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Il ministero della Difesa arma i militari libici e l’Europa paga

Poiché probabilmente non basta il calpestamento dei diritti umani in Libia e poiché poco hanno inciso le polemiche per i soldi che il nostro governo continua a regalare alla cosiddetta Guardia costiera libica (che altro non è che un manipolo di criminali) lo scorso 20 ottobre la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’Interno ha dato avvio alla stipula di un Accordo di collaborazione con l’Agenzia industrie difesa, nell’ambito del programma di “supporto alla gestione integrata del confine e delle migrazioni in Libia” cofinanziato dall’Unione europea e dal governo italiano (ha preso il via il 15 dicembre 2017) nel quale si stipula una collaborazione  con l’Aid – Agenzia industrie difesa, l’ente che gestisce gli stabilimenti del ministero della Difesa e che fornisce mezzi e sistemi bellici alle forze armate per i programmi di formazione, addestramento e riarmo della Guardia costiera libica contro migranti e migrazioni.

C’è tutto in un’inchiesta di Stampalibera.it qui ma vedrete che difficilmente la notizia raggiungerà i giornali nazionali o provocherà un pur piccolo tormento all’interno del nostro Parlamento. Il programma è uno dei tanti progetti che l’Unione europea ha finanziato a supporto delle fragilissime e controverse istituzioni libiche Come scrive Antonio Mazzeo «La Prima Fase vede un contributo diretto UE di 42.223.927 euro tramite il Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa istituito dalla Commissione Europea il 20 ottobre 2015 “per affrontare le cause profonde della migrazione illegale in Africa”. L’implementazione delle attività e la gestione tecnica, logistica e amministrativa del progetto è affidata al Ministero dell’Interno della Repubblica italiana che ha garantito un contributo finanziario di 2.231.256 euro».

Nella scheda predisposta dalla Commissione europea si legge che «tra i suoi principali obiettivi ci sono il rafforzamento degli enti libici competenti nella sorveglianza marittima e delle operazioni Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso, nda) e nel contrasto dei transiti di frontiera irregolari; la realizzazione delle infrastrutture di base che consentano alla guardia costiera libica di organizzare nel migliore dei modi le attività di sorveglianza delle frontiere; l’assistenza nella definizione e dichiarazione della Regione Sar di competenza libica con adeguate procedure operative; lo sviluppo delle attività di controllo delle frontiere terrestri nel deserto, focalizzando l’attenzione nelle aree dei confini meridionali assai colpite dagli attraversamenti illegali». Detto in parole povere siamo alle solite: si tratta di catturare e riportare nei lager libici i poveri disperati che riescono a mettersi in mare (spesso pagando gli stessi scafisti che poi si travestono da militari) fottendosene di ciò che dice e scrive tutta la comunità internazionale. Un genocidio non solo tollerato ma addirittura organizzato e pagato dall’Europa.

La fase 2 del Progetto di gestione delle frontiere infatti, scrive Mazzeo, «giustifica il sostegno alla famigerata guardia costiera libica con la necessità di “rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso e ridurre ancora di più il numero delle persone che muoiono in mare”, fornendo contestualmente “una risposta alla crisi della migrazione nel Mediterraneo centrale nel rispetto della legge internazionale e dei diritti umani”. I mezzi e le modalità dell’aiuto italiano e Ue? L’impostazione e l’equipaggiamento di un “Centro mobile Mrcc (Maritime rescue coordination centre)”, la fornitura di “nuove unità navali Sar” (non meno di tre) e “l’implementazione di attività comuni di manutenzione e riparazione delle unità in Libia”».

Per superarsi in ipocrisia addirittura scrivono che «ulteriore obiettivo trasversale della Fase II del progetto è il miglioramento delle condizioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, specialmente per le donne e i minori, cercando di garantire che le autorità libiche indirizzino la loro azione nel rispetto dei diritti umani in occasione delle intercettazioni Sar e durante le procedure di sbarco in cooperazione con Oim e Unhcr». Peccato che ogni interferenza libica in mare (e soprattuto ogni deportazione in Libia) non possa essere migliorata “nei diritti umani” visto che è illegale per natura.

Non si trovano nemmeno più le parole per scrivere un accanimento contro la disperazione come questo. E l’indifferenza è una colpa che non si estinguerà facilmente.

Buon martedì.

Nella foto: frame da un video di Sea Watch su un attacco della guardia costiera libica in zona Sar maltese contro un’imbarcazione di migranti, 1 luglio 2021 (vedi qui)

 

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Roma, ultima frontiera

The Gazometro or gasometer of Rome

«Che poi vista da qui al tramonto, con lo scirocco che tiene a bada la puzza, le luci in lontananza, i rumori in sottofondo, con tutti questi campi e l’attesa delle volpi, la città appare bellissima».
È un condensato poetico di tutto il romanzo il finale di Se bruciasse la città, il nuovo romanzo di Massimiliano Smeriglio, fra senso di naufragio e bellezza che non lascia scampo. Uscito il 9 dicembre per l’editore Giulio Perrone, è un canto d’amore, ruvido e potente, per Roma, per le sue periferie, i suoi quartieri di “nuova” generazione di cui lo scrittore indaga le contraddizioni, senza sottacerne la ferocia.
Fin dal suo esordio con Garbatella combat zone (Voland, 2010) la Capitale è il cuore, la scena pulsante, direi la vera protagonista della scrittura di Smeriglio, alimentata da passione politica e abbondanti lettura di narrativa americana. «Quello per Roma è un amore tossico», ironizza lo scrittore e parlamentare europeo. «E spesso, negli ultimi anni è un dolore. Lo è vedere la città perdere la coscienza di sé, della propria identità, del proprio modo di essere».
Da qui la dedica del libro: «Alla mia città, che non vuole vivere e non vuole morire»?
Roma è una città destinata ad esserci sempre ma ciò non significa che la città sia viva. Stiamo parlando di Roma, è evidente, ma io questo nome non lo uso mai, perché penso che sia un titolo che dovremmo meritarci. In questa fase non corrisponde alla storia, all’ambizione, al ruolo che questa città dovrebbe avere nel mondo. Ma per me rimane un luogo con potenzialità enormi.
Potenzialità anche dentro quella terra desolata che è oggi l’estrema periferia?
Anche dentro l’agro romano, dove c’è tutto e il contrario di tutto: ci sono i rifiuti tossici e c’è una terra che non è più in grado di produrre nulla. Tuttavia, se uno si ferma un secondo, dentro quel paesaggio c’è una dimensione che toglie il fiato. I protagonisti di Se bruciasse la città però non sono per nulla consapevoli del luogo che abitano. Ma le persone sono i luoghi che abitano. E questo genera una atmosfera di spaesamento.
Certa periferia sconta non tanto la distanza geografica dal centro, quanto la distanza dai servizi, dai luoghi di cultura, dalla possibilità di esercitare i propri diritti?
Mi interessava raccontare una realtà di quartiere dove non c’è più neanche una dimensione minima di storia orale, di racconto. Accade quando il quartiere non è più tale ma è la borgata di ultima generazione, dove puoi trovare abitazioni povere ma anche ville con piscina. Ci possono…


L’intervista prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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Legge di bilancio e Meridione, una norma tarata male

Scenic panoramic view of Cefalu town by the sea in Sicily, Italy

Sempre più grave, sempre più pressante, sempre più sconvolgente è l’attacco che il governo Draghi, con la complicità di tutti o quasi i partiti presenti nel Parlamento, sta portando al Mezzogiorno. Nella Legge di bilancio, infatti, viene riproposto un metodo di ripartizione dei fondi pubblici che danneggia il Sud, non riconoscendogli quanto gli spetterebbe di diritto. Per capire cosa è successo, però, occorre fare un passo indietro.

La modifica del Titolo V della Costituzione, avvenuta nel 2001, doveva portare alla definizione dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) che avrebbero dovuto essere uno strumento per garantire l’applicazione, in tutte le Regioni, degli stessi standard minimi di qualità per i servizi pubblici essenziali (come istruzione, salute, assistenza sociale, ecc.). Una volta definiti questi standard minimi, lo Stato sarebbe dovuto intervenire per sostenere finanziariamente quei territori che ne avessero avuto necessità al fine di fornire i servizi della qualità stabilita. Tuttavia, in 20 anni, i Lep non sono mai stati definiti.

Successivamente la legge sul federalismo fiscale del 2009 prevedeva che lo Stato colmasse integralmente – tramite un fondo perequativo – il gap tra la capacità fiscale e il fabbisogno degli enti locali. Anche questo però non è avvenuto. Addirittura quando nel 2015 il leghista Giorgetti, attuale braccio destro di Draghi, chiese una simulazione della perequazione al 100% i dati non vennero mai resi pubblici, perché «se fosse stata applicata la legge Calderoli ai comuni del Sud sarebbero arrivati decine e decine di milioni in più, anche centinaia» come rivelato da Sigfrido Ranucci nell’inchiesta di Report sul federalismo fiscale che andò in onda nel novembre 2019. In un’audizione del 2015 alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo da lui presieduta all’epoca, l’onorevole Giorgetti chiese cosa succederebbe «se applicassimo non il 20 per cento, ma il 100 per cento della perequazione». Quale sarebbe l’effetto di una perequazione piena? Per poi commentare…


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Ubriacarsi di parole con Alessandro Bergonzoni

Le parole sono mondi, e i mondi sono parole. Sono fatti di parole, perché li nominiamo all’infinito, e dunque li creiamo e ricreiamo. Ovvero, li facciamo divertire. Con il linguaggio. Ed è proprio la L di linguaggio la consonante chiave che ne apre lo scrigno. È lei, ad esempio, a dividere, in inglese, i mondi (worlds) dalle parole (words). E i grandi, in letteratura, nel pensiero, inventano mondi nuovi inventando, scoprendo, parole nuove. Ovvero, mettendole a nudo.

Questo capita a Joyce, questo capita a Dante, questo capita a Bruno. E capita perché, come ci hanno spiegato i fisici che studiano la composizione dell’universo definendone la sostanza “granulare”, gli scrittori e i pensatori, quelli grandi, sanno pure che il linguaggio è esso stesso granulare. È fatto di particelle minime, particelle che si incontrano e ne compongono la materia. Lettere, segni, grafemi. Le lettere sono il microcosmo in cui si riflette, in maniera frattalica, il macrocosmo della scrittura.

Lettere che sono esse stesse nomi, ma sono anche missive: impostate e recapitate, quando va bene, per mutare scenari. Ma gli scenari mutano anche quando mutano le lettere. E le lettere, in uno storico spettacolo di Alessandro Bergonzoni – spettacolo che per una settimana ha stregato gli spettatori del Teatro Vittoria a Testaccio, nella capitale – hanno danzato, capitombolando tra mondi e stravolgendo aspettative. Un eterno tramontare. Sin dal titolo: Trascendi e sali, ci fa ascendere. Come ascende l’artista all’inizio sull’impalcatura: sale e scende, condendo di sensi i nostri pensieri. Perché, come dice in un passaggio memorabile, «le scale se non le sali non sanno di niente».

È uno spettacolo immortale e sempre cangiante, che sa far trascendere e trasumanare, mutando sostantivi in verbi, fondendo parole, scomponendole, arieggiandole: regalando, ovvero, assai più che un’ora d’aria in questo sprigionamento totale del linguaggio.
È una teoria di possibili impossibilità, quella che mette in scena Bergonzoni. Con interludi in cui la comicità fa sul serio. E ri-vela, ossia, vela due volte quello che è il cono d’ombra delle parole. In scenari in cui queste, le parole, emergono dall’oscurità allo schiarimento: a volte, tramite un…

nella foto di Chiara Lucarelli: Alessandro Bergonzoni in “Trascendi e sali”


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Un vocabolario di sinistra per convincere gli operai

DAGENHAM, ENGLAND - JANUARY 13: An employee works on an engine production line at a Ford factory on January 13, 2015 in Dagenham, England. Originally opened in 1931, the Ford factory has unveiled a state of the art GBP475 million production line that will start manufacturing the new low-emission, Ford diesel engines from this November this will generate more than 300 new jobs, Ford currently employs around 3000 at the plant in Dagenham. (Photo by Carl Court/Getty Images)

Negli Stati Uniti è da poco uscita una nuova ricerca che analizza le preferenze elettorali dei lavoratori. Si tratta di uno studio corposo e metodologicamente solido, condotto dal magazine americano di sinistra Jacobin, insieme al neonato Centro per la Working class politics e a YouGov, un’azienda internazionale di sondaggi, ricerche di mercato e analisi dei dati, che conta oltre mille dipendenti.

Non mi soffermo qui sui dettagli tecnici dello studio, per non annoiare i lettori (per chi fosse interessato alla metodologia, il report completo dello studio è leggibile gratuitamente sul sito americano di Jacobin, nda). Va però menzionato che il campione analizzato è composto da lavoratori con meno di quattro anni di istruzione universitaria e non esplicitamente Repubblicani, ovvero lavoratori di varie preferenze politiche fino a “tendenzialmente Repubblicani”, in modo così da escludere dall’analisi persone difficilmente convincibili da alcun tipo di discorso di sinistra.

È una ricerca sperimentale, che non si limita a sondare le preferenze politiche, ma analizza l’efficacia e il consenso che diverse narrative e proposte di sinistra riscuotono tra i lavoratori. Andando oltre i semplici sondaggi d’opinione, i ricercatori propongono ai lavoratori dei veri e propri candidati ipotetici tra cui scegliere. Lo studio parte dalla premessa che molti lavoratori negli ultimi anni si siano spostati a sinistra sui temi economici, pur rimanendo spesso moderati sui temi culturali. Ma allo stesso tempo la ricerca problematizza questa premessa, sostenendo che «il messaggio e il linguaggio di un candidato possono influenzare il modo in cui gli elettori percepiscono una determinata proposta politica», sia essa economica o culturale. E, in modo analogo, certi «stili politici e narrative possono danneggiare un candidato con una proposta politica altrimenti popolare». Insomma, i lavoratori sono davvero conservatori? O è invece il modo in cui narriamo il nostro progressismo a non convincere molti di loro? È a partire da questa attenzione per la comunicazione politica di sinistra che lo studio si sviluppa.

I profili dei candidati ipotetici elaborati dai ricercatori includono una…


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L’inganno della decarbonizzazione basata sulla cattura e stoccaggio e uso della CO2

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 03-12-2021 Roma, Italia Politica Fondazione Guido Carli - il mondo nuovo la ripartenza Nella foto: Roberto Cingolani ministro transizione ecologica Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 03-12-2021 Rome, Italy Politics Guido Carli Foundation - the new world the restart In the photo: The Minister for Ecological Transition Roberto Cingolani

Ipotizza qualcuno che i 150 milioni di euro indicati nell’articolo 153 della legge di Bilancio possano essere destinati al finanziamento del maxi deposito di CO2 che Eni intende realizzare nell’Alto Adriatico. Dal ministero, interrogati, per ora non rispondono. Si sente in giro un gran vociare a sostegno dell’uso e stoccaggio della CO2 (il cosiddetto Ccus, Carbon capture use and storage) come tecnologia per produrre idrogeno da metano che verrebbe incontro alle esigenze della cosiddetta transizione ecologica, quella che dalle nostre parti sta diventando sempre di più un alibi per continuare a produrre anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del disastro ambientale. E perseverando scelleratamente a privatizzare utili e socializzare i costi.

Un lungo elenco di docenti universitari e di ricercatori (vi metto l’elenco qui sotto per non ingolfare l’articolo) ha scritto in questi giorni un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Mario Draghi per smontare la tesi di chi sostiene che la cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) e il suo eventuale utilizzo (Ccus) è un’importante tecnologia di riduzione delle emissioni che può essere applicata a tutto il sistema energetico come un’utile “soluzione ponte” in grado di contribuire alla riduzione delle emissioni, affiancando le rinnovabili nel difficile percorso della transizione. Per una serie di motivi.

Primo. Le compagnie petrolifere sono tra le principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti di cui abbiamo imparato a riconoscere e misurare gli effetti – disastrosi – su scala planetaria. Le attività di produzione di energia sono responsabili del 75% delle emissioni di gas serra dell’Ue (Eea, European economic area, 2021) ed oggi il sistema energetico dell’Ue si basa per tre quarti sui combustibili fossili. È irragionevole chiedere che l’industria del petrolio debba innanzitutto rimettere ordine in casa propria, attingendo a risorse proprie senza scaricare sulla fiscalità generale l’onere degli investimenti necessari per la decarbonizzazione? È socialmente accettabile, dunque, che siano proprio le vittime delle emissioni di gas climalteranti a dover risarcire i “carnefici”, già abbondantemente assistiti con 19 miliardi di euro l’anno di Sussidi ambientalmente dannosi, sopportando per una seconda volta il costo dell’abbattimento della CO2?

Secondo. L’iniezione e lo stoccaggio della CO2 nei pozzi in via di esaurimento o già esauriti daranno nuova linfa alle attività estrattive di gas e petrolio. Non è casuale che lo stoccaggio del carbonio sotterraneo su scala commerciale sia stato finora effettuato solo in giacimenti di petrolio o gas operativi (recupero avanzato di petrolio/gas) e non in altre formazioni geologiche. Un dubbio ed una domanda sorgono spontanei: Eni intende forse incrementare i quantitativi estratti e prolungare il ciclo di vita dei giacimenti nell’Alto Adriatico iniettando e stoccando CO2 nei suoi pozzi più longevi? È socialmente accettabile continuare ad estrarre quantità aggiuntive di gas e nuovo petrolio per altri 25 anni grazie alla tecnologia del Ccus?

Terzo. La cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2 sono parte di un processo circolare che vede al suo centro la produzione di idrogeno da fonti fossili (idrogeno blu). Finanziare il Ccus significherebbe dunque dare la stura alla produzione di idrogeno blu e, di conseguenza, all’estrazione ed al consumo di gas in un orizzonte temporale che si spinge fino al 2050, ben oltre, quindi, il punto di non ritorno. Sono questi i tempi di una transizione sostenibile? Anche questo è socialmente accettabile?

Quarto. Lo stoccaggio di CO2 in pozzi in via di esaurimento o già esauriti esime i concessionari di coltivazione dall’effettuare costosissime attività di ripristino ambientale: dai 15 ai 30 milioni di euro per singola piattaforma, secondo il Roca di Ravenna (Ravenna Offshore Contractors Association – Energy Contractors). Considerato che le piattaforme di Eni in mare sono 138 (fonte: Progetto Poseidon, Eni), riconvertire le stesse piuttosto che smantellarle eviterebbe costi stimabili mediamente in oltre 3,15 miliardi di euro. Perché polverizzare gli investimenti già fatti in opere per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi – si chiedono gli iscritti al partito fossile – quando quelle stesse infrastrutture potrebbero essere riutilizzate per stoccare la CO2? Per quale ragione – si interrogano invece altri -, per evitare di appesantire i bilanci delle compagnie Oil&Gas, la collettività dovrebbe contribuire al finanziamento di costosissimi progetti privati di cattura, trasporto, iniezione e stoccaggio di CO2? Siamo alle solite: si privatizzano i profitti e si socializza tutto il resto, esternalità negative comprese. Quale straordinaria concentrazione di intelligenze sarebbe in grado di farlo digerire all’opinione pubblica?

Quinto. Eni sa perfettamente, e non da ieri, che il Ccus costituisce un’arma formidabile per sviluppare un nuovo mercato, con potenzialità e profittabilità come pochi altri. Eni ed Enel ci avevano già lavorato sopra, giungendo a perfezionare nel 2008 un accordo strategico di cooperazione per lo sviluppo delle tecnologie di cattura, trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica. La CO2 estratta dalla centrale Enel a carbone di Brindisi, una volta liquefatta, avrebbe dovuto essere un giorno stoccata da Eni nel giacimento esaurito di Stogit a Cortemaggiore.

Due anni prima, nel 2006, al termine degli studi condotti sui possibili depositi sotterranei della CO2 nel quadro del progetto Confitanet, a cui prese parte anche l’Eni, l’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) era giunto ad affermare che «I potenziali di stoccaggio nel nostro paese ci permetterebbero tranquillamente di mandare avanti le nostre centrali a carbone ed a gas naturale con criteri Zeffpp (Zero emissions fossil fuel power plant) e di ripulire i cieli dalle ingenti emissioni delle nostre raffinerie», mentre nell’ottobre del 2007 Il Sole 24 Ore si era spinto fino a prefigurare la nascita di un mercato della CO2 di dimensioni planetarie «fatto di impianti innovativi per la cattura e il trattamento delle emissioni di centrali a carbone di nuova generazione, di gasdotti per la CO2, pompaggio negli strati geologici profondi (acquiferi salini sotto i 1500 metri, a prova anche di rischio sismico), di unità di controllo e monitoraggio dei depositi, non molto diversi da quelli oggi utilizzati per il metano dalla Stogit» in cui «…  i gestori elettrici che l’adotteranno non dovranno più acquistare i certificati verdi, ma anzi ne riceveranno gratuitamente perché dotati di impianti che vanno ben oltre i limiti di emissioni prefissati nel trattato (di Kyoto)». Se questo un giorno dovesse accadere, sarebbe da biasimare? Tutto sommato la nostra è un’economia di mercato… Le cose non stanno esattamente così. In un Paese in cui la partita energetica la giocano in pochi (Eni, Snam, Terna ed Enel), con il placet di governo, Parlamento, Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), Autorità per la concorrenza e Cassa depositi e prestiti; in cui il mancato insediamento della Commissione Pniec-Pnrr sta causando gravi ritardi nel processo di autorizzazione di centrali solari con potenza maggiore di 10 Mw; in cui Stato e Regioni non riescono a trovare la quadra sul permitting di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile; in cui appare sempre più inverosimile raggiungere l’obiettivo, tanto caro al ministro Cingolani, di 114 gigawatt rinnovabili al 2030, il Ccus si candida ad essere una comoda scorciatoia (in attesa del nucleare, ovviamente!) e rischia di compromettere seriamente un serio percorso di decarbonizzazione del sistema di produzione e consumo che dovrebbe avere invece nella razionalizzazione/taglio selettivo dei consumi energetici, nella ricerca dell’efficienza e nella crescita della generazione distribuita i pilastri di un modello energetico realmente sostenibile.

Si attendono risposte. Buon lunedì.

Nella foto: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

I firmatari della lettera

  • Vincenzo Balzani, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna
  • Alessandra Bonoli, Docente di Ingegneria delle Materie Prime e in Resources and Recycling, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e Materiali, Università di Bologna
  • Enrico Gagliano, Docente a Contratto in Diritto dell’Energia e dell’Ambiente, Università di Teramo
  • Alessandro Abbotto, Docente di Materiali Organici per Energie Rinnovabili, Università di Milano-Bicocca
  • Raffaele Giuseppe Agostino, Docente di Fisica Sperimentale, Dipartimento di Fisica, Università della Calabria
  • Nicola Armaroli, Chimico, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bologna
  • Ugo Bardi, Docente di Chimica Fisica, Dipartimento di Chimica, Università di Firenze
  • Alberto Bellini, Docente di convertitori, macchine e azionamenti elettrici, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università di Bologna
  • Enrico Bonatti, Senior Scientist, Lamont Doherty Earth Observatory, Università della Columbia, CNR ISMAR, Bologna
  • Enrico Brugnoli, CNR Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri, in atto Addetto Scientifico presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca
  • Federico Butera, Professore Emerito, Politecnico di Milano
  • Carlo Cacciamani, Fisico, Responsabile della Struttura IdroMeteoClima, Arpa Emilia Romagna
  • Romano Camassi, Ricercatore, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Bologna
  • Sebastiano Campagna, Direttore del Dipartimento di Scienze Chimiche, Biologiche, Farmaceutiche ed Ambientali, Università di Messina
  • Luigi Campanella, già presidente della Società Chimica Italiana, Docente di Chimica dell’Ambiente e dei Beni Culturali, Università “La Sapienza”, Roma
  • Francesco Domenico Capizzi, Chirurgo, Presidente SMIPS (Scienza Medicina Istituzioni Politica Società), Bologna
  • Ingrid Carbone, Ricercatore presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università della Calabria
  • Daniela Cavalcoli, Docente di Fisica della Materia, Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi”, Università di Bologna
  • Paola Ceroni, Docente di Chimica Generale e Inorganica, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna
  • Marco Cervino, Ricercatore pubblico all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR), Bologna
  • Donata Chiricò, Ricercatore Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria
  • Salvatore Coluccia, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica, Università degli Studi di Torino
  • Giuliana Commisso, Ricercatore in Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
  • Giuseppe De Natale, Dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e già Direttore dell’Osservatorio Vesuviano
  • Elisabetta Della Corte, Ricercatore in Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
  • Claudio Della Volpe, Docente di Chimica Fisica Applicata, Università di Trento
  • Gianfranco Denti, Docente di Chimica Generale ed Inorganica, Università di Pisa
  • Enzo Di Salvatore, Docente di Diritto Costituzionale e Comparato Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo
  • Walter Ganapini, Membro Onorario, Comitato Scientifico, Agenzia Europea dell’Ambiente
  • Alessandro Gaudio, Ricercatore in Scienze letterarie presso il Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria
  • Domenico Giordano, Docente di Diritto Commerciale Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo
  • Daniela Imbardelli, Ricercatore di Chimica Fisica del Dipartimento di Chimica presso la Facoltà di S.M.F.N., Università della Calabria
  • Massimo La Deda, Docente di Chimica Generale e Inorganica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Pierandrea Lo Nostro, Docente di Chimica Fisica, Dipartimento di Chimica “Ugo Schiff”, Università di Firenze
  • Giulio Marchesini Reggiani, Docente di Scienze Dietetiche, Dipartimento di Medicina e Chirurgia (DIMEC), Università di Bologna
  • Nadia Marchettini, Docente di Scienze Chimiche presso il Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente, Universitàdi Siena
  • Giuseppe Marino, Docente di Analisi Matematica presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università della Calabria
  • Vittorio Marletto, Dirigente dell’Osservatorio Clima Arpae Emilia Romagna, Bologna
  • Silvia Mazzuca, Docente di Biologia e Botanica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Isabella Nicotera, Docente di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Libero Nigro, Docente di Ingegneria Informatica presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica, Università della Calabria
  • Giuseppe Antonio Nisticò, Docente di Fisica Matematica presso il Dipartimento di Fisica, Università della Calabria
  • Maurizio Prato, Docente di Chimica Organica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche, Università di Trieste
  • Giuseppe Ranieri, Docente di Chimica Fisica Ambientale presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Massimo Scalia, Docente di Fisica Matematica presso il Dipartimento di Matematica, Università “La Sapienza”, Roma
  • Leonardo Setti, Docente del Dipartimento di Chimica Industriale, Università di Bologna
  • Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club, Politecnico Milano
  • Francesco Stoppa, Docente di Petrologia e Petografia, Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio, Università di Chieti- Pescara
  • Micol Todesco, Geologa presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Bologna
  • Sandro Tripepi, Docente di Zoologia presso il Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra, Università della Calabria
  • Sergio Ulgiati, Docente di Chimica Ambientale e Analisi del Ciclo di Vita presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università degli Studi di Napoli Parthenope
  • Margherita Venturi, Docente di Chimica all’Università di Bologna
  • Annamaria Vitale, Docente di Sociologia dell’Ambiente, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria

 

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Il Genio sul letto di Procuste

Pazzia e genialità: due parole il cui accostamento sembra ormai diventato cosa ovvia, risaputa. In molti libri, mostre, film, articoli di giornale viene riproposto questo antico legame, un abbinamento che è garanzia di sicuro effetto. Ma come nasce questo collegamento? Ed è vero che pazzia e genialità non possono esistere l’una senza l’altra? Sono passati cento anni da quando uno psichiatra svizzero di nome Walter Morgenthaler pubblicò nel 1921 un libro dal titolo Arte e follia in Adolf Wolfli. Ogni lunedì mattina Wolfli, malato rinchiuso per più di 35 anni nel manicomio di Waldau vicino Berna, riceve una matita e due grossi rotoli di carta di giornale. Con questi mezzi, come guidato da un irrefrenabile impulso a disegnare, produrrà una sterminata collezione di disegni in cui Morgenthaler intravedeva i segni precursori del cubismo di Picasso.

Solo un anno dopo Karl Jaspers, filosofo e psichiatra tedesco, nel suo celebre libro Genio e follia, scriverà che così come la perla nasce dal difetto della conchiglia allo stesso modo la schizofrenia può produrre opere di incomparabile bellezza: la malattia non determinerebbe in maniera diretta la creatività ma potrebbe liberare, in coloro che sono dotati di talento, forze che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute. Frase apparentemente ad effetto che sembra in qualche modo ribaltare quella concezione puramente organicista dei primi del Novecento che attribuiva alla malattia una funzione negativa equiparabile a una demenza e i cui portatori erano rinchiusi nei manicomi relegati ai margini della società. La follia del genio romantico ottocentesco, che da solo sfidava il senso comune e le norme convenzionali, veniva assimilata alla solitudine autistica del malato, la sperimentazione del nuovo linguaggio artistico anticlassico del manierismo cinquecentesco, accostata al manierismo psicopatologico dello schizofrenico.

Così però, come la perla che nasce dalla conchiglia nasconde il difetto che l’ha creata, anche l’idea di Jaspers cela un inganno. Sia la creatività dell’artista che la produttività dello schizofrenico hanno in comune la rottura e la ribellione a schemi e regole convenzionali. In virtù di questa similitudine diventava possibile assimilare il geometrismo astratto di Wolfli con il cubismo di Picasso. Quello che produce la patologia è solo un cambiamento delle strutture e delle regole formali. Le forze disgregatrici della malattia costringono alcuni malati a un tentativo estremo di trovare un nuovo senso alle proprie esperienze stabilendo legami inusuali e bizzarri fino alla creazione di parole nuove (neologismi) o nuove modalità raffigurative. Tale produzione però non è dovuta al ricorso a un pensiero irrazionale ma al contrario al frutto di una iperiflessività: una perdita di spontaneità che conduce a…

Nella foto: Vincent van Gogh, A pair of boots, 1887


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Peppe Provenzano: Così il Pd ricuce lo strappo con i lavoratori

Spesso è nel mirino delle destre, infastidite dal suo eccessivo rigore antifascista (come quando ha definito Fratelli d’Italia “fuori dall’arco democratico e repubblicano”, dopo le reazioni ambigue di Meloni all’aggressione alla Cgil). Ma talvolta viene osteggiato anche nel centrosinistra, in virtù delle sue posizioni considerate eccessivamente “estremiste”. Il “discepolo” e amico di Emanuele Macaluso, ex ministro per il Sud nel Conte II e attuale vicesegretario del Pd, Giuseppe Provenzano, ha di fronte a sé una missione non semplice. Quella di riavvicinare i lavoratori ad un partito che per qualche decennio si è dimenticato di loro. A partire dallo stimolo di un sondaggio della rivista Usa Jacobin e di YouGov, che indica quali sono le tematiche e il lessico di sinistra che più attraggono la working class (v. l’approfondimento a pag. 30, ndr), gli abbiamo chiesto qual è la ricetta che intende seguire e quale direzione sta prendendo il Partito democratico su diritti sociali e civili.

Secondo una rilevazione Ipsos, se votassero solo gli operai il Pd si fermerebbe all’8,2%. Perché?
La frattura tra voto operaio e sinistra non è nuova. E credo si sia approfondita con la nascita del Pd, che si era fondato su un’ambiguità, ossia sull’idea che non esiste conflitto tra Capitale e Lavoro. E che non aveva posto sufficientemente al centro della sua proposta politica il tema della lotta alle disuguaglianze sociali, in una fase in cui esplodevano, con la crisi economica del 2008. Questa frattura ha rischiato di diventare insanabile negli anni del renzismo. Per le parole pronunciate allora, per un Jobs Act di cui, persino al di là del merito di quella riforma, bisogna ricordare la carica ideologica di attacco al lavoro e al sindacato che ha rappresentato.

È come se per lungo tempo ci si sia dimenticati dei lavoratori…
C’è stato un mancato riconoscimento del mondo operaio, della sua condizione, che è la prima forma di ingiustizia. Le forze del centrosinistra degli anni Novanta e Duemila avevano persino smesso di pronunciare la parola “operai”. C’era una vera e propria rimozione di questo tema, come se…


L’intervista prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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La chiamano pace, si legge petrolio

Ma dove vanno a finire i soldi per le nostre missioni di guerra che qui tutti si ostinano a chiamare missioni di pace? A mettere il naso tra i costi ci ha pensato Greenpeace che ha pubblicato un rapporto che ancora una volta, accade quasi sempre, dimostra come le azioni siano molto diverse dalle parole a dai buoni propositi che vengono divulgati: il 64% del budget italiano per le missioni militari (circa 797 milioni di euro) è stato speso «per operazioni volte a tutelare la “sicurezza energetica” del Paese» ovvero per tutelare gli interessi fossili inviando militari a proteggere le attività di ricerca, estrazione e importazione di gas e petrolio. La Spagna  ha speso 274 milioni di euro, pari al 26 per cento, la Germania 161 milioni di euro, pari al 20 per cento della sua spesa annuale per le missioni militari. Tutti assieme, nel 2021 i tre Paesi spendono oltre 1,2 miliardi di euro per missioni militari “fossili” – un totale di più di 4 miliardi di euro negli ultimi quattro anni (2018-2021).

Per questo Greenpeace chiede uno stop immediato alla protezione militare degli asset petroliferi e gasiferi. Nell’era della crisi climatica, una tale politica non si limita a dissipare fondi pubblici, ma mette anche a repentaglio la salute umana, perché sostiene il consumo di risorse che rappresentano un reale pericolo per il pianeta.

Per il 2021, l’Italia ha approvato 40 missioni militari per una spesa di circa 1,2 miliardi di euro. Il fulcro dell’impegno tricolore è il cosiddetto “Mediterraneo allargato”, con il maggior dispiegamento in Iraq e Libia, due Paesi che insieme garantiscono circa un terzo delle importazioni petrolifere italiane. Malgrado i gravi scontri, l’anno scorso Eni ha estratto 61 milioni di barili di petrolio equivalente dai giacimenti libici. Lo stretto legame tra il dispiegamento militare e gli interessi dell’azienda è particolarmente evidente nel caso della missione “Mare sicuro”: anche se il nome potrebbe evocare il salvataggio dei migranti, la prima “attività” ufficiale dell’operazione è la «sorveglianza e protezione delle piattaforme dell’Eni ubicate nelle acque internazionali prospicienti la costa libica». La relazione governativa precisa che la missione «assicura con continuità la sorveglianza e la protezione militare alle piattaforme dislocate nelle acque internazionali antistanti le coste libiche, la protezione al traffico mercantile nazionale operante in area». Tra i compiti della missione, anche quelli connessi alla controversa missione a supporto della Guardia costiera libica, che ogni anno suscita proteste fuori e dentro il Parlamento, ma poi viene immancabilmente approvata. Audito in Parlamento, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha confermato che “Mare Sicuro” è un dispositivo «a protezione degli interessi nazionali nell’area». “Interessi” che la bozza di discorso inviata ai giornalisti dettagliava in nota: «Impianti petroliferi, traffico mercantile, attività di pesca».

Tra le nuove missioni militari del 2020, il governo ha inserito l’impiego di «un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea». L’operazione, in seguito chiamata Gabinia, è stata confermata anche per il 2021, con un impegno finanziario più che raddoppiato (da 9,8 milioni di euro a 23,3 milioni). Malgrado le acque in questione siano infestate dai pirati, il primo compito della missione è «proteggere gli asset estrattivi di Eni, operando in acque internazionali». La necessità di difendere il naviglio mercantile nazionale dagli attacchi dei pirati compare solo al secondo posto. Come precisato da un dossier del Senato, Eni ha piattaforme offshore in Nigeria e in Ghana.

Come scrive Greepace poi non è necessario scomodare i cospirazionisti per collegare l’intervento italiano in Iraq al petrolio. A sancire inequivocabilmente quel legame è stato lo stesso ministro della Difesa illustrando le missioni militari alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato: «Il crollo dell’Iraq, dal punto di vista securitario, avrebbe il potenziale di coinvolgere e travolgere l’intero Medio Oriente», spiegava Guerini nel giugno 2020. «Per l’Italia, questo scenario metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica essendo l’Iraq, infatti, il nostro primo fornitore di greggio, rappresentando quindi – in termini “geo-energetici” – un partner di strategica importanza per i nostri approvvigionamenti. In tal senso, la nostra significativa presenza militare si traduce anche quale elemento fondamentale di una strategia di avvicinamento tra Roma e Baghdad volta a stabilire solide e più profonde relazioni in tutti gli ambiti». Anche nel 2021, il ministro ha presentato l’impegno italiano in Iraq con argomentazioni esplicitamente energetiche: «Nel quadrante mediorientale è confermato il nostro impegno in Iraq, Paese di elevata priorità strategica, sia sul piano degli equilibri regionali, sia a tutela dei nostri interessi nazionali, a partire dal tema prioritario degli approvvigionamenti energetici». La stessa relazione governativa, trasmessa alle Camere nel luglio 2021, considera l’instabilità politica dell’area mediorientale «una fonte di criticità per l’Italia in materia di sicurezza, di flussi migratori e politica energetica, che identifica Libia, Iraq e Penisola Arabica quali punti cardine per la sicurezza dei nostri approvvigionamenti».

Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale anche quest’anno Guerini ha ribadito l’importanza energetica del Mediterraneo orientale: «Il Mare Nostrum è oggi protagonista di un processo di territorializzazione mirato ad acquisire il controllo delle cospicue risorse energetiche presenti, attraverso una competizione sempre più accesa tra attori regionali e potenze esterne». In questa competizione l’Italia intende avere un ruolo: come annunciato già nel 2020, «al fine di assicurare una maggiore presenza, sono già state previste, nell’ambito di operazioni in corso ed esercitazioni già programmate, periodiche elongazioni nell’area da parte di assetti nazionali marittimi».

Sommando tutte le missioni “fossili” citate, si arriva a circa 749 milioni di euro nel 2021, 523 nel 2020, 489 nel 2019 e 529 nel 2018, pari al 64% della spesa totale per le missioni militari del 2021, al 50% per il 2020, al 47,6% per il 2019 e al 51% per il 2018. A queste cifre va aggiunta la quota parte dei costi di supporto per le operazioni militari italiane all’estero, registrate alla voce «stipulazione dei contratti di assicurazione del personale, trasporto del personale, dei mezzi e dei materiali e realizzazione di infrastrutture e lavori connessi con le esigenze organizzative e di sicurezza dei contingenti militari nelle aree in cui si svolgono le missioni internazionali» (pari a 76 milioni di euro l’anno). Si può quindi concludere che le missioni a protezione delle fonti fossili siano costate alle casse italiane circa 797 milioni di euro per il 2021, 560 per il 2020, 525 per il 2019 e a 568 per il 2018.

Petrolio e armi, il binomio perfetto. Bella questa transizione ecologica e questo impegno per la pace, vero?

Buon venerdì.

Nella foto: piattaforma Eni in Ghana, 28 novembre 2017

 

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Andrea Masini: Quella mostruosa cecità nei confronti della realtà umana dei bambini

Pope Francis blesses a child during an audience with the participants of homeless jubilee in the Paul VI Hall at the Vatican, Friday, Nov. 11, 2016. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Quotidianamente, purtroppo, i media riportano uno stillicidio di casi di violenza sui minori: stupri, pedopornografia, tratta, sfruttamento, abusi di ogni genere. Tuttavia raramente la stampa si sofferma sulla ricerca delle cause, su cosa spinge un adulto a brutalizzare un bambino, sui tanti perché che sorgono spontanei di fronte a questo orrore. Un orrore che nel caso della pedofilia accade spesso in famiglia, come emerso nel recente agghiacciante caso della chat su Telegram in cui, stando a quel che si legge sui giornali, dei genitori si scambiavano immagini di violenze sui propri figli oltre che suggerimenti e dritte per non farsi scoprire dalle forze dell’ordine. Ma in Italia, come in tutti gli altri Paesi ancora a tradizione cattolica, la pedofilia e la pedopornografia sono profondamente radicate anche negli ambienti ecclesiastici.
Sia nel caso della pedofilia in ambiente familiare che di quella di matrice clericale, come hanno dimostrato studiosi come Eva Cantarella, la storia non è di oggi o degli ultimi decenni ma attraversa senza soluzione di continuità i tanti secoli che ci separano dagli albori della civiltà occidentale. Viene da chiedersi, allora, qual è la considerazione che si ha del bambino alle nostre latitudini ma anche se c’è un modo per tutelarlo da violenze indicibili e traumi che, come vedremo, sono devastanti. Per provare a orientarci abbiamo rivolto queste e altre domande allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, direttore della rivista scientifica Il sogno della farfalla e docente della scuola di psicoterapia dinamica Bios Psiché.
«Il bambino nella nostra cultura è sempre stato considerato poco e male – precisa immediatamente Masini -. Per cui è sempre stato “visto” come un uomo che deve ancora realizzarsi. Nessuno ha mai riconosciuto al bambino la piena realizzazione della sua realtà umana fin dalla nascita e quindi durante tutta l’infanzia».
Dagli studi della storica Cantarella, ma non solo, abbiamo scoperto che le radici “culturali” di questa scarsa “considerazione” della realtà del bimbo affondano nel periodo della Grecia classica. Cosa ne pensa?
Nei confronti del mondo greco antico abbiamo certamente un grande debito di riconoscenza per averci fornito le basi del nostro sapere di uomini occidentali e razionali, ma non si può ignorare che dalla razionalità del pensiero di Platone, di Socrate e di Aristotele deriva, appunto, la pedofilia. A livello filosofico fu teorizzato che è molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale. Così è nata la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva il rapporto “sessuale” con il maestro. Questa storia e queste dinamiche di sottomissione sono state poi riproposte e sempre negate per secoli fino ai giorni nostri. Basta vedere cosa è accaduto per esempio nella Chiesa francese o cosa accade oggi in Afghanistan ai bambini. Questo ci suggerisce che probabilmente nei secoli scorsi la pedofilia era una prassi totalmente annullata, non denunciata, come se non esistesse. E ci suggerisce anche che oggi stiamo facendo un salto in avanti poiché certi orrori inizino a essere scoperchiati.
Lo psichiatra Massimo Fagioli ha definito la pedofilia «l’annullamento della realtà umana del bambino».
Il lavoro che ha fatto Fagioli sull’immagine del bambino, ma anche della donna, è un rovesciamento culturale gigantesco. Oggi dobbiamo continuare a proporre cos’è questo annullamento, cioè il non riconoscere, non vedere la realtà umana del bambino, per far sì che venga in primis riconosciuto l’obbrobrio della storia del mondo greco. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed è accaduto che l’annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica sia arrivato ai giorni nostri dopo essere stato ripreso a inizio Novecento da Freud con i suoi lavori sulla “sessualità” infantile.
Ci dica di più.
Utilizzando una serie di luoghi comuni della sua epoca, Freud formulò una vera e propria teoria della sessualità infantile che è arrivata ai giorni nostri così come lui l’ha proposta. Come fosse una scoperta, come fosse una cosa scientifica. Mentre non ci si rende conto che livello di annullamento sia parlare di sessualità infantile. I bambini non hanno sessualità. Non la devono e non la possono avere. Perché non hanno le competenze fisiche oltre che mentali, che si svilupperanno alla pubertà. È qui che comincia la sessualità.
Uno stupro, una violenza, può essere definito “atto sessuale”?
Assolutamente no. Anche qui dovremmo riuscire a chiarire i termini che – ripeto – ha chiarito solo Fagioli. Non si può mettere insieme violenza e sessualità. La parola sessualità implica l’assenza di qualunque violenza. La parola violenza esclude la possibilità che ci possa essere qualche dinamica di tipo sessuale. Ma nel nostro pensiero comune le due parole vengono associate. “Violenza sessuale”. Sono due termini totalmente inconciliabili. La violenza è violenza. Per anni è sembrato che l’aggiunta della parola “sessualità” volesse in parte mistificarla. Ci sono state sentenze in cui la donna vittima è stata considerata complice della violenza subita perché avrebbe indotto l’uomo a comportamenti violenti tramite la sessualità. Ma questo è un pasticcio teorico inaccettabile. Se c’è violenza non c’è sessualità. Se c’è sessualità non ci può essere violenza.
“È il bimbo che mi ha provocato”. Tante volte, non solo attraverso le nostre inchiesta su Left, è emerso che dichiarazioni del genere sono state fatte da sacerdoti pedofili. La donna e il bambino descritti dall’uomo come istigatori. Come possiamo commentare?
La donna e il bambino violentati, ritenuti responsabili della violenza contro se stessi: è un pensiero orrendo. E nei confronti del bimbo lo è ancor di più perché – come detto – nel bambino non c’è sessualità. Quindi non ci può mai essere alcuna istigazione. Invece questa idea è presente anche nella cultura del Novecento francese, nell’esistenzialismo. Foucault e altri hanno proposto dinamiche di questo tipo. Ma sono inaccettabili dal punto di vista teorico, psichiatrico e anche culturale.
Una persona che ha subito uno stupro in età prepubere, cosa si trova a dover affrontare?
Ogni vittima ovviamente nel corso della vita farà appello a tutte le proprie risorse psicologiche per superare il trauma. Ma noi psichiatri valutiamo che le conseguenze sono devastanti. Perché c’è un’impossibilità per il bambino di gestire, di reggere questo tipo di violenza che non è solo fisica. Peraltro quando un bambino è vittima di un’aggressione fisica diretta questa viene compresa ed elaborata più facilmente – anche perché c’è l’appoggio e la difesa del mondo circostante (genitori, familiari etc). L’aggressione di un pedofilo, invece, come dicevamo, è sempre stata sottovalutata dalla società. Quindi da una parte il bimbo rischia di confondersi e dall’altra spesso manca il sostegno stesso delle persone che gli stanno vicino. Più volte mi è capitato di sentirmi raccontare con grande sofferenza la violenza subita da uno zio o da un parroco tanti anni prima. Dietro l’atto c’è una violenza psicologica che provoca danni profondissimi. Che non sono solo quelli di bloccare la sessualità.
Come si può intervenire?
Si può intervenire solo a livello psichiatrico e psicoterapico. Pensiamo solo alla confusione che una violenza determina sulla formazione dell’identità. «Chi sono io? Sono attratto da un adulto del mio sesso o del sesso opposto?» si “chiede” la vittima.
Uno studio realizzato dalla Commissione australiana d’inchiesta sugli abusi nazionali di matrice clericale, conferma quello che dice lei. Da un campione di 4.445 persone è emerso che sono passati in media 33 anni prima che le vittime riuscissero a parlare della violenza subita.
Perché così tanto tempo?
È il tempo che occorre a una persona per acquisire – nonostante il trauma – una propria solidità. Quella necessaria per poter riaffrontare il racconto e le reazioni della gente di fronte alla sua denuncia. Questo, ma in maniera più grave, è molto simile alla violenza “sessuale” che subiscono le donne. C’è tutto quel connubio di vergogna, di paura, sensi di colpa che rendono molto complicato riuscire a denunciare, a raccontare, a condividere con qualcuno.
Anche con i genitori?
Purtroppo sì. I bambini molto spesso non vengono creduti, se non addirittura colpevolizzati. Oggi si comincia per la prima volta a sentire di rari ed eccezionali casi in cui la madre si scontra con il padre, accetta la volontà del figlio e si va a scontrare con il parroco presunto violentatore. I casi che vengono denunciati hanno quasi sempre questa dinamica ma non sono certo la maggioranza. Purtroppo si tratta di un’esigua minoranza di persone che hanno una certa sensibilità. La maggioranza tende a colpevolizzare il bambino, a nasconderlo, a non vedere la realtà, a negarla.
Chi è il pedofilo?
Il pedofilo ha una patologia psichiatrica gravissima che però può essere “compresa” in senso scientifico come un disturbo di personalità, tipo psicopatia. I pedofili sono degli psicopatici, sono dei malati che mettono insieme una grave malattia e una lucidità di comportamento propria dei criminali. E con lucidità scelgono le vittime, consapevoli del reato che compiono e dei rischi che possono correre. Nell’Ottocento li chiamavano “criminali nati” ma oggi sappiamo che psicopatici si diventa, non ci si nasce. A volte, nel caso dei pedofili, sono delle persone abusate a loro volta da bambini. In loro c’è una catena di malattia, di dolore e di delinquenza molto marcate. Trent’anni fa ci fu il caso piuttosto noto di Luigi Chiatti. Lui da bambino era stato abusato e adottato, e uccise due bambini. Prima però tentò di violentarli ma anche di convincerli a una relazione. Un misto di psicosi, delirio e lucida delinquenza. È stato un caso molto paradigmatico, molto studiato. Aveva il delirio di voler costruire una comunità di bambini prendendoli alle loro famiglie e portandoli a vivere tutti insieme. Una cosa che non sta né in cielo né in terra ovviamente.
Leggendo i Rapporti investigativi sulla pedofilia nel clero, viene da dire che spesso ai sacerdoti pedofili la comunità di bambini da gestire è stata messa su un piatto d’argento…
Anche loro hanno deliri di questo genere: ricostruire delle comunità in cui stanno con i bambini. È chiaro inoltre che i numeri impressionanti emersi in Francia di recente – ma era già accaduto in Germania, Usa e altrove – dimostrano che ci deve essere un legame tra la diffusione della pedofilia nel clero e la cultura della Chiesa, la sua organizzazione, la formazione impartita ai sacerdoti. Ci dev’essere un nesso altrimenti non si spiegano questi numeri mostruosi.
Le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre detto che si tratta di casi isolati. Aiutati in questo, specie in Italia, dal modo in cui i media trattano queste vicende, spesso relegate nelle pagine di cronaca locale e mai contestualizzate fino in fondo.
Ma no! Si tratta di una prassi criminale diffusa che evidentemente si lega in qualche modo alla cultura cattolica e all’organizzazione della Chiesa cattolica.
Difatti, solo per fare un esempio numerico, il recente rapporto francese parla di circa 3mila preti coinvolti e 210mila vittime: cioè per ogni pedofilo, settanta bambini violentati.
Per me questo è l’aspetto criminale della malattia mentale. La serialità sottolinea drammaticamente l’aspetto criminale. Non riescono a fermarsi. O li ferma la magistratura o non riescono a fermarsi. In questo misto di criminalità e di patologia. Loro hanno perduto l’infanzia. In questo modo criminale vorrebbero ricostruire un rapporto con l’infanzia che hanno perduto. È una dinamica violentissima. Così come lo stupratore delle donne vorrebbe creare un rapporto con le donne ma lo fa in un modo violentissimo e criminale.
A proposito di “cultura” religiosa, ancora oggi lo stupro subito da un bambino, per la Chiesa, dal papa in giù, è considerato ed è trattato innanzitutto come un peccato.
Qui c’è tutta la cecità del pensiero religioso nei confronti del bambino. Difficile stabilire quanto questa idea di “peccato” venga utilizzata appositamente da parte della Chiesa per mistificare e nascondere il gigantesco problema al suo interno. È possibile che i vertici siano consapevoli che la pedofilia rischi di travolgere definitivamente l’istituzione, intaccando irrimediabilmente la fiducia della gente. Quindi la confusione tra “peccato”, cioè delitto contro la morale, e crimine contro una persona inerme può essere frutto di una strategia lucida e fredda per tutelarsi. Ma dall’altra parte testimonia l’incapacità del pensiero religioso di vedere il bambino, che come la donna non esiste. La religione, quella monoteista in particolare, vede solo il maschio adulto. E questo ha delle ricadute importanti, appunto, anche sulla formazione dei preti che vengono addestrati a muoversi in mondo totalmente maschile, dove esistono solo uomini. È una mostruosità, è contro la natura umana.
Ritorniamo, in conclusione, a parlare delle vittime di una violenza subita da bambini. Spesso vengono loro diagnosticate una sindrome acuta post traumatica da stress e amnesia traumatica. Ce ne può parlare?
La psichiatria deve fare ancora tanta strada per capire la patologia mentale in generale ma queste in particolare. Però entrambe le definizioni possono essere utilizzate per aiutare a comprendere. La sindrome post traumatica da stress suona come una cosa lieve ma è una diagnosi che può essere utilizzata per le vittime dei campi di concentramento che, come ha raccontato Primo Levi, portano dei segni profondissimi per tutta la vita.
Lo stress quindi può essere più o meno grave?
Certamente. Per farsi un’idea queste sono diagnosi che si usano per le persone vittime di terremoti, guerre ed emigrazione forzata. E questo può aiutarci a capire cosa vive la vittima di uno stupro pedofilo. Aggiungerei che il dramma e lo stress della persona che ha dovuto affrontare un lager o un terremoto vengono compresi dal mondo circostante. Mentre per quanto riguarda le vittime di un pedofilo c’è tutto quell’equivoco di cui si parlava all’inizio che rende maggiore la loro sofferenza.
Cosa si intende invece per amnesia traumatica?
Si tratta di una dinamica che anche io ho riscontrato nelle vittime. “Comincio a ricordare di mio zio” mi sono sentito dire. Ma per anni lo avevano dimenticato. La nostra mente ha questo potentissimo meccanismo di difesa che consiste nel cercare di “dimenticare” ciò che ha fatto star male. E questo spiega anche perché prima che una persona riesca a ricordare, a prendere consapevolezza, a rimettere a fuoco quello che è successo ci vogliono anni. Accade anche in chi ha subito una guerra o vissuto un lager. Cercano di dimenticare. Ben diversa è la dinamica dell’annullamento nella quale c’è una completa sparizione del fatto ma soprattutto si realizza una dinamica di anaffettività che di solito non è quella implicata in un processo traumatico. Il punto sta proprio nel “dimenticare” – non c’è un’altra parola – quello che è stato il trauma. Poi, dove le condizioni lo consentono, a poco a poco riemerge. E siccome per anni è rimasto nell’inconscio, deve riemergere dall’inconscio.


L’intervista èstata pubblicata su Left del 10-16 dicembre 2021

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