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La scuola boccia Mario Draghi

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 19 Novembre 2021 Roma (Italia) Cronaca : Manifestazione degli studenti per chiedere maggiori investimenti nella scuola Nella Foto : la manifestazione di alcune scuole della capitale Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse November 19 , 2021 Rome (Italy) News : Student’s strike In the Pic : demonstration of some school of Rome

Dopo due anni di pandemia, i cui effetti continuano a manifestarsi, che ne è della scuola? Il senso di abbandono, di essere messi da parte, provato da insegnanti e studenti all’inizio di quel durissimo lockdown della primavera 2020 e poi continuato tra Dad, riaperture e chiusure, quarantene e banchi a rotelle, ricerca didattica e paradossi burocratici, ha trovato finalmente una risposta da parte dello Stato? Parrebbe proprio di no. E una conferma della fibrillazione che attraversa tutto il mondo della scuola è la proclamazione dello sciopero per il 10 dicembre.

Alcuni mesi fa la situazione sembrava diversa. Il 20 maggio era stato firmato dal ministro dell’Istruzione Bianchi e dai segretari generali dei sindacati Cgil, Cisl e Uil il “Patto per la scuola al centro del Paese”. Un titolo significativo, per un testo che conteneva 21 impegni precisi per rilanciare la scuola: dal reclutamento alla formazione, dalla riduzione delle classi numerose a «politiche salariali per la valorizzazione del personale dirigente, docente e Ata». Insomma, tanti buoni propositi in un momento in cui era iniziata la campagna vaccinale e si cominciava a intravedere una luce in fondo al tunnel.

Da quel Patto siamo arrivati alla legge di bilancio, definita dal sindacato un «autentico schiaffo per un milione e 200mila lavoratori e alle esigenze della scuola». La manovra da 33 miliardi non prevede infatti risorse per il rinnovo del contratto scaduto da tre anni e contempla solo un fondo per la “valorizzazione della professionalità dei docenti” di 240 milioni, che premia, si legge all’articolo 108, «in modo particolare la dedizione nell’insegnamento».

Un fondo di…


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L’unico Pnrr che funziona

Che alla fine della spesa di tutti i miliardi che ci arrivano dall’Europa il Paese rischi di essere ancora più diseguale lo continua a ripetere Frabrizio Barca (che di disuguaglianze se ne occupa con serietà) e lo stanno vivendo i lavoratori. Dicono che poi sarà tutto bellissimo, bisogna avere pazienza e sembra la favola della rana bollita.

Ma sicuramente c’é qualcuno che quatto quatto continua a incassare vittorie mentre intorno nessuno ne parla: Lorenzo Guerini. Un perfetto ministro della guerra che sembra trasparente eppure sta facendo ricchi i signorotti del settore, figlio della migliore (o peggiore, secondo i punti di vista) educazione democristiana per cui la pace si predica ma non bisogna mai commettere il peccato di farla davvero.

Come racconta l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex nel corso del 2021 il ministro della Difesa del governo Draghi, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di oltre 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre 23 miliardi. Dando il via libera a questi programmi, quasi tutti trasmessi alle Camere a tambur battente nell’arco di otto settimane tra fine settembre e metà novembre (due trasmessi ad agosto), le Commissioni parlamentari competenti (Bilancio e Difesa) hanno autorizzato (o lo faranno entro fine anno) spese per quasi 300 milioni nel 2021 e oltre 400 milioni nel 2022. I pareri favorevoli sono stati espressi sempre all’unanimità.

A beneficiarne è soprattutto l’Areonautica militare per oltre 6 miliardi e mezzo di euro complessivi: dall’avvio della fase di ricerca e sviluppo del nuovo caccia di sesta generazione Tempest (2 miliardi dei 6 previsti) ai nuovi eurodroni classe Male, dai nuovi aerei da guerra elettronica Gulfstream alle nuove aerocisterne per il rifornimento in volo Kc-46, dal nuovo sistema di difesa aerea Nato al nuovo centro radar spaziale di Poggio Renatico.

Ben 2,4 miliardi di euro sono per i programmi interforze: i droni kamikaze per le forze speciali e soprattutto le nuove batterie missilistiche antiaeree basate sui missili Aster: il programma più caro, da oltre 2,3 miliardi di euro.

Come faceva notare Oxfam lo scorso aprile «se i governi rinunciassero alle spese militari per sole 26 ore, avremmo 5,5 miliardi di dollari a disposizione per salvare 34 milioni di persone dalla fame nei prossimi mesi in Paesi piegati da guerra, pandemia e cambiamenti climatici». Se poi teniamo conto che il cliente migliore rimane l’Egitto che ci uccise Giulio Regeni (dai 7,4 milioni di euro del 2017 ai 69,1 del 2018, agli 817,7 del 2019 sino a quasi un miliardo dello scorso anno) insieme a Paesi come il Qatar, il Turkmenistan, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Cina (peraltro oggetto di un embargo dell’Ue), la Turchia e Israele, ci possiamo rendere benissimo conto quanto interessi dalle parti del ministro Guerini la questione dei diritti umani.

Del resto stiamo parlando dello stesso ministero che in occasione della revoca dell’export di bombe e missili all’Arabia Saudita, accusata di crimini di guerra in Yemen dall’Onu ebbe il coraggio di scrivere: «Il dicastero della Difesa, in conclusione, rimarca come le recenti restrizioni imposte alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, avendo suscitato perplessità presso le Autorità locali, possano configurare un potenziale rischio di natura economica per tutto il volume dell’export nazionale generalista verso i citati Paesi”. In parole semplici: sono preoccupati per le ricadute economiche, mica per i morti ammazzati.

Non è incredibile che di tutto questo non se ne parli? Non è incredibile che su questo tutto il Parlamento sia compatto e veloce?

Buona rinascita a tutti e buon lunedì.

 

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In fuga per la vita dalla Repubblica democratica del Congo

A group of Democratic Republic of Congo (DRC) asylum-seeker carry their belongings at the at the Bunagana border point in Uganda, on November 10, 2021 following a deadly fight between M23 rebels and DRC troops. - Thousands of people living near DR Congo's eastern border with Uganda fled their homes on November 8, 2021 after suspected insurgents attacked army positions, officials said. The attacks began at around 2000 GMT on Sunday with gunfire continuing into the night, sending desperate residents of Rutshuru territory in troubled North Kivu province fleeing over the border into Uganda. (Photo by Badru Katumba / AFP) (Photo by BADRU KATUMBA/AFP via Getty Images)

Dieumerci è il mio autista e mi indica l’altro lato della frontiera: un gruppo di montagne ricoperte di verde. Noi non possiamo attraversarla; nemmeno il mio passaporto opulento, rosso, mi può aiutare. La frontiera via terra è chiusa, causa Covid-19, ma per i circa 11mila profughi il governo ugandese ha aperto un corridoio umanitario.
Siamo a una decina di chilometri da Rutshuru a Nord del lago Kivu, nella Repubblica democratica del Congo (RdC), a pochi chilometri dal luogo dove è morto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio.
Se voglio attraversare la frontiera, per vedere con i miei occhi cosa accade, posso tornare a Goma, capitale del distretto, e prendere un aereo.
Lui mi indica un punto imprecisato in mezzo alla foschia; il vento è fresco, siamo a milleduecento metri di altezza: da quella parte si nasconde la famiglia della sua ragazza, Yvette.
Era successo tutto troppo in fretta.
All’improvviso, a metà pomeriggio, del 7 di novembre; lei aveva sentito rumori di armi da fuoco. Proiettili, fucili mitragliatori e qualche esplosione: bombe a mano e bazooka. Il rumore si era avvicinato e lei aveva provato a informarne il fidanzato. Il telefono era morto, silenzio, come se la zona fosse stata sorpresa da un violento blackout.
Per prendere possesso del distretto sarebbe stato necessario conquistare alcuni luoghi strategici: l’ufficio del sindaco, il municipio, il quartier generale della polizia e quello dell’esercito. Interrompere le comunicazioni era parte della strategia.
Yvette, come i suoi vicini, era abituata a quelle scosse telluriche insorgenti: il segreto per sopravvivere è semplice: chiudersi in casa e allungarsi al suolo, sperando che i proiettili di rimbalzo colpiscano qualcun altro. In attesa che gli spari si rarefacciano e che uno dei due schieramenti alzi il proprio vessillo.
E poi?
E poi, non appena gli spari cessano, ci si ributta fuori a vivere, sostenendo di aver sempre dimorato sul carro del vincitore.
I racconti sono gli stessi da circa trent’anni.
La regione del lago Kivu è attraversata da un numero elevatissimo di gruppi armati (si parla di circa 300 organizzazioni che variano dai tre ai quattromila militanti).
Il gruppo armato M23, che ha rivendicato l’attacco del 7 e 8 novembre, ha conquistato almeno quattro villaggi. L’esercito regolare ha fatto una ritirata strategica, ma quanto di tutto questo sia vero non me lo può confermare nemmeno la mia guida. La guerra non si combatte solo con i proiettili, ma anche con i comunicati stampa.
Ogni gruppo attore della guerriglia regionale cerca di…


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Il genocidio mascherato

BRUSSELS, BELGIUM - JUNE 10: A statue of Belgian King Leopold II is defaced following an anti-racism protest, in solidarity with U.S. anti-racist protests over George Floyd's death, in Brussels, Belgium on June 10, 2020. (Photo by Dursun Aydemir/Anadolu Agency via Getty Images)

«Come forma e figura, atto e relazione, la colonizzazione è stata, per molti versi, una coproduzione di coloni e colonizzati. Insieme, ma con posizione diverse, hanno forgiato un passato. Tuttavia avere un passato in comune non significa necessariamente averlo in condivisione».
Si apre così il rapporto sul passato coloniale del Belgio nell’attuale Repubblica democratica del Congo depositato il 26 ottobre dalla commissione di esperti davanti al Parlamento belga; con una citazione del filosofo camerunense Achille Mbembe, in cui si trova riassunta l’essenza stessa di un fenomeno tanto complesso quanto violento, le cui conseguenze sono ancora vive nell’humus socio-culturale del paese africano.
Il panel di esperti della “Commissione speciale incaricata di analizzare lo Stato Libero del Congo e il passato coloniale belga in Congo” composto da studiosi, antropologi e storici del colonialismo, dietro incarico del governo di Bruxelles, ha tracciato in poco meno di 650 pagine uno spaccato analitico dell’esperienza coloniale raccolta tra il 1885, anno di istituzione dello “Stato Libero del Congo”, proprietà privata del re Leopoldo II, e il 1960, data ufficiale dell’indipendenza congolese.

Quanto si evince dal rapporto è l’ennesima conferma di una storia tristemente nota ma mai prima d’ora approfondita con tanta analisi: l’imperialismo belga ha rappresentato uno degli eventi più violenti, brutali e opprimenti della storia globale moderna e contemporanea.
Più di otto milioni di morti tra la popolazione locale, un sistema di tortura e violenza sessuale istituzionalizzato su ogni livello dello sfruttamento produttivo e un impoverimento trasversale di una terra naturalmente ricca (solo nel 1903 furono prodotte ed esportate ben 5.900 tonnellate di gomma, mentre tra il 1884 e il 1904 furono inviate in Europa 445mila zanne di elefante).

Uno scenario macabro che Mark Twain già nel 1905 ne Il soliloquio di re Leopoldo definiva «genocidio mascherato» e le cui conseguenze si respirano ancora oggi all’interno del Paese africano, caratterizzato da un sistema socio-politico che definire fragile è un eufemismo.
La Repubblica democratica del Congo, secondo il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), attualmente si classifica 175esima su 189 Paesi in termini di indice di sviluppo umano, con un tasso di analfabetismo che sfiora il 25% della popolazione (45% per le donne) e una media di settanta neonati ogni mille nati vivi che non superano l’anno di vita. Tutto questo mentre il sottosuolo ricco di minerali continua a garantire il 70% della produzione mondiale di cobalto (una delle materie prime essenziali per la fabbricazione di componenti elettroniche), con circa 100mila tonnellate di minerale estratte ed esportate nel solo 2020, e multinazionali come Tesla, Bmw e Samsung che si assicurano forniture astronomiche per…


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Feng Tang: La mia sfida contro il tempo

Amato e criticato per il suo stile sfrontato e irriverente, Feng Tang viene spesso presentato come una delle voci più interessanti e controverse della letteratura cinese contemporanea. Autore ancora poco conosciuto in Italia, gode di uno straordinario successo in patria: ha scritto romanzi, racconti brevi e poesie, i suoi lavori hanno ispirato serie tv e film di grande popolarità. In italiano è stato pubblicato il romanzo di formazione Una ragazza per i miei 18 anni e Palle imperiali, una raccolta di racconti, edita da Orientalia che sarà presentata a Più libri più liberi, a Roma il 6 dicembre. Quattro racconti che fendono il tempo aprendo un dialogo tra passato, presente e futuro, con storie di fantasia che smascherano la cruda realtà. La violenza delle immagini descritte si alterna ad una pungente ironia, in un continuo gioco di rimandi alla tradizione e al suo rovesciamento. Diverso nel genere ma non nello stile, Una ragazza per i miei 18 anni fa rivivere sulla propria pelle quella tempesta da cui si è travolti durante l’adolescenza. È un romanzo di formazione appartenente alla Trilogia di Pechino che racconta di Qiushui e del suo gruppo di amici, tra scuola, ragazzate e primi amori, la scoperta della sessualità e del mondo che li circonda, in un incontro-scontro con la società incastrata tra il vecchio e il nuovo. Seppur ancorati alla dimensione pechinese degli anni Ottanta-Novanta, i personaggi ci restituiscono emozioni e sensazioni familiari, facendo al tempo stesso scoprire al lettore la Cina di ieri.
In attesa di incontrarlo alla fiera della piccola e media editoria di Roma Feng Tang ci racconta la sua visione del mondo, della letteratura e dello scrivere.

Feng Tang, medico, imprenditore, scrittore affermato. Dopo il dottorato in medicina ha studiato business management negli Stati Uniti, come ha iniziato a scrivere?
In realtà cominciare è stato facile, tutto ciò che sento, ciò che mi appassiona, lo riverso nelle parole. Dagli Stati Uniti sono andato a lavorare ad Hong Kong proprio quando l’economia cinese stava decollando, un periodo in cui a Pechino si demoliva e si costruiva molto. Ogni volta che vi tornavo, scoprivo che quel vicolo non c’era più, quel salice era svanito, anche i tramonti di quando frequentavo le ragazze avevano cambiato colore. La Pechino della mia infanzia e adolescenza era stata spazzata via di colpo, rimaneva solo nei miei ricordi. Scavando nella memoria, tra le emozioni, ho cominciato a…


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Antonio Cederna, quante idee geniali per Roma

Si può affermare che Antonio Cederna sia la metafora dell’impegno di tutta una vita per la salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale del Paese, portato avanti instancabilmente attraverso una immensa produzione di articoli, libri, scritti, interviste, iniziata sistematicamente sulla rivista Il Mondo, dal 1949 al 1966, poi sul Corriere della Sera e quindi su La Repubblica e L’Espresso; inoltre, nella partecipazione all’attività delle associazioni, a cominciare da Italia Nostra, e nel ruolo politico svolto da consigliere comunale e deputato.
Negli anni di collaborazione con Il Mondo si delinea il perimetro dei suoi interessi che, in fondo, coincidono con l’urbanistica moderna: moderna è l’aggettivo che Cederna non dimentica mai di abbinare all’urbanistica che ama. Un’urbanistica dagli orizzonti vastissimi: tutto lo spazio vissuto dall’uomo, la sua storia, le sue regole. Come esprime nell’introduzione del libro I vandali in casa (prima edizione 1956, nuova edizione Laterza curata da Francesco Erbani nel 2006), testo fondativo della moderna cultura urbanistica in cui Cederna sostiene l’inscindibile unitarietà degli insediamenti storici. Impostazione ripresa e perfezionata nella relazione scritta con Mario Manieri Elia per il famoso convegno di Gubbio dell’Ancsa, Associazione nazionale centri storico artistici, del 1960.
A Roma Cederna dedica il meglio di sé. «La mia Roma è quella che ci deve essere e quindi bisogna dare ogni sforzo perché diventi quella che deve diventare e non quella che molti cercano di distruggere»: così risponde in una intervista sulla rivista Ieri oggi e domani nel 1992.
Per Roma vogliamo ricordarlo, specialmente, nella circostanza dei cento anni della sua nascita (Milano 1921), rileggendo e facendo conoscere i suoi scritti affinché intervenga ancora, esortandoci (come usava fare) a non dimenticare che dobbiamo occuparci di Roma, indicando modelli e soluzioni possibili da attuare, per costruire con pazienza e coraggio il cambiamento.
I suoi scritti sono ancora vibranti e di piena attualità; ne possiamo usufruire anche grazie all’Archivio conservato presso l’Appia Antica, a Capo di Bove, disponibile on line (www.archiviocederna.it), e alle realizzazioni tecnologiche, come la storymap con la geolocalizzazione degli articoli, curata dal figlio Giulio.
Due suoi libri, Mirabilia urbis (Einaudi) e Mussolini urbanista (Laterza), trattano solo della capitale e senza misericordia: «Un’orrenda contraffazione di città», è una delle definizioni. Ma pochi hanno amato Roma con la sua lucida passione. L’idea che Cederna aveva della capitale del terzo millennio l’ha disegnata compiutamente nella proposta di legge per Roma capitale dell’aprile del 1989, nel ruolo di deputato indipendente del Pci, con una relazione che è…


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Cuba, il vaccino scomodo

Nurse Xiomara Rodriguez shows a vial of the Cuban Soberana 2 vaccine candidate to be administered to a volunteer during its trial Phase III in Havana, on March 31, 2021. (Photo by Joaquin Hernandez / AFP) (Photo by JOAQUIN HERNANDEZ/AFP via Getty Images)

Quando il 15 novembre siamo atterrati all’aeroporto José Martí de L’Avana per prender parte a uno studio clinico che ha previsto la somministrazione del Soberana plus come terza dose per soggetti già vaccinati con vaccini non cubani, Cuba festeggiava il compleanno 502 della sua capitale ma, ancor più importante, la riapertura delle scuole, della maggior parte delle attività, dei confini al turismo internazionale.

Così, mentre i media internazionali fissavano lo sguardo sull’isola solo per seguire le proteste anti-governative convocate settimane prima e poi rivelatesi un assoluto fallimento, c’era in realtà un fatto di più ampio significato su cui concentrare l’attenzione: la campagna vaccinale anti-Covid.

Il successo della campagna vaccinale cubana
Se infatti Cuba è riuscita a schivare la prima ondata della pandemia, grazie a misure sanitarie preventive, a un’enorme attenzione e alla qualità di un sistema sanitario che aveva permesso un tasso di mortalità degli ospedalizzati tra i più bassi al mondo, dal novembre 2020 la storia aveva cominciato a prendere un’altra piega (v. Left del 23 luglio 2021, ndr).

Con la riapertura del Paese ai turisti i casi di contagio erano aumentati. Fino a raggiungere livelli preoccupanti tra luglio e agosto 2021. In quelle settimane si sono toccati quotidianamente quasi 10mila contagiati e i morti sono aumentati fino a 80/90 ogni 24 ore.

Oggi la situazione è molto diversa. Ma non era né facile né scontato che Cuba riuscisse a invertire il trend, ad abbattere la curva di contagi e morti. Se ci è riuscita è stato innanzitutto grazie a un programma vaccinale di assoluto successo, iniziato dopo che il Cecmed (Centro para el control estatal de medicamentos, equipos y dispositivos médicos) ha concesso l’autorizzazione per uso d’emergenza dei vaccini pubblici proteici cubani: di Abdala 50 µg (9 luglio), sviluppato dal Cigb (Centro de ingeniería genética y biotecnología), e dei Soberana 02 e Soberana plus (20 agosto), sviluppati dall’Istituto Finlay.

Oggi questi vaccini sono sottoposti al vaglio dell’…

 

*L’autore: Giuliano Granato  portavoce nazionale di Potere al popolo


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Andrea Crisanti: Priorità alla terza dose, ma…

Accelerare la campagna dei vaccini, fare al più presto la terza dose, utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, a cominciare dal “dimenticato” tracciamento. Rilancia questa urgenza Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova, al quale abbiamo chiesto di aiutarci a capire quali scenari si aprono con la variante Omicron, mentre gran parte del Sud del mondo non ha nemmeno ricevuto la prima dose di vaccino.

Professor Crisanti vaccinare il più possibile è essenziale, ma potrebbe non essere sufficiente. Servono al contempo anche altri strumenti?
Parliamoci chiaro: se noi vaccinassimo tutta la popolazione italiana, 60 milioni di persone, ipoteticamente in un giorno, saremmo in grado di evitare ogni altra misura. Godremmo di una protezione di 4/5 mesi e non ci sarebbe trasmissione. Ma il fatto è che la vaccinazione è avvenuta per gradi, la durata della protezione è limitata. Via via che passa il tempo le persone sono sempre meno protette, se non fanno immediatamente la terza dose. La trasmissione del virus è piuttosto elevata.

Da cosa dipende l’entità della trasmissione?
Dipende dal rapporto fra protetti e non protetti. I non protetti sono le persone che…


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Caccia alle varianti

Da oltre un anno medici e scienziati ripetono che bisogna vaccinare l’intera popolazione mondiale per poter uscire dalla pandemia, per evitare che si formino nuove varianti ad alta contagiosità. (per questo Left ha sostenuto con convinzione, fin dall’inizio, la campagna “Nessun profitto sulla pandemia”, che muove da ragioni umanitarie e scientifiche). Ora quello che gli scienziati paventavano è accaduto. Dopo la variante Delta si è sviluppata la variante “sudafricana” Omicron. E non sappiamo ancora quanto sia patogenica. Come chiarisce il microbiologo Andrea Crisanti può essere che questa variante si riveli molto pericolosa, che sia in grado di bucare i vaccini. Tuttavia potrebbe anche accadere – ipotesi incoraggiante ma ancora tutta da verificare – che sia molto contagiosa e che porti a «una malattia assai più blanda». E questo potrebbe addirittura decretare la fine della pandemia.

In attesa di evidenze scientifiche ora è più importante che mai procedere al più presto con la terza dose di vaccino, dal momento che l’immunizzazione si attenua nel tempo. Al contempo, raccomandano gli scienziati, bisogna ricorrere a tutti gli altri strumenti che abbiamo a disposizione per fare prevenzione: a cominciare dall’uso della mascherina Ffp2, al chiuso e all’aperto in luoghi affollati, l’igiene delle mani, il distanziamento. Il 6 dicembre entrerà in vigore il super green pass (lo potranno ottenere vaccinati e guariti) ma non basta. Servirebbe, lo abbiamo scritto più volte, l’obbligo vaccinale, per raggiungere quei circa 7 milioni di italiani che ancora non hanno fatto nemmeno la prima dose (esiste già l’obbligo per altri vaccini, la Carta costituzionale lo consente, il governo abbia il coraggio di prendere questa decisione politica nell’interesse della salute di tutti).

Ma ancora non ci siamo detti tutto. Mentre prosegue la campagna vaccinale bisogna riprendere la caccia al virus facendo a tappeto, test e tracciamento. Come ci ha detto Crisanti è necessario investire di più e meglio in prevenzione e vigilanza territoriale. «Nel nostro Paese non siamo mai riusciti ad attivare un contact tracing efficace», ribadisce Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, qui intervistato da Leonardo Filippi. E questo è accaduto «sia per la carenza di personale nei dipartimenti di prevenzione e sanità pubblica, sia per gli scarsi investimenti, e la diffidenza della popolazione, nelle tecnologie informatiche, di cui l’app Immuni rappresenta solo la punta dell’iceberg». Dopo quasi due anni di pandemia sembra impossibile che non si sia ancora compresa questa lezione.
Così come con tutta evidenza appare un errore colossale non aver fatto di più per far arrivare vaccini nel Sud del mondo. Da tempo sapevamo che se intere zone del pianeta fossero rimaste senza vaccini si sarebbero potute sviluppare varianti virali, potenzialmente maggiormente aggressive che si sarebbero poi diffuse ovunque in poco tempo. «Non ci hanno ascoltato e ora rischiamo di pagare un prezzo altissimo», denuncia il medico Vittorio Agnoletto fra i primi promotori della campagna No profit on pandemic, che tante volte abbiamo ospitato in queste pagine. «Ciò che sta accadendo è il risultato del dominio del neoliberismo sulla sanità che ha prodotto immensi profitti per pochi – sottolinea il medico e attivista -. Una logica irresponsabile, suicida e stupida che sta facendo precipitare anche l’economia dell’Occidente e che rischia di mettere in ginocchio numerosi settori industriali».

Sudafrica, India, e altri 100 Paesi avevano chiesto la sospensione triennale – non eterna – dei brevetti sui vaccini proponendo di mettere a disposizione dei Paesi più poveri il know how necessario. L’Unione europea si è arroccata nel dire no. Da questo punto di vista siamo corresponsabili di quanto sta accadendo.
Il 30 novembre si sarebbe dovuto riunire il coordinamento interministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per decidere definitivamente sulla questione brevetti. L’appuntamento è stato rinviato a marzo 2022 a causa dell’emergere della variante Omicron. «Dobbiamo spingere il nostro governo a sostenere la moratoria. Non mettiamo altro tempo in mezzo», esorta Agnoletto.

In questa cover story siamo tornati anche a raccontare quel che sta accadendo a Cuba riguardo allo studio e alla messa a punto dei vaccini prodotti dall’industria biotecnologica di Stato. Giuliano Granato ci racconta il suo viaggio all’Avana, dove ha partecipato come volontario alla campagna di sperimentazione di Soberana Plus (SP), coordinata con l’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino. Il SP è un vaccino proteico, che usa una tecnica diversa rispetto ai vaccini Pfizer e Moderna basati su tecnologia mRna. Per Granato, come per altri 35 volontari italiani, si tratta della terza dose dopo aver essersi vaccinati con Pfizer, AstraZeneca, Johnson & Johnson. Anche attraverso le loro testimonianze, insieme a quelle di studiosi, continueremo a seguire l’iter di Soberana che è al vaglio dell’Oms. Se riuscisse a superare questo esame potrebbe rappresentare una grande risorsa, visti i bassissimi costi di produzione e il fatto che è facilmente conservabile a temperature standard. Una speranza anche per i Paesi poveri.


L’editoriale è tratto da Left del 3-9 dicembre 2021

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Nino Cartabellotta (Gimbe): Senso civico, terza dose e (più) prevenzione

People queue to receive their first dose of the Sputnik-V vaccine against COVID-19 in Mexico City, on July 27, 2021. - Population between 18 and 29 years are receiving their first dose against the virus, as Mexico faces a third wave of COVID-19 contagions. Although the indicators of deaths and hospitalizations remain far from the January levels -when the occupancy rate was of 95% and the dead toll more than 900 deaths per day- infections have accelerated and last week, for the first time in a month, the number of deaths exceeded 300 reported in 24 hours. (Photo by ALFREDO ESTRELLA / AFP) (Photo by ALFREDO ESTRELLA/AFP via Getty Images)

Vaccino, vaccino, vaccino. Dalle parti di Palazzo Chigi è il mantra che viene ripetuto ad ogni piè sospinto come ricetta per fronteggiare la nuova ondata della pandemia. E per fortuna, verrebbe da commentare. Ma c’è un rischio. Un’attenzione del tutto focalizzata verso l’immunizzazione, pur fondamentale, rischia di soppiantare quella verso le altre misure di prevenzione e di contrasto al virus, altrettanto importanti, in particolare in una fase di crescita dei contagi e con una nuova variante potenzialmente assai pericolosa come quella “sudafricana” ribattezzata Omicron. Se è indubbio che «il vaccino è un’arma straordinaria per ridurre la malattia grave che causa ospedalizzazione e decesso» abbiamo anche a disposizione «armi integrative a cui non possiamo rinunciare», ci dice Nino Cartabellotta, medico e presidente della Fondazione Gimbe, con il quale abbiamo fatto il punto della situazione sull’emergenza sanitaria.

«In Italia, al 29 novembre, sono 6.870.040 milioni le persone che non hanno ancora ricevuto nessuna dose di vaccino – spiega il presidente -. Negli ultimi venti giorni i nuovi vaccinati oscillano tra 127.640 e 167.621 a settimana, numeri apparentemente esigui, ma che dimostrano che c’è ancora un margine per convincere gli scettici, prima di arrivare allo zoccolo duro dei veri no-vax». E sul fronte delle terze dosi? «Stanno accelerando: nella settimana 22-28 novembre sono state somministrate 1.650.984 dosi, in media 235.855 al giorno, ma rispetto ad una platea di 14.330.747 persone, che peraltro aumenta di settimana in settimana, solo il 41,4% ha effettuato la terza dose. In particolare, se negli over 80 abbiamo raggiunto il 50,1%, nella fascia 70-79 siamo al 17,9% e nella 60-69 al 14%».
Nel frattempo, nell’ottica di promuovere la vaccinazione e prevenire nuovi contagi, ricoveri e morti, il governo ha varato il decreto “Super green pass”.

L’obbligo vaccinale viene esteso alla terza dose e aumentano le categorie che lo devono rispettare: a medici e infermieri si aggiungono il personale amministrativo della sanità, i docenti e gli amministrativi della scuola, i militari, le forze di polizia e gli operatori del soccorso pubblico. Inoltre la validità del green pass viene ridotta da 12 a 9 mesi e l’obbligo della certificazione verde viene estesa a: alberghi, trasporto pubblico locale, treni regionali.

Infine, a partire dal 6 dicembre, arriva il cosiddetto “green pass rafforzato” o “super green pass”, che possono ottenere solo vaccinati o guariti. Il nuovo certificato sarà necessario per accedere a spettacoli, eventi sportivi, bar e ristoranti al chiuso, feste e discoteche, cerimonie pubbliche. Il provvedimento stringe il cerchio attorno a chi ancora non intende vaccinarsi, ma non è facile prevedere quale sarà il suo reale impatto nel fronteggiare la nuova ondata. «Al momento era l’unica soluzione per garantire l’irreversibilità delle riaperture con l’obiettivo di ridurre la circolazione del virus e, soprattutto, l’impatto sui servizi ospedalieri che, a normativa vigente, farebbero scattare le zone colorate – dice Cartabellotta -. In ogni caso, se l’aumento di nuovi vaccinati potrà essere attribuibile in larga misura alla “spinta gentile” del super green pass, è impossibile stimarne l’impatto sui nuovi contagi perché questi sono influenzati da numerose variabili confondenti: coperture vaccinali, riduzione dell’efficacia vaccinale, velocità di copertura con le terze dosi, aderenza della popolazione a misure non farmacologiche quali mascherine, distanziamento, igiene delle mani».

Se non si potrà calcolare in modo preciso la capacità del decreto Super green pass nel frenare i contagi, sarà altrettanto irrealistico pensare di poter verificare in modo diffuso e puntuale sul territorio italiano che le disposizioni in questione siano rispettate. Sebbene il decreto…


L’articolo prosegue su Left del 3-9 dicembre 2021

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