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Padri assassini, alla radice di una violenza poco indagata

young homeless boy sleeping on the bridge, poverty, city, street

L’orrore è tale che non si riesce quasi a immaginare: un bambino di 10 anni, solo a casa, apre la porta a suo padre che lo uccide con una coltellata alla gola. È successo il 16 novembre a Cura di Vetralla, nel viterbese. Marjola Rapaj ha trovato suo figlio Matias già senza vita in un stanza, e nell’altra il suo ex compagno in stato confusionale. Il giorno dopo, a Sassuolo un altro padre stermina l’intera famiglia, due bambini di due e cinque anni, la ex-compagna e la suocera; si salva solo la bambina più grande che era a scuola.

Poi tre femminicidi, tutti in Emilia Romagna, nella stessa settimana, alla fine della quale quasi ci si dimentica di Matias ma anche gli altri bambini uccisi sono vittime come le madri e le altre donne della violenza maschile di chiara matrice patriarcale che si scatena quando la donna decide di separarsi. È tragicamente vero che i bambini sono coinvolti nelle dinamiche tra i genitori, che vengono con colpevole superficialità e assurda imparzialità definite “conflittuali” perfino quando il cosiddetto conflitto esplode nella violenza omicida.

Ma è insopportabile che le morti dei bambini vengano archiviate sotto la categoria del femminicidio perché verrebbero uccisi per vendetta nei confronti delle madri, annullando così l’identità e il valore della vita dei bambini per se stessi, negando l’evidenza della gravità di gran lunga maggiore della violenza rispetto a quella che si rivolge contro la sola donna, e non ovviamente per una questione meramente quantitativa, di uccidere una o più persone, ma piuttosto per il rovesciamento totale del rapporto genitore figlio, fino a togliere la vita che si era data.

Proprio in questo è evidente come l’idea del possesso, a cui la mentalità patriarcale riduce qualunque rapporto umano, sia la cifra di questi delitti, ma basta quest’idea a spingere un padre ad uccidere brutalmente i suoi figli? O non si deve almeno immaginare che quel tanto di affetti dai quali un giorno i figli sono nati siano andati perduti, insieme al rapporto con la madre?

Si sa veramente poco dei figlicidi, perfino le statistiche sono più rare e meno…

*L’autrice: La psichiatra e psicoterapeuta Barbara Pelletti è presidente dell’associazione Cassandra


L’inchiesta prosegue su Left del 26 novembre 2021

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Libere di essere e di scegliere

In Italia c’è un femminicidio ogni tre giorni. Dall’inizio dell’anno sono già 108 le donne uccise, perlopiù da mariti, ex o familiari. In molti casi a scatenare la violenza è la volontà delle donna di separarsi, di rifarsi un’altra vita. Una nota scrittrice qualche giorno fa diceva in tv: il problema è l’idea maschile dell’amore come possesso.

No, torniamo a ripetere con forza, la possessività di alcuni uomini, la gelosia, non è amore, è controllo e sopraffazione. Dove c’è violenza, non ci può essere amore, che al contrario si esprime anche come profondo interesse per l’altro, per la sua piena realizzazione. Così come non c’è nulla di sessuale nello stupro. La sessualità è l’esatto contrario della violenza che è sempre patologica. Ma la cultura dominante nega tutto questo. Anche qualche giorno fa riportando notizie sull’assassinio di Juana Cecilia un quotidiano locale ha titolato: “Sesso nel parco prima di ucciderla”.

Di anno in anno ogni 25 novembre (e non solo) continuiamo a ripetere queste incontrovertibili evidenze che, se non fossero negate, aiuterebbero il cambiamento culturale e farebbero fare un passo avanti nella lotta alla violenza sulle donne. Il punto non è solo sanzionare ma è puntare a eradicare la violenza contro le donne, perché la violenza non è un dato di natura, innato, negli uomini. Per farlo però bisogna agire su più piani e su tutti quanti siamo in ritardo.

Sul piano della legge, per restare all’Italia, il ministro Lamorgese ha annunciato un nuovo pacchetto di norme volte ad aumentare il minimo delle pene per potere poi procedere con strumenti di prevenzione maggiormente efficaci. Come drammaticamente ci dice anche l’uccisione di Juana Cecilia, le donne che denunciano troppo spesso non vengono sufficientemente protette.

Il suo ex compagno era stato condannato per stalking, ma non è bastato. Per questo bisogna urgentemente rafforzare la rete di strutture pubbliche preposte ad aiutare le vittime nel loro percorso di liberazione, dalle case protette ai centri antiviolenza. Il report di Action Aid, Cronache di una occasione mancata, rileva che solo il 2% dei fondi stanziati è arrivato ai centri anti violenza. Oltre al deficit di finanziamento c’è quello culturale. Le stesse forze dell’ordine troppo spesso non hanno una formazione personale tale da riuscire a vedere la violenza se non è conclamata.

Le donne che denunciano un partner violento non di rado non vengono credute oppure vengono incoraggiate alla riconciliazione talora anche da chi raccoglie la denuncia o da parenti ciechi di fronte alla violenza invisibile, quella psicologica, che precede sempre quella fisica.

Per questo è fondamentale continuare a fare quotidianamente, sui media, nei tribunali, nelle scuole un lavoro capillare per decostruire stereotipi, per smascherare i pregiudizi e i giudizi svalutanti nei confronti delle donne ma anche dei bambini, da certi maschi, considerati come esseri inferiori, negati nella loro realtà umana, usati come arma di ricatto. E in casi come quelli recenti di Vetralla e Sassuolo addirittura uccisi. Con l’aiuto delle psicoterapeute Barbara Pelletti e Maria Gabriella Gatti su questo numero di Left siamo tornati ad indagare le radici culturali e patologiche di questi agghiaccianti crimini.

Occupandoci non solo della violenza manifesta ma anche di quella violenza invisibile esercitata sulla donne dai monoteismi. E in particolare da Santa Romana Chiesa che trova alleati fra i cattolici che siedono in Parlamento. Alcuni anni fa il papa volle visitare la parte di un cimitero romano dedicata ai “bambini non nati” e ora alcuni teologi parlano dei feti abortiti come martiri, invocando un iter in Vaticano per il riconoscimento ufficiale del “martirio”. Più volte e anche nelle ultime settimane il papa ha stigmatizzato come assassine le donne che decidono di abortire. «È come affittare un sicario per risolvere il problema», ebbe a dire qualche anno fa.

Che il pontefice segua la dottrina negando ogni evidenza scientifica e arrivando a confondere il feto con il bambino non ci stupisce, fa il suo “mestiere” di papa. Ma che lo faccia una senatrice del Parlamento italiano è ancor più inaccettabile. Qualche giorno fa negando la neonatologia quando afferma che il feto è una realtà puramente biologica, la senatrice e neuropsichiatra infantile Paola Binetti ha presentato nella sala Caduti di Nassirya del Senato una legge di iniziativa popolare in cui si legge: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento concepimento».

In Abruzzo, intanto, Fratelli d’Italia ha presentato una proposta di legge regionale per creare «un camposanto dei bambini mai nati». Il testo prevede il seppellimento dei feti abortiti in quell’area anche se i genitori non provvedono e non lo richiedono. L’Abruzzo come il Texas insomma. Come già rischia di esserlo Roma, denuncia Francesca Tolino che dopo aver abortito ha dovuto subire la violenza di vedere il feto tumulato e senza il suo consenso. Sopra la croce c’era scritto il suo nome. Alla gogna per aver deciso di non portare avanti la gravidanza per le gravissime malformazioni del feto. E questa non sarebbe violenza?


L’editoriale è tratto da Left del 26 novembre 2021

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Caro fallocrate

Foto Claudio Furlan - LaPresse 25 Novembre 2020 Milano (Italia) News Azione del collettivo femminista Non una di meno presso la sede della compagnia di assicurazioni in centro a Milano di cui Alberto Genovese è primo azionista , in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne Photo Claudio Furlan - LaPresse 25 November 2020 Milan ( Italy ) News Action by the feminist collective No less at the headquarters of the insurance company in the center of Milan of which Alberto Genovese is the main shareholder, on the occasion of the world day against violence against women

Caro fallocrate,

come ti senti oggi che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e tu sei convinto che la cosa non ti tocchi, al massimo un post veloce su Facebook con la manfrina delle donne che non si toccano nemmeno con un fiore o altri gesti facili, veloci, deresponsabilizzanti.

Chissà, caro fallocrate, se poi te ne vai gonfio, tronfio e grondante di gel in ufficio sentendoti un maschio vero mentre rilasci complimenti unti sull’abbigliamento delle tue collaboratrici, mentre ti informi se hanno un fidanzato o meno, mentre inviti insistentemente per un caffè che con quel lavoro non c’entra niente o mentre fai sapere che quelle dovrebbero essere onorate dalla tua attenzione, mica lamentarsi, soprattutto quando tua moglie è in vacanza e non riesci a trattenere l’irresistibile fremito di solitudine del tuo muscolo involontario. Perché sono sicuro caro fallocrate che anche tu sarai uno di quelli che rimane sorpreso che quasi il 70% delle lavoratrici dichiara di aver subito almeno una molestia, quasi 3 lavoratrici su 10 di aver ricevuto domande sulla propria volontà di sposarsi e/o fare figli a un colloquio di lavoro, che  domande insistenti e invadenti sulle proprie relazioni personali le ha ricevute 1 donna su 4, che battute o offese legate al proprio genere, fatte sul lavoro a 2 donne su 10. Lo dicono i dati della ricerca “La cultura della violenza. Curare le radici della violenza maschile contro le donne“, realizzata da WeWorld con Ipsos proprio per la giornata di oggi. Una di quelle ricerche che nelle aziende bisogna fingere di avere letto e magari aggiungerci un po’ di contrizione. Perché sono sicuro, caro fallocrate, che tu sei convinto che quel 70% di donne che hanno subito molestie sul luogo di lavoro ti stupisca, tu e i tuoi colleghi tutti invece così bravi. Come ci si sente a giustificare un mondo pieno di donne molestate e mai nessun molestatore?

Caro fallocrate, all’interno di una relazione sentimentale/familiare il 22% delle donne dichiara di aver ricevuto uno schiaffo/spinta e il 20% una minaccia o un insulto, mentre il 18% ha subito un controllo del proprio telefono o computer e il 17% delle proprie frequentazioni. Nel complesso, all’interno di una relazione, sono 4 su 10 le donne che raccontano di aver subito almeno una molestia o un controllo. Sono certo, caro fallocrate, che non ci sia niente di più facile per te di pensare che tu non c’entri, che il tuo sia amore, forse ami troppo, forse il problema è solo quello.

Caro fallocrate, immagino che ti sia comodo pensare che la violenza sulle donne sia un’emergenza, mica il meccanismo di prevaricazione maschile volto a mantenere (anche inconsapevolmente) quell’asimmetria sociale che si è storicamente radicata. E in fondo non sei solo visto che poco più del 20% degli italiani ritiene che spesso la violenza sia frutto di un raptus momentaneo dell’uomo e il 15% ritiene che spesso sia frutto del fatto che le donne a volte sono esasperanti. Quota simile per quanto riguarda il considerare la violenza come prodotto del troppo amore degli uomini nei confronti di una donna, o dell’abbigliamento della donna considerato troppo provocante. Poco più del 10% ritiene che il tradimento possa giustificare la violenza.

Caro fallocrate, l’incremento di chiamate al 1522, il numero di emergenza per le segnalazioni di violenze e stalking  segna un +79,5% rispetto allo scorso anno, secondo l’Istat. I femminicidi per cui inorridisci sono solo l’ultimo stadio di qualcosa che coltivi tutti i giorni. Facciamo così, per oggi niente smancerie barzotte di solidarietà alle donne. Per oggi pensati, ripensati, fai di meglio. Sarà meglio per tutti.

Buon giovedì.

Nella foto: Manifestazione di Non una di meno, Milano, 25 novembre 2020

 

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Femminicidi, se lo Stato è complice

A gentleman photographs the billboard installed in front of the Liceo Classico in Molfetta, with the photos of the students and a message against violence against women, on November 25th, at Corso Umberto di Molfetta. On the occasion of the international day against violence against women on November 25, the Liceo Classico di Molfetta, in front of the school at Corso Umberto di Molfetta, installed two posters with photos of some students and a message to counter and eliminate violence against women and unrolled a red cloth, a symbol of the blood shed by women affected by this violence. (Photo by Davide Pischettola/NurPhoto via Getty Images)

«Ero una bambina. A 13 anni sei una bambina. Ma questo non è bastato a proteggermi perché mio padre mi ha venduto a uomo sconosciuto che aveva 23 anni più di me. Ho pianto così tanto dopo il matrimonio, fino a farmi mancare il respiro. Sono stata obbligata a una vita del genere perché era così che capitava, era una cosa comune nel nostro villaggio, qui in Afghanistan. Non ho avuto la forza o l’occasione per ribellarmi, ma quando mia figlia ha compiuto 15 anni e mio marito ha cercato di farla sposare ho scelto di lottare per lei, perché non accadesse quello che avevo subito io».

Il matrimonio precoce e forzato subito da Qamar è una violazione dei diritti umani che coinvolge ancora giovani in tutto il mondo: nel 2019 ha riguardato il 16% delle ragazze fra i 15 e i 19 anni (dati Focus2030). Ed è anche una delle tante – troppe – forme della violenza contro le donne. A livello globale, le donne subiscono violenze e discriminazioni in ogni ambito della vita, semplicemente perché sono donne. Possono essere sotto rappresentate nel processo decisionale politico, escluse dalle opportunità economiche e il loro lavoro svalutato all’interno della famiglia. Questa disuguaglianza sistemica ha un forte impatto sui loro diritti e le rende più vulnerabili alla violenza.

«La violenza contro le donne è un problema globale – spiega Katia Scannavini, vice segretaria generale ActionAid Italia – che coinvolge persone di ogni Paese, cultura, condizione economica e sociale. Stiamo parlando di un fenomeno strutturale che tuttavia non viene affrontato con efficacia o con fondi adeguati dalle varie politiche nazionali di prevenzione, protezione e contrasto perché la lotta alla violenza contro le donne non è una priorità».

La punta dell’iceberg sono i femminicidi, con stime che indicano che ogni giorno nel mondo 137 donne vengono uccise dal partner o da un familiare (dati Onu 2020). Il fenomeno è estremamente ampio e oltre a includere violenze fisiche o psicologiche si insinua anche in tradizioni culturali che sfociano nelle mutilazioni genitali femminili – che in Africa, Medio Oriente e Asia coinvolgono, secondo i dati Oms, oltre 200 milioni di donne e ragazze – o nelle aggressioni con l’acido, come quella subita da Jasmen quando aveva solo 16 anni. Il suo aggressore lavorava nel negozio di suo padre e per lei era “lo zio”. Invaghitosi di lei l’ha colpita con l’acido per renderla vulnerabile. In questo modo la famiglia avrebbe certamente acconsentito al matrimonio. «Quella sera avevo finito tardi di studiare per gli esami. Ero a letto quando ho sentito il calore sulla faccia ho pensato che qualcuno mi avesse lanciato dell’acqua calda in faccia, perché bruciava». Solo durante la corsa verso l’ospedale i genitori si sono accorti che non era acqua bensì acido. «Dopo quello che ho subito la vita è…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 novembre 2021

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Lo sfregio culturale contro la donna

SAPRI, ITALY - SEPTEMBER 28: The statue of Emanuele Stifano dedicated to the Spigolatrice (Gleaner) on September 28, 2021 in Sapri, Italy. Controversy over the inauguration of a statue created by the artist Emanuele Stifano and dedicated to the Spigolatrice (Gleaner) of Sapri, a legendary farmer who would have played a role in the failed expedition of the Risorgimento hero Carlo Pisacane, who arrived in Sapri in 1857 in an attempt to raise the local populations against the Bourbons. The statue, inaugurated on 25 September 2021 on the Sapri seafront, has sparked heated controversy as it is believed by some to be sexist. (Photo by Ivan Romano/Getty Images)

A passare in questi giorni nelle Gallerie degli Uffizi a Firenze, proprio tra le sale di Leonardo e Michelangelo, capita di incontrare le fotografie di Ilaria Sagaria, che raccontano con delicatezza pari all’intensità storie di donne sfregiate dai loro ex compagni e mariti. Donne che non vediamo in volto, perché ci volgono le spalle, perché sono bendate, o perché semplicemente sono fuori dal campo visivo. Ma a spiazzarci è che queste immagini di silenziosa e tragica eleganza, sotto il titolo Lo sfregio, siano accostate al ritratto femminile forse più sensuale e vitale di tutto il Seicento, la Costanza Bonarelli di Gian Lorenzo Bernini, in temporanea trasferta dalla sua sede abituale (il Museo del Bargello). Sì, perché pure Costanza fu sfregiata, nella carne e non nel marmo, dal suo amante Gian Lorenzo, che così aveva reagito scoprendo una relazione tra lei e il fratello dell’artista. Una violenza consumata a freddo, perché eseguita da un servo. Ma comunque un crimine. Bernini se la cavò con una pena mite e il successivo perdono del Papa (che di lui aveva bisogno). Costanza, vittima ma adultera, ebbe bisogno di un passaggio in convento prima di tornare dal marito, anch’egli scultore, e ricostruirsi vita e carriera con lui. A fronte della sua libertà e della sua determinazione, il furore del più grande scultore del secolo riduce la grandezza a qualcosa di miserrimo.

A prima vista la mostra potrebbe offrire lo spunto per una riflessione in termini di cancel culture. Perché vandalizzare l’effigie di Indro Montanelli per i suoi trascorsi coloniali con una ragazzina etiope e non censurare Bernini, autore di un gesto odioso anche per la giustizia e la morale del XVII secolo? Ma è davvero questo il modo corretto di affrontare la questione? Il fatto che Caravaggio abbia ucciso un uomo e Rimbaud abbia fatto pure il mercante d’armi (per tacere di Verlaine, che gli aveva sparato) può avere la meglio sulla loro opera? Possiamo vandalizzare il Partenone perché espressione di una civiltà schiavista e per molti versi xenofoba? Fino a che punto è legittimo attribuire a epoche e contesti molto diversi dai nostri (anche quando i luoghi sono gli stessi) valori, e dunque comportamenti, propri del nostro tempo?
Il rischio è quello di appiattire tutto sul presente, e di perdere la complessità della prospettiva sul passato. Se boicottassimo Bernini, non credo che la nostra conoscenza del Seicento ne risulterebbe illuminata, né la condizione della donna conoscerebbe un netto miglioramento. Ma la mostra ci suggerisce che la violenza sulle donne è fenomeno di lunga durata e radicamento non meno tenace. E che occorre riflettere su…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 novembre 2021

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Salviamo l’isolotto di Santo Stefano dal cemento

Seascape with island in front

Ho incontrato una vertenza (così mi viene di chiamarla) che riguarda il progetto di recupero e valorizzazione dell’ex carcere borbonico dell’isola di Santo Stefano, che prevede la realizzazione di un sito di alta formazione e di produzione, di attrattività culturale e turistica. Un progetto che prevede una riqualificazione paesaggistica, cantieri scuola, visite guidate, allestimenti museali, eventi e installazioni artistiche. Con la costruzione di un molo di cemento a rappresentare l’infrastruttura di approdo.
Avete presente? Santo Stefano è l’isolotto vicino di mare di Ventotene (nell’arcipelago delle isole pontine, al largo delle coste laziali), a cui è legato per prossimità geografica e per condivisione di storie di reclusioni e confini.
Nel carcere di Santo Stefano hanno trovato “ospitalità” lo scrittore Luigi Settembrini, il politico e patriota Silvio Spaventa, gli anarchici Gaetano Bresci e Giuseppe Mariani; durante il fascismo vi furono imprigionati Sandro Pertini, Umberto Terracini e il futuro senatore del Partito Comunista Italiano, Mauro Scoccimarro. Altri antifascisti vennero confinati nella vicina Ventotene.

Santo Stefano è una roccia piena di Storia, come Ventotene. Insieme trasmettono significati che le trascendono, che le fanno essere, loro malgrado, luoghi simbolicamente espressivi e naturalisticamente e culturalmente attrattivi. Sono parte di una sorta di arcipelago geopolitico del federalismo europeista, di un immaginario che, come per una sorta di contrappasso dei significati, trasuda idee di fratellanza e liberazione, pur essendo state, entrambe le isole, luoghi di segregazione e sofferenza.
Proprio in questi giorni, per connessioni misteriose e forse solo ipoteticamente casuali, mentre leggevo gli atti del progetto e le ragioni dei comitati che lo contrastano, mi ronzavano in testa le parole di Rodolfo il Glabro, spietato narratore apocalittico delle calamità naturali avvenute intorno all’anno Mille: «Pareva che gli elementi lottassero tra loro in reciproco conflitto. Mentre è certo che infliggevano una punizione alla superbia degli uomini».

Leggo il progetto e le ragioni dei comitati, mentre Cop26 fallisce e annega in un mare di buone intenzioni, mentre i siciliani fanno i conti con il significato concreto della parola tornado e l’Europa sognata da Spinelli soccombe tra le “ragioni” dei grandi inquinatori del pianeta, nel corso del G20. Mentre mia figlia mi chiede com’è possibile che a Ventotene, nel mar Tirreno, qualcuno vada a pesca di barracuda e non veda l’ora di incontrare i pesci pagliaccio!
Leggo il progetto e penso che sia animato dalle migliori intenzioni sui temi dell’occupazione, del rilancio del sito, della ristrutturazione del carcere, della riduzione del danno ambientale. Ma tutto questo temo non basti.
Leggo e ho sempre più la certezza che i progetti sull’isola (ora disabitata) costituiscano grafemi di una lingua estranea a quella che il pianeta e l’ambiente ci impongono di acquisire con la massima urgenza.

Se questo arcipelago deve essere la porta simbolica dell’Europa, se l’Europa, come sta accadendo, sta provando veramente a diventare capofila mondiale della battaglia ai cambiamenti climatici, allora appare evidente come ogni progetto che riguardi queste isole, per la loro valenza ambientale (siamo in un’area protetta, nella riserva marina e terrestre statale; il molo terminerebbe a pochi metri dalla foresta di Posidonia Oceanica), politica e di messaggio simbolico, debba avere il segno di una radicale controtendenza rispetto al passato.

Il progetto da 70 milioni, avviato dal governo Renzi (!), in una fase storica pre pandemica, avrebbe dovuto, e forse ancora potrebbe, prendere in considerazione un impianto teorico e realizzativo capace di sintonizzarsi con le emergenze del presente; avrebbe potuto superare i cliché di un’epoca che ci ha portato agli attuali squilibri ambientali. Avrebbe dovuto mettere seriamente in discussione gli assiomi che hanno caratterizzato le stagioni precedenti: la crescita occupazionale tramite lo sviluppo e il consumo (di terra, di energia, di spazi fisici), la produzione di scarti, la contaminazione degli equilibri di ecosistemi delicati attraverso progetti di antropizzazione alieni ai luoghi stessi.

Perché l’immagine di una Europa, quella della speranza, della pace e del riscatto disegnata da Altiero Spinelli, non proviamo a costruirla, come ci dicono comitati e molti esperti, attraverso iniziative, progetti, idee che abbiano in seno gli anticorpi al declino ambientale del pianeta? Il comitato che si oppone agli effetti ambientali del molo e di parte del progetto di riqualificazione propone strade alternative, meno impattanti eppure rispettose della necessità di intervenire per riqualificare. Io penso che, considerata la portata del progetto e la posta in gioco di una partita che va oltre le comunità isolane coinvolte, sia necessario riconsiderare l’opera alla luce del messaggio inequivocabile che ci sta mandando il pianeta.

La quarta ondata di “colpa nostra”

L’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Oms, prevede che entro il marzo del 2022 ci saranno due milioni di morti in totale per il coronavirus in Europa se non si interverrà subito. «La regione europea resta nella morsa della pandemia di Covid-19. La scorsa settimana le morti attribuite al Covid-19 sono aumentate di 4.200 al giorno, raddoppiando la cifra di 2.100 al giorno della fine di settembre. Nel frattempo la somma dei morti per coronavirus ha passato il limite del milione e mezzo nei 53 Paesi della regione. Oggi il Covid-19 è la prima causa di morte in Europa e Asia Centrale». In alcune regioni della Germania le unità di terapia intensiva sono piene e costringono il trasferimento di alcuni pazienti. Lo stesso accade in Olanda. L’Austria anticipa la terza dose del vaccino.

Lasciando perdere inutili tesi antiscientifiche (il numero di nuovi casi ha superato il picco della seconda ondata e basta buttare un occhio a Romania e Bulgaria per rendersi conto di dove saremmo senza vaccini) la sensazione (speriamo sbagliata) è che assisteremo alla quarta ondata anche del “è colpa nostra” come ciclicamente accaduto. Come è accaduto per i runner o per i padroni con cane al guinzaglio, come accaduto per “le discoteche”, come accaduto per “i giovani e la movida” ora non sarà difficile trovare qualcuno da additare per spostare le responsabilità politiche su uno scontro sociale e l’aria tiepida del governo dei migliori renderà ancora più agevole il compito.

Eppure non è colpa nostra se le scuole non sono state attrezzate in tutto questo tempo per affrontare una recrudescenza del virus. Manca completamente un serio piano di aerazione meccanizzata delle classi (siamo ancora allo stesso punto, sempre con le finestre aperte).

Non è colpa nostra se, ministro Brunetta in primis, lo smart working è stato maledettamente demonizzato per non irretire i bar sotto l’ufficio o per lisciare dirigenti che vedono fannulloni dappertutto se non li hanno sotto gli occhi.

Non è colpa nostra se in questi troppi mesi di pandemia non è stato pensato un intervento strutturale dei trasporti (per le scuole e per il lavoro) riducendosi al buonsenso dei cittadini.

Non è colpa nostra se il tracciamento è ormai un’utopia e non è stato fatto nulla per ripensarlo o almeno rafforzarlo.

Non è colpa nostra se un pezzo della politica ha incautamente raccontato il vaccino come “fine della pandemia” senza ricordare la dovuta attenzione che concorre sensibilmente all’uscita dalla pandemia.

Non sono colpa nostra le decisioni prese sempre in equilibrio con una maggioranza di governo ampissima e addirittura opposta nelle proposte per uscire dalla pandemia.

Non è colpa nostra nemmeno la percentuale di non vaccinati che non si sono lasciati convincere dall’introduzione del green pass e che probabilmente non si lasceranno convincere nemmeno dal green pass rinforzato quando l’obbligo vaccinale sarebbe stato un intervento più “lineare e consentito dalla Costituzione” come ripete da giorni il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick.

Faremo quello che c’è da fare come impone il dovere civico di ogni cittadino ma la politica faccia la politica e prenda decisioni senza cercare sempre un capro espiatorio con il solito paternalismo.

Sperando, ovviamente, di sbagliarci.

Buon mercoledì.

 

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Hanno sciolto Forza Nuova? No

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 16-10-2021 Roma, Italia Politica CGIL CISL UIL - Manifestazione sindacale ‘mai più fascismi’ Nella foto: momenti della manifestazione indetta dai sindacati in risposta all’attacco da parte di no geen pass e Forza Nuova della sede nazionale della cgil dello scorso 9 ottobre Photo Mauro Scrobogna /LaPresse October 16, 2021  Rome, Italy Politics In the photo: moments of the demonstration organized by the trade unions in response to the attack by no geen pass and Forza Nuova of the national headquarters of the CGIL last 9 October

Il 9 ottobre scorso dei fascisti travestiti da no green pass assaltavano la sede della Cgil e infiammavano le piazze per creare il disordine di cui hanno bisogno per racimolare rabbia e convertirla in voti. Quello stesso giorno un rappresentante di spicco di Forza Nuova (in cui non è propriamente difficile spiccare visto che sono quattro topi) Giuliano Castellino addirittura arringava la piazza discettando di libertà e di dittature mentre avrebbe dovuto essere in casa come aveva deciso un tribunale. Su quella giornata ci fu un acceso scontro politico ma quasi tutti (incredibile a dirsi) si dissero d’accordo nel chiudere i partiti di matrice fascista (alcuni a destra preferirono chiamarli “violenti” per non autodenunciarsi). Era facile immaginare che un governo che in poche ore è riuscito a discutere e approvare un gravoso impegno come il Pnrr in men che non si dica sarebbe riuscito a sciogliere le formazioni fasciste come lo stesso Parlamento chiedeva.

È accaduto? No. Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, con altri membri del Forum delle associazioni antifasciste e della Resistenza, in una conferenza stampa l’ha detto chiaro e tondo: «Da quando sono state approvate le mozioni alla Camera e al Senato per lo scioglimento di Forza Nuova, non è successo assolutamente nulla, solo parole. È giunto il momento di assumere una decisione urgente. La democrazia si difende applicando la legge, in questo caso la legge Scelba».

In realtà il governo Draghi ha preso la sua solita decisione di non decidere e di fingere qualcosa per prendere tempo. Anche in questo caso ha scelto di nominare un fumoso comitato di esperti (ma come? ma mica tutti si lamentavano degli esperti del governo precedente?) che dovrebbe valutare il da farsi. È curioso che Draghi abbia bisogno di presunti esperti per dare seguito a un atto parlamentare. Monica Cirinnà infatti dice: «Il gruppo di esperti? Dal governo non poteva venire scelta peggiore, è una perdita di tempo, serve solo il decreto. C’è un atto parlamentare, il governo risponda al Parlamento e faccia questo decreto. Se questo è il governo dei migliori ha fatto la scelta peggiore, il gruppo di esperti non serva a niente».

Proprio in questo momento in cui gli episodi di violenza nelle piazza durante le manifestazioni no green pass stanno monopolizzando il dibattito è singolare che non ci si muova a rimuovere sacche conosciute di violenza. Eppure sarebbe una decisione che accontenterebbe tutti, da quelli che condannano i violenti senza volerli chiamare fascisti, agli antifascisti che chiedono il rispetto della Costituzione e perfino ai no green pass che certo non saranno felici di vedere le proprie legittime motivazioni strumentalizzate per fini politici.

E quindi perché non si scioglie Forza Nuova?

Buon martedì.

Nella foto: Manifestazione sindacale “mai più fascismi”, Roma, 16 ottobre 2021

 

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Regeni, Zaki: non siete nemmeno degni di nominarli

Abbiate almeno la decenza di non fare finta di voler risolvere la questione dell’ergastolo cautelare di Patrick Zaki e di trovare la verità su Giulio Regeni con presunte pressioni politiche sventolate alla stampa.

Sarebbe curioso ad esempio sapere dal ministro tiepido Lorenzo Guerini cosa pensi del ruolo dell’Italia come fornitore del governo di Al-Sisi, quello stesso che sta facendo di tutto per ammazzare il già morto Giulio Regeni e per torturare psicologicamente Patrick Zaki sottraendolo a un giusto processo e cosa ne pensa del ruolo dell’Italia nella seconda edizione della Egypt Defense Expo, dove 400 espositori internazionali correranno nell’Egitto assassino per vendere le loro armi di morte a capi di Stato e contractor.

Come scrive Antonio Mazzeo (un giornalista che sarebbe curioso invitare in qualche trasmissione in prima serata per vedere l’effetto che fa) «principale sponsor della fiera d’armi egiziana sarà l’holding della cantieristica nazionale Fincantieri S.p.a., controllata per il 71,6% dallo Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti. La società leader nella progettazione e realizzazione di unità navali da trasporto e da crociera, ha indirizzato la propria produzione al settore militare accrescendo contestualmente le esportazioni ai regimi nordafricani e mediorientali più autoritari. Tra i migliori (o più correttamente peggiori) clienti di Fincantieri c’è proprio l’Egitto del dittatore-generale Al-Sisi. Nell’ultimo biennio sono state consegnate alla Marina militare egiziana due fregate multimissione FREMM (classe Bergamini), ammodernate ed equipaggiate nel cantiere navale di Muggiano-La Spezia».

Altro importante gruppo industriale-militare nazionale che sarà presente alla fiera della morte del Cairo è Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), controllata per il 39% dal Ministero dell’economia e delle finanze. Nell’ultimo quinquennio Leonardo ha esportato al Ministero della difesa egiziano 32 elicotteri AgustaWestland, 24 di tipo AW149 multiruolo e 8 AW189, per un valore complessivo di 871,7 milioni di euro.

Anche i manager di Leonardo si presenteranno al Cairo con la speranza di concludere lucrosissimi affari con i militari egiziani: in ballo c’è la commessa per 24 cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” (prodotti dall’omonimo consorzio europeo di cui il gruppo italiano controlla il 21% delle quote sociali) e per 24 caccia da addestramento piloti e da combattimento Alenia Aermacchi M-346 “Master” (questi velivoli sono già in dotazione alle Aeronautiche militari di Italia e Israele).

Tra le industrie italiane che saranno presenti alla seconda edizione di Edex compare Elettronica S.p.A., tra le maggiori produttrici al mondo di sistemi di difesa e attacco elettronici, cyber security, tecnologie elettro-ottiche e a infrarossi, apparecchiature di sorveglianza e intelligence, con applicazioni in ambito navale a terrestre. Fondata nel 1951, Elettronica S.p.A. ha esportato i propri prodotti a una trentina di paesi e ha sedi di rappresentanza in Europa, Medio Oriente e Asia. La società è reduce da un’altra importante esposizione di sistemi bellici, il Dubay Air Show tenutosi nella capitale negli Emirati Arabi Uniti a metà novembre.

Al Cairo sarà presente anche uno stand di Intermarine S.p.A., società con sede ufficiale a Sarzana (La Spezia) che progetta, costruisce ed equipaggia navi militari con requisiti operativi speciali (cacciamine, imbarcazioni d’assalto, pattugliatori veloci, ecc.) e navi logistiche e da trasporto.

Non poteva mancare alla kermesse dei mercanti d’armi Iveco Defence Vehicles S.p.a., società con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile, produttrice di carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile. Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri “Ariete” e “Centauro”, i blindati “Puma” e “Lince”, i veicoli da combattimento della fanteria “Dardo” e diverse versioni di camion pesanti per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità.

Davvero tutto questo avete il coraggio di chiamarla “pressione” politica? Davvero con questa sorridente partecipazione credete che il dittatore Al-Sisi possa sentirsi oppresso dal nostro Paese? Davvero il governo ha il coraggio di pronunciare anche solo il nome di Regeni e di Zaki senza provare un minimo di vergogna?

Facciamo così: mercanteggiate morte là dove è morto Giulio Regeni, continuate pure ad avere le mani sporche di sangue ma almeno abbiate la decenza di non nominarlo mai più.

Buon lunedì.

 

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Eleonora Vanni: Tutte le sfide dell’economia sociale

In Italia, attraversa silenzioso la società un mondo produttivo i cui principi costitutivi storicamente si fondano sulla solidarietà e sull’interesse generale. È il mondo delle cooperative sociali, quelle di tipo A che si occupano di servizi educativi e sociosanitari, e quelle di tipo B riservate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Esattamente trent’anni fa la legge 381 ha definito questa parte importante del Terzo settore, rappresentata oggi da oltre 16mila imprese, circa mezzo milione di addetti e un valore di produzione annua di 16 miliardi di euro. Di progetti e prospettive di una tale galassia si parlerà il 25 e 26 novembre a Bologna al quinto congresso nazionale di Legacoopsociali, alla cui presidente Eleonora Vanni, reduce da un congresso in Calabria, abbiamo chiesto di fare il punto.

Quando la legge è arrivata nel 1991, le cooperative esistevano da molto tempo e con visioni diverse, anche politicamente. A distanza di trent’anni, qual è il bilancio?
La legge è intervenuta su un importante movimento culturale e sociale che era già vivo nel Paese – io a settembre, per esempio, ho festeggiato i 40 anni della cooperativa Noncello, quella raccontata nel film Si può fare. Dopo trent’anni esiste un mondo della cooperazione sociale diffuso in tutto il territorio nazionale, in maniera importante anche al Sud, caratterizzato anche da piccole e piccolissime cooperative che nelle comunità ne rappresentano un po’ il punto di riferimento, per il lavoro che creano. Quindi un soggetto, da una parte fortemente radicato nei territori, e dall’altra, che si è strutturato anche in relazione alla pubblica amministrazione, contribuendo a portare avanti percorsi di innovazione – pensiamo ai servizi per l’infanzia, alle comunità per i minori ecc. Una progettualità innovativa, per un altro verso, rimasta, per così dire, intrappolata dalle gare d’appalto, dall’affidamento dei servizi. Insomma, una realtà che richiede oggi una grande qualità professionale, una importante capacità di gestione ma anche una necessità di recuperare quella soggettività politica e sociale delle nostre radici.

In questi anni di tagli, gli enti locali si sono serviti anche dell’attività delle coop sociali perché non potevano mantenere i servizi. È la cosiddetta esternalizzazione su cui sono sorte molte polemiche. Chi lavora nelle coop sociali, questa la critica, ha meno diritti, meno tempo per la formazione rispetto ai colleghi del pubblico.
Questa è una realtà sulla quale c’è una narrazione che non è sempre correttissima. Io credo, e lo dico non perché voglio fare gli interessi delle cooperative sociali, che il dovere degli enti pubblici sia quello di…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 novembre 2021

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