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Il vaccino sospeso

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 10 Agosto 2021 Roma (Italia) Cronaca File per I vaccini Nella Foto : il centro vaccini al San Camillo Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse August 10 , 2021 Roma (Italy) News : Long lane for covid vaccine In the Pic : the San Camillo hospital vaccine centre Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 10 Agosto 2021 Roma (Italia) Cronaca File per I vaccini Nella Foto : il centro vaccini al San Camillo Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse August 10 , 2021 Roma (Italy) News : Long lane for covid vaccine In the Pic : the San Camillo hospital vaccine centre Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 10 Agosto 2021 Roma (Italia) Cronaca File per I vaccini Nella Foto : il centro vaccini al San Camillo Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse August 10 , 2021 Roma (Italy) News : Long lane for covid vaccine In the Pic : the San Camillo hospital vaccine centre

“No vax”, ma non per scelta. Ad oggi, circa il 47% della popolazione mondiale non ha ancora ricevuto nemmeno una dose di vaccino anti-covid. Una percentuale che sale al 95% se si considerano solamente i cittadini dei Paesi a basso reddito. A fronte di una residuale quota di contrari alla vaccinazione, la pressoché totalità di queste persone non si è ancora immunizzata semplicemente perché non ha ancora avuto la possibilità di farlo. Mentre in Italia vengono somministrate le terze dosi, infatti, ci sono zone del mondo in cui anche ricevere la prima – a quasi due anni da inizio pandemia e a un anno dall’approvazione dei primi vaccini – è un miraggio. Una circostanza inquietante da due punti di vista: primo, miliardi di persone risultano ancora totalmente scoperte rispetto al virus; secondo, ciò significa che il patogeno in alcune zone del mondo è ancora libero di circolare pressoché indisturbato e questo ci espone ad un maggior rischio di nuove mutazioni del virus in grado di “bucare”, per così dire, la protezione dei vaccini al momento in uso.

In teoria però, per accelerare la produzione di fiale, una soluzione ci sarebbe: la sospensione temporanea dei brevetti. India e Sudafrica, insieme ad altri cento Paesi, l’avevano chiesta già nell’ottobre 2020, presentando una proposta all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Dopo un primo no, e dopo un anno di attesa, siamo ora arrivati alla “battaglia finale” sui brevetti il cui esito segnerà le sorti dell’emergenza sanitaria globale. Si tratta di una sfida complicata, ma alcuni segnali lasciano ben sperare.

Per capire la situazione, dobbiamo fare un passo indietro. Un anno fa la proposta di India e Sudafrica faceva riferimento agli accordi Trips sulla proprietà intellettuale adottati dal Wto, che prevedono la possibilità di deroghe particolari ai brevetti per i Paesi più poveri che devono fare fronte ad emergenze sanitarie. A marzo 2021 i Paesi più industrializzati, tra cui Usa, Ue, Gran Bretagna, Svizzera, Giappone, Australia, Canada e Brasile hanno però respinto al mittente la richiesta. Un “no” che l’Europa ha motivato sostenendo che la lentezza nella diffusione dei vaccini non sarebbe dovuta ai brevetti bensì alla limitata capacità produttiva. Secondo uno studio realizzato da Public citizen con l’Imperial college, però, se la deroga fosse stata adottata, nell’arco di un anno si sarebbero potute produrre otto miliardi di dosi vaccinali a basso costo.

Ora, dal 30 novembre al 3 dicembre si svolge la riunione interministeriale del Wto, in cui con tutta probabilità si dovrà arrivare alla decisione definitiva sulla sospensione dei brevetti sui vaccini anti-covid. Rispetto allo scorso marzo, la situazione è piuttosto diversa, per almeno tre motivi. Primo, nella scorsa primavera Biden ha aperto ad una moratoria sui brevetti e nelle ultime settimane la Casa Bianca ha fatto pressing nei confronti dei propri partner per…

***Aggiornamento***
La riunione del Wto in programma a partire dal 30 novembre è stata posticipata a causa dei pericoli legati ad Omicron, la nuova variante di Covid-19.

 


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Uno tsunami femminista sulla sinistra iberica

(L-R) The vice-president of the Government, Yolanda Díaz; the spokesperson of the Movement for Dignity and Citizenship in Ceuta, Fátima Hamed Hossain; the spokesperson of Más Madrid, Mónica García; and the mayor of Barcelona, Ada Colau, pose in a photograph at the event Otras Políticas, on November 13, 2021, in Valencia, Valencian Community, (Spain). The meeting aims to talk from their respective female leadership with a "serene" vision of politics. The event under the slogan 'OtrasPolíticas' and organized by Oltra's party (Iniciativa-Compromís), brings together five women from the progressive arc who come unlinked to their acronyms, as a reflection on political experiences under female leadership to expose their personal vision of certain policies. 13 NOVEMBER 2021;VALENCIA;FEMALE;OTHER POLITICS Jorge Gil / Europa Press 11/13/2021 (Europa Press via AP)

Il Teatro Olympia di Valencia è stata la cornice per un evento dallo slogan temerario “Altre politiche” che ha visto coinvolte la sindaca di Barcellona, Ada Colau, la deputata di Más Madrid, Mónica García, la vicepresidente della Generalitat Valenciana, Mónica Oltra, leader di Compromís, la ministra del Lavoro e dell’economia sociale, Yolanda Díaz di Izquierda Unida e la deputata di Ceuta, Fátima Hamed, portavoce del Movimento per la dignità e la cittadinanza, diventata molto popolare a causa dei suoi scontri con il leader locale di Vox intollerante all’hijab indossato da Fatima. La scusa dell’incontro era una chiacchierata, come loro stesse l’hanno definita, rilassata. Il teatro completamente pieno e le tante persone rimaste fuori in attesa sono stati il segnale che le aspettative di consenso e partecipazione erano state largamente superate.

Le cinque donne progressiste, le più rilevanti della attuale scena politica spagnola, si sono messe a discutere fra loro, comodamente sedute sul palco, e già solo così hanno messo in risalto la necessità che la politica si basi sul dialogo, su «ascoltare e lasciarsi convincere, essere sensibili ed empatiche a ciò che la gente dice». Una leadership tutta al femminile – o per meglio dire tutta femminista – con la voglia di cambiare il Paese e con una idea per farlo: unire la sinistra in una piattaforma che scavalca i partiti e mette al centro i giovani, le donne, la politica della cura e l’ambientalismo. Ognuna di loro ha sottolineato di «voler fare politica nella vita quotidiana, per riportare la politica rumorosa e chiassosa a una politica comune, delle persone, dei problemi materiali, facendosi carico del dolore, degli aneliti e delle aspettative» della cittadinanza tutta.

Questo incontro è la prima vera novità dopo quasi due anni di pandemia, caratterizzati da un confronto politico aspro, dai toni sempre troppo alti rispetto a un Paese in difficoltà per un’emergenza sanitaria, che ha svelato l’imprescindibilità di parlare di cure primarie, e per una crisi sociale, con la metà dei salariati del Paese che soffre una qualche forma di precarietà «sintomo di una società malata, in cui alle persone viene di fatto impedito di condurre una vita dignitosa».
Spesso si dice che un progetto politico per conquistare consenso, per essere credibile, debba entusiasmare e motivare molte persone. Queste cinque donne hanno fatto rivivere per un giorno la…


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Civica, ecologista e femminista: prove di una piattaforma a sinistra

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 29 Settembre 2021 Roma (Italia) Cronaca: Il candidato sindaco Roberto Gualtieri partecipa, con Nicola Fratoianni, a un'iniziativa della lista Sinistra Civica Ecologista con il giornalista Luca Telese a San Lorenzo Nella Foto : l’iniziativa in piazza dell’Immacolata Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse September 29, 2021 Rome (Italy) News : The mayoral candidate Roberto Gualtieri participates, with Nicola Fratoianni, in an initiative of the Sinistra Civica Ecologista list with the journalist Luca Telese in San Lorenzo In the Pic : the initiative

In Italia un pezzo di protagonismo in queste ultime elezioni amministrative lo hanno conquistato sul campo le liste a carattere civico, ecologista e femminista in giro per l’Italia. Dall’esperienza di Sinistra Ecologista a Torino a Milano Prossima, da Napoli Solidale Socialista, Civica e Ecologista all’esperienza della Coalizione civica per Bologna coraggiosa ecologista solidale.
Anche nella capitale la lista di Sinistra Civica Ecologista ha conseguito risultati importanti al livello cittadino e municipale.
Si tratta di esperienze che hanno contato ai fini del risultato della coalizione, che hanno costruito un loro immaginario ed espresso allo stesso tempo un numero significativo di rappresentati nelle istituzioni.

Abbiamo convocato a Roma per sabato 27 novembre un meeting nazionale dal titolo di Pragmatica, per mettere a confronto queste realtà. Un’occasione per immaginare insieme un coordinamento nazionale e magari anche una piattaforma programmatica comune, un passaggio che sappia andare oltre la dimensione municipale ed elettorale per traguardare un livello nazionale di visione e capacità di proposta politica.
Un nuovo spazio di sinistra capace di rimettere al centro del dibattito l’educazione e la sanità pubbliche, la crisi climatica, la lotta alle disuguaglianze sociali e alla precarietà sul lavoro.

Pragmatica parte da una necessità e da una possibilità: quella di rigenerare il campo progressista contro le destre e iniziare a discutere di una piattaforma municipalista e confederata tra storie politiche differenti, ma accomunate dall’ambizione di contare dentro e fuori gli spazi istituzionali per farsi portavoce di una transizione giusta e solidale, femminista ed ecologista per il presente.

Una rete di carattere nazionale che abbia come filo conduttore la difesa dei diritti civili, un’attenzione verso le involuzioni democratiche, la bandiera del femminismo come potenza trasformatrice della società e del metodo democratico e solidale. Per offrire sbocchi di orizzonte alle sfide sociali, economiche ed ecologiche che derivano da crisi differenti. Crisi che vedono incombere in Italia e in Europa la minaccia di una destra nazionalista e xenofoba, che spesso cresce nei sondaggi e nella rappresentanza istituzionale sfruttando le contraddizioni della globalizzazione neoliberista e perfino in alcuni casi la connivenza delle forze socialdemocratiche e liberali.

Contro tutto questo noi pensiamo che il femminismo possa tornare ad essere il paradigma su cui declinare una nuova esperienza di sinistre civiche su base nazionale, proprio come pratica consapevole del bisogno di reti e legami comunitari. Come strumento che risponde efficacemente all’esclusivismo dei nazionalismi e al conservatorismo politico in generale. Il femminismo come pratica politica che assume i bisogni insoddisfatti, la necessità che il concetto di cura sia la base della comunità coesa e solidale.

E accanto al femminismo il comune, il bene comune. Mettendosi in rete, scambiando buone pratiche. Senza l’assillo della leadership individuale, ma con l’ambizione di lavorare a un progetto collettivo. Dove la comunicazione sia importante almeno quanto l’insediamento territoriale.
Per questo è corretto fare appello ancora una volta a una cultura della responsabilità collettiva, ad un orizzonte di comunità, non a una cultura narcisistica basata unicamente sui diritti individuali.
Per questo sabato pomeriggio dopo il nostro incontro nazionale di Pragmatica saremo tutti e tutte insieme, alla manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne in Piazza della Repubblica con Non Una Di Meno. Un momento in qualche modo fondativo per la nostra rete.
Fianco a fianco, per un’Italia migliore.

*Gli autori: Michela Cicculli e Sandro Luparelli sono consiglieri dell’Assemblea Capitolina

 

Federterra, la storia e gli ideali per creare una società nuova

Quello che abbiamo vissuto in occasione del 120° anniversario della nascita di Federterra il 24 e 25 novembre è stato un appuntamento importante, per la Flai ma anche per la Cgil, per il valore storico di questa ricorrenza perché ci ha permesso di ripercorre la nascita della nostra organizzazione, che è un patrimonio comune non solo all’interno della Confederazione, ma che è riconosciuta dalla storiografia, dal mondo accademico e della cultura come parte fondamentale della storia del nostro Paese. Abbiamo voluto, però, che questa nostra iniziativa avesse anche un altro valore ed un’altra finalità. Abbiamo cercato un approccio non rituale, che non fosse una commemorazione ma un momento di riflessione, un’opportunità per interrogarci non solo sul nostro passato, ma anche sul nostro presente e soprattutto sulle sfide future che ci attendono.

Nel cercare di rispondere a questo interrogativo abbiamo chiesto, attraverso la voce viva di attori, direttamente alla storia di darci una mano e siamo partiti da quella che ci è sembrata la fonte migliore a cui riferirci, ovvero gli atti del congresso costitutivo di Federterra del 1901, conservati presso l’archivio storico della Flai intitolato a Donatella Turtura. Vi parteciparono 704 leghe in rappresentanza di circa 152mila lavoratori che allora erano soci delle Leghe di miglioramento e resistenza.

Da quella prima lettura, ci siamo sperimentati, scoprendo che è possibile raccontare e raccontarci in modo diverso e nuovo. Abbiamo deciso così di riportare alla luce i momenti più importanti del Congresso del 1901, gli interventi delle lavoratrici e dei lavoratori che vi parteciparono, le discussioni che lo animarono, la passione e la voglia di riscatto che erano alla base di quella prima assise dei lavoratori della terra. Ci è sembrato che dare loro corpo e voce nuovamente, ascoltarli, riflettere con loro fosse il modo più utile e meno scontato per accendere una luce sugli eventi di quel novembre del 1901 e farne un terreno di confronto ed elaborazione utile per il nostro presente. Per questo abbiamo affidato ad un gruppo di giovani attori, la compagnia Ergatès, il compito di condurci attraverso questo viaggio nella nostra storia, e per farlo al meglio abbiamo scelto di tornare proprio a Bologna dove avvenne quell’evento. Lo spazio del 120° di Federterra non poteva che essere quello in piazza Nettuno. Perché fu proprio lì, in Palazzo dei Notai, dirimpetto in quella stessa piazza, che si svolse il Congresso costitutivo di Federterra nel 1901.
La storia ci ha stupiti, come spesso accade. Man mano che la lettura degli atti del congresso è andata avanti, infatti, è emersa in maniera sempre più evidente l’attualità dei

*L’autore: Giovanni Mininni è segretario generale Flai Cgil


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Ai turchi non è consentito dire no al nucleare

Mersin 2015-03-24 MERSIN, TURKEY - MARCH 24: Climbers of Greenpeace dangle anti-nuclear banners from the 38th and 45th floors of the 52-storey Radisson Blu Hotel in Akdeniz intracity district of Mersin, Turkey on March 24, 2015. Anil Bagrik / Anadolu Agency Photo: Anil Bagrik / AA / TT / kod 10611 Scanpix/LaPresse Only Italy

Si avvicina il 2023 e i preparativi del sultano Erdoğan per festeggiare il centenario della nascita della sua Turchia promettono fuoco e fiamme: una presunta missione lunare, la costruzione del nuovo Pentagono (un complesso monumentale più grande di quello americano) e, per non farsi mancare nulla, l’inaugurazione della prima centrale nucleare del Paese ad Akkuyu, cittadina sulla costiera meridionale del Mediterraneo con vista su Cipro nord. Notizia degli ultimi giorni è che a questa centrale, nata dalla partnership del governo turco con la compagnia russa Rosatom, ne seguiranno altre.

Due, precisamente. Il 9 novembre Erdoğan ha annunciato che dopo il completamento di quella di Akkuyu, in Turchia verrà costruito un secondo e un terzo impianto. Per non lasciare che la sua fama venga smentita, il presidente turco ha anche preso di mira le persone contrarie al progetto, dicendo che chi si oppone al nucleare agisce con “secondi fini”. «Quando 443 centrali nucleari sono ancora attive in 32 Paesi del mondo, coloro che pensano che sia meglio che la Turchia non possieda l’energia nucleare esprimono negligenza, se non tradimento. È ovvio che coloro che criticano gli sforzi della Turchia sul nucleare hanno agito con intenzioni diverse dalla sensibilità verso l’ambiente», ha affermato Erdoğan in maniera subdola, aggiungendo così alla già lunga lista dei suoi oppositori anche coloro che manifestano contro questo tipo di attività.

Tra questi in prima linea Pinar Demircan, ricercatrice e coordinatrice di Nükleersiz, gruppo di riferimento nella lotta al nucleare in Turchia. «Il motivo per cui il mio Paese costruisce centrali nucleari non è legato al fabbisogno di elettricità ma serve soltanto a garantire ai capitalisti turchi nuove opportunità di guadagno» dice Demircan a Left. «Dal punto di vista politico – prosegue – questo dà l’opportunità di essere sostenuti alle elezioni».

Il movimento antinucleare turco risale alla concessione della licenza per la costruzione della centrale di Akkuyu, avvenuta nel 1977: 22 anni prima la Turchia aveva firmato l’accordo Atom for peace. Il Paese della mezzaluna, essendo uno dei primissimi a firmarlo, desiderava costruire centrali nucleari commerciali dopo la fondazione nel 1956 dell’istituzione turca per l’energia atomica. I suoi piani nucleari, però, non sono mai stati realizzati a causa di motivi politici, sociali ed economici, e il progetto di Akkuyu ha subito forti ritardi. Ma i cittadini ancora una volta si sono imbattuti in progetti simili a causa del crescente autoritarismo dal 2010. In un primo momento è stato firmato un accordo governativo tra…


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Un lavoro pulito

È ormai chiara a tutti l’importanza della fase di passaggio alla quale stiamo andando incontro, caratterizzata dalla messa a terra del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Pnrr. La parola “transizione” ha acquistato un valore del tutto particolare e viene accompagnata ai vari settori di attività che verranno investiti dalle ingenti risorse messe a disposizione per il Paese. Non a caso si parla di una transizione ecologica, nonostante l’esito controverso della Cop26; di una transizione digitale, che implica potenti fattori di innovazione sui modelli organizzativi delle imprese e della pubblica amministrazione; di una transizione infrastrutturale, sia materiale che immateriale, che dovrebbe ridisegnare l’ossatura del sistema logistico italiano e una linea di difesa contro il dissesto idrogeologico. Tutto questo, però, andrebbe accompagnato ad una riflessione circa il carattere sociale di questa transizione, che per il momento appare ancora relativamente in ombra e che ha quindi bisogno di scelte, anche simboliche, che confermino la volontà del governo di andare verso una crescita, non solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa.

Vorrei evidenziare alcune proposte che rappresentano un discrimine importante per modellare i futuri assetti economici, produttivi e sociali. Facciamo alcuni esempi: il primo è relativo alla destinazione delle risorse del Pnrr, per quanto riguarda un tema caldo come quello del fisco. Se i miliardi messi a disposizione – otto – saranno utilizzati per diminuire il costo del lavoro è un conto, se dovessero andare alla diminuzione dell’Irap, è tutto un altro. A nostro avviso va privilegiata un’azione che affronti un nodo da sempre presente in Italia, che è rappresentato dall’eccessivo scarto fra lo stipendio o il salario che il lavoratore mette nelle proprie tasche e il costo del lavoro a carico dell’impresa, che è all’incirca il doppio. Recenti indagini a livello europeo hanno messo in evidenza come, negli ultimi decenni, l’Italia sia l’unico Paese a registrare una perdita di potere d’acquisto dei salari a differenza di altri Paesi che registrano crescite importanti. Diminuire il costo del lavoro, inoltre, può significare che la manovra può andare a vantaggio delle imprese o dei lavoratori, oppure essere equamente distribuita tra di essi. Si tratta di un argomento non secondario.
Un secondo esempio è rappresentato dalla quantità significativa di risorse messe a disposizione nel Pnrr per una riforma degli ammortizzatori sociali. La linea sostenuta dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, è andata nella giusta direzione: quella di un allargamento delle tutele in senso universale verso quei settori, come il lavoro autonomo, tradizionalmente non tutelati di fronte alle crisi. È andata, inoltre, verso l’investimento in formazione che diventa centrale nelle sue tre tipologie essenziali: una formazione per le persone che il lavoro non ce l’hanno, o il lavoro lo hanno perduto, per…

*L’autore: Cesare Damiano già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare


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Salario minimo? Ce lo chiede l’Europa

©LAPRESSE 22-01-2002 FRANCOFORTE ESTERO EURO NELLA FOTO: UN GIGANTESCO SIMBOLO DELL' EURO DAVANTI ALLA BANCACENTRALE DI FRANCOFORTE

Chissà come sono saltati sulla sedia tutti i finto-europeisti, che usano l’Ue per fomentare la finanza e poi se ne dimenticano quando si tratta di diritti, leggendo che l’Europarlamento ha approvato il mandato concordato dalla Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (443 voti a favore, 192 contro e 58 astensioni) per avviare i colloqui con i governi dell’Unione Europea su una direttiva che garantirà a tutti i lavoratori dell’Ue un salario minimo equo e adeguato.

Quel salario minimo che da noi è visto come il diavolo perché, si sa, potrebbe turbare il sonno di un’imprenditoria che spesso investe sulla ricerca di schiavi più che investire nella qualità del proprio lavoro, dei diritti e dei prodotti. Chissà come saranno terrorizzati del fatto che l’Europarlamento propone due soluzioni: un salario minimo legale (il livello salariale più basso consentito per legge) o la contrattazione collettiva fra i lavoratori e i loro datori di lavoro. Salario minimo e contrattazione collettiva qui da noi sono state attaccate da più parti in tutti questi anni perché i valenti liberali hanno provato a convincerci che fossero la rovina dell’economia. L’Europa non sembra essere d’accordo.

Chissà se qualcuno non si vergognerà di avere cassato il dibattito sul salario minimo qui da noi (dibattito sempre trattato come una fisima di pochi brigatisti dell’economia) e ora gli tocca prendere atto che invece ne stanno parlando tutti.

Intanto in Germania stanno portando il salario minimo a 12 euro; 12 euro è il salario medio di un lavoratore italiano. Quindi il più povero in Germania guadagnerà come un italiano medio. Si nota la differenza? A proposito: Banca d’Italia dice che le imprese non crescono perché non investono, mica per il costo del lavoro (lo scrive qui).

Quanto deve essere dura fare i conti con la realtà.

Buon venerdì.

 

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Femminicidi, per lo Stato ci sono figli e figliastri

CAGLIARI, ITALY - NOVEMBER 25, 2017: Zapatos rojos by Elina Chauvet near Piazza Garibaldi - Sardinia

La storia di Giovanna Zizzo parte da San Giovanni La Punta, in provincia di Catania. In una notte di agosto del 2014 il suo ex marito, allontanato perché aveva un’altra relazione, ha compiuto un gesto atroce per un uomo e per un padre.
Ha riversato la propria ferocia sulle figlie con cui dormiva, uccidendone una col coltello, Lauretta di 11 anni, e ferendo gravemente l’altra, Marika.
Le urla hanno svegliato gli altri due fratelli che erano in un’altra stanza. Marika restò in coma per alcuni giorni. Da quel giorno Giovanna combatte con dignità una battaglia quotidiana per garantire una vita ai tre figli, dando loro un esempio di coraggio. Un’impresa non facile. Al dolore per la figlia persa si è aggiunta l’assenza di sostegno delle istituzioni locali.
Giovanna cresce i figli da sola e ha soltanto il reddito di cittadinanza, vivendo con i genitori, in una Sicilia dove è difficile avere un futuro per chi è giovane.
Conoscevo la vicenda prima di essere eletta in Parlamento e ora, con altri colleghi, ho cercato di portare il caso alle istituzioni nazionali. Mi batto perché a Marika possano giungere aiuti e sostegno dallo Stato. La legge in vigore contro i femminicidi e a favore delle vittime di reati intenzionali violenti offre un indennizzo ai sopravvissuti, ma non a tutti. Giovanna Zizzo ha avuto diritto ad un aiuto ma non i figli. Neanche Marika, oggi una giovane donna carica di dolore, che dopo aver visto morire la sorellina fra le proprie braccia, il coma e 80 punti di sutura ha ottenuto solo il rimborso per le spese sanitarie.
Questo stabilisce l’art 14 della legge 122/2016 che ha introdotto il Fondo per l’indennizzo. Giovanna Zizzo ha incontrato nel 2018 l’allora ministro Bonafede – l’accompagnai io stessa -. Poco dopo fu elaborata la cosiddetta legge “Codice rosso”, furono stanziati nuovi fondi e ampliati i casi di indennizzo, ma fra questi non rientra Marika. Con altre colleghe abbiamo scritto al prefetto Cardona, oggi Commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti, presso il Viminale esponendogli questo e altri casi. A giugno del 2021, in conferenza stampa, ha promesso di trovare una soluzione per una vicenda considerata “atipica”. La normativa è progredita ma non è ancora sufficiente. Non è solo una questione economica ma …

*L’autrice: Simona Suriano è deputata iscritta al Gruppo misto


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Interruzione di gravidanza, quelli che negano la possibilità di scelta

TURIN, ITALY - OCTOBER 31: Women from the Feminist Collective 'Non Una Di Meno' dye their hands with purple paint and leave handprints in protest over Anti-Abortion laws on October 31, 2020 in Turin, Italy. Five hundred people including members of the "Non una di Meno", an Italian feminist association, gathered in Piazza Castello in Turin, to protest over Anti-Abortion laws. (Photo by Stefano Guidi/Getty Images)

Tra una dichiarazione e l’altra del papa, che ci ricorda ad intervalli più o meno regolari che l’aborto è un omicidio e chi lo pratica è un sicario, l’ultima Relazione al Parlamento del ministro della Salute ci fornisce una fotografia dello stato di applicazione della legge 194 nel 2019. Una fotografia sfocata, perché basata su dati chiusi, aggregati per Regione, che difficilmente permettono di comprendere una realtà caratterizzata da forti differenze non solo a livello regionale, ma anche all’interno di una stessa provincia. Basandosi su questa osservazione, Chiara Lalli e Sonia Montegiove hanno inviato alle singole Asl e alle strutture ospedaliere una richiesta di accesso civico ai dati riguardanti l’obiezione di coscienza. I risultati preliminari della loro iniziativa, illustrati al congresso nazionale dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, ci parlano di tante strutture ospedaliere nelle quali il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza.

Seppur inquietante, questa situazione non dovrebbe avere grandi ripercussioni sulla possibilità di interrompere una gravidanza non voluta, perché la legge 194 è molto chiara in proposito: l’articolo 9, che regola il diritto del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza, stabilisce infatti che tutti gli ospedali – anche quelli nei quali tutti i ginecologi siano obiettori – sono tenuti «in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti». Ciò non significa che in tutte le strutture sanitarie si debbano praticare aborti, ma la legge afferma chiaramente che tutte devono garantire alle donne il percorso Ivg. Questo non avviene praticamente mai: negli ospedali dove non si praticano aborti (secondo la relazione ministeriale sono il 36,9% del totale, compresi alcuni di quelli in cui si pratica la diagnostica prenatale), di fronte ad una richiesta di Interruzione volontaria di gravidanza tutti si girano dall’altra parte, convinti che il problema non li riguardi.

Se, fino ad oggi, i dati aggregati avevano garantito l’anonimato alle strutture che arrogantemente violano la legge, i dati aperti rendono drammaticamente visibile l’illegalità, probabilmente ignorata persino dagli assessori alla sanità e dai presidenti delle Regioni che invece sono chiamati dal già citato articolo 9 alla vigilanza sulla corretta applicazione della legge. Così, mentre con la relazione al Parlamento il ministro riferisce sullo stato di applicazione della legge, i dati aperti, disaggregati, ci fanno capire quanto, a 43 anni dalla sua approvazione, la legge 194 sia ancora largamente inapplicata o male applicata; ciò si traduce, soprattutto in alcune aree del nostro paese, in una reale difficoltà di accesso all’aborto. In un articolo pubblicato sul British Medical Journal, le autrici riportano che…

*L’autrice: Anna Pompili è medica specialista in ostetricia e ginecologia, membro della Uaar e dell’associazione Luca Coscioni


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Gli inquisitori del terzo millennio

ROME, ITALY - APRIL 20: Pope Francis attends the Liturgy of the Light during the he Easter Vigil Mass at St. Peter's Basilica on April 20, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

«L’aborto è un omicidio e non è lecito diventarne complici». «Tra le vittime della cultura dello scarto ci sono i bambini che non vogliamo ricevere, con la legge sull’aborto che li rimanda al mittente e li uccide. E questo è diventato normale, una abitudine, una cosa bruttissima, un omicidio». E ancora. «È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per eliminare un problema?». Solo negli ultimi due mesi papa Francesco è intervenuto per ben tre volte senza mezzi termini rimarcando qual è la linea della Chiesa in tema di interruzione volontaria di gravidanza e come si devono comportare (in Italia ma non solo) i medici, gli anestesisti e i farmacisti cattolici di fronte a una donna che intende esercitare il diritto di scegliere se abortire o no.
Come accade sempre quando parla Bergoglio, le sue parole veicolate dalle veline della sala stampa vaticana sono state prontamente rilanciate dai media generalisti italiani senza alcun filtro critico. E come sempre nessun politico o rappresentante delle nostre istituzioni si è sentito in dovere di alzare laicamente un argine a difesa del diritto dell’autodeterminazione della donna e delle evidenze scientifiche in tema di aborto.
Fatto sta che l’attacco alla legge 194/78 basato sulla credenza che l’embrione e il feto siano persona, la negazione dell’identità femminile e la chiamata alle armi dei medici obiettori sono una costante di questo papato (curiosamente definito “progressista” anche a sinistra). E stando ai…


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