Home Blog Pagina 358

Noreena Hertz: La fabbrica della solitudine

Aerial view and top view with blur man with smartphone is walking in business area with pedestrian street and red and yellow block walkway

In questi mesi, abbiamo imparato a convivere con una strana compagna, la solitudine. La pandemia ci ha costretti a isolarci fisicamente da chi ci circonda, a intuire nell’altro una minaccia. Ci ha obbligati a fare i conti con il tempo, così radicalmente mutato; e, rinchiusi in casa, a condividere spazi ristretti, senza che questo riducesse il nostro senso di solitudine, anzi. Noreena Hertz, economista e direttrice del Centre for international business and management dell’Università di Cambridge, avverte nel suo Il secolo della solitudine (il Saggiatore): la pandemia ha potenziato una solitudine che, tuttavia, ha radici ben più profonde e più remote. Soprattutto, con la pandemia ci siamo resi conto che «la solitudine non è solo un problema individuale, ma anche una questione sociale, politica, economica». La solitudine non è la sola disconnessione da coloro con cui dovremmo sentirci intimi: essa «riguarda anche il non sentirsi sostenuti e curati dai nostri concittadini, dai nostri datori di lavoro, dalla comunità, e soffrire l’esclusione politica ed economica da parte delle istituzioni».

Noreena Hertz, viviamo in una società in cui la tecnologia ci permette di connetterci con ogni parte del mondo. Perché il digitale non mantiene ciò che promette, ma provoca l’atrofia delle competenze relazionali?
Ci sono tre modi diversi in cui le tecnologie ci stanno rendendo meno connessi. Il primo è quello dei social media, venduti come un modo per socializzare mentre la realtà rivela l’opposto. Le nostre interazioni sui social media sono meno profonde, meno empatiche. I social media sono dei fast-food della relazione, dove ci si strafoga senza che questo generi un vero benessere. Queste piattaforme poi sono esplicitamente progettate per creare dipendenza, per indebolire le interazioni faccia a faccia. Inoltre, i social media spesso fungono da vettori di esclusione: ho intervistato molti adolescenti per il mio libro, raccogliendo storie di emarginazione attraverso i social network o casi in cui l’adolescente si sentiva non corrisposto perché nessuno apprezzava i suoi post. Certo, i bambini hanno sempre sofferto casi di emarginazione. Ma oggi questa esclusione è pubblica, il dolore perseguita fin dentro il quotidiano. La solitudine va dalla sensazione che chiunque sia più popolare di noi e abbia una vita migliore della nostra, al vero e proprio abuso.

Quali sono le altre forme di tecnologia che ci rendono soli?
Ci sono altre due forme di tecnologia che stanno giocando un ruolo nella nostra vita solitaria. Innanzitutto le…


L’intervista prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Prima che sia troppo tardi

In this image, a relieved little African girl is looked after by the vaccination staff after she has received her first Covid shot

Non si sa se è una donna o un uomo, né se è un giovane o un anziano, oppure un medico o una persona con elevata fragilità. Sappiamo solamente che si tratta di un cittadino del Rwanda colei o colui il quale ha ricevuto (o sta per ricevere) la miliardesima dose di vaccino anti-covid distribuita nell’ambito del progetto Covax coordinato dalle Nazioni Unite e nato con l’obiettivo di immunizzare nel più breve tempo possibile le popolazioni dei Paesi a medio e basso reddito.

Il 15 gennaio scorso la “miliardesima dose” è atterrata insieme a un carico di 1,1 mln di fiale all’aeroporto di Kigali rappresentando una pietra miliare della più grande operazione di approvvigionamento e fornitura di vaccini della storia che ha coinvolto in un anno 144 Paesi di tutti i continenti. Fin qui la buona notizia. Quella che introduce uno scenario meno esaltante è che il programma Covax ha compiuto un deciso salto in avanti in termini di numero di somministrazioni solo nelle ultime settimane: a dicembre infatti sono state il doppio rispetto al mese precedente ma non è sufficiente per guardare il futuro con ottimismo. Al 13 gennaio scorso, su 194 Paesi membri aderenti all’Oms, 36 non sono ancora arrivati a vaccinare nemmeno il 10% della popolazione e altri 88 sono sotto la quota del 40%. Per fare un esempio, nel solo continente africano oltre l’85% delle persone deve ancora ricevere la prima dose. E a livello globale il 49% della popolazione mondiale non ha ricevuto nemmeno una dose. Siamo insomma molto lontani dal traguardo fissato in ottobre dall’Organizzazione mondiale della sanità di vaccinare contro il Covid il 70% della popolazione di ogni Paese entro la metà del 2022.

Le ambizioni di Covax sono state compromesse fin qui da molteplici fattori. L’accendersi di focolai nei Paesi poveri ha portato al blocco delle frontiere e di conseguenza dell’approvvigionamento di dosi; contestualmente c’è stata (e prosegue senza sosta) la corsa all’accaparramento di vaccini e all’accumulo di scorte nei Paesi ricchi (dove le somministrazioni sono state circa 7 miliardi, considerando le quattro dosi). E pesa la mancanza di volontà di condividere licenze, tecnologia e know-how da parte delle grandi farmaceutiche produttrici dei vaccini approvati, impedendo che la capacità di produzione di almeno 120 aziende presenti in Asia, Africa e America latina fosse sfruttata. Secondo un studio pubblicato il 10 dicembre da Medici senza frontiere e Imperial college di Londra tante sono le farmaceutiche in grado di produrre i miliardi di dosi di vaccino necessari per contrastare la diffusione del Covid nei Paesi poveri e ridurre il rischio di nuove varianti che come abbiamo visto anche con la Omicron arrivano velocemente ovunque.

Msf e gli esperti dell’Imperial college sono convinti che queste 120 aziende possano ottenere fino a 8 miliardi di dosi di vaccino mRna in un anno se fossero temporaneamente sospese le licenze e condiviso il know how tecnologico come ormai da oltre un anno richiedono presso l’Organizzazione mondiale del commercio oltre 100 Paesi guidati da India e Sudafrica. «Di fatto – ha detto nei giorni scorsi la direttrice del programma di salute globale di Society for international development Nicoletta Dentico in un intervento radiofonico su Radio3 a Tutta la città ne parla – se si fosse liberalizzata la proprietà intellettuale sarebbe stata decentrata la produzione di tutto ciò che serve contro il Covid». C’è un precedente che riguarda la moratoria sulle licenze: quella concessa per produrre il vaccino contro il vaiolo, tuttavia questa fondamentale decisione trova la ferma opposizione, tra gli altri, dell’Unione europea, e come abbiamo raccontato su Left doveva essere discussa a fine 2021 ma è stata rimandata a marzo prossimo. Nel frattempo la variante Omicron corre ed è segnalata dall’Oms in 142 Paesi di cui 36 africani dove in breve è diventata il tipo dominante.

La sospensione delle licenze risolverebbe anche un altro problema che rallenta l’immunizzazione globale, cioè anche quella di Paesi ricchi come l’Italia. Più volte abbiamo sentito in questi mesi pomposi annunci di donazione di milioni di dosi di vaccino da parte delle grandi economie al programma Covax. Ebbene, spesso è stato scoperto che i lotti donati contengono solo fiale prossime alla scadenza. Disfarsi di dosi…


L’inchiesta prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Chi soffia sopra il fuoco dei no vax

«Lo avete fatto perché convinti o perché costretti, ma qualcosa non è andata per il verso giusto. Lo avete denunciato, ma non vi hanno ascoltato o non vi hanno dato soddisfazione. Raccontate la vostra storia, solo e soltanto i fatti. Nessuna considerazione sul fatto che sia meglio farlo o non farlo. Non perché non ci interessi la vostra opinione, ma perché il Grande Fratello ha fissato le sue regole».
Questa frase è l’incipit che possiamo leggere nelle informazioni di un gruppo Facebook italiano dal nome altisonante: Danni collaterali. Qui dentro ogni giorno, sfidando il giro di vite che Metaverse di Zuckerberg ha imposto contro il proliferare delle fake news a tema Covid, si raccolgono decine e decine di post che sviluppano centinaia di commenti, condivisioni e reazioni da parte degli utenti. Tutti trattano dello stesso argomento, cioè la paura o la convinzione di reazioni avverse riscontrate dopo la somministrazione di uno dei vaccini contro il virus Sars-Cov-2 e l’intento di inviare una segnalazione di massa all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa).

«Dopo la seconda dose del siero, (una mia amica) ha avuto grandi problemi alla schiena, inizialmente come se avesse la colonna verticale in fiamme, poi, dopo esami di vario tipo le è stata diagnosticata una rettilineizzazione della cervicale».
Così scrive un utente preoccupato per la sua salute di un’amica che non utilizza Facebook. La rettilineizzazione delle vertebre cervicali in termini non medici è la diminuzione della normale curvatura della colonna vertebrale, una patologia difficilmente associabile, anche solo per senso comune, ad una reazione avversa ad un vaccino. Qualcuno nella discussione prova anche a farlo notare nei commenti ma viene subito attaccato dai più “estremisti”. Altri azzardano diagnosi e consulenze di vario tipo come l’utente Nino: «Va da sé che il vaccino ha potuto innescare un’infiammazione dei nervi della colonna vertebrale. Si potrebbe ipotizzare per il fatto che la Spike secondo alcuni studiosi è una neurotossina».
Internet oramai ha sostituito impropriamente e pericolosamente ospedali, studi medici e farmacie. Il cellulare e il computer sono diventati da anni la sede dove gli italiani ottengono consulti medici, cercano informazioni e rassicurazioni sulla propria salute e dove addirittura spesso possono comprare farmaci senza la ricetta del medico. Uno studio condotto nel 2019 dalla società di consulenza Bain con la collaborazione di Google lo certifica, ponendo il nostro Paese al quarto posto nel mondo come ricerche a tema medico.

Una tendenza globale così costante da aver creato un termine apposito per descriverla: dottor Google. Ma se cercare informazioni in siti non certificati e senza avere le competenze mediche per comprendere a pieno le informazioni ricevute può essere pericoloso per la propria salute, in questo gruppo gli incitamenti a non vaccinarsi e le proposte di cure alternative da parte di semplici utenti sono continui, recando un serio rischio per la salute di chi lo frequenta. Alla domanda preoccupata di Maria che dopo essere risultata positiva ad un tampone ha chiesto cosa fare, a decine si sono prodigati in consigli senza dichiararsi medici o avere titoli di studio adeguati. Fra i tanti spicca Giovanni: «Per la malattia Covid so che danno Brufen due volte al giorno, vitamina C e vitamina D e se sopraggiunge la febbre (anche con antinfiammatorio) aggiungono Zitromax per 6 giorni».
Il gruppo Danni collaterali, a cinque mesi dalla sua creazione, contiene al suo interno…


L’inchiesta prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Aeroporto Firenze Peretola, amara storia di una querela

Aeroporto di Firenze - Florence Airport. Italy.

Il 26 gennaio il Tribunale di Pisa dovrà pronunciarsi sul ricorso contro la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura della Repubblica, in merito alla querela presentata dall’amministratore delegato della Toscana Aeroporti S.p.a., Roberto Naldi, che è anche presidente della Corporacion America Italia S.p.a., nei confronti di diverse persone, fra cui un consigliere comunale di Pisa (Francesco Auletta) e il portavoce di Firenze Città Aperta, Massimo Torelli per le opinioni espresse sulla vicenda dell’aeroporto di Firenze.
Si aggiunge anche un consigliere regionale di Fratelli d’Italia, che però appartiene a un’area politica (il centrodestra toscano) che ha posizioni tutt’altro che chiare sui progetti del nuovo aeroporto a Firenze (bloccati dal Tar per problemi sulla valutazione di impatto ambientale e quindi azzerati con la sinistra “di opposizione” che è l’unica che si oppone sempre chiaramente a questa visione di sviluppo).

Ci domandiamo allora se lo strumento della querela contro delle dichiarazioni politiche (e tali confermate dalla valutazione dal Procuratore della Repubblica) non sia soltanto strumentale, confidando nella nostra limitata capacità pecuniaria.

Dal 2018, Toscana Aeroporti annuncia infatti ripetutamente iniziative da parte dei suoi avvocati contro le nostre posizioni politiche, dentro e fuori i consigli comunali, contro la realizzazione di un’opera che riteniamo devastante, come la nuova pista aeroportuale di Firenze lungo l’autostrada, contro l’esternalizzazione dei servizi e la svendita dell’Handling.

Ancora una volta lo scontro è tra gli interessi privati di una multinazionale e quelli collettivi, questo è quello che pensiamo. Una multinazionale che evidentemente non tollera il legittimo diritto di critica che ogni cittadino, singolo o associato, ha per Costituzione, come pure le prerogative dei consiglieri eletti dalle comunità locali, tra cui anche le funzioni di controllo che i nostri rappresentanti eletti svolgono quotidianamente su una società che è partecipata anche da enti pubblici, come il Comune di Pisa e la Regione Toscana.

Ma riepiloghiamo. Era il dicembre 2020, quando il Consiglio comunale di Pisa (un comune guidato dalla Lega) approvava all’unanimità una mozione, del consigliere Auletta, in cui chiedeva di non costruire una nuova pista a Firenze.

L’amministratore delegato della società aeroporti, ha quindi fatto dichiarazioni pubbliche in cui ha affermato di non voler più avere niente a che fare con un’istituzione della nostra Repubblica, quale il Consiglio comunale di Pisa.

Pochi giorni dopo viene presentata la denuncia «contro commenti apparsi su facebook» e per l’amministratore delegato scrivere in un comunicato di «smetterla di brandire il ricatto occupazionale per giustificare il proprio modello di sviluppo» è diffamazione.

Anche a noi sono state annunciate querele per le nostre posizioni, che si possono ritenere sbagliate, ma che sono pienamente legittime e contenute anche nei programmi elettorali che abbiamo pubblicato da anni ormai.

I comitati dei rioni “sorvolati” di Firenze – per la cui salute si dice che servirebbe una nuova infrastruttura – sollevano da anni dubbi su quanto avviene oggi, dato che un decreto ministeriale imponeva alla società dell’aeroporto ridimensionamenti e prescrizioni.

Le lavoratrici e i lavoratori di Toscana Aeroporti – per la cui tenuta dei livelli occupazionali e salariali si dice che servirebbe una nuova infrastruttura – sono oggetto di un processo di esternalizzazione nel comparto dell’Handling, con una costante mobilitazione del sindacalismo confederale e di base.

Su questo i consigli comunali di Pisa e Firenze, come pure il Consiglio regionale della Toscana, hanno chiesto in modo chiaro un impegno da parte dell’azienda: dare garanzie prima di ricevere dieci milioni di contributi pubblici straordinari che sono stati previsti nel 2021.

I comitati per la difesa dell’ambiente chiedono che venga realizzato il progettato Parco della Piana, ritenendolo incompatibile con un nuovo aeroporto a Firenze.

Le organizzazioni studentesche e sindacali del mondo dell’università chiedono che sia garantito il futuro e lo sviluppo del Polo scientifico a Sesto Fiorentino, che si teme sarebbero compromessi dall’allargamento del confinante aeroporto fiorentino.

Abbiamo valide ragioni per essere ancora convinte e convinti delle nostre posizioni.

Quindi tutte motivate posizioni, che si accompagnano alle nostre posizioni politiche, ma su cui pare non ci si possa confrontare democraticamente, allorché la risposta sono le querele.

Come se non fosse legittimo pensare e dire che l’attuale modello di sviluppo compromette il futuro del pianeta e del territorio.
Come se le associazioni ambientaliste e le piazze dei Fridays for future non possano ritenere che volare di più non ci aiuterà nel contrastare i cambiamenti climatici.
Come se una legittima posizione politica, anche personale, di chiunque, non possa essere legittimamente espressa se non sia compatibile con i piani industriali di un’azienda?

Intanto il Consiglio comunale di Pisa si è già espresso, con tutti i suoi gruppi politici, di destra, di centro e di sinistra, in solidarietà con le persone querelate, chiedendo il ritiro della denuncia.
Ma la controparte ha risposto a mezzo stampa che lo potrebbe fare solo in caso di pubbliche scuse.

Ci domandiamo però “scusarsi per cosa?”.

Ci domandiamo se valga più il dibattito democratico delle popolazioni direttamente interessate o l’immagine delle quotazioni in borsa di Corporacion America Airport e Mataar Holdings (quest’ultima controllata da Investment corporation Dubai)?

Ci domandiamo se la sproporzione economica tra chi si può permettere lunghi processi, anche perdendoli, e chi svolge una funzione pubblica, come i consiglieri, sia talmente ingiusta da richiedere una presa di posizione chiara da tutti i livelli delle istituzioni, in Toscana come in tutta Italia.

Ci domandiamo perché la commissione consiliare competente del Comune di Firenze (con i voti del Pd e l’astensione del M5s) abbia bocciato una mozione in cui si chiedeva di ritirare l’appello contro l’archiviazione.

Intanto, per far sentire ancora la nostra voce, sabato 22 gennaio facciamo una conferenza stampa davanti all’aeroporto di Peretola, democraticamente e legittimamente.

Gli autori: Antonella Bundu e Dmitrij Palagi sono consiglieri comunali di Sinistra Progetto comune a Firenze

Ve lo ricordate l’Afghanistan?

Vi ricordate tutte le belle parole sull’Afghanistan quando arrivarono i talebani e quando tutto il mondo si dichiarava pronto ad accogliere le persone in difficoltà, persino i più ostici sovranisti? Per sapere cosa stia facendo l’Italia si può leggere l’ordinanza del Tribunale di Roma che già il 21 dicembre ha sancito il diritto di entrare in Italia per proteggersi dal rischio di diritti umani gravemente compromessi. ll caso riguarda due afghani che erano giornalisti sotto il precedente governo in Afghanistan e impegnati in varie attività culturali.

L’Associazione italiana per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha scritto un comunicato durissimo: «Nonostante la chiarezza dell’ordinanza, la Farnesina sta opponendo una strenua quanto inaccettabile resistenza, proponendo dapprima ai ricorrenti di entrare a far parte dei corridoi umanitari (che ancora devono essere attivati e dunque attendendo mesi se non anni!) e poi di dimostrare con idonea documentazione il percorso di accoglienza e integrazione in Italia con adeguata copertura finanziaria», ha affermato l’Asgi. Le richieste sono inaccettabili perché «fingono di ignorare non solo che già una cittadina italiana ha offerto la propria disponibilità ad ospitare i due giovani afghani, ma anche che ogni richiedente asilo, nel momento in cui diventa tale, ha diritto all’accoglienza pubblica se privo di risorse proprie ed è un obbligo dello Stato renderlo effettivo».

Il Tribunale di Roma ha accolto poi lo scorso 14 gennaio il nuovo ricorso dei due riconoscendo che la Farnesina aveva tentato di eludere il suo precedente provvedimento. In sostanza un tribunale riconosce che un Ministero non rispetta la legge. Tutto questo accade nei confronti degli afghani che il governo si prometteva di “salvare”.

L’associazione ha affermato che «i giovani afgani hanno subito chiesto ancora una volta al tribunale di Roma di sapere esattamente come sarebbe stata attuata l’ordinanza di dicembre [e] il 14 gennaio 2022 il tribunale ha ritenuto che il ministero avesse tenuto un comportamento elusivo dell’ordinanza giudiziaria e ordinato il rilascio di visti umanitari entro dieci giorni». L’Asgi sottolinea anche come i due afgani potevano beneficiare del visto italiano «esclusivamente sulla base di ragioni umanitarie o obblighi internazionali [che] non possono essere collegati a condizioni aggiuntive». L’associazione sostiene infine che «con tale decisione [del tribunale] viene di fatto respinto il tentativo del ministero di imporre una privatizzazione dell’accoglienza di chi fa ingresso in Italia con visti per motivi umanitari accollandola interamente sui privati, nonostante tale accoglienza sia un obbligo per lo Stato in forza di precise disposizioni europee, che la finanziano»

Insomma, ve lo ricordate l’Afghanistan?

Buon venerdì.

In foto, persone accalcate all’esterno di un ufficio passaporti del governo afghano a Kabul


Per approfondire, Left del 24 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La resa

È ormai chiaro che nella gestione dell’emergenza sanitaria operata dal governo Draghi c’è un prima e un dopo. Lo spartiacque temporale coincide con l’arrivo in Italia della variante Omicron. Se infatti nei suoi primi dieci mesi di attività l’esecutivo “dei migliori” ha mostrato di saper lavorare con discreta efficienza sul fronte delle vaccinazioni, rendendo l’Italia uno dei Paesi europei maggiormente immunizzati (non il migliore, come incautamente dichiarato dalla viceministra Bellanova a fine 2021), ad inizio dello scorso dicembre le cose hanno preso una piega del tutto diversa. Di fronte al primo vero banco di prova pandemico del governo, ossia la quarta ondata di Covid segnata dalla diffusione di un ceppo del virus molto più contagioso del precedente, l’ex banchiere della Bce e i suoi ministri hanno sacrificato la salute dei cittadini sull’altare dell’economia, evitando di adottare le adeguate contromisure per proteggere la popolazione.

Una Caporetto sanitaria
Consideriamo innanzitutto alcuni dati. In un mese in Italia abbiamo contato circa 5mila decessi di positivi al Covid. Non stiamo parlando solamente di “no vax”. Senza dubbio – è bene ribadirlo – l’efficacia dei vaccini nel prevenire la malattia severa è altissima: parliamo del 98% per i vaccinati con dose booster, del 95% per gli immunizzati con ciclo completo da meno di 90 giorni, del 93% per chi ha ricevuto l’iniezione tra 91 e 120 giorni fa, dell’89% per chi l’ha ricevuta da oltre 120 giorni (secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità). Ancora più elevata poi è la protezione rispetto al decesso. Per questo i vaccini restano lo scudo più solido contro il virus. Ma – anche questo va ricordato – una quota non trascurabile di morti ha riguardato persone vaccinate, magari fragili e con comorbidità. E non per forza stiamo parlando di anziani o di malati terminali. Per farci un’idea, su un totale di 3.141 morti positivi al Covid nel periodo tra il 19 novembre 2021 e il 19 dicembre 2021 (l’ultimo intervallo temporale per cui l’Iss ha divulgato dati disaggregati di questo tipo), 1.443 erano non vaccinati, a fronte di 1.698 vaccinati. Ora, occorre evidenziare due fatti. Primo, dobbiamo fare attenzione a non essere ingannati dai valori assoluti, e tenere sempre a mente l’assai diversa incidenza di malattia e decessi tra gli immunizzati e i non immunizzati.

Nell’ultimo mese preso in esame dall’Iss, tra i vaccinati con booster l’incidenza di ospedalizzazioni, ricoveri in terapia intensiva e decessi è rispettivamente di 13,4, 0,7 e 1,4 casi su 100mila. Mentre se si guarda alla platea dei non vaccinati, l’incidenza sale a 202,3, 26,7 e 42,4 casi. Secondo, i dati assoluti delle morti che abbiamo citato sono relativi ad un periodo in cui la variante maggiormente diffusa in Italia era la Delta, che secondo gli ultimi studi causerebbe più spesso una patologia seria rispetto ad Omicron, e in cui il tasso di somministrazione delle terze dosi era inferiore. La proporzione tra decessi di vaccinati e non vaccinati potrebbe dunque essere variata nelle scorse settimane. Ciò nonostante, in base a queste cifre possiamo ragionevolmente supporre che anche nell’ultimo mese una porzione di coloro che ha perso la vita a causa del Covid fosse vaccinata.

Inoltre, i problemi per tutti i cittadini, “sì” e “no vax”, non si limitano alle conseguenze “dirette” del Covid. Gli ospedali, infatti, sono in sovraccarico. Migliaia di interventi chirurgici, in particolare quelli più delicati, sono stati rimandati a causa della ridotta disponibilità delle terapie intensive. La cosiddetta sanità territoriale è in affanno e i medici di medicina generale faticano a occuparsi delle patologie non Covid. Parte del personale sanitario, soprattutto quello in prima linea nella lotta al virus, è letteralmente allo stremo. La sanità, insomma, non riesce a fornire le prestazioni di cui i cittadini necessiterebbero. Le reali conseguenze di questo diritto negato sulla pelle delle persone le vedremo nei prossimi mesi e anni.
Ora, davvero…

*In apertura, illustrazione di Chiara Melchionna per Left


L’inchiesta prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Polvere sotto il tappeto

Il coronavirus «sta diventando endemico», «ormai si può trattare come un’influenza», «la variante Omicron è contagiosa ma non è pericolosa». Tv e media mainstream propalano sempre più «narrazioni distorte e ottimistiche» che non sono basate su dati epidemiologici né su evidenze scientifiche.
La realtà dice ben altro: solo nell’ultimo mese sono morte 5mila persone in Italia a causa del Covid. I bollettini quotidiani (che alcune Regioni chiedono di abolire) riportano dati agghiaccianti, con punte anche di oltre 400 morti al giorno. Mesi fa Draghi parlò di «rischio calcolato». Ma gli effetti di anteporre le ragioni dell’economia a quelle della salute, nell’affrontare l’ondata Omicron, sono stati drammatici. Sono gli stessi operatori sanitari a denunciare: terapie intensive in affanno, pressione sugli ospedali, medici di base, infermieri, personale ospedaliero che dopo due anni di pandemia fanno ancora turni massacranti e si trovano alle prese con no vax che rifiutano il vaccino e le terapie e che li boicottano.

Se siamo in questa situazione è colpa dei no vax ha sostanzialmente detto Draghi nella conferenza stampa del 10 gennaio scorso. Ma se il presidente del Consiglio pensa questo perché allora il suo governo non si è assunto la responsabilità politica di imporre per legge un obbligo vaccinale generalizzato, dacché la Costituzione lo consente? Perché tardivamente si è posta la questione dell’obbligo e solo agli over 50? Perché non si è incentivata la campagna di vaccinazione dei bambini fra 5 e 11 anni, che procede ancora a rilento? Perché non sono state fatte massicce campagne di informazione anche attraverso i pediatri per convincere i genitori esitanti? Andando a studiare i dati, in particolare quelli dell’ultimo mese, come ha fatto puntualmente il collega Leonardo Filippi nell’inchiesta che apre questa storia di copertina, si deduce che molte delle persone morte di Covid in questi giorni si erano infettate durante le feste di fine anno.

In nome dello shopping natalizio e delle tavolate senza limiti al numero di persone il governo ha lasciato che il virus corresse. Lo ha fatto anche “liberalizzando” le quarantene e riportando le persone a lavorare in ufficio, come se la strada dell’uscita della pandemia fosse tutta in discesa. È vero, per fortuna ora abbiamo i vaccini, ma ci sono ancora ampie fasce della popolazione che non sono vaccinate. A questo proposito la commissaria europea alla salute Stella Kyriakides, intervistata da Marco Bresolin per La Stampa il 17 gennaio ha detto che il quadro europeo è preoccupante: «è troppo presto per trattare il Covid come endemico». Non solo in Italia sta aumentando la pressione sugli ospedali e c’è il rischio di nuove varianti, dal momento che la gran parte dei Paesi a basso e medio reddito non sono stati messi in condizione di vaccinare la propria popolazione. E se i cittadini africani e di altri Paesi sono “no vax” loro malgrado, non per scelta, ma perché non hanno le possibilità economiche e materiali per vaccinarsi, in Europa, ci ricorda la commissaria, ci sono ancora milioni di cittadini non vaccinati e «dunque avrebbe senso discutere di obbligo vaccinale». «La persuasione è meglio – precisa Kyiriakides – ma se non funziona e la salute pubblica è gravemente a rischio gli Stati dovrebbero valutare tutte le opzioni».

Ma in Italia invece di procedere per questa strada si preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto, far finta di nulla, addirittura arrivando a ipotizzare di diradare i bollettini, per non spaventare la popolazione. Ma come? Durante la fase più drammatica della pandemia, in nome del diritto alla conoscenza abbiamo battagliato perché il governo Conte divulgasse tutti i dati e ora si accetta che il governo Draghi non divulghi informazioni determinanti per capire lo stato reale delle cose? Due anni fa ci scandalizzavamo giustamente per i discorsi anaffettivi di certi politici come l’ultra liberista e conservatore Boris Johnson che consigliava di abituarsi «all’idea di perdere i propri cari» e ora che abbiamo maggiori strumenti per affrontare la pandemia ripercorriamo le orme di quelle sciagurate politiche?

Nei giorni scorsi Johnson ha annunciato la fine delle restrizioni, asserendo che la pandemia è ormai giunta alla fine e che in Gran Bretagna i casi di contagio sono crollati. Bene, se anche così fosse come ci auguriamo, il costo in termini di vite umane è stato altissimo. In Italia non abbiamo neanche un numero così alto di vaccinati come la Gran Bretagna e gli ospedali e le terapie intensive nel nostro Paese sono di nuovo al limite. Moltissime operazioni chirurgiche, anche oncologiche, sono state rimandate. L’ordine dei medici della Campania ha lanciato un allarme da codice nero. E non sono i soli. Certo abbiamo ben presente che un servizio sanitario nazionale massacrato da vent’anni di tagli non potesse essere magicamente rimesso in sesto durante un’emergenza pandemica di questa portata.
Ma non ci saremmo davvero aspettati, dopo aver maturato così dolorosamente la consapevolezza dell’importanza della salute pubblica che – come si evince dal Nadef 2021 – il governo Draghi preveda per il 2024 una spesa per la sanità pari al 6,1% del Pil, ovvero meno di quanto spendevamo per la sanità nel 2019.

*Illustrazione di Carlina Calabresi per Left


L’editoriale è tratto da Left del 21-27 gennaio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Il solito Cingolani

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 19-01-2022 Roma Camera dei Deputati - Question time Nella foto Roberto Cingolani (ministro Transizione Ecologica) Photo Roberto Monaldo / LaPresse 19-01-2022 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Question time In the pic Roberto Cingolani

Audito in Parlamento il cosiddetto ministro della Transizione ecologica Cingolani ancora una volta ha ipotizzato un intervento contro il caro bollette che passa da una riduzione del sostegno alle fonti rinnovabili e da una maggiore estrazione di gas dai giacimenti italiani. Forse il ministro non ha capito ancora bene quale avrebbe dovuto essere il suo ruolo.

I principali interventi ipotizzati da Cingolani per recuperare risorse per calmierare le bollette in modo strutturale – dopo gli stanziamenti di 8,5 mld di euro arrivati nel complesso nel corso del 2021 – ammontano a circa 10 miliardi di euro: circa 1,5 mld di euro potrebbero arrivare dai proventi delle aste della CO2 nell’ambito del mercato Eu-Ets; altri 3 mld dalle cartolarizzazione (con conseguente dilazione del pagamento) per gli oneri di sistema rientrati all’interno della componente Asos delle bollette; 1,5 mld da una limatura agli incentivi per il fotovoltaico; 1-2 mld dall’estrazione di rendita dai grandi impianti idroelettrici non incentivati che operano sul mercato spot; 1,5 mld dal rafforzamento della negoziazione a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile (Ppa); infine, resta in ipotesi il raddoppio della produzione nazionale di gas naturale.

Livio de Santoli, presidente del coordinamento Free che è la più grande associazione nel campo delle rinnovabili non le manda a dire: «Le dichiarazioni del ministro sono in contrasto con il principio, giusto, di voler accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – afferma – La revisione dei contratti di incentivazione delle rinnovabili perché, afferma il ministro, “sono soldi che alle fonti pulite non servono più”, potrebbe peggiorare una situazione già critica per gli operatori, che vede attualmente assegnata solo una piccola parte della disponibilità dei bandi per i noti motivi legati al permitting, e quindi provocare l’effetto contrario rispetto a quanto dichiarato».

Effettivamente stupisce che il fossile, principale colpevole della crisi di questo periodo, venga incentivato dal governo senza nemmeno un cenno al biometano (se ne potrebbe avere fino a 9 miliardi di metri cubi all’anno in più) e senza un cenno all’efficenza energetica.

«Segnaliamo infatti – conclude de Santis – la mancata attuazione dei provvedimenti di supporto previsti dal DM 21 maggio 2021 sul meccanismo dei certificati bianchi, che aiuterebbero le imprese, messe a dura prova dalla crisi, a investire in efficienza energetica e a ridurre la loro esposizione sia al caro bollette, sia all’emission trading. Tutto ciò scoraggia gli investimenti sulle rinnovabili ed efficienza energetica, mentre nulla viene detto su un aspetto che risulterebbe decisivo per il contrasto al caro bollette: quello dell’eliminazione dei Sad (Sussidi ambientalmente dannosi) che valgono circa 20 miliardi di euro. Ribadiamo la disponibilità degli stakeholder per la creazione di un tavolo condiviso per varare misure contro il caro bollette che permettano il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030».

Ma il dubbio più appuntito è che ci sia un ministro che prenda precise posizioni sulla politica ambientale che non sono mai state discusse e accettate dal Parlamento e dall’opinione pubblica, come se godesse di un’autonomia e impunità data per il proprio ruolo. Ma erano questi gli obiettivi di Cingolani quando è stato formato questo governo? Abbiamo frainteso noi tutti? Per capire, tutti i partiti sono d’accordo con questa linea?

Buon giovedì.

La pandemia burocratica. Seconda puntata

Ermes abita a Bologna e di lavoro fa l’operatore socio sanitario, una di quelle funzioni importantissime in questi quasi due anni di pandemia. Per questo è stato tra i primi a ricevere il vaccino, l’importanza del suo ruolo lo inserisce tra i prioritari. Eravamo a gennaio del 2021.

Lo scorso 5 dicembre Ermes si sottopone alla terza dose. Si presenta all’hub vaccinale, mostra la sua tessera sanitaria, controllano la prenotazione, fa il colloquio con i medici, si sottopone alla vaccinazione, ritira la sua tessera, aspetta i 15 minuti e poi se ne torna a casa. Accade qualcosa: a differenza delle due volte precedenti non gli viene rilasciato nessun documento dell’avvenuta vaccinazione. Niente.

Non ci sarebbe stato nulla di strano se non fosse che dal 5 dicembre a oggi (siamo al 19 gennaio) Ermes non riceve nessun green pass. Nel frattempo, com’era prevedibile, il suo green pass è scaduto. Chiede al medico di famiglia, quello controlla, ritrova tutte le vaccinazioni fin da quando era bambino nel fascicolo sanitario ma non c’è traccia della terza dose.

Ermes torna all’hub vaccinale, chiede chiarimenti. Lì gli spiegano che ormai tutta la loro documentazione è stata spedita, non hanno più niente, gli lasciano però un link per presentare ricorso. Siamo al 21 dicembre, la risposta al ricorso arriva 10 giorni dopo: gli chiedono di esibire il certificato vaccinale. Ermes aveva presentato ricorso proprio per la mancanza di certificato, chiederglielo non sembra un’idea così brillante. Ermes afferma di avere come unica documentazione l’avvenuta prenotazione. Dall’altra parte silenzio. Solo silenzio.

Ermes e la moglie si rivolgono alla Regione Emilia-Romagna. Quelli gli chiedono tutti i documenti, compresa la corrispondenza con l’azienda sanitaria. Anche la Regione chiede il certificato vaccinale. Ermes di nuovo è costretto a spiegare che è proprio quello il problema. Attende. La Regione dice di avere attivato l’assessorato. Passano i giorni e non se ne sa niente.

Ermes ricontatta la Regione che si dichiara contrariata per il silenzio dell’assessorato. «Vi richiamiamo nel pomeriggio», dicono. Non ha richiamato nessuno. Ermes ha più di 50 anni quindi sarebbe passibile di sanzioni perché si è sottoposto a una vaccinazione che non risulta da nessuna parte e anche sul lavoro evidentemente ha dei problemi.

La pandemia sanitaria non ha responsabili facili ma la pandemia burocratica ha responsabili con nome e cognome.

Buon mercoledì.

Roberta Metsola, la antiabortista eletta al posto di Sassoli

Una immensa perdita quella di David Sassoli presidente del Parlamento europeo, lo ribadiamo tanto più oggi quando viene eletta la nuova presidente Roberta Metsola, del Ppe, che a parole dice di volerne onorare la memoria e rendere il testimone, ma ben altro è il suo percorso. Il presidente Sassoli sul piano umano ma anche su quello politico è stato una guida.

Mentre si affollano candidature improbabili e offensive per la presidenza della Repubblica italiana, Sassoli sarebbe stato un grande presidente della Repubblica, europeista, nel rispetto della Costituzione nata dalla Resistenza, non lo diciamo da ora.

Le affermazioni che da ultimo Sassoli aveva fatto sulla necessità della cancellazione del debito pubblico, di ripensare il patto di stabilità dopo la pandemia ci erano sembrate lungimiranti. Ma su questi temi, sciaguratamente, non era stato sostenuto dal centrosinistra nostrano, che anzi lo isolò.

La battaglia per un’Europa più inclusiva e più giusta, per il sogno che noi di Left coltiviamo, tanto più oggi, dovrebbero ripartire dalle sue parole, lui cattolico, noi abbiamo altri percorsi, ma abbiamo apprezzato che specie negli ultimi anni esprimesse il suo credo nel suo privato, rispettando la  laicità delle istituzioni pubbliche.

Parole, quelle di Sassoli, che non sono quelle della nuova presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola del Ppe, per quanto nella cerimonia gli abbia reso omaggio.

Nel suo intervento Metsola ha speso parole giuste per la lotta al cambiamento climatico, immaginando che l’Europa possa essere il primo continente con neutralità di emissioni, accennando vagamente a temi di giustizia sociale.

Al contempo però la nuova presidente del Parlamento europeo dice di pensare a un nuovo modello economico per la Difesa (ancora armi per militarizzare i confini?).

Indubbiamente la sua elezione sposta a destra il Parlamento europeo.

Molto ambiguo e preoccupante è anche il suo messaggio riguardo ai diritti delle donne. Ricordiamo che Metsola è religiosamente anti abortista. Non a caso l’ha votata la Lega, proprio per le affinità “sulla difesa dei valori della famiglia”.

E’ un fatto è che la giovane politica maltese abbia sempre votato contro le risoluzioni del Parlamento europeo che chiedevano ai Paesi dell’Ue di legalizzare l’aborto. Nazionalista è stata sempre ligia al suo Paese, Malta, che all’interno della Ue ha una delle leggi sull’aborto più severe al mondo. Dobbiamo aggiungere altro?