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Il caso Assange e la parodia della giustizia

A view of a banner Julian Assange supporters fixed to a railing, outside the High Court in London, Friday, Dec. 10, 2021. Britain’s High Court is set to rule on whether to overturn an earlier decision and allow WikiLeaks founder Julian Assange to be sent to the United States to face espionage charges. A lower court judge earlier this year refused an American request to extradite Assange to the U.S. to face spying charges over WikiLeaks’ publication of secret military documents a decade ago. (AP Photo/Frank Augstein)

Il 10 dicembre 2021, Giornata internazionale dei diritti umani, l’Alta corte del Regno Unito ha accolto l’appello degli Stati Uniti contro la decisione di non estradare Julian Assange, rimandando dunque l’esame a una corte di grado inferiore.

A ricorrere all’Alta Corte era stato il team legale statunitense, che si opponeva al divieto di estradizione fondato sul possibile pericolo di suicidio di Assange nelle carceri degli Usa. I giudici britannici hanno accolto le rassicurazioni sul trattamento in carcere di Assange, una volta che fosse estradato negli Usa.

Siamo di fronte a una vera e propria parodia della giustizia. L’Alta corte britannica ha scelto di accettare le presunte rassicurazioni degli Usa secondo le quali Assange non sarebbe posto in isolamento all’interno di una prigione di massima sicurezza. Il fatto che gli Usa si siano riservati il diritto di cambiare idea in qualunque momento significa che tali rassicurazioni valgono meno del pezzo di carta su cui sono state scritte.

Se estradato negli Usa, Assange potrebbe affrontare 18 capi d’accusa: 17 ai sensi della Legge sullo spionaggio – e si tratterebbe del primo soggetto editoriale incriminato in tale modo – e uno ai sensi della legge sulle frodi e gli abusi informatici. A prescindere dalle rassicurazioni di cui sopra, rischierebbe di subire gravi violazioni dei diritti umani tra cui condizioni detentive, come l’isolamento prolungato, che potrebbero equivalere a maltrattamento o tortura.

La richiesta di estradizione da parte degli Usa si basa, come noto, su accuse riferite direttamente alla pubblicazione di informazioni riservate da parte di Assange nell’ambito del suo lavoro con Wikileaks: oltre 251mila documenti diplomatici statunitensi, molti dei quali etichettati come “confidenziali” o “segreti” e relativi a crimini di diritto internazionale commessi dalle forze Usa in teatri di guerra. Su tali crimini, per inciso, non…

*L’autore: Riccardo Noury è portavoce Amnesty International Italia 

 


L’articolo prosegue su Left del 17-23 dicembre 2021

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Emissioni di guerra

An oil platform in Israel's offshore Leviathan gas field is seen from on board the Israeli Navy Ship Atzmaut as a submarine patrols, in the Mediterranean Sea, Wednesday, Sept. 1, 2021. One of the navy’s most important responsibilities is protecting Israel’s natural gas platforms in the Mediterranean Sea, which now provide some 75% of the country’s electricity. (AP Photo/Ariel Schalit)

«In questo nuovo mondo, di fronte a questa sua atipica ma quotidiana conflittualità, ambiguo ed insidioso connubio tra pace e guerra, l’Italia ha il diritto ed il dovere di far sentire la sua costante presenza, di intervenire per portare un contributo originale di valori e di opere alla costruzione del proprio benessere e di quello di tutti gli altri popoli».
Questa frase campeggia nel sito del ministero della Difesa italiano nella sezione “Missioni di pace nel mondo, Ieri e Oggi”. È la retorica del peacekeeping. Oramai è una costante di ogni intervento militare, soprattutto per i Paesi europei, dove la società civile è sempre meno incline ad accettare l’utilizzo e il sacrificio dei propri soldati in contesti di crisi lontani. Ma se oramai l’abuso di questa formula e l’evidente ipocrisia del mondo occidentale hanno reso questa scusa sempre più debole agli occhi dell’opinione pubblica, un recente rapporto pubblicato da Greenpeace (The sirens of oil and gas in the age of climate crisis) ha strappato gli ultimi residui di quel velo di Maya che copre l’interventismo militare dei Paesi più industrializzati. Interventismo, per inciso, sempre a danno di regioni del pianeta ricche di risorse, idrocarburi in primis.

Questo ovviamente vale sia per l’Unione europea che, soprattutto, per l’Italia. Vediamo in che termini. Secondo il report, circa il 66% delle operazioni militari europee servono in massima parte a tutelare attività di ricerca, estrazione e importazione di gas e petrolio nel nostro continente. E il nostro Paese è ai primi posti tra i 27 con il 64% del budget militare impiegato in operazioni di tutela della nostra «sicurezza energetica». In pratica parliamo di circa 797 milioni spesi nel 2021 (2,4 miliardi negli ultimi 4 anni). Seguono la Spagna con 274 milioni di euro (26%) e la Germania 161 milioni (20%). I ricercatori di Greenpeace (guidati per la sezione italiana da Sofia Basso) hanno passato al setaccio i documenti e le schede di missione inviate dal governo italiano al Parlamento e se ovviamente nessuna di queste ha l’esclusivo obiettivo di proteggere le piattaforme Eni, la sicurezza energetica compare spesso tra i fini da raggiungere.

Il caso più eclatante è Mare sicuro, la missione che si svolge nel mar Mediterraneo a largo delle coste libiche. Sempre secondo il sito del ministero «i compiti della missione sono le attività di supporto e di sostegno alla Guardia costiera e alla Marina militare libiche per il contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani»; mentre, secondo i…


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Cuba, il vaccino per i bambini ignorato dall’Occidente

A nurse shows a vial of the Cuban made Soberana-02 vaccine for COVID-19 before giving a girl a dose of it in Havana, Cuba, Tuesday, Aug. 24, 2021. (AP Photo/Ramon Espinosa)

Pochi giorni fa M. è tornato finalmente a respirare da solo, senza l’aiuto di macchine, respiratori automatici o dei caschi usati nelle terapie sub-intensive. M. è un ragazzino di soli 11 anni che dall’8 novembre è ricoverato nella rianimazione dell’Ospedale pediatrico Santobono di Napoli dopo essersi ammalato di Covid. All’arrivo era in una situazione difficilissima, a rischio della sua stessa vita. Da qualche giorno, per fortuna, è in costante miglioramento. Festeggerà finalmente il suo undicesimo compleanno, anche se lì in reparto e senza poter ovviamente soffiare sulle candeline. E anche se lo farà in ritardo rispetto alla sua data di nascita, 20 novembre, lui, la sua famiglia e i suoi amici hanno di che esser felici e di che festeggiare.
M. non è purtroppo l’unico bambino in Italia ad aver sofferto e a soffrire a causa del Covid-19. Per quanto il coronavirus finora abbia inciso meno nei bambini che negli adulti, nel nostro Paese nella fascia d’età 0-19 abbiamo già pianto 35 morti. I numeri poi di bambini o adolescenti passati per terapie intensive (252), ospedalizzati (2.088) o comunque contagiati (235.157) che fornisce l’Istituto superiore di sanità restituiscono il quadro di un virus che non dispensa i bambini.

Alla luce di questi dati, a fronte della campagna di vaccinazione dei minori over 12 e del dibattito su quella per i minori under 12 rasenta l’incomprensibilità il silenzio che avvolge i vaccini non occidentali destinati a queste fasce di età, in particolare il cubano Soberana 02, che ha una caratteristica che lo rende di fatto unico al mondo. Si tratta, infatti, dell’«unico vaccino coniugato contro Sars-Cov-2, disegnato pensando direttamente alla popolazione pediatrica», per usare le parole del ricercatore del Cnr Fabrizio Chiodo, che ha partecipato in prima persona allo sviluppo dei vaccini con l’istituto epidemiologico Finlay de L’Avana. Tanto più appare sconcertante la “censura” occidentale se si considera che nelle ultime settimane la situazione dei contagi nella popolazione più giovane risulta in costante peggioramento. Se a fine ottobre il 24% dei contagiati era under 20, a fine novembre la percentuale era già salita al 30%, con particolare rilievo per la fascia 5-11 anni, che conta quasi il 50% dei contagi registrati nella popolazione minorenne.
Più aumentano i contagi tra giovani e giovanissimi, più avanza il…


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Guerini, il fuoriclasse del galleggiamento

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 12-10-2016 Roma Politica Camera dei Deputati - Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi riferisce sul prossimo Consiglio Europeo Nella foto Matteo Renzi, Lorenzo Guerini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 12-10-2016 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Statements of the Prime Minister Matteo Renzi on the next European Council In the photo Matteo Renzi, Lorenzo Guerini

Siamo nell’epoca in cui la tiepidezza è una virtù. Non è una roba nuova: la scala dei grigi ha partorito presunti leader che avevano così le mani libere per poter dire tutto e il contrario di tutto e quando la politica diventa semplicemente l’arte del galleggiamento e dell’autopreservazione essere incolori e insapori è un asso nella manica. Ora mettiamoci anche l’avvento dei migliori, il fingersi tecnici per non essere costretti a prendere posizioni politiche e così avrete il menu perfetto per sfondare.

La starlette di questo tempo è senza ombra di dubbio il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il fatto che non ne abbiate mai sentito parlare significa che l’immersione è stata vincente: fare politica senza farsi vedere è una medaglia da indossare, di questi tempi. Mica per niente Guerini ama definirsi «politico di provincia», sempre intento a smussare lo smussabile per arrotondarsi e stare bene su tutto. Così quel giovane consigliere comunale a Lodi nel 1990 è riuscito a passare indenne alle tempeste senza sgualcirsi il colletto. Ragioniere, laureato in Scienze politiche alla Cattolica di Milano, ufficialmente assicuratore di professione ma da sempre politico a tempo pieno Lorenzo Guerini è lo scaricatore di amicizia più veloce del west solo che a differenza del suo antico nume tutelare Matteo Renzi riesce a farlo con una grazia morbidamente cattolica che non gli incrina la nomea del bravo ragazzo. Da politico più potente del lodigiano si è scrollato di dosso Gianpiero Fiorani (mentre quello affogava con la Banca Popolare di Lodi) come se fosse uno sbuffo di forfora.

Rieletto sindaco nella sua città promise solennemente a tutti gli iscritti del Partito democratico che mai e poi mai avrebbe ceduto alle tentazioni romane. Promessa non mantenuta. Mentre fingeva di essere il ragazzetto di provincia con le braghette corte prese la vice direzione del partito e divenne l’amico più fidato di Matteo Renzi (un altro con una visione mefistofelica dell’amicizia in politica) per il quale tesseva trame adottando sempre il solito copione: mentre Renzi faceva lo spaccone lui ripeteva ossessivo la sua litania di dover «trovare una sintesi» e di «lavorare per un’intesa». Fa niente che poi nel frattempo Renzi abbia ribaltato tutto per davvero, martellando un Pd poi lasciato malconcio: Guerini riesce a mantenere sempre intatta la sua fedina politica, un fantasma sempre capitato lì per caso. Dentro il Pd dopo il successo di Renzi con il 40% alle europee molti sorridevano sentendo “Arnaldo” (così lo chiamava Renzi in omaggio a Forlani) ripetere che…


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Lesa maestà

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 16-12-2021 Roma, Italia Cronaca Sciopero generale sindacati Cgil Uil Nella foto: manifestanti in piazza del popolo durante lo sciopero generale proclamato da cgil e uil contro i provvedimenti economici del governo Draghi Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 16-12-2021 Rome, Italy News General strike unions CGIL Uil In the photo: demonstrators in piazza del popolo during the general strike proclaimed by the cgil and the uil against the economic measures of the Draghi government

Dice Matteo Salvini che quello di ieri è stato «uno sciopero farsa». Ci sta, bisogna avere lavorato per sapere riconoscere uno sciopero. Niente di male. Antonio Tajani dice che crede che «lo sciopero non abbia alcun senso: sia dannoso per la ripresa economica. Abbiamo prorogato lo stato di emergenza. Non è questo il modo per andare incontro ai lavoratori. È negativo per i lavori e il nostro Paese». Tajani fa il Tajani, ci sta, è pagato per quello: la ripresa economica per Tajani consiste nell’accontentare il suo elettorato e la disuguaglianza delle misure sicuramente non pende da quella parte.

Di certo lo sciopero di ieri è il primo atto di lesa maestà nei confronti del governo Draghi e molto chiaramente si sono potute vedere le parti in campo. Nessun leader di partito tranne Bersani e Fratoianni ha appoggiato esplicitamente lo sciopero. Pd e M5s da equilibristi auspicano “il dialogo”, peccato che le domande dei lavoratori (una distribuzione Irpef più equa, un maggiore contributo per le famiglie più povere per il rialzo dei consumi, una seria posizione sulle delocalizzazioni, maggiori stanziamenti per la sanità) siano chiarissime e a mancare siano le risposte. Ed è curioso che chi non risponde a una domanda si lamenti della mancanza di dialogo.

Inarrivabili quelli che dicono che non è il momento di scioperare: in Italia cinque milioni di lavoratori percepiscono un salario inferiore ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra disoccupati e inattivi si contano quattro milioni di persone. Tre milioni sono i precari, 2,7 milioni i part time involontari. Il Censis ha elaborato dati Ocse da cui si deduce che siamo l’unico Paese industrializzato in cui, negli ultimi 30 anni, le retribuzioni sono calate (del 2,9%). Un arretramento che neanche in Grecia e in Spagna si è verificato. Francia e Germania hanno visto crescere i redditi da lavoro di oltre il 30%. In tutto questo stanno arrivando miliardi dall’Europa. Se non ora, quando?

Pessima, seppur prevedibile, la reazione dei giornali: Repubblica ieri non citava nemmeno lo sciopero, il Corriere della Sera ieri ne parlava a pagina 16 in poche righe, Il Messaggero un trafiletto sotto il titolo “disagi”. Se serviva uno sciopero per tastare il polso della stampa italiana eccovi serviti. Dario Di Vico ieri sul Corriere scriveva di  una «gauche italiana pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro». Magari Di Vico, magari.

Una cosa è certa, questo Paese si è completamente disabituato alla cultura del conflitto (essenziale in democrazia). Il fatto che ora ci sia Draghi ha aggiunto l’aggravante della lesa maestà. Il presidente di Confindustria Bonomi ci ha fatto sapere di essere stato “triste” per lo sciopero. Sapesse come sono tristi i lavoratori sottopagati o disoccupati. Il punto è che di Paesi reali ce ne sono veramente due: gli sfruttati e gli sfruttatori. Una volta l’avrebbero chiamata “lotta di classe” ma se oggi ci si permette di scriverlo questi chissà come si intristiscono ancora.

Buon venerdì.

 

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Chi ha paura del conflitto sociale

Non è responsabile, non è opportuno, non in questo momento. Un incredibile fuoco di fila si è levato da quasi tutti i ranghi della politica e della stampa contro la decisione di Cgil e Uil di indire lo sciopero generale del 16 dicembre. Quasi fosse un gesto di lesa maestà invitare a manifestare i lavoratori e chi un lavoro non ce l’ha per far sentire la propria voce inascoltata dal governo. Come se scioperare fosse un diritto costituzionale subordinabile al mantenimento della pax draghiana, purché sia. Mentre andiamo in stampa mancano ancora 48 ore allo sciopero. Non sappiamo che seguito avrà. Ma non potevamo uscire in edicola all’indomani di questo importante appuntamento democratico senza rimarcare e denunciare i tentativi di boicottaggio che sono stati messi in campo a reti pressoché unificate. Colpiscono due immagini. Da un lato la responsabilità e l’impegno di Cgil e Uil che hanno convocato lo sciopero nel pieno rispetto delle regole anti Covid e tenendo fuori i lavoratori dei servizi essenziali.

Dall’altro la sdegnata reazione stile Ancien régime che hanno avuto quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale, sulla stessa scia di Confindustria. Vade retro conflitto sociale e ogni sua espressione. Come se non fosse un elemento di dialettica democratica. Come se non fosse un elemento da leggere e interpretare, in una prospettiva dinamica di cambiamento politico progressista. Francamente sembra di essere tornati all’Ottocento. È questo il risultato di anni di disintermediazione e di esclusione dei corpi sociali di cui l’ex premier Renzi è stato un campione. Il governo dei migliori non si è comportato diversamente, convocando i sindacati sempre a “cose fatte”, per informarli delle decisioni prese. Fin qui ignorando del tutto l’ampia piattaforma proposta da Cgil Cisl e Uil, nonostante le questioni che riguardano il lavoro e la giustizia sociale siano quanto mai urgenti. È sotto gli occhi di tutti quanto le disuguaglianze si siano acuite durante la pandemia.

In Italia ci sono 5 milioni di poveri e non basta certo il reddito di cittadinanza a risolvere questa enorme ingiustizia. È sotto gli occhi di tutti che fasce amplissime di popolazione – disoccupati, lavoratori precari, intermittenti, a chiamata, lavoratori poveri – sono anche prive di rappresentanza politica tanto che molti di loro non votano. Forse è per questo che i partiti che sostengono il governo Draghi se ne disinteressano, puntando tutto sui ceti medio alti e lasciando che la destra populista di Fratelli d’Italia soffi sul malcontento. Nel grave deficit di democrazia che l’Italia sta attraversando con un governo di unità nazionale che comprende Lega e Forza Italia mentre l’“opposizione” è in mano alla destra di Giorgia Meloni, l’impegno anche politico della Cgil ci appare ancor più significativo. Ora non si tratta di fondare un partito del lavoro, non si tratta di tornare ai tempi in cui il sindacato funzionava da cinghia di trasmissione.

Ma è indubbiamente importante (specie in questo momento in cui i partiti di centrosinistra si sono allontanati dal mondo del lavoro) che il sindacato, oltre ad occuparsi di ciò che gli è più specifico, ponga una questione più ampia di equità fiscale, di giustizia e di trasformazione sociale. Questo leggiamo nelle ragioni urgenti ed essenziali che hanno portato Cgil e Uil a indire lo sciopero generale. Le questioni e le proposte sono tante, per una equa riforma del fisco, una riforma delle pensioni pensando anche a una pensione di garanzia per di giovani, per combattere «la pandemia sociale e salariale».

Che fine hanno fatto i provvedimenti promessi dal governo per fermare la strage di morti sul lavoro? Che fine ha fatto il decreto contro le delocalizzazioni selvagge promesso dal governo? Dalla Caterpillar alla Better, dalla Whirpool alla Speedline, sono migliaia i posti di lavoro a rischio nel nostro Paese a causa di un capitalismo predatorio di multinazionali che, pur avendo ricevuto aiuti pubblici ed essendo in attivo, decidono di chiudere per andare a produrre in Paesi dove la mano d’opera costa di meno. Mentre il governo anche su questo non batte un colpo, responsabilmente non solo pensando alla propria sorte, ma per tutelare l’occupazione e il tessuto produttivo del Paese, il collettivo dei lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio, con l’aiuto di giuristi, ha messo a punto una proposta di legge per bloccare le delocalizzazioni selvagge.

Il loro testo, dopo essere stato depositato alla Camera e al Senato, è diventato un emendamento alla Legge di bilancio, (depositato dal senatore di Potere al popolo Matteo Mantero, insieme alla senatrice Paola Nugnes di Sinistra italiana) ed è stato ammesso alla discussione in Commissione. Abbiamo raccontato fin dall’inizio la vicenda emblematica della Gkn, continueremo a farlo. Così come continuiamo (anche su questo numero) ad occuparci dello sfruttamento dei rider e delle inumane condizioni di lavoro che sono costretti ad accettare. Sulla scia della legge spagnola del governo Sanchez a cui ha lavorato la ministra Yolanda Diaz, Bruxelles sta lavorando a una direttiva che obbliga le piattaforme digitali a contrattualizzare i rider come lavoratori dipendenti riconoscendo loro diritti come ferie, malattia ecc.

Ce lo chiede l’Europa. L’Italia cosa fa? Bruxelles sta lavorando anche a una direttiva per salari minimi equi ed adeguati. La Germania del neo cancelliere Olaf Scholz ha innalzato il salario minimo a 12 euro l’ora. Ce lo chiede l’Europa, l’Italia che fa?


L’editoriale è tratto da Left del 17-23 dicembre 2021

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Armiamoci e pagate

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 04 Novembre 2021 Roma (Italia) Cronaca : Deposizione di una corona, da parte del presidente Sergio Mattarella sulla Tomba del Milite Ignoto in occasione del 'Giorno dell'Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate' all’Altare della Patria. Nella Foto : la cerimonia Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse November 04, 2021 Rome (Italy) News : Deposition of a crown by President Sergio Mattarella on the Tomb of the Unknown Soldier on the occasion of the 'Day of National Unity and Day of the Armed Forces' at the Altare della Patria. In the Pic : the ceremony

Cacciabombardieri, droni, missili, mezzi blindati, radar ed elicotteri: un vero e proprio catalogo dei più aggiornati sistemi d’arma, come mai si era visto nel nostro Paese. In meno di sei mesi, da agosto in poi, il Parlamento è stato letteralmente inondato di richieste per nuovi sistemi d’arma che faranno felici non solo la Difesa e le Forze armate ma anche – e forse soprattutto – l’industria a produzione militare.
Con le ultime trasmissioni di documento dell’inizio di dicembre (tutte comunque da approvare entro la fine dell’anno) sono infatti arrivati al numero record di 23 i programmi che il ministro Lorenzo Guerini ha inviato alle Camere nel 2021. Il controvalore complessivo confermato (e quindi ormai definitivo) ricostruito dall’Osservatorio Mil€x sulle spese militari supera di poco i 12 miliardi di euro (12,14 per la precisione) con autorizzazioni di spesa annuale per oltre 300 milioni nel 2021 e per quasi mezzo miliardo nel 2022. Se anche le tranche successive dei programmi avviati verranno successivamente approvate si potrebbe arrivare poi ad un onere complessivo previsto di circa 24,4 miliardi di euro.

In prima fila come beneficiaria di queste decisioni troviamo l’Aeronautica militare, con programmi per oltre 6 miliardi e mezzo di euro. Si parte dall’oneroso avvio della fase di ricerca e sviluppo del caccia di sesta generazione Tempest (2 miliardi sui 6 totali previsti) e dai nuovi eurodroni classe Male (quasi 2 miliardi anche in questo caso) per arrivare ai nuovi aerei per guerra elettronica Gulfstream e alle nuove aero-cisterne per il rifornimento in volo Kc-46. Senza dimenticare il nuovo sistema di difesa aerea Nato e il centro radar spaziale di Poggio Renatico. Un’altra grossa fetta della torta – circa 2,4 miliardi – è appannaggio dei programmi interforze: droni kamikaze per le forze speciali e nuove batterie missilistiche antiaeree improntate sul sistema dei missili Aster. Quest’ultimo è il sistema con lo stanziamento più cospicuo tra tutte le richieste avanzate: oltre 2,3 miliardi solo per la sua prima fase. I restanti programmi fanno capo a Marina militare ed Esercito, con stanziamenti di circa un miliardo per ciascuna Arma. Per la prima ci sono le nuove navi ausiliarie e da supporto logistico, i nuovi radar missilistici per le fregate Orizzonte e la nuova rete di radar costieri mentre l’Esercito si vede attribuire fondi per i nuovi blindati Lince 2, gli elicotteri Aw-169 e il nuovo posto di comando per le missioni. Stessi elicotteri e blindati, oltre a camionette e autocarri, anche per i Carabinieri che sono destinatari di due programmi per poco più di 300 milioni di euro totali.

Da dove vengono i soldi
Se le decisioni definitive, in termini di tipologia di armamento e di quantità, sono da attribuirsi all’attuale governo Draghi va però sottolineato come la possibilità di spendere così tanti soldi in armamenti derivi da decisioni prese nel passato. Infatti è proprio sul 2020 e sul 2021 che iniziano ad essere iscritti nei bilanci in maniera consistente i fondi per investimenti pluriennali decisi ed impostati già a partire dalla fine 2016. L’Osservatorio Mil€x ha ricostruito la destinazione dei circa 144 miliardi di euro che, dal governo Renzi in poi, sono stati iscritti su speciali capitoli di bilancio atti a sostenere investimenti infrastrutturali di ampio respiro: circa un quarto dei fondi complessivi, per un totale di 36,7 miliardi, sono stati destinati alla Difesa.

Una quota maggioritaria di questi fondi – quasi 27 miliardi di euro in totale – hanno come destinazione proprio i programmi di armamento, ed è per questo che nel giro di soli tre anni i soldi a disposizione per investimenti armati sono passati da circa 5 miliardi di euro a oltre 8 miliardi di euro all’anno. Nel corso dei prossimi anni questo tipo di iniezione di finanziamento crescerà ulteriormente passando dal miliardo di euro appostato sul 2021 (e che ha permesso in particolare di coprire costi di programmi elicotteristici, di aerei e di sistemi di combattimento) a cifre previste tra i 2 e i 2,5 miliardi all’anno dal 2028 in poi. Non…


L’inchiesta prosegue su Left del 17-23 dicembre 2021

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Se avessimo il coraggio di fare la pace

In this Thursday, March 12, 2020 photo, children play on the rubble of houses destroyed by airstrikes, in Idlib, Syria. Idlib city is the last urban area still under opposition control in Syria, located in a shrinking rebel enclave in the northwestern province of the same name. Syria’s civil war, which entered its 10th year Monday, March 15, 2020, has shrunk in geographical scope -- focusing on this corner of the country -- but the misery wreaked by the conflict has not diminished. (AP Photo/Felipe Dana)

Già li sento: ancora un articolo sulle armi sulla guerra, ancora lo spazio di un buongiorno usato per questo quando si potrebbe benissimo criticare qualche influencer sperando di accumulare così punti da influencer e fare tantissimi clic? Lo so, mi spiace, il tema mi sta tremendamente a cuore perché non riesco a capacitarmi del tempo e dello spazio dato ai 500 euro al mese per qualche poveraccio (e pochi, pochissimi truffatori fisiologici) mentre si tace sulla spesa militare e soprattutto sui danni collaterali che portano le armi, ovvero la guerra.

Del resto qui in Italia c’è stato il tempo dove si spendeva una lacrima per Gino Strada dappertutto, anche i suoi nemici più ostinati, e ora pochi si prendono la briga di farsi carico della sua riflessione sul valore della pace. Anche in Parlamento i pacifisti sono merce rarissima. Il progetto è praticamente compiuto: rendere “idealista” un proposito politico è il modo migliore per neutralizzarlo.

Ve li ricordate gli articoli ogni volta che un premio Nobel dice qualcosa? Benissimo, qui di Nobel ne abbiamo 50 (dicasi 50) che dicono di avere trovato una soluzione con un’arma bianca infallibile: la logica. I 50 Nobel hanno scritto un appello (che trovate qui) per ridurre le spese militari e leggerlo attutisce la sensazione di essere alieni:

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari statunitensi all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi. Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.

In passato, la corsa agli armamenti ha spesso condotto a un’unica conseguenza: lo scoppio di guerre sanguinose e devastanti. Noi vogliamo presentare una semplice proposta per l’umanità: che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni.

La nostra proposta si basa su una logica elementare:

  • Le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti.
  • L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti.
  • Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.

La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse, che in parte si potranno utilizzare per reindirizzare le notevoli capacità di ricerca dell’industria militare verso scopi pacifici nei settori di massima urgenza.

La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci».

In mezzo a troppe ciance la trovo una delle lettere più belle, coraggiose e lucide di questi ultimi mesi.

Buon giovedì.

Qui i firmatari:

  1. Hiroshi Amano (Nobel per la fisica)
  2. Peter Agre (Nobel per la chimica)
  3. David Baltimore (Nobel per la medicina)
  4. Barry C. Barish (Nobel per la fisica)
  5. Steven Chu (Nobel per la fisica)
  6. Robert F. Curl Jr. (Nobel per la chimica)
  7. Johann Deisenhofer (Nobel per la chimica)
  8. Jacques Dubochet (Nobel per la chimica)
  9. Gerhard Ertl (Nobel per la chimica)
  10. Joachim Frank (Nobel per la chimica)
  11. Sir Andre K. Geim (Nobel per la fisica)
  12. Sheldon L. Glashow (Nobel per la fisica)
  13. Carol Greider (Nobel per la medicina)
  14. Harald zur Hausen (Nobel per la medicina)
  15. Dudley R. Herschbach (Nobel per la chimica)
  16. Avram Hershko (Nobel per la chimica)
  17. Roald Hoffmann (Nobel per la chimica)
  18. Robert Huber (Nobel per la chimica)
  19. Louis J. Ignarro (Nobel per la medicina)
  20. Brian Josephson (Nobel per la fisica)
  21. Takaaki Kajita (Nobel per la fisica)
  22. Tawakkol Karman (Nobel per la pace)
  23. Brian K. Kobilka (Nobel per la chimica)
  24. Roger D. Kornberg (Nobel per la chimica)
  25. Yuan T. Lee (Nobel per la chimica)
  26. John C. Mather (Nobel per la fisica)
  27. Eric S. Maskin (Nobel per l’economia)
  28. May-Britt Moser (Nobel per la medicina)
  29. Edvard I. Moser (Nobel per la medicina)
  30. Erwin Neher (Nobel per la medicina)
  31. Sir Paul Nurse (Nobel per la medicina e presidente emerito della Royal Society)
  32. Giorgio Parisi (Nobel per la fisica)
  33. Jim Peebles (Nobel per la fisica)
  34. Sir Roger Penrose (Nobel per la fisica)
  35. Edmund S. Phelps (Nobel per l’economia)
  36. John C. Polanyi (Nobel per la chimica)
  37. H. David Politzer (Nobel per la fisica)
  38. Sir Venki Ramakrishnan (Nobel per la chimica e presidente emerito della Royal Society)
  39. Sir Peter Ratcliffe (Nobel per la medicina)
  40. Sir Richard J. Roberts (Nobel per la medicina)
  41. Michael Rosbash (Nobel per la medicina)
  42. Carlo Rubbia (Nobel per la fisica)
  43. Randy W. Schekman (Nobel per la medicina)
  44. Gregg Semenza (Nobel per la medicina)
  45. Robert J. Shiller (Nobel per l’economia)
  46. Stephen Smale (Medaglia Fields per la matematica)
  47. Sir Fraser Stoddart (Nobel per la chimica)
  48. Horst L. Störmer (Nobel per la fisica)
  49. Thomas C. Südhof (Nobel per la medicina)
  50. Jack W. Szostak (Nobel per la medicina)
  51. Olga Tokarczuk (Nobel per la letteratura)
  52. Srinivasa S. R. Varadhan (Premio Abel per la matematica)
  53. Sir John E. Walker (Nobel per la chimica)
  54. Torsten Wiesel (Nobel per la medicina)
  55. Roberto Antonelli (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  56. Patrick Flandrin (Presidente dell’Académie des Sciences, Francia)
  57. Mohamed H.A. Hassan (Presidente della World Academy of Sciences)
  58. Annibale Mottana (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  59. Anton Zeilinger (Presidente dell’Academy of Sciences, Austria)
  60. Carlo Rovelli and Matteo Smerlak, organizzatori.

Nella foto: bambini a Idlib, Siria, dopo un attacco aereo, 12 marzo 2020


Per approfondire leggi Left del 17-23 dicembre 2021

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SOMMARIO

Tunisia, un altro anno senza parlamento. L’allarme della società civile: È un colpo di Stato

Demonstrators gather during a rally against Tunisian President Kais Saied in Tunis, Tunisia, Sunday Nov. 14, 2021. Thousands of Tunisians rallied on Sunday against a presidential power grab in the only democracy to have emerged from the Arab Spring uprisings a decade ago. (AP Photo/Hassene Dridi)

Il vento di cambiamento in Tunisia si trascina la sabbia del deserto. L’unica democrazia del mondo arabo è minacciata in questi giorni dalle dichiarazioni del presidente della repubblica Kais Saied, il quale ha affermato che «Il problema in Tunisia oggi è un problema costituzionale, dovuto alla Costituzione del 2014 che si è rivelata non più valida e non può continuare ad essere attuata perché priva di legittimità». Il presidente, che il 25 luglio scorso ha congelato il Parlamento e licenziato il primo ministro, il 22 settembre ha pubblicato un’ordinanza presidenziale (n. 117) che gli conferisce quasi la totalità dei poteri.

In un discorso alla nazione la sera del 13 dicembre ha comunicato il termine delle misure eccezionali: il lavoro del Parlamento sarà sospeso fino a prossime elezioni, previste per il 17 dicembre 2022, che si svolgeranno sulla base di una nuova legge elettorale. Dall’1 gennaio al 20 marzo, invece, si terranno le consultazioni per la stesura di una nuova costituzione, verrà aperta una piattaforma elettronica attraverso la quale i cittadini potranno inviare i loro suggerimenti e, il 25 luglio, si terrà un referendum per confermare le proposte. Un piano ben strutturato quello di Saied, che mostra una cura particolare per la scelta delle date, tanto da voler spostare una delle ricorrenze più importanti per il popolo tunisino, l’anniversario della rivoluzione, dal 14 gennaio al 17 dicembre.

Il segretario generale del partito di Corrente Democratica Ghazi Chaouachi, giudica questa decisione una «falsificazione della storia», in quanto il 17 dicembre corrisponde a quando Mohamed Bouazizi si immolò dandosi fuoco nel 2010, l’inizio della rivolta; il 14 gennaio 2011, invece, rappresenta per tutti i tunisini la caduta del regime dittatoriale di Ben Ali, la Rivoluzione dei Gelsomini. Chaouachi teme inoltre che le dichiarazioni di Saied rappresentino una pericolosa deviazione del potere verso il consolidamento di un governo individuale.

Mentre il presidente della Repubblica riceveva al Palazzo di Cartagine, durante il Consiglio nazionale di sicurezza, il professore di diritto costituzionale Amin Mahfouz, per confrontarsi sui lavori della nuova costituzione, la sede del partito Ennahda (Rinascita), primo partito del Paese, andava a fuoco. L’incendio è divampato nel pomeriggio di giovedì 9 dicembre, provocato da un ex membro del movimento che si è immolato all’interno dei locali del quartiere centrale di Montplasir. Stando alle ricostruzioni e alle testimonianze, l’uomo ha compiuto il gesto disperato perché era stato abbandonato dal movimento e voleva tornare a vivere una vita dignitosa, condizione che rappresenta tanti cittadini che non hanno visto e non vedono garantiti diritti e dignità, sentendosi dimenticati dallo Stato. Pur non essendoci una connessione diretta tra l’accaduto e le dichiarazioni di Saied, che ha mostrato la sua vicinanza alle 18 persone rimaste ferite, il caso ha voluto che l’incendio della sede di Ennahda al centro della capitale avvenisse proprio mentre il presidente “incendiava” la Costituzione a Cartagine, simbolo che qualcosa sta bruciando in Tunisia.

La Tunisia, ricordiamo, ottiene l’indipendenza dalla Francia il 20 marzo del 1956 e, l’anno successivo, il presidente progressista Habib Bourguiba proclama la repubblica, gettando le basi della Tunisia moderna. Nel 1987, l’allora primo ministro, Zine El-Abidine Ben Ali destituisce Bourguiba e prende il suo posto; il suo governo si rivela un regime autoritario e tirannico che porta alla rivoluzione nel 2010. La Tunisia sembra essere l’unico Paese in cui la primavera araba sboccia realmente e si assiste a una svolta democratica, nel 2011 si svolgono le prime elezione che generano un forte entusiasmo. Inizia il processo di stesura della Costituzione, che vede la partecipazione di tutti, dei partiti politici e della società civile. Il popolo tunisino ha scritto la Costituzione più democratica del mondo arabo, che adesso rischia di essere cambiata dal presidente eletto alla fine del 2019, Kais Saied, professore di diritto costituzionale che su quella Costituzione ha giurato.

La sua scelta di sospendere i lavori del Parlamento a luglio era stata ben accolta dalla popolazione, delusa per la mala gestione della crisi sanitaria e della campagna vaccinale da parte del governo. Nei mesi successivi però si nota una scissione all’interno del Paese, da una parte ci sono i sostenitori di Saied e dall’altra chi lo accusa di colpo di stato. Si alternano manifestazioni a favore del presidente e proteste contro l’una o l’altra misura adottata, fino alla nomina della nuova premier a settembre, Najla Bouden, prima donna a rivestire tale ruolo nel mondo arabo, la quale viene incaricata di formare un nuovo governo. Il governo, di 24 ministri tra cui otto donne, viene nominato con decreto ministeriale e non sottoposto all’ottenimento della fiducia in aula, dal momento che il Parlamento è sospeso. La premier Bouden appoggia le decisioni di Saied e assicura che stanno lavorando per far fronte alla fragile situazione sociale. Dopo un periodo di calma apparente, i cittadini sono tornati in piazza il 14 novembre, davanti al Parlamento, guidati dal movimento “Cittadini contro il colpo di stato” per chiedere il ritiro delle misure eccezionali.

La Tunisia oggi è una democrazia fragile, che si trova ad affrontare diverse problematiche economiche e sociali. Uno dei problemi più evidenti e forti è la disuguaglianza esistente tra regioni diverse del Paese, l’economia è in crisi, il caro vita pesa tantissimo perché dopo la legge finanziaria del 2019 è stato tassato tutto il possibile e gli stipendi restano molto bassi. Dopo gli attacchi terroristici al museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse, è crollato anche il turismo, una delle maggiori fonti di guadagno, contribuendo alla situazione economica critica della quale però approfittano molte aziende estere (si contano oggi più di 800 aziende italiane con sede in Tunisia).

L’altra grande sfida che affrontano oggi i tunisini è rappresentata dall’alto tasso di disoccupazione, motivo di scioperi e movimenti di protesta in diverse regioni del Paese. I disoccupati reagiscono alla dichiarazione del presidente della Repubblica, il quale si è espresso sull’inapplicabilità della legge 38. Tale legge, ratificata dal parlamento tunisino a luglio del 2020, prevede l’assunzione di 10mila laureati disoccupati da almeno dieci anni nel pubblico impiego, è stata approvata da Saied e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Il presidente, appoggiato dai suoi sostenitori, in un secondo momento ha affermato che la legge è stata emanata «per vendere illusioni e speranze» e non per essere realmente attuata, in quanto la situazione odierna del settore pubblico impedisce l’assunzione di personale. Rachid al-Ghannouchi, storico leader di Ennahda, accusa Saied di aver preso un impegno con i cittadini, che sono scesi in piazza in questi giorni con lo slogan «Resistenza solidale per la dignità, la libertà e la giustizia sociale».

Il movimento “Cittadini contro il colpo di stato”, guidato da Jouhair Ben M’barek, ha annunciato tramite la pagina social l’inizio di manifestazioni continuate a partire da venerdì 17 dicembre fino al 14 gennaio, date simbolo della rivoluzione. Il punto d’incontro sarà davanti al Teatro Nazionale, anche questo luogo emblematico e punto di riferimento, spazio d’incontro durante la rivoluzione contro Ben Ali, obiettivo dell’attacco della prima kamikaze donna nel 2018. Il 17 dicembre sfileranno su Avenue Bourguiba anche tre partiti politici (il partito di Corrente Democratica, il partito Repubblicano e il Forum Democratico per il lavoro e le libertà), per protestare contro il colpo di stato in occasione dell’anniversario dello scoppio della rivoluzione.
Un altro anno senza Parlamento, un governo scelto dal presidente che mette in discussione la Costituzione e appelli social per scendere in piazza. Il futuro della Tunisia è delicato e incerto, sembra chiaro che la rivoluzione non sia mai finita e che, nel nome della democrazia, continuerà.

Nella foto: Tunisi, manifestazione del 14 novembre 2021 promossa dal movimento “Cittadini contro il colpo di Stato”

 

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Perché lo sciopero?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-11-2021 Roma #CambiaManovra -Manifestazione di Cgil, Cisl, Uil contro la Legge di Bilancio Nella foto Un momento della manifestazione Photo Roberto Monaldo / LaPresse 27-11-2021 Rome (Italy) Demonstration by trade unions against the Budget Law

Che il nostro Paese negli ultimi anni abbia perso molta cultura dello sciopero (e del lavoro) è evidente semplicemente osservando la classe dirigente che ci ritroviamo ma che uno sciopero determini la fine della luna di miele col governo dei migliori evidentemente dà fastidio a molti se è vero che in questi giorni fioccano gli editoriali zeppi di “disagi” provocati dallo sciopero proclamato da Cgil e Uil. Ieri qualche illuminato addirittura proponeva uno sciopero “lavorante” per non provocare troppi fastidi. So che a prima vista la proposta potrebbe ingolosire, peccato che non abbia nulla a che vedere con lo sciopero, appunto.

Ma in tutto questo baccano sullo sciopero la grande maggioranza dei media e dei politici si sono dimenticati di evidenziare le ragioni della protesta. Che strano, non sia mai che poi la gente rischi di essere d’accordo con i sindacati. Perché scioperano? Principalmente per due ragioni: perché la riforma dell’Irpef non tocca le tasche di chi guadagna meno di 15mila euro (a proposito dell’avversione verso i poveri che da queste parti raccontiamo da mesi) e perché la crisi energetica (sempre a proposito della “transizione ecologica” per cui l’Europa sta tornando fuori parecchi soldi) alla fine la pagano i cittadini (anche qui senza nessuno contributo di solidarietà dei più ricchi per il disaccordo del centro destra e d’Italia viva, che è sempre centrodestra).

Per quanto riguarda l’Irpef le simulazioni parlano chiaro: risparmia soprattutto il ceto medio, ovvero la fascia che ha un reddito lordo annuo compreso tra i 28mila e i 50mila euro. Si andrà da un risparmio di circa 320 euro all’anno per chi ha un reddito di 30mila euro fino a un massimo di 920 euro per chi ha un reddito di 50mila euro. Per le due fasce più basse i risparmi saranno minori: per chi ha un reddito di 20mila euro si stima un risparmio di 100 euro. Sono scelte, scelte politiche, e in politica esiste il diritto di non essere d’accordo, per fortuna. I sindacati pensano che bisognasse «far crescere i redditi a partire da quelli più bassi». Semplice, lineare. Tanto per capirsi.

Sul secondo punto il presidente del Consiglio Mario Draghi invece aveva proposto di escludere per un anno dalla riduzione dell’Irpef i redditi oltre i 75 mila euro e di usare quei soldi come “contributo di solidarietà” per permettere alle fasce più deboli di affrontare il problema dell’aumento dei costi dell’energia. Il segretario Landini l’ha spiegato piuttosto chiaramente: «Questo è un problema molto serio – ha dichiarato -. In questo Paese la maggioranza che sostiene il governo non sa cosa vuole dire vivere con 20, massimo 30 mila euro all’anno. La riforma fiscale del governo è profondamente sbagliata perché anziché ridurre le aliquote andava allargata la base imponibile dell’Irpef e accentuata la progressività del sistema». Il governo ha deciso quindi di aiutare le famiglie più bisognose nel pagamento delle bollette con 2 miliardi di euro complessivi. Anche in questo caso basta fare due calcoli per capire che basterebbero forse fino a marzo.

Questi sono i motivi dei “disagi”. Di questo in un Paese con una responsabile cultura politica e dello sciopero dovreste sentire parlare. Poi si può essere d’accordo o meno ma no, quello che sta accadendo in questi giorni non è una questione di code, ritardi e disservizi. Almeno per non andare fuori tema.

Buon mercoledì.

 

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