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Cpr di Ponte Galeria, come e perché Wissem è morto?

Delle 67.040 persone sbarcate in Italia nel 2021, 15.671 provengono dalla Tunisia, la cui crisi economica e politica non conosce tregua. Dai porti, così vicini a Lampedusa, i migranti arrivano con i propri mezzi, finiscono nelle “navi quarantena” per poi essere o rimpatriati, distribuiti nei centri di accoglienza prefettizi o finire nei Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio). La vicenda di uno di loro, Wissem Ben Abdel Latif, è ancora lontana dall’essere chiusa. Wissem, un ragazzo di 26 anni dal fisico sportivo, era arrivato nei primi giorni di ottobre a Lampedusa e, seguendo la trafila, si era ritrovato nel Cpr romano di Ponte Galeria, in attesa del rimpatrio. 

Da quei giorni in poi le voci divergono: chi parla di stress psichico, chi di violenza subita dagli agenti di sorveglianza, fatto sta che l’ordine di rimpatrio di Wissem, mentre si trovava il 24 novembre all’ospedale Grassi di Ostia, era stato annullato. Invece il 25 è stato trasferito ad un altro ospedale romano, il S. Camillo, nel reparto psichiatrico, e trattenuto in un letto di contenzione. Il 28 novembre, alle 4,30 del mattino è stato trovato morto, per un arresto cardiaco le cui cause non sono state accertate. La famiglia è stata informata del decesso solo il 2 dicembre, l’autopsia eseguita senza neanche avvisare i genitori e, pochi giorni dopo il corpo è stato riportato in Tunisia. Mentre i parenti continuano a chiedere verità e giustizia, alcuni parlamentari, legali ed attivisti esperti in materia immigrazione cercano la risposta ad alcune domande. 

Perché il ragazzo non è stato rilasciato il 24 novembre? Corrisponde al vero che una parte della sua cartella clinica al San Camillo e relativa al monitoraggio della contenzione, sia andata persa? Durante la detenzione nel Cpr Wissem è stato sottoposto, come hanno affermato alcuni suoi connazionali, ad un vero e proprio pestaggio? Ha ricevuto farmaci che non doveva ricevere? Tanto il Cpr quanto l’ospedale si confermano buchi neri quando ci sono morti inspiegabili. La vicenda assume aspetti più inquietanti perché si lega al divieto di accesso che si continua ad applicare in alcuni Centri in cui vige una discrezionalità extra legem. 

Ai parlamentari è possibile entrare in qualsiasi momento invocando il proprio mandato ispettivo. Un tempo tale normativa, che permette loro di farsi accompagnare, valeva solo per gli istituti penitenziari ma con…

Nella foto: sit-in di verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif, Roma, 18 dicembre 2021

Mia A. ad esempio è una giovane insegnante romana inserita nelle graduatorie che servono proprio per le sostituzioni per malattia, maternità o congedo. Per pagare l’affitto e le bollette è costretta a…


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Sì, è un reato

Eric Zemmour, a far-right former TV pundit with multiple hate-speech convictions arrives at the French national TF1 TV studio in Paris, Tuesday, Nov. 30, 2021, after officially entering the race for France's presidency. (AP Photo/Lewis Joly)

Eric Zemmour è il presunto giornalista, che sarebbe più corretto definire banalmente “polemista”, che in Francia si è candidato per l’estrema destra, creando non pochi grattacapi a Marine Le Pen che vede a rischio i suoi voti più estremisti. È uno di quelli che si definisce né di destra né di sinistra (sono quasi tutti di destra quelli che dicono così) e che finge di essere un uomo che arriva dal popolo nonostante alle sue spalle ci sia il miliardario Vincent Bolloré con la sua rete televisiva CNews.

Zemmour usa la solita strategia: sovranismo spinto, nazionalismo che sfocia nella xenofobia, difesa dei confini e la rivendicazione di una “purezza” francese che andrebbe preservata. Non male tra l’altro per un giornalista di origine ebraico-berbero algerina.

Dopo un primo exploit nei sondaggi Zemmour ora sta precipitosamente calando e per provare a recuperare qualche voto non può fare altro che solleticare gli istinti più bassi dei suoi potenziali elettori. Durante una trasmissione televisiva aveva bollato i profughi minori non accompagnati come «ladri», «assassini» e «stupratori». Lo so, sono scene che qui vediamo spesso. Solo che in Francia la legge conta qualcosa e quindi Zemmour è stato condannato a una multa di 10mila euro per istigazione all’odio razziale.

«Non hanno niente da fare qui, sono ladri, sono assassini, sono stupratori, ecco cosa sono; bisogna rimandarli indietro e fare in modo che non vengano», aveva detto Zemmour, che è stato citato in giudizio da una trentina di associazioni che si occupano di diritti civili e di immigrazione. Anche il direttore della rete televisiva CNews, giudicato assieme a Zemmour, dovrà pagare 5mila euro di multa. CNews è un’emittente di estrema destra che spesso è definita la “Fox News” francese.

Zemmour, tanto per fare capire lo spessore del candidato, qualche giorno fa ha proposto di separare gli alunni disabili dagli altri e di creare delle classi solo per loro. Sono parole, modi e espressione che la Storia ci avrebbe dovuto insegnare a riconoscere ma evidentemente in Europa (e qui da noi) funzionano ancora. Poi, per fortuna, c’è la legge.

Qualcuno (come l’avvocato del candidato francese) insiste nel definire queste affermazioni “libertà di espressione” e invece, anche se non se ne convincono, è un reato. A proposito: Zemmour sta anche crollando nei sondaggi. Perché la rabbia, l’odio e il razzismo difficilmente riescono a proporre progetti. Gli idoli dei razzisti rimangono nella storia per le loro rovinose cadute.

Buon martedì.

Scuola e pandemia: il governo, sbagliando, non ha imparato nulla

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 27 Agosto 2020 Roma (Italia) Cronaca : Apertura scuole post covid 19 sostituzione dei vecchi arredi con i nuovi nel rispetto delle normative anti contagio Nella Foto: la scuola Manin Photo Cecilia Fabiano/LaPresse August 27 , 2020 Roma (Italy) News: School opening after covid 19 spread In the pic : the Manin institute

Dopo le vacanze di fine anno con la quarta ondata causata dalla variante Omicron, il mondo della scuola italiana è caduto, come prevedibile, nuovamente nel caos. Da un lato il governo che ha deciso di procedere con il normale svolgimento delle lezioni in presenza anche a fronte di altissimi livelli di contagiosità; dall’altro presidi, sindaci e governatori hanno fatto pressione per posticipare il rientro degli alunni in classe e la reintroduzione della Dad (didattica a distanza) almeno fino a un’inversione di tendenza della curva.

In questa diatriba che sembra utilizzare sempre più l’unità di misura politica piuttosto che quella tecnica (nulla, per es., è stato fatto in questi due anni per mettere in sicurezza la scuola pubblica e garantire agli studenti la possibilità di seguire le lezioni in presenza con continuità), nessuno si è però focalizzato né dal punto di vista della dignità del lavoro né sui rischi per la salute, su chi in questi due anni di pandemia ha sostanzialmente retto il sistema scuola: gli insegnanti precari. Si tratta di centinaia di migliaia di persone che in alcune regioni sono il 40 o il 50% del personale docente e hanno coperto con le supplenze i giorni di malattia dei colleghi permettendo agli studenti di seguire regolarmente le loro lezioni.

Mia A. ad esempio è una giovane insegnante romana inserita nelle graduatorie che servono proprio per le sostituzioni per malattia, maternità o congedo. Per pagare l’affitto e le bollette è costretta a…


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L’epidemia burocratica (tratto da una storia vera)

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 10 Gennaio 2022 Roma (Italia) Cronaca : Super green pass al Bar Nella Foto : Controllo in un bar al centro Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 10 2022 Rome (Italy) News : Super Green Pass ceck in a caffe In The Pic : a bar counter

Mentre fuori infuriava la narrazione dell’ondata Omicron che là fuori è descritta come semplice raffreddore ho preso per la terza volta negli ultimi 2 anni il Covid. Avevo in corpo 2 vaccinazioni, con terza dose booster già prenotata, e avevo già contratto la malattia. Come accade a tutti si raccolgono le informazioni dai media che ci sono intorno e ho avuto la sensazione che questa nuova variante l’avremmo presa tutti, superandola con “qualche starnuto e un po’ di tosse” come ripetono sognanti il fior fiore delle star televisive di quest’epoca.

Ho fatto due tamponi mentre il mio Commissario straordinario generale Figliuolo diceva che un po’ di coda ci avrebbe fatto bene e ci invitava a non drammatizzare quelli che secondo lui sono solo “piccoli disagi”. La somma delle ore di coda per effettuare i due tamponi (un primo negativo e uno positivo pochi giorni dopo) si attesta sulle 10 ore. Non male per i saldi. Ovviamente in coda con febbre alta, stanchezza e problemi di ipertensione e cardiaci. Forte, ‘sto raffreddore, mi sono detto.

Quando la situazione si è aggravata l’unica soluzione era “andare al Pronto Soccorso” (non mi pareva una grande idea) oppure “chiamare un’ambulanza”. Queste sono le istruzioni che ho ricevuto. Ho pensato che probabilmente qualcuno fosse in una situazione peggiore della mia, così ho potuto provare il brivido dell’auto-vigilanza: incrociare le dita e sperare che tutto andasse bene.

Lo scorso giovedì alle 13.07 ho effettuato il tampone che ha sancito la fine della malattia. Meglio: io pensavo che fosse finita la malattia e invece un certificato di guarigione mi è arrivato 2 giorni dopo. Ma non è quello che conta, con il certificato non ne faccio nulla: il tampone negativo mi ha concesso un Green Pass valido 72 ore. Le 72 ore sono scadute ieri alle 13.07. Solo che questo fine settimana avrei potuto lavorare partecipando a una trasmissione televisiva ma non avrei avuto modo di prendere un treno, di prenotare un hotel, di entrare in uno studio televisivo. Ieri ho fatto una gita in famiglia ma senza copertura di Green Pass quindi non potendo entrare ovviamente in nessun locale, mangiando all’aperto e altre cose così, quelle che i No Green Pass riprendono in diretta sui loro social per essere rivoluzionari e che invece io trovo una grande rottura di coglioni.

Dalla guarigione dello scorso giovedì io non posso lavorare e ascolto presunti grandi esperti che mi dicono che il problema per l’economia sono le persone che si ammalano, che non hanno sintomi e fanno finta di stare male, che per divertimento vogliono farsi un tampone e che si inventano scuse per stare a casa.

Alla fine ci diventi, Djokovic, anche se hai voglia di essere in regola. La pandemia burocratica però a differenza della pandemia sanitaria ha delle chiare responsabilità.

Buon lunedì.

Asilo politico a un giornalista, il paradosso messicano

«Julian Assange merita un’opportunità di riscatto. Sono a favore del suo indulto. Chiedo al segretario degli esteri di sollecitare al governo della Gran Bretagna la sua libertà, il Messico gli offre asilo politico». Con queste parole il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, rilancia la figura del Paese latino come terra di rifugio internazionale. Lo aveva già fatto pochi anni fa per il presidente boliviano Evo Morales che, prima di riparare in Argentina, era stato accolto proprio da Obrador, e lo ha ripetuto nei primi giorni del 2022. «Il diritto di asilo è un orgoglio della politica del Messico. Assange non rappresenta nessun pericolo per noi», ha ribadito in conferenza stampa, rivelando poi un particolare inedito. «Prima che terminasse il mandato di Trump, scrissi al presidente Usa chiedendo il perdono per Assange poiché, a fine mandato, i presidenti possono adoperarsi per questo atto. Non ebbi risposta». Non ci sono ancora riscontri sulla sua proposta al governo britannico, ma Obrador ha comunque ricevuto pieno sostegno dall’opinione pubblica messicana che, orgogliosamente, vede il proprio Paese aprire le porte a chi, dopo essere stato rifugiato 7 anni presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, ora, in prigione in Inghilterra, rischia una condanna a 175 anni di carcere se estradato negli Stati Uniti. Il presidente ha quindi ribadito che la disponibilità del Messico a concedere l’asilo politico all’attivista australiano è un «gesto di fratellanza e solidarietà poiché il diritto di asilo è un punto di orgoglio della politica estera messicana». 

All’apertura umanitaria verso chi fa dell’informazione un ideale di vita, corrisponde l’altro lato della medaglia che vede il medesimo Paese indossare la maglia nera in tema di pericolosità per i propri giornalisti. E i numeri nel 2021 sono impietosi. Per la terza volta consecutiva il Messico, assieme all’Afghanistan, è in cima alla lista delle nazioni più letali per i giornalisti con sette professionisti uccisi. Non lo scrivono gli oppositori del presidente messicano, in crescita secondo le ultime elezioni, ma sono i dati di Christophe Deloire dal rapporto annuale di Reporters sans frontières.

Fredy López Arévalo, Manuel González Reyes, Jacinto Romero Flores, Ricardo López Dominguez, Saúl Tijerina Rentería, Gustavo Sánchez Cabrera e Benjamín Morales Hernández fanno parte della triste lista dei 47 giornalisti messicani morti negli… 


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Bohigas architetto sociale

BARCELONA, SPAIN - MAY 15, 2017: Unknown people resting and sunbathing on a city beach in Barcelona on the Mediterranean sea. With view to the modern skyscrapers and blue sky.

«Era un controsenso troppo grande avere il mare e non avere la costa». Questa affermazione che Oriol Bohigas, architetto ed urbanista catalano di fama mondiale scomparso a fine novembre scorso, formulò riferendosi a Barcellona, ben sintetizza la capacità di cogliere l’aspetto umano e concreto dell’arte del costruire la città.
Nato a Barcellona nel 1925, si era laureato in architettura nel 1951 e fin da giovane aveva mostrato profonda attenzione ai temi sociali e manifestato costantemente una particolare libertà di pensiero che negli anni del franchismo gli costò la cattedra di insegnamento universitario, che riprenderà successivamente.

Appena laureato fondò con Josep Maria Martorell (1925-2017) lo studio professionale cui nel 1962 si unì David Mackay (1933-2014) denominato MBM che per oltre sessanta anni ha firmato lavori in Spagna e in tutta Europa.
La sua prima preoccupazione fu di distaccarsi dal clima chiuso e opprimente del franchismo. Nel 1951 fondò il gruppo R che significava Rinnovamento e Rivoluzione. Il suo riferimento fu subito l’architettura italiana particolarmente rappresentata dalla rivista Casabella e dal mondo degli architetti milanesi, in particolare Ernesto Rogers ed Ignazio Gardella. Ma la sua formazione era indiscutibilmente legata all’identità e alle vicende storico politiche della Catalogna con una forte vicinanza al partito socialista.

Nel suo libro Barcelona entre el Pla Cerdà i el barraquisme del 1963 l’idea della responsabilità sociale dell’architetto è esplicita, con una visione del problema della città moderna particolarmente interessante come quando afferma che «la città del Novecento è un’entità creata proprio da questa nuova società, senza storia, che è il proletariato. Questo proletariato presentava un quadro di bisogni che non avevano nulla a che vedere né con le residenze di corte, né con i gruppi agricoli, né con gli ambienti borghesi medievali. La nuova urbanistica ha dovuto realizzare questo nuovo problema e strutturare, quindi, un programma tutto nuovo».
In un unico piano «le esigenze della circolazione, la formazione delle comunità umane, l’economia della produzione comune, i bisogni intellettuali, sportivi, sociali, i centri di intrattenimento», e quindi «le forme architettoniche di un dato periodo storico sono funzione delle sue forme politiche».
Cinque anni dopo la caduta del franchismo, divenuto sindaco di Barcellona Narcís Serra, economista con alle spalle studi internazionali e cultore di architettura, Bohigas venne chiamato a dirigere l’ufficio dell’Urbanistica di Barcellona.
L’impostazione scelta fu quella di privilegiare l’architettura intesa come fatto culturale oltre la semplice quantificazione di soluzioni tecniche, una imagen urbanística da dare alla città.
Tra le scelte più felici vi fu quella di puntare sulla riqualificazione dello spazio pubblico e quindi, invece di concentrare i finanziamenti nel rinnovo di pochi assi urbani, Bohigas divise il budget a disposizione in un centinaio di interventi in…


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Barry A. Brown e Bob Zellner: «La nostra sfida al razzismo Usa»

Son of the South – Il colore della libertà è un film di Barry Alexander Brown, noto montatore dei film di Spike Lee (Do the right thing!, MalcomX, The 25th hour, Inside man), il quale, in questo progetto, copre il ruolo di produttore esecutivo.
Il lavoro trae ispirazione dal libro di memorie del noto attivista Bob Zellner, The wrong side of Murder Creek: A white southerner in the freedom movement (Il lato sbagliato di Murder Creek: un bianco del sud nei movimenti per la libertà, 2008). Zellner ripercorre alcuni eventi fondamentali della giovinezza, quali la formazione umana e politica, il distacco dalla famiglia (il nonno era un seguace del Ku Klux Klan), l’avvicinamento alla causa dei neri, l’adesione ai principi della lotta non violenta, ma anche l’educazione sentimentale. Nel perimetro delle valutazioni estetiche non entriamo, ma la nobiltà del progetto riaccende la luce sul razzismo, sui diritti degli afroamericani, sulle violenze degli agenti di polizia e del governo federale nei confronti dei neri, sulla segregazione economica e razziale a cui sono stati e ancora oggi sono costretti.

Brown, come nasce l’idea di realizzare un film dal testo di Zellner? E in che modo il progetto è connesso al movimento Black lives matter?
L’idea del film è nata quando ho incontrato Bob, 35 anni fa, a New York. A quei tempi, lui mi raccontava storie sul movimento per i diritti civili e sul suo coinvolgimento nel movimento. Erano storie stimolanti, sbalorditive, davvero scioccanti. Ci ho visto un film lì dentro, ma era così grande il tutto che in realtà ci sono voluti altri venti anni per capire come raccontarlo, quale parte della storia riportare, perché si poteva anche dire tutto. Ma sono rimasto colpito da quello che è successo nella primavera e nell’estate del 1961, quando Bob si è trovato di fronte a una scelta: se essere coinvolto o meno nel movimento per i diritti civili. Quell’estate divenne un attivista. Per quanto riguarda il movimento Black lives matter, è ovviamente connesso al movimento per i diritti civili che parte dai primi anni Sessanta fino a oggi. Per certi aspetti sembra quasi un unico movimento, composto da molti episodi e capitoli diversi e, a mio parere, Black lives matter è quello più recente. Questa lotta per l’uguaglianza in America è…


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Bonus psicologo, strumento errato per un obiettivo giusto

Berlin, Germany - November 10, 2009: People walking along the east side gallery, remins of the Berlin wall

La bocciatura da parte della Camera dei deputati dell’emendamento bipartisan sul “bonus psicologo” nell’ultima Legge di Bilancio rappresenta un fatto rilevante dal quale ripartire per poter ottenere le giuste risposte al disagio mentale, in particolare in conseguenza della pandemia.

La norma prevedeva un primo contributo per recarsi da uno psicologo di 150 euro per le persone senza diagnosi di disturbo mentale e senza limiti di reddito, in pratica un “bonus avviamento psicologico” con un fondo di 15 milioni. Un secondo “bonus sostegno psicologico” vincolato in modo progressivo all’Isee, partendo da 400 euro fino a 1600, con un fondo di altri 35 milioni.

I due fondi, pur di entità limitata, avrebbero consentito ad un numero circoscritto di persone di potersi recare per alcune sedute direttamente da uno psicologo/psicoterapeuta privato utilizzando la modalità del voucher. E dopo?

Il “bonus psicologo” rappresenta uno strumento errato per un obiettivo giusto. La salute psichica non si può paragonare ad una automobile o ad un televisore da acquistare. Si tratta di una strada sbagliata che porta, alla fine del percorso, alla logica del mercato.

La salute psichica, al pari della salute fisica, non è una merce ma un diritto garantito dalla nostra Costituzione. Ricorda l’Oms che non c’è salute senza salute mentale. La stessa psicoterapia già rientra nei livelli essenziali di assistenza, e il fatto che ci siano gravi criticità nella sua effettuazione da parte del servizio pubblico non giustifica lo strumento del voucher. Nell’immediato appare una soluzione vincente, ma ad una…

*L’autore: Già segretario nazionale Fp-Cgil Medici, Massimo Cozza è direttore del Dipartimento salute mentale Asl Roma 2


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Vaccini anti Covid. Per non irritare Big pharma, l’Occidente calpesta l’Africa

People wait to be vaccinated by a member of the Western Cape Metro EMS (Emergency Medical Services) at a mobile "Vaxi Taxi" which is an ambulance converted into a mobile COVID-19 vaccination site in Blackheath in Cape Town, South Africa, Tuesday, Dec. 14, 2021. The omicron variant appears to cause less severe disease than previous versions of the coronavirus, and the Pfizer vaccine seems to offer less defense against infection from it but still good protection from hospitalization, according to an analysis of data from South Africa, where the new variant is driving a surge in infections. (AP Photo/Nardus Engelbrecht)

L’Africa vorrebbe produrre da sola i vaccini necessari per affrontare la pandemia. Ma l’Unione europea continua ad opporsi e così facendo non riconosce il diritto alla salute pubblica globale. Limitarsi ad inviare nei Paesi a medio e basso reddito vaccini anti Covid prodotti nei Paesi ricchi, spesso troppo vicini alla scadenza e senza garantire una distribuzione adeguata sul territorio, così come è accaduto sinora, non rappresenta una risposta efficace alla pandemia.

Guardando all’anno appena passato, la politica di distribuzione dei vaccini nel mondo è risultata inappropriata sia sul piano etico che materiale. Gordon Brown, ambasciatore dell’Oms per il finanziamento della salute globale, nonché ex primo ministro britannico ha affermato: «Avere i vaccini disponibili in una metà del mondo, e tuttavia negarli all’altra metà, è uno dei più grandi fallimenti di politica pubblica internazionale che si possano immaginare. Ed è una catastrofe morale di proporzioni storiche che sconvolgerà le generazioni future». Secondo le stime di Brown, nei Paesi ad alto reddito le dosi non utilizzate, entro febbraio, ammonteranno ad un miliardo. Inoltre, ad oggi, molte di quelle inviate restano inutilizzate e vengono buttate dai Paesi destinatari, in quanto è impossibile inocularle entro la data di scadenza. Per questo motivo, alla fine dello scorso anno, secondo un report di Covid-gap (a cura di Duke University e Covid collaborative) metà dei 92 Paesi in via di sviluppo beneficiari del programma Covax avevano utilizzato meno del 75% delle dosi ricevute.

Lo scorso dicembre la Nigeria ha distrutto più di un milione di dosi di AstraZeneca donate, prossime alla data di scadenza. Il governo ha poi annunciato che non accetterà più questo tipo di donazioni, che non tengono conto delle esigenze interne di…


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Transizione ecologica, la partita è ancora aperta

People hold a globe with a message, during a climate demonstration, in Lausanne, Switzerland, Saturday, Nov. 6, 2021. Many people across the world are taking part in protests as the first week of the COP26, UN Climate Summit in Glasgow comes to an end. (Laurent Gillieron/Keystone via AP)

Non bastavano le ansie e le paure seminate dalla pandemia, ad aggiungere incertezza ci ha pensato la Commissione europea che ci ha fatto un pessimo regalo di capodanno: ha deciso che energia nucleare e gas saranno fonti assimilate al sole, al vento e a tutte le vere rinnovabili. Non è uno scherzo né una magia, ma la conclusione della lunga e travagliata disputa sulla tassonomia, il nome incomprensibile scelto per decidere quali debbano essere considerate le fonti energetiche da finanziare perché utili alla transizione ecologica.

Una prima domanda: state decidendo la strategia per fermare il cambiamento climatico senza coinvolgere o almeno informare le popolazioni? Dove sono finiti i titoloni dei grandi giornali sulla fine della terra durante il vertice di Glasgow, sostituiti ora da distratti trafiletti sulle scelte utili per scongiurarla? Già averle chiamate “Tassonomia” è escludente.

Mi chiedo come si possa pensare di realizzare, da qui al 2050, una trasformazione ecologica della società europea che ci protegga dal caos climatico con i popoli che dovrebbero realizzarla completamente all’oscuro di ciò che questo comporta?

Forse si pensa che saranno le tecnologie e le continue innovazioni che le caratterizzano a realizzare una…


L’articolo prosegue su Left del 14-20 gennaio 2022 nello SPECIALE AMBIENTE

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