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A voi che siete in coda per i tamponi

Breve messaggio per voi che siete in coda alla ricerca di un tampone, voi che non riuscite a mettervi in contatto con l’azienda sanitaria e che faticate a reperire il vostro medico ingolfato dalle segnalazioni, voi che state chiamando tutte le farmacie della vostra zone (che hanno il telefono occupato per ore) per trovare un buco qualsiasi e guadagnarsi un tampone per rientrare al lavoro, per potersi muovere, per fare tutto ciò che c’è da fare: il governo era favorevole all’allargamento alle parafarmacie per fare test molecolari e antigenici rapidi per diagnosticare l’infezione da Sars-Cov-2 ma in commissione Affari costituzionali l’emendamento non è passato per 13 voti contrari a fronte di 11 favorevoli.

A votare contro è stata Forza Italia (che tra le sue fila ha il vice presidente della Camera Andrea Mandelli, presidente dal 2009 della Federazione Ordine farmacisti italiani), la Lega, Fratelli d’Italia e Italia viva. In pratica il nuovo centrodestra che, se possibile, è persino peggiore di quello vecchio.

La possibilità di effettuare tamponi nelle parafarmacie avrebbe aumentato la capacità diagnostica del 20%, avrebbe snellito le procedure di tutti quelli che sono in coda per il tampone. Ma c’è un altro aspetto essenziale da sottolineare: il centrodestra in Italia (sarebbe ora che non si debba specificare che lì dentro c’è naturalmente anche Italia viva) è la parte che si lamenta per le troppe chiusure e le troppe restrizioni che frenano l’economia. Sono gli stessi che hanno esultato per la disarticolazione delle quarantene (con la magnifica auto-sorveglianza) e che sognano un Paese in cui chi non è semimorto non possa permettersi di non andare a lavorare.

Eppure nonostante si fingano liberali (o liberisti, visto che in Italia non c’è differenza) sono talmente schiavi delle lobby che riescono a contraddire i propri intendimenti pur di non spegnere il sorriso a qualche loro amichetto che non si possono permettere di scontentare. Ha ragione Pierluigi Bersani quando senza troppi giri di parole parla di «un lobbismo senza vergogna. Farmacisti che hanno una laurea come gli altri non possono fare i tamponi mentre la gente è in coda. E poi parlano di liberalizzazioni». Del resto nel periodo natalizio, secondo un’indagine svolta dal centro studi di Conflavoro Pmi, sono stati oltre 8,5 milioni i tamponi effettuati, per un margine registrato nei 14 giorni di festività di 9 milioni di euro per gli importatori e di 102 milioni di euro per le farmacie.

Sandro Ruotolo e Loredana De Petris hanno scritto: «I cittadini devono sapere che quando stanno in fila per ore davanti alle farmacie, Italia viva e centrodestra, per tutelare interessi di pochi, hanno bocciato l’emendamento che consentiva alle parafarmacie di effettuare i tamponi antigenici rapidi».

Secondo la senatrice di Italia viva Annamaria Parente «qualcuno ha citato il problema delle file davanti alle farmacie per fare i tamponi, che aprendo alle parafarmacie si potrebbe risolvere, ma in realtà l’intoppo vero non è lì bensì sulla fase del tracciamento e della gestione delle certificazioni»

Quindi sappiate voi che siete in coda per un tampone che vi state lamentando di un problema che non esiste. Se invece esiste ancora una volta il merito è di Italia viva e dei loro compagnucci Lega, Fi e FdI.

Buon venerdì.

Stupro di Milano. I malati, i complici e i cattivi maestri

“Violenza del branco” titolano i giornali. E in particolare Repubblica con un agghiacciante editoriale di Chiara Valerio che parla dell’abuso di giovanissime in centro a Milano come fosse un fatto normale, dovuto, secondo la nota scrittrice e matematica, a “istinti maschili” “che debbono essere contenuti nella gabbia della ragione”. Come se fossimo ancora nel mondo di Hobbes: “homo homini lupus”. Come se tutti gli uomini fossero stupratori in nuce, per natura.

Lo ribadiamo è inaccettabile quello che è accaduto l’ultimo dell’anno nella capitale italiana della cultura e del business, la nostra città più europea. Ma per altre ragioni da quelle annoverate da Valerio. Perché pensiamo che ancora molto debba e possa essere fatto per vedere e riconoscere la violenza contro le donne, visibile e invisibile e per eradicarla.

Per fortuna, nonostante gli intollerabili appetiti berlusconiani riguardo al Colle, è tramontata da tempo – e per fortuna – la “Milano da bere”. Non siamo più all’epoca delle “cene eleganti” ad Arcore giocate sulla pelle di giovanissime escort, millantando che Ruby fosse la nipote di Mubarak (come sostenne anche l’attuale presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati!). Il fatto drammatico è che ancora oggi, purtroppo, nella Milano di Sala non si è riusciti a impedire che l’orrore di allora, quello delle Olgettine, si ripetesse.

Ma qual che ci inquieta è anche che questo doloroso episodio che umilia tutte le donne sia stato commentato così da una matematica e scrittrice donna, di fama progressista come Chiara Valerio.

L’incipit del suo pezzo già dice molto della sua visione dei bambini come torturatori di piccole bestiole, lei dice, non potendosi sfogare sui coetanei. Ecco il suo incredibile incipit trascritto paro paro: “I bambini staccano la coda alle lucertole perché non possono staccarsi le dita fra loro. E uccidono gli insetti perché non possono farlo fra loro… La tenerezza arriva probabilmente con la conoscenza… se arriva”. Ipse dixit.

Come se i bambini fossero tutti dei piccoli sadici che si divertono ad abusare di altri; come se i bambini fossero esserini non propriamente umani, che lo diventerebbero solo una volta acquisito l’uso della parola e della coscienza.

Il pensiero espresso da Chiara Valerio su Repubblica purtroppo non è nuovo: la pensava così anche Aristotele e molta parte della filosofia greca che considerava i bambini come una tavoletta di cera, da “educare” e plasmare con la violenza della pederastia come documenta in molti suoi libri una grande antichista come Eva Cantarella.

Parliamo di una società, quella dell’antica Grecia, come è noto, misogina, schiavista, e che annullava l’identità umana dei bambini. Chiara Valerio ci propina di nuovo quella visione oltraggiosa della realtà umana annullando millenni di storia e decenni di ricerca psicologica e psichiatrica. Non solo insulta e annulla i bambini indicandoli tout court come malati di mente da educare e ingabbiare in una militare griglia di educazione razionalista, ma cancella d’un colpo anche tutte le lotte millenarie delle donne contro il patriarcato. Facendosi forza di metastoriche e antiscientifiche affermazioni di Zoja arriva a dire: “Il mondo post patriarcale (per cui tanto abbiamo lottato, aggiungo io, ndr)  non è affatto post maschile. Casomai valorizza qualità pre-paterne del maschio. Quelle di lottatore contro i concorrenti di cacciatori di femmine”.

Siamo basiti di tanta violenza e ignoranza. Basta leggere il recente libro di una notissima studiosa del paleolitico come Patou-Mathis per rendersi conto di tanta insipienza: Un violento modello patriarcale non si era ancora strutturato nel paleolitico superiore, scrive la studiosa francese, ma era invece nella mente di quegli studiosi che crearono l’archetipo dell’uomo preistorico armato di clava, che trascina la donna per i capelli, bellicoso, campione di machismo e di stupro. Se stiamo ai reperti archeologici e alle rappresentazioni pittoriche del Paleolitico superiore non troviamo molte tracce di guerra. Piuttosto, come ipotizza la paleontologa Patou-Mathis ne La Preistoria è donna poiché nella preistoria gli esseri umani vivevano in piccoli gruppi, la collaborazione, lo scambio e l’aiuto reciproco era forse più importante per la sopravvivenza dell’aggressività e della competizione. Checché ne dica Chiara Valerio.

*-*

Immagine in apertura tratta dal video pubblicato su YouTube dal media AlaNews 

Caso Assange e diritto/dovere d’informazione: Governo Draghi batti un colpo

È stato appena trasmesso in televisione il film L’ufficiale e la spia sul caso Dreyfus. Quella vicenda segnò uno spartiacque nella terza Repubblica francese, toccata dall’ingiusta campagna nei confronti di un innocente accusato di spionaggio.
Ecco, il caso di Julian Assange ricorda, persino in peggio, quel buco nero.
Infatti, sul giornalista australiano fondatore di Wikileaks pesa un’omologa accusa da parte degli Stati Uniti in base all’Espionage Act del 1917. Il rischio di una interminabile condanna si appalesa per chi ha avuto il coraggio di far venire alla luce crimini e misfatti delle guerre in Iraq e in Afghanistan, nonché connubi e complicità di numerosi Stati occidentali, con la cura di mantenere l’anonimato dei whistleblowers. Sul banco degli accusati Usa, Gran Bretagna e Paesi alleati, ivi compresa l’Italia.
Bombardamenti massivi, attacchi armati alla popolazione civile, torture di Guantánamo disvelate sono tessere di un mosaico di orrori. Il grande sito di informazione, collegato fino al loro voltafaccia a numerose testate note ed influenti, ha rotto il sipario del silenzio che accompagna generalmente le politiche del cinismo bellico.

Da anni, almeno dal 2010, ha preso il via l’odissea di Assange, attraverso tribunali svedesi e poi britannici, con l’incombere – auguriamoci di no, visto che gli avvocati hanno fatto ricorso contro la sentenza dello scorso 10 dicembre 2021 dell’Alta Corte di Londra – di una possibile estradizione oltre oceano. In quella sentenza si accettava l’appello proposto dagli Usa, dopo la precedente decisione del gennaio che aveva respinto al contrario la richiesta per motivi di salute. Del resto, lo stesso inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura Nils Melzer aveva lanciato l’allarme, ipotizzando rischi suicidari. E così pure la compagna di Assange, avvocata Stella Morris.

Il calvario è passato dall’auto isolamento nell’ambasciata dell’Ecuador nel Regno Unito alla prigione dedicata ai peggiori criminali e terroristi di Belmarsh.

In caso di accoglimento dell’estradizione il pericolo concreto è che il tribunale americano commini una pena di 175 anni, secondo la consuetudine di quella giustizia di usare le addizioni e non la prevalenza della colpa. In tutto questo, quasi per un cinico disegno del destino, uno degli artefici principali della guerra in Iraq, Tony Blair, ha ricevuto la maggiore onorificenza elargita dalla Regina. In verità, già oltre un milione sono le firme di un appello contrario.
Che succederà? Ci sarà qualche iniziativa politica o diplomatica nei riguardi del presidente statunitense Biden (la divulgazione dei Pentagon papers sul Vietnam non ebbe conseguenze giudiziarie), affinché si conceda la grazia ad una figura eminente dell’informazione di inchiesta, cui – se mai – andrebbe conferito un premio Pulitzer? Qualcosa si muove, a parte i generosi sit-in dello specifico comitato nato anche in Italia e la tessera ad honorem consegnata attraverso Stefania Maurizi dall’Associazione Articolo21.

Ad esempio, contro l’estradizione si è schierato il vice premier australiano, mentre il presidente messicano ha offerto l’asilo politico al giornalista.
Purtroppo, a livello istituzionale finora, qui da noi, non va affatto bene. Anzi. La mozione parlamentare presentata dal deputato Pino Cabras è stata bocciata e il governo si è voltato dall’altra parte. Al riguardo, che dice il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, rappresentante di una forza – il M5s – che intratteneva rapporti intensi con Assange? Errori giovanili?
Siamo al cospetto di una pagina decisiva per l’esercizio della libertà di informazione.
Una pagina che fa la Storia.

*L’autore: Vincenzo Vita, giornalista e già senatore Pd, è presidente della Fondazione Archivio audiovisivo del Movimento operaio
e democratico


L’editoriale è tratto da Left del 14-20 gennaio 2022

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SOMMARIO

Stefania Maurizi: Anche le democrazie hanno il terrore di chi racconta la verità

FILE - In this Wednesday May 1, 2019 file photo buildings are reflected in the window as WikiLeaks founder Julian Assange is taken from court, where he appeared on charges of jumping British bail seven years ago, in London. WikiLeaks founder Julian Assange will find out Monday Jan. 4, 2021 whether he can be extradited from the U.K. to the U.S. to face espionage charges over the publication of secret American military documents. (AP Photo/Matt Dunham, File)

Da oltre mille giorni il fondatore di Wikileaks Julian Assange si trova nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a Londra. Da un decennio vive da braccato. Le sue condizioni psicofisiche sono precarie e la sua vita è appesa ad un filo. Lo scorso 10 dicembre l’Alta corte della capitale britannica ha stabilito che il giornalista australiano può essere estradato negli Stati Uniti, dove è accusato di spionaggio, accogliendo il ricorso di Washington contro una precedente sentenza contraria. Ma la decisione non è ancora definitiva.

La colpa di Assange? Aver rivelato al mondo i segreti più inconfessabili dietro alle principali guerre condotte dalle potenze occidentali negli ultimi 20 anni, in Afghanistan e in Iraq, e dietro alle attività diplomatiche a stelle e strisce. Uccisioni di civili mai dichiarate, violenze, abusi. E poi interferenze nella politica di altri Paesi. Il pressing degli Usa nei confronti dei governi di mezzo mondo affinché sostenessero il loro impegno militare ad ogni costo. Rivelazioni compiute attraverso la piattaforma Wikileaks e grazie al contributo di whistleblowers che hanno fatto trapelare documenti riservati, come l’ex analista militare statunitense Chelsea Manning, che per aver contribuito a rendere pubblici quei papers ha trascorso oltre otto anni in carcere. La straordinaria e drammatica vicenda di Assange è ora raccontata in un libro di Stefania Maurizi, Il potere segreto (Chiarelettere). La giornalista – oggi al Fatto quotidiano, in passato al gruppo l’Espresso – negli ultimi anni ha pubblicato in Italia le rivelazioni di Wikileaks, lavorando fianco a fianco con il collega australiano e il suo team. In quelle pagine ripercorre quella che è una vera e propria spy story, benché del tutto reale. A Left racconta perché difendere Assange significa proteggere le nostre democrazie. Per capirlo, occorre però ricostruire la vicenda del giornalista australiano e della sua piattaforma.

Stefania, quali sono stati, in sintesi, gli scoop più importanti di Wikileaks?
Le rivelazioni più esplosive sono state senza dubbio quelle sulla guerra in Afghanistan, sulla guerra in Iraq, sui detenuti di Guantanamo e poi la diffusione dei cablo della diplomazia statunitense, che hanno svelato il vero volto della politica estera Usa, mostrando scandali e retroscena. I documenti pubblicati da Wikileaks (nel corso del 2010, ndr) hanno aperto una rivoluzione nel giornalismo e nella percezione dell’opinione pubblica globale. Per la prima volta i cittadini hanno potuto osservare i lati più oscuri dei governi, quelli solitamente invisibili perché coperti da segreto. Una riservatezza che non serviva a proteggere la loro sicurezza, bensì a garantire l’impunità alle istituzioni che avevano commesso atti criminali come la devastazione di intere nazioni, vedi il caso dell’Iraq.

A questo proposito, in Gran Bretagna è scoppiata una polemica dopo la decisione della regina di conferire il più alto grado di cavalierato a Tony Blair…
Già, la decisione della corona inglese sta scatenando una reazione popolare fortissima per le enormi responsabilità dell’ex primo ministro nella distruzione dell’Iraq che ha generato milioni di profughi e ha contribuito alla nascita dell’Isis. È proprio grazie ai files rivelati da Wikileaks che abbiamo potuto guardare alle dinamiche reali di questo conflitto. Dalle stragi agli abusi coperti, alle vere cifre delle vittime civili.

Cosa contenevano i papers sulla guerra in Afghanistan e Iraq, in sintesi?
I documenti rivelavano per la prima volta la realtà nei due teatri di guerra, oltre la propaganda. Vi erano registrate le azioni sul campo, con tanto di coordinate spazio-temporali. Le guerre si vincono prima di tutto vincendo la battaglia dell’informazione, che crea consenso. Quando questa arma viene neutralizzata, o comunque fortemente colpita, la macchina della guerra entra in crisi. È per questo che appena pubblicati i primi papers sull’Afghanistan le autorità statunitensi hanno avuto una reazione ferocissima.

Alcune delle successive rivelazioni di Wikileaks, poi, hanno riguardato direttamente anche la politica italiana.
Sì, come nel caso dell’extraordinary rendition (la deportazione illegale di presunti terroristi per essere detenuti, interrogati o torturati altrove, ndr) dell’imam Abu Omar. I papers divulgati documentano le pressioni esercitate dagli Stati Uniti per garantire l’impunità agli agenti della Cia che hanno rapito un essere umano a Milano e lo hanno portato in Egitto dove è stato torturato brutalmente, nonostante i nostri bravissimi magistrati fossero riusciti a scoprire la loro identità e a condannarli con sentenza definitiva. Nessuno degli agenti, alla fine, è finito in prigione. Dopo che per anni gli Usa hanno fatto pressioni dirette sulla politica italiana, da Enrico Letta a Silvio Berlusconi, come dimostrano i cablo della diplomazia statunitense.

Ci sono state differenze tra le reazioni della destra e del centrosinistra al pressing di Washington, secondo quanto emerge dai documenti divulgati?
I documenti permettono di capire che la sudditanza italiana nei confronti degli Stati Uniti è stata trasversale, da Berlusconi fino al Pd, ma agita con modalità diverse. I diplomatici statunitensi annotano che il governo Berlusconi si impegna immediatamente nel loro interesse durante la guerra in Iraq, mettendo a disposizione porti e aeroporti italiani, tutte le infrastrutture richieste. Arrivando persino a spiare le comunicazioni dei manifestanti pacifisti che tentavano di bloccare treni e veicoli che trasportavano armi ed equipaggiamenti militari. Mentre quando i funzionari statunitensi parlano della coalizione di centrosinistra, indicano di poter contare ugualmente su una forte collaborazione, ma sicuramente più “complicata”, meno automatica di quella garantita da Berlusconi.

Sebbene Wikileaks non abbia mai smesso di operare, le sue rivelazioni più scottanti (Afghanistan war logs, Iraq war logs, il cosiddetto Cablegate) risalgono a oltre dieci anni fa. Perché questa organizzazione è ancora così temuta dai governi di tutto il mondo?
Perché mai prima di Wikileaks si era aperto uno squarcio così profondo nel potere che usa il segreto per nascondere la criminalità di Stato. Certo, nel 1971 c’era stata una fuga di documenti segreti importantissimi sulla guerra in Vietnam, i celebri Pentagon papers rivelati dall’ex analista militare Daniel Ellsberg, però si era trattato di un fatto isolato. Wikileaks ha reso sistematica questa fuga di documenti, ecco perché vogliono distruggere Julien Assange e la sua organizzazione, questo “potere” non può permettergli di farla franca. Hanno tutti contro: le autorità statunitensi, gli alleati degli Usa e persino i Paesi suoi nemici, perché anche loro sono terrorizzati dalla possibilità che grazie a Wikileaks siano rivelati i loro sporchi segreti. È per questo che, al di là di qualche dichiarazione, neanche la Russia, la Cina, neppure la Corea del Nord o l’Iran, ossia gli avversari degli Stati Uniti – che pure restano il Paese più colpito dalle rivelazioni dell’organizzazione giornalistica – si sono schierati per proteggere Assange facendo qualcosa di concreto. Questo “potere” lo vuole “far fuori”, assieme a tutti i giornalisti di Wikileaks, per mandare un messaggio a chiunque si azzardi a rivelare i loro inconfessabili segreti, e a farlo in modo sistematico, non una tantum.

Tu che hai avuto modo di conoscerlo di persona, di lavorare al suo fianco, potresti descriverci chi è davvero Julian Assange?
Innanzitutto è una persona altamente intelligente. Un genio, che anziché usare il proprio talento nell’informatica per fare soldi, magari creandosi una aziendina nella Silicon valley, ha messo in piedi una organizzazione per mettere l’informazione al servizio delle persone, per cambiare il mondo non con la violenza, bensì con la forza della conoscenza. Assange proviene da un ambiente particolare. Già da ragazzino entra nel mondo del software e dell’hacking. A 25 anni viene condannato a una pena mite da un tribunale di Melbourne, per aver hackerato le reti della compagnia telefonica canadese Nortel. Il giudice gli ha riconosciuto di averlo fatto solo per una curiosità intellettuale, per capire come funzionava quello strumento, e non per un fine economico. Chiuso con l’hacking, Assange diventa un esponente del movimento cyberpunk, che negli anni 90 teneva assieme persone di diversa estrazione, da geni dei computer ad attivisti libertari, che si confrontavano sui temi della tecnologia, della sorveglianza, della privacy. I cyberpunk erano dei pionieri e in questo ambiente Assange matura l’idea di trasformare la società con metodi non violenti, così come farà con la sua piattaforma giornalistica.

L’avvento del digitale si è accompagnato in Italia a un populismo che si è scagliato contro i media tradizionali, descritti tout court come figli del potere, da rimpiazzare con l’informazione senza mediazioni del web. Mi colpisce come invece Assange abbia sempre preferito stringere partnership con i grandi giornali occidentali, per essere aiutato nel compito indispensabile di verificare le fonti.
Non c’è assolutamente un rapporto di sfiducia sistematico da parte di Wikileaks nei confronti del giornalismo. Ma è anche vero che l’organizzazione nasce proprio con lo scopo di mettere in crisi quel modo di fare informazione, purtroppo predominante, che anziché esibire le menzogne del potere e mettere in crisi la propaganda, ne diventa uno strumento. Dopo l’11 settembre 2001, una parte dei media erano veramente a letto con il potere. Ad esempio, per ben 13 anni il New York times si era rifiutato di usare la parola “tortura”, preferendo l’espressione enhanced interrogation, “interrogatori rafforzati”. Un termine criptico che nascondeva la brutalità e la disumanità che subivano i presunti terroristi dai militari Usa nelle zone di guerra.

Hai mai subito intimidazioni a causa del tuo lavoro?
Non ho mai avuto problemi paragonabili a quelli dei giornalisti di Wikileaks. I colleghi sono stati sotto indagine del governo americano fin dal 2010, subendo intercettazioni e sorveglianza continui. Non esiste altra organizzazione in uno Stato democratico che è stata sottoposta a un controllo di tale entità. Per non parlare poi della sorte di Assange. Detto questo, sì, ho ricevuto intimidazioni. Sono stata spiata all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador, il mio telefono è stato segretamente aperto in due, i miei device elettronici sono stati presi e fotografati, sono stata seguita, ho subito un controllo speciale all’aeroporto. Ma ripeto, sono fatti di una gravità molto inferiore rispetto a quanto subito da altri.

Veniamo ad un capitolo delicato della vita di Assange: le accuse di stupro e molestie da parte delle autorità svedesi.
Poche settimane dopo aver pubblicato i documenti segreti sulla guerra in Afghanistan, Assange è finito in una inchiesta svedese per molestie sessuali e stupro, da cui non è più uscito. Ora, vanno considerate alcune cose. Primo punto, l’inchiesta è stata aperta d’ufficio e non sulla denuncia delle due donne coinvolte, che erano andate alla polizia affinché Assange si sottoponesse al test Hiv. I rapporti sessuali erano stati consensuali, questo non lo nega nessuno. Il giornalista australiano in un caso non avrebbe inizialmente usato il preservativo anche se richiesto dalla partner, mentre nell’altro episodio in questione l’avrebbe utilizzato in un primo momento per poi toglierlo, durante un rapporto in cui l’accusatrice sostiene fosse addormentata. Tutto ruota intorno all’uso del preservativo, ma per la legge svedese si parla anche in questi casi di stupro, anche se una fattispecie meno grave, il cosiddetto minor rape. Secondo punto, l’inchiesta è stata aperta e chiusa più volte, dal 2010 al 2019, senza che mai l’autorità giudiziaria si decidesse a rinviare Assange a giudizio oppure a scagionarlo. Terzo ed ultimo punto, le autorità svedesi non hanno mai voluto interrogare l’indagato che si trovava rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador, benché fosse legalmente possibile e lui fosse disponibile a farlo.

Perché?
Dopo una mia battaglia legale, utilizzando il Foia (la più importante legge americana di accesso pubblico all’informazione statale, ndr) siamo stati in grado di rivelare che le autorità inglesi avevano spinto quelle svedesi a non venire in Gran Bretagna per l’interrogatorio, chiedendo che il colloquio fosse compiuto solo dopo l’estradizione. Così, Londra ha dato un contributo cruciale per creare questo limbo giuridico lungo nove anni in cui Assange è rimasto intrappolato fino all’11 aprile 2019, quando l’Ecuador ha revocato l’asilo al giornalista e Scotland yard lo ha potuto arrestare per la violazione del rilascio su cauzione nel 2012 legata proprio all’indagine per stupro. Solo a quel punto, le autorità statunitensi hanno desecretato il loro mandato di arresto, per la violazione dell’Espionage act del 1917. Era ciò che Assange aveva sempre temuto. Nel frattempo, ad Assange era stata appiccicata addosso l’etichetta di stupratore, utile a sottrarre l’empatia e il supporto della opinione pubblica.

In che situazione si trova ora il giornalista australiano?
Vorrei prima di tutto ricordare che il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria dell’Onu ha stabilito che anche Assange ha subito una violazione dei diritti umani di questo tipo. Quando questo organo si esprime sulla Corea del Nord o sulla Cina, tutti lo prendono sul serio, quando invece accusa Svezia e Gran Bretagna no. Dopo il periodo da rifugiato chiuso nella ambasciata ecuadoregna, da oltre mille giorni Assange è recluso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh. Si trova in una situazione di forte isolamento, in condizioni psicologiche e fisiche assai compromesse, tanto è vero che le autorità giudiziarie inglesi in un primo momento avevano negato l’estradizione negli Usa per il rischio che il giornalista potesse suicidarsi. Le perizie mediche sono devastanti, parlano di ripetuti atti di autolesionismo. Ultimamente abbiamo saputo anche che ha avuto un’ischemia transitoria. Ad inizio dicembre, infine, l’Alta corte di Londra ha detto che Assange può essere estradato, dopo che in appello il governo Usa ha promesso che Assange non verrà sottoposto a regime di isolamento estremo, ha offerto “garanzie diplomatiche” a cui però nessuno crede davvero. Amnesty international ha definito le promesse come assolutamente inaffidabili. La battaglia giudiziaria comunque è ancora lunga, la difesa di Assange può ricorrere alla Corte suprema. Nel frattempo, però, il giornalista resta in carcere e la sua vita è appesa ad un filo.

Hai dichiarato che l’unica protezione su cui può contare Assange è l’opinione pubblica. Perché?
Sì, l’opinione pubblica mondiale deve assolutamente mobilitarsi per salvarlo. Non possiamo sperare in una protezione giudiziaria, perché tutto ciò che Assange ha subito sinora è stato compiuto attraverso la legge, la giurisprudenza è stata usata come una spada contro lui e contro Wikileaks. Dobbiamo difendere Assange, non solo tutelare lui, ma anche per salvare il nostro diritto di cittadini di poter guardare agli angoli più bui del potere, in cui i nostri governi compiono azioni terribili. Perché è questa la differenza tra i regimi e le democrazie. Nei primi se scopri cosa fa il governo in segreto puoi finire ucciso o in prigione a vita, nelle seconde devi poterlo fare senza rischi, sennò dobbiamo parlare di regime.


L’intervista è tratta da Left del 14-20 gennaio 2022

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Battaglia navale

La nave è sempre la Bahri Yanbu, che da anni fa la spola tra Usa, Europa e Arabia Saudita. Lunedì ha fatto scalo al porto di La Spezia e trasportava materiali militari e esplosivi. Una fonte ha raccontato a Il Manifesto: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi da guerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone. Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo. Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati Uniti».

Opal (l’osservatorio permanente sulle armi leggere e sulle politiche di difesa e sicurezza) ci fa sapere che i veicoli provengono dal Canada, spediti dalla General dinamic land systems, specializzata in mezzi militari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia Reale della Monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita. Si tratta di veicoli blindati su gomma Apc (Armoured personal carrier, veicoli per trasporto truppe) modello Lav, fabbricati in Canada nello stabilimento di London, Ontario, dalla General Dynamics Land Systems. Un rapporto di Project Ploughshares e Amnesty International dello scorso agosto documenta che questo tipo di veicoli è stato impiegato nella guerra in Yemen. Conflitto che è iniziato nel marzo del 2015 con l’intervento militare a guida saudita e, secondo l’ufficio delle Nazioni Unite UNDP, ha portato ad oltre 377mila vittime, dirette e indirette, tra cui la metà bambini al di sotto dei cinque anni.

Opal aveva già chiesto alla Prefettura e alla Capitaneria di Porto-Guardia costiera di verificare preventivamente se la nave Bahri Yanbu stia trasportando materiali militari diretti a Paesi sottoposti alle misure di divieto di esportazione. La Legge n. 185 del 1990 (Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), che regolamenta tutta questa materia, ha stabilito una serie di divieti non solo all’esportazione ma anche al transito di materiali militari. Tra questi il divieto all’esportazione e al transito di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato», «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione», «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani» (art. 1.6). L’abbiamo scritto molte volte, vale la pena ripeterlo.

In porto alla Spezia, le operazioni di carico e scarico della nave cargo saudita Bahri Yanbu, arrivata lunedì mattina al Terminal Container Lsct (molo Garibaldi), hanno visto «un ingente dispiegamento di Forze dell’ordine» che avrebbero assistito alle operazioni di carico di una «quarantina di casse di materiali, nello scalo da alcuni giorni, di cui non è stato reso noto né il contenuto né il mittente».

L’Arabia Saudita, nonostante piaccia tanto a qualche nostro senatore, nel 2015 è intervenuta militarmente (e illegittimamente) in Yemen. Contro l’Arabia Saudita ci sono almeno 10 risoluzione dell’Ue per avviare un processo di embargo. Lo Stato italiano, nel gennaio dello scorso anno, a seguito della Risoluzione della Commissione Affari esteri e comunitari, ha deciso di revocare le licenze relative alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti di «bombe d’aereo e missili e loro componentistica che possono essere utilizzate per colpire la popolazione civile in Yemen».

Provate a immaginare quanto sarebbe grave un così ampio dispiegamento di forze dell’ordine in un porto per permettere di infrangere la legge.

Buon giovedì.


Per approfondire, Left del 17-23 dicembre 2021

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Ferrovie e asili nido al Sud, l’ultima beffa del Pnrr

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-04-2021 Roma Politica Camera dei Deputati - Comunicazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi sul Recovery plan Nella foto Daniele Franco, Mario Draghi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 26-04-2021 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Communications by Prime Minister Mario Draghi on the Recovery plan In the pic Daniele Franco, Mario Draghi

Sui giornali di inizio anno è apparsa la notizia che per l’Alta Velocità, «salta la riserva del 40% dei fondi del Pnrr al Sud perché non è “territorializzabile”».
Peccato che è dal luglio scorso, da quando cioè si è scoperto l’inganno semplicemente leggendo il testo presentato dal governo alla Commissione europea, che è risaputo che larga parte degli investimenti previsti del Pnrr non sono territorializzati.
Ricordo che avevamo subito denunciato con forza che in realtà solo 35 miliardi, degli 82 annunciati dal governo, erano effettivamente allocati nel Mezzogiorno, mentre dei restanti 47 miliardi promessi, nel testo ufficiale inviato in Europa, controllando misura per misura, semplicemente non c’è traccia.

La scorsa estate, di fronte alle polemiche sorte la ministra per il Sud, Mara Carfagna, aveva risposto dalle pagine del Mattino che la restante parte degli investimenti non sarebbe andata persa per il Mezzogiorno, ma sarebbe poi stata ripartita attraverso bandi con quote territoriali con monitoraggio. Durante il question time al Senato del 15 luglio, la ministra del Sud aveva poi rafforzato il concetto sino a spingersi a garantire l’introduzione di un “vincolo di destinazione territoriale” utile ad evitare il pericolo di una sensibile riduzione degli investimenti previsti nel Mezzogiorno.
Ora come allora ripetiamo che questo aspetto sarebbe stato meglio scriverlo subito nel Piano, visto che su molti bandi allora come oggi non c’era e non c’è alcuna quota minima territoriale e comunque, se mai sarà attivato questo vincolo, cosa che ad oggi con tutta evidenza per l’AV non c’è, i fondi arriveranno solo se gli aiuti forniti a chi non ne ha bisogno finiscono.

Ricapitolando: secondo le indicazioni della Commissione europea (pag.8 e 9 del regolamento) l’Italia ha ricevuto la quota di fondi del Pnnr più alta di tutti i Paesi d’Europa (191,5 miliardi di euro) soprattutto per risolvere la situazione drammatica (maggiore disoccupazione e Pil inferiore) del Mezzogiorno. Al Sud quindi seguendo tali parametri doveva andare il 65% del Pnrr, il governo ha retrocesso a suo insindacabile giudizio con un tratto di penna questa quota al 40% (pag. 37 Pnrr), ma anche questa rischia di rimanere sulla carta senza target territoriali riducendosi così ulteriormente al 16%, così come scritto nero su bianco nel Piano inviato in Europa. Purtroppo senza un supporto alle amministrazioni con minore capacità progettuale soprattutto per scarsità di personale visti i continui tagli imposti da Roma negli anni precedenti in nome della spending review che discende dall’Europa, le amministrazioni del Sud, che su questo non hanno colpe, rischiano di andare seriamente in difficoltà e non riuscire a rispettare i tempi richiesti (2026) per cui questa quota del 16% potrebbe diminuire ulteriormente, come sempre a favore di territori più ricchi come la Lombardia dove, non a caso, i sindaci Sala e Gori già si sono fatti avanti pochi giorni fa pronti ad intercettare anche quel 16% di fondi solo teoricamente destinati al Sud, ovviamente al fine di non perderli a livello nazionale totale.

Come se tutto questo non bastasse nei provvedimenti attuativi riguardanti i finanziamenti di 2,4 miliardi di euro per gli asili nido dello scorso 30 novembre, invece di correggere il bando di pochi mesi fa che già aveva suscitato proteste, visto che finanziava chi più aveva e cioè Milano, Torino, Bolzano a danno di chi non ha nulla come Venafro, non solo non riequilibra nulla, ma nel tentativo di rendere la predazione meno evidente sposta al 2035 in base ai dati Istat, che fotografano solo la proiezione dell’attuale situazione senza interventi, nascite e residenze future di 50.000 bambini del Sud al Nord, in base ad una ipotetica futura emigrazione interna. Per cui i finanziamenti del Pnrr non sono modulati in base alla situazione di oggi, ma in base all’ipotetica situazione nel 2035. Così da poter anticipare i fondi per nuovi asili al Nord subito, comunque entro il 2026, per rientrare fra quelli del Pnrr.

Di conseguenza si evince che il problema degli asili al Sud non si risolverà nemmeno questa volta, mentre il governo prevede e certifica, scritto nero su bianco, che l’emigrazione interna continuerà, dato che con tutta evidenza sa benissimo che nulla farà per riequilibrare le differenze territoriali come l’Europa aveva richiesto per i fondi del Pnrr, ed anzi già prevede che l’emigrazione con l’Autonomia differenziata, che evidentemente avrà il via libera, risulterà addirittura maggiore dell’attuale, dando così implicitamente ragione ai dubbi e timori che solleviamo da anni sull’argomento, e che il Sud sarà sempre più desertificato, mentre l’Europa, a questo punto silente e complice, resterà a guardare.
Da un punto di vista costituzionale non sembra proprio accettabile un governo che con ben 13 anni di anticipo destini risorse a favore di un solo territorio e nei fatti programmi l’emigrazione interna, ma a questo punto forse sarebbe più corretto parlare di “deportazione programmata”, di decine di migliaia di cittadini, dal Sud al Nord del Paese, invece di operare per risolvere le disparità territoriali affinchè l’emigrazione nel 2035 non ci sia più o almeno in proporzioni sempre minori e non maggiori come si prevede e quindi vuole.

Il Sud quindi alla fine di questa commedia, gestita dal governo più antimeridionale della storia della Repubblica, ben supportato nell’inganno da politici del Sud evidentemente interessati al mantenimento dello status quo, si ritroverà se va bene e come sempre con un’elemosina, ma i suoi cittadini, o comunque quelli che rimarranno, e qui si evidenzia l’ennesima truffa, al pari di quelli dei territori che avranno la stragrande quota dei fondi si troveranno a dover ripagare con le tasse i debiti contratti dal governo con l’Europa per i prossimi decenni, nella stessa identica percentuale, pur avendo ricevuto poco o nulla.
Se a questo aggiungiamo anche l’Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo e la situazione drammatica in cui versa la democrazia nel nostro Paese è facile capire come la prevista balcanizzazione sia dietro l’angolo, se non si interviene rapidamente per eliminare le sempre più insopportabili differenze ed iniquità territoriali.

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

Nella foto: il ministro dell’Economia Daniele Franco e il presidente del Consiglio alla Camera per le comunicazioni sul Recovery Plan, Roma, 26 aprile 2021

La ripresa? Leggete bene i numeri

Se tendete l’orecchio qui in giro sembra che ci sia ripresa dappertutto. È normale: il governo Draghi ha bisogno di essere confermato dai numeri perché soprattutto dei numeri si interessa e se venisse fuori che i migliori non fanno ripartire nemmeno l’economia (mancando completamente nell’empatia di molti altri aspetti del vivere sociale) il fallimento politico sarebbe difficile da giustificare.

A novembre dell’anno scorso uno dei dati che faceva applaudire commossi i sostenitori del governo era la crescita di 64mila occupati rispetto al mese precedente. Ed è certo una buona notizia. A fare le pulci ai dati Istat però ci si è messo Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione di Vittorio, che vale la pena leggere perché la tecnica della “raffredorizzazione” dei problemi e dello sguaiato applauso è sempre dietro l’angolo. Fammoni, sul sito d’informazione della Cgil Collettiva, nota che «se ampliamo la verifica fra questo trimestre e quello precedente, la crescita degli occupati non solo è complessivamente molto bassa (70 mila unità) ma è determinata esclusivamente dall’aumento degli occupati a termine (89 mila), mentre sia i permanenti che gli indipendenti diminuiscono (rispettivamente di 10 mila e 9 mila). Infine su base annua (novembre 2021-novembre 2020) gli occupati dipendenti crescono di 490 mila unità, di cui il 91,5% a termine, pari a 448 mila».

Se volessimo guardare la situazione in modo ancora più largo si potrebbe notare che «se infatti rispetto a gennaio 2021 l’aumento è rilevante, nel confronto con il periodo immediatamente pre-pandemico (febbraio 2020) il numero di occupati è ancora inferiore di 115 mila unità mentre rispetto a novembre 2019 è sotto di 214 mila unità. Se dunque a novembre si è verificato il ritorno a circa 23 milioni di occupati, l’aumento non è ancora sufficiente a colmare il divario con il periodo pre-pandemico e questo è ulteriormente preoccupante se si considera la qualità del mercato del lavoro nel suo complesso».

I problemi intanto rimangono: «Il tasso di occupazione femminile resta ancora al di sotto del 50% e il numero di inattivi rimane il più alto d’Europa; ma il mercato del lavoro italiano contemporaneamente si precarizza nelle fasce più giovani di età (15-34 anni) e complessivamente invecchia per una forte crescita dei lavoratori con più di 50 anni (+297 mila in un anno), con un continuo arretramento degli occupati nella fascia 35-49 anni che, per la prima volta, sono meno degli ultra cinquantenni».

Continua insomma la precarizzazione di un Paese che nonostante la crescita del Pil e i soldi del Pnrr non riesce a migliorare la qualità dell’occupazione, che altro non è che la qualità della vita delle persone. Ha ragione Fammoni quando scrive che «non è accettabile che le risorse generate dalla crescita e l’utilizzo degli investimenti collegati ai fondi europei provochino queste ricadute sul lavoro ed è, quindi, necessario e urgente che queste scelte siano legate molto di più e in modo più vincolante alla quantità e qualità dell’occupazione. Il lavoro e il salario rappresentano, infatti, un parametro sensibile per la qualità e la durata dello sviluppo futuro che non registra i risultati necessari».

Conviene sempre leggerli bene, i numeri.

Buon mercoledì.

Il dibattito sulla scuola è falso

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 10-01-2022 Roma Conferenza stampa del Presidente del Consiglio Mario Draghi Nella foto Patrizio Bianchi, Mario Draghi, Roberto Speranza Photo Roberto Monaldo / LaPresse 10-01-2022 Rome (Italy) Press conference by the Prime Minister Mario Draghi In the pic Patrizio Bianchi, Mario Draghi, Roberto Speranza

I persecutori di una certa linea di banalizzazione del dibattito, quelli che hanno bisogno di dividere il mondo in fazioni opposte per stare comodi nella semplificazione, hanno imbastito uno scontro che non esiste. È importante dirselo, è importante saperlo per poter serenamente avviare un confronto che non sia combustibile di una parte o dell’altra.

Sono solenni cretini sia quelli che pensano che le persone che lavorano nella scuola siano un plotone di sfaticati che aspirano a un allungamento delle vacanze in nome del virus e lo sono anche quelli che continuano a riproporre la tiritera dei genitori che parcheggiano i figli a scuola per disfarsene come se fossero pacchi. Di solito, provate a notarlo, i cretini dell’una o dell’altra fazione sono le stesse persone che odiano senza decenza e misura i dipendenti pubblici, sono gli stessi che odiano i poveri, sono gli stessi che sanno benissimo come allevare figli se si tratta dei figli degli altri e sono gli stessi che chiedono agli insegnanti, alle madri e perfino ai ragazzi di addossarsi il peso della “missione della propria funzione” perché la sofferenza, si sa, per qualcuno è perfino un valore.

Lo scontro tra chiusuristi e aperturisti (che torna utile alla politica poco seria che ha bisogno di rinfocolare del tifo) non ci interessa. Docenti, studenti e genitori non sono arrabbiati perché le scuole sono aperte ma sono delusi da come sono aperte, dopo tutti questi mesi, con tutta l’esperienza accumulata. In 2 anni non è stato fatto nulla per risolvere il problema degli spazi, non è stato aumentato l’organico, non si è pensato a sistemi di aerazione diversi dal bucolico spalancare le finestre, non si è pensato alla purificazione dell’aria, non si è pensato ai trasporti, non si è pensato alle mascherine che non ci sono in dotazione, non si è pensato a un sistema di tamponi che sia accessibile e che funzioni, non si è pensato ai rilevatori di CO2, non si è pensato a un serio tracciamento.

L’unico reale problema è che nella scuola ci si ritrova a inseguire il virus perché si è deciso di non prevenire. Questa è la domanda che esigeva una risposta ieri in conferenza stampa di Draghi. Di questo si dovrebbe parlare. Non c’è nessuno che esulta per la previsione di 200mila classi in Dad nelle prossime settimane: c’è parecchia incazzatura perché è successo quello che si sapeva che sarebbe successo. Questo è il punto.

A ben vedere non interessa nemmeno sapere se la colpa sia di Conte prima o di Draghi adesso o di entrambi in un concorso di colpa. Anche questa è una diatriba tra tifosi che non migliora la realtà. Siete stati lenti, ce ne facciamo una ragione, ma ora?

Buon martedì.

Nella foto: il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza, 10 gennaio 2022

Bosnia-Erzegovina, la guerra infinita

A member of Bosnian armored forces visits the memorial cemetery in Potocari near Srebrenica, Bosnia, Sunday, July 11, 2021. Bosnia is marking the 26th anniversary of the Srebrenica massacre, the only episode of its 1992-95 fratricidal war that has been declared a genocide by international and national courts. The brutal execution of more than 8,000 Muslim Bosniaks by Bosnian Serb troops is being commemorated by a series of events Sunday. (AP Photo/Darko Bandic)

Non mancava che l’ex presidente Milorad Dodik a scuotere le già fragili fondamenta istituzionali della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (di seguito Rs) acuendo una pericolosa crisi politica nel cuore dei Balcani. Il suo annuncio, da membro della presidenza della Bosnia-Erzegovina, che l’Assemblea nazionale eleggerà giudici e pubblici ministeri nelle zone di propria competenza, è infatti solo l’ultimo segmento di un processo caustico che sta ledendo la stabilità interna ormai da diversi mesi.
Da quando cioè, nella passata primavera, nelle cancellerie e ambasciate europee ha iniziato a circolare un non paper, una sorta di documento ufficioso, presumibilmente prodotto tra la Slovenia e l’Ungheria, nel quale si suggerisce di dirimere la questione bosniaca attraverso la finale sparizione territoriale tra Serbia e Croazia. Premiando così le logiche predatorie dei nazionalisti della Rs e di quelli arroccati nell’Erzegovina sponda cattolica.

La Bosnia ed Erzegovina, lo ricordiamo, è dotata di una presidenza tripartita, composta da esponenti dei tre gruppi etnici maggioritari (musulmano-bosniaco, serbo-bosniaco e croato-bosniaco) le cui relazioni hanno vissuto momenti di particolare difficoltà. Inoltre, a seguito degli Accordi di Dayton del 1995, la Bosnia è divisa in due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH) e la Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska, Rs). Dodik, dopo essere stato per otto anni presidente della Rs, siede appunto nella presidenza della Bosnia in quota serba.

Il non paper è finito sbrigativamente in cavalleria, ma ha certamente prodotto degli elementi su cui riflettere: in primo luogo è stato un termometro con cui le coalizioni nazionaliste locali hanno potuto misurare la fermezza dell’Unione europea rispetto all’integrità nazionale della Rs. Pochi mesi dopo, a luglio, le lotte intestine per una maggiore autonomia politica da parte della Rs hanno avuto una nuova escalation. I rappresentanti del partito di Dodik, l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd), hanno boicottato le elezioni politiche conducendo la nazione in uno stato di paralisi e inasprendo ulteriormente i rapporti con la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH). Pomo della discordia è stato il decreto introdotto dall’ex Alto rappresentante Valentin Inzko che rende perseguibili legalmente i negazionisti del genocidio e dei crimini annessi. I delegati per il popolo serbo di Bosnia hanno dichiarato di voler sospendere i circa 140 decreti legislativi emanati dall’Alto rappresentante durante il suo mandato, lanciando una chiara sfida alla Comunità internazionale.
In ambedue i casi il silenzio della Comunità internazionale, Ue compresa, ha accompagnato l’evolversi delle questioni, relegando a un piano ancillare le sorti di un Paese che trent’anni fa è stato dilaniato da una guerra fratricida e ancora oggi paga socialmente il peso di un processo di metabolizzazione e di riconoscimento reciproco mancato. Un luogo dove la…

L’autore: Andrea Caira è ricercatore e giornalista freelance. Per Mimesis ed. ha pubblicato La resistenza oltre le armi. Sarajevo 1992-1996

In piazza per la pace e contro la divisione
Una manifestazione dal titolo “Salviamo la Bosnia ed Erzegovina” in contemporanea in 11 città europee e nordamericane, tra cui Roma, per protestare pacificamente contro chi vuole la divisione del Paese. Si svolge il 10 gennaio 2022 per promuovere la pace e per una vera riconciliazione senza le quale nessun progresso socioeconomico sarà possibile

A Roma (ore 11 in piazza SS. Apostoli) l’evento è organizzato da: Ass. Bosna u srcu (Bosnia nel cuore) di Roma, Ass. Ljljan di Angolo Terme (Bs), Ass. cult. bosniaca Stecack di Verona, Ass. Bosniaca Behar di Cimisano (Pd), Ass. bosniaci di Trieste, Ass. cult. Bosniaca Biella, Ass. Bosnia Erzegovina Oltre confini di Piacenza


L’articolo prosegue su Left del 7-13 gennaio 2022

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SOMMARIO

Siate onesti, ammettetelo

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 22-12-2021 Roma Conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio Mario Draghi Nella foto Mario Draghi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 22-12-2021 Rome (Italy) End of year press conference by Prime Minister Mario Draghi In the pic Mario Draghi

Sarebbe dignitoso almeno aspettarsi l’ammissione che la frottola delle decisioni “prese solo sulla base di dati scientifici” è un proposito decaduto. Mario Draghi potrebbe comodamente sedersi in sala conferenza stampa questa sera e avere l’onestà intellettuale di dire: «Cari italiani, tra Pil e salute pubblica i poteri che rappresento e quelli che mi hanno promesso la più veloce progressione verticale nella storia della Repubblica con la medaglia del Quirinale mi hanno dato mandato di preferire il primo alla seconda. La storia della politica da sempre è un equilibrio tra denaro e diritti, tra fatturato e salute, è il gioco grande della politica fin dai tempi della rivoluzione industriale e io ho fatto la mia scelta».

Sarebbe duro da accettare, ovvio, ma almeno si avrebbe la sensazione di giocare a carte scoperte, con quella serietà onesta che ci si aspetta da un capo di governo. Del resto basta guardare i numeri del Parlamento per capire che alla maggioranza dispiace più un calo di scontrini nel bar sotto gli uffici piuttosto che un fragile deve pregare che il vaccino sia ancora abbastanza in circolo per non prendersi una botta definitiva con questo “raffreddore” che è stato per qualche settimana un raffreddore e che ora non è più un raffreddore secondo l’Oms e addirittura secondo Bassetti (che del raffreddore è l’alfiere).

Mario Draghi potrebbe anche ammettere che la panzana di un governo impolitico ha mostrato tutte le sue lacune: ogni “governo di tutti” finisce tristemente per essere “il governo di nessuno”. Così accade che ci ritroviamo con quarantene demolite per vaccinati e ex ammalati a contatto con positivi (decisione senza nessun fondamento scientifico visto che da nessuna parte sta scritto che non si contagino e non siano contagiosi), ci ritroviamo con regole per la scuola che addirittura cambiano in base al grado, ci ritroviamo con una vaccinazione obbligatoria dai 50 anni in su per trovare una mediazione tra le proposte dei partiti e ci ritroviamo con un’ammenda che fa ridere.

Sarebbe chiaro che per seguire questa linea la narrazione deve evidentemente trasformare tutto quello che non sia Pil in questioni secondarie a cui dare poco peso (sperando che tutti ci credano) e sarebbe chiaro che Mario Draghi è effettivamente il presidente del Consiglio che molti sognavano perché riesce a fare ciò che gli altri si vergognano di dire per non perdere troppi voti.

Forse si potrebbe anche trovare il coraggio di dire che la politica sotto Draghi, quella che avrebbe dovuto “compattarsi”, ormai stia andando per conto suo con Salvini che non aspetta altro che rompere con il governo mentre è in guerra con i suoi alleati di centrodestra, con il Movimento 5 Stelle che sembra non riuscire a rallentare il suo dissanguamento, con il Pd che ancora si arrabatta per le scorie renziane che infestano i gruppi parlamentari e con Berlusconi che in questo disagio generale riesce addirittura a essere in corsa per il Quirinale.

Ammettetelo. Vi si stima di più.

Buon lunedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi alla conferenza stampa di fine anno, 22 dicembre 2021