Home Blog Pagina 342

A proposito della neutralità dell’Ucraina

Noto che con molta leggerezza e ignoranza si parla della neutralità offerta dall’Ucraina alla Russia al tavolo delle trattative. Conviene fare un po’ di chiarezza, almeno per provare a uscire da quest’epoca in cui tutti da virologi sono diventati esperti di geopolitica.

Secondo il diritto internazionale, un Paese è neutrale se non interferirà in situazioni di conflitto armato internazionale che coinvolgono altre parti belligeranti. Non può consentire a una parte belligerante di utilizzare il suo territorio come base di operazioni militari, schierarsi o fornire attrezzature militari. Ai colloqui di pace in Turchia martedì, i negoziatori ucraini hanno affermato che Kiev era pronta ad accettare la neutralità se, in base a un accordo internazionale, Stati occidentali come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna fornissero garanzie di sicurezza vincolanti. Ma l’aspirazione dell’Ucraina di aderire alla Nato non è un’invenzione di qualche analista filoputiniano: è scritta nella Costituzione.

Qualsiasi modifica richiederebbe l’approvazione della misura da parte di 300 legislatori su 450 in due sessioni parlamentari separate, e quindi essere convalidata dalla Corte costituzionale. Ad oggi, quasi tutti, riconoscono che nel Parlamento ucraino non ci sarebbero i voti per ottenere la modifica costituzionale.

Poi ci sono i sondaggi: secondo l’ultimo sondaggio condotto dalla società di sondaggi Rating all’inizio di questo mese, il 44% degli ucraini ritiene che il proprio Paese dovrebbe aderire alla Nato, un calo di due punti percentuali rispetto al sondaggio fatto a febbraio prima dell’inizio dell’invasione russa. Circa il 42% ritiene che l’Ucraina dovrebbe continuare a cooperare con la Nato ma non aderire. «Gli ucraini vogliono aderire alla Nato, ma se l’Europa offre l’adesione all’Ue e propone un pacchetto finanziario per ricostruire l’Ucraina, il dibattito sulla Nato potrebbe essere dimenticato per un po’», ha detto Mykola Davydiuk, analista politico con sede a Kiev.

Così, tanto per sapere di cosa stiamo parlando.

Buon giovedì.

Amnesty international: dal 2020 meno diritti e più conflitti

Woman hand holding on chain link fence for remember Human Rights Day concept.

No, non è solo la guerra in Ucraina. Per fortuna Amnesty international ci ricorda che bisogna fare i conti con la delusione generale per le false speranze riposte nel cambiamento di rotta sperato che in un momento difficile come quello della pandemia globale, avrebbe potuto spingere tutti i paesi del mondo e i potenti a puntare alla collaborazione, all’aiuto nei confronti dei paesi più poveri.

Nel suo ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si legge chiaro e tondo. «Gli Stati ad alto reddito hanno colluso coi giganti aziendali ingannando le persone con slogan vuoti e false promesse su un’equa ripresa dalla pandemia da Covid-19, in quello che è risultato uno dei più grandi tradimenti dei nostri tempi». E ancora: «Il rapido sviluppo dei vaccini contro il  Covid-19 era apparso come la perfetta soluzione scientifica e aveva  alimentato la speranza nella fine della pandemia per tutte e per  tutti. Invece, nonostante fossero state prodotte sufficienti dosi per vaccinare tutta la popolazione mondiale entro l’anno, il 2021 si è chiuso con meno del 4% della popolazione degli Stati a basso reddito completamente vaccinata».

«Sui palcoscenici globali del G7, del G20 e della Cop26 – ha commentato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty international – i leader politici ed economici hanno dedicato scarsa attenzione alle politiche che avrebbero potuto generare un’inversione di rotta nell’accesso ai vaccini, aumentare gli investimenti nella protezione sociale e affrontare l’impatto del cambiamento climatico. I capi di Big Pharma e Big Tech ci hanno raccontato storie sulla responsabilità d’impresa.  Poteva essere il momento spartiacque per la ripresa, per un cambiamento genuino e importante, per un mondo più giusto. Invece l’opportunità è andata persa e si è tornati a quel tipo di politiche che alimentano la disuguaglianza. I soci del ‘Club dei ragazzi ricchi’ hanno fatto promesse in pubblico che si sono rimangiati in privato».

Nel 2021 scrive inoltre Amnesty international a proposito dei danni collaterali per le popolazioni civili, «sono scoppiati o sono proseguiti conflitti in Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Israele/Territori palestinesi occupati, Libia, Myanmar e Yemen. Tutti gli attori sul terreno hanno violato il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani». Detto in estrema sintesi, milioni di persone sfollate, migliaia uccise, centinaia sottoposte a violenza sessuale e sistemi economici e sanitari già fragili collassati a causa di nuovi o irrisolti conflitti. «Il fatto che il mondo non sia stato in grado di affrontare questo moltiplicarsi dei conflitti ha prodotto ulteriori instabilità e devastazione. Questa vergognosa mancanza d’azione, la costante paralisi degli organismi multilaterali e la mancata assunzione di responsabilità delle potenze hanno contribuito a spalancare la porta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha violato nel modo più evidente il diritto internazionale».

E poi c’è la libertà. Nel 2021 – spiega Amnesty international -, in almeno 67 Paesi sono state introdotte nuove leggi per limitare le libertà di espressione, di associazione o di manifestazione. Almeno 36 Stati degli Usa hanno approvato un’ottantina di provvedimenti per restringere la libertà di manifestazione, mentre il governo del Regno Unito ha proposto una legge che penalizzerebbe gravemente la libertà di riunione pacifica, anche attraverso l’ampliamento dei poteri di polizia. È aumentato anche il ricorso a forme nascoste di sorveglianza digitale. «In Russia – specifica l’organizzazione umanitaria – il governo si è basato sul riconoscimento facciale per eseguire arresti di massa di manifestanti pacifici. In Cina le autorità hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di non consentire l’accesso a portali “che mettono in pericolo la sicurezza nazionale” e hanno bloccato applicazioni in cui si discuteva di temi sensibili come lo Xinjiang e Hong Kong. Le autorità di Cuba, Eswatini, Iran, Myanmar, Niger, Senegal, Sudan e Sud Sudan hanno bloccato o limitato Internet per impedire la condivisione di informazioni e l’organizzazione di proteste».

Buon mercoledì.

Profughi sì, neri no

Michael e Meshack hanno 20 anni e sono scappati dall’Ucraina sotto le bombe. Studiavano a Kiev e come molti altri sono arrivati in Europa per salvarsi, confidando nell’enorme sforzo che l’Ue sta compiendo per accoglierli. Michael e Meshack dovevano andare in un alloggio a Palermo, era già tutto pronto: una cittadina palermitana aveva dato la propria disponibilità ad accoglierli.

Tutto bene? Non proprio. Perché Michael e Meshack ora si trovano nella “Casa della Regina di Pace” a Casteldaccia dove Suor Anna Alonzo a proposito della donna che ha cambiato idea: «Mi ha detto che non voleva ospitare due africani. Due profughi bianchi andavano bene, neri no. Quando sono arrivati, dopo cinque giorni di viaggio, utilizzando autobus, spesso camminando a piedi, erano esausti. Sono crollati sulla sedia e hanno dormito per ore». Eh sì, perché Michael e Meshack sono neri, originari della Nigeria. Il primo studia Economia e non ci saranno problemi nel prosieguo del suo percorso formativo universitario. Il secondo, invece, studia Medicina e ha già sostenuto 12 esami. In Italia però la regola del numero chiuso rischia di interrompere i suoi studi.

La storia può sembrare un evento minore ma contiene quello che proviamo a ripetere da giorni: essere solidale solo con quelli che ci assomigliano o che sentiamo affini è una violazione dei diritti umani ed è una solidarietà posticcia che non ha nulla a che vedere con l’empatia verso gli altri. In parole povere è razzismo. Un razzismo forse più tenue, ma sempre razzismo.

Se avessimo lo sguardo più ampio potremmo anche immaginare che Michael e Meshack siano vittime della guerra per ben due volte. Infatti non è la prima volta che scappano da una guerra: Boko Haram, a Benin Ciy, ha ucciso i loro genitori. Ma figurarsi se abbiamo lo sguardo abbastanza lungo per accorgersene.

Buon martedì.

La transizione interrotta

Fa impressione e, vista la situazione, mette anche agitazione, la povertà dell’azione del governo italiano. Non è che la Commissione europea brilli per lungimiranza e questo aumenta lo stato d’ansia. Mi riferisco al decreto approvato dal governo per frenare i continui rincari della bolletta energetica del Paese. Non deludono tanto le risorse dedicate a ridurre il costo della benzina e più in generale gli aiuti che vengono prospettati per aiutare la popolazione e l’apparato produttivo. Saranno sicuramente troppo poche e forse non colpiranno gli aspetti speculativi di questi aumenti, ma i problemi non sono questi. Ciò che delude e preoccupa è la totale mancanza di visione, la determinazione con cui si rifiuta di mettere mano ai cambiamenti necessari. In un momento storico così grave, in cui il pericolo di una terza guerra mondiale è concreto, chi governa deve posare lo sguardo molto lontano, pensare in grande, predisporre il Paese ai grandi mutamenti che possono contribuire a scongiurare quel pericolo.

Penso ad esempio al modello energetico che non può più rinviare l’abbandono delle fonti fossili sostituendole con quelle rinnovabili. Una trasformazione che per essere efficace deve saper mettere mano al modo di produrre, interrogarsi a fondo su cosa produrre e per chi produrlo, investire la struttura stessa dei consumi. In altre parole avere l’ambizione e l’immaginazione di un nuovo modello di sviluppo più giusto e in pace con la natura e fra i popoli che lo abitano.

Non è possibile fare un decreto, sapendo che fra le cause che sono alla base del conflitto fra russi e ucraini c’è il gas e non si propone con tempi certi di mettere mano alla nostra dipendenza da questo fossile. No, ci si propone di affrontare l’emergenza cambiando chi ci fornisce il metano, seguito da un via libera alle trivelle per estrarre quel poco che è rimasto nei fondi marini e nel sottosuolo italiani. Porta poco lontano lo stesso accordo fra Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, che giustamente punta nel prossimo Consiglio europeo a spingere la Ue verso una politica energetica comune, ma ancora basata sul gas, confermando le pessime decisioni sulla tassonomia. Va detto con chiarezza che la mancanza di visione esporrà non solo l’Italia, ma l’intera Europa a tre rischi. Il primo di essere trascinata in guerra per l’assenza di mediazioni credibili che ogni giorno viene alimentata da un linguaggio bellicista e di caccia alle streghe. Il secondo di esporla alle devastanti conseguenze del cambio climatico per non aver fatto ciò che serviva per mettere sotto controllo il crescente surriscaldamento della terra. Ed infine lascia inalterato il pericolo che…


L’inchiesta prosegue su Left del 25 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Anche in guerra gli ultimi saranno sempre gli ultimi

A refugee fleeing the conflict from neighboring Ukraine talks to police officers at the Romanian-Ukrainian border, in Siret, Romania, Thursday, March 3, 2022. (AP Photo/Andreea Alexandru)

Andrea Panico per Melting Pot Europa scrive un importante articolo sugli ultimi che rimangono ultimi soprattutto in tempo di guerra.

Come racconta Panico «in Ucraina il problema della disabilità alla nascita è particolarmente accentuato dal disastro nucleare di Chernobyl del 1986 che ha causato un forte avvelenamento dell’ambiente da radiazioni aumentando sensibilmente, tra le altre, l’incidenza delle forme di cancro e di disabilità fisiche e psichiche alla nascita Si stima che attualmente le persone affette da disabilità nel paese siano complessivamente 2,7 milioni, 261.000 con una disabilità intellettiva di cui 100.000 ufficialmente riconosciute. In Ucraina, secondo lo State Statistics Service, nel 2019 i minori con disabilità erano quasi 164.000. Molti di questi minori vivono in istituti di accoglienza, orfanotrofi, collegi e strutture psichiatriche già spesso vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo e altri tipi di abusi. Ad oggi, solo pochissimi gli orfanotrofi evacuati, per un totale di circa 5.000 bambini».

Per queste persone non esiste attualmente safe passage strutturati e sicuri per uscire dal Paese, anche a causa del fatto che molte delle strutture di accoglienza, dove alcuni di loro sono accolti, si trovano in luoghi isolati da dove è più difficile organizzare spostamenti. Anche per chi vive nelle città, uscirne non è semplice. Se non si hanno dei parenti con una macchina, i mezzi di trasporto che il governo ha provveduto a mettere a disposizione sono sempre sovraffollati e impossibili da utilizzare per chi ha delle disabilità.

Come scrive l’Unhcr «le persone che vivono con disabilità, compresi i bambini, si trovano ad affrontare condizioni orribili crescenti. I centri di accoglienza a Kiev sono inaccessibili, con il risultato che le persone con disabilità sono costrette a rimanere a casa senza accesso alle informazioni, in attesa di un’opzione più sicura. Le persone con disabilità che vivono in istituti, già segregate dalle loro comunità, sono a maggior rischio di abbandono, dato che il personale stesso ha dovuto evacuare con le proprie famiglie».

L’abbiamo ripetuto in questi giorni: aiutare tutti, ma proprio tutti. Questo è il dovere.

Buon lunedì.

Depressione pre e post partum, quegli ostacoli alla cura

Mother sitting alone next baby stroller on beach by the sea. Cloudy sky with copy space

«The pregnant woman is perhaps the last therapeutic orphan» recita un editoriale di K. Wisner del 2012, che pone l’accento sul lungo cammino che hanno ancora oggi da fare le scienze psicologiche e psichiatriche sul tema della perinatalità.
A distanza di 10 anni sappiamo che la depressione perinatale affligge dal 6.5% al 12.9% delle donne con differenti valori a seconda del trimestre di gravidanza, per aumentare fino al 19% durante il periodo del post partum. Si caratterizza per diversi quadri clinici che vanno da situazioni lievi come insonnia o cambiamenti di appetito che durante la gestazione possono essere erroneamente attribuiti a sintomi gravidici, generando una sottostima del problema, a quadri clinici più conclamati, soprattutto nell’immediato post partum, espressione del conflitto tra aspettative immaginifiche ed esperienza reale della maternità.

Un vasto mondo sommerso di affetti andati più o meno in frantumi popola il mondo interiore delle donne affette da depressione che si accingono ad entrare in un regno sì sconosciuto, ma che impone al contrario un serrato confronto con un “sapere” della nascita e del rapporto interumano che non può non derivare dalle esperienze vissute e dalle elaborazioni di esse. Non si può tralasciare l’impatto sociale della maternità, che la definisce in maniera così tagliente e stigmatizzante come un evento inequivocabilmente felice, finendo per impedire alle neomamme in crisi di formulare una richiesta di aiuto, complice la morsa stringente della depressione. Cosicché la risoluzione dall’angoscia può avvenire per diverse vie: la spietata chiusura nel silenzio, la delega delle competenze materne ai familiari, o ancora peggio la rapida ricostruzione in un assetto razionale o la fine della vita.

Dei tanti casi di cronaca nera di cui i media accennano molto spesso senza approfondire, merita una riflessione la storia di Laura (nome di fantasia) incinta al nono mese, che ha scelto di morire il giorno della vigilia del suo compleanno. Si racconta di una grande stanchezza, un vissuto di “impotenza” rispetto agli impegni professionali, e di un’esperienza di cambiamento dopo l’infezione da Covid. Una lettera racchiudeva una lunga lista di consegne ai colleghi, come se il lavoro fosse stato l’attività principale di cui avere cura. Nessun accenno alla gravidanza. La stampa tende a decentrare il reale problema veicolando grosse responsabilità sull’attività lavorativa, come se potesse bastare ridurre ad una situazione materiale per quanto onerosa e impegnativa, una scelta psichica così estrema.
Quando la solitudine è uno stato interiore così ingombrante, nemmeno la rete familiare, se presente e disponibile, riesce a…

L’autrice: Daniela Aiello è psichiatra e psicoterapeuta


L’inchiesta prosegue su Left del 25 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Luigi Manconi: A buon diritto, i nostri venti anni di battaglie civili

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 12-12-2017 Roma Politica Senato - ddl su biotestamento Nella foto Luigi Manconi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 12-12-2017 Rome (Italy) Senate - Biological testament law In the photo Luigi Manconi

Nell’ottobre 2001 nasceva A buon diritto onlus, che si (pre) occupa di garantire e tutelare i diritti civili, sociali e politici e le libertà fondamentali della persona. Ricordiamo tutti le battaglie contro gli abusi a opera delle forze di polizia e degli operatori pubblici in occasione di operazioni di fermo, arresto e trattamento sanitario obbligatorio. Solo per fare alcuni nomi, l’associazione è stata accanto alle famiglie di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Dino Budroni e altri. A vent’anni e qualche mese da quella data il fondatore e presidente Luigi Manconi, sociologo dei fenomeni politici, già presidente della Commissione diritti umani del Senato, ha deciso di celebrare il traguardo con un evento, il 26 marzo, al MAXXI, insieme a Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Valentina Carnelutti, Caterina Corbi, Valerio Mastandrea, Andrea Satta, David Riondino, Ilaria Cucchi, Mimmo Lucano, Sergio Staino e molti altri.

Luigi Manconi, come e perché nasce A buon diritto?
Nel 2001 si è conclusa la mia prima esperienza parlamentare, iniziata nel 1994. Ero stato senatore indipendente tra i Verdi e in maniera imprevedibile ne ero stato eletto portavoce nazionale. Dopo la sconfitta alle Europee nel 1999, mi dimisi da portavoce, ma rimasi nel partito ecologista fino al termine della legislatura. Allora cominciai a pensare che le tematiche alle quali mi dedicavo dovessero ritrovarsi in un contenitore grande, all’interno di una dimensione ampia dell’organizzazione politica. Non avendo, tuttavia, un partito di massa cui far riferimento decisi che quelle questioni avrebbero potuto rappresentare il programma di una associazione. All’inizio pensavo che il nome potesse essere “Battaglie perse” ma giustamente mi fecero notare che era una formula troppo snob e autoironica e non adeguata a un’associazione che voleva perseguire obiettivi e ottenere risultati. E allora la chiamammo A buon diritto – associazione per le libertà, promossa insieme a un gruppo di persone tra le quali Laura Balbo, Luigi Ciotti, Giovanni Conso, Antonio Martino, Eligio Resta e Umberto Veronesi.

La declinazione al plurale rappresenta(va) i vari ambiti di intervento dell’associazione, immagino.
Esatto. Abbiamo iniziato a operare in quegli ambiti in cui i diritti vengono o non riconosciuti o non applicati. Partivamo da un assunto politico-teorico al quale sono rimasto sempre fedele: l’idea che una delle tragedie della sinistra sia stata, in particolare nell’ultimo mezzo secolo, la contrapposizione tra diritti sociali e diritti individuali. Tale contrapposizione ha una origine storica che ben si comprende. La sinistra, il movimento operaio, le forze del progresso nascono in una situazione dove tutti i…


L’inchiesta prosegue su Left del 25 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La guerra vista da Pechino

A sign outside the Canadian Embassy showing the Ukraine flag reads "We stand together with Ukraine" on Thursday, March 3, 2022, in Beijing. China on Thursday denounced a report that it asked Russia to delay invading Ukraine until after the Beijing Winter Olympics as "fake news" and a "very despicable" attempt to divert attention and shift blame over the conflict. (AP Photo/Ng Han Guan)

Durante la mia ormai quasi trentennale permanenza in Cina, di guerre che sono salite sulla ribalta dei media e all’attenzione dell’opinione pubblica cinesi ce ne sono state diverse. La prima che ricordo è quella nella ex-Jugoslavia. Si trattava di una guerra lontana per ovvie ragioni geografiche, ma che divenne d’un tratto tremendamente “vicina” all’indomani dello sciagurato bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado da parte di missili Nato e in cui perirono tre giornalisti cinesi. La reazione diplomatica cinese fu stentorea e indignata definendo l’azione “barbarica e criminale”; quella popolare sfociò invece in violenti disordini che presero di mira ambasciate e consolati dei Paesi Nato a Pechino, Shanghai, Canton, Chengdu e altri centri del Paese. E quella fu anche la prima e ultima volta in cui mi sentii non propriamente al sicuro e a mio agio nel girare per le strade di Pechino.

La seconda guerra fu la “War on terror” con l’invasione delle forze della coalizione occidentale dapprima dell’Afghanistan nel 2001 e poi dell’Iraq nel 2003. Anche queste erano percepite da qui come guerre lontane (e da non combattere in quanto portate avanti non sotto l’egida dell’Onu), ma con l’estendersi temporale del conflitto e l’affiorare della crisi finanziaria ed economica del 2006, l’impatto sull’economia e la società cinese di questi distanti eventi iniziò a farsi sentire in modo preoccupante: fu forse questo il momento in cui la Cina ebbe modo di percepire per la prima volta sulla propria pelle gli effetti concatenati e avversi della globalizzazione. A seguire, al prosieguo dei conflitti in Iraq e in Afghanistan si aggiunsero quelli feroci in Libia e in Siria i quali, vista la perduranza, anche da queste parti divennero col passare del tempo parte del sottobosco informativo delle notizie che non fanno più notizia, e di cui si finisce per non parlare più.

Ma lo scorso febbraio l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato prepotentemente la guerra sui media e i social media cinesi. E nel mio caso anche in conversazioni estemporanee con colleghi di lavoro. Il giorno dopo l’inizio del conflitto mi apprestavo infatti ad iniziare una riunione con il mio capo cinese e dopo essermi seduto davanti alla sua scrivania d’un tratto mi ha chiesto, guardandomi dritto negli occhi: «Come stai? Tutto bene?». «Sì, tutto bene» dico io, un po’ sorpreso dalla domanda.
«È appena scoppiata una guerra in Europa e volevo sapere come ti sentivi. Quanto dista l’Italia dall’Ucraina?». In tutta onestà devo ammettere che…

L’autore: Mauro Marescialli è laureato in Lingua e letteratura cinese e vive e lavora a Pechino da oltre 25 anni dove dirige MetaDesign. Ha da poco pubblicato per Orientalia ed. il libro Studi cinese?


L’inchiesta prosegue su Left del 25 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Venti di pace dall’Oriente

Il mondo è assai più complicato di quanto vorremmo fosse. Mentre nei nostri televisori scorrono immagini delle brutalità della guerra di invasione della Russia sul suolo dell’Ucraina e i nostri giornali sono inondati da articoli che inneggiano alla guerra di opposizione e alla fornitura delle armi alla resistenza, dall’altra parte del mondo, in Cina, i giornali e le televisioni si dedicano ad altro, al raccolto agricolo, a una truffa alimentare, ai recenti ritrovati della scienza e della tecnica e ancora alla ripresa dell’epidemia della variante Omicron di Covid-19, che sta mettendo a durissima prova il sistema sanitario di Hong Kong e rischia di creare gravi problemi ovunque in Cina.

A giudicare dalla stampa cinese, quel mondo orientale sembra distratto, poco partecipe al dramma che si sta svolgendo a poche centinaia di chilometri dalla nostra frontiera. Com’è possibile? A questa domanda un politico cinese forse risponderebbe con un’altra domanda: dov’è la costernazione dell’Europa quando infuria la guerra in altre parti del mondo, nel Corno d’Africa, nel Sudan o nello Yemen? Perché quelle scene di guerra non riempivano le vostre pagine? Oppure ancora potrebbe rispondere – come ha fatto il portavoce del ministero degli Esteri cinese il 18 marzo: «La crisi ucraina ha creato milioni di rifugiati. Qual è la causa principale dell’attuale crisi dei rifugiati? Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti nella crisi ucraina? Quali sono le dovute responsabilità e obblighi degli Stati Uniti? La situazione si sarebbe evoluta al punto in cui è oggi se non fosse stato per il grave squilibrio della sicurezza regionale causato dai cinque round di espansione della Nato verso est? I Paesi che hanno insistito sull’espansione verso est della Nato si aspettavano la sofferenza dei rifugiati oggi? Non pensate che dovrebbero accettare i rifugiati? Oltre agli 11 milioni di profughi sfollati con le loro famiglie dilaniate a causa della guerra ventennale condotta dagli Usa in Afghanistan, altri 2,6 milioni di rifugiati in fuga dal conflitto Russia-Ucraina sono entrati nei Paesi europei, che sono le vere vittime dell’attuale situazione, a dire il vero».

La Cina accusa gli Stati Uniti della situazione e questo a noi potrebbe effettivamente sembrare strano, scorrendo quelle immagini della brutale aggressione militare russa. Negli ultimi anni, l’amministrazione Biden ha proseguito – se possibile inasprendo – la politica di contenimento verso la Cina già avviata da Trump, cercando di migliorare le relazioni con Mosca; tuttavia, improvvisamente, durante l’epidemia, Mosca si è rivolta a Pechino e Putin ha compiuto lo storico viaggio in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali, suggellando una relazione Russia-Cina “senza precedenti”. Infatti, mai nella…

L’autore: Il sinologo Federico Masini è docente di Lingua e letteratura cinese all’Università di Roma “La Sapienza”


L’inchiesta prosegue su Left del 25 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Sinopoli (Flc-Cgil): Investire sul sapere, questo è ciò che serve

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 18 gennaio 2021 Roma (Italia) Cronaca : In occasione della riapertura delle scuole molti studenti hanno inscenato delle proteste per sottolineare la mancanza di interventi organizzativi e strutturali Nella Foto : Gli studenti protestano in piazza del Pantheon Photo Cecilia Fabiano/LaPresse January 18 , 2021 Roma (Italy) News: On the occasion of the reopening of the schools, many students staged protests to underline the lack of organizational and structural interventions In the Pic : Students demonstration in Pantheon

«Stiamo vivendo una regressione culturale». Francesco Sinopoli, segretario Flc Cgil, si dice sconfortato rispetto all’aumento delle spese militari pari al 2% del Pil contenuto nell’ordine del giorno approvato dalla Camera il 16 marzo, ma anche rispetto al clima che si respira nel Paese. Fa una premessa, prima di entrare nel merito delle risorse destinate all’istruzione: «Penso che sia una scelta drammaticamente sbagliata investire in armi e sia sbagliato comunque inviare armi in Ucraina, dove la priorità era far finire la guerra il più velocemente possibile. Qui c’è il rischio di un conflitto nucleare e l’assoluta priorità era ed è la costruzione di un grande movimento di popoli per la pace. L’unica guerra che va combattuta è quella al cambiamento climatico che è il problema dell’umanità».

E veniamo all’istruzione. «Abbiamo passato mesi per farci confermare il cosiddetto organico Covid degli insegnanti e personale Ata, mancavano 200 milioni di euro, e adesso in un pomeriggio hanno aumentato la spesa in armamenti di 13 miliardi. Ecco, penso che questo sia immorale. Non è una questione politica, ripeto, è immorale», sottolinea il segretario Flc accennando a una delle ultime questioni spinose della scuola. Ma i problemi sul tappeto sono ancora tanti e urgenti: le classi affollate, la necessità di impianti di aerazione per prevenire altre emergenze pandemiche, la stabilizzazione dei precari e la formazione degli insegnanti. Tutti tasselli di un quadro caratterizzato da tagli che partono da lontano, dalla famigerata riforma Gelmini del 2008 (8 miliardi) e continuati anche dai governi di centrosinistra. E la mancanza di investimenti, con la scusa del calo demografico, non regge se si leggono un po’ di cifre sullo stato di salute dell’istruzione.

L’Italia in Europa è tra i Paesi che rispetto al Pil investe meno in istruzione, il 3,9%, mentre la media europea è il 4,6% e Stati come la Francia investono il 5,3; anche la percentuale della spesa pubblica in istruzione, circa l’8%, è inferiore alla media europea, il 10%. Non solo. I dati Istat relativi al 2020 evidenziano che solo il 20,1% della popolazione (di 25-64 anni) possiede una laurea contro il 32,8% nell’Ue. E anche il numero dei diplomati è inferiore rispetto all’Ue: il 62,9% rispetto al 79,0%. E poi ci sono le disparità territoriali: al Sud solo un quinto dei giovani è laureato (21,3%), contro il 31,3% del Nord e il 32,0% del Centro. E infine l’abbandono degli studi: nel…


L’inchiesta prosegue su Left del 25 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO