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Giornata mondiale dei diritti umani: il tradimento dell’Europa

GRODNO REGION, BELARUS - NOVEMBER 27: Migrants receive humanitarian aid donated by Grodno people as migrants continue to wait at a closed area allocated by Belarusian government the Belarusian-Polish border in Grodno, Belarus on November 27, 2021. The migrant crisis on the border of Belarus with Poland, Lithuania, and Latvia escalated on November 8. This year, Polish border guards have prevented more than 35,000 attempts to illegally cross the Polish-Belarusian border, which is 400 times more than last year. (Photo by Sefa Karacan/Anadolu Agency via Getty Images)

A dicembre si concentrano le date in cui l’Onu riafferma l’universalità dei diritti. Fare un bilancio in una condizione pandemica nuova che si va a sommare ad emergenze democratiche, alimentari, ambientali di ogni tipo, non è semplice e non induce all’ottimismo. Il 10 dicembre è riconosciuto come “Giornata internazionale dei diritti umani”, un termine esteso quanto disatteso. La data fu scelta da parte dell’Assemblea generale Onu come anniversario dell’adozione della Dichiarazione universale stipulata nel 1948. Nel 1950 tutti gli Stati furono invitati a celebrarla.

Per sfuggire dalla retorica ipocrita meglio partire da un luogo preciso, finito di recente al centro dell’attenzione mediatica: il confine fra Polonia e Bielorussia, in cui i richiedenti asilo vengono cinicamente utilizzati da due regimi diversamente reazionari. Ad allarmare le cancellerie occidentali, oltre che quella polacca, sono meno di 5mila persone, in gran parte provenienti da Medio Oriente e Afghanistan, nuclei familiari che si trovano prevalentemente ancora al confine e che rischiano di morire assiderati. In pochi riescono ad entrare in Polonia. A proposito di diritti il primo dicembre, tanto per lanciare un segnale all’Unione europea, il presidente polacco Andrzej Duda ha firmato un disegno di legge con cui si vieta l’accesso all’area di confine con la Bielorussia a giornalisti e operatori di Ong. Un divieto “discrezionale”. Sarà la Guardia di frontiera a decidere se accordare o meno l’ingresso e a chi. Già alcuni media hanno cercato un’interlocuzione con le autorità ricevendo in cambio un indirizzo mail da cui nessuno risponde. Le motivazioni addotte dal ministro dell’Interno Mariusz Kaminski sono quelle che da decenni ogni governo utilizza per misure liberticide, “ragioni di sicurezza”. Lo stato di emergenza, dichiarato il 2 settembre, è stato superato dal provvedimento che ora comprende 183 villaggi di confine per un’area di 3 km di profondità.

Quelli che il governo chiama “tentativi di accesso irregolare” sono circa 150 al giorno: con questo risibile pretesto ci si chiude al mondo. Oltre lo splendido esempio delle “lanterne verdi” (accese fuori dalle case pronte a ospitare i profughi) è significativa la posizione del Garante polacco per i diritti umani che ha contestato la legge perché limita le libertà a tempo indeterminato. Le persone in fuga – con l’irrigidirsi delle temperature e l’arrivo della neve – vanno diminuendo ma sono centinaia gli agenti di frontiera che continuano a presidiare la foresta gelata al confine, anche per bloccare le azioni solidali degli attivisti che disobbediscono al governo o dei passeur che cercano di lucrare sul dramma dei profughi. La commissaria Ue agli Affari interni Ylva Johanson, intervenendo a Bruxelles su «misure straordinarie e temporanee per aiutare Polonia, Lituania e Lettonia a gestire le richieste d’asilo», ha definito la fase al confine come di…


L’intervista prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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Gli ipocriti

Il Parlamento italiano avvierà un’indagine pubblica sulla pedofilia. Lo ha dichiarato il primo ministro Mario Draghi in seguito all’ondata di indignazione manifestata dall’opinione pubblica per lo shock provocato da un documentario intitolato Non dirlo a nessuno in cui si dà voce alle vittime di stupri che coinvolgono il clero italiano e si punta il dito contro la pratica di spostare preti pedofili da una parrocchia all’altra. Il video, trasmesso su Youtube, in pochi giorni ha avuto oltre 20 milioni di visualizzazioni. Draghi ha annunciato la convocazione di una Commissione parlamentare ad hoc dopo una riunione del suo gabinetto, vice primi ministri compresi, con i presidenti dei due rami del Parlamento, Casellati e Fico.

Come riporta l’agenzia Nova, la commissione «si occuperà di tutti, ovviamente senza escludere il clero, ma anche di coloro che appartengono alla comunità artistica o al corpo docente e sono in contatto con minori», ha specificato il premier. L’ambito operativo della commissione, più in dettaglio, sarà presto reso noto. L’obiettivo non è quello di «stigmatizzare qualcuno, ha sottolineato Draghi. «Si tratta di un fenomeno che purtroppo, statisticamente, si manifesta in diversi ambienti, da sradicare senza sconti per nessuno». Uno scopo collaterale ma altrettanto importante è quello di stanare i casi di insabbiamento. «Non ci saranno più concessioni al silenzio, non si può tacere su simili questioni. Sono fondamentali per la normalità della vita sociale», ha aggiunto il presidente del Consigli. Il capo dell’esecutivo ha assicurato che in Commissione saranno chiamati anche esponenti dell’opposizione.

Ecco, avete appena letto una fake news, o meglio, una notizia fantascientifica. Per ritornare nella realtà dovete sostituire “Italia” con “Polonia”, “Mario Draghi” con “Mateusz Morawiecki” e “clero italiano” con “clero polacco”. Già perché questo è accaduto davvero diversi mesi fa nella Polonia ultra-cattolica, terra del papa santo Giovanni Paolo II – che notoriamente non fu un paladino della lotta contro la pedofilia all’interno della sua Chiesa.

E che dire di quanto accaduto in Francia con la pubblicazione del rapporto Ciase all’inizio di ottobre? La storia è nota ma vale la pena sintetizzarla. Dopo la scoperta di una settantina di casi avvenuti nell’ultimo decennio, e lo scandalo del vescovo di Lione, Barbarin, accusato di aver protetto un prete pedofilo seriale, la Chiesa francese ha commissionato un’indagine indipendente. In 3 anni di inchiesta è stata accertata l’esistenza di circa 3mila preti pedofili ed è stata fatta una stima di circa 210mila vittime.

Lo scandalo che ne è seguito è arrivato a mettere finalmente in discussione anche il sacramento della confessione. Già perché, come denunciamo da anni su Left è nell’ambito della confessione (ovvero in un rito dall’inizio e dalla fine indefiniti) che avvengono gran parte degli stupri e delle violenze nel clero. La segretezza che grava sul rito è lo scudo dietro cui le gerarchie ecclesiastiche hanno protetto, nel mondo, migliaia di sacerdoti pedofili. E continuano a farlo.

A parte questo, il fatto cruciale è che in Italia, invece, nonostante siano almeno 300 i sacerdoti denunciati negli ultimi 20 anni (stando agli archivi d’agenzia e al database di Rete L’Abuso) e intere diocesi siano state coinvolte in presunti insabbiamenti – come quella di Verona (caso dei sordomuti dell’istituto Provolo), Milano (don Galli), Enna (don Rugolo) solo per citarne alcune – non c’è traccia dell’intenzione da parte delle autorità civili, men che meno di quelle ecclesiastiche, di mettere un punto e avviare un’indagine conoscitiva su scala nazionale quanto meno per mappare il fenomeno criminale della pedofilia di matrice clericale.

Sarebbe un segnale importantissimo, sarebbe un efficace deterrente, sarebbe il primo vero mattoncino su cui costruire la prevenzione degli abusi. Lo dimostrano i risultati delle inchieste che dal Duemila in poi sono state realizzate in mezzo mondo: Stati Uniti, Irlanda, Germania, Regno Unito, Australia, Belgio, Olanda, Rep. Dominicana, Cile, Argentina, Brasile.

Da noi niente. Come se il problema non esistesse. O come se i bambini non esistessero?
«Troppi sacerdoti (negli Usa, ndr), tra il 4 e il 6% nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Dal momento che i vescovi americani hanno preso sul serio la lotta contro questo male, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi… Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato». Questo non lo diciamo noi di Left… L’ha detto il 21 agosto 2018 padre Hans Zollner, psicologo membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection della Pontificia università gregoriana. In pratica Zollner ha detto che sarebbe sciocco pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso ma non si fa nulla. Sono passati oltre tre anni da quella sua dichiarazione inquietante senza che chi di dovere l’abbia raccolta e trasformata in un’inchiesta concreta.

Attualmente il clero italiano è composto da circa 52mila persone. Il 4-6% sono 2-3mila individui. In Francia a fronte di circa 3mila pedofili sono state individuate 210mila vittime. Non sono elementi sufficienti per preoccuparsi? Noi riteniamo di sì e andiamo anche oltre la “semplice” preoccupazione. Nella giornata mondiale per i diritti umani indetta dalle Nazioni unite che ricorre il 10 dicembre siamo infatti qui a pretendere – nuovamente – dal “nostro” Stato laico l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia di matrice clericale. Ora e subito.

Come ha dimenticato di far notare Lucetta Scaraffia in un articolo sulla Stampa dell’11 novembre – in cui lei si chiede come mai nel nostro Paese non sia stata avviata alcuna inchiesta sugli abusi del clero e perché i giornali a parte il suo non indaghino (!) – è questa una battaglia che purtroppo a livello mediatico solo il nostro settimanale sta portando avanti da anni con convinzione e dati alla mano. Senza guardare in faccia nessuno.

Left infatti tra le altre cose ha contribuito all’indagine conoscitiva promossa da Rete L’Abuso che nel gennaio del 2019 ha portato il governo italiano di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia con l’accusa di fare poco o nulla per garantire l’incolumità ai bambini che frequentano chiese, parrocchie, oratori, scuole religiose etc, e per sollecitare il Vaticano e la Chiesa italiana a una maggiore responsabilità.

Già, Scaraffia, c’eravamo noi a Ginevra, all’incontro che lei cita nel suo articolo, con le nostre inchieste a rappresentare le istanze delle vittime a fianco di Francesco Zanardi, il presidente di Rete L’Abuso. «Persona certo meritevole ma così coinvolto personalmente – lui stesso, da bambino ha subito gli abusi di un prete – da indurre molti a mettere in dubbio le sue informazioni» scrive Scaraffia.

Davvero si pensa che Zanardi non sia credibile in quanto vittima? Evidenziamo questo perché pensiamo che l’assenza di fiducia nei confronti di chi denuncia di aver subito uno stupro sia una delle matrici “culturali” del problema da risolvere. Questa “idea” come emerge nella nostra storia di copertina ricade con violenza sia sui minori che sulle donne. E chi sostiene di averne a cuore l’incolumità non può non prenderne atto.

Quanto ai doveri delle nostre istituzioni, l’inchiesta parlamentare sarebbe un segno concreto di adesione convinta alla Convenzione Onu del 1948, convenzione che porta con sé quella sui diritti dell’infanzia del 1989 (anche questa ratificata dall’Italia). In questa c’è scritto che ogni bambino deve poter crescere in un ambiente sano e ricevere affetto e che ha il diritto di essere protetto da qualsiasi abuso o sfruttamento.

La “sicurezza” che tanto sta a cuore ai partiti di governo non riguarda forse anche i minori? La Lega sempre in prima linea sui “fatti” di Bibbiano perché non alza mai la voce quando c’è di mezzo un prete o un monsignore? Un bimbo di otto anni non ha forse diritto di giocare nel campetto dell’oratorio o di partecipare a un campo scout senza correre il rischio di essere violentato dall’“educatore” in tonaca o dal laico devoto che “insegna” religione?

Come mai i diritti umani dei bambini troppo spesso finiscono nel dimenticatoio? Ad alcune di queste domande vogliamo provare a rispondere avvalendoci del contributo dello psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, direttore della rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla e docente della scuola di psicoterapia dinamica Bios e psichè. Nell’attesa che governo e Parlamento rispondano al quesito nostro e di tantissime vittime: perché in Italia non è mai stata avviata un’inchiesta sulla pedofilia nel clero? Cosa aspettate?


L’editoriale è tratto da Left del 10-16 dicembre 2021

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Pedofilia nella Chiesa italiana, perché non si può più rimandare una commissione parlamentare d’inchiesta

Foto Fabrizio Corradetti/LaPresse 14 ottobre 2018 Ciita' del Vaticano, Italia Vaticano Piazza San Pietro Santa Messa e Canonizzazione dei Beati Paolo VI, Oscar Arnulfo Romero Galdamez Nella foto: Vescovi Photo Fabrizio Corradetti/LaPresse October 14 th, 2018 Roma, Italy Vatican St. Peter's Square Holy Mass and Canonization of the Blessed Paul VI, Oscar Arnulfo Romero Galdamez In the photo: Bishops

Don Nicola De Blasio: arrestato con l’accusa di pedopornografia online; don Livio Graziano: indagato per abusi su minore; don Emanuele Tempesta: arrestato per abusi su minore; don Vincenzo Esposito: indagato in carcere per induzione alla prostituzione minorile; don Giuseppe Rugolo: a processo per violenza sessuale aggravata su minori presso il Tribunale di Enna; infine un sacerdote, il cui nome non è stato reso noto dalle forze dell’ordine, arrestato in Salento nel settembre scorso con l’accusa di abusi su minore, e un ex sacerdote già cappellano dell’ospedale Perrino di Ostuni (Francesco Legrottaglie) arrestato due settimane fa perché trovato in possesso di un ingente quantitativo di immagini e video di natura pedopornografica. Per Legrottaglie si tratta della terza volta. Era già finito in manette nel 2015, sempre per detenzione di materiale pedopornografico, e nel 1992 quando era cappellano militare a Bari, per “atti di libidine” compiuti su due ragazzine qualche tempo prima, quando era parroco ad Ostuni.

Questa breve cronaca si riferisce a sette presunti casi di pedofilia e/o violenza su minori, collegati più o meno direttamente all’ambiente ecclesiastico, accaduti in Italia tra la fine di agosto 2021 e i primi giorni dello scorso dicembre. I presunti crimini sono accaduti in sette diocesi diverse. Diligentemente i media locali hanno ricostruito le vicende che hanno condotto agli arresti; laddove c’è già un processo in corso ne stanno dando conto e sicuramente informeranno i propri lettori circa l’eventuale condanna o assoluzione del presunto reo. Ma difficilmente chi vive a Benevento, dove è stato arrestato don Nicola De Blasio, saprà di don Emanuele Tempesta, arrestato a Busto Garolfo (Milano); chi vive in provincia di Perugia – dove è stato arrestato don Vincenzo Esposito – conoscerà la storia di don Livio Graziano finito nei guai ad Avellino, e così via.

Fin tanto che le “storie” di pedofilia nel clero saranno ricostruite senza essere contestualizzate in una trama complessiva, mancherà una visione d’insieme del fenomeno criminale.

E l’opinione pubblica italiana resterà ferma nella convinzione che certi episodi siano casi isolati e che diversamente dai cittadini francesi, tedeschi, irlandesi, belgi, olandesi, australiani, statunitensi etc – Paesi in cui sono state svolte inchieste istituzionali su base nazionale che hanno ricostruito fatti accaduti negli ultimi cinque decenni – noi possiamo stare tranquilli: da noi la pedofilia di matrice ecclesiastica è solo un fenomeno marginale.

Ma è davvero così? Proviamo a dare una risposta a questa domanda. In Francia la Commissione Ciase, che dal 2018 al 2021 ha indagato sui presunti crimini pedofili all’interno della Chiesa francese dagli anni 50 in poi, è stata incaricata dell’inchiesta, resa pubblica all’inizio dell’ottobre scorso, sulla base della denuncia di una settantina di casi nell’ultimo decennio e sulla spinta dello “scandalo Barbarin”, il vescovo di Lione riconosciuto responsabile di aver “insabbiato” per anni le denunce contro un prete pedofilo seriale. Al termine dell’indagine, come è tristemente noto, sono stati individuati circa 3mila sacerdoti pedofili e stimate almeno 210mila vittime. In proporzione, numeri simili erano stati riscontrati tra l’inizio e la metà dello scorso decennio al termine delle indagini in Irlanda e Germania, oppure nello Stato Usa della Pennsylvania nel 2018.
Da noi, come abbiamo denunciato tante volte su Left, non esistono statistiche ufficiali sulla pedofilia in generale, men che meno su quella di matrice clericale. Né il governo italiano né la Conferenza episcopale italiana si sono mai preoccupati di valutare le dimensioni e la diffusione di questo crimine.

Sul versante “laico” la situazione è ancora molto lacunosa. Nel 2007 è stato istituito l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile presso il ministero per le Pari opportunità. Nello stesso anno in quella sede sarebbe dovuta entrare in funzione una banca dati – si legge sul sito del ministero – «volta ad organizzare in modo sistematico il patrimonio informativo proveniente dalle diverse amministrazioni per il monitoraggio del fenomeno e delle azioni di prevenzione e repressione ad esso collegate». L’Osservatorio avrebbe anche dovuto redigere «una relazione tecnico-scientifica annuale a consuntivo delle attività svolte per il monitoraggio e il contrasto degli abusi su bambini e adolescenti nel nostro Paese». Usiamo il condizionale perché dal 2007 al 2021 l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia ha funzionato di fatto solo pochi mesi nel 2020 e al momento non è possibile sapere quando riprenderà l’attività dato che anche il sito è offline.

Manca insomma un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato che si occupano di tutela dei minori e delle vittime (come per es. Telefono Azzurro o rete L’Abuso). In assenza di una banca dati nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i numeri disponibili sono pochi e non esaustivi. È questo un altro motivo per cui passa l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. «Mentre i dati – come denuncia sovente Telefono Azzurro – ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, purtroppo presente in tutti i contesti nei quali ci siano bambini».

Sul versante ecclesiastico la situazione è altrettanto lacunosa. Fino a oggi solo due diocesi italiane, in seguito a decine di denunce che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone nel 2012 e Verona nel 2013. In entrambi i casi – ormai datati – gran parte delle denunce sono risultate fondate ma la prescrizione ha negato la possibilità di ottenere giustizia alle vittime.

Si è trattato peraltro di commissioni che hanno agito a livello “locale”. La Conferenza episcopale italiana, a differenza di quella francese o tedesca o statunitense solo per fare qualche esempio, non ha mai ritenuto necessario allargare lo “sguardo” sul complesso delle oltre 220 diocesi esistenti nel nostro Paese. E lo ha ribadito con forza anche il 14 ottobre scorso il cardinale presidente, Gualtiero Bassetti, quando gli è stato chiesto se non ritenesse necessario prendere esempio dai colleghi d’Oltralpe. «È pericoloso affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche. La conoscenza del fenomeno, a mio avviso, va fatta scientificamente, non per indagini» ha detto Bassetti. Due domande veloci al capo della Cei: pericoloso per chi? La statistica non è una scienza? «Noi – ha proseguito l’arcivescovo di Perugia – abbiamo fatto la cosa più importante in questo momento: se c’è un fiume che va fuori si mettono gli argini. E stiamo facendo, in accordo con la Santa Sede, un lavoro importantissimo di prevenzione, di monitoraggio nelle diocesi, con esperti che valutano subito i casi». Nessun cenno, fateci caso, alla possibilità di iniziare a collaborare concretamente con la magistratura italiana e denunciare i casi sospetti. No, questi – per la Chiesa italiana – vanno valutati da non meglio precisati esperti.

Senza intento polemico ci verrebbe da dire che il risultato di questo «lavoro importantissimo di prevenzione» andrebbe fatto valutare alle vittime dei sette personaggi di cui abbiamo parlato all’inizio nel caso dovessero risultare colpevoli. Ma tant’è. Per Bassetti l’inchiesta nazionale non s’ha da fare.

Con buona pace del presidente della Cei, qualche dato noi però vogliamo darlo se non altro perché riteniamo le fonti altamente qualificate. Nel 2012 per esempio, monsignor Mariano Crociata, allora segretario generale della Conferenza episcopale, ammise l’esistenza di almeno 135 casi di pedofilia emersi dal 2000 in poi e trattati dalle diocesi italiane. Non si può sapere se qualcuno di questi è finito anche sotto la lente della magistratura italiana, tuttavia seguendo costantemente le cronache la media di un caso di pedofilia clericale al mese è piuttosto costante negli anni Duemila. Probabilmente però si tratta di una stima al ribasso. Lo ricaviamo dalla dichiarazione di un altro insospettabile, il gesuita tedesco mons. Hans Zollner, rilasciata ad AgenSir, l’agenzia dei vescovi italiani, nell’agosto del 2018. «Troppi sacerdoti nello Stato della Pennsylvania, tra il 4 e il 6% nell’arco di 50 anni, hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso» ha detto Zollner che, oltre a essere uno psicologo e quindi a conoscere il fenomeno della pedofilia nei suoi molteplici aspetti, è membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for child protection della Pontificia università gregoriana.

Per farsi un’idea di cosa può voler dire la percentuale del 4-6% ricordiamo che in Italia attualmente risiedono circa 52mila ecclesiastici. Finché questo dato non sarà smentito (e ad oggi nessuno lo ha fatto), magari da una Commissione parlamentare d’inchiesta, può voler dire che negli ultimi 50 anni il clero italiano ha dovuto fare i conti con 2-3mila sacerdoti pedofili. Come in Francia (ma 50 anni fa i preti in Italia erano circa il doppio…). Quindi la domanda è: davvero la situazione è sotto controllo e il nostro Paese è un’oasi “felice” solo sporadicamente sfiorata da quelle vicende criminali che negli ultimi anni hanno inferto ferite profondissime al tessuto sociale in gran parte dei Paesi a tradizione cattolica?
Come vedremo nell’intervista allo psichiatra Andrea Masini, i pedofili sono dei predatori opportunisti. Se messi in condizione di esercitare potere e di crearsi l’opportunità, continueranno ad assecondare il proprio “disegno criminale”. Sono cioè assimilabili a dei serial killer. Quindi, quante sono le vittime in Italia considerando che in Francia è emerso un rapporto di 1:70 (3mila preti pedofili, 210mila vittime)? Si badi bene che nonostante le dimensioni la stima non è irreale, purtroppo. In Irlanda – Paese di 5mln di abitanti, cioè 1/12esimo della popolazione italiana – in un arco temporale di 50 anni sono state documentate quasi 40mila vittime di preti pedofili. E questo è emerso, nel 2010, grazie al lavoro di due diverse commissioni d’inchiesta di Dublino, strumento che come abbiamo detto in Italia non si è mai voluto utilizzare.

Noi di Left riteniamo che la politica e le istituzioni non si possano più sottrarre da questa responsabilità: chiediamo che sia istituita al più presto una commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa italiana.


L’inchiesta è stata pubblicata su Left del 10-16 dicembre 2021

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La festa è finita

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 07-12-2021 Roma Conferenza stampa di Cgil e Uil sullo sciopero generale del 16 dicembre Nella foto Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri Photo Roberto Monaldo / LaPresse 07-12-2021 Rome (Italy) Press conference of the Cgil and Uil trade unions on the general strike organized on 16 December In the pic Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri

C’è un passo dell’ultimo rapporto Censis che sembra essere sfuggito ai draghisti, dice: «…il nostro Paese non può essere intrappolato in parole tanto rassicuranti, quanto povere di significato, utili a enfatizzare un impegno generico di programmazione, ma difficilmente capaci di riconnettere la società in un partecipe desiderio di ricostruzione… Tutti avvertono, invece, che per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo».

L’Italia è il Paese con il tasso d’occupazione tra i più bassi d’Europa. L’unico in Ue dove i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Questo deve essere sfuggito alla narrazione imperante. L’Italia è il Paese con la maggioranza di donne tra i disoccupati, qui dove i giovani non studiano e non lavorano. E dove almeno 100mila giovani ogni anno se ne vanno invece all’estero per trovare un lavoro dignitoso. L’Italia è il Paese del precariato raccontato come eccitante campo di sfida in cui chi non riesce è semplicemente un perdente che se la deve prendere con se stesso. L’Italia è il Paese dove solo 13 bambini su 100 al Sud trovano un asilo pubblico. L’Italia è il Paese in cui aumentano i poveri che si cibano alle mense o che vivono con gli scarti. È il Paese in cui la patrimoniale ogni volta solleva un vespaio e viene respinta con sdegno dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Poi Draghi promette un contributo di solidarietà che invece non arriva per il voto contrario del centrodestra.

L’Italia è il Paese che non riesce a trovare un freno alle delocalizzazioni selvagge mentre qualcuno propone di diventare come certi Paesi senza diritti e con salari da fame per essere più “attrattivi”. L’Italia è un Paese da mettersi le mani sui capelli ogni volta che si ipotizza quali saranno le pensioni per i giovani che stanno cominciando a lavorare ora ed è quel Paese in cui perfino ammalarsi diventa un costo. L’Italia è quel Paese in cui si parla di transizione ecologica continuando a pubblicizzare il nucleare e non si capisce chi e come potrà trovare un futuro nei nuovi mestieri dedicati all’ambiente. L’Italia è quel Paese in cui frequentare le università è un privilegio ben caro. L’Italia è quel Paese in cui il grado d’istruzione è tra i più bassi d’Europa e si discute se la Terra è piatta in prima serata televisiva.

L’Italia è quel Paese in cui si chiede di sognare facendo il rider che, vedrai, ti farà diventare milionario, dove per un giovane con contratti precari è un’illusione farsi una famiglia (tradizionale o meno) ed è quasi impossibile riuscire ad accedere a un mutuo per un casa. L’Italia è il Paese in cui non si riesce a porre un freno a coloro che vivono di rendite su beni pubblici.

In tutto questo in Italia arrivano una pioggia di miliardi che verranno gestiti da una maggioranza che non esiste, solo di comodo, e da un presidente del Consiglio che vorrebbe limitarsi a fare le somme e le sottrazioni.

In questo Paese vi stupisce uno sciopero generale? La luna di miele si è consumata, la festa è finita e quelle parole del rapporto Censis suonano come un cupo ammonimento da intendere velocemente.

Buon giovedì.

 

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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La politica flebile

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 16-11-2021 Roma Programma tv “Porta a Porta” Nella foto Carlo Calenda Photo Roberto Monaldo / LaPresse 16-11-2021 Rome (Italy) Tv program “Porta a Porta” In the pic Carlo Calenda

Ci avevano detto che la politica, di colpo, era diventata una roba serissima. Sarebbe stata una bella notizia dopo anni passati tra i “vaffanculo”, il Papeete, le scissioni per la creazione di partiti con qualche piccolo leader e le sue vestali e dopo anni passati a vedere i meme  su Facebook per umiliare gli avversari.

Ci avevano detto che ora era il momento del “merito”, di quelli bravi, di quelli che fanno le cose per bene e d’improvviso persino i guasconi sembravano essere diventati bravi ragazzi. E con questo feticcio del merito e della serietà ci siamo ritrovati tra i nuovi protagonisti quel Calenda che era “così bravo” da rispondere a tutti, sempre calmo a spiegare le cose, insieme agli altri che avevano capito bene che sembrare professorali (più che professionisti) era la moda della stagione.

Invece continuiamo a essere nella politica flebile, con e prima più di prima, con l’unica differenza che questi sanno usare il congiuntivo. Ciò che è accaduto per le elezioni suppletive su Roma con Conte che avrebbe dovuto candidarsi e con Calenda che dice “allora mi candido anch’io” come due maschi alfa che si sfidano a duello (usando il campo nobile che dovrebbe essere la politica) è solo l’ultimo di una serie di eventi che dimostra benissimo come la strategia sia sempre quella della scaramuccia, come non esista pensiero ma solo pulsione, come alla fine non ci sia differenza tra il populismo popolare e il populismo delle élite, con l’unica differenza che il secondo traveste il classismo da ideologia.

Non è nemmeno un caso che Calenda si ritrovi a scrivere «Ogni 5S dovrebbe restare fuori da qualsiasi incarico superiore alla vendita di lattine di chinotto allo stadio. E mi impegnerò attivamente per conseguire questo risultato», un post che nemmeno Renzi nei suoi momenti di formicolio peggiore riuscirebbe a partorire. Questi sognano un’oligarchia che preveda un diritto di voto in base al censo ma poiché non hanno il coraggio di tenere una posizione così vergognosa fingono di voler parlare di competenze.

In questo quadro sarà difficilissimo il percorso di avvicinamento allo sciopero generale dei sindacati. Molti proveranno (e ci riusciranno) a spostare il dibattito sugli scioperanti che non sono altro che l’ennesima dimostrazione dei fannulloni che loro continuano a vedere dappertutto. Rimanere nel merito delle cose sarà difficilissimo, esattamente come avveniva con i saltimbanchi di prima. L’unica differenza è che questi non si farebbero mai fotografare a petto nudo in spiaggia. O forse no, se cercate bene trovate anche questo.

Buon mercoledì.

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Da Giletti manca solo il fantasma formaggino

Dai, inutile nascondersi: i complotti in Italia proliferano perché sono munti allegramente da una masnada di giornalisti, giornali e televisioni che trovano un bacino interessante senza doversi mettere in concorrenza con chi studia, approfondisce e porta fonti e prove a sostegno delle proprie tesi. Nel mondo dei complotti, non è mica un caso, trovano spazio persone che nel mondo reale sarebbero simpatici scemi del villaggio e che invece si ritrovano a essere quasi profeti.

Non è questione solo di vaccini: il trucco di mettere sullo stesso piano chi esprime critiche strutturate e dubbi sostanziosi sulle decisioni del governo con quelli che credono che la terra sia piatta e il Covid non esista è un’offesa all’intelligenza ed è una forzatura che non rende onore alla platea.

Qualche giorno fa Enrico Mentana ha scritto: «Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura». Discorso largamente condivisibile (se non fosse per questa mania di inserire tra gli “stregoni” spesso anche persone che invece avanzano critiche con fondamento). Della stessa opinione anche la neodirettrice del Tg1 Monica Maggioni che dice: «Se ci va di mezzo la vita delle persone non puoi mettere sullo stesso piano uno scienziato e il primo sciamano che passa per strada. Deve tornare a contare la competenza, non tutte le opinioni hanno lo stesso valore». Anche qui si può largamente essere d’accordo se non fosse che in nome della “competenza” sono stati massacrati i diritti del lavoratori, solo per citare un esempio.

Ma il vero mungitore dei complotti rimane saldamente Massimo Giletti che nel suo programma è riuscito a invitare il peggio dei no vax a partire da Tuiach (uno che prima dei vaccini si occupava di anatemi contro gli omosessuali augurandogli la morte in nome di Dio e uno che nega l’olocausto), poi Puzzer (il capobanda di certi portuali a Trieste che voleva essere ricevuto dal Papa e dall’Onu in nome dei suoi 5 minuti di celebrità). Ora Giletti si supera: c’è un povero cretino (dentista) che a Biella decide di presentarsi al vaccino con un braccio di silicone. Viene denunciato per tentata truffa oltre che sospeso dal suo Ordine. Questo riesce addirittura a lamentarsi che i giornalisti gli avrebbero rovinato la vita. Avete capito? Un tizio che si presenta travestito si lamenta di essere vittima della sua stessa idiozia. Sarebbe una tragica storia che fa ridere per povertà morale degna di finire sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per poi diventare materia di indagine e eventuale pena e invece Giletti decide di invitarlo in televisione.

Dice Giletti, rispondendo a Mentana, che lui invita questa gente per inchiodarle con le sue astutissime domande. Davvero, un campione: esporre a milioni di spettatori le teorie e i comportamenti amorali di qualche gruppo di disadattati dovrebbe essere addirittura educativo, secondo lui. Ci aspettiamo quindi che inviti musicisti senza bocca che suonano la tromba, qualcuno convinto che il cielo sia una tenda e magari qualche rapito da un extraterrestre. Ma questi, vedrete, a Giletti non interessano perché quello che conta è inseguire il sentimento più peloso dei social per raggranellare un po’ di consenso. Esattamente come fa in politica Matteo Salvini. A proposito: avete mai notato quanto si trovino amichevolmente bene i due? Sarà un caso, anche questo.

Buon martedì.

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Viaggio nell’altra Verona, quella che combatte l’onda nera

Verona deve la sua fama mondiale a Shakespeare e alla leggenda di Giulietta e Romeo. La città patrimonio Unesco da inizio secolo racchiude oltre 2000 anni in storia in poco più di 200 chilometri quadrati. Ma il centro veneto è un caso unico nel panorama nazionale perché, nell’immaginario collettivo, viene spesso associato allo stereotipo del laboratorio della destra radicale.

In effetti nella città scaligera integralismo cattolico, estremismo, leghismo in salsa nativista e neofascismo si sono saldati un in mix letale dando luogo a un sovranismo in salsa provinciale molto pericoloso. Questo identitarismo esasperato, inizialmente sviluppatosi all’interno di formazioni minoritarie e coltivato nello stadio e nelle piazze, è riuscito da tempo a varcare la soglia di Palazzo Barbieri, sede dell’amministrazione comunale.

Tutto questo è documentato dall’ultimo libro del giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, É gradita la camicia nera (Rizzoli, 2021): un racconto sulle trame nere della città veneta. La casa editrice, nelle ultime settimane, ha provato ad organizzare la presentazione del libro, ma a lungo senza riuscirci: nessuno a Verona sembrava disposto ad ospitare un evento che affronti l’argomento. Ora finalmente spunta la data del 15 dicembre quando il libro sarà presentato al Teatro Santissima Trinità da Maurizio Landini (Cgil) e Gianfranco Pagliarulo (Anpi). Ricordiamo che Berizzi è l’unico giornalista europeo ad essere sotto scorta per le minacce ricevute dai gruppi neonazisti.

Bene. Ora di tratta per di valorizzare chi ogni giorno lavora e combatte nel cuore della città, per rendere Verona un luogo migliore, aperto, solidale ed inclusivo. E che non strumentalizza le tradizioni locali per rilanciare una narrazione cittadina fatta di esclusione nei confronti del diverso, di tutto ciò che non conforme rispetto ai canoni comunemente accettati dai butei, termine dialettale veneto che sta per “ragazzi” .

«Un’altra Verona c’è, ma è schiacciata dall’arroganza e dalla presunzione di quell’altra parte di città» racconta Sofia Modenese, 27 anni, maestra elementare, ex attivista di Unione degli universitari (Udu) e fondatrice dell’associazione antifascista Yanez. Sofia vive in un paesino della provincia, Bovolone, e nel 2016 venne pubblicamente attaccata dagli indipendentisti veneti per le sue prese di posizione a favore dell’accoglienza di un gruppo di migranti in un capannone una cooperativa. «Si creano dei momenti di socialità e possibilità per chi vuole cambiare tutto quello che è stato l’ultimo periodo, abbastanza lungo, di una Verona nera. Che però poi così nera non è».

Associazioni di volontariato, movimenti ambientalisti, sindacati e organizzazioni antifasciste esistono, conferma Sofia. «Ma è un mondo frastagliato e diviso dall’arroganza della destra», che non riesce a compattarsi perché «anche solo trovare luoghi e sale per riuscire a fare tutte le nostre attività è difficile. Noi non abbiamo ancora una sede, e ce ne sarebbero di spazi che il Comune potrebbe dare in usufrutto. Ma non lo fanno».

«Dopo l’ennesima alluvione che ha colpito la città ad agosto, come Udu ci siamo riuniti insieme a Fridays for Future ed Extinction Rebellion per formare squadre di volontari pronti a portare aiuto. Durante la pandemia, con gli studenti universitari abbiamo organizzato un servizio di consegna della spesa per chi non poteva muoversi da casa», conclude poi la giovane.

Dopo la tagliola parlamentare che ha affossato il Ddl Zan, numerose persone si sono riunite in piazza Brà per far sentire la propria al grido di «Voi voto segreto, noi piazze piene». All’appello, lanciato dal mondo progressista veronese, hanno risposto oltre 600 persone.

Giovanni Zardini è uno storico attivista per i diritti Lgbtqi e presidente del Circolo Pink, che nasce nel 1985. Mi viene raccontata la storia di questa associazione delle sue tante battaglie. «Portiamo avanti azioni continue per contrastare omofobia e transfobia dilaganti in città. Verona nel ’95 approvò la mozione omofoba n.336, tutt’ora in vigore, e l’ultimo tentativo dei consiglieri di centrosinistra Federico Benini e Michele Bertucco di riportare questi testi in discussione in consiglio comunale hanno ricevuto un ennesimo stop».

Questo testo, spiega Zardini, non solo definisce l’omosessualità un comportamento contro natura, ma prevede il respingimento della risoluzione del Parlamento Europeo che invita gli Stati membri a porre fine alle discriminazioni giuridiche tra persone omosessuali ed eterosessuali. In seguito alla sua approvazione nacque il comitato “Alziamo la testa”, che il 30 settembre 1995 organizzò un corteo per chiederne l’abrogazione. «Fu la prima grande manifestazione Lgbt italiana organizzata fuori Roma», ricorda Gianni. «Vi presero parte oltre 5000 persone». Ma né questa manifestazione né le altre due che vennero organizzate nel 2001 e nel 2005 servirono a cambiare le cose.

Negli ultimi anni, l’ostilità di buona parte dell’amministrazione verso gay, lesbiche e trans è culminata nel 2018 con la proclamazione del capoluogo veneto come «città a favore della vita». Questa fu la spinta che portò all’organizzazione di una giornata di lotta intitolata “Molto più di 194” a cui parteciparono più di cinquemila persone. Eppure, né la manifestazione del 1995, né questa, né le centomila persone venute il 30 marzo 2019 a dimostrare il proprio dissenso contro l’organizzazione del World Congress of Families, sono riuscite a scuotere la giunta Sboarina e a farla demordere dai propri intenti.

Ma l’attività di Giovanni e gli altri va ben oltre. «Nel 2017 nasce il Pink refugees che è un servizio specifico per migranti Lgbtqi che arrivano dall’Africa» mi dice il numero uno del Pink, precisando poi che «dal 2017 a oggi abbiamo accolto quasi 300 persone, e a più di 100 di loro è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Uniamo affermazione, resistenza e proposta- conclude -perché questa città non vive solo chiaramente di razzismo e fascismo, ma anche di proposte culturali. Ed è proprio dalla cultura che bisogna ripartire, perché il problema è culturale».

Un’altra “eccellenza” cittadina è la Ronda della carità, una realtà che si occupa da quasi 26 anni di assistenza alle persone senza fissa dimora che non hanno accoglienza all’interno dei dormitori. «Noi volontari consegniamo una media di circa 200 pacchi a sera» afferma Alberto Sperotto, il presidente, che tiene a specificare come i numeri siano aumentati dopo la pandemia. «Nel marzo 2020 facevamo più o meno 80 pasti a sera, a ottobre siamo arrivati quasi a 300. E la media adesso si sta stabilizzando sui 220 a notte». A Verona la Ronda ha un’alta reputazione, e i veronesi sono molto vicini alle sue attività, visti anche i numeri. I volontari sono circa 330, mentre più del 50% dei fondi che vengono raccolti arrivano direttamente da privati cittadini.

Ma le istituzioni come si pongono nei confronti di queste persone? «Con l’amministrazione si collabora anche se è pur vero che in città esiste un regolamento della polizia municipale, approvato ai tempi della giunta di Flavio Tosi – ex primo cittadino – che vieta il “bivacco”. Ma come si può equiparare chi va a sostare in Piazza Bra dopo aver partecipato ad un concerto all’Arena con chi lo fa perché non ha una casa?» domanda Sperotto, che conclude ricordando che il Comune spesso intraprende azioni di disturbo e di sgombero nei confronti delle persone che dormono all’interno delle strutture abbandonate senza proporre loro una alternativa.

Tornando alla domanda che ci siamo fatti all’inizio: Verona è quindi una città estremista e fascista? Federico Benini, consigliere comunale di opposizione del Partito democratico è categorico nell’escluderlo.

«Guardiamo il numero di voti che i due consiglieri comunali apertamente di estrema destra prendono: insieme non raggiungono le 500 preferenze. Di che cosa stiamo parlando?» sostiene. Benini, che i numeri li sa maneggiare bene, essendo anche titolare dell’Istituto di sondaggi Winpoll. «Non voglio contestare quello che scrive Berizzi, che ha fatto un’analisi accurata» prosegue il giovane politico, «ma l’idea che la mia città sia solo questo, non mi sento di dirlo. Verona è anche questo, ma è anche molte altre cose che però non fanno rumore perché fanno parte di storie e persone che fanno volontariato, che si adoperano per gli altri e che lavorano in silenzio senza fare delle azioni che destano clamore».

«Se Sboarina facesse dichiarazioni esplicitamente nostalgiche non vincerebbe le elezioni», dice l’esponente dem, «i veronesi non sono dei fascisti, perché se lo fossero voterebbero il solito candidato di Forza Nuova che ad ogni tornata elettorale non è andato oltre l’1%».

L’ultimo passaggio di Benini è sul futuro della città, che dovrà scegliere la nuova amministrazione nel 2022. Alle scorse elezioni, nel 2017 , il ballottaggio fu appannaggio del centrodestra: da una parte Federico Sboarina, attuale primo cittadino a capo di un fronte largo composto da civiche, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; dall’altra, Patrizia Bisinella, compagna dell’ex sindaco Flavio Tosi, sostenuta da liste civiche di destra. Il centrosinistra, diviso in due, non riuscì ad accedere al secondo turno. Ma stavolta, mi spiega Federico, è diverso, perché «cinque anni fa l’elettore di centrosinistra per quale motivo doveva dare il voto già sapendo che si sarebbe perso? Adesso ci sono dei presupposti diversi, abbiamo già individuato un candidato – l’ex calciatore Damiano Tommasi – appoggiato da una coalizione compatta che va dal centro alla sinistra e di cui il PD è il perno. Si sta già costruendo una proposta che ha lo scopo di essere competitiva e che può ambire alla guida della città».

Che dire, la sfida è molto ambiziosa, in una città in cui negli ultimi 15 anni circa il 65% delle persone ha dato la propria preferenza a liste di destra o centrodestra. Ma qui quello che dovrà fare la prossima amministrazione è chiaro: dovrà recidere una volta per tutte i legami tra la curva, i partiti estremisti e i mondi dell’integralismo cattolico con le istituzioni cittadini. E cominciare a dare voce all’altro pezzo di città, quella solidale, aperta, multiculturale e che non si barrica dietro alle usanze popolari per portare avanti discorsi carichi d’odio e di esclusione. Perché diciamolo: un’altra Verona esiste!

Cemento sull’isolotto di Santo Stefano. Cara Silvia Costa, ecco cosa significa “progresso sostenibile”

In quanto indirettamente nominati come “paladini dell’ambiente” i membri del Comitato Santo Stefano sentono di dover elaborare una breve risposta alla Commissaria Silvia Costa.

Se noi siamo paladini dell’ambiente la Commissaria è certamente paladina del progresso sostenibile. Riqualificare, restaurare e rendere fruibile un luogo “degradato”, queste le parole d’ordine del progetto per l’isolotto di Santo Stefano.
Le domande che ci poniamo noi “paladini dell’ambiente” sono: perché ancora consideriamo un luogo in mano alla natura come un luogo degradato? Le foglie a terra che in autunno cadono dagli alberi sono simbolo di degrado? La vegetazione fitta e non controllata dall’uomo lo è?
La sostenibilità, quella vera, nasce dall’accettazione che a volte lasciare i luoghi in mano alla natura è il gesto più alto che possiamo fare invece di continuare ad antropizzarli con la presunzione di renderli meno fragili e degradati (più di 35.000 visitatori l’anno, queste le stime del progetto a regime per l’isola di Santo Stefano).
Questa è, peraltro, una delle mission principali delle Aree Marine Protette/Riserve statali e regionali, marine e terrestri: luoghi in cui si è consapevolmente scelto di mettere al centro la tutela di habitat, ecosistemi e biodiversità, subordinando necessariamente uno sviluppo economico e sociale che deve essere garantito ma anche rispettoso del territorio e del mare (l’Isola di S.Stefano, per chi non lo sapesse, è uno di quei posti).
Permettere alle persone di visitare un luogo simbolo come il carcere di Santo Stefano è un impegno nobile e condivisibile, ma perché non limitarsi a quello? Perché progettare decine di posti letto ed impianti di condizionamento? Perché costruire impianti fognari e tubazioni per l’acqua? Perché porsi nelle condizioni di dover generare energia in loco o peggio ancora trasportarla con cavi sottomarini? Perché non scegliere in principio un approdo leggero evitando anche l’iter della V.I.A.?
Perché non si è scelto di lasciare alla natura il suo corso occupandosi solo di un restauro del complesso carcerario e di lievi lavori di messa in sicurezza per garantirne una fruibilità diffusa?
Da queste considerazioni nasce il dubbio che finché continueremo ad intendere il progresso come modo per creare ancora servizi ed indotti economici sarà molto difficile coniugarlo con la parola sostenibilità.
Si continua a pensare al futuro solo ed esclusivamente in funzione di un’economia lineare, lontani da un concetto di circolarità sul quale puntare per diventare un modello da replicare.
Cara commissaria, se noi siamo paladini dell’ambiente lei è paladina di un ossimoro.

«Occupare è un impegno civile. Altro che rito»

«A seguito di una votazione in cui è stata raggiunta la maggioranza dei consensi, insieme a 200 studenti e studentesse del liceo Righi, abbiamo deciso di occupare il nostro istituto. Dopo anni di mobilitazioni, dopo aver manifestato innumerevoli volte sotto al ministero dell’Istruzione e aver percorso in lungo e in largo le strade di Roma, noi studenti e studentesse del liceo Righi vogliamo porre fine agli interminabili “siamo tutti nella stessa barca” e “vi capiamo”. Mostreremo a tutti di cosa ha bisogno la scuola».

Inizia così l’articolata nota con cui, in uno dei più prestigiosi licei scientifici di Roma gli studenti hanno avviato bhu una occupazione in epoca di pandemia. Il liceo Righi, è stato il sedicesimo istituto romano ad essere occupato; seguito dal Giordano Bruno e dal Carducci, si è arrivati a 18 scuole mobilitate. Negativa la risposta di Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale presidi di Roma: «Si tratta di un rito che si ripropone prima delle vacanze natalizie con cui si fanno perdere giornate di scuola a quella stragrande maggioranza di studenti a cui non interessa questo tipo di contestazione – ha dichiarato all’AdnKronos -. È una minoranza di studenti che con arroganza, rispetto al più elementare dei principi democratici occupa le scuole magari anche nottetempo. Una prova tecnica per una “prospettiva politica” e non per ragionare sui problemi del mondo della scuola».

Recandoci al Righi, invitati, abbiamo trovato una realtà molto diversa. Centinaia di studentesse e studenti presenti, aule attrezzate per iniziative artistiche e culturali, altre chiuse con fascette di plastica dagli “occupanti” per evitare danni ai computer o ad altro materiale, persone che discutevano dei programmi scolastici inadeguati e che avevano studiato il Piano nazionale di ripresa e resilienza per comprendere quanto e come questo impatterà sulla scuola. «All’inizio non ci aspettavamo neanche questa presenza – racconta Tommaso accogliendoci e facendoci visitare l’istituto -. Il primo giorno abbiamo registrato oltre 500 ingressi, nonostante nella nostra scuola faccia sempre freddo e ci siano lavori di ristrutturazione da fare. E le presenze sono rimaste alte». Controllo del green pass e mascherina erano d’obbligo a dimostrazione di una responsabilità spesso assente in ambienti più “adulti”. Negli stessi giorni in cui il ministro della Transizione ecologica Cingolani criticava i programmi scolastici per cui «troppe volte si studiano le guerre puniche» e poco una non meglio precisata “cultura tecnica” tra le ragazze e i ragazzi si parlava d’altro. «I programmi sono inadatti alla…


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La scuola boccia Mario Draghi

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 19 Novembre 2021 Roma (Italia) Cronaca : Manifestazione degli studenti per chiedere maggiori investimenti nella scuola Nella Foto : la manifestazione di alcune scuole della capitale Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse November 19 , 2021 Rome (Italy) News : Student’s strike In the Pic : demonstration of some school of Rome

Dopo due anni di pandemia, i cui effetti continuano a manifestarsi, che ne è della scuola? Il senso di abbandono, di essere messi da parte, provato da insegnanti e studenti all’inizio di quel durissimo lockdown della primavera 2020 e poi continuato tra Dad, riaperture e chiusure, quarantene e banchi a rotelle, ricerca didattica e paradossi burocratici, ha trovato finalmente una risposta da parte dello Stato? Parrebbe proprio di no. E una conferma della fibrillazione che attraversa tutto il mondo della scuola è la proclamazione dello sciopero per il 10 dicembre.

Alcuni mesi fa la situazione sembrava diversa. Il 20 maggio era stato firmato dal ministro dell’Istruzione Bianchi e dai segretari generali dei sindacati Cgil, Cisl e Uil il “Patto per la scuola al centro del Paese”. Un titolo significativo, per un testo che conteneva 21 impegni precisi per rilanciare la scuola: dal reclutamento alla formazione, dalla riduzione delle classi numerose a «politiche salariali per la valorizzazione del personale dirigente, docente e Ata». Insomma, tanti buoni propositi in un momento in cui era iniziata la campagna vaccinale e si cominciava a intravedere una luce in fondo al tunnel.

Da quel Patto siamo arrivati alla legge di bilancio, definita dal sindacato un «autentico schiaffo per un milione e 200mila lavoratori e alle esigenze della scuola». La manovra da 33 miliardi non prevede infatti risorse per il rinnovo del contratto scaduto da tre anni e contempla solo un fondo per la “valorizzazione della professionalità dei docenti” di 240 milioni, che premia, si legge all’articolo 108, «in modo particolare la dedizione nell’insegnamento».

Un fondo di…


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