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Il pm Francesco Menditto: Riscrivere la riforma Cartabia per salvare le donne

La riforma della giustizia firmata dalla ex ministra Cartabia, entrata in vigore con l’inizio dell’anno, potrebbe avere importanti conseguenze negative nell’ambito dei reati tipici della violenza di genere. Pensata con il proposito di alleggerire una macchina della giustizia ingolfata, potrebbe però esporre a maggiori rischi le vittime di questo tipo di crimini e depotenziare gli strumenti nelle mani delle autorità per accertarli e intervenire. Si tratta di un tema delicato, che riguarda, insieme alle donne, i bambini, gli uomini, i rapporti umani. Ne parliamo con Francesco Menditto, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli (Roma Est), già membro del Csm. Menditto è autore insieme a Paola Di Nicola Travaglini del libro Codice rosso. Il contrasto alla violenza di genere: dalle fonti sovranazionali agli strumenti applicativi (Giuffrè, 2020), e di monografie sulla mafia. Ha attuato, primo in Italia, delle pratiche profondamente innovative volte a colmare la distanza tra le cause civili di separazione di nuclei familiari segnati da storie di violenza domestica e i relativi procedimenti penali che, non solo per via delle lentezze del sistema penale, quasi mai vengono tenuti in considerazione in ambito civile, con gravi conseguenze soprattutto per i figli minori coinvolti.

Dottor Menditto, i media riportano accese critiche alla riforma da parte di ampi settori della magistratura che chiedono modifiche sostanziali, con la relativa eco di polemiche politiche dagli accenti a volte “forcaioli”. La riforma è accusata di deflazionare il sistema giudiziario al prezzo dell’impunità per gli autori di reati anche gravi, perfino reati di mafia. Quali criticità intravede per quanto riguarda l’ambito della violenza di genere?
Per andare per capitoli, direi che il primo problema è quello della perseguibilità a querela, fra altri reati, delle lesioni da 21 a 40 giorni di prognosi, che prima erano perseguibili d’ufficio: è come cancellare dal catalogo dei reati di mafia uno dei principali reati “spia”, quei reati che, se perseguibili d’ufficio, permettono al magistrato che riceve il fascicolo di approfondire per scoprire se ci sono reati sottostanti anche in mancanza di querela della persona offesa. Lei sa che in questo settore la denuncia da parte della vittima è molto complicata, una donna su dieci denuncia, ma se il pubblico ministero attraverso la polizia giudiziaria riceve la notizia di reato può, sentendo la persona offesa, i vicini di casa, i parenti, individuare il reato di maltrattamenti. Voi medici in Pronto soccorso spesso di fronte a una donna con una lesione che ha una prognosi di 20 giorni circa, ne certificate 21 nel referto-denuncia, se avete più che un sospetto che si tratti di violenza domestica. Ora ci sfuggirà la gran parte delle lesioni, insieme ad altri reati “spia” meno ricorrenti come la violazione di domicilio, il sequestro di persona, le minacce gravi, la violenza privata, prima perseguibili d’ufficio e adesso a querela, secondo la riforma Cartabia. Il governo vuole cambiare la riforma sui reati di mafia divenuti a querela, occorre farlo anche per la violenza di genere.

Lei parla di mafia dottor Menditto…
Sì, io faccio spesso quest’assimilazione, perché la tipologia dei reati di violenza di genere ha molti aspetti comuni con i reati di mafia, di cui mi sono occupato a lungo. In entrambi i casi si tratta di fenomeni, criminale l’uno, criminale-culturale l’altro, non di reati isolati, quindi si richiede una preparazione, perché se non conosci la mafia non la puoi combattere, e una specializzazione: abbiamo cominciato a contrastare veramente la mafia col famoso pool antimafia di Palermo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e dal ’91 con l’istituzione delle Procure nazionali e delle Direzioni distrettuali antimafia, e formazione e specializzazione sono necessarie anche nel campo della violenza di genere.

Ci sono, in effetti, marcate affinità tra i due fenomeni, violenza di genere e mafia…
Già, ad esempio la capacità di intimidazione dell’autore di reato, la soggezione che questa produce nella vittima, e l’omertà. Omertà e soggezione sono caratteristiche del 416 bis, il reato di mafia, e sono comuni alla violenza di genere, per la quale manca però una norma che la individui come fattispecie di reato: il reato di violenza domestica, richiesto dalla convenzione di Istanbul, è stato introdotto in molti Paesi, ma non in Italia, dove si è adattato il reato di maltrattamenti che era nato per altro, così tecnicamente manca uno strumento efficace per i magistrati. C’è un altro elemento, che riguarda l’autore di reato, altamente recidivo anche dopo le carcerazioni sia nella mafia che nella violenza di genere, dove la recidiva raggiunge l’85 per cento. Esattamente come per il reato di mafia, l’autore dovrebbe essere seguito anche dopo la scarcerazione per prevenire la recidiva e tutelare la vittima.

Questo tema ci porta al capitolo della giustizia riparativa, introdotta dalla riforma Cartabia, come sistema non alternativo, ma parallelo a quello penale punitivo.
Esatto. La giustizia riparativa è stata introdotta senza distinzione per tutte le tipologie di reato, mentre nel settore della violenza di genere, di nuovo in modo simile all’ambito della mafia, pone seri problemi: basti pensare che il soggetto “vulnerabile” che viene invitato dal giudice ad aderire al programma riparativo, non potendo esprimersi liberamente potrebbe facilmente dare un consenso non libero. Bisogna prevedere percorsi specifici di giustizia riparativa per questi fenomeni. Del resto la Direttiva vittime dell’Unione europea, da cui nasce la giustizia riparativa, su questo punto è molto chiara.

Peraltro anche l’adesione dell’autore di reato rischia di essere in un certo senso non libera, meglio non sincera, visto che il programma prevede diversi benefici: allora bisogna che il percorso riparativo venga seguito da professionisti specializzati, che sappiano trasformare in vera motivazione al cambiamento questa adesione con secondi fini. Invece non è affatto chiaro per ora come si attueranno questi programmi, che tipo di professionalità e di formazione sia richiesta. La riforma parla genericamente di “mediatori”: ma la mediazione nell’ambito della violenza di genere non è esclusa dalla Convenzione di Istanbul?
Semplificando, io direi che la normativa sulla giustizia riparativa va modificata tenendo presente il dettato della Convenzione di Istanbul sul divieto di mediazione e sulla particolare tutela delle donne vittime di questo reato prevista anche dalla Direttiva vittime del 2022, quindi se si riesce a costruire una giustizia riparativa conforme a questi principi e attenta alle caratteristiche di questo particolare autore di reato sarete voi operatori a tentare, ma bisogna intervenire per creare percorsi che abbiano presupposti e modalità specifiche. L’equiparazione a tutti gli altri reati va assolutamente evitata, bisogna lavorare in questo settore altrimenti rischiamo un grave vulnus in questa materia. Abbiamo tempo fino al 30 giugno 2023, quando questa parte della riforma entrerà in vigore.

Ci sono altri capitoli da prendere in esame?
Sì. Il concordato in appello, una forma di patteggiamento prima esclusa in secondo grado per i reati di violenza sessuale. Vanno assolutamente reinserite le limitazioni previste prima della riforma. Poi c’è una questione che riguarda l’attuazione concreta, non la normativa, in questo caso il legislatore avrebbe difficilmente potuto distinguere tra diversi reati: sono preoccupato per l’ampliamento della formula delle archiviazioni. In sostanza oggi il Pm dovrà richiedere l’archiviazione quando non c’è ragionevole probabilità di condanna; senza accesso al dibattimento lungo il quale spesso si raccolgono ulteriori prove, e in una materia come questa in cui abbiamo un fenomeno in cui c’è il ciclo della violenza, con le ritrattazioni e il ridimensionamento, lo spessore probatorio si assottiglia e si rischia l’archiviazione dell’80% dei procedimenti. Noi operatori del diritto dovremo essere molto attenti, è un problema di preparazione e specializzazione, ma va detto subito perché pubblici ministeri e giudici abbiano presente la questione, visto che già oggi viene archiviato il 50% dei procedimenti.                               

 

* L’autrice: Barbara Pelletti, psichiatra e psicoterapeuta, è presidente dell’associazione “Cassandra”, impegnata nella difesa delle vittime di violenza e stalking

In foto, il procuratore Francesco Menditto, immagine tratta da Hinterlandweb.it, licenza Creative commons

Maria Grazia Calandrone: Una figlia, due madri e una rinascita

«Esistono addirittura poeti viventi», io ne ho conosciuta una, Maria Grazia Calandrone.  Durante l’intervista, ho superato la soggezione pensando che abbiamo entrambe confidenza, per vie diverse, con la «materia oscura dei mondi invisibili». Per introdurla però le ho rubato le parole, parole che lei ha dedicato ad altri poeti: Bianca Maria Frabotta (“All’amica scomparsa”, Il Corriere della Sera, 10 giugno 2022), e Alda Merini (Una creatura fatta per la gioia, Solferino 2021). Non è difficile parlare dei poeti, sono esseri umani, tanto umani che vivono di tutto quello che è per l’appunto specificamente umano, essendo la poesia un perfetto connubio di arte e linguaggio. È difficile scrivere di loro, perché improvvisamente al loro cospetto il nostro linguaggio diventa povero, e sale il timore di offendere la loro identità.

La storia di Maria Grazia è una storia pubblica dai primissimi tempi della sua vita, ben prima che diventasse una delle maggiori poetesse italiane contemporanee: finì sui giornali la bambina di otto mesi abbandonata dalla madre, poco prima di suicidarsi, dietro ai propilei dell’ingresso di Villa Borghese in piazzale Flaminio. Ma oggi, con la scrittura di Splendi come vita (Ponte alle Grazie, 2021) e Dove non mi hai portata (Einaudi, 2022), ha pienamente rivelato il suo carattere di vicenda politica, perché nel racconto – poetico, sia chiaro – che ne fa Calandrone, emergono le ragioni più profonde della storia e le responsabilità personali e collettive.

Ecco perché la prima cosa che le chiedo, quando ci incontriamo in un piovoso pomeriggio, è se si riconosce nelle parole di Annie Ernaux, che ha dichiarato nel suo discorso di accettazione del Nobel di aver deciso di scrivere a vent’anni «per vendicare la sua razza», la stirpe di contadini senza terra umiliati e offesi dalla quale viene. «Certo che mi riconosco nelle parole di Ernaux, si percepisce chiaramente se un autore sta scrivendo per sfogare i propri sentimenti o per parlare a nome di una “razza” come dice Ernaux, di un Noi, e quando è più ambizioso, quindi ambizioso quanto lo è un poeta, a nome di tutta l’umanità». Insisto, mostrandole i versi che ha scritto in esergo alla sua raccolta di poesie Giardino della gioia (Mondadori, 2019): «Siccome nasce come poesia d’amore, questa poesia è politica». «È esattamente il discorso che stiamo facendo – risponde -. Ma lei hai letto anche Splendi come vita?».

Sì, appena uscito, edito da Ponte alle Grazie era candidato al premio Strega che secondo me meritava tutto. L’ho letto per un’amica che stava adottando una bambina, e per i tanti “figli adottivi” (ecco la razza!) che ho incontrato negli anni facendo il mio lavoro di psicoterapeuta, e ho trovato le conferme che cercavo.

Ma in questo nuovo libro, Dove non mi hai portata (Einaudi) compare in tutta la sua chiarezza liberatoria una verità universale: «Così pensando, abbiamo rovesciato il tavolo dell’abbandono, trasformando la feroce rinuncia in gesto d’amore. Questo valga per i molti compagni dell’Ippai di Milano, dell’Ipai di Roma (brefotrofi per i quali Maria Grazia è transitata, ndr) e per tutti i neonati lasciati soli. Questo passaggio è chiaro, è emotivamente comprensibile». E poi: «Il suicidio è un eccesso di abbandono, è il superfluo, il ricamo di sangue sul male». Anche questo tavolo poi viene rovesciato, e affiora e prende corpo una idea, per così dire, di “suicidio etico”.

«Quello di Lucia (la madre biologica della poetessa, ndr) è stato un ultimo unico possibile gesto di autodeterminazione: non mi volete far vivere in nessun modo, così no! Un gesto di dignità. Tutto “l’evento”, per tornare a Ernaux, è stato studiato nei minimi particolari da Lucia e Giuseppe (il padre, ndr). Lucia indossava il costume sotto al suo vestito più bello, voleva mantenere una sua compostezza quando sarebbe stata ritrovata morta, e questo scagiona Giuseppe dal sospetto di omicidio che alcuni giornali agitarono, non essendo stato identificato il suo cadavere. E non è casuale la decisione di lasciarmi in un posto preciso, non lontano dal punto del Tevere in cui immagino Lucia si sia lasciata scivolare, si sia quasi sciolta in acqua, ma insolito: perché non davanti a un brefotrofio o sul sagrato di una Chiesa? La ragione di questa stranezza l’ha capita in un attimo mia figlia Anna, di 13 anni: “Perché volevano fare scalpore, è chiaro”, mi ha detto con semplicità quel pomeriggio in cui da via del Corso le proposi di andare proprio lì, dove ero stata lasciata. Anna è stata fondamentale, è venuta con me anche a Palata, il paese di Lucia. Arturo, il mio figlio più grande in quel momento era in vacanza con la fidanzata, e poi forse questa è una cosa da donne. Se non ci fosse stata Anna con me, non so se avrei trovato la forza di fare tutto questo grande viaggio. Lei si è portata la sua musica, le piace viaggiare in macchina: siamo andate a Termoli a una bellissima presentazione di Splendi come vita, abbiamo fatto bagni in diversi mari, e poi a Palata si è appassionata a questa storia. Di una passione fredda, come la mia, che nasce dalla rabbia, contro la società non contro mia madre, ma diventa lucida e precisa analisi dei fatti».

La freddezza veramente svanisce nella scrittura, ed è un’immagine bellissima questa di te e Anna che ve ne andate in giro a cercare… Dunque volevano fare scalpore, e hanno scritto una lettera all’Unità, in cui telegraficamente raccontano tutta la storia (non tutta la verità). O meglio, Giuseppe scrive di suo pugno quello che Lucia vuole dire in prima persona. Che non aveva scelta: «Trovandomi in condizioni disperate…».

«Sì, mia madre devota della madonna di santa Giusta, sceglie di scrivere a un giornale comunista, e con ciò prepara la mia vita futura, che poi è andata esattamente così. Forse era delusa dalla religione, chissà, forse pensava che la sinistra avrebbe potuto capire la loro condizione di operai senza lavoro, e la sua di donna braccata perché adultera e madre di una figlia illegittima, in fuga da un matrimonio combinato e più che mai infelice, con un marito che la considerava solo una serva, non la sfiorava neanche, la ignorava».

Io penso a Lucia come a una vittima di femminicidio. «Sì, l’ho detto al TG3 Linea notte (Rai 3, 7 dicembre 2022 ndr): un femminicidio morale. È stata spinta al suicidio». È lei stessa a denunciarlo, una ragazza cresciuta in uno sperduto paese del Molise che non aveva neanche studiato, negli anni Sessanta… viene fuori quasi l’immagine di un’eroina.

«Io ho raccontato i fatti, e i fatti esistono. I fatti emotivi non li posso conoscere con certezza, ma se un po’ le somiglio e immagino me stessa in quella situazione, in un matrimonio non voluto, in una vita che non voglio, potrei impazzire: meglio la morte, non scherzo. Il giudizio degli articoli dell’epoca fu terribile: “Maria Grazia non sa che la mamma si è uccisa per lei”: trovo che sia gravissimo scrivere cose di questo genere. Il nodo è tutto lì, nelle motivazioni».

Tutto il libro, già dalla splendida sintesi poetica del titolo Dove non mi hai portata, dice che quel giudizio è falso. In Splendi come vita ancora dai giornali la madre “elettiva” (ecco come la poesia fa sparire la razza!) sa di una ragazza che si è tolta la vita per aver scoperto a diciott’anni di essere stata adottata (un altro suicidio, «che corto circuito nella mente di Madre!»), e decide, «d’amore ansioso», per la rivelazione: «Io non sono la tua Mamma vera». Mamma Consolazione sente questo come una mancanza,  con un pensiero autolesivo, (istigato da una cultura che annulla violentemente l’identità della donna riducendola ad animale da riproduzione, aggiungo io) che segna l’inizio del Disamore, che a sua volta cresce negli anni diventando vera persecuzione: terribili accuse, insulti osceni, clausura nel collegio di suore, denunce e  processi, notti vagabonde perché la porta di casa era sbarrata…

Dopo 25 anni, nei sotterranei dell’ospedale San Giovanni di Roma, lo «sperpero grande di Madre» prenderà il nome meno poetico, ma liberatorio, di una malattia mentale. «È stato un bene per me avere saputo presto, se cresci sapendo di essere stata adottata diventa naturale. Capisco la ragazza che crolla scoprendo che i genitori che ha amato erano dei bugiardi, ognuno deve poter conoscere la propria storia. Quanto a mia madre, era una donna colta, insegnante di lettere, mi ha dato tanto, mi ha permesso di studiare. Per anni ho vissuto la colpa per la sua rovina, e solo grazie a quella diagnosi psichiatrica ho capito che accusare me era per lei un modo di non andare in pezzi. Ma se non ci fosse stata mia nonna a difendermi: “Nènte fìci ‘a carùsa” (la creatura non ha fatto niente)…».

Intanto suo padre, il deputato comunista Giacomo Calandrone, era morto improvvisamente quando lei aveva solo dieci anni, e qualche anno dopo, preadolescente, Maria Grazia viene spedita a raddrizzarsi nel collegio di suore dove comincia a scrivere poesie…

«Mio padre non c’era mai, il rapporto con lui sarebbe cresciuto più tardi, nella prima infanzia i padri intervengono poco. Mi aveva già fatto scoprire il cinema, il vero cinema, e chissà quanto altro avrebbe potuto darmi. La poesia nasce dall’assenza, non c’è niente da fare, è così. Perché i poeti scrivono dal fondo delle galere? È un modo per dire Io ci sono. Quando vado nelle carceri, lo scrivo in Splendi come vita, spesso noto che questi “cattivi ragazzi” hanno scoperto la poesia come forma di comunicazione memorabile. C’era uno, Federico Mollo si chiama, che aveva scritto un manuale di educazione in versi per il figlio, perché il figlio non facesse la sua vita. Anch’io vorrei che i miei figli facessero la loro vita, non la mia, anche se non sono una spacciatrice o altro, ma si sa i figli non ti ascoltano, e lui aveva trovato che la poesia fosse molto più efficace che la prosa, ed è così. Nella scuola viene insegnata malissimo, viene dissezionata, uccisa». Fortunati i ragazzi che incontrano Maria Grazia Calandrone nelle scuole! È stata la poesia a curarla? Come ha fatto a resistere, a non ammalarsi, a diventare quella che è, a fare tutto quello che fa, venendo da questa storia?

«Non so se la poesia può curare, forse dalla malattia degli altri …», ride. «So di certo che non ha niente a che fare con la pazzia: ne ho scritto in un editoriale per il settimanale Sette su Anne Sexton, alla quale ho anche dedicato una puntata di Suona l’una (andata in onda su Rai Radio 3 il 17 agosto 2022), e nella biografia di Alda Merini nel volume Mondadori Versi di libertà».

Dall’incipit del pezzo su Sette del 28 maggio 2021: «…Non è necessario essere pazze per poter essere poetesse…Per essere poetesse è indispensabile battere l’acciaio dello strumento verbale fino a farne una lama chirurgica, un filo a piombo calato nelle profondità del reale, è indispensabile obbedire con metodo all’ossessione controllata della parola, alla sua potenza sovversiva, alla sua libertà irredimibile». Io lo so come ha fatto a non ammalarsi. È il primo anno di vita, cosiddetto inconscio perché nessuno (né figli né figliastri) ne sa niente, che è andato bene. «È un miracolo», dice Maria Grazia. Ma scrivendo, concretamente illumina il mistero: Lucia l’ha lasciata dopo averla amata abbastanza da renderla fiduciosa in se stessa e negli altri, nel libro c’è anche la testimonianza di un neuropsichiatra infantile che lo certifica. E chi non è stato amato abbastanza, e ne è uscito leso, ferito nella sua umanità che è fantasia e vitalità, come ci siamo dette alla presentazione alla Galleria d’arte moderna e contemporanea potrà ricreare il primo anno di vita curandosi, qualunque sia la sua “razza”.

«Ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata», dice la poesia di Calandrone in esergo a Dove non mi hai portata. Ed è così, anche del dolore, perché ne fa un’esperienza da cui altri possono trarre la loro forza: di volta in volta la “razza” dei figli e dei genitori adottivi, e con loro i bambini, le donne, gli uomini offesi dal pregiudizio biologico, i poeti dimenticati, e tutti quelli che non sanno che si può resistere all’assenza. I suoi libri traboccano d’amore e di intelligenza umana.

 

* L’autrice: Barbara Pelletti, psichiatra e psicoterapeuta, è presidente dell’associazione “Cassandra”, impegnata nella difesa delle vittime di violenza e stalking

Colpevoli di adozione

Adottare un bambino in Italia è diventato un percorso a ostacoli che il più delle volte si conclude con la rinuncia dei possibili genitori. È il grido di allarme delle numerose associazioni impegnate nella tutela dei diritti di chi vuole adottare ma è anche un dato di fatto certificato dai numeri. Le domande di disponibilità all’adozione nazionale sono in calo pressoché continuo dal 2006 (dati ministero di Giustizia). Erano 16.500 17 anni fa, sono state circa la metà quelle registrate nel 2022: 8.687. Sono diversi i fattori che hanno inciso su questo calo, tra cui soprattutto la crisi economica e la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma negli ultimi 3 anni ha avuto un peso determinante anche l’emergenza sanitaria. Non vanno sottovalutate inoltre le lungaggini burocratiche e una legge che tende a privilegiare una visione religiosa o classica della famiglia. Già perché la legge 184/83 esclude dalla possibilità di adottare i single o le coppie di fatto consentendolo solo a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, o da un numero inferiore di anni se hanno convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per almeno tre anni (deve essere accertato dal Tribunale per i minori). Superati tutti questi ostacoli entra in gioco il fattore tempo. Per esempio chi è riuscito ad adottare nel 2021 un bimbo di origini straniere ha dovuto aspettare mediamente 51 mesi circa dalla domanda all’ingresso in Italia del figlio.

Nel 2020, i mesi erano 46,7. E poi ci sono da considerare i costi, davvero proibitivi, che possono raggiungere anche i 30mila-40mila euro, l’instabilità dei rapporti diplomatici con alcuni Paesi e il rischio sempre più elevato di rimanere vittima di truffatori. Una crisi etica ma anche strutturale delle adozioni che ha colpito non solo l’Italia ma quasi tutti i Paesi considerati “ricchi”.

In Spagna, dal 2006, le adozioni sono diminuite del 90%, negli Stati Uniti dell’80%, in Francia e Germania del 70%. Eppure, a livello mondiale, a causa di guerre, pandemia e carestie il numero di orfani sta crescendo a ritmi impressionanti. L’Unicef stima che sono oltre 140 milioni i bambini orfani di almeno un genitore (61 milioni in Asia, 52 milioni in Africa), di cui oltre 15 milioni senza entrambi i genitori.

Per rendere ancora meglio l’idea delle problematiche connesse a un’adozione, nazionale o internazionale, abbiamo incontrato Maurizio e Maria (nomi di fantasia). Residenti nel Lazio oltre dieci anni fa hanno deciso di adottare Alessia (nome di fantasia), una bambina italiana di otto anni tolta alla famiglia biologica dopo che i genitori si sono resi responsabili di gravi abusi nei confronti di uno dei suoi fratelli. «Le famiglie adottive sono totalmente abbandonate a sé stesse e non preparate né psicologicamente né materialmente ad affrontare situazioni molto complesse che non si possono risolvere solo con l’affetto» osservano i due.

«Quando un bimbo viene sottratto ad una famiglia problematica o violenta dovrebbe essere prassi distanziare il minore da questa in tutti i modi possibili. Nel nostro caso non è avvenuto» spiegano Maurizio e Maria. «La suora che gestiva la casa-famiglia dove ha risieduto nostra figlia prima dell’adozione permetteva ai genitori biologici di visitarla, incurante dei motivi per cui era lì, probabilmente perché in lei prevaleva l’idea della sacralità della famiglia “naturale”. Questo ha determinato molta confusione che è esplosa con l’arrivo dell’adolescenza». Prima ci sono stati ripetuti episodi di autolesionismo e poi, tre anni fa, la ragazza è scappata di casa. «Sono ormai tre anni che non la vediamo e non sappiamo più nulla di lei». Addirittura la frequentazione dei genitori “naturali” è proseguita anche dopo l’adozione e nonostante le interpellanze di Maria e Maurizio il Tribunale dei minori non è intervenuto. Nemmeno dopo una relazione dell’assistente sociale. «Questi ragazzi – commenta Maria – vivono il trauma dell’abbandono che si porteranno per sempre dietro ma non gli viene mai permessa una reale separazione dalla famiglia o dalle persone che non hanno voluto accudirli. Gli viene così tolta anche la loro ultima possibilità».

Ad aggravare la vicenda dell’adozione di Alessia è stata anche la ricomparsa della sorella biologica che nel frattempo aveva sposato un uomo appartenente ad un clan della malavita organizzata. Costui ha convinto l’adolescente ad accusare la famiglia adottiva di violenze e a scappare di casa. «Noi eravamo ovviamente preoccupatissimi», racconta Maurizio. «Ma alla nostra richiesta di aiuto ci è stato risposto che l’importante era che fosse viva. A parte lo sconcerto e il dolore – ancora mi chiedo come ne siamo usciti vivi – questo atteggiamento delle istituzioni secondo noi certifica il fallimento del sistema delle adozioni».

Maria e Maurizio sono stati totalmente assolti dalle gravi accuse di abusi, ma il trauma della vicenda è ancora chiaro nei loro occhi mentre ricordano il susseguirsi dei fatti: «Noi siamo stati indagati, maltrattati e abbandonati; alla famiglia naturale nessuno ha mai chiesto conto di nulla». Un ultimo pensiero è per chi sta cercando di adottare: «Anche noi avevamo provato con l’adozione internazionale. Stavamo per partire per la Colombia quando improvvisamente è arrivata la possibilità di adottare Alessia. Se oggi una giovane coppia ci chiedesse consigli, sinceramente non ce la sentiremmo di spingerla ad adottare. L’unica cosa che ci rincuora è aver fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità».

Nino Cartabellotta: I nemici della sanità pubblica

La campagna vaccinale in Italia ha subìto una battuta d’arresto proprio nel momento in cui il costo dei vaccini, a causa della scadenza degli accordi con lo Stato, è destinato a salire. Intanto in Cina il virus circola ad alta velocità, con picchi di decine di migliaia di morti ogni giorno. Anche nel nostro Paese i dati di mortalità restano elevati. A distanza di tre anni dall’esplosione della pandemia da Sars-CoV-2, qual è il bilancio della gestione in Italia? Davvero il Covid-19 è diventato “pericoloso” quanto una qualsiasi influenza? E cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro? Lo abbiamo chiesto al presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta.

Dottor Cartabellotta, dopo tre anni qual è il bilancio della gestione della pandemia in Italia?
Luci e ombre, inevitabilmente dettate da variabili politiche e sociali che non sempre hanno permesso alle migliori evidenze scientifiche, peraltro emerse in maniera graduale e frammentata, di essere adeguatamente trasferite all’intera catena decisionale. E ovviamente anche da un Servizio sanitario nazionale profondamente indebolito da un decennio di grave definanziamento e di mancata programmazione sul personale sanitario.

È corretto oggi ridurre il Covid al rango di “un’influenza”? Cosa dobbiamo aspettarci, anche alla luce della fine del prezzo calmierato dei vaccini, che rischia quasi di decuplicare?
Sarà ridotto al rango di un’influenza quando dai dati Istat non emergerà più un eccesso di mortalità e quando il ricovero dei pazienti Covid non rappresenterà più un elemento di sovraccarico ospedaliero. Le previsioni sugli scenari futuri sono sempre molto difficili da fare, ma se non emerge una variante più diffusiva e/o più immunoevasiva e/o più grave non dovremmo avere particolari problemi. Nel frattempo però bisognerebbe innalzare il “muro di protezione” per gli over 60 e i fragili accelerando la somministrazione della quarta dose, che al momento ha un tasso di copertura nazionale del 30% circa con enormi variabilità regionali.

A suo avviso, perché in Cina c’è stata una ripresa così repentina?
In Cina la campagna vaccinale è stata poco incisiva: si è vaccinato poco, in particolare anziani e fragili, utilizzando un vaccino poco efficace sulla malattia grave. Inoltre, la strategia “zero Covid”, in presenza di una variante estremamente contagiosa come Omicron, si è dimostrata inutile e costosa. E in un contesto di limitata immunizzazione della popolazione, sia naturale che da vaccinazione, quando ai primi di dicembre sono state allentate le restrizioni, è stato inevitabile assistere ad una netta ripresa della circolazione virale e registrare un rilevante impatto su ospedalizzazioni e decessi.

Che impatto potrà avere sul mondo e sull’Italia?
Al momento non ci sono evidenze riguardo la possibilità che l’elevata circolazione del virus in Cina possa generare varianti in grado di determinare una nuova ondata in altri Paesi. Non è da trascurare il fatto che la Commissione europea ha ribadito che mancano dati affidabili sulla situazione in rapida evoluzione del Covid-19 in Cina, e l’Oms ha sottolineato che l’impatto della nuova ondata è ampiamente sottostimato per una comunicazione dei dati parziale e poco trasparente.

Cosa ha provato nel sentire un sottosegretario alla Salute mettere in dubbio che i vaccini abbiano evitato migliaia di morti?
Non abbiamo mai prestato particolare attenzioni alle opinioni, che generano solo un evanescente rumore mediatico. Quello che conta sono i dati e le evidenze scientifiche. Possiamo discutere della limitata efficacia dei vaccini nel prevenire il contagio, ma non certo della loro straordinaria efficacia nel ridurre la malattia grave e la mortalità, soprattutto in anziani e fragili, per i quali le evidenze scientifiche sono inequivocabili. Nel 2021 sono stati evitati quasi 60mila decessi in Italia, oltre 500mila in Europa e 19,8 milioni in tutto il mondo: evidenze che non richiedono alcuna controprova.

Durante la pandemia sembrava che avessimo capito quanto sia necessario un sistema sanitario pubblico forte e territoriale. Il presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, ha ricordato il «presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale». Pensando anche alla recente manovra, cosa ne è oggi di tutto questo?
La pandemia ha progressivamente aumentato la consapevolezza sociale che un sistema sanitario pubblico, equo e universalistico rappresenta un pilastro della nostra democrazia. Tuttavia, se inizialmente tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di rilanciare il Ssn che sembrava finalmente tornato al centro dell’agenda politica, con la fine dell’emergenza la sanità è “rientrata nei ranghi”. Nel Def 2022 (governo Draghi) il rapporto spesa sanitaria/Pil crolla al 6,1% nel 2025, nella Nota di aggiornamento del Def (governo Meloni) scende al 6% e l’ultima legge di bilancio non ha previsto alcun rifinanziamento strutturale del Ssn, né alcun piano straordinario per rilanciare le politiche del personale sanitario.

Le differenze di mortalità da Covid fra Sud e Nord Italia possono essere anche dipese da differenze tra sistemi sanitari regionali?
I tassi grezzi di mortalità più elevati si registrano nelle Regioni del Nord, dove la pandemia si è abbattuta nella prima ondata, come uno tsunami. In quella fase tutto il Centro-Sud è stato fortunatamente “protetto” dal lockdown. D’altro canto, tutti i dati relativi alle performance sanitarie regionali documentano rilevanti diseguaglianze e iniquità tra le 21 Regioni e Province autonome, sia in termini di offerta di servizi e prestazioni sanitarie, sia di appropriatezza dei processi, sia, soprattutto, di esiti di salute.

Il progetto dell’Autonomia differenziata non rischia di peggiorare ulteriormente una situazione già troppo eterogenea?
È evidente che, in uno scenario di maggiori autonomie regionali, la Sanità rappresenta una cartina al tornasole, considerato che il diritto costituzionale alla tutela della salute – affidato sulla carta alla leale collaborazione tra Stato e Regioni – è nei fatti condizionato da 21 sistemi sanitari che generano gravi diseguaglianze. Una attuazione tout court delle maggiori autonomie richieste è inevitabilmente destinata ad amplificare le diseguaglianze di un Ssn, oggi universalistico ed equo solo sulla carta: in altre parole, senza un contestuale potenziamento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, il regionalismo differenziato rischia di legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute.

Qual è secondo lei l’aspetto su cui è essenziale concentrarsi di più, oggi?
Riconoscere che la spesa sanitaria non è un costo, ma un investimento perché influenza direttamente e indirettamente la crescita economica del Paese. Ma ancora prima la politica deve chiarire definitivamente ai cittadini se intende, o meno, mantenere un servizio sanitario interamente pubblico, equo ed universalistico. In alternativa, occorre avviare riforme strutturali che vadano in una direzione diversa: se ci verrà chiesto di rinunciare alla sanità pubblica, meglio una parziale privatizzazione del sistema adeguatamente governata dallo Stato piuttosto che una privatizzazione strisciante con una sanità a doppio binario, privata per chi se la può permettere e pubblica per i più poveri.

 

* In foto, il presidente Nino Cartabellotta alla conferenza nazionale della Fondazione Gimbe

Sicilia, l’isola del patrimonio bistrattato

«Per quanto riguarda il nostro patrimonio culturale da sempre riconosco all’Italia una coerenza: saper tagliare i fondi e dichiarare situazioni di emergenza per la cultura. Emergenze che richiedono immancabili sacrifici per soprintendenze, musei, opere d’arte e monumenti. Emergenze che impediscono una seria programmazione e così i finanziamenti vanno e vengono e i progetti si interrompono a metà, a voler essere ottimisti». Sono le parole amare del soprintendente Paolo Orsi (1859-1935), dopo una vita spesa a conoscere, tutelare e restaurare il patrimonio archeologico, e non solo, di Sicilia e Calabria. La sarcastica constatazione del “patriota” trentino nei confronti dello Stato postunitario, che pure aveva istituito il sistema nazionale di tutela fondato sulle Soprintendenze settoriali e su una legge che vincolava «le cose di interesse culturale», anche se di proprietà privata, alla luce del periodo secolare intercorso, suona profetica nell’indicare la pervicace trascuratezza dei governanti italiani verso l’eredità culturale del Belpaese.

Solo alcuni importanti personaggi politici italiani hanno smentito questo pesante giudizio, a partire dal comunista Concetto Marchesi e dal democristiano Aldo Moro, che, con un comune sentire, scrissero il bellissimo articolo 9 della nostra Costituzione, fondando la nascente Repubblica sulla promozione della cultura e la tutela del «paesaggio e del patrimonio storico artistico della Nazione». Sulle orme dei Costituenti, nella difficile Sicilia degli anni Settanta, politici e intellettuali coraggiosi misero in campo una “politica dalle carte in regola” che promosse un dibattito culturale a tutto campo incontrando, anche qui, convergenze politiche e sociali trasversali, che diedero vita ai governi di “solidarietà autonomistica”. Come disse il presidente Piersanti Mattarella, nel discorso programmatico pronunciato nell’assemblea regionale siciliana il 3 aprile 1978, «l’attenzione del governo per la cultura non è contenuta nell’ambito ristretto di uno o più settori, ma costituisce elemento qualificante e riferimento di fondo per tutta l’azione regionale». Nacque così la stagione delle riforme che perseguirono l’utopia di uno sviluppo democratico delle istituzioni regionali, nelle quali si potesse costruire un “ponte tra cultura e politica”, perché la competenza dei tecnici rendesse possibile il buongoverno per sconfiggere il clientelismo e l’affarismo politico imperanti. Come ho cercato di spiegare con Paolo Russo nel libro Utopia e impostura (ed. Scienze e Lettere, 2019), dopo i decreti del presidente della Repubblica che, nel 1975, diedero attuazione alla “potestà legislativa” in materia di tutela dei beni culturali e del paesaggio, sancita dall’articolo 14 dello Statuto autonomistico del 1946, l’assemblea siciliana, tramite un ampio dibattito aperto ai tecnici e funzionari dei beni culturali, formulò la legge-quadro del settore n. 80/1977. Le norme per la tutela, la valorizzazione e l’uso sociale dei beni culturali ed ambientali nel territorio della Regione siciliana, ancora vigenti, avevano la grande ambizione di creare un circuito virtuoso tra ricerca scientifica, tutela contestuale del patrimonio e promozione culturale delle comunità locali nei diversi territori isolani. L’arduo percorso riformista degli anni Settanta venne interrotto, il 6 gennaio 1980, dal barbaro assassinio del presidente della Regione Piersanti Mattarella. Le inchieste giudiziarie hanno rivelato come proprio le riforme legislative promosse dall’illuminato politico, quali, tra le altre, la nuova normativa urbanistica e quella, ancora non emanata, di riorganizzazione meritocratica della burocrazia regionale, furono il motivo del suo omicidio, definito quale “delitto politico” dal grande storico dell’età moderna Giuseppe Giarrizzo.

Da qui comincia l’impostura: il processo ininterrotto di annullamento delle riforme già emanate o messe in cantiere dai precedenti governi, tramite, spesso, semplici atti amministrativi contra legem. Abbiamo cercato di seguire, durante il quarantennio che ci precede, il sistematico svuotamento delle leggi di riforma dell’amministrazione regionale dei beni culturali, attraverso, prima di tutto, l’aggiramento delle norme che prevedevano concorsi pubblici con requisiti specialistici per i ruoli tecnici, quali archeologi, storici dell’arte, architetti, bibliotecari, naturalisti ecc., che avrebbero dovuto avere la responsabilità delle relative, fondamentali, cinque sezioni tecnico-scientifiche delle Soprintendenze. Purtroppo già la legge sui ruoli tecnici emanata nel 1980 aveva previsto la nomina politica di soprintendenti, direttori di musei e delle sezioni tecniche. Poi vennero le stabilizzazioni regionali, senza concorso, di tecnici reclutati per smaltire le pratiche della sanatoria edilizia del 1985, che riempirono anche le strutture dei beni culturali. E, infine, nel 2000 la legge “di riordino” della burocrazia regionale che, in realtà, ha prodotto una promozione in massa, senza concorso e in esubero, di tutti i dipendenti laureati nel ruolo unico della dirigenza e di tutti i diplomati nei ruoli direttivi, riservati nello Stato agli specialisti. È stato così che al momento dell’assunzione dei vincitori dei concorsi per “dirigente tecnico archeologo e storico dell’arte” banditi nello stesso anno 2000, per coprire le posizioni direttive dell’organico dei ruoli tecnici dei beni culturali, la Regione ha stabilito che questi professionisti, reclutati per merito, tramite requisiti postlaurea, dovessero essere inquadrati come generici funzionari, mentre i diplomati, transitati nel 2001 da “istruttori” a “funzionari direttivi”, erano giunti per anzianità all’apice del comparto.

Così il personale regionale più specializzato in materia di beni culturali, quello che per formazione dovrebbe essere preposto alla cura del patrimonio culturale, è da vent’anni tenuto senza incarichi di responsabilità e senza mansioni adeguate, subordinato, addirittura, ai semplici diplomati. Tutto questo ha prodotto l’attuale situazione che è stata definita dalla ex assessora Maria Rita Sgarlata «la débacle dei beni culturali in Sicilia» prodotta dall’inadeguatezza della classe dirigente degli istituti regionali di tutela. Sempre secondo la compianta archeologa, il caos organizzativo e la mancanza di competenze specialistiche al vertice delle strutture spiegano il fallimento in Sicilia dei diversi programmi operativi finanziati con fondi europei dal 2000 in poi.

Inoltre, nel suo bel libro L’eradicazione degli artropodi. La politica dei beni culturali in Sicilia (Edipuglia, 2016), si trovano le cifre della drastica riduzione del bilancio regionale dedicato al dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana: dai 528 milioni e passa di euro del bilancio 2009 ai poco meno di 18 milioni di euro del 2015, due anni dopo il suo brevissimo assessorato. La denuncia di Maria Rita Sgarlata non è rimasta isolata.

Il procuratore generale presso la Sezione giurisdizionale d’Appello della Corte dei conti della Regione siciliana, nella seduta di parifica del rendiconto generale della Regione relativo all’esercizio finanziario 2016, nel proporre, per la prima volta nella storia, la bocciatura del bilancio della Regione autonoma, ha avviato la propria requisitoria esaminando proprio la pessima gestione dei beni culturali: «Si è riscontrata una gestione dei siti e dei parchi archeologici al limite del collasso, frutto di una pluriennale assenza di reale progettualità e consapevolezza dal dato economico, oltre che culturale, insito in una tale vastità di beni ed aree artistiche ed archeologiche… stante la perdurante assenza di precostituite piante organiche sulla base di una seria valutazione delle effettive esigenze e dei carichi di lavoro». Eppure, la Sicilia è «una terra ancora divisa tra rinnovamento e conservazione, che ha però una fortissima carica civile, un potenziale umano ricchissimo, efficaci strumenti giuridico-politici per il proprio riscatto». Così si rivolse Piersanti Mattarella al presidente Pertini in visita all’Assemblea regionale siciliana, il 6 novembre 1979.

A distanza di 43 anni, possiamo condividere questa speranza. Infatti, non solo “un potenziale umano ricchissimo”, dotato di adeguati requisiti professionali, è presente all’interno e all’esterno degli istituti regionali di tutela, ma anche gli “strumenti giuridici” per il riordino dei ruoli regionali, dirigenziali e direttivi, dei beni culturali, sulla base delle competenze specialistiche, sono ancora vigenti, sebbene contraddetti dagli atti amministrativi successivi. Occorre solo applicare, finalmente, le leggi esistenti e attribuire a ciascun funzionario i compiti istituzionali previsti dalle leggi. Come prescrive la Costituzione all’articolo 97: «I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari».

Si deve restituire all’amministrazione regionale dei beni culturali un ordinamento pluridisciplinare e mettere ciascuno al proprio posto di competenza, per assicurare l’adempimento degli obblighi costituzionali di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale conservato in Sicilia.

Solo così si potranno soddisfare le grandi aspettative culturali che le comunità locali, gli studiosi e i turisti di tutto il mondo ripongono nell’immenso tesoro di memorie storiche del Mediterraneo conservato nella nostra isola.


* L’autrice: Francesca Valbruzzi, archeologa e funzionaria, è autrice con Paolo Russo di “Utopia e impostura. Tutela e uso sociale dei beni culturali in Sicilia al tempo” dell’Autonomia (Ed. Scienze e Lettere, 2019)

In foto, il tempio greco di Selinunte, in Sicilia

Gli sfruttati della cultura “made in Italy”

«La prima associazione onlus per cui ho lavorato nell’ambito gestione beni culturali e eventi, mi ha pagato per anni con ritenuta d’acconto e rimborsi fittizi per spese mai sostenute. Dopo cinque anni durante i quali non esistevano festivi, straordinari, salari e orari fissi, mi hanno costretta ad aprire la partita Iva. “O così oppure non ti possiamo più pagare”, mi hanno detto». La storia di Silvia (nome d’invenzione per proteggerne la vera identità) è purtroppo simile a quella di molti giovani e meno giovani che, dopo la laurea e perfino dottorati, sono costretti a subire sfruttamento e ricatti per portare a casa stipendi irrisori che non consentono di sopravvivere. Basti dire che il 57% dei 2.526 lavoratori che hanno risposto al questionario dell’associazione Mi riconosci? dichiara di non riuscire a vivere autonomamente.

Ma torniamo alla storia di Silvia che, dopo aver subito pressioni dal commercialista della onlus per cui lavorava, decide di aprire la partita Iva, «premettendo che una volta diventata libera professionista a tutti gli effetti, avrei accettato anche altri lavori compatibili con il primo che restava comunque la priorità». Passaggio indispensabile per riuscire a mettere da parte qualcosa per pagare spese e tasse a fine anno. «Ovviamente appena ho cominciato a non essere più disponibile h24 perché avevo trovato un lavoro stagionale, compatibilissimo con orari e organizzazione del primo, sono stata messa alle strette e ogni errore o problema insorto nei sei mesi successivi in tutto l’ufficio è stato attribuito alla mia assenza. Terminato il progetto per cui stavo lavorando – prosegue Silvia – pur non avendo mai mancato una scadenza né mollato la presa per un attimo mi è stato detto che per il seguente progetto sarei stata declassata dato che ero distratta da altro». Ma Silvia non si è persa d’animo. E ha fatto una controproposta. «Alla mia richiesta di un contratto in esclusiva e conseguente aumento salariale che mi consentisse di non aver bisogno di andare altrove a cercare di arrotondare, mi è stato risposto picche. Volevano la botte piena e la moglie ubriaca». Alla fine Silvia ha deciso di andarsene con molto dispiacere perché in quella associazione aveva investito cinque anni della sua vita. L’anno dopo è stata sostituita da tre stagisti. Abbiamo raccontato tutta la sua vicenda in dettaglio perché emblematica e simile a quella di tantissimi altri lavoratori dei beni culturali. Nel trentennale della legge Ronchey che ha aperto la strada alle esternalizzazioni e a privatizzazioni, il quadro è disastroso. «Il 68,7% del campione esaminato ha un impiego dipendente: il 30,21% in musei, il 16,2% in biblioteche, il 21,88% presso la Pubblica amministrazione». Ma solo pochissimi hanno contratti a tempo indeterminato, la gran parte sono a tempo determinato, oppure  stage, tirocini, co.co.co., stagionali, apprendistato, interinale, a chiamata, a progetto, in nero, si apprende leggendo la ricerca di Mi riconosci?

I tantissimi archeologi e storici dell’arte che sono andati in pensione negli ultimi anni non sono stati sostituiti da nuovi assunti, con un danno grandissimo in termini di depauperamento di risorse e di mancata trasmissione di competenze. Le istituzioni pubbliche hanno massicciamente fatto ricorso a service e subappalti che offrono pessime condizioni di lavoro. La nuova indagine realizzata dal gruppo di giovani lavoratori dei beni culturali auto organizzati e riuniti sotto la sigla Mi riconosci? porta alla luce del sole la situazione lavorativa drammatica in cui versano oggi nel Belpaese tanti archeologi, storici dell’arte, archivisti, restauratori, guide turistiche. Dopo la pessima riforma Franceschini e gli inaccettabili tentativi di applicare il modello Expo nel pubblico, il governo Meloni – che tanta retorica fa sul made in Italy e il brand Italia – nulla ha fatto fin qui per migliorare la condizione dei lavoratori di questo settore, stretti fra l’incudine di assunzioni bloccate nelle soprintendenze e la necessità di aprire partite Iva per una paga da fame senza diritti e senza tutele. Anzi l’ha peggiorata reintroducendo i voucher per gli stagionali, ampliando discriminazione e sfruttamento. Che è abissale. Come evidenziano i risultati del questionario “Cultura, contratti e condizioni di lavoro” realizzato da Mi riconosci?. Sul suddetto campione di 2.526 persone solo il 6% ha il contratto di categoria (Federculture). E questo a fronte di un livello alto di competenze e titoli di studio specifici. Oltre la metà degli interpellati ha almeno la laurea triennale (15,1%) o la specialistica (39,9%), un ulteriore 10% ha fatto anche la scuola di specializzazione. Un altro dato da notare è che il 76,1% delle persone coinvolte nell’inchiesta è donna ed «è strettissimo il nesso fra femminilizzazione del lavoro e precarizzazione», come fa notare la dottoranda in storia dell’arte Rosanna Carrieri che, con altri colleghi di Mi riconosci?, ha realizzato e presentato la ricerca alla Camera dei deputati il 17 gennaio scorso. Fanalino di coda in questo ambito lavorativo sono proprio le donne con una alta formazione costrette alla precarietà, a paghe vergognose e non di rado colpite da mobbing.

Ma torniamo a guardare al quadro d’insieme riguardo ai compensi. I numeri parlano da soli: il 68,93% guadagna meno di 8 euro netti all’ora (il 7% non arriva a 4 euro). Il 50,37% non raggiunge i 10mila euro all’anno. Spostando l’asticella fino a 15mila euro/anno si arriva al 72,28%.

Particolarmente buia è, come accennavamo, la situazione degli autonomi nonostante il 40% abbia rapporti con ministeri, università, pubblica amministrazione, fondazioni o società partecipate, associazioni. Il 23% lavora per coop o imprese private. Solo il 26,7% non ha un committente principale, il che la dice lunga su quanto siano veramente lavoratori autonomi. Fra loro il 61% è a partita Iva e il 29% utilizza la ritenuta d’acconto. Il 75,47% non stabilisce la propria tariffa e il monte ore. Il 40,2% degli autonomi guadagna meno di 8 euro netti all’ora. Il 60,43% ha più di due collaborazioni. Il 55,88% guadagna meno di 10mila euro all’anno.

Sia autonomi che dipendenti denunciano condizioni di lavoro pessime: Il 39,97% dichiara di aver subito mobbing,  di aver dovuto rispondere a domande sulla vita privata e di aver dovuto subire atteggiamenti intimidatori da parte del datore di lavoro.

 

* In foto, la bandiera dell’associazione Mi riconosci? ad una manifestazione tenutasi a Venezia contro il “ticket d’accesso” alla città introdotto dal Comune. Immagine tratta dal profilo Facebook di Mi riconosci?

Quegli eroi antifascisti dell’arte liberata

Discobolo Lancellotti Marmo Pario metà del II secolo d.C. H 155 cm Roma, Esquilino presso Villa Palombara Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Piano Primo, Sala VI inv. 126371

«La Resistenza dell’arte». Con queste parole si apre il piccolo ma denso vademecum firmato da Paolo Conti, distribuito ai visitatori insieme al biglietto d’ingresso dell’esposizione Arte Liberata. Capolavori salvati dalla guerra. 1937/1947, a cura di Luigi Gallo e Raffaella Morselli, aperta alle Scuderie del Quirinale sino alla primavera prossima (fino al 10 aprile, ndr). Una mostra che ha come leit-motiv un’idea d’insieme del patrimonio italiano doveva inevitabilmente radunare una sequenza di opere di riferimento, che in effetti non mancano. Il percorso si apre con il Discobolo Lancellotti sullo sfondo di una foto dell’opera accanto a Hitler e si conclude con la Danae di Tiziano, accompagnata da una sua grande riproduzione all’interno dello studio di Rodolfo Siviero, agente segreto e storico dell’arte.

Dall’uno all’altra si snoda il lungo racconto dei dieci anni che l’esposizione si propone di illustrare: la storia dei provvedimenti studiati per salvaguardare dai pericoli della guerra le opere più importanti – e inevitabilmente più esposte – del patrimonio italiano, e quella delle donne e degli uomini che si sarebbero spesi nel difficile e rischioso impegno di assicurarne la sopravvivenza nell’Italia occupata, sottraendole alla distruzione e alle razzie.

Forma questo racconto una galleria di straordinari “capolavori”, provenienti dalle più importanti collezioni dell’intero territorio italiano, isole comprese. Allora la Sicilia non aveva un’amministrazione autonoma. Ha dunque un particolare significato vedere in mostra l’iscrizione della Vittoria proveniente dal Tempio G. di Selinunte e il Trittico Malvagna di Mabuse, che è stato trasportato da Palazzo Abatellis all’interno della teca – anche questa un’opera d’arte – progettata da Carlo Scarpa per il riallestimento postbellico di quella che oggi è la Galleria regionale siciliana.   

La presenza della tavola palermitana, e di altri pezzi che difficilmente lasciano le loro sedi di conservazione, rivela la particolare disponibilità delle molte istituzioni culturali coinvolte. Diversamente sarebbe stato forse difficile vedere, insieme alla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, un insolito numero di opere di grande formato, come la tela della Crocifissione con la Maddalena di Luca Signorelli, proveniente dagli Uffizi, e molti altri oggetti delicatissimi: gli arazzi fiamminghi con le Storie di Alessandro della Pinacoteca civica “Bruno Molajoli” di Fabriano, alcune preziose terrecotte del Museo Egizio, le ceramiche del Museo civico di Pesaro, libri e documenti.

Alle vicende del patrimonio manoscritto è dedicata una sala che associa il fortunoso salvataggio della biblioteca di Montecassino – l’unica parte dell’abbazia scampata alla guerra – e il trafugamento e la dispersione pressoché completa dei libri della comunità ebraica di Roma, evocata da due preziosi volumi duecenteschi di origine spagnola, prestati dall’Archivio storico della comunità ebraica.

D’interesse certamente minore sotto il profilo antiquario, ma piena di significato, è la storia del recente recupero di alcune cinquecentine della Biblioteca universitaria di Napoli, finite negli Usa e rientrate appena qualche anno fa.

Il nucleo forse più consistente della selezione di opere esposte appartiene alla Galleria nazionale delle Marche, non solo perché uno dei due curatori ne è l’attuale direttore, ma anche perché a questa Regione riportano molti degli eventi e una delle personalità che la mostra non poteva non celebrare, lo storico dell’arte e funzionario Pasquale Rotondi.

Coetaneo di Giulio Carlo Argan, al quale lo ha legato una lunghissima amicizia, Rotondi era già in amministrazione quando, nel settembre del 1939, si vide affidare per il tramite di quest’ultimo il compito di costituire a Urbino «un grande ricovero di opere d’arte colà raggruppate da ogni parte del territorio nazionale». Sarà lo stesso Rotondi, ormai soprintendente delle Marche, a predisporre la sistemazione e i trasferimenti della parte più preziosa delle collezioni museali italiane provenienti da Venezia, Milano e Roma, che da palazzo Ducale furono in parte spostate nella Rocca di Sassocorvaro, a suo giudizio più sicura, e infine in Vaticano. Detto per inciso, non sorprende che dallo straordinario esempio che gli era stato offerto nell’infanzia sia scaturita la vocazione di Andrea Emiliani, uno dei più grandi soprintendenti italiani.

Appunti e note personali tratte dal Diario dello stesso Rotondi – oggi finalmente pubblicato in forma integrale – scandiscono, lungo il percorso della mostra, le vicende delle casse nelle quali furono stivati i capolavori da salvare. La grande “operazione salvataggio” che coinvolse tutta la Penisola fu tuttavia un’opera corale, alla quale contribuì una straordinaria leva di funzionari, diversi dei quali – allora giovanissimi – erano destinati a una carriera di grande rilievo nell’amministrazione e negli studi, tra questi Francesco Arcangeli, Giulio Carlo Argan, Emilio Lavagnino, Bruno Molajoli. Spiccano il ruolo e la determinazione delle donne: Jole Bovio Marconi, Palma Bucarelli, Noemi Gabrielli, Fernanda Wittgens.       

A ispirarne scelte decisive, spesso maturate in autonomia o in contrasto con le indicazioni di un vertice delegittimato dagli eventi e avvertito come un pericolo per il patrimonio che era loro affidato, fu, accanto a una formazione di grande spessore scientifico, una tensione etica che andrebbe forse recuperata in tempi nei quali la cifra prevalente per la gestione del patrimonio culturale sembra essere piuttosto la “valorizzazione”, intesa nel senso più tristemente mercantile, come occasione per fare cassa.

Questi funzionari si sentivano custodi di una memoria storica nella quale la nozione di patrimonio era unitaria, senza distinzione tra pubblico e privato. Tra le opere alle quali fu assicurata una protezione figurano il Tesoro della Basilica di S. Marco e alcuni pezzi conservati in collezioni private, come il busto in bronzo di Clemente VIII di Taddeo Landini, tuttora parte degli arredi della Villa Aldobrandini di Frascati.

Le immagini e i moltissimi documenti, frutto di ricerche archivistiche accurate e originali, sono l’aspetto più suggestivo di un allestimento spoglio ma particolarmente riuscito, a partire dalle luci e dalla scelta dei filmati. Al bianco e nero dei materiali fotografici fanno da contrappunto le quinte in legno chiaro e i pannelli rossi di una grafica spartana ma molto raffinata.   

Piacevole alla lettura come un romanzo, e ricco di spunti per ulteriori indagini, il catalogo (edito da Electa, ndr), nel quale si riconosce l’impronta di Raffaella Morselli, coordinatrice, anni fa, di una preziosa raccolta di studi sullo stesso argomento. Sarebbe davvero auspicabile che di questo racconto su un decennio cruciale per la storia della tutela del patrimonio italiano rimanesse una traccia visiva in un documentario. Per comprendere quale valore abbia, nella storia del nostro Paese, il suo patrimonio artistico, vederla attraverso un filmato sarebbe infatti un’esperienza molto più efficace di qualunque parola scritta. La data d’inaugurazione di Arte Liberata ha quasi coinciso con il settantacinquesimo anniversario della nostra Carta Costituzionale, approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre del 1947. L’art. 9, che prescrive la tutela del «patrimonio storico e artistico della Nazione», è giustamente evocato nella presentazione del catalogo, firmata da Gennaro Sangiuliano: un piccolo capolavoro retorico, che richiama Leopardi e Canova, ma sfuma sulla terribile congiuntura storica dalla quale scaturì l’assunzione di responsabilità dei nostri monuments men, il nazifascismo. 


* L’autrice: Lucinia Speciale è docente di Storia dell’arte medievale all’Università del Salento 

In foto, il Discobolo Lancellotti, risalente alla metà del II secolo d.C., custodito al Museo nazionale romano

Agli Uffizi solo col portafoglio a organetto

Nel fiume quasi ininterrotto delle esternazioni che i nuovi vertici politici del Collegio Romano hanno prodotto dal momento del loro insediamento e pur nella contraddittorietà e confusione di molte dichiarazioni, un elemento comune è subito emerso con grande chiarezza: il nostro patrimonio culturale ha un valore economico che occorre sfruttare. E poiché l’Italia è una «superpotenza culturale mondiale» (Sangiuliano dixit), questa rendita economica dovrà finalmente essere commisurata a tale importanza culturale.
Da questo punto di vista, ciò che i nuovi inquilini del Ministero proclamano a gran voce, non è poi così distante dalla visione affermatasi nell’era Franceschini: magari espressi con maggiore rozzezza rispetto all’abilità da politico navigatissimo del precedente ministro, ma obiettivi di fondo e anche armamentario retorico si collocano in linea di perfetta continuità con quella stagione politica nella quale, con significativa accelerazione negli ultimi anni, il nostro patrimonio culturale è sostanzialmente stato utilizzato come palcoscenico privilegiato per le liturgie del potere, nell’abbandono sostanziale di ogni politica di governo del paesaggio, vale a dire del territorio nazionale.
E infatti, nessuna revisione dell’impianto delle così dette riforme Franceschini è minimamente all’orizzonte, e anzi tutto sembra procedere piuttosto verso la radicalizzazione di taluni orientamenti.

A partire dai musei. Di fronte a uno dei più clamorosi fallimenti dell’era Franceschini, quel Sistema museale nazionale che avrebbe dovuto finalmente superare la cesura fra musei statali e musei pubblici di enti locali e musei privati e soprattutto cercare di allineare gli standard delle nostre istituzioni museali a livelli europei, l’unico requisito cui aspira adeguarsi il nuovo corso è quello del costo dei biglietti. Via libera quindi agli aumenti (in taluni casi fino al raddoppio) perché «se una cosa ha un valore storico, artistico, culturale, deve anche essere pagata, come del resto i turisti pagano gli hotel» (il ministro Sangiuliano, 10 gennaio 2023): così da marzo prossimo, visitare i soli Uffizi costerà 25 euro, senza Pitti e, naturalmente senza il corridoio vasariano, già in predicato per diventare uno dei luoghi più costosi del nostro patrimonio culturale.
Difficile trovare un’espressione più chiara della visione tardo-neoliberista di questa destra governativa: assodata la riduzione a merce del patrimonio culturale e il suo uso turistico come fine unico, l’obiettivo è quello di rincorrere il privato (gli albergatori) sul piano della capacità di sfruttamento della risorsa.

In questa direzione, l’attenzione politica e mediatica, come già negli ultimi anni, si concentra sulle grandi istituzioni e in particolare sulle solite galline dalle uova d’oro – dal Colosseo, agli Uffizi, a Pompei – le più economicamente e iconicamente significative, cui si cerca di aggiungere ora il Pantheon, reso appetibile, per lo sfruttamento turistico, dai milionari accessi di visitatori, che saranno presto costretti a pagare un biglietto di ingresso. La giustificazione di un allineamento con altri Paesi europei è apparsa peraltro subito risibile: il biglietto per il Louvre (il più grande museo occidentale) costa oggi 17 euro, mentre British Museum e National Gallery sono a entrata libera, ma soprattutto queste istituzioni offrono tutte, da anni, un livello di servizi al visitatore – online e on site – in termini di informazione, accoglienza, iniziative formative, eventi e via elencando, di livello incomparabilmente maggiore.

La decisione della direzione del Louvre, resa pubblica recentemente, di limitare gli accessi a un numero di visitatori che possa consentire una esperienza migliore del patrimonio esposto e facilitare il lavoro degli operatori del museo, testimonia, anche per una istituzione ormai vocata prioritariamente all’utenza turistica, un atteggiamento ben più rispettoso nei confronti di chi visita il museo parigino, e di uno spirito di servizio che sa superare anche le ragioni puramente monetarie. In Italia, al contrario, è proprio il Ministero ad abbracciare, coûte que coûte, un trend “sviluppista” il cui indicatore principale è solo quello quantitativo, mentre gli unici, deboli (e talora ignorati) limiti numerici all’accesso di alcuni dei più affollati luoghi della cultura sono quelli – invalicabili – legati alle norme di sicurezza e incolumità.
In una decisione di questo tipo, l’atteggiamento – gravissimo – di indifferenza politica nei confronti di una situazione del Paese economicamente difficilissima, a un passo dalla recessione, con il livello delle disuguaglianze che aumenta a dismisura è l’altra faccia della medaglia rispetto a una concezione del patrimonio culturale cui non si sa trovare alcun altro scopo se non quello di divertissement esclusivo per turisti. Di questa visione a dir poco ristretta sulla funzione del nostro patrimonio culturale e dei musei in particolare, sono parte integrante le modalità autocratiche, in stile che potremmo definire Ancien régime, che connotano la loro gestione. Al di là di ciò che riguarda gli aspetti tecnici legati ad esempio alla conservazione degli oggetti o alla manutenzione degli allestimenti, infatti, quanto pertiene alla visione espressa attraverso il racconto degli oggetti esposti, mai neutrale, ma frutto di scelte più o meno esplicite, dovrebbe essere il risultato di un confronto ampio e articolato.

Il museo pubblico non è una collezione di oggetti, ma uno strumento culturale al servizio di una comunità più o meno ampia di visitatori e sarebbe quindi opportuno che soprattutto le scelte che vanno a modificare assetti, finalità, concezioni allestitive fossero illustrate nel dettaglio, non solo con un pubblico di addetti ai lavori e non solo “a cose fatte”.
È evidente che proposte e decisioni finali non possano che rimanere nelle mani di chi dirige e opera all’interno dell’istituzione, ma come momento iniziale e finale di un processo di condivisione che renda l’istituzione finalmente più aperta all’esterno e attivi quelle forme di partecipazione tanto spesso declamate in convegni e conferenze stampa, quanto negate nella pratica dei fatti o, ancor peggio, ridotte ad operazioni cosmetiche, dai sondaggi social ai questionari una tantum. Eppure anche Icom, l’organizzazione internazionale punto di riferimento per il mondo degli operatori museali, nella recente nuova definizione di museo (cfr. Left n. 30/2022), pur se drasticamente edulcorata, proprio per la pressione dei comitati nazionali più “tradizionalisti” fra cui quello italiano, ha sottolineato l’importanza della partecipazione della comunità alla vita del museo.

Al contrario, la norma, per i nostri musei, è che ogni decisione su allestimenti, esposizioni, iniziative culturali, in pratica la vita del museo stesso, venga decisa da un ristrettissimo numero di persone che spesso non includono neppure i Comitati scientifici, se non come semplice informazione.
Questo modus operandi, oltre che espressione di una visione museologica profondamente attardata, diventa tanto più grave quando rischia di stravolgere un assetto istituzionalmente e culturalmente importante come è quello della museografia archeologica della Capitale.

L’autrice: Archeologa classica, Maria Pia Guermandi è responsabile dell’Osservatorio beni e istituti culturali della Regione Emilia-Romagna e di numerosi progetti europei. Con Tomaso Montanari dirige la collana Antipatrimonio di Castelvecchi

 

Fatti non fummo a viver come bruti, ministro Sangiuliano

al principio del nuovo anno, il discorso pubblico sul patrimonio culturale italiano si è ingolfato attorno a due argomenti in apparenza inconciliabili, ma in realtà strettamente correlati e a loro modo assai paradigmatici di una visione del mondo e dunque di un’azione politica. Quando il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha posto Dante Alighieri tra i padri fondatori della destra, si è acceso un dibattito che nemmeno l’anniversario dantesco del 2021 era riuscito a innescare, ma la cui qualità è stata inversamente proporzionale alla sua sguaiata vivacità. In parallelo, da qualche giorno si erano già sprecate esternazioni da vari pulpiti sul prezzo dei biglietti nei musei statali, suscitate soprattutto dal vistoso aumento dell’ingresso alle Gallerie degli Uffizi in alta stagione (25 euro dal primo marzo).

Da un lato, un’attenzione costante alla monetizzazione dell’offerta culturale; dall’altra, un’altrettanta spiccata tendenza a marcare il territorio in termini revisionisti, ma nell’assenza di una prospettiva storica almeno decente. I primi mesi del “modello Sangiuliano”, almeno a giudicare da interventi e dichiarazioni (per le azioni politicamente più rilevanti c’è bisogno di più tempo), stanno tutti fra questi due poli.
Aumentare il prezzo dei musei è nella maggior parte dei casi giustificato da costi di gestione aumentati in proporzioni da vertigine nell’ultimo anno. Senza una robusta iniezione di risorse pubbliche, i musei autonomi devono provvedere in proprio. E quelli che non hanno autonomia di gestione sono condannati a una mera sopravvivenza. Per restare alla Toscana, lo strepitoso potenziale dei musei statali di Arezzo, Lucca e Pisa non riesce a esprimersi come dovrebbe e potrebbe, anche per l’esiguità del personale, che non può essere certo rimpolpato con la bigliettazione. Un problema che tocca da vicino gli stessi Uffizi, e che dovrebbe essere ben tenuto presente ogni volta che si riaccendono polemiche sterili su giorni e orari di apertura.

Ma i numeri sembrano un punto centrale della visione di Sangiuliano fin dai suoi primi interventi. Il ministro ha liquidato l’aumento adducendone l’irrilevanza per le spese di un’agiata famiglia di turisti americani (come se fossero gli unici frequentatori dei nostri musei), ma è da tempo che stabilisce paragoni tra il prezzo dei nostri musei e quelli stranieri, invocando per noi maggiori introiti. La comparazione non riguarda soltanto la vile pecunia, visto che più di una volta il ministro ha auspicato un ampliamento dell’offerta che consista nell’allargare gli orari di apertura e nel moltiplicare le opere esposte: al punto da configurare l’ipotesi, peraltro non nuova, di espandere i grandi musei attraverso loro succursali che potrebbero trovar luogo non solo nella stessa città o regione, ma addirittura in un altro Stato. Replicando dunque l’operazione compiuta dal Louvre prima a Lens, poi ad Abu Dhabi. E ancora una volta sono proprio gli Uffizi a essere al centro di questa visione, che par tuttavia prescindere sia dal rapporto con i contesti, sia da una riflessione sulla natura di un museo moderno.

Chi lavora in un museo, e pure chi ne ha una certa contezza, sa bene che il valore di una collezione risulta e risalta non dalla quantità di oggetti esposti, ma dalla capacità di far parlare quegli oggetti – anche pochissimi – e di intrecciare storie, narrazioni e processi che disegnino il cammino di una civiltà. I depositi dei musei sono i serbatoi della conoscenza, ma sono anche l’alimento delle storie che si vogliono e/o si devono raccontare. Non solo l’alimento necessario di uno o più potenziali musei. Oltretutto le opere in deposito hanno un senso in relazione a quelle altre che in Italia stanno non solo nelle sale aperte dello stesso museo, ma fuori dalle sue mura. Trasferirle a mille o cinquemila chilometri di distanza significa proporle come oggetti assoluti, ma svincolati da quel contesto che attribuisce loro un senso peculiare. Curioso che mentre diamo ampio risalto alle rivendicazioni di quei Paesi ex coloniali che chiedono la restituzione delle opere predate dai dominatori di un tempo, in Italia si pensi seriamente di mandare il nostro patrimonio in giro per il mondo senza una vera progettualità culturale.

Sangiuliano sembra avere in mente una sola categoria di visitatore di museo: il turista, possibilmente straniero e danaroso. Sicché il museo è una leva economica, non di conoscenza o cittadinanza. Ma soprattutto sembra avere in mente il museo come attrattore patrimoniale forte e pressoché unico. Come se tutto il lavoro del Mic dovesse convergere, anche attraverso la promozione di mostre, su questo solo obiettivo. Ma i nostri musei nulla sarebbero senza un contesto capillare e diffuso – in questo sì, davvero unico al mondo oltre la contabilità dei siti riconosciuti dall’Unesco o altre percentuali spesso date a vanvera – da cui proviene il contenuto dei musei, e sul quale i musei si rispecchiano. La peculiarità del patrimonio italiano consiste proprio in questo impasto, storicamente stratificato, tra natura e artificio, di cui i musei sono frutti non certo unici. Davanti alla straordinaria scoperta, avvenuta lo scorso novembre, del deposito votivo di San Casciano ai Bagni, si è subito scatenato un inferno comunicativo che da un lato disquisiva sulla bellezza delle opere lanciandosi in temerari paragoni con i Bronzi di Riace, dall’altro prometteva, per voce del ministro, un nuovo museo destinato ad accogliere i pezzi. Dove quel che di davvero eccezionale è in gioco è il contesto, ossia il rapporto tra gli oggetti e il luogo. Veniva invece affermata un’idea di archeologia affatto distorta: non studio dei luoghi nella complessità delle loro sedimentazioni storiche, ma abilità di scoprire tesori sepolti.

Intendiamoci: la valorizzazione dei musei in una chiave a un tempo aziendalistica e turistico-commerciale è fenomeno che agisce da parecchi anni, e ha avuto il suo motore principale nella doppia tornata di Dario Franceschini. Ma l’impressione è che a fronte di alcune iniziative tese perlomeno ad appannare, se non proprio a smantellare, l’immagine franceschiniana del dicastero (come la chiusura dell’assurda piattaforma ITsArt, palcoscenico virtuale per la diffusione digitale di contenuti culturali e artistici sull’Italia), la percezione del patrimonio, e dunque l’azione politica, discendano da una medesima matrice antropologica, ma con due significativi (e preoccupanti) elementi di novità: un ulteriore distacco dai contesti e dai territori, e una più forte rivendicazione identitaria affatto svincolata da una prospettiva storico-critica.

Lo conferma proprio la sortita sull’Alighieri. Forse Sangiuliano non voleva sintetizzare la parafrasi di un libro come Dante Alighieri e Benito Mussolini di Domenico Venturini (che vedeva il Poeta come profeta del Duce) né fare un endorsement per tutt’altro libro come Dante reazionario (Editori Riuniti, 1992) di Edoardo Sanguineti, ma semplicemente usare la tecnica della sparata per suscitare reazioni e reagire a sua volta contro la presunta egemonia culturale della sinistra, annacquando le distinzioni e sostenendo che in fondo tutta la cultura italiana è fondamentalmente di destra, ovvero che la sua anima destroide è stata storicamente negata, per cui è giunta l’ora di ristabilirla. Ma forse ha perso un’occasione: avrebbe potuto lanciare l’idea del Duecento come del secolo in cui si costruisce davvero un’idea di modernità, tra cattedrali, Francesco, Giotto e appunto Dante, depotenziando lo stereotipo del Rinascimento che invece sembra ossessionarlo. Ovviamente Sangiuliano sa bene (tanto che l’ha scritto pure in un intervento sul Corriere della Sera) che le categorie di destra e sinistra sono ignote al medioevo, ma in questa come in altre esternazioni ha sfruttato lo stratagemma retorico dell’attualizzazione distopica al fine non solo di suscitare approvazioni in un’ottica da derby (o di qua o di là) che ormai sembra aver fagocitato la complessità che dovrebbe essere propria del discorso politico e pubblico, ma soprattutto di dare una forte legittimazione identitaria all’azione di governo.

Non si tratta solo di bastonare le Ong, “difendere i confini” o invitare Zelensky al Festival di Sanremo (altra sguaiataggine figlia di una deriva spettacolistica in cui l’immagine istantanea vince su ogni complessità): tra i primi buoni propositi del ministro spiccava la volontà di promuovere due grandi mostre dedicate a periodi e movimenti della storia dell’arte secondo lui ingiustamente trascurati, il Futurismo e il Rinascimento. Posto che un ministro non dovrebbe dire che mostre si devono fare, ma adoperarsi perché direttori e curatori sviluppino i loro progetti di ricerca, è chiaro che di mostre su temi rinascimentali se ne vedono per ogni dove, e lo stesso futurismo non è certo negletto. Ma la boutade non va sottovalutata: non tanto perché Sangiuliano volesse forse evocare le mostre promosse dal fascismo (come quella, appunto, sul Rinascimento italiano negli Usa di cui parla il bel libro edito da Carocci Raffaello on the road, di Lorenzo Carletti e Cristiano Giometti), quanto piuttosto per una forte connotazione nazionalista dell’approccio al patrimonio, che emerge anche nello stucchevole dibattito sulla carta d’identità dei direttori di museo (al netto del merito, si capisce) e si declina nell’inattualità di mostre che si vogliono onnicomprensive e definitive.

Ma ancora una volta si tratta di nazionalismo avulso da una coscienza storico-geografica: i musei monopolizzano la discussione, che invece elude il recupero dei centri storici terremotati o alluvionati come ogni questione di tutela territoriale (a parte il brevissimo tempo dell’emergenza). Gli stessi uffici periferici del Mic sono esausti e svuotati (e tali resteranno malgrado i concorsi per funzionari in atto), tanto che si sta di nuovo levando alta la voce di quelle Regioni che invocano la competenza di patrimonio e paesaggio: a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna (che voleva solo l’ambiente) si sta aggiungendo ora pure la Toscana.

I beni culturali fanno gola, ma tutti costoro forse non hanno capito che tutelare e conoscere significa investire, e nulla garantisce che le Regioni sapranno occuparsi del patrimonio meglio dello Stato, se non ci metteranno davvero molti più mezzi e molte più persone. Ma per fare cosa? Non sarà che l’obiettivo è proprio quello di lasciare il territorio indifeso, abbattendo un argine alla speculazione – argine che era normativo ma soprattutto culturale? Quelle persone devono farsi interpreti delle ragioni della storia e del patrimonio.
Gennaro Sangiuliano non è un esternatore compulsivo. È il vertice politico di una piramide di dirigenti, funzionari e tecnici, tutti interpreti di una missione che vive nella storia e per la storia, al servizio della comunità e non del turismo straniero. Per questo devono assumersi responsabilità e posizioni degne di una tradizione di studi che ha reso unico al mondo un modo di conservare e amare il patrimonio che forse già non esiste più. Troppo spesso la nostra classe dirigente intellettuale si fa sentire solo per reagire stancamente a battute stantie. Ma dovrebbe essere il traino per l’intero Paese, cominciando proprio dalla qualità del lavoro culturale, che richiede competenze non banali e soprattutto un’etica civile.
Per questo vorrei idealmente contrapporre al “modello Sangiuliano” il “modello Bartoletti”.

Scomparso il 12 gennaio all’età di 61 anni, Massimo Bartoletti non era solo un esemplare funzionario della soprintendenza di Genova; era un grande storico dell’arte che aveva messo sensibilità e intelligenza a disposizione di un patrimonio sorprendente disseminato nelle valli tra Liguria e Piemonte, illuminando zone d’ombra, esplorando periferie vitali come certe capitali e costruendo letteralmente una conoscenza nuova intorno a un’idea di contesto e di tessuto. A figure come lui si deve in larga misura la sopravvivenza del nostro passato figurativo e monumentale. La storia che si racconta ora nella mostra alle Scuderie del Quirinale (Arte liberata 1937-1947, di cui scrive Lucinia Speciale in questo numero di Left, ndr) non esisterebbe senza il coraggio di tanti Bartoletti che si votarono alla difesa dell’arte tra il 1940 e il 1945. E non c’è museo che tenga, senza una coscienza dei tessuti e dei territori.

Franco Boggero, collega e amico di Massimo Bartoletti, ha teorizzato due categorie fondamentali di storici dell’arte (nell’arguto Il demone della stupidità e altre questioni, Sagep editori 2021), i pigmei e i bantu. «Cacciatori, raccoglitori i primi, propensi a un continuo movimento; agricoltori, e quindi stanziali, i secondi. Mentre il pigmeo incarnava per me il tecnico di zona e la sua presenza mobile sul territorio, nel bantu vedevo adombrato il conservatore di museo, con la “coltivazione” di un sito ben demarcato». Il secondo ha una bella visibilità, ma è il primo quello che corre e trova le cose che mandano avanti la ricerca.

In questa metafora, Massimo era uno splendido (e altissimo!) pigmeo, modello di chi si avvicina al patrimonio non per metterlo a reddito, ma per capire gli uomini che lo hanno creato e vi si sono abbeverati. Un traguardo civile che presuppone che si sappia di cosa si parla. Meno Sangiuliano e più Bartoletti, in sintesi estrema, è il programma politico da sviluppare per garantire un futuro al nostro patrimonio.

Il ritorno del Minculpop

Pasquale Rotondi, lo storico dell’arte e funzionario che nelle Marche (praticamente da solo) salvò 10mila opere d’arte italiane dal saccheggio e della distruzione dei nazifascisti si starà rivoltando nella tomba. Altrettanto Giulio Carlo Argan e la bellissima Palma Bucarelli che, a sua volta, rischiò la vita per portare con la sua Fiat Topolino in Castel Sant’Angelo le opere conservate nella Galleria d’arte moderna di Roma, di cui fu a lungo direttrice. E con loro Fernanda Wittgens che mise in salvo le opere all’Accademia di Brera e, soprattutto, aiutò cittadini ebrei a scappare e, proprio per questo, fu incarcerata. Tutti loro sapevano bene che il patrimonio d’arte ha un fondamentale valore immateriale, un valore civico e culturale indispensabile per il futuro delle nuove generazioni, e tanto più importante in quel tempo di guerra per opporsi alla violenza, all’oppressione del nazifascismo e all’annullamento dell’umano nella Shoah. Incurante di tutto questo nella prefazione al catalogo Electa della mostra Arte liberata che alle Scuderie del Quirinale racconta le loro eroiche imprese, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ha l’ardire di omettere quale fosse la matrice di quel criminale attacco all’arte italiana: ovvero il nazifascismo. Scandalosamente, il ministro parla in modo generico di «arte liberata, salvata o recuperata dalle torbide minacce della Seconda guerra mondiale».

«Non conosco la matrice», disse Giorgia Meloni dopo l’assalto squadrista alla sede della Cgil avvenuto nell’ottobre 2021. La stessa Meloni, da presidente del Consiglio, ha osannato l’ex repubblichino Almirante. Siamo sicuri che il suo governo sia espressione di una destra presentabile? Quale è la cultura politica della seconda carica dello Stato che disdegna il 25 aprile e inneggia a Pino Rauti?

Quale è la cultura politica del presidente della Camera Lorenzo Fontana, che partecipò al congresso ultraconservatore della famiglia a cui era presente Komov, ambasciatore del Congresso mondiale delle famiglie all’Onu e portavoce della Commissione sulla famiglia del Patriarcato di Moscinvitato e sodale di Aleksandr Dugin ideologo di Putin?

Quale è la cultura politica del ministro della Famiglia e della natalità Eugenia Roccella che afferma: «L’aborto è un diritto delle donne, purtroppo». La matrice di costoro a me pare molto chiara. Cattolica integralista e nostalgica del Ventennio, improntata al revisionismo storico.

Le donne italiane si rassegnino, servono solo per dare figli alla patria. Dopo la proposta antiscientifica di Gasparri (Forza Italia) di riconoscere identità giuridica all’embrione, arriva quella del senatore Roberto Menia (Fratelli d’Italia), che rincara la dose pretendendo di riconoscere la capacità giuridica di feti ed embrioni, fin dal concepimento. Su tutto questo l’opposizione non alza barricate in Parlamento, non invita a scendere in piazza per protestare. Intanto la destra va all’attacco dei diritti delle donne, dei migranti, degli studenti. A un anno dalla morte di Lorenzo Parelli l’alternanza scuola lavoro viene riproposta in maniera ancor più scriteriata e sbilanciata verso l’interesse delle aziende. La scuola purtroppo è la prima vittima di questo governo, insieme alla sanità.

Nella scuola del merito propugnata dal ministro Valditara, il darwinismo sociale docet: chi ce la fa, bene, gli altri si arrangino. In barba ai numeri altissimi di dispersione scolastica soprattutto nel Sud d’Italia. Il progetto di autonomia differenziata di Calderoli provvederà a dare il colpo finale. Intanto Francesco Giubilei (Fratelli d’Italia), consigliere culturale del ministro della Cultura, Sangiuliano, propone che gli alunni facciano «il Saluto alla bandiera prima delle lezioni». A quando il ripristino del Minculpop, il ministero della cultura popolare che Mussolini istituì nel 1937? Per controllare la cultura e sottrarla all’«egemonia della sinistra» per svuotarla di senso e imporre un immaginario destrorso Meloni propina il fumettone di Tolkien e rispolvera metafore sanguinolente come quella della rivincita dell’“underdog”, espressione nata nei violenti combattimenti di cani organizzati nei giri di scommesse nell’Inghilterra dell’Ottocento. Più colto, il ministro della Cultura si applica nel revisionismo storico come abbiamo visto, tira per la giacchetta il malcapitato Leopardi e iscrive d’imperio Dante a Fratelli d’Italia, benché, come è noto, fosse un uomo del Trecento. L’operazione revisionista su Dante, si sa, era già cominciata con Mussolini. E ora si carica di nuove fandonie negando che egli auspicasse che il pane della conoscenza fosse condiviso con tutti, negando l’impasto poliglotta del volgare della Commedia che comprendeva anche termini arabi e molto altro, come scrivono su questo numero autorevoli specialisti di Dante e storici dell’arte medievale.

Non pago della revisione della letteratura in chiave reazionaria, sul versante della gestione del patrimonio artistico il ministro si lancia sulla via ultra liberista tracciata da Berlusconi e Renzi, trattando i musei come «macchine per far soldi» (cit. Renzi) e dunque alza a 25 euro il prezzo del biglietto l’ingresso agli Uffizi. «Tanto i ricchi americani se lo possono permettere», dice. E chissenefrega delle famiglie italiane che non se lo potranno permettere e chissenefrega della Costituzione che parla di tutela dei beni culturali ma anche di diritto dei cittadini alla conoscenza e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli per il pieno sviluppo della persona umana…

* In foto, il ministro Sangiuliano con la premier Meloni, al Senato