la disunione anarcoide dei ceti popolari. Tra la fine degli anni 40 e gli anni 70 i partiti di massa sono stati il collante che ha sottratto i lavoratori e le masse proletarie alla loro dispersione e irrilevanza politica e li ha trasformati in società civile consapevole. Non si apprezzerà mai abbastanza l’opera gigantesca del Partito comunista italiano che in tre decenni ha trasformato la massa disgregata di braccianti, operai, impiegati, piccoli imprenditori, intellettuali, in una comunità politica, culturale, spirituale. In tre decenni questo partito ha realizzato un’opera di nation building, di costruzione della nazione, di plasmazione e disciplinamento civile di una parte estesa di società, sconosciuta in tutta la nostra storia precedente. Quasi un “Paese parallelo” a quello reale.

È per tale ragione che oggi la dissoluzione dei partiti di massa fa regredire e disgrega più gravemente che in altri Paesi il tessuto della società civile in Italia. È in questo carattere originario anarcoide di ritorno che occorre cercare la speciale debolezza della sinistra italiana. Da noi l’egocentrismo individualistico dell’antropologia neoliberista ha riportato indietro, in un certo senso, le lancette della storia, che certo rielabora il passato in forme sempre nuove, ma pur lo conserva e ripropone. La sinistra in frantumi andrebbe inquadrata in questo drammatico percorso. Per tale ragione l’opera più rivoluzionaria che le forze politiche possono intraprendere in Italia non consiste tanto nell’elaborare un programma di riforme radicali. Questa è la premessa. Il compito gigantesco cui metter mano è lo sforzo costante, tenace e irriducibile, questo si altamente politico e dotato di respiro strategico, di ricucire con tutti i mezzi la soggettività polverizzata delle forze in campo, lasciate sul terreno da una lunga serie di errori, settarismi, sconfitte, egolatrie narcisistiche dei capi. La creazione di un nuovo tipo di partito politico, una nuova aggregazione collettiva in grado di governare il pluralismo pur creativo delle menti disseminate e attive sui territori, è la grande sfida da affrontare. È qui la chiave di volta.

L’egemonia del neoliberismo è in frantumi e il capitalismo non sta tanto bene, ma sopravvivono e ci trascinano nella loro rovina, perché non riusciamo ad offrire alla grandi masse, che chiedono di essere protette e rappresentate, se non la nostra impotente frantumazione.

Letizia Moratti come James Bond

Stancamente in Lombardia trascina la sua campagna elettorale Letizia Moratti, ex sindaca di Milano per conto di Berlusconi poi ex ministra per conto di Berlusconi e infine vicepresidente regionale e assessora alla sanità per conto del leghista Attilio Fontana.

La campagna elettorale di Letizia Moratti sarebbe una storia perfetta per un romanzo dell’assurdo, un paradosso paradigmatico di questi tempi liquidi in cui si può essere tutto e il contrario di tutto, basta essere supportati da una buona comunicazione. Così dopo avere provato a candidarsi per il centrodestra (sulla base di una promessa che le sarebbe stata fatta, non si è mai capito bene da chi), Letizia Moratti si è offesa perché il centrosinistra non ha scelto lei. Già qui siamo oltre il paradosso eppure una fetta della politica italiana (Calenda e Renzi, e chi se no?) crede davvero che Letizia Moratti sia uno splendente fiore del riformismo e del progressismo.

A questo punto ovviamente la campagna elettorale diventa difficile. Che credibilità può avere una berlusconiana di ferro che vorrebbe agghindarsi come nuova iscritta a Lotta continua? Così passano le settimane e Moratti viene attaccata dal candidato leghista Fontana («non la riconosco più», disse una volta con un velo di malinconia sul volto) e dal candidato del centrosinistra Pierfrancesco Majorino (a cui basta srotolare il curriculum dell’ex sindaca).

Siamo a ieri. Letizia Moratti deve avere avuto una lunga riunione con i suoi comunicatori perché ha estratto un coniglio dal cilindro. «Da dentro alla Regione ho potuto vedere tante inefficienze»: dice Letizia Moratti a Tgcom24 assicurando di sapere come risolverle. «Quando mi domandano perché non me ne sono occupata, semplicemente – è la sua risposta – perché le criticità che ho trovato in sanità erano talmente tante che tutte le mie giornate erano spese per quello. Non potevo dedicarmi ad altro. Le criticità che ho visto ora però so come sanarle». Avete capito bene. Dice Letizia Moratti di essere stata un’agente sotto copertura in missione per il riformismo che si è intrufolata nella destra per carpirne gli errori e quindi candidarsi come risolutrice.

E tutto questo riesce a pronunciarlo senza un minimo di vergogna. Il suo nome è Bond, Letizia Bond.

Buon martedì.

Lotta allo spreco alimentare, come non gettare nel cassonetto 15 miliardi di euro

Il 2 febbraio a Roma si svolgerà la decima Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, che vedrà la direzione scientifica dell’agroeconomista Andrea Segrè, il patrocinio del ministero dell’Ambiente (e della Transizione Ecologica), dei ministeri della Salute e del Lavoro, di Anci, e di Rai per la sostenibilità, con la media partnership di Rai Radio2. In questa occasione verrà presentato il nuovo report dell’Osservatorio Waste Watcher International relativo al “Caso Italia” 2023, indagine promossa dalla campagna Spreco zero in collaborazione con l’Università di Bologna e Ipsos, dedicata allo spreco alimentare e alle abitudini di fruizione del cibo degli italiani. Come spiegato dal professor Segrè (fondatore della campagna Spreco zero e Direttore scientifico Waste Watcher International) «l’analisi dei dati è essenziale per sensibilizzare sullo sviluppo sostenibile e la prevenzione degli sprechi. Monitorare gli stili di vita e di alimentazione permette di agire concretamente sui comportamenti di consumo e la prevenzione degli sprechi. Ad oggi lo spreco alimentare in Italia supera i 9,2 miliardi di euro se consideriamo solo il cibo gettato nelle case: una stima che sale a 15 miliardi se includiamo il costo dell’energia utilizzata per la produzione. Eppure, sempre in Italia, oltre 2,6 milioni di persone faticano a nutrirsi regolarmente a causa dell’aumento dei prezzi e dei rincari delle bollette e 5,6 milioni di individui (il 9,4% della popolazione) versano in condizione di povertà. Per questo diventa essenziale mettere al centro dell’azione politica la food policy come strategia sociale, economica e di sviluppo sostenibile».

Proprio il 2 febbraio, in concomitanza con la giornata di prevenzione, uscirà al cinema Non morirò di fame, film diretto da Umberto Spinazzola con protagonista Michele Di Mauro; tra gli interpreti anche il celebre volto del cinema polacco Jerzy Stuhr. Si tratta di una co-produzione italo-canadese, firmata La Sarraz Pictures, Rai Cinema e Megafun Productions.
L’opera di Umberto Spinazzola attraverso la piaga dello spreco alimentare intende esplorare il concetto di “recupero”, non solo in relazione al cibo, ma anche nell’ambito degli affetti e dei rapporti umani. Non morirò di fame racconta la storia di uno chef stellato che perde tutto, anche la famiglia, ma cerca di ricostruire la propria vita ricominciando da zero, grazie alla forza che solo un figlio sa dare.

Oltre a raccontare con profondità tematiche come l’elaborazione del lutto e le complessità del rapporto padre-figlia, il film di Spinazzola esplora con sensibilità il fenomeno dello spreco di cibo e le dinamiche insite nel settore della distribuzione alimentare, un business di enormi proporzioni: una catena secondo cui si produce per buttare e si butta per produrre. Questa pratica è dovuta per lo più a ragioni economiche o estetiche. Spesso, infatti, viene gettato via cibo perfettamente sano perché prossimo alla scadenza o esteticamente imperfetto. Una condotta che crea enormi danni da un punto di vista ambientale ed economico. Basti pensare che solo in Europa vengono sprecati 179 chili di cibo pro capite l’anno; ogni anno dunque 18 milioni di tonnellate. Dati che diventano ancora più agghiaccianti, se pensiamo che con gli alimenti scartati si potrebbero nutrire fino a 3 miliardi di persone (dati Crea, 2020).

Non morirò di fame riesce a raccontare questa spaventosa realtà, di cui purtroppo si conosce ancora molto poco, attraverso la storia di Pier (interpretato da Michele di Mauro), un ex chef stellato, ormai caduto in disgrazia ed emarginato, che riscoprirà il suo amore per la cucina, elaborando ricette con ingredienti recuperati dallo spreco.
Ad accompagnarlo in questo affascinante viaggio, sarà l’anziano clochard Granata (interpretato da Jerzy Stuhr, attore polacco noto per le collaborazioni con registi del calibro di Andrzej Wajda, Krysztof Zanussi e Krysztof Kieślowski). Proprio grazie a lui, Pier riuscirà a recuperare il difficile rapporto con la figlia Anna, un’adolescente piena di ambizioni che sogna di diventare una musicista (a vestirne i panni l’esordiente Chiara Merulla).
Il talento del protagonista Pier si rivelerà̀ necessario per poter tornare a vivere i propri affetti, ridisegnando un nuovo paesaggio attraverso il cibo, grazie all’aiuto del saggio Granata, nel ruolo di un anticonvenzionale Virgilio. Anche la lente del cinema, grazie all’impegno di Spinazzola, può divenire veicolo per informare e sensibilizzare su un fenomeno di enorme portata eppure da molti ignorato come lo spreco alimentare.

Il professor Andrea Segrè, massimo esperto del problema in Italia e direttore scientifico della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, si è offerto di dedicarci Mangia come sai – Decalogo minimo dal forcone alla forchetta per non sprecare, mangiare bene, non essere consumati dal cibo per combattere o almeno limitare gli sprechi:
«1 Tutto, per noi fruitori, inizia da come facciamo la spesa, anche la prevenzione degli sprechi: fai una lista degli alimenti che ti servono realmente. Usa il portafoglio come se votassi, scegli consapevolmente.
2 Liberati dalle sirene del marketing: un prodotto regalato sullo scaffale, se non ti serve, finirà nella pattumiera di casa. Ricordati invece che un costo c’è: per chi lo ha prodotto e per chi deve poi smaltirlo. Quindi anche per te.
3 Una volta in negozio prenditi il tempo di leggere le etichette, e quando puoi, insisti che siano sempre più trasparenti: da dove viene e chi lo ha prodotto? Di cosa è fatto? Quando scade?
4 Prediligi gli alimenti locali e di stagione: in linea di massima, se i tempi di trasporto e la filiera logistica sono più brevi, i prodotti sono più freschi e quindi dureranno di più.
5 Frigorifero, freezer, dispensa: sono le tre «case» del cibo, e in quanto tali devono essere mantenute ordinate e pulite affinché svolgano a dovere la loro funzione. Ogni prodotto ha un suo posto e una sua giusta temperatura. La conservazione degli alimenti è il sale della vita.
6 Largo alla fantasia in cucina: le ricette per riutilizzare avanzi e scarti sono infinite, non occorre essere professionisti. L’obiettivo è far dimagrire il bidone della spazzatura.
7 Condividi il cibo in eccesso: quando ciò che hai preparato è troppo abbondante, basta suonare il campanello del vicino di casa o telefonare agli amici. È un gesto di condivisione che fa bene all’economia e alle relazioni.
8 Al ristorante, quando non riesci a finire quello che hai nel piatto, chiedi il “cartoccio familiare” (detto anche “doggy bag”): le pietanze, il giorno dopo, spesso sono anche più buone.
9 Insegna ai tuoi figli il valore del cibo, e pretendi che si faccia anche a scuola. Ricordati che il cibo buttato inquina due volte: quando viene prodotto e quando viene distrutto.
10 Pensa (e agisci) sostenibile e circolare: gli alimenti che trovi nel tuo piatto vengono dalla natura.
È un ciclo: rispettalo a 360 gradi. Durerà di più anche per i figli dei tuoi figli e i loro nipoti. Mangia come sai: la nostra educazione alimentare ci aiuterà a vivere in un mondo migliore».

Nella foto: una immagine del film di Umberto Spinazzola Non morirò di fame, con Michele Di Mauro e Jerzy Stuhr