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Salgado e l’umanità nella Grande foresta

Nel 1884 Friedrich Engels, coautore con Karl Marx del Manifesto del partito comunista, pubblicò il libro L’origine della famiglia. Una tesi fondamentale del libro illumina la visita alla bellissima mostra di Sebastião Salgado Amazônia al MAXXI di Roma sino al 13 febbraio. Non esiste la famiglia, ma “forme” di aggregazioni familiari. Siamo stati istruiti a pensare alla famiglia biparentale con figli quale struttura immutabile nello spazio e nel tempo, ma vi sono stati i clan, i ceppi, le gens, le famiglie estese.
Le fotografie di Salgado cancellano i luoghi comuni. Non ci sono primitivi, selvaggi, indigeni, nativi, ma uomini e donne e molti bambini che vivono in modi diversi dai nostri, in forme di famiglia diverse.

La mostra Amazônia offre molti altri livelli di interesse: innanzitutto un coinvolgente livello immersivo, poi i risultati dell’esplorazione su un territorio di straordinarie diversità, in seguito la bellezza delle stesse fotografie e infine un contributo al pensiero ecologico.
Cominciamo dal livello immersivo. La galleria 4 al MAXXI di Roma offre in questa occasione una magnifica prova della sua spazialità. Le linee fluide dell’architettura di Zaha Hadid, accompagnano il visitatore in una sorta di ondeggiamento tra una grande foto e l’altra. I pannelli sono appesi nello spazio spesso a formare angoli e nicchie da attraversare e scoprire. Lo spazio e i corpi si insinuano tra una foto galleggiante e l’altra quasi cullati dalla composizione musicale che accompagna la visita. L’opera, del musicista Jean-Michel Jarre, è magica. A metà ancestrale, a metà contemporanea, evoca rumori di foresta tropicale interrotta da scrosci e cinguettii. Questo aspetto della mostra permette ai possessori della tessera annuale del MAXXI (la si consiglia) – più di una visita, sempre rinnovando l’esperienza e scoprendone nuovi aspetti. L’allestimento prezioso è di Léila Wanick Salgado.

E veniamo al secondo livello, quello esplorativo. Salgado ha compiuto decine e decine di missioni in questo immenso territorio (circa 6,7 milioni di mq, più di 20 volte l’Italia). Da questo sterminato materiale ha selezionato una piccolissima parte e lo presenta in cinque sezioni che ci aiutano a comprenderne l’enorme varietà morfologica. Sono: l’Amazzonia dall’alto, i fiumi volanti, le montagne, la foresta, le isole nella corrente. Salgado non intende catalogare regione per regione ma attraversarle alla scoperta di forme meravigliose e di eventi unici. E qui si rimane senza fiato. Difficile scegliere la favorita. Le altissime montagne tagliate dal bianco delle cascate e con la testa tra le nuvole? Oppure gli ondeggiamenti lenti dei fiumi, oppure le foreste con le liane che si specchiano sull’acqua ferma in un entusiasmante raddoppiamento dell’immagine. Oppure i fenomeni sorprendenti come le isole nella corrente che…


L’articolo prosegue su Left del 24 dicembre 2021, che resterà in edicola fino al 6 gennaio 2022

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Que viva Chile!

TOPSHOT - Chilean president-elect Gabriel Boric waves at supporters after delivering a speech, in Santiago, on December 19, 2021. - The streets of Santiago exploded in celebration Sunday after leftist millennial Gabriel Boric was declared Chile's new president with an unexpectedly large victory over his far-right rival in a polarizing race. Boric, 35, garnered nearly 56 percent of the vote compared to 44 percent for ultra-conservative Jose Antonio Kast, who congratulated the "president-elect" on Twitter even before the final result was known. (Photo by MARTIN BERNETTI / AFP) (Photo by MARTIN BERNETTI/AFP via Getty Images)

“La speranza ha vinto sulla paura” è uno degli slogan utilizzati per celebrare il trionfo della sinistra cilena. Gabriel Boric è il nuovo Presidente della Repubblica del Cile. Il candidato di sinistra, della lista Apruebo dignidad, si è imposto con il 56% di preferenze su José Antonio Kast del Frente social cristiano, che si è fermato al 44%. Con un’Assemblea costituente al lavoro e un giovane presidente che vuole andare oltre il neoliberismo, il Paese andino ha davvero la possibilità di invertire la propria rotta politica.

Solo due anni fa il Cile era nel bel mezzo del cosiddetto estallido social, la protesta esplosa a ottobre 2019 a causa dell’aumento dei biglietti del trasporto pubblico nella Regione metropolitana di Santiago. L’ennesima goccia d’acqua in un vaso già traboccato. Dagli studenti che, come forma di dissenso, scavalcavano i tornelli delle metro, si sono poi susseguite mobilitazioni di lavoratori di ogni settore, ma anche pensionati, popoli originari, attivisti per i diritti Lgbtq+, ambientalisti e così via. Minimo comune multiplo delle piazze era la parola dignità.

Dopo mesi di proteste, incontri, accordi tra varie forze politiche e gli effetti della pandemia, il 2021 per il Cile verrà ricordato come l’anno di due avvenimenti importanti: l’elezione di un’Assemblea costituente – la prima nel mondo composta nel rispetto dei criteri di parità di genere e dei popoli originari – e la vittoria alle presidenziali del candidato della lista di sinistra Apruebo dignidad, il trentacinquenne Gabriel Boric, che è diventato così il più giovane Presidente della Repubblica della storia cilena.

Chi lo avrebbe mai detto? Forse in pochi. Ma da tanto, troppo tempo, domande provenienti da diversi settori della società erano rimaste inevase. La volontà di cambiare rotta, così come il bisogno di costruire un nuovo patto sociale, sono il riflesso di un processo lungo. Lo attribuiamo, per comodità, al estallido social del 2019 (anno in cui diversi Paesi latinoamericani sono stati scossi dalle proteste sociali). Ma si tratta di un percorso squisitamente interno al Paese, attraversato da fasi alterne e con diversa intensità. Si è partiti con il plebiscito del 1989, fino ad arrivare alle proteste studentesche del 2011 e quelle del 2015 e del 2019.

Proprio dalle mobilitazioni di dieci anni fa si fa strada un giovane Boric, tra i leader dei sindacati studenteschi, che chiedevano a gran voce un’educazione gratuita e di qualità (non garantita dalla vigente costituzione). Solo tre anni dopo, nel 2014, Boric è…


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L’Italia alla ricerca della laicità perduta

Il Rapporto sulla libertà di pensiero di Humanists international, giunto alla decima edizione, è uno strumento che dal 2012 permette di valutare tutti i Paesi del mondo in base al trattamento che riservano alle persone non religiose e ai diritti che vengono loro negati.

Il quadro che emerge, come è evidenziato nell’inchiesta di Leonardo Filippi e Federico Tulli a pagina 16, è tragico. In 144 Paesi gli umanisti, intesi come atei, agnostici e in generale persone non religiose, vengono discriminati. Sono costretti a subire la religione di Stato (in 39 casi), leggi basate sul diritto religioso (35), governanti che incitano all’odio contro di loro (12), sentenze emesse da tribunali religiosi (19), il divieto di ricoprire incarichi pubblici (26), l’obbligatorietà dell’istruzione religiosa a scuola (33). E sono incarcerati, torturati e condannati a morte. Può capitare per blasfemia, nei 6 Paesi che la ritengono meritevole della pena capitale su 84 in cui è ufficialmente punita. Oppure per apostasia, negli 10 Paesi in cui può portare al patibolo su 15 in cui è reato.

Il Rapporto stila la classifica dei 12 Paesi in cui dichiararsi atei comporta la pena di morte: Afghanistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Qatar, Somalia e Yemen. Due di questi probabilmente catturano maggiormente la nostra attenzione. Il primo è…

* L’autore: Roberto Grendene è segretario nazionale della Uaar-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti


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Il lato oscuro delle religioni

Milioni di cittadini in balìa di una carestia. Colture bruciate dal sole. Mandrie denutrite. Siccità. Quando l’acqua scarseggia, poi, l’igiene è più difficoltosa: ambiente ideale per molte malattie. Non solo. Aumentano le tensioni sociali a causa della scomparsa di numerose attività lavorative e per una popolazione già oppressa dalla povertà si apre il baratro. È così che si ingrossano i flussi delle migrazioni forzate già provocate da conflitti di lunghissima data. Siamo nel Corno d’Africa, in Somalia, nel febbraio del 2019. Ossia, nel pieno di quella che è stata definita una delle crisi ambientali più gravi del millennio. Qui gli effetti concreti del climate change si fanno sentire più che altrove, qui suona vuoto l’eco del bla-bla-bla dei “grandi”. Ma non è tanto delle false promesse che arrivano dal Nord del mondo – il cui stile di vita è la causa principale del global warming – che vi vogliamo parlare.

Mahmoud Jama Ahmed nel febbraio del 2019 era un professore di Scienze umane e sociali all’Università di Hargeisa, una delle principali città somale, nella zona nord-ovest del Paese, parte di quella Repubblica del Somaliland mai riconosciuta a livello internazionale ma comunque in piedi da precisamente trent’anni. Usiamo il tempo imperfetto perché Ahmed non è più un professore universitario avendo perso la cattedra a causa di un post pubblicato su Facebook. Questo: «I Paesi avanzati fanno piovere ma noi preghiamo ancora per la pioggia, anche se nonostante le nostre preghiere soffriamo ancora ogni anno di siccità. I Paesi avanzati, quelli che consideriamo non credenti e Dio li odia, vivono nella prosperità anche se Dio li odia. Significa che hanno vinto Dio con la conoscenza e usando la ragione. Quindi, dovremmo imparare e basare la nostra vita sulla ragione e sulla conoscenza, non sui miti». E cosa c’è di strano, vi starete chiedendo, nel post del prof. Mahmoud Jama Ahmed? Parrebbe più che legittimo, di fronte ad emergenze del genere, esortare ad attivarsi rapidamente per realizzare contromisure concrete, facendo alla scienza e alla tecnica, alla politica, al mondo della cultura. E infatti il suo post iniziò a viaggiare di bacheca in bacheca, diventando virale.

Ma a un certo punto ha avuto la sfortuna di…


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I bambini e le donne afgane sono sempre le prime vittime

Afghan women and children receive bread donations in Kabul's Old City, Afghanistan, Thursday, Sept. 16, 2021. (AP Photo/Bernat Armangue)

Il 15 agosto, quando i talebani hanno preso il controllo di tutto l’Afghanistan, i Paesi europei hanno evacuato migliaia di persone dall’aeroporto internazionale di Kabul. L’Italia è stato uno dei Paesi che hanno contribuito di più, favorendo la partenza di oltre 5mila afgani che avevano lavorato con il governo italiano e di numerose persone che erano ad alto rischio. Il governo italiano ha compiuto un atto di grande responsabilità nei confronti dei rifugiati afgani e ha prestato loro particolare attenzione. Ad esempio, ha operato procedendo molto rapidamente per l’ottenimento dello status di rifugiato che già è stato riconosciuto a molti, inoltre è stato fornito loro un alloggio e una modesta quantità di denaro come sostegno finanziario. Sebbene i rifugiati afgani siano molto felici della calorosa accoglienza che è stata loro riservata – e tra questi ci sono anch’io – ci sono ancora molti problemi da affrontare. Le case spesso non sono adeguate, soprattutto quando si ricongiungono tutti i nuclei familiari, pesa il problema del dover imparare una lingua e la difficoltà di trovare un lavoro.

Sono ancora poche le opportunità, da questo punto di vista. Iniziare un percorso totalmente nuovo senza conoscere la lingua e lo stile di vita di un altro Paese rende molti rifugiati afgani preoccupati, perché non sanno per quanto tempo l’assistenza sarà disponibile, come troveranno un’occupazione e come faranno a realizzare la loro aspirazione a potersi mantenere da soli.

Perdere 20 anni di sforzi e risultati raggiunti, attraversare un futuro incerto e dover ripartire dall’inizio ha reso depressi la…

 

* L’autrice: Maryam Barak è una giornalista afgana rifugiata in Italia, collabora con la Bbc


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Se questa signora può essere una Presidente

Nel toto-nomi per il Quirinale è spuntata da qualche giorno Letizia Moratti. A estrarla dal cilindro è stata Giorgia Meloni (anche se lei nega) sempre intenta a differenziarsi dai suoi alleati di centrodestra per provare a imporre la propria leadership. Di Letizia Moratti sappiamo già tutto dal punto di vista politico: il suo essere sindaca a Milano che le è costata una sonora sconfitta con Giuliano Pisapia nell’elezione successi, il suo essere al fianco di Berlusconi con una pessima riforma della scuola e tutto il resto. Letizia Moratti è l’assessora alla sanità che in Regione Lombardia è stata chiamata per sostituire Gallera dopo un’infinita sequela di errori.

Com’è messa la Lombardia? La Lombardia registra 12.955 nuovi positivi, record assoluto in regione dall’inizio della pandemia, con 205.847 tamponi per un tasso di positività in crescita del 6.2% (ieri 5,7%). I casi positivi degli ultimi sette giorni sono 51.456, con un incidenza di 513 per 100mila abitanti, ma i ricoverati nei reparti ordinari sono 1.408 (+56 rispetto a ieri), con una percentuale di occupazione di posti letto pari al 13,8%. Sono 162, invece (due in meno di ieri), i ricoverati in terapia intensiva, con un’occupazione dei posti letto del 10,6%. La variante Omicron è presente in circa il 40% dei nuovi casi.

Com’è messa la Lombardia? Male, malissimo, di nuovo. La risposta alla nuova (prevista) ondata è pessima: il portale dell’Ats per prenotare i tamponi da giorni non funziona bene. Su Milano si registrano code chilometriche per effettuare il tampone (quando ci si riesce) nelle farmacie, nei laboratori, nelle cliniche e nei drive trough. In giro si leggono testimonianze di prezzi folli applicati dai privati. In una nota Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano descrive la situazione: «Da oltre due settimane riceviamo continue segnalazioni di medici che denunciano il malfunzionamento del portale Ats Milano per la prenotazione dei tamponi. Questo non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche ‘colpevoli’ di fronte ai pazienti, ulteriormente aumentando il contenzioso medico-paziente, già reso artatamente incandescente da alcune dichiarazioni sconsiderate dell’Assessore al Welfare. Una situazione ingestibile, che si nota dalle lunghe file davanti alle farmacie». «Un incontro in Regione – prosegue la nota – ha messo, positivamente, una ‘pezza’ autorizzando la richiesta del tampone con semplice foglio di ricettario o semplice e-mail del medico al paziente, ma resta il rischio che le strutture non accettino questa modalità e soprattutto fuori dai punti tampone, al freddo, si stanno formando code che durano anche molte ore».

«È una situazione tragica, drammatica. La farmacia sta soffrendo – spiega Licia Travierso, titolare di una farmacia a Porta Venezia, Milano -. Ogni giorno accedono circa 300 persone, lavoriamo fino a esaurimento scorte. Spero che questa situazione possa finire quanto prima ma la vedo molto molto difficile».

Avete sentito Letizia Moratti sul punto? Avete sentito Fontana? Avete sentito Bertolaso? Forse c’è qualcosa di più urgente di giocare alla corsa (impossibile) al Quirinale. Sembra incredibile ma la Lombardia è ancora in tilt. Ancora una volta.

Buon venerdì.

Malalai Joya: Quelli che sono terrorizzati dalle donne libere e laiche

Malalai Joya visits a girls school in Farah province in Afghanistan Feb.19, 2007: Malalai Joya visits a girl's school in Farah province in Western Afghanistan

Riuscire a raggiungere Malalai Joya, una delle più importanti e indomite attiviste e politiche afgane, non è stato facile. I mesi trascorsi dopo il ritorno dei talebani al potere hanno portato l’Afghanistan nella fame e nella paura ma tante e tanti sono coloro che rischiano ogni minuto la vita e non si arrendono. La voce di questa donna è risuonata molte volte negli anni: nel 2003 venne eletta, con una campagna elettorale realizzata in clandestinità, nella Loya jirga, una “assemblea” simile al Parlamento, in cui accanto ad eletti siedono personalità importanti. Lei proveniva dalla provincia di Farah, giovanissima e determinata a scontrarsi col potere patriarcale di clan e signori della guerra. Durante il suo mandato – presidente Karzai e Paese occupato dalle forze occidentali – ha subito numerosi attentati, fino ad essere cacciata perché aveva reagito agli insulti e alle ingiurie. All’epoca venne più volte in Europa poi, col peggioramento delle condizioni in Afghanistan, la sua presenza si è diradata.

Nell’aprile del 2018 e poi l’anno successivo, la intervistammo su Left, trovandola tanto combattiva quanto pessimista per il futuro. I fatti purtroppo le hanno dato ragione e anche la fuga occidentale come il ritorno dei talebani non l’hanno troppo colta di sorpresa.
«Negli ultimi 20 anni, dall’occupazione Usa/Nato, presentata come “guerra al terrore”, non c’è stato un serio impegno nel voler sconfiggere i talebani. Gli stessi occupanti li hanno sostenuti in modi diversi, sia direttamente che indirettamente, e il denaro che hanno dichiarato di aver speso in nome della lotta al terrorismo è andato anche nelle tasche dei talebani. C’è stato il caso in cui addirittura i media in Afghanistan hanno dovuto riferire che alcune aree sotto il controllo talebano hanno ricevuto container pieni di armi e attrezzare militari con l’utilizzo di elicotteri “sconosciuti”. Non c’era nulla che potesse essere nascosto agli occhi degli Stati Uniti e delle loro agenzie di intelligence. Ed era prevedibile che sarebbe partito un nuovo progetto, attraverso il Pakistan, per distruggere il nostro Paese lasciandolo nelle mani dei talebani e della loro mentalità medievale, mediante un vergognoso accordo sostenuto dal regime fantoccio di Ashraf Ghani».

Cosa è cambiato in questi cinque mesi?
Il popolo afgano vive in una situazione disastrosa, inimmaginabile. La gente soffre di insicurezza, povertà, disoccupazione, subisce la corruzione e la privazione dell’istruzione per le ragazze. La musica è tornata ad essere proibita, i diritti umani, in particolare quelli delle donne sono violati in continuazione. È straziante vedere che per la povertà le persone stanno vendendo ogni loro cosa, persino i propri organi e i figli, per pochi soldi. Secondo il Wfp (Programma alimentare mondiale), solo il 2% degli afgani, a causa della crisi economica, ha sufficiente accesso al cibo e oltre 14 milioni di bambini avranno problemi di malnutrizione. La grande massa di persone che fuggono all’estero per chiedere asilo, principalmente giovani, è…


L’intervista prosegue su Left del 24 dicembre 2021, che resterà in edicola fino al 6 gennaio 2022

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Laiche e resistenti, Malalai Joya e le altre

La crisi umanitaria afgana è la peggiore che si sia mai vista, ammettono le Nazioni unite: «Un milione di bambini rischia di morire di fame nei prossimi mesi».
Dopo 40 anni di guerra e cinque mesi di governo talebano l’Afghanistan è al collasso sanitario, economico, politico. Povertà, fame, mancanza di servizi essenziali, violenza quotidiana contro le donne alle quali è impedito studiare e lavorare liberamente, violenze e abusi sui bambini venduti come merce, repressione di ogni dissenso e persecuzione di giornalisti e attivisti…

Gli unici ad avere mani libere sono i trafficanti di droga. Quando lo scorso 15 agosto i talebani hanno preso il potere, di fronte alla strage all’aeroporto, e alla rappresaglia in cui hanno perso la vita anche bambini e civili colpiti dal fuoco amico Usa, abbiamo detto mai più! Ma ben presto su questo martoriato Paese si sono spenti i riflettori internazionali e in questo rigido inverno la popolazione si trova ad affrontare una situazione drammatica, con disoccupazione e prezzi degli alimenti alle stelle, con quotidiane e gravi violazioni dei diritti umani, come denuncia su Left la ex parlamentare, insegnante e attivista Malalai Joya, ora costretta a vivere in clandestinità. Ne raccoglie il testimone in Italia, dove ha trovato rifugio, la giovane giornalista afgana Maryam Barak. Come raccontiamo nella storia di copertina il suo doloroso percorso ha molte affinità con quello dello scrittore Alì Ehsani, che dall’Afghanistan fu costretto a scappare nel 1997 a soli 8 anni, con il fratellino, dopo aver perso i genitori e la casa in un bombardamento. Due storie che ci dicono quanto poco la situazione sia cambiata negli ultimi vent’anni, nonostante tanta retorica sull’esportazione della democrazia.

«L’occupazione militare delle forze Nato (2001 – 2021) ha prodotto centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, a causa degli scontri a fuoco e dei bombardamenti, ma anche della fame, della mancanza di acqua e di infrastrutture», denuncia la Coalizione della società civile afgana per la laicità e la democrazia in un documento rivolto ai governi e alle istituzioni europee.

Una sciagura sono state anche la coltivazione e il commercio dell’oppio. Un ulteriore impoverimento della popolazione è stato provocato «dalla riconversione forzata delle coltivazioni, della trasformazione dei contadini proprietari in manodopera costretta a lavorare sotto minaccia», si legge nel documento della Coalizione rilanciato dal Cisda (Coordinamento italiano di sostegno alle donne afgane). «Avviata dai signori della guerra già ai tempi dell’invasione sovietica, la coltivazione di oppio ha registrato un’impennata nel corso del ventennio dell’occupazione occidentale». La responsabilità è stata del governo afgano sostenuto dagli americani e ora è dei talebani dell’Emirato islamico, «tra i narcotrafficanti più potenti al mondo».

Ma il Paese è anche profondamente segnato dalle guerre per procura. Gli Stati Uniti hanno agito sul territorio attraverso Pakistan e Arabia Saudita e, anche dopo la loro ritirata, continuano a contendersi questa area geopolitica con Cina, Iran, Russia e Pakistan. Come abbiamo scritto in altre due numeri dedicati all’Afghanistan, con gli accordi di Doha, gli Usa di Trump strinsero un patto con i fondamentalisti, finanziandoli mentre pubblicamente lanciavano la guerra al terrore. Questo doppio gioco ha di fatto bloccato l’avvio del processo democratico e dell’emancipazione femminile, denuncia Malalai Joya. Dopo il ritiro degli Usa e delle altre forze Nato la popolazione afgana si è trovata consegnata a Russia, Cina, Turchia e Iran, potenze che violano i diritti umani e disposte ad allearsi con i Talebani. Intanto dal Pakistan si fa avanti l’Isis-Khorasan che predica il jihad a livello mondiale. In tutto questo l’Unione europea non fa sentire una propria voce, se non cercando di bloccare il flusso delle migrazioni forzate dall’Afghanistan.

Che fine hanno fatto i valori di laicità, democrazia e rispetto dei diritti umani di cui l’Europa si fa vanto? Da convinti europeisti constatiamo con dolore come l’Ue stia abdicando a se stessa lasciando che migliaia di profughi siano stretti nella morsa della neve lungo la rotta balcanica e al confine fra Bielorussia e Polonia.

Schiere di politici italiani di destra si sono lanciati in una crociata in difesa degli auguri di «Buon Natale», che la Commissione europea chiedeva di sostituire con un più inclusivo «Buone feste», ma non muovono un dito per chi, in carne ed ossa, oggi si trova senza soccorsi al freddo e al gelo. Si preferisce salvare il rito, infischiandosene delle persone.
Ribellandoci a questa logica disumana e ipocrita torniamo a dare voce a chi difende i diritti umani e rivendica il “diritto di non credere” e che – come documenta il Rapporto sulla libertà di pensiero realizzato da Humanists international – ancora oggi è discriminato e oppresso in molti parti del mondo.

In Afghanistan in particolare le forze laiche e progressiste (molte guidate da donne) sono gravemente minacciate. Eppure come Malalai Joya continuano a lottare contro l’Emirato Islamico, costruendo reti di scuole clandestine per le ragazze, aiutando le donne che sono vittime di violenza, impegnandosi a sostenere l’autodeterminazione del popolo afgano, attivando reti internazionali di sostegno in Europa. «Il coraggio e la resistenza delle donne contro i misogini talebani sono una fonte di speranza per il futuro dell’Afghanistan», dice Malalai, la nostra “donna dell’anno”. Ci uniamo alla sua voce e a quella delle donne di Rawa-Revolutionary association of the women of Afghanistan. Sosteniamole.

Il ritratto di Malalai Joya qui pubblicato è stato realizzato da Fabio Magnasciutti per Left

 


L’editoriale è tratto da Left del 24 dicembre 2021, che resterà in edicola fino al 6 gennaio 2022

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I “furbetti”? Citofonare Superbonus

©Andrea D'Errico /LaPresse 13-04-2007 Roma Cronaca Emergenza sicurezza nei cantieri - nonostante le rigide normative di sicurezza e le severe sanzioni per i trasgressori, risulta sempre alta la percentuale di incidenti sul lavoro anche mortali nei cantieri edili nella foto: un cantiere nel cuore di Roma

Avviso ai cacciatori di furbetti che rovistano tra i percettori del reddito di cittadinanza dando addosso ai poveracci fingendo di preoccuparsi per i soldi pubblici. Ieri Mario Draghi (sì, sì, proprio lui) a proposito del Superbonus ha detto che è «una misura che ha dato beneficio ma anche distorsioni». La prima distorsione «è l’aumento straordinario dei componenti per le ristrutturazioni», sottolineando che «la logica del 110 per cento non rende più la contrattazione di un prezzo rilevante». Inoltre, ha aggiunto, «ha incentivato le frodi: e l’Agenzia delle entrate ha bloccato 4 miliardi di crediti che erano stati dati come cedibili».

Avete letto bene: 4 miliardi di euro.

Intanto il ministro Orlando riferendo alla Camera sui morti sul lavoro ci ha fatto sapere che il Superbonus «rappresenta sicuramente uno strumento positivo per il rilancio dell’economia, ha però come corollario il rischio di un aumento degli incidenti». Per questo, secondo Orlando,  «diventa necessario prevedere che l’accesso ai  benefici del Superbonus non sia applicabile per i lavori edili effettuati da aziende che non rispettino pienamente il contratto collettivo dell’edilizia e applichino contratti pirata».

Intanto il Superbonus è stato prorogato così com’è: prime case, seconde case, abitazioni unifamiliari o condomini, senza alcun tetto di reddito equivalente (Isee) potranno accedere alla detrazione al 110 per cento e ottenere uno sgravio di imposta superiore ai costi sostenuti, solo per lo sforzo di ristrutturarsi di casa. Per il 2022 serve solo dimostrare di aver ultimato il 30 per cento dei lavori entro il 30 giugno. Per gli interventi sotto i 10 mila euro non si applicherà il decreto anti frode, voluto dopo le segnalazioni dell’Agenzia delle entrate sull’ammontare elevato dell’elusione attorno al bonus.

A chi fa comodo il bonus? A banche, imprese edili. Come tutti i bonus è iniquo. Però “muove” l’economia, dicono. Mica come i poveracci.

Buon giovedì.

Se ci è concesso criticare

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-12-2021 Roma, Italia Politica Senato - comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista Consiglio europeo 16-17 dicembre Nella foto: il Presidente del Consiglio Mario Draghi durante le comunicazioni al Senato Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 15-12-2021 Politics Senate - communications from the President of the Council ahead of the European Council 16-17 December In the photo: Prime Minister Mario Draghi during his communications to the Senate

Gli scherani non hanno ancora finito di esultare. Hanno appreso 5 giorni fa la notizia che l’Economist premia l’Italia come Paese dell’anno 2021 e si sono dimenticati di osservare che l’Economist  sia degli Agnelli. La situazione l’ha descritta benissimo il direttore di Radio Popolare Alessandro Gilioli sul suo profilo Facebook: «Vedo che il giornale torinese degli Agnelli-Elkann e il giornale romano degli Agnelli-Elkann aprono grondando entusiasmo per l’entusiasmo verso il governo del giornale londinese degli Agnelli-Elkann. Se la cantano e se la suonano, tutto in famiglia. Peraltro una gran bella famiglia, in cui il nonno prima di morire ha trafugato un miliardo di euro all’estero nascondendolo al fisco ma anche alla figlia, che quando l’ha scoperto ha fatto causa al nipote accusandolo di essersi preso tutto il malloppo, che poi il nipote è suo figlio, quello che in questi giorni sta pensando a come licenziare il cugino, quello tonto che ha fatto i buffi col pallone – e buon Natale a tutti quanti».

Circa un anno fa, nell’autunno del 2020, il numero di nuovi casi e di ricoverati in terapia intensiva era più o meno come quelli di oggi. A quel tempo il governo (non c’era il taumaturgo Draghi) decise alle 18 l’orario di chiusura di bar e ristoranti e al 75% la percentuale di didattica a distanza per scuole medie e superiori. Oggi il governo dei migliori ha poco margine di manovra: dopo avere rinforzato il green pass si può ridurre la sua durata per spingere alla terza dose (come probabilmente avverrà) e poco altro.

Ma se ci è concesso criticare vale la pena sottolineare che Draghi ha deciso di decidere alla prossima cabina di regia del 23 dicembre. Curiosamente giusto in tempo per dare spazio agli acquisti natalizi ma questo potrebbe essere solo un nostro sospetto troppo perfido. Ma nonostante molta stampa non se ne sia accorta noi siamo già in ritardo, il 23 dicembre. Scoprire la velocità con cui Omicron si sta diffondendo è un elemento che sarebbe stato utile forse un mese fa e forse sarebbe stato il caso non aspettare 2 mesi (il tempo trascorso tra le indagini del 28 settembre e del 6 dicembre) per muoversi. A proposito: il sequenziamento del virus avrebbe dovuto essere una priorità. Priorità fallita.

Se ci è concesso criticare varrebbe la pena sottolineare anche che se la durata del green pass verrà ridotta a 6 mesi serviranno 15 milioni di dosi subito nel 2022 perché scadranno 15 milioni di certificati. Oggi nei magazzini ce ne sono 5 milioni, Pfizer dovrebbe consegnarne 10 milioni di dosi. Nel frattempo il governo punta a costringere alla vaccinazione i 6 milioni a cui manca ancora la prima dose. I conti non tornano, per dire.

Se ci è concesso criticare, la soluzione di rendere obbligatorie le mascherine all’aperto serve a poco o niente. Servirebbe un tracciamento serio (che è già saltato, come sempre), servirebbe avere fatto qualcosa per trasporti e sanità (su cui tra l’altro grida vendetta l’esiguo cumulo di soldi destinati nel Pnrr), servirebbe aver fatto qualcosa per la ventilazione nelle scuole. I liberali che l’anno scorso starnazzavano oggi dicono che il virus è imprevedibile e non si possa fare meglio. Possiamo essere d’accordo, certo, ma se ci è concesso criticare osserviamo quindi la cretineria dei lamenti e i piagnistei dello scorso anno, a meno che il virus sia “imprevedibile” solo con Draghi.

A proposito, se ci è concesso criticare si potrebbe ricordare che molta gente, molto stimata, molti mesi fa aveva annunciato che vaccinando solo i ricchi e non tutte le persone del mondo sarebbe successo quello che è successo. La variante Omicron non è figlia dei Paesi poveri ma è figlia della miopia e dell’egoismo dei ricchi.

Se ci è concesso criticare notiamo come ancora una volta si stia pensando di punire la cultura con soluzioni che appaiono di poco senso: un tampone per stare in teatro (dove è facilissimo mantenere le distanze e dove si sta seduti tutto il tempo con una mascherina) mentre non servono tamponi per sedersi in un bar e un ristorante (dove, per forza, ci si abbassa la mascherina) è indicativo.

Insomma, la pandemia è imprevedibile ma il paraculismo è prevedibilissimo.

Buon mercoledì.