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Per i lavoratori serve la legge, non la solidarietà

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 07-10-2021 Roma , Italia Cronaca Protesta lavoratori GKN di Firenze Nella foto: lavoratori della GKN e Alitalia in Piazza del Pantheon prima dell’incontro sindacale al ministero dello sviluppo economico Photo Mauro Scrobogna /LaPresse October 07, 2021  Rome, Italy News GKN workers protest in Florence In the photo: GKN and Alitalia workers in Piazza del Pantheon before the trade union meeting at the ministry of economic development

A Campi Bisenzio ci sono i lavoratori della Gkn, finiti su tutti i giornali anche per merito dei loro avvocati che si vantano di essere bravi a far licenziare, ma le delocalizzazioni stanno lasciando a casa molti altri, a Napoli, Monza, Asti, Bologna. Della legge contro le delocalizzazioni il governo Draghi ha cominciato a parlarne mesi fa, era il tempo in cui il tribunale aveva dato ragione ai lavoratori della Gkn e tutti eravamo d’accordo che servisse una legge perché i diritti vanno difesi alla fonte, dalla politica, mica solo dai giudici.

Perfino il ministro Giorgetti aveva espresso una pelosa solidarietà a quel tempo ma poi si è perso il decreto, deve averlo infilato da qualche parte. Perché di proposte sul tavolo ce ne sono, eccome. C’è la legge elaborata proprio dai lavoratori Gkn con dei giuristi – che appartengono alle associazioni Giuristi Democratici, Comma Due, Telefono rosso – depositata al Senato con prima firma di Matteo Mantero di Potere al Popolo! e depositata alla Camera con le prime firme di Yana Ehm del Gruppo Misto e Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana.

Questi disegni di legge puntano però a superare un’altra iniziativa di cui ormai non parla nessuno: le proposte scritte dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e dalla viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde all’interno di un Decreto che era finito già ad agosto nelle mani di Draghi e di cui non se ne sa più niente. Rimangono solo le solite parole incendiarie del presidente di Confindustria Bonomi (che ovviamente disse «vogliono colpire le imprese» preoccupato che l’Italia sia superata dagli altri Paesi che hanno più coraggio a trattare da schiavi i lavoratori) e i dubbi del leghista Giorgetti. Fantastico Giorgetti: una vita a esprimere dubbi sulle iniziative dei suoi alleati di governo scordandosi sempre di avanzare una controproposta per trovare una mediazione.

Ieri il vicesegretario del Pd Peppe Provenzano l’ha detto chiaramente: «Il riavvio delle procedure di licenziamento alla Gkn dimostra che non basta un giudice, servono nuove norme per riaffermare la responsabilità sociale delle imprese contro le delocalizzazioni selvagge. C’è una bozza, si approvi con urgenza. Il Partito Democratico è pronto. Chi è contro, lo dica chiaramente. Altrimenti, la solidarietà da parte della politica suona come un’insopportabile ipocrisia».

Ovviamente le posizioni sono diverse: qualcuno giudica la proposta Orlando-Todde troppo morbida se non addirittura inefficace e altri ritengono che le proposte che vengono da sinistra difficilmente supererebbero l’iter parlamentare che sarebbe troppo lungo oltre che ostico. Ma tutto questo appartiene a una fase già secondaria. Qui manca proprio il primo passo, qualcosa di cui discutere.

Francamente non stupisce che “il governo del fare” non riesca a cominciare a fare per i lavoratori. Quindi la domanda sorge spontanea: che ci rimangono a fare, al governo?

Buon giovedì.

Nella foto: protesta dei lavoratori Gkn, Roma, 7 ottobre 2021

 

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Il “dialogo” a colpi di diritto tra l’Ue e l’Italia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 24-01-2017 Roma Politica Corte Costituzionale - Udienza pubblica su Italicum Nella foto La Corte Costituzionale Photo Roberto Monaldo / LaPresse 24-01-2017 Rome (Italy) Constitutional Court - Court hearing on Italicum In the photo The Constitutional Court

La sentenza in causa K3/21 del Tribunale costituzionale polacco dello scorso 7 ottobre (ed il clamore mediatico che l’ha circondata) fornisce un’ottima occasione per fare il punto della situazione sul rapporto tra l’ordinamento dell’Ue e quello italiano, ma anche per meglio comprendere se ancóra esistano strade che portano ad un’autentica integrazione europea (sulla sentenza del Tribunale costituzionale polacco si veda l’articolo di Wojciech Alberto Łobodziński, Left del 12 novembre ndr).
Che il problema del primato del diritto sovranazionale su quello interno abbia da sempre egemonizzato quello che la dottrina giuridica ha definito il “dialogo” tra la Corte di giustizia Ue e le Corti costituzionali degli Stati membri è noto.

Alla pretesa dell’Unione europea di prevalere sempre e comunque sulle norme degli ordinamenti nazionali, persino su quelle costituzionali, si sono opposte (con più o meno vigore) le Corti costituzionali di diversi Stati membri, tra cui quella italiana che, nel corso degli anni, ha sancito alcuni importanti punti fermi.
Proprio con riferimento a quanto accaduto in Italia, va detto che è ovvio che la Corte costituzionale non avrebbe mai potuto accogliere supinamente la posizione dei giudici lussemburghesi, perché ciò avrebbe implicato un inaccettabile riconoscimento della superiorità gerarchica dell’ordinamento comunitario su quello statale. La ricostruzione del rapporto tra i due ordinamenti effettuata dalla Corte costituzionale, quindi, ha fatto – e continua tutt’oggi a fare – perno sull’assunto della separazione tra ordinamento eurounitario e ordinamento interno.

Insomma, in tutte le materie riservate alla competenza dell’Ue dai Trattati prevale il diritto Ue, in tutte le altre si applica il diritto nazionale.
Ma anche nelle materie di competenza europea, la Consulta ha stabilito che se le norme Ue violano principi e diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana il diritto sovranazionale non può mai prevalere. Si tratta, com’è noto, di quella che i giuristi conoscono come la c.d. teoria dei controlimiti.
È un problema di rapporti di forza che investe il ruolo della Corte Ue e quello della Consulta e che maschera la vera questione ad essa sottostante: chi prevale su chi? Ci troviamo in un unico ordinamento giuridico che ha il suo vertice nei Trattati Ue cui, quindi, lo Stato si deve adattare sempre e comunque, oppure Ue e Stati membri sono ancora entità separate? Gli Stati sono ancora sovrani o il vero unico sovrano è diventata l’Ue?
La teoria dei controlimiti fa riferimento proprio a questo: lo Stato ha acconsentito soltanto a limitare la propria sovranità, ma non l’ha ceduta in toto all’Ue e quindi rimangono sempre i paletti fissati dalla Corte costituzionale.

È vero che le competenze europee sono aumentate ad un punto tale che la Corte costituzionale rischia di rimanere ai margini del processo di integrazione, così come è vero che la teoria dei controlimiti rischia di essere completamente svuotata di significato in virtù del riconoscimento della tutela dei diritti fondamentali anche a livello di Ue.
Ma la Consulta non ha mai potuto accettare di essere relegata in una posizione secondaria rispetto alla Corte di giustizia e così, con la sua più recente giurisprudenza, ha rimesso sé stessa al centro del processo di integrazione europea: insomma, sarà sempre la Corte costituzionale che dovrà valutare, caso per caso, se, un determinato diritto fondamentale, pur avendo lo stesso “nome” (sia nell’ordinamento europeo, sia in quello italiano), riceva a livello Ue la stessa tutela che riceve a livello costituzionale (sentt. 269/2017; 20, 63 e 112 del 2019; 254/2020; 182/2021).
Questo perché quegli stessi diritti, a livello europeo, possono subire tutte le limitazioni necessarie (purché non ne sia lesa la sostanza) al raggiungimento degli obiettivi posti dal Trattato Ue: la costruzione e la tutela del mercato e della libera concorrenza, la stabilità dei prezzi, l’unione economica e monetaria, ecc.

Arriviamo dunque al nocciolo della questione: la Corte costituzionale continua a mantenere un ruolo centrale nella definizione del rapporto tra i due ordinamenti perché ha mantenuto a sé stessa la competenza più importante e cioè quella di proteggere il nucleo intangibile di valori sui quali trova il proprio fondamento il nostro ordinamento costituzionale, che sono molto molto diversi da quelli propugnati a livello europeo.
E, direi, per fortuna che è così! Perché i fini generali verso i quali l’Ue tende non sono affatto quelli di eguaglianza sostanziale, solidarietà sociale, progressività del sistema fiscale e conseguente redistribuzione dei redditi, ecc., verso i quali deve tendere il nostro ordinamento perché così sancito dalla Costituzione italiana.
Che la Polonia abbia un governo di estrema destra decisamente sovranista è incontrovertibile, ma mi sembra altrettanto incontrovertibile che l’ordinamento europeo, così com’è, deve incontrare dei limiti fissati a livello nazionale, che gli impediscano di travolgere tutto il sistema di valori, principi e diritti fondamentali su cui si basano le attuali Costituzioni democratiche.

La sovranità, non c’è alcun dubbio, appartiene ancora ai popoli degli Stati membri, che sono sempre i “signori dei Trattati”, come si evince dalla possibilità di recedere dall’Ue prevista dall’art. 50 Tue. Con la conseguenza che il diritto eurounitario deve limitarsi a produrre norme solo e soltanto nelle materie di propria competenza, senza trucchi e senza trabocchetti. E, soprattutto, senza sgomitare per imporre il proprio primato, ricorrendo a una discutibile strategia estorsiva quale quella portata avanti attraverso le condizionalità cui sono soggette le erogazioni degli aiuti europei del Recovery fund predisposti per fare fronte alla catastrofe causata dalla pandemia.
Insomma, le limitazioni della nostra sovranità cui abbiamo consentito ex art. 11 Cost. non possono tollerare che l’Ue stravolga i fondamenti sociali, democratici, egualitari, rappresentativi, che auspicabilmente dovrebbero continuare a caratterizzarci almeno fino a quando l’Ue stessa non sarà anch’essa costruita sugli stessi fondamenti e non solo, per la gran parte, su fini esclusivamente economico-finanziari.

*L’autrice: Fiammetta Salmoni è professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi. Questo articolo è stato scritto per Media Alliance un progetto di transform!Europe in partnership con transform!Italia di cui fa parte anche Left

#L’appuntamento: Il 3 dicembre alle ore 11 l’evento Poland, Europe. Democracy, migrants and border, gender rights a cura di Media Alliance 

 

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Per difendere lavoro, pensioni e diritti rompiamo la pax sociale draghiana

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-11-2021 Roma #CambiaManovra -Manifestazione di Cgil, Cisl, Uil contro la Legge di Bilancio Nella foto Un momento della manifestazione Photo Roberto Monaldo / LaPresse 27-11-2021 Rome (Italy) Demonstration by trade unions against the Budget Law

Su lavoro, diritti e pensioni il governo Draghi si fa beffe delle organizzazioni sindacali, dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati. Nel nostro Paese i salari sono i più bassi e l’orario di lavoro il più lungo, la disoccupazione e la precarietà di vita e di lavoro fuori controllo, un numero spaventoso di infortuni mortali e di malattie professionali, il lavoro nero e schiavizzato senza contrasto, i diritti sociali e civili arretrano. Il nostro territorio è saccheggiato dalle continue speculazioni, l’inquinamento è a livello di guardia, l’utilizzo delle energie da fonti fossili non si ridurrà in tempi utili. La transizione ecologica e ambientale non trova concretezza. Il governo dei “migliori” ha già convenuto con l’Europa e i partiti la quantità e la destinazione delle risorse –  circa trenta miliardi di euro – di una legge di bilancio che, a differenza di altre, deve essere equa e distributiva. Non lo sarà, vista la continuità con il passato e la scarsezza di risorse assegnate per il mondo del lavoro. I piccoli aggiustamenti saranno più di facciata che di sostanza e non cambieranno la natura e l’indirizzo politico e sociale della legge di bilancio: uno stantio gioco delle parti ad uso del teatrino della politica rilanciato da giornalisti e mezzi di comunicazione compiacenti. Non per questo sarà credibile per la pancia del paese. Dall’incontro del 16 novembre tra sindacato e governo, dove Cgil, Cisl e Uil hanno riproposto le richieste contenute nelle nostre piattaforme, è uscito molto fumo e poca sostanza: solo l’impegno futuro ad aprire nuovi tavoli di confronto mentre la legge di bilancio si avvia ormai verso l’approvazione, con il possibile ennesimo ricorso al voto di fiducia, dentro un patto politico nell’esecutivo in un Parlamento svuotato di ruolo. Dopo mesi di richieste al governo di un reale confronto di merito sulla legge di bilancio e sulle emergenze del Paese, il presidente del Consiglio fa l’illusionista, rimanda ancora, come se i tempi fossero illimitati e le risposte non urgenti. Si “impegna” pure – e risuona il fantozziano “ma come è buono lei” – a un secondo tavolo di riforma della legge Monti- Fornero da collocare nei primi giorni di dicembre. Coerenza e correttezza vorrebbero che ciò avvenisse senza la cancellazione della pur imperfetta quota 100 sulle pensioni – perché fatta solo di 62 anni di età e 38 di contributi -, come chiedono Confindustria e i mercati. Una risibile disponibilità al confronto, peraltro frutto del timido avvio della mobilitazione sindacale. Rinvii, promesse prive di concretezza e la richiesta esplicita di Draghi di non proclamare lo sciopero in cambio di una disponibilità al futuro confronto: un insopportabile ed inaccettabile paternalismo autoritario. Nessuna disponibilità ad aumentare l’insulto dei 600 milioni di euro stanziati nella finanziaria sul capitolo pensioni.

Poco o nulla sulla sanità pubblica, sulla pandemia e la scarsità di personale che sta mettendo ancora in crisi il sistema di prevenzione e di cura, sulla scuola e l’istruzione pubblica e sui rinnovi dei contratti, nulla sugli ammortizzatori sociali se non una certa propensione verso le proposte padronali di scaricarne i costi sul sistema fiscale. Degli otto miliardi a disposizione per la riduzione delle tasse sicuramente una parte consistente non andrà verso le buste paga dei lavoratori ma ancora una volta verso le imprese e le varie corporazioni.

Sul fisco una proposta di controriforma regressiva che riduce il numero delle aliquote e niente da a lavoratori e pensionati poveri, in spregio alla progressività sancita dalla nostra Carta costituzionale, con mancato gettito che si avvertirà a partire dal prossimo anno, premessa per un ulteriore assottigliamento del perimetro pubblico, l’opposto del bisogno di stato e di protezione sociale che ci consegna la pandemia niente affatto domata.

Su Tim poi, misurando la distanza tra la retorica della digitalizzazione e dei diritti digitali garantiti e democratici, si continuano a commettere gli stessi errori del passato – che tante sventure hanno portato al Paese: ci riferiamo all’offerta di acquisto della rete di telecomunicazioni italiana da parte di un fondo d’investimento speculativo americano. Ma l’Italia da questo punto di vista ha già dato abbondantemente!

In dieci anni, dal ’92 ai primi anni 2000, abbiamo svenduto la parte migliore del nostro patrimonio industriale. E l’emorragia non si è più fermata.La prima reazione alla proposta di acquisto dell’intera Tim da parte del fondo Kkr è stata, invece, pericolosamente timida e reticente. Si è apprezzato l’interesse manifestato da un grande investitore internazionale, si è fatto appello alle valutazioni del mercato, si è nominata l’ennesima task force di superesperti e si è parlato, sottovoce, di possibili “paletti” che il governo potrebbe mettere per “rendere compatibile l’ingresso di un nuovo socio straniero con il rapido completamento della connessione con banda ultralarga”.

Il tempo delle illusioni e dei rinvii dovrebbe essere finito per tutti

Dovrebbe essere finita, almeno per il sindacato, la politica dei due tempi. Senza cambiamento del paradigma e della visione ci sono solo i “bla bla bla”. La prospettiva nella quale si colloca la legge di bilancio non ha come obiettivo il cambiamento ma la conservazione, la continuità neoliberista, la “modernizzazione” dell’attuale modello di sviluppo e di produzione, il mantenimento degli attuali rapporti di potere e di forza tra le classi, senza una vera redistribuzione della ricchezza, al massimo l’elemosina o l’utilizzo del terzo settore, sempre più alternativo al pubblico. Lo dice espressamente il governo: irrilevante crescita del Pil, aumento dei profitti privati, lavoro precario e sottopagato nel terziario debole, risorse pubbliche e legge come quella sulla concorrenza per aprire al mercato ed ai profitto ogni ambito ancora non travolto nella stagione degli anni Novanta. Ordoliberismo puro, con lo Stato che disbosca a favore del mercato e del privato. Se non contrasteremo questa continuità con il passato, se non ritorneremo nei luoghi di lavoro con più assiduità e continuità, se non costruiremo e metteremo in campo con la mobilitazione e lo sciopero generale la forza, la rappresentanza e il valore del mondo del lavoro, rischiamo di uscire dalla pandemia e dalla crisi economica e sociale più diseguali e atomizzati di prima. Siamo e rimaniamo sindacalisti non rassegnati “al non ci sono alternative”, assumendoci la responsabilità delle scelte soggettive. La Cgil deve utilizzare al meglio il consenso e la fiducia dell’insieme del mondo del lavoro: le battaglie perse per sempre sono quelle che non si combattono. Per il nostro futuro e per quello delle nuove generazioni rompiamo la pax sociale draghiana.

*Gli autori: Giacinto Botti e Maurizio Brotini fanno parte del direttivo nazionale Cgil

Nella foto: manifestazione #CambiaManovra di Cgil, Cisl e Uil, Roma, 27 novembre 2021

 

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Morisi: l’ipocrisia non si archivia

Foto Valerio Portelli/LaPresse 10-09-2019 Roma, Italia Morisi Salvini Politica Nella Foto: Iva Garibaldi, Luca Morisi, Matteo Salvini Photo Valerio Portelli/LaPresse 10 September 2019 Rome,Italy Morisi Salvini Politics In the pic: Iva Garibaldi, Luca Morisi, Matteo Salvini

Il caso Luca Morisi verrà probabilmente presto archiviato. La Procura di Verona – scrive il Corriere – chiederà a breve l’archiviazione per “particolare tenuità del fatto” nei confronti dell’ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini, che ad agosto era stato indagato per droga dopo che i Carabinieri, su segnalazione di due giovani romeni con i quali aveva trascorso la notte, avevano scoperto nella sua casa di Belfiore una piccola quantità di cocaina.

Subito sono partite le urla sguaiate di destrorsi e primati nazionali per dirci che «era solo fango», che «non c’è nulla» e che la macchina del fango nei confronti dell’inventore della Bestia leghista gli ha rovinato la vita e ha danneggiato la Lega. Qualcuno addirittura vorrebbe spiegarci che non avrebbe dovuto dimettersi.

Tutto questo inutile vociare è cretino. Spostare sul lato giudiziario la vicenda di Luca Morisi è un trucco che non ha niente a che vedere con la realtà. Morisi (e la Lega a ricaduta) ha passato anni a colpire con violenza attraverso la sua comunicazione gli stranieri, gli omosessuali e i consumatori di droga dipingendoli come il male assoluto di un’italianità che andava perdendosi e come segnali di una decadenza culturale, sociale e politica. Sia chiaro: l’ha fatto lui, l’ha scritto lui, l’ha suggerito lui a Salvini nell’orecchio, l’ha radicato lui nella comunicazione del partito. Sostanzialmente Morisi per anni ha additato in pubblico come appestati coloro che avevano gli stessi atteggiamenti che adottava in privato. Questo è il punto: l’ipocrisia di una politica che condanna brutalmente modalità che poi nascostamente adotta.

L’ipocrisia è il peggior peccato per un politico e Luca Morisi aveva un ruolo politico. Di questo stiamo parlando. Su questo sarebbe curioso ascoltare le risposte. Spostare la discussione su un altro piano è una fuga. L’avevamo scritto quando venne fuori questa storia e lo ripetiamo adesso: che dicono alla Lega dell’ennesimo caso che smaschera la loro ipocrisia?

Questo ci interessa. L’ipocrisia non si archivia.

Buon mercoledì.

 

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Siano beati i tagliatori di teste

Forse non vi è sfuggita la notizia che qualche giorno fa, l’avvocato Stefano Rotondi scriveva sui suoi social: «Sono orgoglioso di annunciare che LabLaw (lo studio dell’avvocato Rotondi, nda) ha vinto il premio come ‘Studio dell’anno Lavoro’ ai TopLegal Awards 2021», aggiungendo le seguenti motivazioni: «Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell’assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti».

Il post del legale si conclude così: «Lavoro di squadra, passione e dedizione, questi i valori nei quali crediamo e che ci spingono a voler raggiungere traguardi sempre più alti». Il post è stato pubblicato il 24 novembre alle 16:22 ma il 26 novembre è stato cancellato.

Il Collettivo di Fabbrica-Lavoratori Gkn rispose per le rime: «And the winner is… Comunque a noi pare che contro la Fiom di Firenze avete perso non uno ma due articoli 28, la fabbrica ad oggi non è chiusa, e per quanto ci riguarda abbiamo avuto modo di apprezzare la vostra discutibile presenza in sede sindacale dove non ci sembra abbiate tenuto testa a quattro operai in croce nell’assistere un liquidatore in sede sindacale senza nemmeno forse sapere che forma hanno i nostri semiassi. Firmato: i vostri 430 esuberi circa».

Il sindaco di Firenze Nardella si definì «disgustato», il ministro del lavoro Andrea Orlando disse «dobbiamo pensare a cosa sia successo per arrivare a questo punto. Non è giusto vantarsi di un licenziamento. Bisogna riflettere sul come sia possibile che diventi quasi normale che uno rivendichi di aver assistito quel tipo di licenziamento. Se c’è chi lo rivendica – ha concluso ironicamente – magari pensa anche che possa portare qualche prestigio».

Ora siamo, c’era da aspettarselo, al capovolgimento della situazione. L’avvocato Rotondi ieri ha indossato i panni della vittima: «Non esiste un premio per chi licenzia – dice – e nessun premio è stato dato al mio studio perché siamo stati bravi a licenziare, questa è solo una strumentalizzazione mediatica che da una parte posso condividere sotto un profilo umano con i lavoratori interessati, ma non condivido in nessun modo per l’altra parte del mondo». Rotondi ci dice anche che questa situazione «non fa altro che fomentare un odio e una pericolosità sociale inaccettabili. Io sono molto preoccupato per la sicurezza dei miei collaboratori – dice -, della mia famiglia e da ultimo per me. Sono mesi che noi con i nostri partner le istituzioni e la società stiamo cercando di trovare una soluzione da un problema che esiste, questo è fuor di dubbio. Però questo è lo sforzo che è stato premiato dalla società che ci ha dato e indicato tra gli studi migliori in questo settore».

La difesa (deboluccia, tocca ammetterlo) dell’avvocato è interessante: sostanzialmente dice di non avere contribuito alla sistemazione di nessun esubero e di essere stato premiato per la buona volontà (credibile, vero?); riesce ad accusare dei lavoratori licenziati (perché loro no, loro non hanno problemi di sicurezza di sostentamento per i figli e per le loro famiglie) e infine ci fa sapere che «si sta pensando a soluzioni che possano evitare in assoluto qualsivoglia  problema occupazionale e sociale». Quindi, perché avrebbe festeggiato?

È la retorica dei tagliatori di teste in questo fine 2021, l’inizio di un’epoca che promette per loro grandi regalie: tagliare 422 lavoratori significa contribuire al rilancio economico del Paese. Sembra una storia di provincia e invece è un vento che spira fin nei piani più alti del governo: per molti il Pnrr sarà possibile solo liberandosi dei lacci di legge che tutelano i lavoratori per poi poterli riassumere molto più deboli, molto più schiavi, molto più disponibili alle rinunce. E forse il ministro Orlando dovrebbe spiegarci come sia possibile che uno studio legale sia riuscito a compiere una strage di lavoratori senza trovare uno scoglio. Perché il problema non sono i tagliatori di teste ma gli spifferi di una legge sempre più blanda che gli permette di essere i nuovi beati.

Buon martedì.

 

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Torniamo a Gaza. Per raccontare, documentare e abbattere il muro di silenzio

Piano piano abbiamo rimesso in moto la macchina. La pandemia ha dato forma e concretezza a confini da cui ci siamo, a lungo, sentiti immuni. Così, abbiamo capito che attraversare le frontiere può diventare difficile, se non impossibile. È la cifra di questo tempo: muri si alzano lungo il profilo del nostro continente, lasciando ai margini migliaia di uomini e di donne. Qualche volta, non bastano nemmeno i nostri passaporti occidentali per riuscire ad andare al di là delle recinzioni. Chiusure e aperture si sono alternate rendendo complicata la realizzazione di progetti di solidarietà internazionale. Ora che i vaccini iniziano a riportare – forse – le nostre società fuori dalla fase emergenziale, siamo pronte e pronti a partire di nuovo.

Le restrizioni cambiano di continuo e la nuova variante non promette bene. Decine di persone da tutta Italia, se sarà possibile, proveranno ad attraversare a dicembre i tornelli e i muri che separano Gaza dal resto del mondo.

Come granelli di sabbia, uno dopo l’altro, vogliamo entrare per aprire una piccola breccia nell’isolamento che colpisce la popolazione civile, le decine di migliaia di giovani nati e cresciuti in quella che, con poca difficoltà, possiamo definire come la prigione più grande del mondo. Un carcere a cielo aperto in cui si sconta la colpa di essere nati da una parte, piuttosto che dall’altra, di un muro. Una striscia di costa del Mediterraneo, lunga 40km e larga tra i 7 e i 15 km, in cui vivono circa 2 milioni di persone.

Due anni fa, l’ultima grande carovana di attiviste e attivisti italiani lasciava la Striscia di Gaza, a pochi giorni dallo scoppio in Lombardia dei primi casi di Covid-19. In questo lungo tempo, la pandemia ha rallentato e impoverito ulteriormente la fragile economia di Gaza. Ma non è bastato. A maggio, le foto e i video dei bombardamenti hanno riempito gli schermi dei telefoni di mezzo mondo, le strade distrutte hanno preso le copertine dei giornali e, per qualche tempo, si è tornati a parlare di Palestina e di Israele. Abbiamo visto l’esercito israeliano entrare armato nella moschea di Al Aqsa, la difesa delle case di Sheik Jarrah dall’esproprio, gli scontri violenti a Gerusalemme e poi in tutta la West Bank. Abbiamo visto di nuovo le bombe cadere su Gaza, abbattere in diretta infrastrutture e palazzi, come quello che ospitava le redazioni di Al Jazeera, Associated Press e altri. Abbiamo osservato sollevarsi la popolazione palestinese che vive in Israele e che ne possiede la cittadinanza. È seguita una grande operazione di repressione, centinaia di arresti e le elezioni in Israele.

L’attenzione, poi, si è spostata altrove, mentre nella Striscia sono rimaste le macerie. Nelle voragini aperte sulle principali arterie del traffico e nelle pareti dei palazzi abbattuti, è rimasto il dolore per le perdite e la consapevolezza che non c’è futuro possibile in un luogo in cui non è garantita la sicurezza del presente. È per questo che chi ottiene un visto per lavoro o per studio, esce appena può. È un fenomeno in aumento. Una delle mete dove i ragazzi si fermano con maggiore facilità è la Turchia. Chi rimane, invece, deve fare i conti con una quotidianità sempre più difficile: la disoccupazione è schizzata alle stelle e gli stipendi sono diminuiti ulteriormente; l’elettricità è centellinata e l’acqua sempre più inquinata. Già qualche anno fa, l’AICS – Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo – segnalava come la mancanza di energia elettrica costringa a frequenti sospensioni del trattamento delle acque reflue. Queste causano l’inquinamento e la contaminazione di più del 96% delle falde acquifere, che non sono più utilizzabili dall’uomo, e del 60% del mare di fronte a Gaza, con circa 108 milioni di litri di acque reflue non trattate riversate nel mare ogni giorno – l’equivalente del contenuto di 40 piscine olimpioniche.

L’occupazione militare, perpetrata dal susseguirsi dei governi israeliani, pervade e lede ogni aspetto della vita dei palestinesi. E questo nella Striscia di Gaza è fin troppo evidente: basti pensare all’embargo economico e alla chiusura delle frontiere, così come al controllo sulle fonti energetiche e di approvvigionamento della popolazione civile, o alla minaccia continua e reale di attacchi militari via terra, via aerea o via mare. Ogni giorno il sistema di occupazione lede il diritto dei palestinesi a vivere una vita degna e in salute, a crescere in un’infanzia di pace ed avere accesso alle cure sanitarie, a veder riconosciuta la propria cittadinanza, la propria identità, a poter godere della libertà di movimento.

Torniamo a Gaza con obiettivi e idee chiare.

È fondamentale raccontare e documentare quanto accade, specie quando i riflettori sono spenti: oggi è necessario ribaltare la narrazione mainstream, non solo riguardo ai fatti della politica e delle guerre, ma anche rispetto alla cultura dei popoli arabi e del Mediterraneo, avendo cura di ascoltare e raccontare la forza e la vita della resistenza quotidiana della popolazione civile, degli studenti e delle lavoratrici palestinesi, delle famiglie sotto l’occupazione e di quelle in diaspora in ogni angolo del mondo.

E poi è fondamentale agire, sul posto, provando a non alimentare sistemi di mero assistenzialismo e dipendenza, ma cercando, piuttosto, di mettere a disposizione degli strumenti, di costruire insieme dei mezzi e delle opportunità, attraverso cui le ragazze e i ragazzi che crescono a Gaza possano coltivare una quotidianità alternativa alla sofferenza che, spesso, li circonda. È un discorso che attiene alla possibilità, per questi giovani, di sviluppare la propria personalità, di sfogare le tensioni e i traumi accumulati, di trovare passioni che diano prospettiva di futuro. Significa cimentarsi insieme nelle arti e nelle discipline, condividere saperi, apprendere reciprocamente e ascoltare. Vuol dire, anche, tessere legami, conoscere storie e misurare diversità e similitudini delle nostre culture, unite dal mare e separate dal tempo moderno.

Il Gaza Freestyle – così si chiama il progetto che organizza la carovana – va avanti da anni. Grazie allo stretto rapporto con il Centro Italiano di Scambio Culturale VIK, dedicato a Vittorio Arrigoni, quest’anno prenderemo parte ad un Forum femminile e femminista, che stiamo organizzando in collaborazione con associazioni di donne palestinesi, che operano sul territorio. Per questo, la composizione del gruppo in partenza sarà in grande maggioranza femminile. Abbiamo scelto di investire sulla relazione sedimentata negli anni con associazioni e collettivi di donne di Gaza, con cui in passato abbiamo condiviso progetti e laboratori. La libertà di una terra non può prescindere in nessun modo dalla libertà delle donne, che sono elemento fondamentale della resistenza e resilienza palestinese, e che vivono sulla propria pelle l’accrescimento del potere di forze fondamentaliste religiose come Hamas. Diamo vita e spazio a una rete che supera i confini dell’occupazione, apre ambiti di discussione e di confronto e tesse relazioni. La nostra speranza è quella di riuscire, nel tempo, a contribuire alla costruzione di una Casa delle Donne nella Striscia di Gaza.

Inaugureremo, poi, il Green Hopes Gaza: un progetto dell’ONG A.C.S., che nel nord della Striscia, a poche centinaia di metri dal confine israeliano, ha riqualificato una grande area di 12.500 mq, in una delle zone solitamente più colpite dai bombardamenti. Sono stati realizzati uno degli skatepark più grandi del Medio Oriente, campi da calcio, il primo tendone da circo della Striscia, serre per la coltivazione e la didattica, un centro polifunzionale per le associazioni locali e tanto altro. Sono stati piantati mille alberi. E tutto questo sarà a completa disposizione della comunità territoriale, delle scuole di circensi, delle squadre, delle crew di skate. Rigenerazione sociale e ambientale sostenuta dalla cooperazione internazionale.

Un piccolo esempio positivo di costruzione di strumenti per la comunità. L’obiettivo è realizzare, insieme, opportunità e mezzi che possano incidere sulla quotidianità della popolazione civile palestinese, lasciando un segno permanente della solidarietà internazionale.

Torniamo in Palestina consapevoli della complessità sempre maggiore del contesto in cui operiamo.

La speranza di cambiamento, di giustizia e di libertà per il popolo palestinese e per gli oppressi del mondo, continueremo a cercarla negli occhi dei e delle giovani di Gaza.

*-*

Per seguire le attività del progetto su Facebook, Instagram e Twitter segui Gaza Freestyle.

Per sostenere il progetto si può donare al crowdfunding su Produzioni dal Basso: https://www.produzionidalbasso.com/project/women-4-palestine-un-forum-delle-donne-nella-striscia-di-gaza/

Le foto pubblicate a corredo di questo articolo sono di André Lucat

Prendiamocela, invece

Greta Beccaglia è una giornalista di Toscana Tv che ieri era all’uscita dei tifosi del Castellani di Empoli per fare il suo lavoro. Se non avete ancora inteso il senso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne e se ancora siete convinti che solo il femminicidio sia un evento per cui allarmarsi (e ci sono quelli che nemmeno per quello hanno un sussulto) allora potete guardare con attenzione quei secondi in cui Beccaglia (che su molti giornali di oggi è “Greta” e basta perché le donne, si sa, si chiamano per nome o per parentela) sta facendo il suo lavoro e viene palpeggiata da un passante che ancora eccitato dalla partita pensa bene di sputarsi sulla mano e tirarle una pacca sul sedere. Non finisce qui: pochi secondi dopo altri tifosi, infoiati per il lussurioso binomio calcio-donna le lanciano epiteti schifosi. Uno sognava di consumarla lì sul posto e continuava a ripeterle «Bellissima. Sei bellissima»·

Beccaglia prova ad abbozzare. Risponde dicendo che no, che non è quello il modo, intervistata da Repubblica dice di aver provato a essere “professionale”. In fondo funziona così: alle donne viene richiesto di essere professionali anche quando gli si vomita addosso di tutto. In quei secondi c’è dentro tutto: c’è quello che non si trattiene e fa ciò che il branco sognerebbe di fare, c’è la mancata solidarietà di tutti quelli intorno che rendono il tutto estremamente normale, c’è un reato (perché la molestia è un reato, vale la pena ricordarlo) in diretta televisiva che viene trattato come un prevedibile incidente e c’è perfino la vittimizzazione secondaria di Beccaglia che sui social viene invitata a non indossare quei jeans troppo stretti perché come al solito la donna che lavora deve essere incompetente, non all’altezza e sprovveduta e non fa niente che Greta Beccaglia abbia fatto interviste nel post partita perfino sotto la curva del Boca Juniors, a Buenos Aires, in uno stadio famoso per essere “caldo”. Doveva temere Empoli, invece. C’è anche un altro aspetto: i calciatori in campo erano tutti con un bel segno rosso sul viso per manifestare contro la violenza sulle donne. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti, perfino la messinscena.

Dallo studio il conduttore Giorgio Micheletti la invita a continuare («non te la prendere», ripete), poi assume il solito atteggiamento paternalista dicendole che «sono esperienze che aiutano a crescere» e infine la invita a chiudere il collegamento e sbrigarsela da sola. Sarebbe bello capire se Micheletti sia disposto a non prendersela mentre qualcuno gli palpa lo scroto all’esterno di uno stadio e sarebbe curioso sapere quale esperienza di vita possa essere una manata sul culo.

Fatto sta che l’altro ieri in diretta abbiamo assistito a un reato e in questo Paese che vive sui reati (veri o presunti) la roba è considerata una semplice disavventura. Il sito della Fiorentina (che giocava in quello stadio) definisce l’accaduto sul suo sito ufficiale «un gesto stupido e incivile». Eppure meraviglia che ci si meravigli che un gruppo di tifosi veda una donna come oggetto a sua disposizione: è il naturale risultato della narrazione e della cultura patriarcale.

Il tifoso che palpa e il giornalista che minimizza sono figli della stessa cultura, nonostante uno commetta un reato e l’altro semplicemente faccia la figura del cretino: non prendersela è il modo migliore per concimare l’ambiente in modo che succeda di nuovo, sempre di più, sempre peggio.

E allora prendiamocela. Usate tutto questo bifolco giustizialismo che avete sempre contro i disperati per chiedere giustizia, convogliate la rabbia nel verso giusto. Aspettiamo con ansia la notizia che quel tifoso venga identificato e denunciato. Prendersela è il modo migliore per celebrare la giornata contro la violenza sulle donne tutti i giorni dell’anno.

Buon lunedì.


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Cemento sull’isolotto di Santo Stefano. La replica del commissario straordinario: “Illazione infondata”

Riceviamo e pubblichiamo:

Gentile direttrice, abbiamo letto l’articolo pubblicato su Left il 24 novembre e firmato da Gianluca Peciola dal titolo “Salviamo l’isolotto di Santo Stefano dal cemento

A nostro avviso riporta in maniera incompleta e forviante il senso e le attività connesse al Progetto di recupero dell’ex carcere borbonico di Santo Stefano in Ventotene, per questo motivo le inviamo una nostra breve nota:

Nessun “cemento e sfruttamento” e nessuna speculazione contro l’ambiente nel recupero dell’ex Carcere di Santo Stefano di Ventotene. Solo attenzione alla conservazione dell’habitat inclusa la prateria di Poseidonia, e rispetto per la storia dell’ex Carcere nel progetto di recupero, come dimostrano studi, ricerche, progettazioni e verifiche che sono alla base del progetto in corso, a me affidato dal Governo. Un chiarimento è doveroso rispetto a illazioni infondate: il recupero dell’intero ex complesso carcerario non prevede alcun intervento di cubatura aggiuntiva all’esistente, ma solo interventi di restauro conservativo, approvati dal Tavolo istituzionale permanente che presiedo, di cui sono parte la Presidenza del Consiglio, il Ministero della Cultura, il Ministero della Transizione Energetica, la Regione Lazio, l’Agenzia del Demanio, il Comune di Ventotene, la Riserva Naturale Statale e la Area Marina Protetta.
La vera minaccia per Santo Stefano, l’isola che ospita l’ex carcere Borbonico, noto come il Panopticon, è lo stato di abbandono in cui è stato lasciato un Bene culturale e ambientale per oltre 56 anni, nell’indifferenza di tutti, anche di coloro che oggi si ergono a paladini dell’ambiente. Con particolare riguardo al Progetto di approdo (priorità individuata già nell’accordo del
2017), il progetto attuale è stato oggetto di incontri tecnici con tutte le amministrazioni competenti compreso il Ministero dell’Ambiente, la Regione Lazio e il Comune con le due Riserve, e anche se il progetto non può certamente suggerire alcuna identificazione con un “porto”, ciò nonostante abbiamo deciso di sottoporlo alla procedura di Valutazione Impatto Ambientale (VIA) statale, tuttora in corso, allo scopo di dare a tutte le Associazioni e a tutti i Cittadini la possibilità di presentare osservazioni. Come Commissario di Governo vorrei sottolineare che la proposta finale del progetto di approdo sarà certamente il frutto del più alto livello di equilibrio che mi impegno a favorire tra le esigenze di accesso in sicurezza al godimento di un monumento nazionale e la doverosa tutela dei beni ambientali e faunistici dell’Isola. Nessuno spazio dunque quindi per svilire o danneggiare il Capitale naturale ma semmai
rendere meno fragile e degradato questo luogo così simbolico nel rispetto di vincoli e tutele previsti dalle normative.

*L’autrice: Silvia Costa è commissario straordinario per il recupero dell’ex Carcere di Santo Stefano Ventotene

*La foto “Santo Stefano vista da Ventotene” è di Luigi Versaggi – https://www.flickr.com/photos/versaggi/561227851/

*-*

Salviamo l’isolotto di Santo Stefano dal cemento

di Gianluca Peciola

Ho incontrato una vertenza (così mi viene di chiamarla) che riguarda il progetto di recupero e valorizzazione dell’ex carcere borbonico dell’isola di Santo Stefano, che prevede la realizzazione di un sito di alta formazione e di produzione, di attrattività culturale e turistica. Un progetto che prevede una riqualificazione paesaggistica, cantieri scuola, visite guidate, allestimenti museali, eventi e installazioni artistiche. Con la costruzione di un molo di cemento a rappresentare l’infrastruttura di approdo.
Avete presente? Santo Stefano è l’isolotto vicino di mare di Ventotene (nell’arcipelago delle isole pontine, al largo delle coste laziali), a cui è legato per prossimità geografica e per condivisione di storie di reclusioni e confini.
Nel carcere di Santo Stefano hanno trovato “ospitalità” lo scrittore Luigi Settembrini, il politico e patriota Silvio Spaventa, gli anarchici Gaetano Bresci e Giuseppe Mariani; durante il fascismo vi furono imprigionati Sandro Pertini, Umberto Terracini e il futuro senatore del Partito Comunista Italiano, Mauro Scoccimarro. Altri antifascisti vennero confinati nella vicina Ventotene.

Santo Stefano è una roccia piena di Storia, come Ventotene. Insieme trasmettono significati che le trascendono, che le fanno essere, loro malgrado, luoghi simbolicamente espressivi e naturalisticamente e culturalmente attrattivi. Sono parte di una sorta di arcipelago geopolitico del federalismo europeista, di un immaginario che, come per una sorta di contrappasso dei significati, trasuda idee di fratellanza e liberazione, pur essendo state, entrambe le isole, luoghi di segregazione e sofferenza.
Proprio in questi giorni, per connessioni misteriose e forse solo ipoteticamente casuali, mentre leggevo gli atti del progetto e le ragioni dei comitati che lo contrastano, mi ronzavano in testa le parole di Rodolfo il Glabro, spietato narratore apocalittico delle calamità naturali avvenute intorno all’anno Mille: «Pareva che gli elementi lottassero tra loro in reciproco conflitto. Mentre è certo che infliggevano una punizione alla superbia degli uomini».

Leggo il progetto e le ragioni dei comitati, mentre Cop26 fallisce e annega in un mare di buone intenzioni, mentre i siciliani fanno i conti con il significato concreto della parola tornado e l’Europa sognata da Spinelli soccombe tra le “ragioni” dei grandi inquinatori del pianeta, nel corso del G20. Mentre mia figlia mi chiede com’è possibile che a Ventotene, nel mar Tirreno, qualcuno vada a pesca di barracuda e non veda l’ora di incontrare i pesci pagliaccio!
Leggo il progetto e penso che sia animato dalle migliori intenzioni sui temi dell’occupazione, del rilancio del sito, della ristrutturazione del carcere, della riduzione del danno ambientale. Ma tutto questo temo non basti.
Leggo e ho sempre più la certezza che i progetti sull’isola (ora disabitata) costituiscano grafemi di una lingua estranea a quella che il pianeta e l’ambiente ci impongono di acquisire con la massima urgenza.

Se questo arcipelago deve essere la porta simbolica dell’Europa, se l’Europa, come sta accadendo, sta provando veramente a diventare capofila mondiale della battaglia ai cambiamenti climatici, allora appare evidente come ogni progetto che riguardi queste isole, per la loro valenza ambientale (siamo in un’area protetta, nella riserva marina e terrestre statale; il molo terminerebbe a pochi metri dalla foresta di Posidonia Oceanica), politica e di messaggio simbolico, debba avere il segno di una radicale controtendenza rispetto al passato.

Il progetto da 70 milioni, avviato dal governo Renzi (!), in una fase storica pre pandemica, avrebbe dovuto, e forse ancora potrebbe, prendere in considerazione un impianto teorico e realizzativo capace di sintonizzarsi con le emergenze del presente; avrebbe potuto superare i cliché di un’epoca che ci ha portato agli attuali squilibri ambientali. Avrebbe dovuto mettere seriamente in discussione gli assiomi che hanno caratterizzato le stagioni precedenti: la crescita occupazionale tramite lo sviluppo e il consumo (di terra, di energia, di spazi fisici), la produzione di scarti, la contaminazione degli equilibri di ecosistemi delicati attraverso progetti di antropizzazione alieni ai luoghi stessi.

Perché l’immagine di una Europa, quella della speranza, della pace e del riscatto disegnata da Altiero Spinelli, non proviamo a costruirla, come ci dicono comitati e molti esperti, attraverso iniziative, progetti, idee che abbiano in seno gli anticorpi al declino ambientale del pianeta? Il comitato che si oppone agli effetti ambientali del molo e di parte del progetto di riqualificazione propone strade alternative, meno impattanti eppure rispettose della necessità di intervenire per riqualificare. Io penso che, considerata la portata del progetto e la posta in gioco di una partita che va oltre le comunità isolane coinvolte, sia necessario riconsiderare l’opera alla luce del messaggio inequivocabile che ci sta mandando il pianeta.

Zerocalcare, cintura nera di realismo magico

Strappare lungo i bordi, la nuova serie d’animazione di Zerocalcare – e delle molte maestranze che hanno collaborato con lui – parla di noi, dei nati nello scorcio finale del ’900: noi che ci ritroviamo, oggi, sbalzati dalle aspettative che avevamo del mondo e calati in una realtà che non ci appartiene mai fino in fondo.
La potenza narrativa del racconto, le frequenti incursioni nel repertorio ironico del fumettista, la capacità di sviluppare una analisi introspettiva profonda avvalendosi dell’intreccio vorticoso di piani temporali che si sovrappongono continuamente sono lì a testimoniare della qualità del lavoro.

Quel che più impressiona è la capacità di Zerocalcare di evocare compiutamente nello spettatore una riflessione politica. Non voglio dire che la serie debba ritenersi finalizzata esclusivamente o prevalentemente a trainare un messaggio politico. L’aspetto politico del racconto non viene retoricamente evidenziato: come un fiume carsico scorre silenzioso per tutto lo sviluppo della narrazione, riversandosi con energia e dolorosa schiettezza davanti agli occhi dello spettatore nel finale.

Zerocalcare traccia gli itinerari esistenziali di un gruppo di amici che – ad esclusione del protagonista, assorbito da una stasi caratteriale a tratti soffocante – si gettano nel loro percorso di studi, faticando per anni, coniugando studio e lavoro in un microcosmo ostile, Roma, che rende tutto più complicato. La serie racconta, con potenza evocativa e piegature poetiche, i sogni dei ragazzi, il loro slancio vitale, le loro speranze nella possibilità di un miglioramento della condizione umana propria e altrui, mediante la conoscenza, la dialettica, la diffusione delle idee.

Sarah e Alice, amiche del protagonista, studiano all’università e danno ripetizioni per mantenere un minimo di indipendenza dalla famiglia. Lo fanno perché ci credono: Sarah spera un domani di diventare insegnante e di potersi dedicare alla formazione dei più giovani. Alice, invece, si lascia rimbalzare da un master all’altro in attesa di un contratto di ricerca. Si impegnano e lavorano sodo perché intravedono, forse ingenuamente, nella relazione pedagogica tra insegnante e allievo lo strumento per la creazione di una società più giusta e più felice.
A fronte di questo impegno, di questo esercizio non di arrivismi opportunistici, ma di aspettative sane in sé stessi e nel benefici che si può apportare alla società, l’esito dei loro percorsi di studio non sembra restituire alle ragazze ciò a cui avrebbero avuto diritto. Sarah è costretta a rifugiarsi in lavoretti precari e malpagati; e Alice, che non riesce più a mantenersi a Roma, deve tornare a vivere con i genitori a Biella, sua città natale.
La favola della meritocrazia, tanto decantata dalle élites liberali che perseguono la conservazione dell’ordine di cose esistente attraverso la costruzione di…


L’articolo prosegue su Left del 26 novembre 2021

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Il segno di Plautilla l’architettrice

A Roma, percorrendo l’Aurelia Antica tra porta San Pancrazio e l’ingresso di Villa Pamphilj, s’incontra un tratto di muro a forma di scogliera. Fino al 1849 s’innalzava lì sopra Villa Benedetta, fatta realizzare dal 1663 dall’abate Elpidio Benedetti, l’agente a Roma del potente cardinale di Francia Giulio Mazzarino, su progetto e sotto la direzione della «Signora Plautilla Bricci architettrice». La villa doveva infatti apparire «edificata a similitudine di un vascello sopra uno scoglio». Alta e stretta, e protesa con un corpo arrotondato verso l’esterno come la prua di una nave dal lato della strada, si allungava poi verso nord aprendosi a valle con logge e terrazze per godere del tramonto. Una perlustrazione aerea con Google permette di riconoscere ancora chiaramente la sagoma dell’edificio, le gradonate a curve contrapposte del giardino a ovest e la fontana a est.
Alla pittrice e architettrice Plautilla Bricci (1616 – post 1690/1705?) è dedicata per la prima volta una mostra che rimarrà aperta fino al 19 aprile alla Galleria Corsini di Roma, a cura di Yuri Primarosa.

La mostra si apre, ahimè, con quella che potremmo forse intendere come una provocazione: il primo pannello illustrativo è intitolato “Barocco in rosa”… ma a consolarci subito a fianco c’è un bel ritratto anonimo di una donna che ci guarda simpaticamente con gli strumenti dell’architetto in mano e che viene qui proposto come ritratto di Plautilla.
Il padre Giovanni, pittore, musicista, commediante e poligrafo, mise in scena per lei un bel esordio per farla entrare nel mondo dell’arte delle immagini devozionali: la Madonna con bambino che la ragazza stava dipingendo, con uno stile volutamente arcaizzante, e che si può ammirare nell’ultima sala della mostra, fu «miracolosamente perfettionata» da mano non umana, come attesta la relazione incollata sul retro del quadro stesso. Quando le artiste sono presenti devono essere raccontate come leggendarie, eccezionali, oggetto di prodigi, e quanto meno campionesse di modestia, di condotta virtuosa e votate a una vita virginale.

Il lungo sodalizio a partire dagli anni Sessanta con l’abate Benedetti, architetto dilettante egli stesso, che ne fece la sua artista di fiducia pur senza mai citarla nella sua corrispondenza, le consentì di svolgere la professione di pittrice e poi di architettrice senza doversi sposare o farsi monaca, ottenendo importanti commissioni.
Insieme elaborarono due progetti per il monumento funebre di Mazzarino a Parigi (1657), come pure un ambizioso progetto per la scalinata di Trinità dei Monti (1660), allora oggetto di grandi dibattiti tra i francesi e il papa. In una combinazione monumentale di…


L’articolo prosegue su Left del 26 novembre 2021

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