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Gli scettri dei calpestati

Qualche secolo fa cominciarono a partire navi dai Paesi europei alla ricerca di nuove terre. Quelle navi non portavano migranti, anche se in realtà milioni di persone si sarebbero spostate molti anni dopo in altri continenti proprio in virtù delle scoperte fatte dai naviganti su quelle prime imbarcazioni. Quelle navi erano abbastanza piccole, portavano alcune decine di persone, che andavano a cercare nuove terre per spirito di avventura ma soprattutto per scoprire nuove ricchezze ed allargare i commerci e i traffici. Nessuno probabilmente immaginava a quell’epoca che intere e potenti nazioni sarebbero sorte sulla scia delle scoperte avventurose di pochi. Passarono i secoli e ad un certo punto divenne chiaro a quelle che allora erano le potenze mondiali e le dominatrici dei commerci per i mari che era venuto il momento di ampliare i propri orizzonti ed andare alla conquista permanente di nuove terre per allargare i commerci e le proprie ambizioni di sovranità.

A nessuno verrebbe in mente, almeno nell’Europa Occidentale, di chiamarli migranti, partivano con la consapevolezza che esistevano terre inesplorate (termine usato da parte degli Europei) e che la gara alla conquista del mondo per colonizzarlo era partita e non si sarebbe più fermata. Volenti o nolenti quelli che quelle terre le abitavano da millenni. Perché bisognava portare la cultura e la libertà, che erano considerati sinonimi dei commerci ed affari. Chi non accettava la visione coloniale degli Europei era non solo un nemico delle potenze navali ma anche un nemico della civiltà che doveva inesorabilmente progredire. Era nata l’epoca dell’imperialismo che portava con sé una giustificazione di fondo nel fatto che gli indigeni ovunque fossero non erano all’altezza delle nuove idee sul mondo, e lo erano in quanto razze inferiori a quella bianca degli Europei, organizzatori delle spedizioni navali alla scoperta delle terre dei nativi inconsapevoli che dovevano inesorabilmente essere scoperti prima o poi.

Un aspetto non secondario era che oltre alle ricchezze naturali delle nuove terre scoperte, anche le ricchezze dei popoli scoperti andavo razziate. Non solo gli oggetti in oro ed in metalli preziosi ma anche gli oggetti interessanti per il loro carattere di oggetti unici e fuori dall’ordinario, di oggetti esotici e misteriosi. Molti di questi oggetti avevano per quei popoli anche una valenza religiosa e mitica. Distruggerli o portarli via distruggeva anche la identità ed i valori dei popoli. Per affermare insomma il potere su quelle popolazioni diverse e distanti. Tra i tanti che si avventurarono in terre lontane, solcando gli oceani, James Cook è…


L’articolo prosegue su Left del 24 dicembre – 6 gennaio 2022

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SOMMARIO

La pandemia è il soldo

Si chiude l’anno con una riforma del fisco che porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro lanno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dellincapienza fiscale. Si è deciso di lasciare indietro i più poveri e premiare le classi più abbienti. E non venite a dirci che “non sono ricchi” e tutta la solita manfrina: sono più ricchi di quelli che non hanno ricevuto benefici dalla riforma. Questo è il punto.

Si chiude l’anno con un aumento del 55 per cento di rincaro per l’elettricità e del 42 per cento del metano dal primo gennaio. Una «situazione senza precedenti» ha detto il presidente dell’Autorità per l’energia che consiglia di consumare di meno. L’Autorità conferma che gli interventi del governo non basteranno. Anche in questo caso il governo non è riuscito a decidere di far pagare ai più ricchi un contributo di solidarietà alle famiglie in difficoltà. Questo è un altro punto.

A proposito di lavoro: il presidente Draghi, in conferenza stampa, ha dichiarato il falso sulla sua manovra (affermando che sarebbe stata a favore delle classi più disagiate, mentendo) dimostrando di non avere alcuna intenzione di ascoltare le richieste dei sindacati. Del resto come potrebbe ascoltare qualcuno che sciopera per un problema che secondo Draghi non esiste? Questo è un altro punto.

In questo anno abbiamo assistito al più coordinato attacco ai poveri perché considerati truffatori (con il reddito di cittadinanza), sfaticati (secondo le interviste di presunti brillanti imprenditori) o peggio troppo pretenziosi perché non accettano in silenzio di fare gli schiavi. In un’Italia che dovrebbe vergognarsi per la mancata crescita dei salari negli ultimi decenni c’è chi ha il coraggio di chiedere sacrifici ai lavoratori. L’area confindustriale del Paese non è mai stata così vispa come sotto al governo Draghi. Questo è un altro punto.

Si è passati dalla strategia della cautela al liberi tutti nei confronti della pandemia. Con il solito trucco si è trovato un colpevole (questa volta sono i no vax), ci si occupa di instillare odio e intanto si cancellano le quarantene perché non si è in grado di tracciarle e controllarle, si concedono tamponi di ogni sorta per entrare e uscire dalla malattia perché non si è in grado di tenere sott’occhio i tamponi. Prima si discuteva dell’equilibrio tra salute pubblica e profitto, ora la direzione è chiarissima. Ah, a proposito: si odiano i non vaccinati ma guai mettere mano alla vaccinazione obbligatoria. Si rischia di adombrare Salvini e compagnia cantante. Questo è un altro punto.

A proposito di lavoro: in Italia se un padrone non vede un suo dipendente sudare sangue avendolo sotto gli occhi ogni minuto si dà per scontato che l’economia si fermerebbe. Quindi mentre tutto il mondo parla di smart working da noi un ministro che ha un’idea del lavoro antica e inutile come Brunetta si vanta di non dare scampo ai dipendenti pubblici con la faccia di chi gode tantissimo. Con 100mila contagiati al giorno. E lo stesso vale per quei sindaci preoccupati da un eventuale calo del Pil del tramezzino se dovessero chiudere gli uffici. Questo è un altro punto.

Non ci sono soldi per i poveri alle prese con le bollette ma il Paese schizza in spese militari, preferibilmente con sanguinari dittatori che hanno ucciso o torturato nostri studenti. Questo è un altro punto.

Il Pnrr non è comunicato. Lo dicono le ricerche che raccontano perfettamente come la gente ne sappia poco, ci capisca poco e trovi poche informazioni. Messi nero su bianco i buoni propositi (ovvero stabilito come ci si spartisce i soldi) Draghi ci fa sapere di avere fatto ciò che doveva e perfino il ministro Cingolani dice di avere espletato il proprio compito. Una volta si fingeva almeno di occuparsi dei buoni propositi per qualche tempo dopo averli venduti. Ora nemmeno quello. Questo è un altro punto.

A proposito, ricordate lo spread? Quello che a un certo punto valeva come super green pass (ancora prima che esistesse) per decidere se un governo fosse bello o brutto? Sta salendo, come accade con i governi sporchi e cattivi. Però ci hanno spiegato che la colpa è della vice ministra Castelli. Mica di Draghi.

Buon anno. Appena si spezzerà l’incantesimo vedrete frotte di consapevoli in ritardo come sempre. Poi ci divertiremo, nei prossimi anni, a renderci conto dei danni provocati mentre noi eravamo distratti.

Buon anno.

 

Apocalypse economy

Un film politico travestito da commedia grottesca, o, se preferite, un film iperrealista travestito da film di fantascienza. Questo è Don’t look up. Il titolo (“non guardate in alto”, cioè verso la cometa che punta dritto contro la Terra) riprende l’esortazione dei negazionisti a non dare ascolto a professoroni e gufi, direbbero Renzi o Berlusconi, che denunciano il disastro ambientale in corso o che si rifiutano di osannare il nuovo Rinascimento delle petromonarchie del Golfo.

Questo film non mette in scena singoli individui, o meglio, non parla di Donald Trump più di quanto non parli di Hillary Clinton, non parla di Steve Jobs e del suo pseudospiritualismo più di quanto parli dell’ottimismo tecnologico di Elon Musk. Don’t look up dipinge alcuni idealtipi in forma ironica e caricaturale. La presidentessa degli Stati Uniti (Meryl Streep), la cui unica preoccupazione sono le elezioni di midterm e la propria rielezione, rappresenta “il” sistema politico occidentale, dipendente dalle lobby economiche e ombelicamente concentrato su un orizzonte di brevissimo termine, secondo il modello della speculazione finanziaria. Peter Isherwell (Mark Rylance), il potentissimo imprenditore che finanzia la campagna presidenziale vede nella cometa in arrivo una miniera di terre rare e minerali preziosi da sfruttare, rappresentando benissimo “il” modo di ragionare e di agire delle multinazionali. La conduttrice televisiva Brie Evantee (Cate Blanchett) incarna il sistema dell’infotainment e la sua stupidità. Fra i principali cultori dell’ignoranza, come mostra il film, c’è il carrozzone mediatico. A cominciare da un certo giornalismo televisivo le cui priorità non dipendono dal valore della notizia. Persino l’annuncio della fine del mondo finisce in coda alla rottura fra la pop star Riley Bina (Ariana Grande) e il fidanzato. La giornalista Brie Evantee e il suo collega riescono a svuotare di senso qualsiasi notizia e a depotenziare qualsivoglia contenuto. Non ne esce meglio neppure il giornalismo della carta stampata: il New York Herald – evidente allusione al “democratico” New York Times – decide di non trattare più la notizia perché fa pochi clic.

Peter Isherwell è un magnifico frullato di Steve Jobs, Elon Musk, Peter Thiel, Mark Zuckerberg e Bill Gates. È la perfetta incarnazione del green-washing e del social-washing del capitalismo contemporaneo, un filantropo narcisista privo di qualsivoglia empatia. Dietro una maschera che congela un sorriso celestiale ben più preoccupante della risata di Joker si nasconde un’avidità letteralmente sconfinata. Grazie al controllo dei big data, il magnate-profeta sa ogni cosa di noi, persino come moriremo, ma non sa che anche il suo egoistico piano di sopravvivenza riservato ai super ricchi è ne più né meno che una buffonata. E proprio a loro spetta, come contrappasso, la fine più ridicola.
Isherwell, con le sue ricchezze, non compra solo la politica ma anche un esercito di brillanti ricercatori delle più importanti università. Anche grazie al loro contributo, metterà a punto il progetto per accaparrarsi i minerali preziosi contenuti nella cometa, ostacolando il più sicuro piano di deviazione del suo corso. Insomma, il film critica l’antiscientismo tanto quanto la privatizzazione della ricerca, spiegando come i finanziamenti delle Corporation ne orientino direzione e finalità. E non risparmia stoccate a quella parte di mondo accademico che rinuncia alla ragione per inseguire il denaro.

Non è un caso che a rappresentare la scienza ‘disinteressata’ e lo sguardo della minoranza critica di questo mondo siano due astronomi di un’università minore e poco prestigiosa, l’Università del Michigan: il professor Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) e la dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence). La dottoressa Dibiasky è una donna (questione di genere), è giovane (questione generazionale; più o meno la generazione Thunberg, inascoltata e derisa) e viene dalla periferia popolare dell’Illinois (questione sociale e di classe). Non poteva che essere lei a scoprire la cometa e poi a gridare la rabbia più genuina in faccia a un mondo che non vuole ascoltare e che, malgrado la qualità della sua ricerca scientifica, finisce per etichettarla come pazza squilibrata.

In questo quadro non potevano naturalmente mancare i complottisti. Ma i complottisti sbagliano anche quando esprimono un fondato sospetto verso la verità ufficiale. Lo evidenzierà chiaramente Kate Dibiasky: “Sono troppo stupidi per essere malvagi come credete». Il cuore del film è proprio il disvelamento della stupidità del sistema: una politica in balia “dei mercati” e dei tanti Isherwell in plancia di comando, il cui unico obiettivo è arricchirsi fino ad un istante prima della fine, e dopo la fine.

Quella dei negazionisti e di chi non crede ai calcoli matematici che mostrano l’arrivo della cometa è la stupidità elementare e primitiva di chi si illude che sia sufficiente non guardare una cosa per non farla esistere. Ma la vera e più profonda stupidità è quella dell’1% e cioè di coloro che vogliono intraprendere un’operazione rischiosissima per ricavare profitti dalla cometa anziché scegliere una più semplice e realistica deviazione della sua traiettoria.
Insomma, il film è una distopia realistica che descrive, in modo farsesco, il mondo in cui viviamo. In particolare restituisce il logos del sistema economico globale, l’anima del neoliberismo, qualcuno direbbe lo spirito del capitalismo in quanto tale: la ricerca del profitto ad ogni costo, fosse anche la fine della vita sul pianeta. Perché persino dalla fine del pianeta si ha l’illusione di poter ricavare profitti o, come viene venduto ad un’opinione pubblica pronta ormai a digerire qualsiasi cosa, di generare «posti di lavoro».

Dont’ look up non è un film catastrofico su una cometa che impatta sulla Terra perché nessuno fa nulla di intelligente ma è l’allegoria della catastrofe già in atto, che ha una causa ben precisa: il modello economico dominante. E’ quindi una critica alla ferocia di questo modello e ai suoi protagonisti, sia economici che politici, e ai suoi corifei, il mondo dell’informazione e dell’infotainment. Il regista, Adam McKay, non è nuovo a operazioni del genere: ha firmato alcune delle più spietate e ironiche analisi del capitalismo contemporaneo e del mondo della finanza, dai tempi della collaborazione con Michael Moore fino a “La grande scommessa” e alla serie televisiva “Succession”.

Il film, pensato e scritto prima della pandemia, intendeva raccontare come andremo a sbattere sul muro della catastrofe ambientale e climatica se continueremo con il “business as usual”. Il piano folle di Isherwell (che si riprometteva di salvare capra e cavoli: frammentare la cometa in modo da limitarne l’impatto e allo stesso tempo fare incetta di terre rare, oggi sotto il suolo cinese e fondamentali per le nuove tecnologie) è una parodia della così detta Green-economy, ossia il tentativo di contrastare il cambiamento climatico senza cambiare l’attuale modello di sviluppo. Tuttavia le vicende narrate nel film si adattano perfettamente anche alla pandemia da Covid19, dove il primato dei profitti sulla vita ha condotto Stati e multinazionali a non mettere in discussione i brevetti sui vaccini: un massacro per il sud del mondo ma anche un boomerang per noi del nord, dato che il virus continua a variare.

Arriviamo quindi al finale, senza poter dar conto di tutte le perle disseminate nel film, dal generale che si fa pagare gli snack disponibili gratuitamente, impersonificazione della meschinità e della svergognatezza del potere, fino alla scena esilarante del figlio della presidentessa, nonché suo capo di gabinetto, che di fronte alla catastrofe recita una preghiera “per le cose”, la “roba” di verghiana memoria. L’attuale classe politica e il sistema mediatico sono senza speranza, ambedue funzionali ad un modello economico che tenta di ricavare profitti anche dall’apocalisse, spintosi ormai ben oltre la “shock economy” di cui ha scritto Naomi Klein. Il Leonardo DiCaprio del mondo reale, attivista ambientalista, così come il regista-sceneggiatore del film, iscritto ai Democratic Socialists of America, partito d’ispirazione marxista ed ecosocialista, sanno bene che non è il momento di metterci a recitare una vana preghiera consolatoria e rifluire nel privato, prendendo atto della nostra impotenza. Don’t look up intende spronare alla presa di coscienza e all’azione, proprio per questo non poteva che mostrare un’umanità post-Happy End. Nessun finale retorico e hollywoodiano era possibile, nessun eroe a stelle strisce che salva l’umanità: si tratta piuttosto di darci una svegliata finché siamo in tempo (molto divertente la dissacrazione del sacrificio patriottico di Ron Perlman, fra una citazione del dottor Stranamore di Kubrick e le battute che gli fanno recitare, copiate da “Salvate il soldato Ryan”).

Nel finale pur tragico di questa commedia, nell’accettazione del proprio destino da parte di Randall Mindy e di Kate Dibiasky, c’è comunque un elemento luminoso. L’empatia e la scelta dei due scienziati di morire insieme alle persone amate, proprio mentre la presidentessa dimentica suo figlio sulla Terra.

Una scelta azzeccata quella di girare una commedia sull’imminente apocalisse, perché l’ironia che innerva tutto il film è più potente di qualsiasi pistolotto. Quindi sì, una risata ci seppellirà, oppure un Bronteroc ci divorerà.

Piergiorgio Odifreddi: Il lungo declino dei monoteismi

Foto LaPresse/Nicolò Campo 11/05/2018 Torino (Italia) Cronaca Salone del Libro Internazionale di Torino Nella foto: Piergiorgio Odifreddi Photo LaPresse/Nicolò Campo May 11, 2018 Turin (Italy) News Turin International Book Fair In the pic: Piergiorgio Odifreddi Foto LaPresse/Nicolò Campo 11/05/2018 Torino (Italia) Cronaca Salone del Libro Internazionale di Torino Nella foto: Piergiorgio Odifreddi Photo LaPresse/Nicolò Campo May 11, 2018 Turin (Italy) News Turin International Book Fair In the pic: Piergiorgio Odifreddi

Chi ha vissuto la fine del millennio scorso, fra gli anni Ottanta e Novanta, si immaginava, trasportato da un’economia in crescita e da una visione positivistica di quel momento, un pianeta indirizzato verso una definitiva secolarizzazione, cioè un allontanamento dalle posizioni e dalle tradizioni religiose per raggiungere una società laica e basata nelle sue scelte fondamentali sulla scienza. Invece questi anni Duemila si sono dimostrati, su questo fronte, incredibilmente diversi. Dopo l’11 settembre 2001 si è polarizzata una guerra di religione globale che ha portato, oltre a migliaia di morti, un progressivo radicalizzarsi dei due più grandi monoteismi. Molti Paesi a tradizione cattolica e altrettanti a tradizione islamica hanno fatto un sostanziale passo indietro nella sfera dei diritti civili, “aiutati” anche dai nazionalismi che hanno deciso scientemente di cavalcare questo fenomeno. Lo shock emotivo di una pandemia mondiale ha fatto da comburente al propagarsi di assurde teorie cospirazioniste e all’affermarsi di gruppi di complottisti, come Qanon o i NoVax, sempre più violenti che hanno portato, fra i fatti più gravi, all’assalto a Capitol Hill negli Stati Uniti e per rimanere nel nostro Paese, a quello della sede del sindacato Cgil a Roma. Per approfondire la tematica e comprendere se il momento che stiamo vivendo è frutto di una casualità storica o della tendenza dell’uomo ad aggrapparsi a superstizioni religiose, abbiamo rivolto alcune domande al matematico, divulgatore scientifico e presidente onorario dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, Piergiorgio Odifreddi.

Pensa che ci avvicineremo mai a una società senza religioni o siamo destinati a convivere per sempre con la superstizione?
Ritengo che la speranza di vivere in un mondo secolarizzato sia purtroppo un’illusione. Dico questo perché vedo una generale tendenza a non approfondire, considerando solo gli aspetti superficiali della realtà circostante. Una condizione che nella storia umana ha permesso di prosperare a tantissime categorie di imbonitori, fra cui i sacerdoti, i preti ma anche politici e pubblicitari. Tutte persone che raccontano storie irrealistiche, ma rassicuranti. Un famoso biologo di nome Richard Dawkins, padre dell’ateismo moderno, affermava che così come accade con i geni, anche nel caso delle idee e dei comportamenti culturali non sopravvive chi si dimostra migliore ma il più adatto ad essere trasmesso in quel momento storico. Il pensiero scientifico che io associo alla mancanza di superstizione religiosa, è purtroppo nella nostra società un’eccezione e non la regola.

Quindi secondo lei l’uomo nasce già con al suo interno il pensiero religioso?
Quando nasciamo siamo nudi, dopo ci vestiamo. La religione è come un…


L’intervista prosegue su Left  in edicola fino al 6 gennaio 2022

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Da Lodi, ancora, ancora

Foto Marco Alpozzi / LaPresse 27 Dicembre 2021 Torino (Italia) Cronaca Il generale Figliuolo, Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica COVID-19 in visita all’hub vaccinale per bambini della Fondazione Compagnia di San Paolo Nella Foto: Generale Francesco Figliuolo Photo Marco Alpozzi /LaPresse December 27, 2021 News General Figliuolo visiting the vaccination hub for children of the Compagnia di San Paolo Foundation In the pic:Generale Francesco Figliuolo

Il Parco tecnologico padano (Ptp) di Lodi è al collasso. Sì, Lodi, quella stessa città da cui è partito tutto. Lodi diventata tristemente famosa nel mondo per essere stata la prima tappa di una pandemia che ha fatto il giro del globo e che ancora oggi fa i conti con le proprie ferite che continuano a sanguinare.

A Lodi in questi giorni si processano più del doppio dei tamponi che erano stati previsti. Lodi è nel caos. Ancora, ancora una volta. Code interminabili di auto si mettono in fila per ottenere un tampone. Sono persone che hanno i sintomi del virus e persone che hanno bisogno di un tampone per uscire dalla quarantena e poter tornare a lavorare. È saltato tutto: ingolfati i medici di base che non stanno dietro all’incremento di positivi, ingolfate le Ats che hanno perduto qualsiasi speranza di stare dietro al benché minimo tracciamento. Le auto in coda per un tampone rimangono ore per strada. Non c’è nulla, nessun servizio. E sono persone spesso con la febbre (oltre che contagiose). Se per caso devono pisciare se ne vanno per i campi a lato della strada. I tamponi sono introvabili e le farmacie (ovviamente) sono in difficoltà.

Lodi, ancora, un anno dopo. Perso il tracciamento, ormai per avere il polso della situazione bisognerà tenere d’occhio i ricoverati e le terapie intensive. Sostanzialmente guidiamo guardando lo specchietto retrovisore. Ancora, ancora una volta. Il generale Figliuolo (che sparla di code per il Black Friday e di capi firmati) dovrebbe venire a farsi un giro qui da queste parti e spiegarci che non è un suo compito rifornire tamponi dove servono. Probabilmente nell’esercito non riteneva necessario fornire le munizioni e combatteva con i fucili scarichi. Una cosa così.

A Lodi il governo per “dare un segnale” ha inviato l’esercito. A Lodi e Codogno (questo è il territorio del ministro della Guerra Guerini, ex sindaco di Lodi) sono arrivati 7 soldati ciascuno (7 soldati per 2: 14 in tutto) per fare ordine nelle file di auto. Servono i tamponi, non servono i soldati ma comunque la notizia fa il suo bell’effetto se è vero che è stata strombazzata dappertutto.

Curioso che la città che ha le ferite più antiche sia impreparata all’ennesima ondata della stessa pandemia: è la fotografia impietosa dei “migliori” che ora c’è da sperare al massimo che siano “meno peggio di quelli di prima”. La retorica dell’infallibilità si scalfisce giorno dopo giorno.

Ora si corre ai ripari. Ieri mattina mi chiedevo, scherzosamente, quando sarebbe arrivato il momento in cui avrebbero dato la colpa alla troppa gente che voleva tamponarsi per testare la propria salute o per uscire dalla quarantena. Sembrava una battuta e invece ci siamo già, su molti commenti di molti giornali. Se il problema è non stare dietro alle quarantene si rivedono le quarantene. Semplice. Una volta quando è iniziato tutto questo si aveva almeno la decenza di discutere del fragile equilibrio tra salute pubblica e lavoro. Ora vige il fatturato del tramezzino nel bar sotto l’ufficio (quindi niente smart working, non sia mai che si prenda esempio dalla Germania e dagli altri Paesi europei), vige il fatturato delle spese sotto le feste (quindi niente di drastico fino alla fine dei vacanze) e vige il fatturato che ha bisogno di lavoratori che non si prendano il lusso di troppa quarantena.

Intanto ogni giorno muoiono le stesse persone di un Boeing che si sfracella. E non è solo Lodi: le difficoltà sui tamponi si registrano in diverse regioni d’Italia. Sapete qual è la risposta? Colpa delle Regioni. Fatemi capire: se va bene è merito di Figliuolo, se va male è colpa delle Regioni, se va benissimo è merito di Draghi, se ci sono nuove limitazioni è colpa di Speranza? Non la trovate una strategia piuttosto infantile?

Vaccinatevi, intanto. E buon giovedì.

Ne siamo usciti feroci

Lo chiamano tutti “Mauro da Mantova” perché trovare un nome d’arte, con la città di provenienza come i soldati della disfida di Barletta, è un ulteriore modo per gigioneggiare con i no vax da spendere come fantomatici personaggi da avanspettacolo per qualche punto di share.

Così Mauro Buratti, 61enne carrozziere di Curtatone, ha avuto il privilegio di diventare un personaggio “famoso”, di quella popolarità che costa l’essere ogni giorno più cretini per autopreservarsi come ospite e ogni giorno, come chiedeva il copione, ne sparava una sempre più grossa. Ospite della trasmissione La Zanzara su Radio24 (condotta da Cruciani e Parenzo che usavano Buratti come foca da ammaestrare con il pallone al naso) “Mauro da Mantova” ha interpretato tutta la letteratura dei complottisti peggiori, quelli per cui il virus non esiste e quella dei poteri forti e tutta quell’orribile serie di cretinate. Accortosi che fare gli scemi funziona Buratti si è perfino vantato di essere andato in giro per la sua città a infettare gli altri. Mentre i conduttori e gli ascoltatori si divertivano un mondo e gli inserzionisti si fregavano le mani per lo share che “Mauro da Mantova” contribuiva a collezionare.

Poi Buratti si è ammalato. Già quando sono uscite le prime notizie del suo ricovero la rete si è riempita di commenti furiosi e disumani, speranzosi di una morte del terribile “no vax” secondo il mortifero criterio del “punirne uno per educarne cento”. Nella guerra fratricida tra opposte fazioni ormai vige un “mors tua vita mea” che fa schifo da entrambe le parti, come se avessimo sdoganato l’augurio di morte come unica soluzione per la salute pubblica. Lo so, è qualcosa di inumano e schifoso ma è normale che giocando sempre al ribasso alla fine si arrivi a toccare il fondo. In più c’è un problema: toccare il fondo funziona, vende, fa vendere. In entrambi i sensi. I tifosi si infervorano e ognuno può sognare di diventare influencer della propria fazione.

I medici dell’ospedale di Borgo Trento avevano confermato la gravità delle condizioni dell’ex carrozziere lo scorso 11 dicembre, al Corriere della Sera: «Lo dovevamo intubare prima ma per un’intera giornata si è opposto con caparbietà: solo quando le cose sono peggiorate ha cambiato idea». Perfino la “caparbietà” nel cretinismo diventa una virtù.

“Mauro da Mantova” è morto e qualcuno è riuscito addirittura a esultare, senza accorgersi di essere un estremista esattamente come lui. Ma la ferocia peggiore si legge nel finto lutto di chi il personaggio di Mauro l’ha allevato e l’ha fomentato per qualche spettatore in più. Il conduttore Giuseppe Cruciani lo ricorda con una lettera aperta (che torna utile per riempire un’altra puntata) in cui scrive «eri felice quando qualcuno ti riconosceva per strada e ti chiedeva un selfie». È la realizzazione del presagio di Andy Warhol quando diceva che tutti avrebbero avuto i propri 15 minuti di celebrità. Solo che la morte di Mauro ci dice almeno due cose: che essere celebri in tempi di pandemia può costare in termini di disinformazione e che quella celebrità conquistata mostrando la parte peggiore di sé finisce per innescare la parte peggiore anche degli altri.

E la felicità di chi vede realizzarsi la morte di un no vax è lo schifoso ingrediente finale.

Buon mercoledì.

Evviva, in Polonia son spariti i papaboys

WARSAW, POLAND - OCTOBER 28: (EDITORS NOTE: IMAGE CONTAINS PROFANITY) A woman holds a banner as she participates in a national strike for the seventh day of protests against the Constitutional Court ruling on tightening the abortion law on October 28, 2020 in Warsaw, Poland. The national strike announced several days ago encourages people not to go to work and several cities will hold protests all day long. Yesterday, one of the heads of the Women's National Strike, Marta Lempart presented a list of demands, including the resignation of the right wing conservative government. Moments after, the leader of Law and Justice Party, called on the creation of militias to protect the country's churches. On October 22nd, the country's Constitutional Tribunal ruled in favour of a ban on abortions in cases of fetal defects, tightening Poland's restrictive abortion laws even further. The decision means that abortions will only be permitted in cases of rape, incest or when the mother's health is at risk. (Photo by Omar Marques/Getty Images)

«La società polacca è estremamente conservatrice», «nelle città e nei villaggi i preti sono le vere autorità»: questi sono alcuni dei cliché che infestano gli articoli di giornale che analizzano la politica polacca, scritti da autori stranieri e non solo. Anche gli autori liberali e di sinistra di base a Varsavia tendono a credere che la strada sia ancora lunga prima che la Chiesa cattolica perda la sua posizione di autorità suprema in campo morale e sociale. Quello che a volte accade è che molti polacchi, anche se si trovano in disaccordo con alcuni principi dell’insegnamento cattolico o non nutrono un vero interesse per la religiosità e la spiritualità, continuano lo stesso a sposarsi in chiesa («Perché la cerimonia è più bella») e a battezzare i loro figli («Così le nonne non restano deluse»). Allo stesso modo, prima delle proteste di massa contro la legge anti-aborto in Polonia era necessaria una buona dose di forza di volontà per non far frequentare le lezioni di religione ai bambini. A partire dall’inizio degli anni 90 esistono corsi di religione cattolica nelle scuole pubbliche della Polonia, teoricamente organizzate se e quando i genitori lo desiderano. In pratica, i genitori non credenti o appartenenti alle minoranze religiose devono esplicitamente richiedere che i figli siano esonerati dalla lezione di religione cattolica e devono combattere per ottenere lezioni alternative di materie laiche. Migliaia di famiglie agnostiche, atee o laiche così hanno preferito far frequentare le ore di religione ai loro figli, ma solo per non attirare troppo l’attenzione.

Adesso, però, i non-cattolici sanno di non essere delle “rare eccezioni”. Dopo trent’anni di dominazione assoluta nella sfera simbolica e di grande influenza sulla vita politica, la…


* L’autrice: Małgorzata Kublaczewska è direttrice di Strajk.eu che, come Left, fa parte di Media alliance, un progetto di transform! Europe in partnership con transform! Italia


L’inchiesta prosegue su Left del 24 dicembre 2021, che resterà in edicola fino al 6 gennaio 2022

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Il presepe quest’anno sta a Lipa. E fa schifo

Oltre alla rotta per mare un cimitero dei vivi si trova sul confine nord occidentale tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, tuttora il principale snodo della rotta balcanica per l’ingresso in Europa. Qualcuno ogni tanto prova a metterci un po’ d’ordine, il Consiglio d’Europa ha condannato Zagabria per la morte di una donna respinta ma il “the game” (ovvero il tentativo di attraversare la frontiera tra i boschi per provare a entrare in Europa e contemporaneamente provando a sfuggire alle botte dei poliziotti bosniaci) continua incurante del freddo, della stanchezza, della disperazione che si appuntisce e delle feste.

Sono circa 4mila le persone scomparse dagli elenchi e dalle carte geografiche che rimangono imprigionate in quel limbo. Tra loro ci sono centinaia di bambini sconosciuti al mondo. Potrebbero diventare internazionali al massimo se rimangono come corpi morti a favore dei pochi testimoni che ci sono in quella zona.

È uno dei tanti buchi di un’Europa che se ne fotte dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta il respingimento di richiedenti asilo verso un Paese non sicuro. L’Europa cristiana (la chiamano così) ha deciso di subappaltare la schiavitù, i respingimenti e il degrado per lavarsi la coscienza. Vale come quelle tre ave maria da pronunciare distrattamente da adolescenti dopo la confessione.

Il 19 novembre scorso a Lipa è stato inaugurato il nuovo campo temporaneo, dopo l’incendio che ha distrutto nell’aprile 2020 l’insediamento precedente lasciando per strada 1.200 disperati. Il centro è gestito dal Servizio per gli affari esteri bosniaco in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, le agenzie delle Nazioni Unite e una serie di altri partner come Unicef e Croce Rossa. Mentre i soldi li mette l’Europa. L’Ue al 50 percento e poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro dei quali 80mila euro per dotare il campo di acqua ed elettricità, 422mila euro per costi operativi nell’arco di 16 mesi e un milione per “raccolta dati, monitoraggio e analisi dei flussi delle persone in transito nel Paese”, si legge nel rapporto.

Un campo di detenzione di innocenti che include anche minori, anche in questo caso fregandosene della convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Un cassonetto dove buttare gli ospiti indesiderati. Un presepe dell’orrore e di ipocrisia. L’Italia dei valori cristiani, con il suo milione e mezzo di euro, ha messo in piedi un addobbo natalizio in perfetta sintonia con la disumana ferocia che riesce a fare accadere senza sporcarsi il polsino. Sul campo di Lipa è uscito un dossier di RiVolti ai Balcani, rete alla quale aderiscono decine di realtà, da Amnesty International Italia alla rivista indipendente Altreconomia che ha collaborato alla stesura del rapporto.

Vale la pena leggerlo, anche se vi rovina il clima delle feste. Perché siamo noi.

Buon martedì.

L’amore che non finisce, raccontato ai ragazzi

«Il fatto che fossimo nati lo stesso giorno era più di una coincidenza. Fin dall’inizio, respirammo la stessa aria; i nostri cuori battevano all’unisono. Ciascuno finiva le frasi dell’altro, sapendo esattamente che cosa aveva in mente, anche quando dormiva Quell’uomo era tutto ciò che volevo, e sapevo che lui provava lo stesso per me Ci sono coppie che, quando iniziano a convivere, comprano pentole e padelle. Ulay e io cominciammo a progettare di fare arte insieme». Il giorno di Natale ho ritrovato tra i miei libri Attraversare i muri, un’autobiografia di Marina Abramović, con James Kaplan. Quando l’avevo letto nel 2016, l’anno nel quale era stato pubblicato, mi avevano colpito alcune frasi che l’artista serba aveva dedicato al rapporto sentimentale con Ulay. Il suo amore grande. Rileggerle mi ha regalato dei bei pensieri. Mi ha messo le ali e portato dall’altro capo del mondo, in Cina. Sulla grande muraglia. Che i due amanti nel 1983 progettano di percorrere da due estremità opposte per incontrarsi nel centro e li sposarsi. The Lovers é una performance, certo. In realtà, molto di più. Un sogno nel quale arte e amore s’intrecciano fino a confondersi. Purtroppo a perdersi, come si sa. Perché l’incontro, a Erlang Shen, Shennu, nella provincia di Shaanxi, il 27 giugno 1988, tre mesi dopo la partenza, prende la forma di un addio. L’amore per Ulay é sfiorito. Ma non per Abramović.

Io non ho mai creduto che l’Amore possa terminare. Finire davvero. Se uno “finiva le frasi dell’altro, sapendo esattamente che cosa aveva in mente, anche quando dormiva”. Sono convinto piuttosto che l’Amore sia una sorta di ordigno. Pronto a deflagrare. Senza preavviso. Quando uno dei due arretra. Si fa da parte. Consegnando l’altro al dolore. Al vuoto. Al buio. Inevitabilmente, ad una nuova esistenza. Come ha saputo restituire Frida Kahlo nel quadro Le due Frida. Nel quale ci sono due autoritratti della pittrice messicana: quella amata da Diego Rivera e quella che invece ha affrontato la loro separazione. Una ha un cuore intatto e tiene in mano un ciondolo con il ritratto di Diego, mentre l’altra ha in mano un paio di forbici insanguinate con le quali ha straziato il suo cuore.

Quando ci si lascia si abbandona una parte di sé. Si é una copia di quel che si è stati. Ma non importa. Aver incontrato l’amore é comunque “bello”. Perché almeno uno dei due continuerà ad avere l’altro, dentro. Per sempre, forse. Ai miei ragazzi in classe, ogni tanto parlo anche di questo. Dell’amore. Lo faccio perché voglio che sappiano affrontarne anche i contrasti. Siano in grado di goderne, senza farsene travolgere. Guardandolo con il necessario equilibrio, loro. Pensandoci con consapevolezza, ma anche con curiosità. Insomma non immaginando che possa essere una condanna. Come per Juan de Marcilla e Isabel de Segura, due amanti spagnoli del XIII secolo. Rappresentati da Juan de Ávalos nel 1955 in un gruppo scultoreo, visibile in un mausoleo aggiunto alla chiesa di S. Pietro a Teruel, in Spagna. Sdraiati, uno accanto all’altro, mano nella mano. Uniti anche dopo la vita. Perché credo che in fondo sia così. Certi amori non finiscono mai. Anche se tormentano. Anche se regalano preoccupazioni. L’importante è portarsi dentro. Come decidono di fare alcuni. Nella speranza di ritrovarsi, un giorno.

È il 14 marzo 2010. Marina Abramović inaugura al Moma di New York la performance The Artist is Present in cui ogni visitatore ha a disposizione un minuto per sedersi, in rigoroso silenzio, di fronte a lei. Provando a specchiarsi in lei. Nel via vai di persone sconosciute, ecco Ulay. Dopo 22 anni. Si siede. Abramović si commuove. Contravvenendo alle regole, allunga le braccia per prendergli le mani. Gliele stringe.

Ho capito come affrontare l’argomento in classe. «Ragazzi, l’Amore grande è per sempre», dirò, sorridendo. Per rassicurarli. Mentre ripenserò alle mani che si ritrovano. Prima o dopo.

Buon Zangrillo a te e famiglia

Foto Claudio Furlan - LaPresse 04 Settembre 2020 Milano (Italia) News Conferenza stampa di Alberto Zangrillo , primario del San Raffaele , sulle condizioni di Silvio Berlusconi, ricoverato al San Raffaele per Covid Photo Claudio Furlan - LaPresse 04 September 2020 Milan (Italy) Press conference by Alberto Zangrillo, San Raffaele primary, on the conditions of Silvio Berlusconi, hospitalized at San Raffaele for Covid

In un Paese normale uno che nel maggio del 2020 si faceva intervistare da tutte le televisioni con il suo lindo camice bianco per dirci che il virus era «clinicamente morto» alla fine della prima ondata di pandemia e poco prima delle successive e peggiori ondate che hanno colpito il mondo sarebbe considerato per quello che è: un provocatore in cerca di visibilità pericolosamente irresponsabile perché medico. Parliamo di Alberto Zangrillo, primario dell’Unità operativa di Anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Le cronache hanno cominciato a occuparsi di lui perché è il medico personale di Berlusconi e in questo Paese, si sa, essere una sciantosa del berlusconismo regala un’immeritata notorietà.

Zangrillo si fece conoscere per essere il medico giusto al momento giusto nel posto giusto per diagnosticare l’uveite che ha permesso a Berlusconi di rallentare i suoi processi. Zangrillo è lo stesso che riempie pagine di giornali con la sua previsione di un Berlusconi che vivrà 120 anni (qualcosa che ha il valore scientifico di un oroscopo) e con l’arrivo del Covid è stato uno dei primi a comprendere quanto potesse tornare utile minimizzare la pandemia per essere adottato da una fetta di pubblico. Zangrillo fu quello che avvisò i giornali di un Berlusconi positivo al Covid ma in piena forma e completamente asintomatico. A smentirlo ci pensò lo stesso Berlusconi che raccontò di essere stato in pericolo di vita e di avere avuto una carica virale “mai vista in Italia” (ovviamente, giusto per quel vizio di dover primeggiare). Zangrillo cambiò idea e decise di contraddirsi.

Poi Zangrillo è diventato addirittura filogovernativo (quando Berlusconi è entrato nella maggioranza, guarda a volte il caso) dicendoci che il governo italiano era un esempio nel mondo e che tutte le decisioni fossero esatte.

Ieri Zangrillo (che è considerato, chissà perché, voce autorevole sul virus) ha pubblicato sui social una foto di gente in coda scrivendo: «#SantoStefano, ore 10 a Milano. 200 metri di coda per alimentare le casse delle farmacie, il terrorismo giornalistico e certificare la morte del Paese».

Il 23 dicembre aveva scritto: «Quando il Paese sarà irrimediabilmente distrutto ne chiederemo ragione agli “scienziati” e ai “giornalisti innamorati del #COVID19”. #Omicron #Paranoia».

Non ci interessa analizzare lo Zangrillo in sé (non è personaggio degno di un editoriale) ma lo zangrillismo che quest’anno ha avviluppato la comunicazione è sintomatico di una schizofrenia sempre alla ricerca della cretinata più provocatoria e cretina per meritarsi un po’ di spazio. Siamo pieni di Zangrilli che sanno bene come la cautela rischi di smussare la visibilità (nonostante sia d’obbligo per certi ruoli) e quindi dicono tutto e il contrario di tutto. Ma forse il tema non sono nemmeno gli Zangrilli che esistono in tutti i campi. Il tema vero è che anche ieri, come sempre accaduto, a Zangrillo sia bastato un tweet per finire sulle pagine dei giornali. Quello che dichiarò il virus «clinicamente morto» viene considerato ancora autorevole.

Continuiamo a scambiare la popolarità per autorevolezza e continuiamo a alimentare un circolo perverso di provocazioni che vengono prese come opinioni scientifiche. Non è bastato tutto questo tempo per vaccinarci al cretinismo. Niente. Siamo ancora qui.

Buon Zangrillo a te e famiglia.

Buon lunedì.