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Regeni, Zaki: non siete nemmeno degni di nominarli

Abbiate almeno la decenza di non fare finta di voler risolvere la questione dell’ergastolo cautelare di Patrick Zaki e di trovare la verità su Giulio Regeni con presunte pressioni politiche sventolate alla stampa.

Sarebbe curioso ad esempio sapere dal ministro tiepido Lorenzo Guerini cosa pensi del ruolo dell’Italia come fornitore del governo di Al-Sisi, quello stesso che sta facendo di tutto per ammazzare il già morto Giulio Regeni e per torturare psicologicamente Patrick Zaki sottraendolo a un giusto processo e cosa ne pensa del ruolo dell’Italia nella seconda edizione della Egypt Defense Expo, dove 400 espositori internazionali correranno nell’Egitto assassino per vendere le loro armi di morte a capi di Stato e contractor.

Come scrive Antonio Mazzeo (un giornalista che sarebbe curioso invitare in qualche trasmissione in prima serata per vedere l’effetto che fa) «principale sponsor della fiera d’armi egiziana sarà l’holding della cantieristica nazionale Fincantieri S.p.a., controllata per il 71,6% dallo Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti. La società leader nella progettazione e realizzazione di unità navali da trasporto e da crociera, ha indirizzato la propria produzione al settore militare accrescendo contestualmente le esportazioni ai regimi nordafricani e mediorientali più autoritari. Tra i migliori (o più correttamente peggiori) clienti di Fincantieri c’è proprio l’Egitto del dittatore-generale Al-Sisi. Nell’ultimo biennio sono state consegnate alla Marina militare egiziana due fregate multimissione FREMM (classe Bergamini), ammodernate ed equipaggiate nel cantiere navale di Muggiano-La Spezia».

Altro importante gruppo industriale-militare nazionale che sarà presente alla fiera della morte del Cairo è Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), controllata per il 39% dal Ministero dell’economia e delle finanze. Nell’ultimo quinquennio Leonardo ha esportato al Ministero della difesa egiziano 32 elicotteri AgustaWestland, 24 di tipo AW149 multiruolo e 8 AW189, per un valore complessivo di 871,7 milioni di euro.

Anche i manager di Leonardo si presenteranno al Cairo con la speranza di concludere lucrosissimi affari con i militari egiziani: in ballo c’è la commessa per 24 cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” (prodotti dall’omonimo consorzio europeo di cui il gruppo italiano controlla il 21% delle quote sociali) e per 24 caccia da addestramento piloti e da combattimento Alenia Aermacchi M-346 “Master” (questi velivoli sono già in dotazione alle Aeronautiche militari di Italia e Israele).

Tra le industrie italiane che saranno presenti alla seconda edizione di Edex compare Elettronica S.p.A., tra le maggiori produttrici al mondo di sistemi di difesa e attacco elettronici, cyber security, tecnologie elettro-ottiche e a infrarossi, apparecchiature di sorveglianza e intelligence, con applicazioni in ambito navale a terrestre. Fondata nel 1951, Elettronica S.p.A. ha esportato i propri prodotti a una trentina di paesi e ha sedi di rappresentanza in Europa, Medio Oriente e Asia. La società è reduce da un’altra importante esposizione di sistemi bellici, il Dubay Air Show tenutosi nella capitale negli Emirati Arabi Uniti a metà novembre.

Al Cairo sarà presente anche uno stand di Intermarine S.p.A., società con sede ufficiale a Sarzana (La Spezia) che progetta, costruisce ed equipaggia navi militari con requisiti operativi speciali (cacciamine, imbarcazioni d’assalto, pattugliatori veloci, ecc.) e navi logistiche e da trasporto.

Non poteva mancare alla kermesse dei mercanti d’armi Iveco Defence Vehicles S.p.a., società con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile, produttrice di carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile. Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri “Ariete” e “Centauro”, i blindati “Puma” e “Lince”, i veicoli da combattimento della fanteria “Dardo” e diverse versioni di camion pesanti per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità.

Davvero tutto questo avete il coraggio di chiamarla “pressione” politica? Davvero con questa sorridente partecipazione credete che il dittatore Al-Sisi possa sentirsi oppresso dal nostro Paese? Davvero il governo ha il coraggio di pronunciare anche solo il nome di Regeni e di Zaki senza provare un minimo di vergogna?

Facciamo così: mercanteggiate morte là dove è morto Giulio Regeni, continuate pure ad avere le mani sporche di sangue ma almeno abbiate la decenza di non nominarlo mai più.

Buon lunedì.

 

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Eleonora Vanni: Tutte le sfide dell’economia sociale

In Italia, attraversa silenzioso la società un mondo produttivo i cui principi costitutivi storicamente si fondano sulla solidarietà e sull’interesse generale. È il mondo delle cooperative sociali, quelle di tipo A che si occupano di servizi educativi e sociosanitari, e quelle di tipo B riservate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Esattamente trent’anni fa la legge 381 ha definito questa parte importante del Terzo settore, rappresentata oggi da oltre 16mila imprese, circa mezzo milione di addetti e un valore di produzione annua di 16 miliardi di euro. Di progetti e prospettive di una tale galassia si parlerà il 25 e 26 novembre a Bologna al quinto congresso nazionale di Legacoopsociali, alla cui presidente Eleonora Vanni, reduce da un congresso in Calabria, abbiamo chiesto di fare il punto.

Quando la legge è arrivata nel 1991, le cooperative esistevano da molto tempo e con visioni diverse, anche politicamente. A distanza di trent’anni, qual è il bilancio?
La legge è intervenuta su un importante movimento culturale e sociale che era già vivo nel Paese – io a settembre, per esempio, ho festeggiato i 40 anni della cooperativa Noncello, quella raccontata nel film Si può fare. Dopo trent’anni esiste un mondo della cooperazione sociale diffuso in tutto il territorio nazionale, in maniera importante anche al Sud, caratterizzato anche da piccole e piccolissime cooperative che nelle comunità ne rappresentano un po’ il punto di riferimento, per il lavoro che creano. Quindi un soggetto, da una parte fortemente radicato nei territori, e dall’altra, che si è strutturato anche in relazione alla pubblica amministrazione, contribuendo a portare avanti percorsi di innovazione – pensiamo ai servizi per l’infanzia, alle comunità per i minori ecc. Una progettualità innovativa, per un altro verso, rimasta, per così dire, intrappolata dalle gare d’appalto, dall’affidamento dei servizi. Insomma, una realtà che richiede oggi una grande qualità professionale, una importante capacità di gestione ma anche una necessità di recuperare quella soggettività politica e sociale delle nostre radici.

In questi anni di tagli, gli enti locali si sono serviti anche dell’attività delle coop sociali perché non potevano mantenere i servizi. È la cosiddetta esternalizzazione su cui sono sorte molte polemiche. Chi lavora nelle coop sociali, questa la critica, ha meno diritti, meno tempo per la formazione rispetto ai colleghi del pubblico.
Questa è una realtà sulla quale c’è una narrazione che non è sempre correttissima. Io credo, e lo dico non perché voglio fare gli interessi delle cooperative sociali, che il dovere degli enti pubblici sia quello di…


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Quando i nazisti eravamo noi

Centomila donne, uomini e bambini deportati in campi di concentramento, di cui più della metà morti di fame e malattia. Gas irrorati dal cielo su inermi villaggi della Cirenaica. E ancora esecuzioni sommarie, impiccagioni, rappresaglie contro la popolazione. Accadde in Libia, fra il 1911 e il 1943. Per mano italiana.
In occasione del 110° anniversario della guerra di Libia, la Casa della memoria di Milano propone un percorso storico-didattico sull’occupazione italiana di una regione del mondo che oggi è al centro dell’attenzione dei mezzi di comunicazione in quanto crocevia dei flussi migratori dal continente africano. La mostra, dal titolo L’occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo 1911-1943, aperta al pubblico fino al 24 novembre prossimo, è dedicata alla memoria del maggior studioso del colonialismo italiano e dei suoi crimini, il recentemente scomparso Angelo Del Boca.

«Per rendere comprensibile all’opinione pubblica ciò che oggi sta accadendo in Libia, è indispensabile sapere ciò che è accaduto nella storia del suo recente passato ancora poco conosciuto e studiato», dichiarano Costantino Di Sante e Salaheddin Sury. I due curatori proseguono così l’opera del celebre storico piemontese, il primo a scoprire l’uso dei gas letali nelle guerre italiane d’Africa, ponendo all’attenzione del grande pubblico la misconosciuta portata di violenza e razzismo che caratterizzò sin dall’inizio, ben prima dell’avvento del fascismo, l’aggressione italiana all’allora protettorato ottomano.

L’iniziativa, promossa da Casa della memoria del Comune di Milano con la collaborazione di Aned, Anpi, Istituto nazionale Ferruccio Parri e la partecipazione dell’associazione MedA (Mediterraneo antico) e del Centro per l’archivio nazionale di Tripoli, si avvale di un eccezionale repertorio fotografico illustrato da oltre settanta pannelli con testo bilingue italiano/arabo. La ricerca è stata effettuata nell’archivio di Tripoli e negli archivi italiani dello Stato maggiore dell’Esercito, del ministero degli Esteri e presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma, con la consulenza scientifica di studiosi italiani e libici.

All’inizio del Secolo breve, in cerca di legittimazione al tavolo delle potenze europee, l’Italia di Giovanni Giolitti cavalcava l’onda della febbre coloniale, titillando l’opinione pubblica al suono di “Tripoli bel suol d’amore” con fantasiosi articoli e diari di viaggio (oggi li chiameremmo fake news) che promettevano migliaia di ettari di terra fertile a disposizione dei figli della “grande proletaria” di Giovanni Pascoli. A guidare la campagna erano in realtà gli…


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Francesco Filippi: Cosa fu davvero il colonialismo italiano

Quando in Italia si parla di passato coloniale degli Stati europei, subito saltano in mente le operazioni imperialiste compiute dalla Gran Bretagna, o dalla Francia. Su quelle compiute da noi, invece, aleggia un perdurante silenzio, che si protrae spesso dai libri di scuola sino ai talk show serali, e più in generale nel discorso pubblico. Si tratta di una «voragine», come la definisce a Left lo storico Francesco Filippi, che nella sua nuova opera torna a fare i conti col nostro recente passato. Dopo Mussolini ha fatto anche cose buone (2019) e Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto (2020), ancora per Bollati Boringhieri ha da poco pubblicato Noi però gli abbiamo fatto le strade.
Nel nostro colloquio con lo studioso – cofondatore dell’associazione Deina, che organizza viaggi di memoria e percorsi formativi in tutta Italia – siamo partiti proprio da qui.

Questo suo nuovo libro nasce dall’esigenza di proseguire nel solco dei suoi precedenti lavori oppure c’è dietro la volontà, più in generale, di affrontare il nodo del colonialismo nella storia italiana a inizio Novecento?
La cornice è quella di un progetto più ampio sulla memoria dimenticata: con questo volume si compone una sorta di trilogia da inserire in questa consapevolezza di dover lavorare sul rapporto tra l’Italia e la sua storia. Se in precedenza mi sono concentrato sul fascismo e l’incapacità di ricostruire un corretto rapporto tra il presente e quell’epoca, per il colonialismo mi sono trovato davanti a uno spazio incognito, dove non c’era un racconto da destrutturare. “Gli abbiamo fatto le strade” non è neppure un portato coloniale, ma è un corollario del luogo comune “italiani brava gente”. Questo libro nasce quindi dalla necessità di colmare una voragine in cui si imbatte chiunque abbia voglia di tracciare una storia della memoria pubblica del Paese. Con Bollati Boringhieri abbiamo composto questa trilogia per avere un quadro di riferimento utile anche in relazione al presente e al futuro della nostra penisola.

Si è ritrovato a fare una sorta di passo indietro dal punto di vista cronologico, dovendo partire dalla fine dell’Ottocento, anticipando il fascismo?
Più che un passo indietro, parlerei di un’esplosione rispetto al tema delle fake news storiche del Paese: l’arco di tempo di questo libro abbraccia anche ciò che c’è stato prima e dopo Mussolini. Tra i molti non detti, in Italia, c’è anche la responsabilità del fascismo di essere l’unico punto di luce (nera) su quanto abbiamo fatto in Africa. Quel poco che sappiamo è…


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Michele Maio: La doppia vita dei vaccini mRna

MARBURG, GERMANY - MARCH 29: Employees in special suits test the procedures for the manufacturing of the messenger RNA (mRNA) for the Covid-19 vaccine in German company BioNTech, in Marburg, Germany on March 29, 2021. BioNTech Marburg's coronavirus vaccine production target will be 2.5 billion doses for 2021, up from 2.3 billion as it is considered as one of the largest manufacturing facilities producing mRNA vaccines in the world. The Pfizer-BioNTech vaccine was developed by Ozlem Tureci and Ugur Sahin, a couple who are children of Turkish immigrants in Germany. (Photo by Abdulhamid Hosbas/Anadolu Agency via Getty Images)

Sarà davvero possibile utilizzare i vaccini ad mRna sintetico per curare il cancro come hanno assicurato nei giorni scorsi gli scienziati della Biontech che hanno contribuito a produrre il vaccino Comirnaty? Stando ai titoli di alcuni media potrebbe addirittura accadere entro 5 anni e questo ha contribuito ad aumentare la già incredibile notorietà dei vaccini a mRna (quelli creati da Moderna o Pfizer per intenderci). Da tempo ormai, nel bene e nel male, sono argomento di discussione quotidiana nei talk show televisivi, negli organi d’informazione e nei bar durante la pausa caffè. Per la maggior parte di noi sono diventati speranza di vita e di tornare alle quotidiane libertà personali, per altri sono un enorme fattore di ansia, generando dubbi e leggende metropolitane che attraverso le fake news sono arrivate a sfociare in vere e proprie teorie del complotto. Per fare chiarezza sulle potenzialità e reali prospettive di questa frontiera della biofarmacologia e sapere qualcosa di più sul funzionamento dei vaccini a mRna sintetico, abbiamo rivolto alcune domande a Michele Maio, ricercatore e direttore del Centro di immunoterapia oncologica al Policlinico Santa Maria alle Scotte a Siena.

Professor Maio come funziona un vaccino per il cancro?
Questo tipo di vaccino viene anche definito terapeutico poiché non serve per prevenire i tumori, come il nome potrebbe erroneamente far pensare, ma entra in gioco quando la malattia si è già manifestata, quindi come una vera e propria cura. I vaccini a mRna sintetico sono una tecnologia modulabile a seconda delle esigenze mediche. Consentono di “costringere” la cellula a produrre una singola proteina e renderla facilmente individuabile e attaccabile dal nostro sistema immunitario. Per esempio a Siena da oltre un anno lavoriamo con un vaccino a mRna identico, come costrutto, a quello per il Covid-19 di Pfizer.

Qual è la differenza?
Il  “nostro”, invece di avere dentro Rna messaggero che codifica la proteina spike del virus, trasporta ai…


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Vaccinare anche i bambini, facciamo chiarezza

A young patient receives the Pfizer vaccine against the COVID-19 disease. The official vaccination for children between the age of 5 and 12 years start today in Vienna, Austria, Monday, Nov. 15, 2021. (AP Photo/Lisa Leutner)

Il recente annuncio di Pfizer-Biontech, secondo cui il vaccino Comirnaty utilizzato per la prevenzione dell’infezione da Sars -Cov2 presenta una notevole efficacia anticorpale anche nei confronti della fascia di età 5-11 anni, potrebbe segnare un ulteriore punto di svolta nel contrasto alla diffusione della Covid-19. Negli Stati Uniti la pandemia ha causato quasi 785mila decessi e ha contagiato due milioni di bambini. Di conseguenza, l’ente governativo Fda-Food and drug administration, che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici, ed il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno dato il via libera alla somministrazione del vaccino anti Covid-19, per i bambini sotto i 12 anni, a partire da questo mese.

Uno studio pubblicato sulla rivista Pediatrics, eseguito presso il Center for disease control and prevention di Atlanta, riporta che da marzo 2020 a maggio 2021 3106 bambini con infezione da Sars-Cov2 sono stati ricoverati e il 30% ha presentato forme di Covid-19 gravi e lo 0,5% è deceduto durante il ricovero. I minori ricoverati erano nella fascia di età fra 2-17 anni, ma anche sotto i 2 anni, per lo più affetti da malattie polmonari croniche, disturbi cardiovascolari o altre patologie concomitanti. E in Italia? Qui da noi l’Istituto superiore di sanità informa che fra il 18 e il 31 ottobre del 2021, fra i contagiati da Sars Cov 2, di età compresa fra 0-19 anni, il 47% appartiene alla fascia di età 6- 11 anni. Il virus circola soprattutto fra la popolazione non vaccinata, bambini sotto i 12 anni e fra le persone che hanno scelto o non hanno potuto vaccinarsi. Sappiamo inoltre che i decessi e le degenze in terapia intensiva si hanno soprattutto fra i non vaccinati. Si è aperto pertanto anche in Italia il dibattito sull’opportunità o meno di vaccinare i bambini dal momento che attualmente l’autorizzazione vale solo per gli over 12 anni.

La malattia colpisce i bambini quanto gli adulti, anche se in percentuali più ridotte, con la vaccinazione potremmo evitare la diffusione del contagio e le patologie gravi. Le vittime sono state circa 30, cifre irrisorie rispetto al numero di morti in età adulta, ma le persone sono esseri umani e le politiche sanitarie, hanno il compito di occuparsi anche di piccole percentuali. Mentre andiamo in stampa apprendiamo che l’Ema, l’Ente regolatorio europeo deciderà il 29 novembre per l’autorizzazione in base ai dati sulla sicurezza e l’efficacia del vaccino Comirnaty. Per quanto riguarda l’Italia avremo ulteriori controlli anche da parte dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco.

Questo vaccino presenta una…

 

* Silva Stella è medico pediatra e psicologo clinico, già responsabile di medicina preventiva dell’età evolutiva Asl Rm6.


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Sono il dottor Mario, privatizzo servizi

Italy's Minister for Economic Development, Giancarlo Giorgetti (L) speaks to Italy's new Prime Minister Mario Draghi during a debate at the Senate on February 17, 2021 in Rome, before submitting his government to a vote of confidence. (Photo by YARA NARDI / POOL / AFP) (Photo by YARA NARDI/POOL/AFP via Getty Images)

All’ombra del dibattito sul prossimo inquilino del Quirinale, senza fare troppo rumore, il governo Draghi ha pensato bene di dare l’ennesima bordata a quel poco che resta di servizi pubblici locali a gestione realmente pubblica nel nostro Paese. Acqua, gestione dei rifiuti, trasporti, e altro ancora: sarà sempre più difficile che ad occuparsi di questi ambiti siano società municipalizzate. L’articolo 6 del disegno di legge sulla Concorrenza, approvato ad inizio novembre dal Consiglio dei ministri e ora in attesa di discussione parlamentare, prevede infatti che sia favorito il ricorso da parte delle amministrazioni comunali ad imprese private. Tradotto: è in vista una bella pioggia di privatizzazioni e l’ennesimo “schiaffo” a quei 26 milioni di italiane e italiani che dieci anni fa si erano recati alle urne per sancire che sull’acqua non si sarebbero dovuti fare profitti e che i servizi pubblici locali sarebbero dovuti restare nelle mani dei cittadini.

Il progetto di legge, per realizzare questa sorta di liberalizzazioni, contempla una delega delle Camere al governo, da esercitare tramite decreto legislativo entro sei mesi dall’eventuale approvazione parlamentare. L’esecutivo, da parte sua, punta a procedere spedito sul tema, visto che nel ddl Concorrenza sono contenute diverse “condizionalità” richieste da Bruxelles per poter accedere ai finanziamenti del Recovery plan.

L’obiettivo del pacchetto di riforme – si legge nel testo – è quello di «promuovere lo sviluppo della concorrenza … nonché di contribuire al rafforzamento della giustizia sociale, di migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici e di potenziare la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini». Un paniere di buoni propositi, il cui reale significato, però, viene chiarito nei paragrafi successivi.

Innanzitutto, si prevede una «separazione, a livello locale, tra funzioni regolatorie e funzioni di diretta gestione dei servizi». Cioè: i Comuni si limiteranno a…


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«Forse è il momento di ascoltarci»

«Che nessuno si aspetti dei ringraziamenti né di trovarci in silenzio. Forse è arrivato il momento di ascoltarci». Sono le parole ascoltate durante l’inaugurazione del 781esimo anno accademico dell’Università di Siena, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A pronunciarle è Rosalia Selvaggi, la rappresentante delle studentesse e degli studenti che prende la parola subito dopo la relazione del magnifico rettore Francesco Frati.

Le avete lette poco in giro. Lo so. Funziona così di questi tempi.

Rosalia Selvaggi invece prova il gusto di guardare la politica dritta negli occhi. «Il tempo estremamente ridotto che ci è stato concesso – ha sottolineato – è una metafora della marginalità» a cui viene relegata «la componente studentesca». E parla di «idilliaca narrativa meritocratica attorno alle università» che le trasforma in «palestre di sfruttamento» per «un modello di sviluppo che guarda caso è quello con cui si sta distruggendo il nostro pianeta».

Dice Selvaggi: «Bisogna che il nostro e il vostro fine ultimo sia la formazione e la crescita degli studenti e non il guadagno dell’azienda universitaria, lo studio non deve essere più un privilegio per pochi ma un diritto di tutti. Si parla del nostro futuro, ma si continua a farlo senza di noi. Siamo i giovani coinvolti nel dramma della fuga da un Paese che non valorizza il merito, ma merito di cosa? giovani che devono fare gavetta, i “self-made men” – e mai women – a cui viene ripetuto costantemente lo slogan “se ti impegni, ce la fai”. Ed esausti invece ci troviamo costretti ad abbandonare gli studi perché l’istruzione nel nostro Paese è un lusso, e mai un diritto»

E non mancano le osservazioni al Pnrr in cui «non si fa il minimo accenno a università e ricerca» e allora «ci chiediamo cosa ha intenzione di fare questo governo per contrastare davvero diseguaglianze, povertà, precarietà, abbandono scolastico e universitario? Si sente spesso la parola ripartenza, e allora ripartiamo dall’università».

Infine una stoccata molto pungente ai vertici dell’Università di Siena sulla manutenzione delle strutture: «Ringraziamo la visita del presidente Mattarella – conclude Rosalia Selvaggi – che ha permesso la realizzazione di un ammodernamento e una risistemazione “ad hoc”, pronta ed efficiente, di strutture e spazi per gli studenti prima lasciati a loro stessi in assenza di ospiti prestigiosi. La patina dell’apparenza colpisce tutti cercando di nascondere la normalità che non è mai abbastanza perfetta». E per questo Rosalia Selvaggi ha invitato Mattarella a «recarsi anche presso le residenze e mense» per gli studenti «fiduciosi che la sua visita possa essere risolutiva».

Oggi è venerdì, un’altra settimana è passata a discutere di niente che fosse veramente politico, al di là del gossip parlamentare. Le frasi di una studentessa sono più lucide, dritte e coraggiose di quintali di editoriali e di dichiarazioni di politici. Forse sta qui una parte del problema, no? Però viene la tentazione di essere ottimisti, pensando a Rosalia Selvaggi. Forse è il momento di ascoltarli, di rovesciare i sepolcri imbiancati e osservare quanta energia buona e preparata c’è in giro.

Buon venerdì.

 

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Muri reali contro invasioni immaginarie

Bulgarian army personnel repair the barbed wire wall border fence on the Bulgaria-Turkey border near the village of Matochina on November 4, 2021. - Bulgaria on November 1, 2021, deployed 350 soldiers to the border with Turkey to help police cope with the growing influx of migrants, the defence minister announced. (Photo by Nikolay DOYCHINOV / AFP) (Photo by NIKOLAY DOYCHINOV/AFP via Getty Images)

Da una parte muri reali di cemento, filo spinato, reti, check point, cani da guardia e nuove tecnologie da intercettazione. Dall’altra più subdoli, addirittura ammantati di “rispetto dei diritti umani”, muri in senso figurato realizzati con tonnellate di banconote, sotto forma di cooperazione allo sviluppo, addestramento militare, “modernizzazione”. Questa sembra essere una delle chiavi con cui interpretare l’Europa (forse) post pandemica che prevede da una parte aumenti della spesa pubblica e degli investimenti, dall’altra la riduzione ulteriore della libertà di circolazione delle persone. La crisi di confine fra Polonia e Bielorussia è solo l’apice – col suo carico di vittime innocenti – di un conflitto politico e non solo personale fra Consiglio e Commissione europea che evidenzia tale progettualità. Di fronte alla proposta avanzata il mese scorso da 12 Stati membri Ue, di realizzare nuovi muri per fermare migranti e rifugiati, le reazioni sono state diverse.

La risposta della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è stata immediata: «Comprendiamo le esigenze dei proponenti ma le spese vanno sostenute dai singoli Stati, non con fondi Ue». Più tardive e possibiliste le affermazioni di Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, organismo di cui fanno parte tutti i 27 primi ministri o capi di Stato dei Paesi menbri. Il Consiglio risente più direttamente della pressione dei governi e ha creato costernazione il fatto che, alla celebrazione della caduta del Muro di Berlino, il suo presidente abbia evocato la necessità che l’Europa impieghi risorse per limitare la circolazione.

Non una gaffe ma la riproposizione della “Fortezza Europa” come base fondante di un’idea dell’Ue. Per alzare questi muri servono fondi comuni, invoca Michel. Il quale intende così stemperare le divergenze con il governo di Varsavia (che mentre andiamo in stampa annuncia la volontà di innalzare una barriera di cemento al confine con la Bielorussia) e con le altre esperienze sovraniste dell’Est e al tempo stesso ottenere un intervento Ue per fronteggiare un pericolo inesistente: donne, bambini e anziani ammassati al confine polacco.

Un tempo il muro di Berlino, come quello di Nicosia a Cipro, erano…


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L’oltraggio permanente al mondo in movimento

TOPSHOT - A group of migrants stands in front of Belarusian servicemen as they gather for the distribution of humanitarian aid in a camp near the Belarusian-Polish border in the Grodno region on November 14, 2021. - Dozens of migrants have been detained after crossing into Poland from Belarus, Warsaw said on November 14, warning of a possible larger breakthrough ahead of an EU meeting to widen sanctions on Belarus. - Belarus OUT (Photo by Oksana MANCHUK / BELTA / AFP) / Belarus OUT (Photo by OKSANA MANCHUK/BELTA/AFP via Getty Images)

È la concatenazione quella che crea i guai, nel senso della catena di eventi che, una volta messi assieme e saldati gli anelli, generano il problema. Ne sanno qualcosa le migliaia di persone che si trovano in queste ore a bussare alla porta d’Europa via Polonia, passando dalla Bielorussia. Sono soprattutto curdi iracheni, ma sono anche pakistani e afghani. Tutti vittime di catene di tragedie fatte di guerre, ingiustizie, miseria. Concatenazioni di problemi che li hanno fatti scappare da casa, fuggire lontano, in un domino che sembra non finire. Ora sono ammassati lungo una frontiera, al freddo, con l’obiettivo di arrivare, finalmente, in un posto sicuro, che garantisca un futuro. Eserciti, polizia, muri e politica glielo impediscono, creando un nuovo dramma umanitario.

La situazione alla frontiera fra Polonia e Bielorussia non è una novità ai confini orientali dell’Unione Europea. Un po’ più vicino all’Italia, fra Bosnia Erzegovina e Croazia, da anni i migranti della rotta balcanica sbattono contro le reti e i manganelli croati. I campi improvvisati in Bosnia, a Bihac, accolgono 8-10mila persone. Sopravvivono grazie all’aiuto di decine di associazioni e di volontari europei (come Nawal Soufi che apre con il suo reportage questa storia di copertina, ndr), ma il passo resta chiuso, proibito a suon di bastonate sulle gambe e furti da parte della polizia croata. Chi tenta di trovare un passaggio clandestino nella foresta che divide la Bosnia dall’Europa dei ricchi viene punito duramente. Altre migliaia di persone – forse 40mila – sono in Serbia. La Turchia, grazie ai contributi della Ue, blocca entro i propri confini almeno 5 milioni di esseri umani.

Far passare la situazione fra Polonia e Bielorussia come una novità, un’emergenza, è quanto meno fantasioso. Si tratta solo dell’ennesimo spostamento d’asse di una rotta praticata da almeno due decenni, l’unica a rendere possibile – in qualche modo – il collegamento via terra fra Vicino Oriente o Asia e Europa.

La novità, semmai, è il coinvolgimento contemporaneo di…

 

* Raffaele Crocco è direttore responsabile de L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, di cui è appena uscita la decima edizione


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