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Gelo olimpico sulla Cina

L’inverno pechinese è caratterizzato da temperature sottozero, sporadiche nevicate, un cielo terso, gelidi venti siberiani e un clima secco che causa improvvise scosse statiche venendo a contatto con oggetti o persone. La stagione invernale è quindi l’esatto opposto di quella estiva in cui l’afa umida e asfissiante, le frequenti piogge e i cieli plumbei ne fanno, dal punto di vista metereologico, il periodo più sciagurato dell’anno. Nel 2008, anno in cui Pechino ospitò le Olimpiadi estive, il copione stagionale fu più o meno fedele a quanto appena descritto, ma l’intera città era elettrizzata dall’avvento di una manifestazione che per la capitale e la Cina intera aveva un significato di portata storica. L’eccitazione era palpabile tra la gente e per le strade: tra amici e conoscenti si gareggiava a chi era riuscito ad accaparrarsi più biglietti; la città era adornata ovunque con festoni multicolori e da cerchi olimpici in ogni dimensione immaginabile, e anche prima dell’inaugurazione la nuova zona olimpica era diventata meta di pellegrinaggio per migliaia e migliaia di curiosi e turisti. Nell’aria c’era qualcosa di speciale, fresco e diverso per una metropoli non abituata al glamour della ribalta sportiva più prestigiosa e ambita del pianeta e che si era preparata per l’occasione con una meticolosità e un impegno fenomenali sin dal giorno in cui era stata eletta città ospitante delle Olimpiadi 2008.
A tredici anni di distanza da quell’evento Pechino si appresta ad accogliere e a vivere le Olimpiadi invernali che inizieranno il 4 febbraio – tre giorni dopo l’inaugurazione dell’anno della Tigre – in modo assai diverso. La prima causa…

Foto di Vesa Niskanen


Il reportage da Pechino prosegue su Left del 7-13 gennaio 2022

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SOMMARIO

Il cielo sopra Pechino

Beijing, China - March 27, 2020: Tiananmen in Beijing, China. The Covid 19 virus rages, and Armed police soldiers patrolling Tiananmen Square wearing N95 masks.

Nell’anno appena passato, sembra che anche la Cina sia andata via. Anche solo durante il 2020, l’anno della pandemia che sarebbe originata proprio a Wuhan in Cina, forse per la storia dei primi pazienti Covid-19 amorevolmente curati allo Spallanzani di Roma, forse per le mascherine di ogni genere e colore che arrivavano da quel Paese, la percezione dell’Europa e più in generale dell’Occidente rispetto alla Cina era ancora – potremmo dire – tiepida. A volte si alzavano voci discordanti, ma complessivamente la nostra opinione pubblica aveva ancora un atteggiamento di curiosità nei confronti di quel grande Paese. Eravamo verso la fine di quel lungo periodo, che potremmo far iniziare con le Olimpiadi di Pechino del 2008, in cui la Cina era stata da noi ammirata per il suo attivismo commerciale, la sua capacità di riscatto e di sviluppo, che stava facendo uscire dall’indigenza milioni di persone. Fra Europa, Italia e Cina, le visite a livello politico si susseguivano, sembrava essersi creato un clima di reciproca collaborazione e rispetto, che spingeva verso una progressiva integrazione fra i nostri mondi.

Il Covid-19 e la definitiva affermazione dell’attuale dirigenza cinese, identificata con il suo presidente Xi Jinping, hanno prodotto un cambiamento radicale. La Cina è diventata il nostro principale nemico. Negli Stati Uniti, in campo commerciale, il passaggio dalla collaborazione al confronto era già iniziato negli anni di Trump, ma si aveva la sensazione che si trattasse solo di ricalibrare il rapporto commerciale fra le due maggiori economie del pianeta e si sarebbe potuto andare avanti. Con l’arrivo di Biden – “solo” undici mesi fa! – i rapporti si sono deteriorati in maniera inimmaginabile. La Cina è iniziata a precipitare agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, avviandosi a diventare il nuovo “impero del male”.

Un ulteriore punto di svolta è stato il frettoloso ritiro americano dall’Afghanistan nell’agosto scorso, che ha ulteriormente spostato l’attenzione dell’opinione pubblica verso la sponda asiatica del Pacifico. Durante la seconda metà dell’anno, il nostro sguardo si è iniziato a focalizzare su una serie di problematiche, che in realtà erano presenti da anni, a volte da decenni, ma che raramente erano arrivate sui nostri giornali: la maggioranza musulmana in Xinjiang, estrema regione occidentale della Repubblica popolare cinese (Rpc), progressivamente divenuta minoranza in ragione di un forte incremento migratorio interno di cinesi Han; il problema delle isole nel Pacifico meridionale, contese da quasi tutti i Paesi circostanti e assertivamente occupate dalla Rpc; le manifestazioni anticomuniste ad Hong Kong, progressivamente cessate, senza spargimento di sangue, ma che hanno portato per la prima volta dopo due secoli quei territori sotto il controllo di Pechino; infine, la questione di Taiwan considerata dall’Onu e da tutti i Paesi occidentali una «parte inalienabile del territorio della Repubblica popolare cinese» come recitano tutti i trattati di mutuo riconoscimento diplomatico fra la Cina e gli altri Paesi, compresa l’Italia (6 novembre 1970).

Proprio queste ultime due questioni hanno maggiormente contribuito al cambiamento della nostra immagine della Cina. Tuttavia, ad Hong Kong, effettivamente, il desiderio di porre fine ai moti indipendentisti ha prodotto un radicale cambiamento del suo sistema politico che, nel 1997 era passato da un ferreo regime coloniale britannico ad un timido sistema democratico, sapientemente definito da Deng Xiaoping: «Un Paese (la Cina), due sistemi». Oggi tutto questo sembra ormai passato e Pechino controlla Hong Kong in modo diretto e inflessibile, senza alcuna possibile mediazione. Il caso più lampante di questa guerra mediatica, che si spera resti tale, è Taiwan. Quest’isola negli ultimi cinquant’anni è stata da tutto il mondo considerata cinese a tutti gli effetti. Nessun Paese ne ha riconosciuto l’indipendenza, e tanto bastava a Pechino, ma al tempo stesso tutte le nazioni, compresa l’Italia vi hanno mantenuto un loro rappresentante, funzionario del ministero degli Esteri, che curava gli interessi nazionali, come accade in tutti i Paesi in cui abbiamo una rappresentanza diplomatica. Pechino, da parte sua, pur non avendo mai escluso l’opzione militare, ha sempre preferito che gli ingenti capitali dell’isola si riversassero nelle fabbriche della Cina meridionale, cosicché fosse sempre più attirata nell’orbita commerciale della Rpc.

Nel 2021 Taiwan si è trovata al centro del confronto fra Washington e Pechino al punto che solo il colloquio telefonico avuto fra i due presidenti Biden e Xi, a novembre scorso, avrebbe confermato che la terza guerra mondiale non sarebbe scoppiata nello stretto di Taiwan. La questione dell’isola è indubbiamente complessa: una democrazia parlamentare, con una florida economia tecnologica che pur sentendosi etnicamente cinese, è combattuta fra spinte indipendentiste e nostalgie cinesi; una crisi identitaria che solo il tempo permetterà di sanare, non certo un confronto militare fra superpotenze.

L’inasprimento delle relazioni fra gli Usa e la Cina ha avuto anche altri effetti. In modo quasi innaturale per la loro storia recente, Pechino si è avvicinata a Mosca come non accadeva da quasi un secolo: all’apertura dei Giochi olimpici invernali il 4 febbraio prossimo, Putin sarà il primo capo di stato straniero ad incontrare il presidente Xi (che non viaggia all’estero da oltre un anno). La vicinanza con Mosca sta inoltre creando non pochi problemi all’Europa, che rischia di perdere il ruolo di mediatrice fra le tre superpotenze, che l’accorta politica estera della Cancelliera Angela Merkel le aveva costruito.
Ma la vera novità del 2021 è stata il diverso approccio della Cina contro il Covid-19. In Europa prima, e negli Stati Uniti poi, grazie alla diffusione dei vaccini si è progressivamente imposta una strategia di convivenza con il virus, fatta di richiami e tracciamenti. In Cina, invece, a fronte di una ugualmente massiccia campagna vaccinale, ma con vaccini tradizionali e quindi, sembra, meno protettivi, è stata imposta la strategia del confinamento ferreo. È di questi giorni il caso di Xi’an, la città dei guerrieri di terracotta, dove a fronte di una decina di casi, si è proceduto al confinamento e allo screening per circa 13 milioni di persone. Solo il tempo ci saprà dire quale di queste due strategie avrà dato migliori risultati, in termini di protezione della salute pubblica. Forse ci accorgeremo che entrambe sono valide in ragione di contesti demografici, politici e sociali differenti. Confinare 13 milioni di persone sarebbe impossibile in un Paese europeo, perché non permetterebbe di garantire i servizi essenziali, mentre in Cina è possibile perché intorno ad una decina di milioni di abitanti, ve ne sono oltre un miliardo. Paesi diversi, sistemi diversi.

Sembra che il 2021 sia stato l’anno in cui il presidente cinese abbia voluto riaffermare la diversità della Cina. La guerra alle concentrazioni economiche, come Alibaba il più grande gruppo di e-commerce cinese, la crisi immobiliare Evergrande, che poteva essere il caso Lehman Brothers cinese ed invece sembra sia stata arginata; ed ancora l’enorme impegno per la creazione di infrastrutture commerciali all’estero, soprattutto ferrovie, che consentono una migliore penetrazione dei propri prodotti fuori dai propri confini, con il programma Belt and road.

Nel 2022, il presidente Xi sarà confermato per un altro mandato, in autunno al XX Congresso del Pcc, avviandosi a diventare il più longevo presidente cinese, dopo Mao; ma sarà anche l’anno in cui egli dovrà forse affrontare il primo vero raffreddamento dell’economia, dalla fine degli anni Settanta. Staremo a vedere. In attesa dell’anno che verrà, qualunque giudizio vogliamo dare di questo 2021, se vogliamo sperare di scongiurare i venti di guerra che si sono spostati dall’Afghanistan all’Asia orientale, è assolutamente indispensabile provare a guardare il mondo anche con gli occhi degli altri, smettendo di pensare che esista un solo mondo possibile, che deve andare bene per tutti.

L’autore: Il sinologo Federico Masini è docente di Lingua e Letteratura cinese all’Università La Sapienza di Roma


L’editoriale è tratto da Left del 7-13 gennaio 2022

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L’agenda dell’aspirante Presidente

Foto Valerio Portelli/LaPresse 19-12-2019 Roma, Italia Presentazione libro di Bruno Vespa Cronaca Nella foto: Silvio Berlusconi Photo Valerio Portelli/LaPresse 19 December 2019 Rome, Italy Presentation of the book by Bruno Vespa News In the pic: Silvio Berlusconi

L’agenda di gennaio di Silvio Berlusconi l’hanno messa in fila su Repubblica i giornalisti Giuliano Foschini e Fabio Tonacci ed è utilissima per tastare lo spessore del candidato del centrodestra al Quirinale che molti trattano come se fosse davvero un’ipotesi non offensiva e scellerata.

«Il 19, cinque giorni prima che i Grandi elettori si riuniscano in Parlamento, a Milano si tiene l’udienza del processo Ruby ter: il Cavaliere è alla sbarra insieme ad altre 28 persone per corruzione in atti giudiziari e induzione alla falsa testimonianza. Il 21 gennaio i suoi avvocati si devono spostare a Bari per l’udienza sul caso Tarantini dove – particolare non secondario – la presidenza del Consiglio si è costituita contro di lui. Il 26 gennaio, a urne presidenziali probabilmente ancora aperte, li vedremo tornare in fretta a Milano di nuovo per il Ruby ter».

A questo si aggiunge (vale la pena ricordarlo) una condanna definitiva per frode fiscale (2013, vicenda diritti Mediaset). Un Presidente della Repubblica condannato e con processi in corso sarebbe una prima volta per l’Italia. E forse primeggerebbe anche per vergogna.

Il fatto che all’interno del centrodestra non si accorgano dell’oscenità di essere qui ancora a discutere di Berlusconi al Quirinale non stupisce: quei partiti, come i molti collaboratori e dipendenti delle aziende di Berlusconi, leccano il capo senza il quale non esisterebbero, non sarebbero mai esistiti. La gratitudine sconsiderata verso il padrone è l’unico elemento che gli viene richiesto.

Ciò che atterrisce è la schiera di commentatori (alcuni che si autodefiniscono perfino progressisti) che per apparire all’altezza della normalizzazione di quest’epoca vogliono convincerci che Berlusconi sia potabile. Qui non è un problema di destra e di sinistra (il Presidente della Repubblica si elegge con la maggioranza che c’è in Parlamento, piaccia o non piaccia) ma si tratta di avere rispetto per le figure dello Stato.

Non fa nemmeno paura Berlusconi in quanto Berlusconi candidato. Non ce la farà. A fare paura è questa “bocca buona” che molti esibiscono con grande fervore. Se diventa commestibile Berlusconi pensate con che papille potranno scegliere la futura classe dirigente.

Buon giovedì.

Il ministro della transizione agli amici

Che il ministro Cingolani abbia delle strambe idee su ambiente e transizione ecologica ormai è noto a tutti (tranne ovviamente ai cantori del governo dei migliori) ma che abbia il coraggio di spostare 575 milioni inizialmente destinati alle bonifiche dell’ex Ilva (soldi sequestrati dal tribunale alla famiglia Riva) alle casse di Acciaierieitalia (il nuovo nome dell’ex Ilva, controllata da ArcelorMittal e Invitalia) era imprevedibile persino per i commentatori più pessimisti.

Nel decreto Milleproroghe licenziato durante l’ultimo Consiglio dei ministri infatti si è deciso di utilizzare quei soldi che dovevano essere utilizzati per «risanamento e bonifica ambientale» per le casse di Acciaierieitalia che sarebbe in crisi di liquidità. Se n’era accorto per primo il coportavoce nazionale di Europa Verde Angelo Bonelli (che l’aveva definito «un golpe contro la salute») ma poi pian piano per fortuna ci sono arrivati anche il Pd con Francesco Boccia e il M5s con Mario Turco. «La norma – dice Boccia – non è né accettabile né giustificabile. Voglio sperare che si sia trattato di un equivoco nel governo e si faccia immediata chiarezza attraverso un chiarimento del ministero dello Sviluppo economico. Le bonifiche interne ed esterne sono in ritardo a causa dell’incapacità dei diversi protagonisti che rispondono al Governo, ma i ritardi non giustificano in alcun modo un’azione di questo tipo. Se non funziona l’amministrazione straordinaria si interviene sulle procedure oppure si cambia, ma non si spostano le risorse». Anche Turco è andato dritto al punto: «Modificare la destinazione di queste importanti risorse per dirottarle su investimenti nel ciclo produttivo dell’acciaio, spacciandoli per progetti di decarbonizzazione, non è solo uno schiaffo alle future generazioni tarantine ma rischia di divenire anche un aiuto di Stato non concedibile».

A questo si aggiunge che perfino gli uffici di Palazzo Chigi ritengono che la norma non supererebbe il controllo dell’Ue. In tutto questo a Taranto si lotta da tempo contro i 6 milioni di tonnellate d’acciaio da produrre all’anno nei programmi dell’acciaieria che Arpa e Asl ritengono eccessive e su cui Cingolani (ma va?) tergiversa da tempo.

Per dirla semplice: il governo decide di usare soldi destinati alla salute ambientale per coprire le difficoltà di un gruppo che pervicacemente vorrebbe superare le soglie di tutela ambientale. Semplice, chiaro, lineare. No? Chissà se Draghi ha qualcosa da dire.

Buon mercoledì.

No a Draghi presidente della Repubblica. In nome della Costituzione

Foto Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresse13-12-2021 Roma - ItaliaPoliticaRoma, Il Presidente del Consiglio Mario Draghi alla Conferenza nazionale sulla disabilità.Nella foto: Il presidente del Consiglio Mario DraghiPhoto Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresse13-12-2021 Rome - ItalyPoliticsRome, Prime Minister Mario Draghi at the National Conference on Disability.In the picture: Mario Draghi

Aver affidato a suo tempo a Draghi il compito di formare l’attuale governo, che si sia favorevoli o contrari, rispondeva ad una logica: l’emergenza. Non si poteva, si diceva, in piena pandemia, con il Pnrr da redigere, con il rischio di una grave crisi economica, andare alle elezioni, e gettare il Paese nel vuoto.
E quindi si scelse Draghi, uomo fidato, esperto, autorevole, stimato nei circoli che contano, in Europa e nelle sue istituzioni, “affidabile”, di sicura statura internazionale.
Già su questo bisognerebbe con onestà riconoscere che, in assoluto, affidare ad un “esperto” le sorti del Paese, di per sé non dice molto, di certo non dice tutto delle implicazioni conseguenti, perché anche la scelta dell’esperto in questione comporta scegliere una precisa direzione di marcia.

L’Italia è piena di bravi ingegneri, medici, sociologi, economisti, cui però nessuno si sogna di tramutarli automaticamente in ministri dei Lavori pubblici, o della Sanità o delle Finanze, senza sapere a quale progetto, a quale idea di Paese, mettono a servizio le loro competenze, perché un ingegnere non è uguale ad un altro. Sarebbe facile, così non fosse, formare un “governo dei migliori”, sempre.
Perciò la scelta di Draghi ha risposto ad una precisa direzione di marcia cui tutti i partiti dell’attuale governo, hanno, sia pure con sottili, e talvolta ingiustificabili, distinguo, deciso di aderire. Tuttavia, al di là di queste premesse doverose, quella scelta, apparentemente, si giustificava con la temuta “emergenza”, e però aveva in sé, come fortemente evidente in questi giorni, un tarlo dannoso per la nostra Repubblica: l’idea cioè che l’emergenza giustifichi qualunque cosa.

Parlare oggi di Draghi presidente della Repubblica, o anche di confermarlo alla guida dell’esecutivo, quale scelta più utile (conveniente) per il Paese (i partiti) ci dice invece alcune cose fondamentali sottaciute, a prescindere della sua personale figura.
Se da un lato è vero che la nomina di Draghi a PdC o PdR è perfettamente legittima sul piano puramente formale della nostra Carta fondamentale (che, può piacere o meno, è tuttora vigente) tuttavia essa è pervasa, in tutto il suo corpo, da una forte spinta partecipativa.

Non è un caso che la nostra sia una Repubblica parlamentare, con una tanto forte caratterizzazione in tal senso da prevedere addirittura due Camere sostanzialmente identiche (quindi con una forte valorizzazione del confronto), come non è un caso che si affidi ai partiti la libera organizzazione del consenso, «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).
Proporre come ineludibile la figura di Draghi (e per altro verso ugualmente insistere sulla riconferma del pur ottimo presidente Mattarella, che però fortunatamente pare non voler partecipare a tale insensatezza) significa alterare lo spirito della Costituzione, andare oltre, forzarne il senso, modificarne di fatto il sentimento, proprio in quanto non prevede alcun “libero convincimento” popolare.
Nessun programma viene proposto alla discussione e approvazione popolare, ma si discute di Draghi a prescindere, pur non avendo egli alcuna “legittimazione popolare” (a meno di dare valenza “giuridica” ai sondaggi).

E ciò è una novità assoluta, perché pur avendo avuto altri presidenti del Consiglio non passati dal responso elettorale, tuttavia quelli erano comunque espressione di forze politiche con un loro programma e consistenza (Letta, Renzi, Gentiloni, Conte), o rappresentavano una effettiva “eccezione” non ripetibile (Ciampi) o ancora sono comunque dopo passati (e già questa era una forzatura) per le urne e bastonati (Monti).
Mai nessuno che fosse riconfermato a prescindere a “furor di partito” anziché di popolo.
Così facendo i partiti, tutti, da un lato rinunciano al ruolo loro affidato dalla Costituzione di organizzatori della volontà popolare, e quindi di rappresentanti dei diversi interessi (relegando il Parlamento ad una funzione puramente notarile di ratifica delle decisioni dell’esecutivo e del PdC in primis), e dall’altro denunciano indecorosamente di non trovare al proprio interno personalità altrettanto autorevoli cui affidare il Paese.

Il dibattito nei partiti sul ruolo futuro di Draghi (per taluni da “tutelare”) pare prescindere quindi dal proporre una propria visione da discutere nel Paese, e dalle cui indicazioni trarne le conseguenze, ma da risolvere entro le proprie segreterie: il contrario della spinta partecipativa cui la Costituzione si ispira.
Tutto ciò trasmette, inoltre, il senso di una condizione di “emergenza continua” per il futuro, tale da giustificare il perdurare della figura di Draghi a garante della stabilità ben oltre l’attuale governo, sia in caso di presidenza della Repubblica (sette anni), accompagnato da un capo dell’esecutivo a lui “gradito”, sia in caso di conferma quale presidente del Consiglio.

Un’idea di emergenza continua cioè che quindi, come per la scelta fatta per l’attuale formula di governo, non faccia passare le scelte da compiere attraverso la volontà popolare, che non significa invocare puramente il voto, ma invocare un dibattito sul futuro del Paese, una discussione, confronto tra idee, progetti, visioni.
Insomma una resa della politica, quella nobile, al demiurgo di turno, chiunque esso sia, utile solo a garantire e rassicurare i mercati e la finanza.
E tutto ciò è possibile semplicemente e amaramente perché in fondo, specie a sinistra, ci si è avviati ad una accettazione sostanziale del sistema attuale, non ipotizzarne un cambiamento, e accettare la supremazia dei mercati e della finanza.

Altro che presidenzialismo di fatto, cui qualcuno ha accennato con una certa dose di sincerità (ingenua?), ma una vera e propria riforma di fatto della Costituzione.
Non si tratta quindi di un vacuo appello populista alle virtù salvifiche del voto, ma un appello alla politica a riappropriarsi dei propri compiti, assumersi le proprie responsabilità, non pensare alla pura riproposizione di sé stessi, e poi chiedersi ipocritamente i motivi della disaffezione e dell’astensionismo ormai di massa. È tempo di finirla con questa destrutturazione di fatto della Costituzione, e riproporre una doverosa se pur minima difesa del sudore e del sangue di chi ha costruito questa Costituzione e l’ha difesa.
Per tutto questo bisogna dire no a Draghi, in qualunque ruolo (e no, se pure con un sentito ringraziamento, al presidente Mattarella).
I partiti si assumano le proprie responsabilità e abbiano il minimo orgoglio di lavorare per giustificare la propria esistenza come prevede la nostra cara Costituzione.

La cretina ostinazione

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 17-11-2021 Roma, Italia Politica RAI - trasmissione 'Porta a Porta' Nella foto: Renato Brunetta ministro Pubblica Amministrazione Photo Mauro Scrobogna /LaPresse November 17, 2021  Rome, Italy Politics RAI - 'Porta a Porta' broadcast In the photo: Renato Brunetta Minister of Public Administration

Su questa imperante narrazione per cui non conta il dato sui nuovi contagi ne ha scritto benissimo Lorenzo Ruffino per Pagella politica: «I nuovi contagi restano ancora l’indicatore più tempestivo per capire come sta evolvendo l’epidemia di Covid-19 nel nostro Paese. Rinunciare a guardarlo per concentrarsi su altri indicatori, come quelli su ricoveri o decessi, vuol dire rinunciare a capire che cosa sta succedendo e rendere inutili eventuali misure per combattere la pandemia. L’andamento dei casi gravi di Covid-19 dipende dal numero totale di casi, anche con i vaccini. Sapendo quanti sono e quale età hanno, si possono fare delle stime per capire quale sarà l’impatto nei giorni seguenti sugli ospedali ed eventualmente capire perché sta andando diversamente da quanto atteso. In Italia, ad esempio, il basso impatto che si è avuto per ora sugli ospedali dipende molto dal fatto che i casi sono principalmente concentrati tra i più giovani. Ma uno spostamento dell’epidemia sui più anziani può determinare una situazione diversa».

E i nuovi contagi, nonostante i giornali abbiano immediatamente abbandonato i toni allarmistici prima usati come attacco al governo (l’altro) sono schizzati. A ben vedere anche le occupazioni ospedaliere cominciano a preoccupare e poiché quasi tutti siano d’accordo che siamo ancora lontani dal picco, è prevedibile che tra poco gli ospedali saranno in seria difficoltà. Già completamente scoppiato è il sistema dei tamponi e del tracciamento.

Tra le cose di buonsenso da fare c’è, sembra perfino banale doverlo spiegare, lo smart working. Ieri il segretario generale Confsal, Angelo Raffale Margiotta, ha scritto: «Stiamo assistendo a un crescente aumento dei contagi, per il diffondersi di nuove varianti, con conseguenti misure di quarantena, sia per i colpiti sia per chi ha avuto con gli stessi contatti, che moltiplicano le assenze a dismisura». In una lettera al ministro Renato Brunetta Confsal parla di «forte disagio» per le attività lavorative ordinarie e «grande preoccupazione tra i lavoratori per l’effetto che tale situazione potrebbe determinare anche nell’ambito familiare». Sulla stessa linea Marco Carlomagno, segretario generale Flp (Federazione dei lavoratori della Funzione pubblica): «Il governo – ha detto – ripristini il lavoro agile emergenziale anche nella pubblica amministrazione. E’ una necessità per la sicurezza dei lavoratori».

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, si è espresso in favore del lavoro agile. «Tutte le misure messe in campo finora dal governo – per Cartabellotta – sono una sommatoria di pannicelli caldi che non riescono a rallentare la circolazione. Adesso vediamo cosa verrà fuori dal prossimo consiglio dei ministri. Bisogna limitare i contatti sociali, magari incrementando lo smart working. Mi preoccupa che si prenda tempo prima di assumere decisioni, perché i numeri sono già evidenti».

Brunetta, ovviamente, risponde da par suo: «Alla luce della grande flessibilità riconosciuta alle singole amministrazioni – scrivono dal ministero – e dell’esigua minoranza di dipendenti pubblici che potrebbe realmente lavorare da casa, risulta, dunque, incomprensibile l’invocazione dello smart working per tutto il pubblico impiego. Un “tutti a casa” come sperimentato, in assenza dei vaccini, durante la prima fase della pandemia nel 2020, legato al lockdown generalizzato e alla chiusura di tutte le attività economiche e di tutti i servizi, tranne quelli essenziali. Non è questa la situazione attuale».

L’odio scellerato di Brunetta verso i dipendenti pubblici è uno degli spigoli più orribili di questo governo. Pensare di fare finta che non stia accadendo nulla (così come avviene per la scuola) è una cretina ostinazione che piacerà sicuramente agli amichetti di questo governo (che valutano le pandemia in base ai fatturati). Quando nelle prossime settimane ci si accorgerà di avere osato condizioni che non è possibile mantenere potremo dire che l’ottusità inutile di Brunetta e compagnia è degna del peggior governo dei peggiori? Potremo dirlo?

Buon martedì.


 

Salviamo Julian Assange

Appello urgente del Premio Nobel della Pace Adolfo Pérez Esquivel

Ai popoli del mondo, alle organizzazioni sociali, ai sindacati, alle università, ai giornalisti, ai mezzi d’informazione, ai governi democratici e alle donne e agli uomini di buona volontà che si impegnano per la libertà e i diritti dei popoli. La vita di Julian Assange è in pericolo. Il governo degli Stati Uniti continua a perseguirlo per aver pubblicato documenti che denunciano le atrocità che questo governo ha commesso e continua a commettere nel mondo: violenze, invasioni, colpi di Stato, uccisioni e torture, persecuzioni a Paesi che professano ideologie diverse, embarghi economici. Tutto questo rimane nell’impunità giuridica e sociale. Gli Stati Uniti continuano a disconoscere lo stato di diritto e violano i diritti umani e quelli dei popoli.
Chiedono l’estradizione di Julian Assange. Lì rischia una condanna di 175 anni di carcere e questo solo per aver pubblicato queste atrocità.
Dopo 6 anni di rifugio politico presso l’ambasciata del Ecuador a Londra è stato consegnato alla polizia britannica. Da allora si trova rinchiuso in una prigione di massima sicurezza. Ora la Corte Britannica ha deciso di estradarlo negli Stati Uniti. Ciò significa condannare a morte un difensore della libertà d’informazione e costituisce una grave minaccia per la libertà di stampa. Chiediamo alla Corte Britannica di rivedere la propria sentenza e di liberare Julian Assange.

Tra i firmatari italiani:
Vincenzo Vita, Moni Ovadia, Lucio Manisco, Raul Mordenti, Maurizio Acerbo, Francesca Fornario, Citto Maselli, Angelo D’Orsi, Luigi De Magistris, Vittorio Agnoletto, Massimo Dapporto, Beppe Giulietti, Fiorella Mannoia, Loredana Minà, Gianni Minà, Giovanni Russo Spena, Barbara Spinelli, Luigi Ferrajoli, Maurizio Falli, Raniero La Valle, Eleonora Vittori, Armando Spataro, Stefano Galieni


L’appello è stato pubblicato su Left del 24 dicembre – 6 gennaio 2022

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SOMMARIO

Dipingere è sentire. Cinquanta opere di Constable alla Reggia di Venaria

«Painting is but another word for feeling» La pittura non è che un altro modo per dire sentire”- è la frase che accoglie il visitatore, lo cattura e lo accompagna come un leit motiv per tutta la bellissima mostra del grande paesaggista John Constable (1776-1837), massimo esponente della pittura romantica inglese insieme al contemporaneo Joseph M. William Turner (1775-1851). La mostra John Constable, paesaggi dell’anima alla Reggia di Venaria fino al 5 febbraio è curata da Anne Lyles e organizzata in collaborazione con la Tate Britain che possiede la più importante collezione del mondo di opere di Constable. (E in partnership con la Fondazione Torino Musei e con la Gam Galleria d’Arte Moderna di Torino). Ospitata nello splendido e monumentale scenario della Reggia sabauda, la mostra si impone in tutta la sua semplice maestosità lungo un percorso espositivo raccontando cronologicamente la vicenda artistica del maestro della pittura romantica inglese.

John Constable, Il ruscello del Mulino, 1810

Tra le oltre cinquanta opere figurano anche dipinti di artisti, a lui coevi, quali, Turner, John Linnell, Benjamin West ed altri. L’esposizione che si articola in sei sezioni tematiche (1. Suffolk, 2. Dipingere la natura, 3. Le prime influenze e i pittori contemporanei, 4.Via dalla città: la campagna di Hampstead e la malattia della moglie, 5. il mare di Brighton e la cattedrale di Salisbury, 6. Gli ultimi anni di vita.) comprende gli schizzi e i dipinti di piccole dimensioni realizzati ad olio en plein air, suo tratto distintivo tra 1809 e 1829, fino ai più importanti e vasti paesaggi romantici, six footers, (sei piedi, nda) dipinti a larga scala ed eseguiti anche in studio. Per Constable la pittura all’aperto, utilizzata nel XVII secolo come pratica formativa, consentiva di catturare l’essenza della Natura, ”la sorgente da dove tutto deve nascere”. Secondo l’estetica di Immanuel Kant, Constable raffigura una Natura pittoresca, ospitale e rassicurante mentre il suo conterraneo Turner si distingueva come pittore del Sublime, e cioè di una Natura che affascina ma insieme suscita terrore nell’uomo.

John Constable, La Cattedrale di Salisbury vista dai prati, 1831

Predestinato dal padre, proprietario di due mulini ad acqua, situati lungo il corso del fiume Stuor, a diventare erede della sua attività di mugnaio, nel 1799, John, il cui sogno era, diventare un artista, lasciò la contea di Suffolk, nella regione dell’East Anglia, recandosi a Londra per frequentare la Royal Academy of Fine Arts. Negli anni formativi si esercitò a lungo sui grandi maestri, mostrandosi sensibile all’opera di Thomas Gainsborough, e ai paesaggi classicisti di Nicholas Poussin e Claude Lorrain, in auge tra la fine del XVIII e i primi del XIX secolo. Iniziò ad esporre per la prima volta i suoi paesaggi nel 1802 ma dovette attendere il 1819 per diventarne membro “associato” e il 1829 per esserne nominato Accademico a pieno titolo. Nonostante l’abilità nel disegno anatomico, la sua affermazione come artista fu molto lenta forse proprio a causa dei suoi paesaggi che niente avevano a che vedere con il “paesaggio ideale”.  Pur avvalendosi delle leggi e delle dinamiche che governano la natura Constable non la imitava, e neppure la idealizzava; amava dipingere il paesaggio che lo circondava in modo diretto senza contemplazione; un’identificazione panteistica dell’artista nel paesaggio naturale, con lo scopo di scoprire lo” spirito” della natura stessa, un’idea decisamente rivoluzionaria per il tempo.
I luoghi della sua pittura diventarono così i luoghi dei suoi “affetti”, forse luoghi dell’anima, quelli a cui è sentimentalmente legato, come scrisse il suo principale biografo Charles Robert Leslie.

John Constable, A Cornfield (Un campo di grano), 1817

I numerosi schizzi amatoriali e i bozzetti ad olio realizzati in gioventù all’aperto, realizzati su tele di piccole dimensioni ritraggono le rive dello Stour, le campagne di Dedham e il paesaggio nei pressi del Mulino di Flatford: “Collego la mia infanzia spensierata a tutto ciò che circonda le rive del fiume Stour. Esse hanno fatto di me un pittore e ne sono grato”.
Gli scenari bucolici dove trascorse la fanciullezza rimasero i soggetti preferiti di Constable, che continuò a dipingere affidandosi alla memoria anche quando, dopo il matrimonio nel 1816 con il suo primo grande amore, Mary Bicknell (insieme ebbero sette figli), non trascorse più molto tempo nel Suffolk, stabilendosi invece nel quartiere londinese di Bloomsbury. In seguito, quando la moglie si ammalò di tubercolosi, Constable iniziò a spostarsi in una serie di località più salubri per la salute dell’ amata, sebbene mai al di fuori della Gran Bretagna cominciando a dipingere i nuovi luoghi che via via frequentava. Nel 1819 si trasferì a Hampstead, in campagna, a nord di Londra dove fu rapito dagli angoli nascosti del villaggio e dal paesaggio, che si snodava in sentieri e specchi d’acqua. Ma è qui che l’artista dipinse i suoi famosi studi ad olio del cielo, elemento naturale che aveva iniziato a studiare già a partire dal 1803 e al quale dedicò centinaia di tele, insieme agli effetti delle nuvole in forme infinite e in innumerevoli variazioni cromatiche e luministiche, componenti fondamentali del paesaggio britannico, interpreti di una Natura madre e matrigna, in accordo con la sensibilità romantica del tempo. Lo stesso soggetto venne studiato in diverse stagioni dell’anno ma anche in differenti momenti di uno stesso giorno registrando in appunti o direttamente dietro gli schizzi le osservazioni dei fenomeni atmosferici. Dal 1824 al 1828 Constable si trasferì a Brighton, sulla Manica, con la speranza che il clima marino più mite potesse contribuire alla guarigione della moglie che invece morì, nel 1828, a soli quarant’anni e della cui perdita non si riprese più.

E’ di questi anni uno dei suoi dipinti più grandi e ambiziosi, The Chain Pier di Brighton , esposto presso la Royal Academy nel 1827 che ritrae pescatori che riparano le reti e gente al passeggio sul bagnasciuga, sotto un cielo minaccioso. Si deve alla sua amicizia con due alti prelati anglicani della Cattedrale di Salisbury uno dei suoi dipinti più famosi, l’ampia veduta de “La Cattedrale di Salisbury vista dai campi”-Salisbury Cathedral from the Meadows (1831), con un singolare arcobaleno, iniziato nel 1829 su incoraggiamento del’ l’Arcidiacono Fisher per la perdita della moglie.
La forza della sua pittura consisteva proprio nella capacità di esplorare, in ogni particolare, gli elementi visivi che formano il paesaggio. Il colore applicato direttamente sulla tela con pennellate veloci e intense, senza un disegno compositivo, plasmava con vigore i volumi, determinando un forte contrasto tra luce e ombra, quello che lui chiamerà «chiaroscuro naturale», chiaroscuro della natura, per ricercare la luce naturale, ombreggiata dalle nubi o riflessa dall’acqua.

John Constable morì improvvisamente a Bloomsbury nel marzo del 1837 e fu sepolto nel cimitero della chiesa di St John a Hampstead accanto alla sua Mary. Un giornalista nel necrologio commentò «che immensa perdita per l’Academy e per il pubblico; tutte le sue opere, adesso che se ne è andato, riceveranno una grandissima stima». E così fu.

Italia V come Vendetta

Il dibattito politico del primo giorno del 2022, lo so, vi sembrerà incredibile, verte sul presunto ritorno di Bersani nel Pd e su una frase di D’Alema. Capite bene che il fatto che una frase di D’Alema possa “sconvolgere” lo scenario politico (anche se solo per un giorno) racconta come l’agone rimanga sempre un’accolita di briosi vendicativi che si impegnano per travestire insignificanti e per niente interessanti odi personali in azioni di una qualche valenza politica.

La cronaca è un dirupo di pochezza: D’Alema dice che il Pd è guarito da una malattia riferendosi a Renzi e i suoi accoliti. Una frase che potrebbe essere trattata come la rivendicazione di un giocatore d’antan viene presa terribilmente sul serio da Renzi che non vede l’ora di spargere un po’ di vittimismo accusando D’Alema di averlo definito “malato” (mentre “malato” per D’Alema era il partito ma Matteo, si sa, ha sempre avuto difficoltà a scindere le due cose).

Sui social le bestioline di Italia Viva si scatenano sentendo l’odore dell’osso e dall’altra parte una difesa effettivamente eccessiva per un ex giocatore. Tutto il giorno così, a bastonarsi. Sullo sfondo Bersani che viene tirato in mezzo.

In sostanza un’intera giornata si consuma con le rivendicazioni di due partiti che sono in disaccordo (Italia Viva non è nata per questo?) e che vorrebbero decidere l’uno le sorti dell’altro. Come due acidi amanti che hanno come missione la distruzione dell’ex.

La scena, da fuori, è deprimente.

Intanto la variante Omicron sta imperversando in Italia e il governo si strizza per chiarire un modello rivisto di quarantene che non hanno capito nemmeno loro. A tal proposito, mi perdonerete, mi permetto di riportare un’esperienza personale abbastanza significativa: già malato per 2 volte di Covid mi sono ammalato per la terza volta con l’inizio del nuovo anno. Due vaccini fatti (terza dose booster prenotata a breve) ma la positività è stata impossibile da ufficializzare perché i tamponi (con febbre) si riusciranno a recuperare forse oggi. Sono un paziente fragile, a un passo dal ricovero. Sarà pur vero che siamo di fronte a una raffreddorizzazione come dice qualcuno ma questo “raffreddore” è qualcosa che non augurerei a nessuno.

Vacciniamoci. Buon lunedì.

Mario Di Vito: Le mie cronache dall’Appennino resistente

Mario Di Vito, giovanissimo reporter e cronista marchigiano, è uno dei pochi che in questi anni hanno raccontato l’Italia centrale e la provincia vera, quella dei piccoli paesi e dalle mille contraddizioni. Lo ha fatto dalle pagine del Manifesto con il piglio dell’osservatore militante, la capacità espressiva del cronista di razza, ma anche con i mezzi del narratore (è anche autore di romanzi gialli come Il male minore, per Affinità Elettive, Dieci minuti alla mezzanotte, Fila 37). Nei suoi libri ibridi mescola con grande abilità i fatti giornalistici con l’inchiesta, l’affresco politico-sociale con il racconto tout court degli ambienti di un’Italia nascosta, minore, quella umbra, marchigiana, abruzzese, un tempo culla del benessere diffuso e della cultura progressista, oggi investita da una profonda crisi economica e di valori.

Mario Di Vito, hai iniziato il tuo lavoro sul campo al Manifesto proprio raccontando il terremoto dell’Italia centrale, una serie di reportage che poi sono diventati Dopo. Storie da un terremoto negato (Poiesis Editrice). Che rappresentazioni sociali, politiche, culturali si sono sviluppate in quel microcosmo?
A distanza di cinque anni da quelle scosse che hanno cambiato forse per sempre la storia e la geografia dell’Italia centrale, possiamo dire che i terremotati sono gli unici che continuano a resistere alla cosiddetta strategia dell’abbandono, ovvero a quella serie di pratiche che mirano allo svuotamento dell’Appennino per farne un parco giochi per turisti. Contro molte previsioni, le persone che vivevano in quelle zone prima del sisma vorrebbero tornarci e sono pochissimi quelli che hanno, pur legittimamente, scelto di cambiare vita e città: la crescita delle domande di ricostruzione degli immobili dice soprattutto questo. Chi conosce gli abitanti dell’Appennino non ha mai avuto dubbi sulla loro, diciamo, vocazione resistenziale. Naturalmente le forze sono quelle che sono: si tratta, a conti fatti, di poche decine di migliaia di cittadini che interessano poco ai media mainstream e, soprattutto, alla politica, perché non rappresentano un grande bacino elettorale. Va detto, poi, che chi ci ha messo le mani, la destra, ha usato i terremotati come clava propagandistica, paragonando le loro condizioni a quelle dei migranti, giocando a mettere gli ultimi contro i penultimi. Il problema è che il discorso ha funzionato negli anni passati e il clima si è avvelenato: vediamo paesi confinanti che si fanno la guerra per poco o per niente, invidie, manie di protagonismo, opportunisti che hanno usato il terremoto per fare carriera e candidarsi qua e là. Io ho cercato di lavorare su queste storie in maniera diversa, provando a rispettarne la complessità e pure le contraddizioni. In fondo il reportage, il lavoro sul campo, è…


L’articolo prosegue su Left del 24 dicembre – 6 gennaio 2022

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