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Benvenuti all’Inferno

Bottega di Hyeronimus Bosch La visione di Tundalo 1500 circa Tempera su tavola Madrid, Museo Lazaro Galdiano, inv. 2892

È una spettacolare wunderkammer la mostra Inferno ideata e curata dal celebre critico e saggista Jean Clair alle Scuderie del Quirinale. E se nelle wunderkammer tipo lo studiolo di Francesco I de’ Medici a Firenze era una festa di uova di struzzo, conchiglie e mirabilia, qui a Roma è un tripudio di corna, di fuochi eterni, di malefici e danze macabre.
Manca solo l’odore di zolfo in questa ridda di immagini che vanno dal medioevo ai nostri giorni.

Varcata la soglia dell’Inferno ci troviamo subito immersi in un immaginario orrorifico dominato da diavoli sadici e grotteschi che infliggono ogni tipo di supplizio a inermi peccatori e da statuarie figure luciferine, angeli ribelli all’ordine divino e caduti per troppa hybris, come quelli avvolti in un vortice dal pittore seicentesco Andrea Commodi in un’opera modernissima, in grigio e rosso sangue, che cattura lo sguardo all’ingresso.
Prorogata fino al 23 gennaio, questa impressionante esposizione di 223 opere vale una visita soprattutto per le domande che solleva, per gli stimolanti percorsi di ricerca che invita ad aprire. Sebbene siano pochi i capolavori in mostra – come Le tentazioni di Sant’Antonio (1887) di Cézanne, potente e scura variante de Le bagnanti -, molte sono le opere che aiutano a capire come si formò un pervasivo e duraturo immaginario del demoniaco.

Nel settimo centenario della morte di Dante, la mostra è nata per ricostruire la genesi del suo icastico inferno, per indagarne le radici filosofiche aristotelico-tomistiche (ma anche islamiche). Il risultato, tuttavia, supera di gran lunga l’intento filologico: il percorso espositivo che si snoda su due piani si presenta come un articolato viaggio iconografico che ci spinge a interrogarci sulle origini di questa perfida e sottile macchinazione che è la rappresentazione dell’inferno usata dalla Chiesa come strumento di controllo delle plebi ignoranti e di popoli indigeni da schiavizzare, come mezzo di oppressione delle donne stigmatizzate come la «porta del diavolo», per dirla con le parole di Tertulliano. Fin dall’Antico testamento, del resto, Eva è additata come la causa di ogni male perché, alleata del serpente, osò assaggiare il frutto proibito della conoscenza.

L’invenzione dell’inferno
Di quella macchinazione ordita attraverso le prediche dei domenicani e numerosi cicli pittorici commissionati dal papato e da vari ordini religiosi, Dante fu il massimo architetto, come ben evidenzia La voragine infernale (1481-88) di Botticelli, conservato alla Biblioteca Apostolica vaticana e prestato alle Scuderie solo per due settimane. Il poeta fiorentino gli dette una geografia, una costruzione spaziale che restava impressa nella mente a mo’ di memento come insegnava l’antica arte della memoria (a cui Francis Yates ha dedicato importanti studi). Se Botticelli con…


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Elle: La forza della musica dalle mille culture

Elle – nome d’arte di Luciano Sacchetti – è un musicista, cantautore e produttore italiano attualmente residente in Scozia nell’hinterland di Glasgow, in una casa-studio che si affaccia direttamente sull’oceano Atlantico. Dopo il suo debutto nel 1999 per alcune major come Bmg ed Emi, negli anni successivi ha ampliato i propri orizzonti pubblicando i suoi album in Italia, Francia e Germania. Muovendosi nell’ambito dell’ampia corrente della scena alternativa indipendente, a partire dal 2004 si è rivolto progressivamente ad un pubblico più esigente, scrivendo e producendo musiche per film e televisione, producendo artisti e studiando l’Oud e le musiche mediorientali presso il conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza. A partire dal 2016 si è inoltre impegnato in un progetto umanitario in musica a sostegno dei bambini siriani rifugiati Farida e Bashir in collaborazione con Intersos, una delle più importanti organizzazioni non governative. Nel 2018 si è unito al coraggioso progetto di Flavio Ferri di Delta V per l’apertura di uno studio di registrazione a Barcellona; da questa collaborazione è nata la produzione dell’Ep End of the world uscito prima della pandemia, alla fine del 2019. E il 29 ottobre scorso è stato pubblicato su tutte le piattaforme in streaming il suo nuovo singolo, Rise.

Elle, come è nato il progetto Rise e come si inserisce nell’arco della sua produzione?
Questo lavoro è la logica evoluzione – anzi, direi una vera e propria spinta alla ripresa – dopo la pausa forzata della pandemia, del lavoro iniziato insieme a Flavio Ferri nel precedente Ep End of the world. Si tratta di un progetto per me molto importante, perché, sebbene sia un Ep di sole tre tracce, segna però un punto di ripartenza e getta le basi per un lavoro a lungo termine che sto facendo da quando mi sono trasferito qui in Scozia. Sto lavorando per rafforzare il progetto che ho già impostato, sia a livello di diffusione, social, media e stampa nel Regno Unito, sia per la produzione di un videoclip da realizzare a gennaio. I brani infatti sono tutti in inglese e la loro lavorazione, sia dal punto di vista artistico che promozionale, punta all’obbiettivo di raggiungere un riverbero internazionale. Infine, se tutto andrà in porto come previsto, avrò la possibilità per sostenere la produzione di un follow up da pubblicare in primavera. Debbo sottolineare che si tratta di un lavoro indipendente, che è nato e vive grazie alla costante e tenace collaborazione di persone eccezionali, con le quali si è instaurato un rapporto umano, prima ancora che tecnico o professionale, che è…

Nella foto di Marta Rossato: Elle 


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Il j’accuse del Banksy cinese

Una Carrie Lam con i tratti di Xi Jinping ha preso posto al Museo di Santa Giulia a Brescia facendo scalpore e generando scompiglio: Badiucao è giunto in Italia. Della mostra La Cina (non) è vicina (visitabile fino al 13 febbraio) se ne è parlato molto lo scorso novembre in seguito alla richiesta dell’ambasciata cinese di sospendere l’esposizione dell’artista dissidente. Ma chi è Badiucao? Un giovane artista cinese, naturalizzato australiano, che attraverso immagini pop, installazioni e performance affronta i temi più delicati della Cina contemporanea. Spesso citato con l’appellativo, forse un po’ riduttivo, di “Banksy cinese” realizza opere di grande impatto visivo, spesso irriverenti e che per i temi trattati non godono della simpatia di Pechino. Badiucao, infatti, parla di politica e lo fa a viso aperto facendo arrivare lontano la sua voce che si diffonde dall’Australia, dove ora vive senza avere limiti imposti alla sua creatività. Prima del 2019, anno in cui ha svelato la propria identità, agiva celandosi dietro a delle maschere, presenti in mostra. La curatrice Elettra Stamboulis, nel catalogo edito da Skira che accompagna il progetto, parla di artivismo: arte e attivismo sono infatti i due paradigmi dell’artista che ci dà anche un assaggio del suo privato grazie all’installazione Meng (sogno, 2016), un letto di matite appuntite che rievoca i sonni poco tranquilli dell’artista da quando porta avanti il suo lavoro.

Il punto di partenza della sua attività fu frutto del caso, un film scaricato per errore che gli fece conoscere gli eventi di piazza Tiananmen del 1989, cambiando per sempre la sua vita e la sua visione delle cose. Proprio “Tank Man”, “il rivoltoso sconosciuto” che sfida i carri armati, diventa per Badiucao un modello, una fonte d’ispirazione. A lui ha dedicato molte performance in tutto il mondo, realizzate proprio nel giorno in cui si ricordano i fatti di Tiananmen e di cui..


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La longa manus di Pechino in Africa e Asia centrale

Men wave Chinese and Senegalese flags as they await the arrival of China's President Hu Jintao and his Senegalese counterpart, Abdoulaye Wade, at the construction site of Senegal's new national theater, being built by China, in Dakar, Senegal, Saturday, Feb. 14, 2009. Hu was visiting Senegal as part of a four-nation African tour. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

Il 15 agosto 2021 i talebani prendono Kabul. Il 5 settembre, al termine di una giornata confusa di spari e paura per gli abitanti di Conakry, il leader della rivolta, il capo delle forze speciali Doumbouya, annuncia alla tv di aver catturato il presidente, Alpha Condé, e preso il controllo. È il terzo colpo di Stato in Guinea dal 1984, e almeno il quarto in Africa nell’ultimo anno, se si aggiunge il più recente golpe in Sudan.
Gli eventi della scorsa estate hanno segnato l’inizio di un’escalation con ripercussioni globali. Non potrebbe essere altrimenti considerata la collocazione strategica delle aree coinvolte: l’Asia centrale, il cuore dell’Eurasia, e il Golfo di Guinea, dove transita il 90% dei prodotti commerciati nell’Africa occidentale.
La Cina osserva gli sviluppi con particolare apprensione. Entrambe le regioni sono ricche di materie prime e bisognose di investimenti infrastrutturali. Allo stesso tempo la cronica instabilità politica ne compromette il potenziale economico. Agli occhi di Pechino, l’Africa rappresenta un pericolo lontano ma particolarmente oneroso, data la consolidata presenza cinese. L’Afghanistan, invece, seppur ancora tutto da esplorare, è una minaccia vicinissima in grado di valicare agilmente la frontiera condivisa.
Secondo gli esperti, la vittoria talebana a Kabul potrebbe incoraggiare le sigle jihadiste africane, finora ancora limitate dalle carenze organizzative. L’Africa viene considerata l’area del mondo sul lungo periodo più esposta al terrorismo islamico. Boko Haram in Nigeria, al-Shabaab in Somalia, lo Stato Islamico nel Grande Sahara, insieme ai vari gruppi armati in Mozambico e Nigeria, rendono il quadrante regionale una polveriera pronta a esplodere. Alla luce del disimpegno statunitense dalla Somalia e del ripiegamento francese dall’Operazione Barkhane nel Sahel, la Cina sente il peso di nuove responsabilità.
Secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali, nel 2020, l’84% dei progetti della Belt and road (Bri) – l’iniziativa di politica estera con cui Pechino sostiene la penetrazione internazionale delle aziende statali cinesi attraverso la costruzione di grandi vie di comunicazione marittime e terrestri – si trovava in Paesi a medio-alto rischio. Tanto che per…


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Le cicatrici della politica del figlio unico, in punta di matita

“Uno non è poco, due sono giusti, tre sono troppi” recitava un celebre slogan dei primi anni Settanta, mentre ora sembra vero il contrario. Si torna a parlare di Cina e di figli unici, un tema spesso al centro di accesi dibattiti che approda all’arte e alla letteratura per raccontare alcune pagine controverse della storia recente. Della politica del figlio unico se ne è parlato ciclicamente ed è di nuovo sotto i riflettori in seguito alla decisione di Pechino di incentivare le famiglie ad avere tre figli, dopo che il recente censimento ha reso manifesta la crisi demografica a cui la Cina sta andando incontro. La politica di pianificazione delle nascite, che ha segnato generazioni di cinesi a partire dalla fine degli anni Settanta, venne lanciata durante l’era di Deng Xiaoping inserendosi in un progetto più ampio che doveva portare la Cina verso la modernità. Molte cose sono cambiate da allora: se prima si cercava di contenere l’aumento delle nascite concedendo alle famiglie di avere un solo figlio – con alcune eccezioni – dal 2016 il limite viene esteso a due, mentre ora con il crollo demografico e una nazione che invecchia sempre di più si invitano le giovani coppie ad averne tre.

Il cambio di rotta auspicato dal partito non può tuttavia cancellare anni di politica di controllo demografico e le conseguenze che ha avuto sulla vita delle persone. Notizie relative agli effetti della pianificazione familiare sulla Storia e sulle storie dei singoli sono giunte sino a noi anche grazie a opere come Le rane del premio Nobel Mo Yan, che ci mostra uno spaccato di realtà velato dalla finzione letteraria. Le ferite lasciate da decine di anni di questa politica sono tuttora aperte, bruciano ancora e continuano ad essere sublimate nell’arte assumendo forme diverse, anche quella generalmente considerata meno impegnata quale il fumetto: cosa si prova quando si perde quell’unico figlio che si poteva avere lo racconta infatti Wang Ning nel suo commovente lavoro Figlio unico, edito da Oblomov. Frammenti di vita che…


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“C’è un soffio di vita soltanto”, storia di umanità e resistenza

C’è un soffio di vita soltanto è il film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, presentato in anteprima al Festival di Torino. Racconta la vita di Luciano Salani ovvero Lucy, la transessuale più anziana d’Italia, tra i pochi sopravvissuti al campo di concentramento di Dachau. In sala a Roma, Milano, Perugia 10-11-12 gennaio; visibile il 27-28-29 gennaio presso la Cineteca di Bologna, dove, in occasione del Giorno della memoria, saranno presenti gli autori e la protagonista; sempre dal 27 gennaio sarà possibile vederlo su Sky. Film realizzato durante la pandemia, low budget, poetico e scioccante al tempo stesso.

Come è nata l’idea di questo lavoro?

Daniele: È nata per caso, ho visto un’intervista di Lucy su Facebook, che qualcuno aveva postato. Un piccolo video in cui lei parlava del campo di concentramento. L’ho girata a Matteo, lui l’ha vista e ha detto “che bomba di storia!”, abbiamo incominciato a cercare su internet, pensando che già fosse stato realizzato qualcosa su una persona così incredibile, in realtà c’era poco, quasi niente, quindi tramite il Cassero, associazione Lgbt di Bologna, ci siamo messi in contatto con Ambra, che è una ragazza che le è vicina e fa parte di quegli amici che la aiutano a fare un po’ di cose…

Matteo: Una specie di nipote acquisita…

Daniele: Siamo andati un pomeriggio senza telecamere, senza nulla, a trovarla. Abbiamo preso un caffè con lei, abbiamo parlato e le abbiamo proposto un’intervista. Siamo tornati con le telecamere, in 3 giorni abbiamo fatto un’intervista fiume, in cui lei ci ha raccontato la sua vita incredibile e da lì abbiamo capito che volevamo fare altro, non un documentario classico, ma un film che la seguisse da vicino, perché dietro di lei non c’era solo la tragedia del campo di concentramento, ma uno spaccato di storia del Novecento. Poi è arrivata la pandemia, siamo tornati più volte per le riprese, quando è stato possibile, e alla fine, a settembre, siamo andati con lei a Dachau… Successivamente abbiamo ricomposto e dato forma al materiale – i tasselli della sua vita – al montaggio. Non è stato semplice, immagina la nostra apprensione. La sua età, la nostra paura del coronavirus, scherzando ci dicevamo: non l’hanno ammazzata i nazisti, non possiamo essere noi a ucciderla. Ed eravamo molto, molto attenti e cauti…

Matteo: Anche per questo non abbiamo preso l’aereo da Bologna per andare a Monaco, ma due auto.

Daniele: Ci siamo fatti i tamponi tutti più volte, abbiamo cercato di fare il possibile per farla viaggiare in sicurezza

Matteo: La fortuna è che essendo una troupe di 3 persone è stato più facile rispetto a produzioni più pesanti. In fondo questo è un film, tra le altre cose, sulla terza età e la fragilità che ad essa si accompagna, sulla solitudine della terza età, pur essendo lei circondata da tante persone…

Il film è il ritratto di Luciano Salani ovvero Lucy, ma anche di tante vite in un solo corpo, appesantito dagli anni e dai ricordi: è la vita di un ragazzino abusato da un prete pedofilo in un confessionale; di un giovane omosessuale che rifiuta la vita militare; di un furiere che fugge dall’esercito; di un disertore che a Bologna fa le marchette ai tedeschi; di un condannato a morte, graziato da Kesserling, e punito con i lavori forzati a Dachau. Dove devo cambiare l’articolo maschile in femminile?

Matteo: Guarda, noi lo cambiamo sempre l’articolo, perché lei da quando aveva due, tre anni si è sempre sentita una bambina e per noi è così. L’aspetto che ci ha dato la chiave di interpretazione di questa sua vita è quando dice con una semplicità disarmante: «Perché una donna non si può chiamare Luciano? Ti fanno un buco e allora diventi una donna? Io ero già una donna da prima, e il nome non mi andava di cambiarlo, me l’hanno dato i miei genitori, è sacro e non lo cambio…». Dietro un’affermazione che sembra così semplice c’è tutta la complessità del dibattito che stiamo vivendo ora, a cui lei era già arrivata 50/60 anni fa. Tutto quello che unisce queste vite, che dicevi tu, è la capacità di affermazione della sua identità. È talmente forte la sua combattività e voglia di esprimere la sua identità, a prescindere da quello che il mondo esterno pensava di lei o di come la percepiva – considera che è sempre stata relegata come una diversa –  che è sempre andata per la sua strada con tutte le avventure e disavventure a cui è andata incontro e che ha subito. La sua identità è quella, chiara, netta: lei è una donna ed ha vissuto in funzione di quello.

Daniele: il tema è alla ribalta, basti pensare che il Del Zan è caduto proprio su questo, sull’identità di genere e questo lavoro può contribuire a capire cosa vuol dire proporre un’identità diversa dal binarismo, maschio/femmina. Anche perché noi oggi viviamo in una società che ha ben chiaro che cosa sia l’identità di genere, Lucy è vissuta in un’epoca in cui la parola transessuale non esisteva neanche. Non è cresciuta con dei modelli di riferimento, ma ha provato su se stessa questa esperienza…

Matteo: … lei ci ha portato dentro una riflessione sulle molte espressioni dell’identità di genere e anche sul termine transessuale, perché non è detto che una persona che si senta donna, voglia per forza fare un intervento per una diversa attribuzione di sesso. Molte persone si sentono donne, non vogliono fare l’intervento e comunque la loro identità, quella che sentono, è femminile. Lucy ha superato da tempo questo concetto che ad una identità debbano corrispondere delle caratteristiche biologiche. L’identità è una cosa che va al di là dei genitali, dell’attribuzione di sesso e dell’orientamento. È un argomento scottante, ci rendiamo conto, ma, anche se a qualcuno non piacerà, questo è il tipo di discorso politico oltre che poetico che portiamo avanti. Noi però abbiamo fatto il film con un altro obiettivo che è quello di raccontare una vita speciale sì, ma una vita singola: al di là del gender, a noi interessava l’umanità, l’esistenza, il senso profondo dell’identità non specificatamente delle persone transessuali, ma di tutti noi…. In realtà lei pensava che nei nostri tempi si sarebbe finalmente arrivati ad una assimilazione culturale della diversità, che invece non c’è stata…

Lei sente che c’è una tolleranza, non un’integrazione?

Matteo: Esatto, ma non vuole essere tollerata da nessuno. Lei dice la mia identità è così e voglio essere rispettata per quello che sono. C’è sempre un noi ed un voi, anche se  ne ha viste talmente tante, che sta da un’altra parte, oltre…

Probabilmente Bologna è un luogo più aperto di altri rispetto a questi temi.

Daniele: Sì, ce ne siamo accorti in questo periodo. Bologna è una città molto aperta, te ne accorgi andando in giro, partecipando alle manifestazioni culturali. Sicuramente Bologna e Torino, dove Lucy ha vissuto facendo la tappezziera, rappresentano anni difficili, ma anche molto belli. Tra l’altro a Torino ha vissuto anche l’esperienza della maternità con Patrizia, una ragazza che è morta prematuramente, l’ha presa con sé quando era bambina. Insomma un’altra delle vite di Lucy ed un’altra proposta con cui confrontarsi: un’idea diversa di famiglia come luogo dell’amore, della comprensione, la condivisione, la cura quello che lei sintetizza in quella frase: «Io ho bisogno di te e tu hai bisogno di me».

Due momenti mi hanno colpito: il disgusto –  anzi lo schifo – nei confronti del prete che la abusa, con la complicità della famiglia, e l’affermazione perentoria di fronte ai cancelli di Dachau «dio non c’è, dio siamo noi, è la nostra volontà che comanda il mondo»… Come vi siete orientati rispetto a questi passaggi?

Matteo: forse il primo riesce ad essere più terribile del racconto di Dachau.

Paradossalmente l’ho percepito come una pugnalata

Matteo: perché non siamo abituati a sentire queste cose pronunciate con una tale evidenza. Noi abbiamo la triste abitudine di vedere i campi di concentramento nei video, nei documentari, nei racconti dei sopravvissuti, mentre degli abusi sui bambini, anche all’interno di una vita irregolare, se ne sta iniziando solo ora a parlare. La comunità cattolica sta cercando di venirne a capo…

Tardivamente…

Daniele: molto tardivamente

Matteo: Però stanno cercando di fare un discorso che contempla il problema. Chi rappresenta la religione, Dio, ha un potere ancora più grosso dello Stato; quando sei una istituzione religiosa le persone, i bambini, vengono a te, perché si fidano, cercano un conforto, una speranza e allora la violenza è ancora più lesiva e devastante nei confronti della persona; i bambini abusati, come racconta Lucy, sentono di essere loro dalla parte del torto, inadeguati, sbagliati. Spesso la Chiesa ha messo sotto il tappeto gli abusi ai danni delle vittime. Noi non volevamo che si respirasse in questa scena morbosità, pornografia morale, ma volevamo che emergesse cosa è successo nella testa di Lucy ed il suo vissuto è strettamente legato alla scena finale, in cui  ribadisce che siamo noi che ci autodeterminiamo senza alcun dio che decide per noi. Ogni azione lesiva e violenta è prodotta dall’uomo, non c’è nessun dio a manovrarne la decisione…

Daniele: Lucy, l’episodio dell’abuso ce l’ha raccontato una sola volta. Poi ci ha chiesto di spegnere la telecamera. E questo la dice lunga sul “terrore” che trapela dalle sue parole… è spaventata quando lo racconta, vedi una fragilità che non vedi altrove. Noi eravamo molto incerti se inserirlo o meno, ma l’abbiamo fatto nel rispetto del suo dolore

Lì, si ha la sensazione che la sua vita sia stata spezzata irrimediabilmente

Daniele: sì, c’è un prima e un dopo… e, secondo me, una delle frasi più terribili che dice è: «Da lì ho cominciato a fare la puttana…». Il mondo ti fa sentire una persona diversa e tu pensi che il tuo riscatto, il tuo posto nel mondo, sia venderti per qualche spicciolo: è una delle immagini più drammatiche del film… Dachau è stata l’ultima scena che abbiamo girato e, ci sembrava necessario, seguire l’ordine delle riprese. Quando maneggi un materiale umano così importante, rispetto a certi passaggi, capisci di dover fare un passo indietro come regia; abbiamo inserito delle cose che magari tecnicamente non ci facevano impazzire, ma che erano talmente dense di significato, talmente importanti per la narrazione di Lucy che il nostro punto di vista e, se vuoi, le nostre “pippe mentali” dovevano essere messe da parte. Tanto del lavoro che abbiamo fatto è stato quello di renderci “invisibili”. Avevamo tra le mani qualcosa di molto importante: lei che si raccontava e si raccontava attraverso altre persone che costellano la sua vita. Forse il lascito più grande è che con lei siamo diventati amici. Qualcosa che non avevamo mai sperimentato con il film di finzione, un senso di responsabilità, che non è fare in modo che il tuo film piaccia o arrivi al pubblico, ma avere ed esprimere un rispetto, una delicatezza, una attenzione nei confronti della vita di una persona….

Nella foto: frame da “C’è un soffio di vita soltanto”

 

Cattivi propositi per il 2022: L’aquila e il dragone affilano gli artigli

President Joe Biden listens during a virtual summit with Chinese President Xi Jinping in the Roosevelt Room of the White House in Washington DC on Monday, November 15, 2021. Photo by Sarah Silbiger/Pool/Sipa USA Il presidente Biden incontra virtualmente il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping lapresse-onlyitaly 36135516

Se il 2021 di Stati Uniti e Cina si è chiuso con l’esclusione di quest’ultima dal Summit per la democrazia di metà dicembre organizzato da Biden, il 2022 si apre con il boicottaggio diplomatico americano delle Olimpiadi invernali di Pechino. La motivazione addotta dall’amministrazione Usa in entrambi i casi è sostanzialmente la stessa: la Cina non rispetta i diritti umani e civili di oppositori e minoranze. In occasione del Summit, il presidente Joe Biden ha affermato che «la democrazia ha bisogno di campioni», campioni tra i quali non si possono evidentemente annoverare né la Cina, né la Russia, né l’Ungheria, a differenza invece di Brasile, Polonia, India e Turchia che sono state invece invitate a partecipare. È sempre più chiaro come, alla base, ci sia una retorica da Guerra fredda che sposta il dibattito da una dimensione pratica-economica – quella adottata da Donald Trump – a una dimensione politico-ideologica basata sulla retorica del «mondo libero», come suggerisce il professor Mario Del Pero in un articolo per Treccani. Nel frattempo, i piani di scontro tra Washington e Pechino stanno aumentando, acuendo il conflitto tra quelli che potremmo considerare due modelli di “eccezionalismo”. Ossia due modelli di potenze che si considerano uniche e superiori rispetto alle altre società in virtù delle proprie caratteristiche e che nutrono la convinzione di essere investite da un ruolo straordinario rispetto agli altri player internazionali.
I due “eccezionalismi”, però, presentano varie differenze. Una in particolare riguarda il modo di intendere la politica estera. Il paradigma statunitense della «città sulla collina» prevede che tutto il mondo debba seguire lo schema democratico americano, essendo il più perfetto di tutti. In Cina, invece, incontriamo un pensiero secondo cui il Paese del Dragone sarebbe il centro dell’universo e il resto del mondo possa solo provare ad avvicinarsi alla sua perfezione, che sarebbe però inimitabile e irriproducibile altrove. Nessuna esportazione della democrazia, dunque, sarebbe davvero realizzabile né auspicabile, ma solo un’espansione del governo migliore di tutti.
Per quello che si sa finora, le sfide principali tra Stati Uniti e Cina si concentreranno soprattutto su alcune direttrici, prime tra tutte le tensioni con Taiwan e i rapporti con la minoranza uigura. L’aumento degli armamenti cinesi fa pensare che Pechino sia così determinata nel riunificarsi con Taiwan da pensare di agire anche con la forza, se necessario. Una prospettiva che Biden ha scoraggiato fortemente durante il video-colloquio di metà novembre con Xi, affermando che è compito della Cina mantenere i rapporti pacifici e non provocare alcuna guerra armata, che sia volontaria o involontaria. Per quanto riguarda la questione degli uiguri…


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Cosa ha fatto di buono Draghi per meritarsi il Quirinale?

Italian Premier Mario Draghi attends the traditional year-end press conference in Rome, Wednesday, Dec. 22, 2021. (AP Photo/Domenico Stinellis)

Tre interrogativi mi assillano: stiamo confusamente scivolando verso la quinta repubblica gollista? Non è Draghi che deve rispettare la Costituzione ma la Costituzione che deve adattarsi a Draghi? Con l’accoppiata Mattarella/ Draghi siamo arrivati al presidenzialismo “di fatto” e al monocameralismo “di fatto”? Sono giorni in cui rischiamo muti in misura strutturale la nostra legalità costituzionale. Anche per l’errore molto grave di Letta di non voler approvare, prima dell’elezione del Capo dello Stato, la nuova legge elettorale. Non la pose il Pd come condizione per votare “Sì” allo sciagurato referendum del 2020 sulla riduzione indiscriminata del numero dei parlamentari?

Proporzionalità e scelta diretta degli elettori sono due pilastri della nostra identità democratica. Anche l’approvazione della legge di bilancio ha registrato lo svuotamento assoluto del bicameralismo. Il governo emerge come luogo unico della sintesi politica. In verità la tendenza alla presidenzializzazione viene da lontano; le destre l’hanno sempre propugnata; ma oggi prorompe come delega autoritaria all’uomo “forte” nel disorientamento sociale dello “Stato di eccezione” pandemico.

Indebolire il ruolo del Parlamento è pericoloso per la stessa legalità costituzionale. Rischiamo di pagare amaramente la scelta avventurista di un anno fa del presidente Mattarella, con l’insediamento per via extraparlamentare del governo Draghi, anche per la debolezza e la perdita di identità dei partiti (oltre che per i diktat dell’Unione Europea e della Confindustria).

Left analizzò già allora la situazione, prevedendo l’esito paludoso. Qui siamo infatti. Quale risposta? Battersi per il rafforzamento del Parlamento. Parto dal convincimento che l’elezione al Quirinale di Draghi, che guiderebbe naturalmente gli atti politici del governo, sia il male peggiore perché porterebbe, di fatto, ad una forma spuria di presidenzialismo senza regole. Contro la Costituzione, che stabilisce che il capo dello Stato è il garante della nazione tutta , non della maggioranza; e che egli “non è responsabile degli atti compiuti  nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

Siamo di fronte al rischio che passi, con il vergognoso applauso della stampa (la quale dovrebbe, invece, essere sempre, in democrazia, controllo e critica del potere), una radicale controriforma costituzionale. Dettata dall‘Economist, che auspica un grande leader non votato dal popolo ed un governo tecnico oligarchico, in grado di agire in un momento di turbolenza. Inoltre, sul serio Draghi ha esaurito i due compiti a lui assegnati? Della pandemia è inutile scrivere: che la strategia sia meno confusa e contraddittoria è urgente. Per quanto riguarda la situazione economico/sociale, la propaganda mediatica esalta le pietose bugie di Palazzo Chigi.

La riforma fiscale non è progressiva, è incostituzionale. Sulla previdenza si torna tendenzialmente alla legge Fornero. La legge sulle delocalizzazioni aziendali è solo una razionalizzazione che aiuta i licenziamenti. I servizi pubblici vengono coattivamente privatizzati, anche contro il parere dei Comuni. Le “autonomie differenziate”, cioè la “secessione dei ricchi”, contro l’articolo 5 della Costituzione, avanza attraverso intese clandestine. La sbandierata ripresa economica è solo, purtroppo, una ricostruzione delle tradizionali catene del valore del capitale, mentre esplode una profonda crisi salariale ed occupazionale. E allora?

Quale è il bilancio dell’anno di Draghi? Ha ragione Zagrebelsky: siamo di fronte ad una manovra di disciplinamento sociale e ad un “mostro da evitare. Ci troveremmo di fronte ad un mostruoso concentrato di potere. Il Parlamento eleggerebbe il presidente della Repubblica; e il Presidente della Repubblica nominerebbe un presidente del Consiglio a sé gradito, una sua protesi”. Si creerebbe un centro di potere (settennale) autoreferenziale ed incontrollato. È indispensabile, mi pare, rinviare al mittente la pressione quirinalizia di Draghi.

Credo che sia urgente, come Left ha sempre sostenuto, difendere il ruolo del Parlamento , battersi per una legge proporzionale, tentare di ridare una identità e un’anima ai partiti. Occorre un punto di vista alternativo, per ricostruire un rapporto dialettico tra governanti e governati, per sperimentare forme di democrazia diretta, di autogestione, che arricchiscano la democrazia rappresentativa. Un vasto, urgente programma.


Per approfondire, leggi Left del 7-13 gennaio 2022

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Vieni avanti decretino

Italian Premier Mario Draghi attends the traditional year-end press conference in Rome, Wednesday, Dec. 22, 2021. (AP Photo/Domenico Stinellis)

Quando Mario Draghi è diventato presidente del Consiglio aveva il compito chiaro di elaborare una strategia per arginare la pandemia. La scelta è ricaduta sull’utilizzo del Green Pass per provare a limitare i contagi e per costringere la gente a vaccinarsi. Da queste parti, fin dall’inizio, abbiamo contestato l’utilizzo surrettizio del certificato verde ma i sostenitori di Draghi la rivendicavano. Benissimo.

In un momento di impennata del virus (impennata che non sta solo nel numero dei contagi, come dicono in molti, ma è visibile negli ospedali in affanno) il governo poteva prendere due strade: continuare sulla strada del Green Pass oppure scegliendo l’obbligo vaccinale. Ha scelto di non scegliere. E questo è il primo punto politico.

Draghi è sempre riuscito a imporre la propria linea ai partiti con il sottaciuto ricatto di andarsene. Ora il ricatto non funziona più: l’elezione del presidente della Repubblica (a cui Draghi si è autocandidato con un’ineleganza tutt’altro che migliore) lo ha indebolito. Questo è un altro punto politico.

Draghi aveva promesso chiarezza nell’azione, chiarezza ai cittadini. Missione fallita. La successione di decreti e regole è stata confusa e confusionaria. Non spiegare le misure in un momento come questo significa alimentare ancora più il caos. A proposito, vi ricordate quando Draghi promise che non sarebbero più girate bozze con lui al governo? Missione fallita.

Che le misure prese vengano spiegate ai giornalisti da alcuni ministri in mezzo alla strada non aiuta a fare chiarezza. Fa specie leggere da Corriere della Sera che Draghi avrebbe voluto spiegarsi ai giornalisti ma «l’aria elettrica delle riunioni deve averlo convinto a desistere». Un presidente del Consiglio che desiste per l’aria elettrica di una riunione non è un buon esempio per chi prova a resistere all’aria qui fuori. Anche perché, diciamocelo, le conferenze stampa di Draghi sono tutt’altro che difficili con quell’insopportabile profluvio di sorrisi e di applausi.

Va così. Buon venerdì.

 

Semipresidenzialismo eversivo

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-12-2021 Roma, Italia Politica Senato - comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista Consiglio europeo 16-17 dicembre Nella foto: il Presidente del Consiglio Mario Draghi durante le comunicazioni al Senato Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 15-12-2021 Politics Senate - communications from the President of the Council ahead of the European Council 16-17 December In the photo: Prime Minister Mario Draghi during his communications to the Senate

Le solite autorevoli voci romane, confermano l’ipotesi di Draghi presidente della Repubblica e un suo ministro solo formalmente presidente del Consiglio. Un’eventualità mai smentita dall’attuale premier, e anzi avallata tra le righe durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno. Ciò significherebbe che il manico del mestolo sarà sempre di Draghi, che ci garantisce nei confronti dell’Europa e dei mercati finanziari. L’accentuazione del ruolo del capo dello Stato ne uscirebbe, dunque, rafforzata. E stiamo parlando di una carica che, già negli scorsi anni, ha indirizzato la vita politica italiana in vari passaggi decisivi per il Paese.
Napolitano ha autorizzato Renzi a presentare al Parlamento il suo progetto di deforma costituzionale dell’8 aprile 2014: un fatto grave, poteva suggerire che lo presentassero i capigruppo dei partiti di maggioranza e prima aveva “imposto” Monti al Parlamento e poi Letta, un presidente del Consiglio che con una Commissione di esperti (la “Commissione per le riforme costituzionali”, ndr) voleva cambiare in parti essenziali la Costituzione.

Tuttavia, Monti, formando un suo partito, ha reso in un certo senso un omaggio postumo al Parlamento. La nomina a premier di Enrico Letta del Pd anziché di Pierluigi Bersani ha significato un’intromissione del presidente della Repubblica in carica nella vita interna di un partito, mentre non porta responsabilità per la legge elettorale italiana del 2015, dichiarata incostituzionale per iniziativa degli avvocati “Antitalikum”, formalmente nata da un progetto di legge di iniziativa popolare, strumentalmente sostenuto da Renzi come segretario del Pd. Quella legge, mai applicata, era la legge funzionale alla deforma costituzionale Renzi-Boschi che puntava a superare il bicameralismo paritario – infatti riguardava la sola Camera dei deputati -, come il Porcellum lo era stato della deforma Berlusconi del 2006.

Mattarella, dal canto suo, non ha dovuto autorizzare la presentazione della legge che nel 2020 ha tagliato il Parlamento, in quanto si è trattato di un provvedimento di iniziativa parlamentare e non governativa. Ma non ha fatto nulla per impedirne o almeno ritardarne l’approvazione, anzi l’ha facilitata, con qualche disinvoltura costituzionale, consentendo l’election day spalmato su due giorni, quando la legge non modificata sul referendum costituzionale prevedeva un solo giorno. E l’ha promulgata in tutta fretta, invece di rispedirla alle Camere con un messaggio motivato almeno su un punto, inserito di soppiatto come emendamento al testo base, quello che riguardava i senatori assegnati al Trentino-Alto Adige. Quell’emendamento violava palesemente l’immodificato articolo 57 della Costituzione che sancisce l’elezione «a base regionale» – e non provinciale – del Senato, ma soprattutto violava il diritto costituzionale fondamentale di eguaglianza dei cittadini. L’uguaglianza dei cittadini è uno dei…

*L’autore: Felice Besostri è avvocato ed ex senatore della Repubblica. Fa parte del Circolo Rosselli di Milano


L’articolo prosegue su Left del 7-13 gennaio 2022

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