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Non ci può essere Maturità senza scrittura

Foto LaPresse/Claudio Furlan 19 Giugno 2019, Milano - ItaliaCronaca Esami di maturità 2019, gli studenti affrontano la prima prova al Liceo Linguistico Manzoni a Milano di via DeleddaNella foto: gli studentiPhoto LaPresse/Claudio Furlan19 June 2019, Milan - ItalyHigh school exams 2019NewsIn the picture: students

In un’epoca in cui la scrittura è diventata un’attività di massa, e perciò di grande rilevanza sociale, sembra abbastanza paradossale il dibattito, nato negli ultimi mesi, sulla eventuale eliminazione delle prove scritte all’esame di Stato del 2022 (al centro del numero di Left del 5 novembre ndr).
È un fatto che un’ordinanza del ministro dell’Istruzione preveda che il 22 giugno 2022 gli studenti italiani in procinto di diplomarsi affrontino la prima prova scritta di italiano, a condizione, naturalmente, che lo stato di emergenza causato dalla pandemia lo consenta. Proprio l’incertezza della situazione e l’abolizione delle prove scritte nelle sessioni di esame 2020 e 2021 ha però aperto la discussione sull’opportunità di cancellare definitivamente la scrittura dalle prove finali del nostro ciclo di istruzione, limitandola alla presentazione di una “tesina” elaborata dagli studenti (con quanta autonomia è difficile valutare) e affidando un essenziale rito di passaggio del nostro sistema sociale quasi esclusivamente a un colloquio interdisciplinare.

Certo è che la prova di scrittura per eccellenza della nostra scuola – lo scritto di italiano alla maturità – produce da tempo «varie e contraddittorie speculazioni» ed è percepita come una «prova controversa», anche perché apre orizzonti conflittuali sulla stessa didattica della scrittura, come scrivono Luca Serianni e Giuseppe Benedetti in Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti, (Carocci). Con il nuovo esame di Stato, introdotto nel 1999, la prova di italiano è stata ampiamente rinnovata. Sono state introdotte, accanto a quella classica, nuove tipologie testuali più calibrate su forme di scrittura funzionale come l’articolo di giornale o il saggio breve. La prova è stata ulteriormente modificata dal decreto legislativo 62/2017, in base alle indicazioni della commissione di esperti presieduta da Luca Serianni, che ha puntato sulle capacità di argomentare un discorso critico da parte degli studenti a partire da un testo di riferimento. Un’impostazione molto discussa perché aveva eliminato il tema di argomento storico, includendolo nella tipologia del testo argomentativo (nel 2019, ultimo scritto di italiano prima della pandemia, fu proposto un testo di Corrado Stajano sull’eredità storica del Novecento). Ma, al di là delle critiche ricevute per la svalutazione della storia, non c’è dubbio che anche quest’ultima versione dell’esame valorizza l’insegnamento della scrittura a scuola. La capacità di…


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A proposito di Boric (e di noi)

A 35 anni qui in Italia, se ti capita di fare politica, sei considerato il “delfino di” oppure sei considerato una “promessa”. Accade nella politica e nel lavoro. A 35 anni hai abbastanza forze per faticare ma hai faticato troppo poco per dirigere, secondo il mantra di quelli che non vogliono mollare il posto di comando fino all’ultimo secondo. A 35 anni sei una promessa e ti concedono perfino il lusso di atteggiarti da buonista, da ecologista, da femminista: ti concedono di parlare di diritti perché i diritti e il futuro, qui da noi, sono come la delega dell’assessorato alla Cultura, una roba che si dà ai giovani volenterosi come premio per trastullarsi.

A 35 anni Gabriel Boric è diventato presidente del Cile. E non si è smussato, per niente, rispetto ai tempi in cui era un leader studentesco. Certo ha studiato molto, certo ha affinato il suo modo di fare politica ma i temi sono sempre gli stessi. Ha sconfitto al ballottaggio Jose Antonio Kast, uno fiero di essere di estrema destra che poi, come quasi tutti quelli della sua risma, ha finto di fare il moderato quando gli è venuta la paura di perdere. Uno di quelli che ingrossano il proprio bacino di voti sparandole sempre più grosse che poi si traveste da statista per risultare credibile. Ogni riferimento a robe di casa nostra non è per niente casuale.

Pochi minuti dopo la vittoria Boric è salito su un palco improvvisato sull’Alameda, ha toccato tutti temi a lui cari: i bambini, le donne, l’orario di lavoro, le pensioni, la salute e la educazione pubbliche, l’ambiente, l’acqua, i diritti umani e ovviamente la difesa del lavoro della Assemblea costituente. Ma ha parlato da “presidente di tutti”, considerando un’opportunità più che un limite l’equilibrio di forze nel nuovo Parlamento, promettendo che farà un governo aperto.

Certo c’è finalmente lo scrollarsi di dosso Pinochet ma un 35enne che vince così largamente (con la vittoria più ampia nella storia del Cile) rende perfettamente l’idea di quanto sarebbe impossibile qui che un leader così giovane diventi leader, sia candidato e abbia gli strumenti per potersela giocare fino in fondo. Ora, vedrete, la tratteranno come una notizia isolata, anche un po’ esotica. A proposito: il suo avversario Kast si è congratulato con Boric per il suo «grande trionfo», aggiungendo che «da oggi è il presidente eletto del Cile e merita tutto il nostro rispetto e la collaborazione costruttiva».

Non serve nemmeno aggiungere altro.

Buon martedì.

Rider, e quindi l’Italia rimarrà a guardare?

Foto LaPresse - Andrea Panegrossi 20/06/2018- Roma, Italia Rider per la consegna di cibo a domicilio Nella Foto Rider davanti al colosseo

E noi come stronzi rimanemmo a guardare è il titolo del nuovo film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, incentrato sui temi della dittatura algoritmica e dedicato ai rider, la categoria sottoposta più di tutte a questo ambiguo potere. Ma questo titolo non è solo fantasia, è la triste realtà che si prospetta se non si agisce al più presto per arginare lo strapotere degli algoritmi e delle piattaforme private che ne fanno uso indiscriminatamente per creare dal nulla i loro grandi profitti. Basti pensare al successo dei social network come Facebook o Instagram, fondati appunto sugli algoritmi, che nel tempo non hanno solo incrementato i loro utenti e quindi i loro guadagni derivati dall’acquisizione dei dati personali, ma sono presenti nella nostra vita al punto di condizionarla in maniera potenzialmente totalitaria – aspettando il metaverso.

Ora qualcosa per i rider italiani potrebbe cambiare. Come abbiamo letto nelle pagine precedenti la Commissione europea ha proposto una serie di misure per migliorare le condizioni lavorative dei dipendenti delle piattaforme digitali, a partire dalla possibilità di essere assunti come dipendenti. Tra le novità che verrebbero introdotte con le nuove norme c’è anche la protezione dei lavoratori per quanto riguarda l’uso della gestione algoritmica – ossia di quei sistemi automatizzati che affiancano o sostituiscono la presenza umana sul luogo di lavoro – garantendo il monitoraggio umano del rispetto delle condizioni occupazionali e conferendo il diritto di contestare le decisioni dell’algoritmo.

In questo senso la proposta è una potenziale svolta anche per l’Italia. Ma c’è un ma. Potrebbero passare alcuni anni prima che in Italia la legge venga implementata: dopo la discussione al Parlamento europeo e l’approvazione del Consiglio europeo, ogni Stato membro avrà due anni di tempo per approvare una legge conforme. Un arco di tempo potenzialmente ampio. In Italia, come un po’ ovunque, c’è il bisogno urgente di attuare leggi che possano arginare lo strapotere contrattuale delle mega-aziende come per esempio quelle dominanti nell’ambito del food-delivery: Glovo e Deliveroo, solo per citare le più famose. E forse questa è la volta buona.
Non a caso dalle piattaforme pare sia già partita un’intensa attività di…


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Rider, basta contratti da fame

Cyclists working for the food delivery services Deliveroo and Glovo ride their bikes in Madrid on March 27, 2020 amid a national lockdown to fight the spread of the COVID-19 coronavirus. - The death toll in Spain soared over 4,800 after 769 people died in 24 hours, in what was a record one-day figure for fatalities in the country. (Photo by Gabriel BOUYS / AFP) (Photo by GABRIEL BOUYS/AFP via Getty Images)

Innovare con equità, finalmente l’Europa ci chiede qualcosa di buono.
La Commissione europea decide infatti di controbilanciare la svalutazione dei rapporti di lavoro, uno degli aspetti ingiusti della tanto acclamata digitalizzazione, e prepara una proposta di direttiva che stabilisce i criteri di base sia per regolare le condizioni di lavoro legate alle piattaforme digitali sia per fornire ai 27 Stati membri un quadro di riferimento univoco per l’Unione che chiarisce cosa sia un contratto commerciale e cosa debba essere considerato un rapporto di lavoro.

Si tratta di un primo step: dalla redazione di una proposta all’entrata in vigore di una direttiva passano sempre diversi mesi. Fatto sta che l’esecutivo europeo che da un lato si è “arreso” di fronte al successo delle piattaforme digitali come nuovo modello di business, dall’altro lancia un segnale importante che risponde alla necessità di rafforzare i diritti sociali e lavorativi di chi fa parte della cosiddetta gig economy. E lo fa affrontando proprio la questione più controversa, quella che ha già causato più scontri nei tribunali: chi lavora per le piattaforme digitali è un dipendente o un lavoratore autonomo?

Sciogliere questo nodo sarebbe un passo avanti verso l’umanizzazione di quei tanti rapporti di lavoro veicolati da startup e algoritmi che più sfruttano e più guadagnano. Rider che sfrecciano, freelance che disegnano siti web, fanno traduzioni, compilano sondaggi online o operazioni di data entry, oggi costretti ad accettare condizioni di lavoro indecenti, potrebbero diventare dipendenti a tutti gli effetti con conseguenti diritti e tutele garantiti. Avrebbero salario minimo, contrattazioni collettive, norme sull’orario di lavoro, protezione sanitaria, ferie e assenze per malattia remunerate, congedo parentale, protezione dagli incidenti sul lavoro, sussidi di disoccupazione e pensione di anzianità.

La direttiva stabilisce cinque criteri per definire se un lavoratore autonomo che svolge servizi per una di queste piattaforme debba essere riclassificato come dipendente. Il primo criterio è il livello di remunerazione e l’esistenza o meno di limiti; poi il controllo sull’esecuzione del lavoro con mezzi elettronici; la possibile restrizione della libertà di scelta dell’orario di lavoro o dei periodi di assenza, di dire no ad alcune mansioni e di usare sostituti o subappaltatori; la determinazione di specifiche regole vincolanti in ordine all’aspetto, alla condotta nei confronti del destinatario del servizio o all’esecuzione dell’opera; infine la…


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Una Repubblica fondata sulla strage

Filippo Falotico aveva 20 anni. Viveva con la famiglia. Amava le gru. Appena aveva potuto, aveva cominciato a lavorare nell’azienda del padre che noleggia gru come montatore. Operaio specializzato. Marco Pozzetti era di Carugate in provincia di Milano. Aveva 54 anni. E poi c’era Roberto Peretto, di Cassano d’Adda (Milano), 52 anni. Tutti e tre sono morti sul colpo da una gru crollata a Torino per cause ancora da accertare che è collassata ribaltandosi in strada. Quasi miracolati due passanti: un uomo di 33 anni estratto vivo dalle lamiere della sua auto travolta da alcuni pezzi della gru, e una donna di 61 anni colpita da un calcinaccio. Le urla per strada dei passanti sono un inferno.

L’emergenza nazionale sono le morti sul lavoro di un sistema che va cambiato, che tutti dicono di cambiare e che non cambia mai. Ogni volta che qualcuno propone interventi di legge uno stuolo di imprenditori (e i loro camerieri in Parlamento) ci dicono che la sicurezza rallenta la loro dea Produttività. Ogni volta siamo qui, sempre, il giorno dopo a piangere. Passano gli anni e siamo sempre qui a discutere dei subappalti selvaggi, dei controlli che mancano, della “patente a punti” per la sicurezza delle imprese che Confindustria e compagnia bella ritengono “discriminatoria”. Tutti che parlano dei no vax e nessuno che si prende la briga di occuparsi dei no lex che stanno sui cantieri (mentre il doping dei cantieri li sta moltiplicando in tutta Italia).

Si parla della gru di Torino ma 3 giorni fa è  morto un operaio edile di 59 anni a Ischia, mentre lavorava in un cantiere di Forio; sulla statale Appia all’altezza di Massafra è morto un uomo di 51 anni mentre spostava una gru da un camion, Pierino Oronzo di 55 anni è morto ustionato nel Salernitano mentre stava effettuando lavori di posa di una guaina su un immobile, Adriano Balloi, 60 anni, di Tortolì, è rimasto incastrato sotto un escavatore.

«Abbiamo iniziato una vigilanza da qualche mese da cui risulta che oltre 9 imprese edili su 10 non sono regolari». Il dato è annunciato dal direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), Bruno Giordano, intervistato dal Tg3 sulla sicurezza nei cantieri e le morti sul lavoro.

Bisognerebbe pubblicare anche le loro buste paga sui giornali, insieme alle foto. Bisognerebbe scrivere a caratteri cubitali anche i loro stipendi. Sempre che una busta paga ce l’abbiano davvero, poiché due di queste sei vittime lavoravano in nero.

Chissà se vedendo i loro stipendi quelli che contestano i lavoratori scesi in piazza o quelli che continuano a raccontarci che in Italia la gente si lamenta perché non ha voglia di lavorare non si vergognerebbero almeno un po’ di essere i mefitici cantori di una Repubblica fondata sulla strage.

Siamo a più di mille morti, quest’anno. La ripresa, qui da noi, la vedi nell’impennata delle vittime collaterali.

Buon lunedì.

Nella foto: Roberto Peretto, Marco Pozzetti e Filippo Falotico

Lena Merhej: «Racconto Beirut e le sue mille culture»

Un disegno è certamente fermo, forse colorato. Immaginate invece di seguire il processo creativo in movimento, dalla prima linea all’ultimo punto di colore. È proprio quello che è accaduto il 4 dicembre, uno spettacolo unico di live drawing guidato dalla mano di Lena Merhej, abilmente accompagnata dalla musica di Afif Ben Fekih. Non si erano mai incontrati prima, ma in perfetta armonia hanno dato vita a una trascinante esplosione di colori e note all’interno di Kif Kif, uno spazio multiculturale del quartiere Pigneto di Roma. L’evento ha segnato l’ultima tappa del tour del graphic novel edito da Mesogea Marmellata con laban (come mia madre è diventata libanese), che ha portato l’autrice Lena Merhej, insieme alla traduttrice Enrica Battista, in giro per l’Italia: Napoli, Palermo, Rovereto, Bologna, Pisa e infine Roma. «Penso che incontrare tutte queste persone, discutere con loro della storia (del libro) e rispondere alle domande sulla scrittura e su cosa significhi essere una scrittrice mi ha davvero fatto riflettere. Per quanto riguarda le risposte, ci sto ancora lavorando, ma penso che qualcosa stia cambiando ed è bello!», racconta l’autrice a Left dopo l’incontro romano.

Lena Merhej, classe 1977, è una illustratrice e fumettista libanese che attualmente vive a Marsiglia. Nasce come grafica, poi si interessa all’illustrazione per l’infanzia, quindi alla scrittura di storie e infine al fumetto. Ha sempre letto fumetti in francese e, a un certo punto, è nato in lei il desiderio di iniziare a scrivere, anche se in un primo momento è stato difficile proporsi, essendo sempre stata solamente un’illustratrice.
Ha elaborato il suo primo graphic novel nel 2006, durante la guerra con Israele; la storia è nata da una reale esigenza e urgenza di scrivere e ha intitolato l’opera Credo che saremo tranquilli alla prossima guerra. Nel 2007, insieme ad altri artisti, ha fondato in Libano una rivista di fumetti per adulti, Samandal, che sarà pioniera nel mondo arabo diffondendo una scena di fumetto underground indipendente. Nel 2011 pubblica il graphic novel Marmellata con laban, nel quale racconta di sua madre, tedesca, arrivata in Libano negli anni della guerra civile. Il libro è approdato in Europa nel 2018, tradotto prima in francese, poi in spagnolo e, esattamente dopo dieci anni, è arrivata la prima pubblicazione italiana a cura di Maria Rosaria Greco. La traduttrice dall’arabo Enrica Battista racconta di aver conosciuto Lena come illustratrice di libri per bambini e ragazzi, a Beirut, e di aver così iniziato a seguire la sua produzione fino alla svolta fumettistica.
Una ricca carriera quella di Lena Merhej, alla quale chiediamo come sia cambiato oggi il suo rapporto con il libro da quando è uscito in Libano: «Al tempo desideravo terminare qualcosa che…


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Vladan Radovic: Dipingere con la luce

Vladan Radovic è oggi uno dei più influenti e innovativi autori della fotografia del cinema italiano. Il volume Arcobaleni grigi e nuovi colori, conversazione con Vladan Radovic, curato da Ludovico Cantisani per Artdigiland edizioni, ne ripercorre la carriera dagli insegnamenti del leggendario Peppino Rotunno, al Centro sperimentale di cinematografia, fino alla recentissima serie Romulus, passando per i sodalizi con Francesco Munzi, Laura Bispuri e Matteo Rovere, gli incontri con Paolo Virzì, Gianni Zanasi, Salvatore Mereu, Ruggero Dipaola, Saverio Costanzo, l’avventura nella commedia con Sydney Sibilia. Fino al Traditore di Marco Bellocchio, che Vladan ha accompagnato a Cannes nel 2019. Aspetti tecnici ed estetici della fotografia, vengono approfonditi in un vero e proprio “state of the art” del cinema italiano contemporaneo. Il libro, realizzato con il sostegno di Arri e D-Vision Movie People, sarà presentato domenica 19 dicembre alle ore 18 alla Casa del Cinema, a Roma

Radovic, come è nata l’idea di questo libro?
Ho sempre scoperto tante cose del mio lavoro attraverso i critici cinematografici. Succedeva spesso durante i festival. Il giorno dopo la proiezione con molta curiosità andavo a leggere come la critica avesse giudicato il film e quando trovavo osservazioni sulla fotografia mi rendevo conto della lettura e della potenza che poteva avere un’immagine. Quando Ludovico Cantisani, giovane critico cinematografico, mi ha proposto insieme a Silvia Tarquini, l’editrice, di fare questo libro intervista ho accettato perché sapevo che avrei scoperto le cose nuove sul mio lavoro.

Che cosa non sapeva di aver realizzato?
Io normalmente faccio la trasposizione dalle parole alle atmosfere visive ma in questo caso dovevo fare il processo inverso; descrivere il mio lavoro a parole, senza l’ausilio di luce. Mi ha fatto scoprire molte cose del mio lavoro. Le immagini che creo durante le riprese del film non sono belle se sono troppo ragionate, cerco di affidarmi all’istinto a qualcosa di non concreto e questo tipo di processo creativo mi dà dei risultati originali. Spesso questi risultati, come dicevo prima, vengono riscoperti dai critici e solo in quel momento ho un’idea chiara di…

Nella foto di Francesca Fago: Romulus Caravaggio


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Elda Alvigini debutta con “InutilmenteSfiga”

SAMSUNG CSC

InutilmenteSfiga è il nuovo spettacolo con cui l’attrice, autrice e regista Elda Alvigini torna in scena, il 19 dicembre a Roma, one night in Largo Venue (con la produzione del Teatro le Maschere dove approderà tra il 10 e il 13 marzo 2022).

InutilmenteSfiga è diverso dai suoi precedenti spettacoli. Può spiegarci come è nato?
InutilmenteSfiga nasce nell’estate 2015, grazie a diverse persone che mi hanno spinto ad uscire dalla “zona di comfort” chiedendomi, non solo di scrivere, ma di mettermi alla prova come attrice con la stand-up comedy. In particolare, è stata la collega Cristiana Vaccaro a darmi il la, coinvolgendomi in una manifestazione estiva di teatro. Certo, coltivo da anni la passione per la scrittura e ho sempre contribuito alla stesura dei miei spettacoli, però quell’invito ha rappresentato l’occasione per “fare di più” come autrice e come attrice. Rispetto al teatro tradizionale, nella stand-up comedy l’attore è solo di fronte al pubblico, senza la mediazione – protezione degli apparati scenici.

Cosa ha significato per lei scrivere lo spettacolo interamente da sola?
La scrittura ha assunto un valore catartico. Mi è servita per esorcizzare una serie di vicende negative. Mettendole nero su bianco, le ho elaborate, osservate da un altro punto di vista, insomma, ho fatto una separazione. Penso che la comicità autentica consista in un ribaltamento della prospettiva che deriva da un profondo lavoro interiore, un processo di trasformazione e crescita personale. La capacità di cambiare punto di vista, per me, è correlata alla capacità di reagire, indispensabile in una realtà che ci mette continuamente alla prova. Una qualità costitutiva dell’essere umano ma comunque diversa in ogni persona, a seconda della propria immagine interna, della visione del mondo, delle priorità che ci si pone. Inoltre, affrontare degli eventi gravi, difficili, è sicuramente complesso ma, nello stesso tempo, può diventare un’opportunità per crescere, superare i propri limiti e, magari, scoprirsi migliori di quello che si pensava. Alla luce di queste considerazioni posso dire che la risata del pubblico per me è una vittoria, la conferma che il mio messaggio è arrivato al cuore e che il ribaltamento che ho attuato è stato efficace e benefico anche per altri.

Come ha reagito Elda Alvigini alla pausa forzata a causa del Covid?
La reazione principale è stata quella di…


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Le radici arabe della scienza europea

Polylobed arches are finely engraved with quranic golden inscriptions

Molti lo hanno definito il “rinascimento islamico” e considerano la scienza prodotta nel corso dei primi secoli dell’Islam come una ripartenza – un rinascimento, appunto – della scienza mediterranea fiorita in epoca ellenistica. Alcuni nomi – al-Khwārizmī, il grande matematico; al-Kindī, il grande fisico; al-Farghani e soprattutto al-Battānī, i grandi astronomi; ibn Sīnā, noto in Occidente come Avicenna, è un grande alchimista; i grandi medici, come al-Bīrūnī – sono degni di figurare nei manuali di storia della scienza accanto agli Euclide e Archimede o Galileo e Newton.
Già, perché la definizione di “rinascimento islamico” della scienza è certo intrigante, ma coglie solo una parte della realtà. L’Islam, infatti, non si limita a prendere il testimone della scienza lasciato cadere dai Greci e, soprattutto, dai Romani. Ma mostra una sua propria “creatività scientifica”. Il “rinascimento islamico” ha infatti molti caratteri originali, che vengono alla luce per la prima volta in un mondo tanto variegato che spesso, esteso com’è dalla penisola iberica all’Indo e al Gange, ha in comune solo la lingua araba. Inoltre questi caratteri originali si fondano e si fondono sia su e con elementi della scienza ellenistica sia su e con elementi della scienza prodotta in altre regioni del mondo. In Cina, in India e, soprattutto, in Persia.
Più che di un rinascimento, dunque, quella realizzata dai matematici, dagli astronomi, dai chimici, dai medici dell’Islam è una vera e propria rivoluzione. Un ramo importante di quel ricco cespuglio di rivoluzioni – mai del tutto indipendente, ma mai del tutto linearmente conseguenti – che caratterizzano la storia della scienza…
Gli Arabi non combattono, ma accettano le altre religioni presenti nei vasti territori occupati. Tollerano, in particolare, le religioni monoteistiche, quella ebraica e quella cristiana. Certo, nel nuovo impero molte sono le conversioni all’Islam. Ma nessuna o quasi è forzata: «Non deve esserci costrizione nella religione», sostiene il dogma musulmano. Analoga tolleranza – anzi, un’autentica generosità -i conquistatori esprimono in ambito culturale. L’Islam non impone alcun che a chi musulmano non è. E sebbene le classi dominanti arabe siano militari e si arricchiscano con i bottini di guerra, nel corso dell’espansione non si verifica alcuna operazione sistematica di distruzione. La tolleranza consente il contagio culturale. E, in definitiva, la nascita di una nuova cultura – la cultura islamica – che assume in sé i saperi e le visioni del mondo dei popoli conquistati, ma non è la semplice somma di quelle culture.
La lingua araba, la lingua del Corano, è il…


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Stare bene a scuola, oltre la pandemia

TURIN, ITALY - SEPTEMBER 13: Young people wear protective masks inside a school classroom with separate desks for social distancing measures to prevent COVID 19 inside on September 13, 2021 in Turin, Italy. An estimated four million students return to school in Italy as classes reopen. The vaccine certificate, called green pass in Italy, is compulsory for teachers and for anyone accessing schools, parents included. 93% of school staff are vaccinated and two-thirds of young people between 12 and 19 have received their first dose. The gradual re-opening will see all educational institutions reopen by the 20th of September. (Photo by Stefano Guidi/Getty Images)

Come prevedibile, il rientro a scuola in presenza è stato difficile. Con l’avvicinarsi dell’anno scolastico, al di là dell’aspetto organizzativo, si era già creata un’atmosfera di preoccupazione per il vissuto psicologico dei giovani. Il quadro che si presentava vedeva il ministero impegnato nel potenziamento degli sportelli di ascolto, i genitori allarmati, gli insegnanti in difficoltà e i dirigenti in bilico nello scontro sempre più frequente fra famiglia e scuola: offrire ascolto ai genitori o sostenere i docenti? Ma è responsabilità del Covid e della didattica a distanza? O per comprendere la situazione occorre pensare che le criticità di oggi vengono da lontano?

La sintomatologia ansiosa a scuola è significativamente cresciuta e nostro compito è cercare di individuare precocemente i casi, saper offrire risposte e ridurre al minimo le conseguenze. Tuttavia, senza negare la realtà, è bene non credere al messaggio negativo totalizzante che ci circonda. Intanto, non tutti i ragazzi hanno vissuti emotivi che destano preoccupazione: accanto a chi appare più sofferente ed ha bisogno di aiuto, vi è, secondo le ricerche che hanno indagato dalla prima alla terza ondata, una buona parte di giovani che ha saputo e sa reagire bene. Una percentuale di studenti che appare svogliata e demotivata può, infatti, anche essere espressione di un rapporto esatto con la realtà. Sarebbe forse dissonante e incongruo vederla spensierata.

Vi sono poi giovani che, francamente sofferenti, destano maggiore preoccupazione. Ma anche in questo caso le cause hanno radici profonde. La Società italiana di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza ha da poco concluso un congresso dal quale è emerso non solo il dato attuale, ossia che nei primi 9 mesi del 2021 i ricoveri hanno superato quelli di tutto il 2019; ma anche il quadro pregresso, ossia che negli ultimi dieci anni sono raddoppiati i casi di ragazzi seguiti in neuropsichiatria. Non è tanto l’attualità che va allora letta con sguardo clinico, quanto una tendenza. Non un aspetto puntiforme da impatto Covid, quanto piuttosto un andamento in crescita del malessere. La pandemia di per sé non fa disturbo psichico: il Covid è il terremoto che fa crollare la casa pericolante quando vi siano vulnerabilità associate e la Dad ha aperto il vaso di Pandora della scuola.
In ambito scolastico sarebbe opportuno lavorare su due piani: da una parte mantenere un atteggiamento positivo e valorizzare i…


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